Non appena io e mia madre ci sedemmo in carrozza, condivisi con lei il racconto delle gravi difficoltà burocratiche di Mr Babbage. «È per questo che cerca con tanto accanimento l’aiuto del duca di Wellington» le spiegai, «ma stavo pensando che il segretario di Stato per gli Affari interni è ancora più influente, e ha un potere anche superiore di concedergli i fondi che gli sono stati promessi. Non sei d’accordo, mamma?»
Sospirò. «No, Ada».
Sapevo che non stava manifestando il suo disaccordo con ciò che avevo detto, ma con la richiesta che mi apprestavo a farle. «Perché non gli vuoi parlare? È tuo primo cugino».
«Non vedo Lord Melbourne da anni» disse, stringendosi lo scialle di morbida lana sulle spalle con aria contrariata. «Ho sempre avuto un’ottima opinione di lui, ma ci siamo… allontanati. Sua madre ha tradito la mia fiducia ferendomi profondamente quando ero più giovane e mi fidavo di lei, e per quanto riguarda sua moglie Caroline…» Scosse il capo. «Non dirò altro».
«Ma non hai litigato con lui» obiettai. «Perdonami, ma sua moglie e sua madre non sono morte entrambe? Forse è arrivato il momento di riallacciare i rapporti».
«È vero che mio cugino non mi ha offeso, e non avrebbe potuto impedire a mia zia e a sua moglie di farlo. La colpa non è mai stata sua». Restò in silenzio per un attimo, poi sospirò. «Dovrei riprendere la mia corrispondenza con lui. Siamo parenti, dopotutto, e non è giusto trascurare questi legami. Però non intendo chiedergli dei favori per conto di Mr Babbage. È lui che te l’ha chiesto?»
«Certo che no!» esclamai. «Credo non sappia neppure che siamo parenti».
«Probabilmente no, altrimenti mi assillerebbe come fa con il duca di Wellington». Mi guardò con l’aria di chi non tollera di essere contraddetta. «Non posso chiedere a Lord Melbourne un favore qualsiasi. Se mai dovessi domandare il suo aiuto, dovrebbe essere per qualcosa di assolutamente essenziale che non possa ottenere senza di lui, e che giovi direttamente a me o a te».
«Ma aiutare Mr Babbage a costruire la Macchina differenziale gioverà direttamente a me».
«In che modo?»
Non ero in grado di risponderle, perché non ne ero certa. Mi sentivo attratta da quella macchina incredibile, affascinata da essa, e desideravo vederla finita, contribuire al suo completamento. Dagli studi di Volologia la mia immaginazione non era stata più assorbita in modo così assoluto da una meraviglia tecnologica. Tuttavia a mia madre quel discorso sarebbe parso un’accozzaglia di pericolose stupidaggini dettate dall’entusiasmo, quindi mormorai qualcosa a proposito dei progressi scientifici che erano positivi per tutti. Mia madre fece un sospiro e chiuse il discorso.
Anche se mi ero innamorata della portentosa Macchina differenziale di Mr Babbage e avrei trascorso volentieri tutto il giorno a studiarla e a parlarne, non mi era permesso trascurare i miei studi, di tipo intellettuale o morale. Leggevo, scrivevo, calcolavo e analizzavo come sempre, comunicando con i miei tutori per posta, e io e mia madre assistevamo spesso a interessanti conferenze su vari argomenti scientifici, filosofici e storici. Anche il dottor William King continuava a consigliarmi su argomenti spirituali ed etici in lunghe lettere, che accettavo volentieri, perché era un uomo buono e gentile che si preoccupava davvero del mio bene. Volevo diventare una persona migliore, e con il dottor King, più che con chiunque altro, facevo spietati esami di coscienza senza paura che mi condannasse per ciò che scoprivo dentro di me.
Non veniva trascurata neanche la ricerca di un marito. Io e mia madre assistevamo a balli, feste, cene, pranzi, ricevimenti, concerti e serate. Andavamo a cavallo a Hyde Park e a vedere i negozi di Bond e Regent Street. Facevamo visita alle sue amiche e ricevevamo visitatori nella nostra residenza di Mayfair. Andavamo quasi sempre d’accordo, e anche se non eravamo in grande confidenza eravamo più vicine di un tempo. Le ero grata dei suoi consigli, e avevo deciso di accantonare la mia ribellione giovanile per amore del mio futuro. Vi riuscivo quasi sempre.
Ora che godevo dell’attenzione indivisa di mia madre, tanto a lungo anelata, rifiorivo. Suscitavo l’interesse di molti giovanotti scapoli, ma mi rendevo conto che con ogni probabilità erano quasi tutti interessati alla mia fortuna più che alla mia mente, e non mi innamorai di nessuno di loro per quanto bello o intelligente fosse. Alcuni di essi erano spiritosi o brillanti, altri noiosi e pesanti. Non mancavo mai di citare la matematica o la scienza, e se notavo uno sguardo assente, lo eliminavo dalla mia lista mentale indipendentemente dal bel viso, dal titolo nobiliare o dalla ricchezza. Bisognava pur usare qualche criterio per selezionare i candidati.
Civettavo, questo è indubbio. E lo stesso facevano i giovanotti. Era divertente e non significava nulla, lo sapevano tutti. Sono sicura che i tre quarti dei nostri scambi venivano dimenticati nel giro di un’ora, ma erano una forma di svago che non faceva male a nessuno. Nonostante la distrazione fornita dalle frivolezze e dagli amoreggiamenti, i miei pensieri non si allontanavano mai troppo dalla matematica e dalla scienza, e in particolare dalla Macchina differenziale di Mr Babbage.
A metà agosto la Stagione era quasi finita, e mia madre era ansiosa di tornare in campagna. Per quanto riguardava me, me ne andavo da Londra con sentimenti contrastanti. Non avevo visto Mr Babbage e la Macchina differenziale spesso quanto avrei voluto, e con mio grande dispiacere non ero stata presentata a Mrs Somerville, che era ancora all’estero. Avevo fatto il mio dovere nei confronti di mia madre incontrando aspiranti corteggiatori, e servito i miei interessi evitando di fidanzarmi con qualcuno di loro. Avevo superato l’esame della presentazione al re e alla regina a corte; mi ero fatta una sola nemica, Miss Bettencourt, e per colpa sua; non avevo fatto nulla di più scandaloso del salire mezza rampa di scale con il cacciatore di dote, Mr Knight. Insomma, decisi che la mia prima Stagione era stata un successo.
Mi era piaciuto il fermento londinese e mi sarebbe mancato, ma non era per quello che temevo il ritorno a Fordhook. Mentre desideravo rivedere i miei cavalli e Puff, che era diventata una brontolona con l’età ma continuava a essere affettuosa con me, le Tre Furie aspettavano il nostro ritorno. La distanza mi aveva accordato un po’ di sollievo dal loro costante scrutinio, ma le settimane di separazione non avevano indebolito il loro desiderio di migliorarmi. In tutto il tempo che avevo trascorso a Londra, avevano continuato a tormentarmi per posta con la stessa tenacia con cui mi avevano perseguitato a Fordhook.
Si potrebbe ritenere che la guida erudita del dottor King nelle questioni etiche fosse sufficiente per una ragazza di diciassette anni, ma le sue non erano le uniche prediche che dovevo subire. Gli amici di mia madre – soprattutto le Tre Furie, ma anche altri – mi scrivevano spesso, accusandomi di crimini vaghi ai quali non avevano assistito ma che erano certi che avessi commesso, perché la ribellione faceva parte della mia natura.
Mi rimproveravano spesso di non apprezzare mia madre, persona esemplare, come avrei dovuto. «Avete una madre nei confronti della quale vi siete talvolta comportata in modo indegno» mi ammonì Miss Briggs, un’ex governante che evidentemente mi credeva ancora affidata alle sue cure. «Arriverà un giorno in cui non avrete più la possibilità di rimediare agli errori commessi nei suoi confronti, e lo rimpiangerete». Miss Doyle, che probabilmente fino alla fine dei suoi giorni mi avrebbe immaginata seduta in braccio a Wills in giardino ogni volta che sentiva il mio nome, scrisse: «Nella tua adorabile ed eccellente madre hai l’esempio migliore che potresti trovare dopo quello del Salvatore, ed è ancora con te. Approfitta di questo dono, mia cara Ada, finché ce l’hai e non rimpiangerlo dopo per non averlo usato come avresti potuto, o non avergli attribuito il giusto valore».
Non era naturale che quelle lettere mi turbassero? Mi toglieva felicità e sicurezza sentirmi dire in continuazione, giorno dopo giorno, che ero una ragazza cattiva, incorreggibile, la figlia ingrata di una madre perfetta, e che dopo la sua morte avrei rimpianto di non averle dato retta. Le loro condanne mi sfinivano. Le predizioni della morte imminente di mia madre mi preoccupavano. L’impossibilità di soddisfarle mi frustrava terribilmente.
Era inutile cercare di difendermi, non solo perché avrei aggiunto il rifiuto della realtà e l’atteggiamento difensivo alla lista dei miei difetti, ma anche perché le loro rimostranze erano vaghe e quindi universali. Mi rimproveravano per una generale “negatività” intrinseca del mio carattere. Ringraziare umilmente le Furie per l’affetto che mostravano correggendomi non serviva assolutamente a nulla, perché perfino il mio pentimento destava sospetti. «Il pentimento per le vostre colpe e imperfezioni mi è sembrato perfettamente sincero» scrisse Miss Briggs in risposta a una mia lettera particolarmente dispiaciuta, «ma vorrei mettervi in guardia contro l’errore di immaginare che la semplice intenzione di volervi correggere sia sufficiente a soddisfare me o vostra madre, o la vostra coscienza. Dovrete cercare in voi stessa continuamente la motivazione ogni giorno».
Ci provavo. Quando una parte ribelle della mia natura – il mio cattivo sangue Byron, forse – ribolliva dentro di me e straripava, costringendomi a rispondere male a mia madre o a dire una bugia perché non volevo spiegarle per quale motivo ero stata assorbita in un’attività che lei avrebbe considerato una perdita di tempo ridicola, o quando non sopportavo nulla di ciò che faceva e desideravo solo andare in camera mia e starmene da sola per un po’, provavo una vergogna profonda, seguita da senso di colpa, e poi da orrore, perché la mia malvagità la stava senz’altro conducendo a una morte precoce.
So di avere già raccontato che nel corso della mia infanzia mia madre era stata obbligata a lasciarmi per seguire diverse cure alle terme, e che spesso i medici le avevano prescritto salassi e coppette per alleviare certi sintomi. Ho omesso però di precisare che ero considerata io la causa di tali malesseri.
Reali o immaginari, tutti i mali di mia madre venivano ricondotti a un disturbo dell’utero che, si diceva, era iniziato il giorno della mia nascita. Mentre la gravidanza e il parto erano stati sotto ogni aspetto normali, i medici e frenologi di mia madre erano d’accordo nell’affermare che come conseguenza dell’avermi dato alla luce, i vasi sanguigni della regione del ventre si erano gonfiati troppo di sangue e andavano svuotati regolarmente.
Mia madre non mi incolpava, o così mi diceva in molte occasioni, perché naturalmente non l’avevo fatto apposta, ma mi veniva comunque ricordato spesso che aveva sacrificato la salute e la vitalità per me. Non c’è da stupirsi dunque che soffrissi di grandi rimorsi al minimo errore, e che non sopportassi i riferimenti costanti delle Tre Furie al fatto che fossi una figlia indegna. Credevo che avessero ragione, ma non ero in grado di riparare il danno che, apparentemente, avevo commesso.
Non mi venne mai in mente che i vari disturbi di mia madre, peraltro vaghi, non le impedivano mai di fare ciò che voleva ma le fornivano un’ottima scusa per declinare gli inviti che non voleva accettare e per evitare le persone, me compresa, che non desiderava vedere. Il senso di colpa e la paura che la sua salute cagionevole evocava nel mio cuore le conferivano invece un potere immenso su di me.
Mia madre non aveva bisogno di ricordarmi che mettermi alla luce le aveva fatto del male, perché ci pensavano già le sue care amiche. Quando lasciammo Londra per Fordhook, nel giro di pochi giorni le Tre Furie calarono dai lugubri trespoli sui quali erano rimaste abbarbicate in nostra assenza. All’inizio erano troppo felici di ritrovare mia madre per prestare attenzione a me, ma quando lei partì alla volta delle sue terme preferite, presero la sgradevole risoluzione di controllarmi per assicurarsi che non commettessi peccati. Perdonatemi se scelgo di non rivivere quei giorni penosi ed estremamente frustranti in queste pagine. Basterà dire che non so come li avrei sopportati se non avessi avuto i miei libri e i miei cavalli. Mi offrirono la via di fuga della quale avevo disperatamente bisogno, perché il dottor King in persona mi aveva raccomandato applicazione nello studio per dare ordine alla mia mente ribelle, cosicché le Furie non mi interrompevano se mi trovavano china su un libro. Le Furie non riuscivano neanche a raggiungermi a cavallo, né ci provavano, e cavalcare mi concedeva qualche ora di splendida libertà in grado di alleviare la cappa pesante che mi opprimeva quell’autunno.
All’inizio di novembre mia madre mi concesse una graditissima vacanza dalle mie aguzzine quando accettò l’invito della regina Adelaide per un ricevimento al sontuoso Brighton Pavilion in quella località balneare. A differenza della mia prima apparizione dinanzi al re e alla regina, questa occasione era meno formale, anche se il luogo era sontuoso, perché il padiglione, disegnato del predecessore di re Guglielmo, il decadente Giorgio IV, era stato arredato come un palazzo reale.
Indossai un abito di raso blu pavone, la gonna abbellita con ricami floreali all’altezza del ginocchio. Dei fiocchi adornavano le maniche a prosciutto e una cintura sottolineava la vita sottile. Mia madre era molto graziosa e giovanile in un abito di raso lavorato rosso granata. La scollatura era profonda, ma risaliva a punta sul davanti, una forma che le donava particolarmente. Del raso bianco e giallo le copriva il collo fin sulla gola, cosicché nessuno si accorse che sotto portava biancheria di flanella, e un impacco sul petto per i suoi problemi di salute. Anche il cappello era di raso bianco e giallo, adornato di piume di struzzo.
Nessuna era più soddisfatta dell’aspetto meraviglioso di mia madre della sarta stessa, che andò in estasi nel vedere la perfezione del proprio operato. «C’est divin!» esultò quando mia madre provò l’abito terminato la prima volta. «Vous êtes un ange! Mais regardez donc, madame! Oh, elle est céleste! Elle va si bien!»
E continuò a esaltarla con tale ardore ed entusiasmo che ci saremmo preoccupate se la scena non fosse stata tanto comica. Dopo un po’ io e mia madre facevamo fatica a controllarci, ci scambiavamo occhiate divertite, soffocavamo delle risatine ed evitavamo di guardarci negli occhi per paura di scoppiare a ridere. Tali momenti leggeri di complicità erano rari tra noi; sapevo che anche questo sarebbe passato alla svelta, e lo apprezzai particolarmente.
La nostra allegria si protrasse abbastanza da tingere di una gioiosità impaziente la nostra visita a corte. Fu una serata trionfale per mia madre, e io mi sentii scoppiare d’orgoglio quando la regina le fece l’onore di chiederle di entrare nel suo circolo privato; essendo sua figlia, ebbi anch’io il permesso di accompagnarla.
Il padiglione comprendeva numerosi saloni, il più splendido dei quali era riservato ai sovrani e ai loro ospiti di riguardo. Cercai di imitare l’espressione di immutabile serenità di mia madre mentre venimmo accompagnate al loro cospetto, ma dentro tremavo, rimpiangendo di non essermi esercitata a camminare con grazia e pregando silenziosamente di non incespicare avvicinandomi al punto in cui la regina Adelaide sedeva con i suoi ospiti. Mia madre venne condotta a una poltroncina dorata e ricamata accanto alla regina, io a una grande ottomana poco più distante, dove alcune giovani, già sedute, mi sorrisero facendomi posto.
La sovrana si degnò di parlare con tutte le dame che avevano avuto l’onore di sedere in semicerchio attorno a lei, ma siccome numerosi argomenti, per ragioni di decenza e di politica, andavano esclusi, la conversazione fu piuttosto scialba o, come disse mia madre il mattino dopo, «relativamente insipida». «È un peccato» si lamentò «che istupidirsi faccia parte dell’etichetta». Non ero d’accordo. Da dov’ero seduta mi parve che la regina Adelaide vivacizzasse il più possibile il dialogo, ed ero troppo contenta e lusingata dall’onore che ci aveva fatto Sua Maestà per contestare gli argomenti di conversazione alla stregua dei critici teatrali del Times di Londra. Anche re Guglielmo trattò con particolare riguardo mia madre, fermandosi accanto alla sua poltroncina mentre si prodigava in saluti in giro per il salone e discutendo a lungo con lei.
Dal mio punto di osservazione sull’ottomana con le altre giovani ospiti, non potei evitare di notare che il salone reale era considerato una specie di santuario dagli ospiti che non vi erano stati invitati specificamente. Pochissimi avevano il coraggio di varcarne la soglia, e rimasi dapprima sorpresa, poi divertita, quando vidi un invitato dopo l’altro, vestito con eleganza, che si affacciava timidamente per ritirarsi subito. Una giovane donna – alta, magra, bionda, con un bell’abito di seta verde smeraldo – vi si attardò più degli altri a osservare la scena senza traccia di imbarazzo. Quando il suo sguardo si posò su di me, vidi che si trattava di Miss Bettencourt. Sussultai sorpresa, e lei inclinò il capo, le feci un cenno di rimando e dopo un altro istante si allontanò con una tale grazia da far ingelosire perfino una ballerina. La cercai con lo sguardo per tutta la sera, ma non fece ritorno.
Io e mia madre restammo a corte quasi fino a mezzanotte. Non avremmo potuto andarcene prima neanche se avessimo voluto, perché sarebbe stato il massimo della scortesia ritirarci prima dei sovrani. Eravamo entrambe molto stanche quando salimmo a bordo della carrozza, ma il tragitto di ritorno fu comunque piacevole, perché ero orgogliosa di mia madre e lei era contenta di me.
Solo più tardi, ripensando alla serata mentre mi preparavo per andare a letto, ricordai Miss Bettencourt. Mi venne in mente che avrei potuto andare a parlarle, e forse la buona regina l’avrebbe invitata nel nostro circolo prestigioso, e Miss Bettencourt sarebbe stata riconoscente e saremmo diventate ottime amiche. Ma ci avevo pensato troppo tardi. Mentre mi addormentavo dissi a me stessa che non importava. L’idea di diventare simpatica a Miss Bettencourt era sicuramente una pia illusione.
Desideravo tanto delle amiche della mia età, e anche se la mia prima Stagione londinese era stata un turbinio di attività mondane e mi ero fatta molti nuovi conoscenti, non avevo avuto l’opportunità di stabilire veri rapporti di amicizia con altre ragazze. Immagino che l’atmosfera non favorisse la nascita di relazioni solide: eravamo tutte sotto pressione per apparire nella nostra luce migliore, far colpo con la conversazione, incantare con le nostre qualità, trovandoci in competizione per strappare il premio di un buon partito. C’era un numero limitato di giovanotti belli, ricchi, nobili, intelligenti e simpatici, e sono sicura che fossimo tutte consapevoli del disonore che sarebbe ricaduto su di noi se non ne avessimo trovato uno. Non era strano che ci considerassimo rivali.
Io e mia madre ritornammo dalla nostra vacanza a Brighton di buonumore e soddisfatte l’una dell’altra più di quanto non lo fossimo state da tempo. Naturalmente questo cambiamento dell’ordine naturale allarmò le Tre Furie, che si misero subito d’impegno per ricordare a mia madre che non ero affidabile e che, se sembravo obbediente e pentita, significava solo che avevo imparato a ingannarla meglio.
La situazione divenne sempre più frustrante a mano a mano che le giornate autunnali si accorciavano e si avvicinava l’inverno. Cominciai a disperare di diventare una persona buona, iniziai a sentirmi amareggiata e tornò ad affiorare in me la vecchia abitudine delle “conversazioni polemiche”. Se non riuscivo a essere abbastanza brava per soddisfare mia madre e le sue amiche per quanto ci provassi, a che serviva fare del mio meglio? Tanto valeva fare di testa mia e dire ciò che mi pareva.
«Non sono la persona che ero un anno fa» dissi a mia madre alla vigilia del mio diciottesimo compleanno, mentre sedevamo da sole nel mio studio. «Più cose vedo, più penso e rifletto, più mi convinco che nessuno può essere felice se non possiede un profondo senso morale e non si lascia guidare da esso in tutte le circostanze della vita. Cos’altro posso fare per dimostrarti che sono cambiata?»
«Penso che tu abbia smarrito il tuo senso di infallibilità» riconobbe mia madre, osservandomi attentamente. «Però non l’hai ancora sostituito con una dipendenza dalla Guida Infallibile».
«Mi affido a Dio» protestai. «Certo che sì».
Mia madre sospirò, intrecciò le dita e posò le mani sulla scrivania. «Ada, ti conosco meglio di tutti, e non puoi ingannarmi. Quello che mi disturba di più è che, nonostante tutti i nostri sforzi per educarti, manchi ancora di senso morale».
Avvertii un brivido di apprensione. Stava descrivendo una forma di follia. C’erano persone che venivano mandate in manicomio per quello. «Mamma, ti assicuro che non è vero. Perché pensi questo di me?»
«Quando ti conformi a principi di verità e virtù, lo fai solo perché noi ce lo aspettiamo da te, non perché capisci e giudichi preziosa la loro bontà intrinseca».
Per un attimo mi venne voglia di ribattere che non importava, in fondo bastava che il mio comportamento fosse esemplare, ma mi trattenni, perché sapevo che per mia madre cambiava tutto. Mi sentivo intrappolata, giudicata, impotente. Come potevo dimostrare cosa provavo se le mie azioni non venivano accettate quale prova dei miei sentimenti?
Mi venne uno strano pensiero: se avessi avuto una Macchina differenziale dentro di me, invece di un cervello e un cuore, quanto più facile sarebbe stata la mia vita! Nessuno avrebbe potuto dubitare di me, allora. I “pensieri” della Macchina differenziale, o meglio, i calcoli che forniva, erano sempre corretti, sempre visibili. Nessuno poteva contestarla o accusarla di inganni o manipolazioni.
Mi immaginai come una donna all’esterno ma con organi interni meccanici, di lucido ottone, in cui scorreva olio invece di sangue, e mi sentii ribollire dentro una risata folle che minacciò di traboccare. Strinsi le labbra e chinai il capo, ma dovetti compiere uno sforzo notevole per non ridere e piangere contemporaneamente.
Mia madre dovette interpretare quella mia lotta interiore come il primo segno autentico di contrizione, e sospirò, ammorbidendosi. «Credo di sapere cosa potrebbe esserti utile».
Sollevai il capo diffidente e la guardai prendere un libro da un cassetto e allungarmelo. Lo presi in mano, dubbiosa, scrutai senza capire il dorso dove avrebbe dovuto trovarsi il titolo e aprii la copertina, vedendo che tutte le pagine erano bianche. «Un diario?»
Mia madre annuì. «Con uno scopo ben preciso. Il dottor King è stato una guida spirituale eccellente, e ha condiviso con te molti precetti morali importanti. Credo che quei principi si rafforzerebbero nella tua mente se tu li scrivessi in un diario. Trascrivere le sue parole ti spingerebbe a riflettervi più profondamente, e le raccoglieresti in un luogo dove poterle ritrovare nei momenti di debolezza o dubbio».
Sembrava troppo facile: mi ero aspettata una punizione più dura, o almeno un esercizio più arduo. «Trovo che sia un’ottima idea» dissi cauta, chiudendo il libro e posandomelo in grembo.
Quando mia madre parlò al dottor King del suo piano, questi si dichiarò subito d’accordo, e promise di scrivermi ancora più spesso e di venire a Fordhook per riprendere le passeggiate e le chiacchierate di un tempo, quando i suoi impegni e le condizioni climatiche lo avessero permesso. Mi consigliò anche di concentrarmi sulla matematica e le scienze per tenere sotto controllo l’immaginazione e riempire il vuoto creato nella mente dall’assenza degli stimoli di Londra. In particolare, mi suggeriva lo studio “scrupoloso e attento” della geometria euclidea, che per me era come una meravigliosa vacanza.
Mai ero stata tanto felice di accettare delle punizioni, e per tutto l’inverno studiai con passione. All’inizio del nuovo anno scrissi al dottor King per dirgli quanto fossi contenta di seguire i suoi consigli, ne avvertivo già gli effetti benefici sui miei pensieri disordinati, e volevo aggiungere un corso di aritmetica e algebra al mio piano di studi, e anche di astronomia e ottica non appena avessi padroneggiato i concetti matematici necessari per capirle.
Com’era meraviglioso che lo studio della matematica avesse un ruolo di spicco nella ricetta fornita dal dottor King per dominare le passioni e l’immaginazione! Abbracciai con foga la geometria euclidea, l’algebra e tutto il resto: più imparavo, più mi sembrava di scoprire ciò che non sapevo. Mi rimpinzavo felice di nozioni, di formule e dimostrazioni, e trovavo prodigioso vivere in un’epoca in cui venivano scoperti ogni giorno nuovi concetti scientifici e matematici.
Doveva essere un dono della Provvidenza, decisi, che mi aveva fatto nascere al momento giusto. O forse, invece, questa sorgente di conoscenza aveva aspettato proprio me per sgorgare.
«Ada, ricorda la moderazione» mi mise in guardia il dottor King. «Anche la matematica e il miglioramento di sé possono generare eccessi. Non devi permettere a una nuova mania di sostituirne una vecchia».
Una mania, ancora. Sempre la stessa parola che veniva sbandierata quando mi dedicavo alle mie passioni. Quello che mia madre e la sua banda di consiglieri non capivano o non approvavano veniva etichettato come una malattia. Desideravo tornare a Londra, da Mr Babbage, Mr Dickens, da Mrs Somerville che continuava a sfuggirmi, dove il genio era celebrato e l’immaginazione incoraggiata, non guardata con paura come un incendio da spegnere prima che distruggesse l’intero villaggio.