16.

Una mente da comprendere l’universo

Marzo-maggio 1834

Non avevo ancora raggiunto la perfezione quando iniziai la seconda Stagione londinese, e a posteriori ne sono felice, perché sarei diventata una giovane donna noiosissima se ci fossi riuscita. La perfezione che ammiravo nella Macchina differenziale di Mr Babbage non era solo impossibile da trovare in un essere umano, ma anche per nulla auspicabile. A otto anni lo capivo, ma a diciotto lo avevo dimenticato. Fortunatamente quel concetto essenziale che mi era sfuggito tra l’infanzia e l’età adulta mi fu restituito mentre ero ancora abbastanza giovane e ottimista per farne buon uso.

Ma non corriamo. Quando iniziò la mia seconda Stagione a Londra, ero ancora decisa a diventare la giovane donna esemplare che mia madre era stata alla mia età. Anche allora, però, non me la sentivo di temere l’immaginazione come avrebbero voluto lei e il dottor King. Ne capivo i pericoli, il potere di seduzione, ma detestavo che venisse denigrata. Quando mi esortavano a schiacciarla, a contenerla, mi veniva voglia di prendere tra le braccia la mia povera immaginazione offesa e di proteggerla dai colpi dei genitori inferociti e dei loro alleati, come se fosse un gattino appena nato e indifeso.

Il fatto che concepissi una cosa del genere dimostra quanto mediocre fossi nel tenere a freno l’immaginazione.

Anche se cercavo di dar prova di onestà e obbedienza, quando io e mia madre ci stabilimmo nella nostra residenza di Mayfair, resistetti alla tentazione di confessarle che la mia immaginazione prosperava, più curiosa ed esuberante che mai. Ero segretamente felice di aver scoperto che fosse quel genere di creatura selvatica in grado di sopravvivere in cattività.

Poco dopo essere tornate in città partecipammo a un altro ricevimento dei sovrani a Saint James’s Palace. Questa volta, con un abito di seta verde chiaro decorato da fiocchi, restai accanto a mia madre mentre altre ragazze in raso e seta bianca venivano presentate al re e alla regina. Alcune di esse sembravano terrorizzate, certe avevano un passo malfermo al momento dell’inchino, ma nessuna commise gli errori che le avrebbe condannate alla vergogna eterna che Miss Bettencourt mi aveva prospettato, o meglio, augurato.

Miss Bettencourt. Non la vedevo né pensavo a lei da mesi. Mi guardai attorno in salotto ma non la vidi, e mi chiesi perché fosse assente. Forse, pensai, più curiosa che maligna, non era stata invitata.

Mentre osservavo la sala, mi cadde lo sguardo su un uomo che conoscevo: il colonnello Francis Doyle, zio della mia amica Fanny, fratello della Furia Miss Selina Doyle, e uno degli avvocati più fidati di mia madre. Stava chiacchierando con un signore che sembrava un po’ più vecchio di mia madre, e mentre lo osservavo mi parve di conoscerlo. Aveva capelli castani sottili e lineamenti che, se non brutti, non erano abbastanza regolari da essere considerati belli: guance paffute, naso aquilino, bocca stretta. Quando si sentì osservato mi guardò e si bloccò, impallidendo. Il colonnello Doyle, rendendosi conto che l’amico non lo ascoltava più, seguì il suo sguardo per vedere cosa l’avesse distratto e mi vide. I due si scambiarono qualche breve frase; lo sconosciuto annuì e il colonnello Doyle lo accompagnò da me.

Circospetta, mi guardai attorno in cerca di Fanny, e quando non la vidi cercai mia madre. Purtroppo era impegnata in una conversazione con Sir Robert Peel e sapevo che non le sarebbe piaciuto essere interrotta.

«Miss Byron?» disse il colonnello Doyle, fermandosi davanti a me. Il suo compagno mi fissò con una tale intensità che dovetti abbassare lo sguardo.

Ignorando lo sconosciuto, feci un sorriso educato al colonnello. «Sì, colonnello Doyle?»

«Questo signore era un caro amico di vostro padre fin dai tempi della scuola, e gli farebbe molto piacere conoscervi. Miss Byron, permettetemi di presentarvi Sir John Cam Hobhouse. Sir John, vi presento Miss Augusta Ada Byron».

Hobhouse. Avvertii un lampo di riconoscimento sentendo il nome, e feci di tutto per nascondere l’improvviso imbarazzo mentre ci scambiammo le solite frasi di circostanza. L’uomo che avevo di fronte era stato il miglior amico di mio padre, e sapevo che mia madre lo disprezzava. Lo considerava il peggiore della “banda di Piccadilly”, come chiamava gli amici leali e i compagni di bevute di mio padre che lo avevano trascinato sulla strada dell’ubriachezza e dell’abiezione, rovinando il suo matrimonio e contribuendo non poco alla Separazione.

«Che piacere rivedervi, Miss Byron!» esclamò Hobhouse sorridendo. «Naturalmente non vi ricorderete di me. L’ultima volta che vi ho visto avevate sei settimane».

Sentii un nodo in gola e cercai di deglutire. Quest’uomo, che mia madre mi aveva sempre insegnato a considerare il più spregevole e subdolo dei suoi simili, aveva conosciuto mio padre meglio di chiunque altro. «Non vi ricordo» riuscii a dire, «ma ho sentito parlare di voi».

Annuì con aria mesta. «Immagino che la maggior parte di quelle storie non mi abbia messo in buona luce».

Un’ondata di ricordi – non miei, ma aneddoti che avevo sentito raccontare da mia madre e dai suoi amici – si abbatté su di me. «Non vorrete insinuare che mia madre abbia mentito parlando di voi» dissi. La voce mi tremò e si spense, come se una mano mi stringesse la gola.

«No, certo che no…»

«Perché mi sembrava che intendeste proprio quello». Annuii con decisione a lui e al colonnello Doyle. «E adesso, se volete scusarmi, signori, credo che mia madre mi cerchi».

Mi voltai e mi allontanai, confondendomi tra la folla, ingoiando avidamente l’aria e cercando di ricacciare indietro le lacrime. Era inevitabile che incontrassi vecchi amici di mio padre in società, dissi a me stessa cercando di ricompormi. Mi ero abituata agli incontri con i suoi lettori fedeli, che erano numerosissimi, ma parlare con qualcuno che lo aveva conosciuto intimamente era un’esperienza del tutto diversa, anche se non avrei mai immaginato che potesse avere un effetto tanto devastante su di me…

«Miss Byron?» Sentii un tocco femminile sul braccio. «State bene?»

Mi fermai, ma nel mio turbamento ebbi bisogno di un altro istante per parlare. «Buonasera, Lady Byron». Non era mia madre ma la moglie del settimo barone Byron, il capitano George Anson Byron. «Come state?»

«Io bene, mia cara, ma voi non si direbbe». Mi cinse le spalle con un braccio e mi accompagnò in una zona più appartata del salotto, dove avremmo potuto parlare senza essere disturbate. «Cosa succede? Volete che cerchi vostra madre?»

«Non subito». Trassi un respiro profondo e cercai di calmare il battito frenetico del cuore. «Sono stata presentata a un uomo orribile, una vecchia conoscenza di mio padre, Sir John Cam Hobhouse».

«Sir John un uomo orribile?» Lady Byron scosse il capo, perplessa. «Non l’ho mai sentito definire in quel modo. Non oso immaginare cosa possa avere fatto per meritarlo, soprattutto se l’avete appena conosciuto».

«Ecco…» Esitai, confusa. «Non ha fatto o detto nulla di offensivo, in realtà, ma… la sua reputazione lo precede».

«Capisco» disse Lady Byron annuendo. «Mia cara ragazza, non vorrei contraddire o criticare la persona verso la quale è vostro dovere dimostrarvi più leale, ma lasciatemi dire una cosa». Fece una pausa, scegliendo con cura le parole. «Da quanto ne so, Sir John Hobhouse è sempre stato un uomo perfettamente rispettabile e onesto, e benché sia saggio tenere in considerazione le opinioni dei nostri genitori, dobbiamo stare attenti a non assorbirne i pregiudizi insieme alla saggezza».

«Pregiudizi?»

«Arriva un momento, nella vita di ogni giovane donna, in cui deve imparare a fidarsi di ciò che le dicono i suoi sensi, le sue esperienze, se non confermano ciò che ha sentito dagli altri». Sorrise e abbassò la voce. «Spero che non mi metterete in difficoltà con vostra madre per avevi detto questo».

«Certo che no».

«Bene». Lanciò uno sguardo oltre la mia spalla. «Mi pare di vedere vostra madre, laggiù, se avete bisogno di lei».

Ci separammo, e attraversai la folla per raggiungere mia madre mentre i pensieri mi si accavallavano in mente. Avevo lasciato Hobhouse tanto in fretta che non avevo avuto il tempo di riflettere sulle mie sensazioni. Se l’avvocato di mia madre lo considerava un amico, se Lady Byron lo definiva onesto, era possibile che mia madre si sbagliasse? Non volevo credere che mi ingannasse volontariamente, ma forse conosceva solo i suoi lati negativi.

Mi sentii sprofondare rendendomi conto di quanto ero stata scortese con lui e il colonnello Doyle. Potevo solo sperare che avrebbero scusato il mio comportamento attribuendolo alla mia giovane età, anche se non avrei potuto usare quella scusa ancora per molto. Se mi fossi saputa controllare e avessi evitato di emettere un giudizio, chissà che storie affascinanti avrei potuto sapere su mio padre dal suo migliore amico.

A un tratto l’immaginazione mi riportò sulle rive del lago Léman e alle storie che il cugino di mia madre, Robert Noel, mi aveva raccontato su mio padre, il castello di Chillon e Villa Diodati; a Genova e allo studio del pittore, il maestro Isola, che aveva ritrovato tracce di mio padre in me, la linea della mascella, il modo in cui studiavo il soggetto, il movimento della mano mentre dipingevo. Erano squarci preziosi su un passato che mia madre non poteva, o non voleva, mostrarmi.

Quali nuove storie avrebbero potuto accaparrarsi la mia immaginazione in quel momento, se non fosse stato per le mie supposizioni? Mi rimproverai per avere perduto un’opportunità che probabilmente non si sarebbe più ripresentata. Potevo solo trarne un insegnamento. Non ero più una bambina, e dovevo pensare con la mia testa.

Mi resi conto che quelli erano pensieri pericolosi, trasgressivi, ma invece di scacciarli decisi di serbarli per vedere dove mi avrebbero condotta.

Qualche tempo dopo ebbi l’occasione di incontrare qualcuno che ero estremamente propensa ad apprezzare. Avvenne a una cena alla quale mi recai con Lord e Lady Byron e il loro figlio George, mio fratello onorario. Mia madre, che era indisposta, non venne, ma poco dopo il nostro arrivo scoprii che era presente l’editore di mio padre, John Murray.

Anche se eravamo già stati presentati, non lo conoscevo bene. Lui e mia madre di tanto in tanto corrispondevano a proposito dell’opera di mio padre, ma sebbene avessero un rapporto civile, non erano amici. Nel corso degli anni avevo sentito mia madre criticarlo aspramente: di recente, qualche anno prima, a proposito di una lite sulla pubblicazione dell’autobiografia di mio padre e del manoscritto che era stato bruciato. Due settimane prima avrei potuto evitare Mr Murray come avevo fatto con Hobhouse, ma avevo imparato la lezione e decisi di essere cordiale.

Mi salutò calorosamente quando mi avvicinai, e si informò su mia madre. Diede prova di tatto non facendo menzione del libro di memorie di mio padre né di altri argomenti che avrebbero potuto ferirmi, ma rievocò invece episodi divertenti o interessanti della collaborazione con lui.

«Vi fu un’altra volta, ricordo, poco prima del Natale 1822» disse Mr Murray, con lo sguardo perso. «Lord Byron era a Genova, allora, e mi scrisse una lettera di almeno sei pagine, criticandomi per una decisione che ora rimpiango».

«Quale decisione, se posso chiedervelo?»

«Certo che potete. Chiedere non costa nulla». Murray si passò una mano sul mento con espressione imbarazzata. «Confesso che trovavo i canti più recenti del Don Giovanni di Lord Byron troppo spinti, e avevo rifiutato di pubblicare altre opere sue. In una lettera, mi incitava a continuare a pubblicare le sue poesie, affermando che non si fidava di nessun altro, cosa che, lo confesso, mi lusingava. Mi assicurò anche che mi avrebbe rimborsato le eventuali perdite economiche che avessi dovuto subire se i nuovi volumi non si fossero venduti». Fece un sorriso amaro. «Il giorno dopo mi scrisse di nuovo per lagnarsi di una revisione mediocre e per criticarmi perché avevo tagliato una dedica a Goethe da una delle sue poesie».

«Immagino che compiacere i poeti possa rivelarsi difficile» replicai, divertita.

«Alcuni sono più esigenti di altri» ammise, e seppi d’istinto che non avrebbe detto nient’altro di negativo su mio padre in mia presenza, e per questo lo apprezzai. «Altri autori sono più tolleranti, basta che stampi il libro correttamente e non ometta fatti essenziali o, Dio ce ne scampi, pagine intere del manoscritto».

Sorrisi. «Credo che, in quel caso, avrebbero il diritto di lagnarsi».

«Sono d’accordo con voi, ed è per quello che cerco di non commettere errori». Aggrottò la fronte, picchiettandosi il mento con l’indice. «Da quanto ho capito vi interessate di matematica e scienze come vostra madre, vero?»

«Sì, certo».

«Credo che vi piacerebbe un nuovo libro che sto per pubblicare alla fine di questo mese. Ve ne procurerò una copia. Parla del collegamento esistente tra i diversi rami della scienza. Si chiama Sulla connessione delle scienze fisiche, e l’ha scritto Mrs Mary Somerville. Conoscete la sua opera?»

«Certo!» esclamai. «Aspettavo di leggere il suo nuovo libro fin da quando ne ho sentito parlare, quasi un anno fa. Sono felice di sapere che l’attesa è quasi finita».

«Sono sicuro che Mrs Somerville sarebbe lieta di saperlo. Vi piacerebbe conoscerla?»

«Moltissimo!» esclamai. «Da molto tempo spero che le nostre strade si incrocino, un giorno, e che qualche anima buona mi presenterà».

«Le vostre strade si potrebbero incrociare tra cinque minuti, se lo desiderate» disse Mr Murray con un sorriso. «Mrs Somerville è in biblioteca, e sarei felice di presentarvi».

Se fossi stata il tipo di donna incline agli svenimenti, probabilmente avrei perso i sensi in quel momento, perdendo l’occasione di incontrare, finalmente, il mio idolo. Per fortuna, invece, avevo la testa sulle spalle, sebbene tutto sembrasse indicare il contrario, e accettai con entusiasmo la proposta di Mr Murray.

Mi accompagnò nella stanza accanto, dove mi sentii subito a casa, grazie alle pareti coperte di libri e l’odore piacevole e familiare di cera d’api, carta vecchia e rilegature di pelle tipico di tutte le biblioteche. Diversi ospiti discorrevano nella sala stretta e lunga, ma Mr Murray mi condusse verso una grande finestra dall’altra parte della biblioteca, dove erano disposte due poltrone e un divanetto che formavano un confortevole angolo per la lettura. Una donna di circa cinquantacinque anni era seduta in poltrona. Una coppia un po’ più anziana sedeva sul divano, e un uomo più giovane, che aveva una decina d’anni più di me, era accanto alla prima donna, un braccio dietro la schiena, l’altro posato sullo schienale alto della sua poltrona. Aveva un aspetto familiare, come se mi fosse stato presentato a un ballo o a un ricevimento ma non avessimo avuto modo di conoscerci meglio.

I quattro ospiti stavano chiacchierando quando io e Mr Murray entrammo nella stanza, ma mentre ci avvicinavamo la coppia si alzò, salutò e se ne andò, offrendoci l’opportunità che cercavamo. Il cuore si mise a martellarmi e la bocca mi diventò secca, ma era troppo tardi per ripensarci, perché ormai mi trovavo davanti alla donna che avevo tanto desiderato incontrare.

Mrs Somerville aveva lineamenti marcati e piacevoli in un viso ovale, gli occhi bruni, le labbra carnose con l’ombra di un sorriso. Portava i capelli castani stretti in una crocchia complicata sulla nuca, con qualche riccio che le ricadeva sui lati ad addolcirle il viso. Aveva uno sguardo penetrante ma un’espressione calma, dolce, intelligente; eppure ero terrorizzata.

Riuscii a rispondere in modo coerente quando Mr Murray ci presentò e Mrs Somerville mi rivolse la parola, e sono sicura che fui educata quando venni presentata all’uomo al suo fianco, Woronzow Greig, il figlio maggiore nato dal suo primo matrimonio. Per un attimo mi venne da chiederle se conosceva Charles Murray Knight, ma mi dissi appena in tempo che Mr Knight doveva avere mentito sul fatto di conoscerla proprio come aveva mentito su tutto il resto, e non volevo ammettere di avere avuto rapporti con una persona tanto orribile.

Mrs Somerville ci invitò a sederci, e aveva un modo di fare tanto spontaneo e gentile che mi sentii subito a mio agio. Le chiesi del suo libro che stava per essere dato alle stampe e sembrò lusingata dalla mia impazienza di leggerlo. «Ho lavorato tanto al manoscritto – mettendo bene a fuoco gli argomenti, affinando il linguaggio perché fosse chiaro ma preciso – che confesso di essermi chiesta se lo avrei mai considerato all’altezza di essere pubblicato» disse, con la sua piacevole voce da contralto. «E adesso eccomi qui, pronta a sottoporlo al giudizio dei lettori con l’aiuto di Mr Murray, naturalmente».

Lui fece un inchino e si sedette sull’altra poltroncina. «Miss Byron condivide la vostra passione per la matematica e la scienza».

«Davvero?» chiese Mrs Somerville sollevando le sopracciglia. «Le considerate un piacevole passatempo, Miss Byron, o sperate di dedicarvi la vita?»

«La vita» risposi con passione. «Benché sappia che molti lo giudicano un interesse strano per una donna».

Mrs Somerville scambiò un’occhiata divertita col figlio. «Oh, Miss Byron, non prestiamo attenzione a gente del genere».

«La matematica in particolare mi affascina e mi ispira» dissi. «È così da sempre. Mi piacerebbe moltissimo seguire un percorso come il vostro, fare scoperte stupefacenti che non siamo ancora in grado di immaginare, e vedere il mio nome ricordato per sempre con il vostro, quello di Newton, Euclide…»

«Affiancate il mio nome a quello di personaggi molto illustri, e non sono sicura che lo meriti. È la fama che cercate?»

«Niente affatto. Ho potuto sperimentarne gli effetti, sebbene in modo fugace, e non mi interessa. Voglio scoprire qualcosa, svelare l’ignoto, non per me, ma per contribuire al progresso della scienza, alla somma della conoscenza umana. Per quanto riguarda la celebrità…» Feci un respiro profondo e mi buttai. «Se non posso sfuggirvi, voglio che derivi da imprese realizzate da me, non da mio padre».

Il torrente di parole si arrestò all’improvviso. Turbata, mi osservai le mani in grembo, con le guance rosse. Non avevo mai confessato questo desiderio segreto a nessuno, neppure al dottor King, e avevo l’ordine di dirgli tutto.

«È un obiettivo ammirevole desiderare di contribuire al progresso della scienza» disse Mrs Somerville con tatto. «Spesso, però, non lo si realizza tanto quanto lo si vorrebbe, neppure in quest’epoca portentosa, in cui scoperte e progressi sembrano manifestarsi ogni giorno». Si sporse con un sorriso cordiale. «Vi ammiro, Miss Byron, per il vostro proposito, ma fate attenzione ad apprezzare i processi di investigazione e sperimentazione quanto il momento di scoperta. Vi assicuro che trascorrerete anni a lavorare duramente e solo pochi istanti a gridare Eureka!».

Sorrisi con il cuore colmo di gratitudine e gli occhi umidi. Lei ammirava me. Non liquidava come arrogante o folle il mio desiderio di abbracciare la sua stessa carriera. Era un atteggiamento molto più incoraggiante di quello che avevo ricevuto dai miei tutori, che vedevano i miei studi solo come un mezzo per tenere sotto controllo la mia immaginazione esagerata.

«Grazie, Mrs Somerville» dissi, piena di speranza e gratitudine. «Non me lo dimenticherò».

Mr Murray riportò il discorso sulla mia domanda originale che riguardava il libro. Come indicava il titolo, Mrs Somerville era convinta che i diversi rami della scienza naturale non fossero poi tanto distanti, ma che scaturissero invece dalla stessa sorgente di conoscenza. «Voglio che il mio libro dimostri l’incredibile tendenza, da parte delle scoperte scientifiche moderne, a semplificare le leggi della natura e a unificare questi rami distinti in virtù di certi principi generali» disse. «Capire che tutte le scienze sono essenzialmente una invece di considerarle appartenenti a universi distinti che condividono delle frontiere ma nessun territorio migliorerà, credo, la nostra comprensione in modi che non riusciamo ancora a immaginare».

Annuii. «Non si possono capire i rami se non si parte dal presupposto che sono parti dello stesso albero».

«Esatto» disse, lanciando un’occhiata di approvazione a Mr Murray.

«Accetto, intuitivamente, che le scienze siano legate tra loro» dissi, «ma in che modo sono connesse? Alla radice, presumo, per continuare con la stessa metafora, ma come lo osserviamo nella pratica? Oppure è impossibile?»

«Sì che possiamo» disse Mrs Somerville. «E non è neppure tanto difficile. Scegliete semplicemente uno dei rami e seguitelo fino a un ramo più grosso e poi al tronco. Lì si incontrano tutte». Devo avere avuto un’aria perplessa, perché abbozzò un sorriso e aggiunse: «Intendo facilitare il compito ai miei lettori includendo nelle edizioni successive nuovi dati e scoperte emersi dopo la prima edizione».

«E mi aspetto che le edizioni saranno numerose» disse Mr Murray, e con umiltà sincera Mrs Somerville lo ringraziò.

«Spero che voi e Lady Byron verrete a trovarmi nella mia casa di Chelsea» mi disse quando fummo costrette a salutarci. «È un piacere raro parlare di matematica con delle donne che trovano l’argomento affascinante quanto me».

La ringraziai molto e le promisi che ci saremmo andate presto.

La settimana successiva – mia madre trovava poco educato andarci subito, nonostante le mie preghiere – facemmo visita a Mrs Somerville al Royal Hospital Chelsea, una meravigliosa residenza per membri dell’esercito in pensione voluta da Carlo II e progettata dal celebre architetto Sir Christopher Wren, dove abitava con suo marito, il dottor William Somerville, che vi lavorava come medico; con il tempo imparai a conoscerlo e scoprii che era buono, generoso e comprensivo come la moglie. Incoraggiava Mrs Somerville a dedicarsi alla scienza e alla matematica, correggeva i suoi manoscritti, le presentava scienziati illustri che incontrava grazie ai suoi contatti medici e militari e le procurava libri alla Royal Society, della quale era membro ma dalla quale lei, essendo donna, era esclusa nonostante i suoi successi.

Mrs Somerville ci accolse con calore nella casa che divideva col marito, le due figlie e spesso, se si contavano le visite frequenti, con Woronzow Greig, il figlio maggiore, l’unico ancora in vita del suo primo matrimonio. La residenza era arredata in modo semplice ma elegante, e denotava ottimo gusto, ricchezza discreta e un’avversione per l’eccesso, l’associazione perfetta di ordine militare e praticità femminile. Il timore che mia madre non amasse Mrs Somerville più di Mr Babbage si rivelò infondato, perché scoprirono rapidamente di avere molti punti in comune e diventarono ottime amiche.

Da quel momento in poi mia madre non protestò mai quando le chiesi se potevo andare a trovare Mrs Somerville, perché concluse che la nostra nuova amica avrebbe avuto una buona influenza su di me, per il genio matematico e per la sua educazione. Era eccellente in tutto, un modello di serenità, decoro, moderazione, e avrei fatto bene a emularla.

Se mia madre avesse saputo quanto desideravo imitarla, avrebbe avvertito il dottor King che correvo il pericolo di sviluppare un nuovo entusiasmo. Fui molto grata, e lo sono ancora oggi, alla saggia e buona Mrs Somerville per avermi preso sotto la sua ala protettrice. Mi dimostrò grande pazienza quando la tempestai di domande di matematica e astronomia, i suoi argomenti preferiti, e su argomenti più delicati, come muoversi nel mondo complicato della società londinese, come diventare una matematica quando eravamo tanto rare, e come andare più d’accordo con mia madre.

Ultimamente io e mia madre eravamo entrate in una delle nostre fasi difficili, e purtroppo la sua breve assenza da Londra non sembrava alleviare la tensione. Qualche giorno prima era tornata a casa a Fordhook perché il nuovo collegio per bambini poveri che stava creando a Ealing Grove era giunto a un momento critico. Come sempre, fondare una scuola monopolizzava la sua attenzione, e anche molti soldi, perché aveva promesso di pagare tutte le spese per il primo anno di funzionamento, stimate a circa mille sterline.

L’educazione la allontanava da me, e l’educazione era il punto di disaccordo tra noi, in particolare la mia crescente insoddisfazione per la qualità del mio insegnamento di matematica. Nonostante la saggezza del dottor King in ambito medico e morale, lui era un dottore, non un matematico, e la differenza cominciava a mostrarsi. Recentemente, dopo che gli avevo chiesto di chiarirmi alcuni concetti matematici complessi, mi aveva confessato che non li afferrava abbastanza bene da spiegarmeli. «Mi dispiace perché, quando studiavo a Cambridge, leggevo quasi solo i libri assegnati» ammise, «e questo argomento particolare non è mai stato parte del mio corso di studi».

Prima che mia madre partisse da Londra, avevo cercato di convincerla che mi serviva un insegnante di matematica più qualificato, e la nostra discussione continuò per posta dopo che fu giunta a Fordhook. «Il dottor King è un eccellente tutore» aveva scritto rispondendo alla mia lettera con cui la imploravo di trovare qualcun altro. «Ti serve la sua guida morale, e mi fai sorgere sospetti quando cerchi di liberarti di lui».

Non avevo mai suggerito, né di persona né per posta, di volermi “liberare di lui”. Non desideravo rinunciare alle nostre lunghe passeggiate o alle lezioni morali, anche se erano diventate rare da quando ero venuta a Londra. Intendevo ancora corrispondere con lui regolarmente e trascrivere i suoi precetti morali nel diario che mia madre mi aveva dato. Tutto quello che volevo, e che avevo specificamente richiesto, era un nuovo insegnante di matematica, preferibilmente qualcuno che avesse una formazione di matematico. Lo scambio di lettere proseguì tra la figlia sempre più frustrata e la madre implacabile e intrattabile; a un certo punto non riuscii più a capire se mia madre davvero non capiva ciò che le chiedevo o se fingeva solo di fraintendere, per semplice ostinazione.

Un pomeriggio andai a trovare Mrs Somerville, ed ero ancora furiosa per una lettera ricevuta da mia madre quel mattino. «È così difficile progredire quando non ricevo gli insegnamenti adeguati» mi lamentai mentre Mrs Somerville versava il tè e mi offriva un pasticcino. «Il programma che mi bastava quando ero una quattordicenne malata a letto adesso non è più adatto».

«Potete sempre sottoporre a me i vostri quesiti matematici» replicò. «Sono sicura che vostra madre vi aiuterà a trovare un insegnante più adeguato il più presto possibile. Nel frattempo, non date per scontato tutto quello che ha fatto per voi. Vi ha sempre incoraggiato a imparare. Sono poche le ragazze a poter dire altrettanto».

«Dovrebbero esserci delle scuole per ragazze, oltre che per maschi» borbottai.

«Qualcuna c’è, ma voi avete sempre avuto insegnanti privati a casa; secondo alcuni è meglio dell’essere mandati via a studiare». Mrs Somerville sospirò piano. «A me non è piaciuto l’anno trascorso a scuola».

«Un anno solo?»

«Un anno orribile» disse con una voce strana, che destò subito la mia attenzione. «Quando avevo nove anni, venni mandata nel collegio di Miss Primrose a Musselburgh, vicino a Edimburgo, oltre il Firth of Forth rispetto a casa mia, a Burntisland. Qualche giorno dopo il mio arrivo, nel tentativo di correggere la mia posizione, anche se non c’era nulla che non andasse nella mia schiena, mi venne ordinato di indossare un corsetto rigido con dei ganci di metallo sul davanti, sopra la sottogonna. Sopra l’abito avevo delle fasce di metallo che mi tiravano indietro le spalle finché le scapole non si toccavano. Poi una bacchetta di acciaio con un semicerchio che mi arrivava fin sotto il mento era fissata ai ganci di metallo del corsetto perché tenessi la testa ben dritta. In queste condizioni io e quasi tutte le altre ragazzine della mia età dovevamo studiare e fare tutto il resto».

«Che orrore!» esclamai. «Grazie al cielo fu solo per un anno, ma che anno terribile dev’essere stato».

«Il più lungo della mia vita» ammise. «Quando me ne andai, mi sentii come un animale selvaggio scappato dalla gabbia. L’esperienza successiva a scuola risale a quando avevo tredici anni, e in confronto fu una vacanza. Mia madre aveva affittato un appartamento a Edimburgo per l’inverno, e mi mandò a scuola di scrittura. Imparai a scrivere con una bella calligrafia e vi studiai i rudimenti della matematica. Imparai anche ad amare la lettura, e fu un bene, perché da quel momento in poi studiai essenzialmente per conto mio. Di ritorno a casa a Burntisland studiai il francese e imparai da sola un po’ di latino e greco. Naturalmente ero anche obbligata a padroneggiare il cucito, la cucina, la pittura e il pianoforte, le abituali doti femminili». Tacque per qualche istante, immersa nei suoi pensieri. «C’era una persona che approvava i miei interessi intellettuali, uno zio, storico ed ecclesiastico. Leggeva Virgilio con me, mi insegnava il latino, e mi lasciava prendere in prestito i libri della sua biblioteca».

«Fu vostro zio a insegnarvi la matematica?»

«No, non lui. Si potrebbe dire che fu il mio insegnante di disegno, ma senza volere». Mrs Somerville sorrise al ricordo. «Ricevevamo una rivista a casa con dei racconti, illustrazioni di abiti femminili, indovinelli ed enigmi, avete capito di cosa parlo. Un giorno la stavo sfogliando e trovai un’espressione che a prima vista sembrava un semplice problema aritmetico. Quando la esaminai con più attenzione, però, scoprii qualcosa di insolito, linee e simboli strani, delle x e delle y. Chiesi al tutore del mio fratello minore cosa significasse, e mi disse che era un esempio di un tipo di aritmetica chiamato algebra. Ero affascinata, ma non riuscii a trovare nulla sull’argomento nella nostra biblioteca di famiglia».

«Non c’era nessun altro a cui chiedere?»

«Nessuno» rispose Mrs Somerville, ma poi si corresse: «Non c’era nessuno a cui pensavo di poter chiedere. Avrei potuto insistere con l’insegnante di Henry, ma i miei genitori non avrebbero apprezzato. Qualche tempo dopo, invece, mentre aspettavo l’inizio della lezione di disegno, sentii il mio insegnante parlare con due signore che avevano appena finito la lezione, e le esortava a studiare Euclide per imparare la prospettiva. Disse che gli Elementi di Euclide erano essenziali per capire non solo la prospettiva ma anche l’astronomia e tutte le scienze meccaniche».

«Non aveva torto».

«Effettivamente» convenne Mrs Somerville. «Memorizzai l’autore e il titolo, e quando rividi il tutore di Henry lo pregai di aiutarmi a trovare una copia degli Elementi di Euclide. Era un giovane gentile, e la mia insistenza dovette convincerlo, perché mi portò in segreto una vecchia edizione scolastica di Euclide e l’Algebra di Bonnycastle».

«Perché in segreto?» domandai.

«Perché ero solo una ragazza». Prese un’aria mesta. «Mio padre era fermamente convinto che un’infarinatura di lettura, scrittura e calcolo fosse tutto ciò che mi serviva, e non avrebbe mai permesso che facessi altro, anche se non avesse interferito con le mie lezioni di cucito, cucina e il resto. Lui e mia madre temevano che la mia salute avrebbe sofferto se avessi trascorso troppe ore sui libri, perché allora si credeva che la fatica del pensiero astratto nuocesse alla fragile costituzione femminile».

«Che orrore» mormorai, profondamente dispiaciuta. «Ma doveste riuscire a persuadere i vostri genitori a lasciarvi studiare».

«Niente affatto. Quando mio padre mi sorprese a studiare Euclide me lo proibì, e quando insistetti, studiando in camera mia a notte fonda, senza dare fastidio a nessuno, i miei genitori mi tolsero tutte le candele perché non fossi in grado di leggere». Fece un sorrisetto soddisfatto. «Trovai una soluzione anche a quel problema. Memorizzavo i testi durante il giorno, leggendoli di nascosto tra altre occupazioni più femminili, e risolvevo mentalmente le equazioni di notte».

Provai grande pena per la ragazza ostinata e intelligente che era stata, e ammirai la sua diligenza e determinazione. Ero sempre stata incoraggiata a studiare e imparare, e nessuno nella mia famiglia aveva mai insistito nel sostenere che certi argomenti fossero più adatti ai maschi che alle femmine. Provai un’ondata di gratitudine per mia madre e vergogna per non avere capito quanto fosse superiore agli altri genitori sotto questo aspetto.

«Quindi vedete, Miss Byron» disse Mrs Somerville, come se mi leggesse nel pensiero, «benché a volte siate insoddisfatta della vostra educazione o delle qualifiche dei vostri tutori, rispetto ad altre ragazze siete fortunata. Non significa che non dovreste aspirare ad avere l’istruzione migliore possibile, perché è così, ma non sottovalutate l’incoraggiamento e la generosità di vostra madre. Dove sareste senza queste sue qualità?»

Senza matematica e senza scienze? In manicomio, pensai, pazza da legare, a graffiare i muri urlando; ma desideravo troppo fare buona impressione su Mrs Somerville per esprimere ad alta voce quella mia paura segreta.