14.

Quante nuove e maravigliose macchine sono state non da molto poste in movimento!

Giugno 1833

Come mi entusiasmai quando arrivò l’invito di Mr Babbage e mia madre accettò! Nei giorni successivi al ricevimento di Lord e Lady Copley, avevamo scoperto che le visite da Mr Babbage erano la grande moda a Londra tra gli scienziati, i filosofi e gli scrittori, e tra gli aristocratici desiderosi di conoscerli. Nel salotto di Mr Babbage le duchesse si incrociavano con i medici, gli ingegneri con i conti. Avevamo anche saputo che Mr Babbage e Mrs Somerville erano buoni amici, e nutrivo la speranza che me l’avrebbe presentata quando sarebbe tornata dall’estero.

Mia madre, naturalmente, si era informata con discrezione su Mr Babbage prima di accettare l’invito. Aveva scoperto che aveva studiato matematica al Trinity College e al Peterhouse a Cambridge, dove era stato considerato il matematico migliore. Dopo il diploma, aveva cercato di ottenere diverse posizioni accademiche senza successo, e aveva lavorato come studioso indipendente nel campo della matematica, dell’astronomia e dell’elettrodinamica e si era occupato di contabilità e assicurazioni. Era diventato membro della Royal Society nel 1816, e dopo la morte di suo padre, un ricco banchiere, aveva ereditato proprietà del valore di centomila sterline. Una somma del genere faceva colpo anche su mia madre.

Lunedì 17 giugno, alla sera, io e mia madre ci recammo alla residenza di Mr Babbage, all’1 di Dorset Street a Marylebone, un quartiere relativamente tranquillo e isolato vicino a Regent’s Park. Vi si era trasferito nel 1828 dopo le morti, l’anno precedente, di suo padre, dell’amata moglie Georgiana e di due dei loro otto figli; altri due figli erano morti durante l’infanzia. Il primogenito era lontano da casa a studiare ingegneria e architettura, e sua figlia e gli altri due fratelli vivevano con la nonna in un’altra residenza di Londra.

La casa georgiana di Mr Babbage, gradevole per simmetria e proporzioni, all’esterno era di pietra bianca e mattoni rossi; all’interno dominavano il legno lucido, le finestre luminose e l’ottone luccicante. Anche se mancava il tocco femminile che la defunta moglie avrebbe potuto dare a ogni stanza, era elegante, confortevole e decorata con gusto, e denotava la preferenza per la purezza delle linee e per una bellezza basata sulla funzionalità.

La serata era già iniziata quando arrivammo. Trovammo Mr Babbage nei panni di padrone di casa, che incoraggiava gli ospiti a servirsi da mangiare, da bere e a partecipare alle interessanti conversazioni. Quando ci vide si illuminò e ci venne subito incontro. «Benvenute, Lady Byron, Miss Byron» disse. «È un grande onore e un piacere ricevervi».

«Immagino che Mrs Somerville non sia venuta» dissi, ignorando l’occhiata esasperata di mia madre. «Mi piacerebbe tanto conoscerla».

«Mi dispiace, Miss Byron» disse Mr Babbage conducendoci in un ampio salotto con grandi finestre che si aprivano sul giardino davanti a casa. «Da quanto ne so, Mrs Somerville è a Parigi».

«Avevo sperato che fosse tornata».

«Non ancora, temo. Ma è una buona amica e un’ospite frequente, quindi forse la prossima volta che verrete ve la potrò presentare».

Dovetti trattenere le manifestazioni di entusiasmo. Mr Babbage aveva già deciso che ci sarebbe stata una seconda visita.

«C’è però un’altra signora che vorrei farvi conoscere» disse con aria maliziosa. «Siete arrivate appena in tempo. Stavo per mostrarla a tutti».

Incuriosite, io e mia madre ci scambiammo un’occhiata e seguimmo Mr Babbage in un salotto adiacente, dove c’erano una trentina di persone. Ne riconobbi alcune avendole viste alla festa di Lord e Lady Copley, altre al Ballo di Corte, tra cui Arthur Wellesley, primo duca di Wellington, ex primo ministro e grande eroe militare che aveva sconfitto Napoleone a Waterloo. Appena Mr Babbage entrò, la conversazione si spense e tutti si voltarono a guardarlo, con aria impaziente e curiosa. Quando si spostarono vidi alle loro spalle un brillio argenteo, e capii che si erano riuniti attorno a un oggetto posato su un tavolo al centro della stanza.

«Fatevi avanti» disse Mr Babbage avvicinandosi al tavolo sul quale era posato l’oggetto misterioso. Gli ospiti lo lasciarono passare, ma io dovetti farmi strada in fretta tra la gente per riuscire a vedere da vicino lo spettacolo che stava per cominciare.

Ciò che vidi mi mozzò il fiato: uno splendido automa color argento, una figura femminile delicata, perfetta, alta trenta centimetri, dai dettagli estremamente curati. Vestita con un costume di crespo verde e rosa da ballerina, faceva un’elegante arabesque e sull’indice destro aveva un uccellino d’argento.

Sulla sala calò il silenzio quando Mr Babbage premette la schiena della ballerina, attivando un meccanismo nascosto dal costume. Quasi senza rumore l’automa scivolò in avanti, sollevò la mano, inclinò il capo come per osservare l’uccellino che agitava la coda, spiegava le ali e apriva il becco. L’uccello si fermò di nuovo, la ballerina fece una piroetta e tornò con grazia nella posizione iniziale, e dopo un attimo la danza meccanica riprese.

Sorse un mormorio e scoppiò un applauso. Affascinata, guardai l’aggraziata figura d’argento che danzava, avanti e indietro, spinta da un meccanismo nascosto al suo interno. «Che meraviglia» sussurrai, avvicinandomi, desiderosa di sfiorare il viso della ballerina con un dito. Perfino i suoi occhi sembravano vivi, pieni di malizia e immaginazione. «L’avete creata voi, Mr Babbage?»

«Non l’ho inventata, ma l’ho costruita» spiegò, rivolgendosi a tutti i presenti. «Ho visto per la prima volta la Dama d’Argento al Museo meccanico di Merlin in Hanover Square». Si udì qualche risatina tra gli invitati più vecchi che dovevano conoscere quel posto, ma a me non diceva nulla. «I meccanismi e gli automi mi affascinavano, e mentre ammiravo gli orologi musicali, la tarantola di acciaio che usciva dalla sua scatola e correva in giro, gli ombrelli che si aprivano e chiudevano senza essere toccati, Mr John Joseph Merlin si accorse della mia precocità nel capire la meccanica. Mi invitò a fare un giro nel suo laboratorio in soffitta, dove costruiva meraviglie automatiche sempre più nuove e straordinarie». Guardò la ballerina con affetto e ammirazione. «Questa dolcissima creatura era tra loro».

«È mezza nuda» commentò una signora con i capelli grigi, portandosi agli occhi una lorgnette e studiando la Dama d’Argento con aria critica. «Le servirebbe una sottogonna».

«Mia cara Lady Morgan, vi sono molto grato per il vostro prezioso consiglio» disse Babbage in modo tanto sbrigativo che sospettavo l’avesse già liquidata. «Come stavo dicendo, Mr Merlin aveva già diverse incredibili opere in corso nel suo laboratorio, ma molte di esse erano ancora incompiute alla sua morte, trent’anni fa. Il suo museo chiuse nel 1803, e la sua collezione, compreso il contenuto del laboratorio, fu rilevata da Thomas Weeks, un gioielliere che aprì il proprio Museo meccanico in Tichborne Street in Haymarket. Forse qualcuno di voi se lo ricorda».

Colsi qualche cenno di assenso qua e là, ma non reagii, e neppure mia madre, che mi aveva raggiunto vicino alla Dama d’Argento. Aggrottò leggermente le sopracciglia per rimproverarmi per essere scappata via, ma io tenni lo sguardo fisso sulla ballerina e finsi di non accorgermene.

«Era un museo notevole, uno dei migliori nel suo genere, con una galleria principale di più di trenta metri, tutta tappezzata di raso blu». Per un attimo Mr Babbage prese un’aria sognante. «Come tutti sappiamo, però, le mode cambiano. La passione per gli automi passò, e alla fine anche il Museo meccanico di Weeks chiuse. La sua collezione fu messa all’asta…»

«E voi siete stato il primo a fare un’offerta per tutta la sua collezione?» lo interruppe un uomo, scatenando l’ilarità generale.

Mr Babbage scosse il capo sorridendo, e aspettò che la risata terminasse. «Non per tutta la collezione, certo che no. Solo per questa creatura deliziosa, quando l’ho scoperta smontata in un angolo della soffitta, dimenticata. Per un’offerta di ventitré sterline ho comprato la ballerina e una scatola di pezzi di ricambio, l’ho portata a casa, l’ho restaurata amorevolmente, e l’ho montata per creare la Dama d’Argento che avete davanti agli occhi».

«Denaro speso bene» osservò un altro signore.

«Siete stato certamente un abile e fedele Pigmalione nei confronti della vostra squisita Galatea, Mr Babbage» disse una donna.

Lui abbozzò un piccolo inchino. «Grazie, Lady Bennett». Premette la schiena della ballerina una seconda volta, e la bloccò di nuovo in un’elegante arabesque. «E adesso, amici, se volete seguirmi nell’altra stanza, vi mostrerò una meraviglia meccanica ancora più impressionante».

Il cuore prese a battermi più forte quando Mr Babbage aprì una porta diversa da quella da cui eravamo entrati, e mi unii al gruppo che si trasferiva nell’altra stanza. Ero tra gli ultimi, e mi fermai appena dentro per permettere agli altri di sparpagliarsi nella sala per vedere meglio la miracolosa invenzione da lontano prima di avvicinarmi e osservarne i dettagli.

Eccola, la Macchina differenziale di Mr Babbage. Come la Dama d’Argento, il modello si trovava su un tavolo al centro della stanza, ed era una struttura complessa di ottone e acciaio luccicanti delle dimensioni di un baule messo in piedi. Robuste colonne di ottone sostenevano due lastre pesanti tra le quali si intravedeva un sistema complesso di leve e ruote dentate, e molte altre ruote con dei numeri incisi sui bordi, allineate orizzontalmente e disposte in colonne verticali lungo degli assi. Una manovella era fissata in cima alla macchina con il pomello rivolto verso il basso. Non c’erano ornamenti né abbellimenti, e mentre un orologiaio di solito nascondeva il meccanismo dei suoi orologi dietro un bel quadrante, i meccanismi del modello a scopo dimostrativo di Mr Babbage erano visibili all’osservatore da ogni angolo.

«Vostra Grazia, signore e signori» esordì Mr Babbage, «state per vedere una macchina calcolatrice come non ne sono mai state create e neppure concepite. A un settimo delle dimensioni reali, vi presento… il modello della Macchina differenziale».

Il pubblico applaudì, io forse più forte di tutti, e con gli occhi seguimmo l’inventore che si avvicinò al grande tavolo centrale su cui posava l’apparecchio. Vi girò intorno una volta, osservandolo attentamente, e poi, infilandosi una mano dietro la schiena e afferrandosi il risvolto della giacca con l’altra, esordì dicendo: «Prima ho programmato la Macchina differenziale per eseguire una semplice operazione matematica, aumentare progressivamente un numero di due unità. Partiremo da zero». Sorrise. «Conosciamo tutti bene questo calcolo, cosicché ci accorgeremo subito se si verifica un errore».

Si udì qualche risatina, e osservai alcuni cenni affermativi e mormorii impazienti.

Mr Babbage posò la mano sulla manovella in cima alla macchina. «E ora, amici miei, state per assistere a qualcosa di davvero straordinario».

Avvertii un brivido di eccitazione, mentre mia madre fece una smorfia scettica. Mr Babbage girò la manovella con forza, e tutta la macchina si mise in movimento con un ronzio di ingranaggi e ruote dentate. L’inventore fece un passo indietro, con lo sguardo fisso sul motore, e nel frattempo le ruote con i numeri cominciarono a mostrare la sequenza corretta: 0, 2, 4, 6, 8, 10 e così via.

Era impressionante per accuratezza e regolarità, ma dopo un po’ capii che le persone attorno a me perdevano interesse nella sua perfezione. Proprio mentre anch’io stavo cominciando a chiedermi se Mr Babbage avesse intenzione di mostrarci qualcos’altro, diede un altro energico giro di manovella. A un tratto, senza altri interventi da parte sua, il numero passò di colpo a 121, che divenne 123, poi 125, 127, e così via, secondo la sequenza che ci aveva promesso all’inizio.

Vi furono delle esclamazioni sorprese. «Come avete fatto?» chiesi incredula. «Come siete riuscito a cambiare l’impostazione suggerendo un valore nuovo, estraneo alla sequenza, e a chiedere alla macchina di riprendere da lì?» Le macchine non funzionavano in quel modo. Non erano mai così… irregolari. Non erano come le persone.

«Qualcosa dev’essere andato storto» dichiarò un signore, facendo un gesto imperioso nei confronti della macchina. «Una mosca, o forse un grosso ragno, devono essere rimasti imprigionati in un meccanismo e l’hanno mandato fuori fase».

«Vi assicuro, amico mio, che nulla è andato storto». Toccando un paio di leve Mr Babbage interruppe i ronzii e i movimenti del motore. «Ci proveremo di nuovo e lo dimostreremo. Questa volta potete fornire voi i valori». Si voltò a destra e lo sguardo gli cadde sul duca di Wellington. «A meno che l’onore non tocchi a Sua Grazia il duca?»

«Certo, dev’essere Sua Grazia a decidere» confermò l’altro uomo.

Il duca rifletté un istante e disse: «Stabiliamo che si aumenti di cinque in cinque, e che il valore di partenza aumenti di quindici unità quando arriva a trenta».

«Benissimo, signore». Mr Babbage annuì con aria di approvazione e cominciò a lavorare dietro alla macchina. Udii il ticchettio delle leve, e mi sporsi per osservare meglio cosa stesse facendo, ma a quanto pareva il calcolo era stato tanto semplice da impostare che quando fui abbastanza vicina per vedere aveva quasi finito. Notai però qualcosa che prima mi era sfuggito: diversi spartiti musicali lasciati sul tavolo e dimenticati.

«Ricordate la formula di Vostra Grazia» ci esortò Mr Babbage, e girò di nuovo la manovella, lasciandola andare con un gesto teatrale. Tornai subito in prima fila per osservare i numeri sulle ruote, e vidi la sequenza esattamente come doveva essere: 0, 5, 10, 15, 20, 25, 30, 45, 50, e via dicendo.

I presenti si lasciarono sfuggire esclamazioni sorprese, e questa volta l’applauso non era solo di cortesia. Ma Mr Babbage non aveva finito. Muovendo le leve, chiese alla Macchina differenziale di elevare i numeri al quadrato e al cubo, senza il minimo errore. Poi estrasse la radice di un’equazione di secondo grado, e anche se non avevamo abbastanza tempo perché ce lo mostrasse, dichiarò che la sua macchina era capace di molte altre funzioni matematiche strabilianti, compresa la creazione di una tavola di tutti i numeri primi tra zero e dieci milioni.

«Questa macchina è sublime» sentii dire mia madre sottovoce, e staccai gli occhi dall’apparecchio per guardare lei, esterrefatta. Non riuscivo a credere che si fosse convertita, da scettica che era, nel giro di un quarto d’ora.

«Scusate, Mr Babbage» chiese una signora, «se inserite numeri sbagliati nella macchina, otterrete ugualmente risposte giuste?»

Per me era così evidente che mi sembrava impossibile che qualcuno avesse posto quella domanda, ma Mr Babbage fece un sorriso affabile e rispose: «No, mia cara signora. La Macchina differenziale non è in grado di indovinare quello che intendevo fare. Conosce solo le istruzioni che le do».

«È impressionante, Mr Babbage!» esclamò il duca di Wellington, annuendo pensoso. «A parte leggere il pensiero, cosa che per fortuna esula dalle sue capacità, c’è qualche operazione matematica che la Macchina differenziale non sa fare?»

«Nessuna» replicò Mr Babbage, ma poi il suo sguardo cadde sugli spartiti lasciati sul tavolo. Afferrando le pagine disse: «Può fare di tutto tranne comporre balli popolari».

Dal gruppo di spettatori si levò una risata, ma calmai la mia ilarità quando vidi che mia madre non rideva.

«Sarebbe molto utile a un generale che conduce una campagna militare» osservò il duca «e deve considerare tanti numeri e fattori».

«Indubbiamente, ma penso che i suoi più grandi vantaggi si osserveranno nel commercio e nell’industria». Mr Babbage fece una pausa significativa prima di aggiungere: «Però non capiremo l’autentica portata delle sue capacità e dei suoi benefici finché non costruiremo la Macchina differenziale a grandezza naturale».

Guardò speranzoso il duca di Wellington, ma se si era aspettato una grande dichiarazione rimase deluso, perché il duca si limitò ad annuire, lo ringraziò per la dimostrazione e lasciò la stanza con alcuni amici. Questo indicò agli altri presenti che lo spettacolo era finito, e mentre alcuni ospiti rimasero ad ammirare la Macchina differenziale, altri tornarono a guardare la Dama d’Argento e quasi tutti seguirono l’esempio del duca e raggiunsero gli altri invitati.

Io fui tra coloro che si attardarono nella stanza della Macchina differenziale; feci il giro del tavolo con grande emozione, e ammirai l’apparecchio da tutti i lati. Era fabbricato in modo ingegnoso, per un osservatore qualsiasi non bello a vedersi quanto la Dama d’Argento, forse, ma più complesso e impressionante. Un’osservazione più attenta mi rivelò che i numeri erano disposti su carrelli fatti di ruote dentate, ciascuna delle quali aveva indicate sul bordo le dieci cifre. Quando, nel corso di un’addizione, una ruota passava da nove a zero, il dente che sporgeva muoveva una leva per attivare i valori dell’ordine di grandezza superiore: decine, centinaia, migliaia e via dicendo.

Com’ero assorbita dalla meraviglia meccanica della Macchina differenziale! Mi vennero le lacrime agli occhi come se stessi guardando il David di Michelangelo; per me era un’opera d’arte altrettanto splendida.

«Confesso di avere un’idea molto vaga del suo funzionamento» disse sottovoce mia madre quando le passai davanti una seconda volta. Mi venne da ridere, sicura che stesse scherzando, perché aveva studiato Euclide in lingua greca originale da giovane, e la sua comprensione dei concetti intellettuali aveva sempre superato la mia, se si escludevano gli argomenti che evitava deliberatamente per profonda mancanza di interesse, come la Volologia e gli animali. Era sconcertante pensare che fossi in grado di afferrare le complessità dell’invenzione di Mr Babbage meglio di lei.

Ma la Macchina differenziale era meccanica oltre che matematica, e a differenza di me mia madre non aveva trascorso gran parte dell’infanzia a smontare orologi e giocattoli a molla per capirne il funzionamento. Questo spiegava senz’altro come mai qualcosa che era evidente per me fosse oscuro per lei, anche se non capisco perché tenessi tanto a dimostrare la superiorità intellettuale di mia madre.

Proprio allora Mr Babbage ci raggiunse. «Lady Byron, la vostra reputazione di donna dall’intelligenza non comune vi ha preceduto» dichiarò. «Sono molto curioso di sapere cosa pensate della mia macchina».

La sua espressione, mentre la studiava con occhio critico, rimase serena. «Mi pare che la vostra macchina pensante abbia catturato l’immaginazione di mia figlia».

La parola “immaginazione” era sempre pronunciata in tono lievemente allarmato, ma Mr Babbage non poteva saperlo. «Non è una macchina pensante, mamma. Non è in grado di ragionare» dissi con foga.

«Ha appassionato Miss Byron, dite» rifletté ad alta voce Mr Babbage, che osservò mia madre con sguardo inquisitore. «E voi?»

«La ammiro» ammise. «Se penso che riesce a risolvere queste differenze finite rapidamente, e sempre con lo stesso grado di perfezione, a eseguire più calcoli di quanti il mondo ne abbia conosciuti, giorno e notte… rimango attonita e mi sento piccola».

«Grazie, Lady Byron».

«È sublime ciò che ci avete mostrato, forse involontariamente, sullo straordinario potere dell’intelletto». Lo guardò con franchezza. «Ma ho ancora una domanda».

«Solo una?» Troppo tardi strinsi le labbra. Non intendevo essere impertinente.

Mia madre mi guardò con la fronte leggermente aggrottata. «Una per il momento». Rivolgendosi a Mr Babbage riprese: «La vostra dimostrazione della Macchina differenziale è stata ottima, nonostante alcune esagerazioni da imbonitore». Mr Babbage sembrò soffocare una risata, ma mia madre lo ignorò. «Perché avete voluto rovinare la buona impressione che avevate fatto con quell’allusione ai balli popolari, e proprio in presenza del duca di Wellington, poi?»

«Ah. Credete che abbia commesso un errore». Scosse il capo. «Mia cara signora, non pensate neppure per un attimo che lo spartito sia stato lasciato sul tavolo per sbaglio. Ho bisogno del duca di Wellington. Devo colpirlo con la mia macchina, ed è essenziale che ricordi come si è sentito vedendole compiere quei meravigliosi calcoli, senza che quelle impressioni siano sepolte sotto i mille altri pensieri che lo sommergono ogni giorno». Mi lanciò un’occhiata comicamente disperata, e gli feci un cenno di incoraggiamento. «Il duca assiste spesso a delle serate mondane, e i balli popolari sono molto in voga. Spero che la mia battuta gli resti impressa, e che ogni volta che vede un ballo popolare, come osservatore o ballerino, ricordi la mia Macchina differenziale».

«Desiderate che vi finanzi?»

«Miss Byron, se voglio completare la Macchina differenziale a grandezza naturale, il suo finanziamento mi serve disperatamente». A un tratto sorrise, e il suo umore cupo sembrò dissiparsi quando ci guardò una dopo l’altra. «Credo che ogni aspetto delle nostre vite possa essere migliorato dai progressi della tecnologia. La difficoltà sta nel convincere gli uomini che gestiscono il denaro del paese a concedermi fondi sufficienti per dimostrarlo».

Il suo commento, che doveva avere alle spalle una storia di problemi economici e di intrighi politici, suscitò cenni affermativi da parte di alcuni e sorrisi comprensivi da parte di altri. Avrei voluto informarmi meglio, ma Mr Babbage indicò la porta e ci invitò a unirci agli altri ospiti prima che terminassero i deliziosi piatti e l’ottimo vino che ci aveva fatto preparare.

Mia madre mi prese per il braccio, come se avesse capito che stavo cercando un modo per restare indietro e studiare la meravigliosa macchina per conto mio. Seguii riluttante Mr Babbage con tutti gli altri, ma lanciai un’ultima, lunga occhiata carica di desiderio alla Macchina differenziale alle mie spalle prima che il padrone di casa chiudesse la porta.

Nei giorni seguenti le mie conversazioni e lettere traboccavano di descrizioni della festa, del brillante gruppo di intellettuali che vi si erano riuniti, dell’intelligente e simpatico Mr Babbage e, soprattutto, della sua strabiliante Macchina differenziale. «Non vedo l’ora che ci inviti a un’altra serata» dichiaravo ogni giorno quando si avvicinava l’ora in cui ci consegnavano la posta.

Mia madre si stancò a tal punto di quel mio entusiasmo debordante – e delle mie lamentele quando non trovavo altri inviti nella posta – che dichiarò che quasi le dispiaceva di avermi portata da Mr Babbage la prima volta. Quel «quasi», lo sapevo, rifletteva il suo apprezzamento nei confronti degli ospiti selezionati e della meravigliosa Macchina differenziale, ma non del padrone di casa. Con mio grande disappunto – perché significava senz’altro che avrebbe limitato il tempo che avremmo trascorso in sua compagnia – a me Mr Babbage era stato simpatico dall’inizio, ma a mia madre non piaceva.

Tanto per cominciare, c’era la faccenda della battuta sui balli popolari. Io avevo accettato la sua spiegazione e trovavo ingegnoso, anzi, da parte sua incoraggiare il duca di Wellington a ricordare la Macchina differenziale ogni volta che partecipava a un ballo, ma mia madre giudicava la battuta scadente e indegna della macchina e del suo inventore. Inoltre temeva certi suoi difetti di carattere rivelati dalla fisiognomica, e lo trovava troppo “sofisticato” nel suo modo di vestirsi e di arredare la casa. «Mi colpisce molto quando parla di matematica e ingegneria» riconobbe, «ma usa mezzi scaltri per raggiungere i propri obiettivi, e presta troppa attenzione a delle inezie».

«Quali inezie?» chiesi, senza capire.

«Il denaro, per esempio» rispose. «Il suo tentativo disperato di ottenere un finanziamento dal duca di Wellington è fastidiosissimo».

«Il duca non sembrava offeso» ribattei sulla difensiva, «e solo coloro che godono di grande ricchezza possono considerare il denaro un’inezia».

«Non sarai certo tu a educare me sulle difficoltà dei poveri» mi rimproverò mia madre, «e a Mr Babbage il denaro non manca. Se non la smetti con questa impertinenza, Ada, declinerò i suoi inviti, perché significa che ha una cattiva influenza su di te».

Mi scusai subito e promisi di migliorare il mio comportamento, anche se dubitavo che mia madre avrebbe messo in atto la minaccia. Aveva visto lei stessa che alle serate di Mr Babbage si ritrovavano i personaggi più in vista e gli intellettuali, e una dama del suo rango e con la sua reputazione non poteva non parteciparvi.

Infine giunse un altro invito da Mr Babbage, e altri ancora durante la Stagione, e anche se non ci andammo ogni volta, non declinò spesso. Sebbene, a quarantun anni, avesse più del doppio della mia età, avevamo in comune l’amore per la matematica e la meccanica, e diventammo buoni amici. La mia ammirazione per la Macchina differenziale gli faceva piacere, e quando scoprì che sapevo ascoltare, mi confidò di essere giunto a un punto morto nei tentativi di costruire la versione a grandezza naturale. «È una storia frustrante e piena di problemi» mi avvertì, ma desideravo conoscere ogni dettaglio, e lo esortai a confidarsi.

Come lo avevo sentito dire al ricevimento di Lord e Lady Copley, aveva avuto l’ispirazione di creare una versione meccanica della fabbrica matematica di de Prony dopo averla vista a Parigi verso il 1820. Dopo due anni di progettazione e prove tecniche, aveva elaborato il progetto definitivo e il modello da dimostrazione, e annunciato la sua invenzione in una lettera aperta a Sir Humphry Davy, presidente della Royal Society. «Una copia della lettera fu mandata a Sir Robert Peel, che allora era il segretario di Stato per gli Affari interni» disse Mr Babbage mentre eravamo seduti insieme in biblioteca, le conversazioni e risate della serata ridotte a un lontano, piacevole brusio di fondo. «Non aveva tempo per quel progetto, né per me. So per certo che ha liquidato la mia invenzione con la frase: “È un congegno che minaccia le nostre mura oppure nasconde qualche altra insidia al suo interno”».

Riconobbi la citazione dell’Eneide. «Vi ha accusato di avere creato un cavallo di Troia per… non capisco per cosa. Per distruggere l’impero britannico?»

Si strinse nelle spalle. «A quanto pare, sì. In ogni caso, nonostante il rifiuto ignorante e miope del mio apparecchio da parte di Peel, la Royal Society mi diede il suo appoggio incondizionato, e con questo riuscii a interessare il ministero del Tesoro. Il cancelliere dello Scacchiere in persona mi invitò a un incontro. Gli presentai il modello da dimostrazione e risposi a tutte le sue domande, e rimase tanto colpito da offrirmi su due piedi un finanziamento di mille sterline preso dal Civil Contingencies Fund».

«Splendido» commentai. «Il finanziamento è considerevole, naturalmente, ma lo è anche il riconoscimento della vostra opera da parte del governo».

«I finanziamenti sono essenziali!» esclamò con enfasi Mr Babbage. «Se mancano, non c’è nessuna Macchina differenziale, solo idee sulla carta e un filosofo esasperato che armeggia nel suo laboratorio senza combinare nulla. È insolito da parte del governo attribuire dei fondi a una ricerca come la mia, lo capite anche voi, ma hanno pensato che la mia invenzione potesse avere delle applicazioni pratiche per la Marina, per esempio producendo tavole accurate da usare nella navigazione».

«Sì, l’ho pensato anch’io quando vi ho sentito descrivere la macchina la prima volta».

«Insomma, avevo del denaro, una parte di quello necessario, e altro ne sarebbe arrivato» disse Mr Babbage sorridendo. «Io e il mio buon amico John Herschel festeggiammo facendo una gita per andare a vedere un telescopio, e poi mi misi al lavoro. Costruii un laboratorio nelle scuderie dietro casa – dopo ve lo mostro, se vi interessa – e trasformai una stanza vuota in una fucina. Ingaggiai anche Joseph Clement, un brillante ingegnere noto per i suoi lavori di precisione. Avendo visto il modello in azione, potete immaginare la quantità di ruote, quadranti, ingranaggi, assali e altre parti che chiesi a lui e ai suoi dipendenti di fabbricare, tutti con caratteristiche e dimensioni specifiche».

«Con tutte queste persone ai suoi ordini» intervenni, cercando di usare tatto, «verrebbe da chiedersi come mai, undici anni dopo, il progetto non sia ancora stato completato».

«Verrebbe proprio da chiederselo» convenne Mr Babbage con aria avvilita. «Mia cara Miss Byron, prego perché vi venga risparmiata la frustrazione e l’umiliazione di dover andare a implorare, in ginocchio, i fondi che vi sono stati promessi ma vi sono elargiti solo con grande riluttanza. Il denaro mi viene consegnato col contagocce, e in molte occasioni sono stato costretto a usare il mio patrimonio personale per evitare che il progetto si arrestasse del tutto». Sospirò e fece un sorriso triste. «La cosa assurda è che alcuni critici e altri spiriti polemici mi accusano di avere speso a fini personali il denaro pubblico, quando è vero proprio il contrario. Ho investito una porzione considerevole della mia eredità per la Macchina differenziale. Non lo rimpiango, ma non posso continuare a farlo».

«È per questo che state corteggiando il duca di Wellington?»

«Sì, “corteggiando” è proprio la parola adatta. Il rituale è altrettanto capriccioso e studiato». Sospirò. «Sono sicuro che un gentiluomo con il suo prestigio e potere potrebbe aprirmi le porte dei finanziamenti con una semplice lettera, e farebbe bene, perché sono a buon punto con la Macchina differenziale, e la parte che ho completato si dimostra all’altezza delle aspettative riguardo al suo successo finale».

Scossi il capo per dimostrargli che ero solidale. «Se siete già a buon punto, per quale motivo non continuate a lavorarci con la speranza che il denaro che vi è stato promesso vi venga elargito più avanti?»

«È quello che ho fatto finora, ma non posso andare avanti così. All’inizio Mr Clement, la cui sfacciataggine è pari al suo talento prodigioso, mi informò che non poteva pagare i suoi dipendenti a meno che io non gli anticipassi i fondi. Per evitare ritardi, lo pagavo di tasca mia, cinquecento o mille sterline per volta, e mi tenevo il denaro quando il ministero mi pagava. Ma da un certo momento in poi non me lo sono più potuto permettere».

«È comprensibile» mormorai, sentendomi in imbarazzo, perché non sapevo assolutamente come venissero pagati i lavoratori. Era sempre mia madre a occuparsene; mia madre, che aveva tra i suoi conoscenti dei politici altolocati quanto il duca. Forse potevo persuaderla a usarli per aiutare Mr Babbage, anche se per il momento non intendevo dirgli nulla per non alimentare false speranze.

«Allora dissi a Mr Clement che in futuro non l’avrei più pagato fino a quando non avessi ricevuto il denaro del ministero» continuò Mr Babbage. «Ma il mio ingegnere smise subito di costruire la macchina e licenziò i suoi collaboratori».

«Che slealtà!» esclamai. «Il privilegio di lavorare su questa macchina meravigliosa non significava niente per lui?»

«Evidentemente meno di quanto non significhi per voi o per me, ma in sua difesa bisogna precisare che deve pur mangiare e pagarsi un alloggio».

«L’avreste pagato, solo un po’ più tardi del previsto» commentai. «Presumo che lo abbiate licenziato e abbiate ingaggiato un nuovo ingegnere più motivato e fedele».

«Anche se avessi trovato qualcuno all’altezza di Mr Clement, non potevo licenziarlo. Quando se ne andò, lui e i suoi uomini si portarono via tutti i miei disegni e gli attrezzi».

«Ma non può essere legale!»

Mr Babbage allargò le mani, impotente. «Erano strumenti nuovi, costruiti apposta per questo lavoro. Di norma, anche se i costi di costruzione sono sostenuti dai datori di lavoro, ingegneri e meccanici hanno il diritto di tenere tutti gli attrezzi creati da loro». Prese un tono leggermente risentito. «Il fatto che abbia inventato io molti di questi strumenti, e che i lavoratori li abbiano fabbricati seguendo le mie istruzioni, a quanto pare non cambia nulla. Purtroppo, i miei attrezzi e gli uomini in grado di maneggiarli mi saranno restituiti solo se pagherò in anticipo Mr Clement per il lavoro da svolgere».

«E non potete farlo finché il ministero del Tesoro non paga voi».

«Esatto».

Sospirai e mi abbandonai sulla poltroncina, profondamente contrariata. «È intollerabile che un intoppo burocratico e un ingegnere miope riescano a impedire il completamento di una macchina ingegnosa capace di trasformare il mondo».

Mr Babbage fece un sorriso mesto. «Siete troppo generosa con me e la mia Macchina differenziale, Miss Byron, e di solito sono l’ultima persona a lamentarmene».

«Ma è vero!» protestai. «Al bando la falsa modestia, Mr Babbage».

«Sono certo che la mia macchina potrebbe trasformare l’industria, il commercio e forse la Marina» concesse, «ma non il mondo, anche se vi ringrazio molto per ritenerlo possibile, e per credere in me».

Non sapevo cosa dire, e inclinai il capo con grazia, imitando mia madre. «Sarei felice di accettare il vostro invito per una visita del laboratorio quando vi sarà possibile» dissi. «Per il momento, mi basterebbe rivedere il modello da dimostrazione».

«Certo, Miss Byron» disse, offrendomi il braccio.

Lo presi e ci avviammo, mentre la serata continuava attorno a noi.

Mr Babbage restò con me per un po’, ma non poteva trascurare gli altri ospiti, si scusò e mi lasciò ammirare la Macchina differenziale da sola. Ma non ero del tutto sola. Mentre altri ospiti andavano e venivano e io restavo quasi immobile a studiare l’apparecchio straordinario, a un certo punto mi accorsi della presenza di una figura immobile alla mia sinistra. Uno sguardo discreto mi mostrò un giovanotto di due o tre anni più grande di me, piuttosto bello, con occhi espressivi, guance piene e una bocca sensuale. I capelli folti, castano chiaro, pettinati con la riga in mezzo, rivelavano una fronte alta, che mia madre avrebbe giudicato positivamente: indicava un buon sviluppo di intelletto e meticolosità.

«È straordinaria, vero?» azzardai, contenta di fare la conoscenza di qualcuno che sembrava ammirare la creazione di Mr Babbage quanto me.

«Assolutamente» disse lui, ma la sua approvazione pareva venata di diffidenza. «Di solito nutro sentimenti contrastanti sulle macchine, soprattutto quando certuni proclamano che miglioreranno la vita umana al di là di ogni possibile immaginazione, ma in questo caso ritengo che Mr Babbage abbia ragione».

«Lo penso anch’io» dissi, sollevando la testa. «E quando arriveranno i finanziamenti, lo dimostrerà».

«Se arriveranno i finanziamenti» mi corresse lui. «Nel momento in cui un uomo perfeziona un’invenzione e chiede aiuto al governo, smette di essere un cittadino innocente e diventa un colpevole, qualcuno da evitare, vessare e umiliare. Non ho mai sentito di un meccanico, inventore o scienziato che non abbia trovato il governo inaccessibile, e che il governo non abbia scoraggiato e maltrattato».

«Spero che esageriate» commentai, smarrita.

«Lo vorrei tanto. Naturalmente parlo solo del governo britannico. Quando gli inglesi portano le loro invenzioni altrove, la faccenda è ben diversa, ed è per questo che molti di loro finiscono per andare all’estero».

Mi sentii demoralizzata. Non riuscivo a immaginare Mr Babbage che prendeva il suo modello, gli appunti, i disegni e li portava in un altro paese, dove probabilmente non li avrei più visti. «Siete un inventore anche voi?» chiesi, sperando di scoprire che la sua visione pessimista delle prospettive degli inventori derivasse da delusioni personali, o da un’assoluta ignoranza, nel cui caso avrei potuto non dar peso alle sue parole.

«No, signorina, io no». Fece un inchino cortese. «Sono Charles Dickens, aspirante scrittore, attualmente impiegato come giornalista al Mirror of Parliament».

«Allora capite come funziona il governo».

Si strinse nelle spalle con un sorriso dispiaciuto. «Così com’è possibile capire un animale selvaggio, imperscrutabile e indifferente».

Sorrisi, intrigata nonostante il suo giudizio negativo sulle speranze di Mr Babbage. «Spero che i vostri scritti siano migliori dei vostri pronostici, Mr Dickens, perché preferisco sperare che il nostro comune amico abbia successo».

Allora non lo sapevo, ma negli anni a venire Dickens sarebbe diventato un autore molto celebre e di grande successo, e saremmo divenuti grandi amici. Per quanto riguarda i suoi pronostici…

«Ada?»

Mi guardai alle spalle e vidi mia madre sulla soglia. Era ora di andarcene, ma fu con grande rimpianto che dissi addio al mio nuovo conoscente e lanciai un’ultima occhiata alla macchina che ci affascinava entrambi.

Aspettavo con impazienza di rivedere la Macchina differenziale, di addentrarmi ulteriormente nel suo genio meccanico, di esplorarne e carpirne tutti i misteri. Non riesco a spiegarlo, ma fin da allora sospettavo che Mr Babbage non capisse davvero quanto fosse rivoluzionaria la sua invenzione, e che non immaginasse, come cominciavo a fare io, le sue vastissime capacità.