Sono sempre stata consapevole del mio dovere di sposarmi e mettere al mondo un erede. Era ciò che ci si aspettava da tutte le giovani aristocratiche, ma avvertivo tale obbligo ancora di più per il fatto di essere figlia unica come mia madre. Non c’era nessun altro per svolgere questo compito al posto mio, se mi fossi rifiutata di farlo.
Quando si avvicinò l’inizio della mia terza Stagione, mi sentivo più nervosa e ansiosa di quando avevo cominciato la prima. Non so per quanto tempo mi fossi aspettata di frequentare la società evitando le proposte di matrimonio, ma la fine del divertimento e della frivolezza incombeva ormai minacciosa su di me, e una nuova determinazione si impadronì di mia madre, che si mise a organizzare il mio guardaroba e gli impegni sociali. Invece di ripensare ai giovanotti già incontrati, soppesandone pregi e difetti, o di ripassare la danza e i commenti spiritosi, reagii in modo del tutto irrazionale: studiai con più foga del solito, cercando disperatamente di riempirmi il cervello di idee prima che il matrimonio mettesse fine agli studi.
Il dottor King, che pure mi aveva prescritto uno studio regolare e diligente per curarmi dall’immaginazione eccessiva, temette che non avesse l’effetto calmante sui nervi che si era aspettato. «La lettura indiscriminata non vi gioverà» mi mise in guardia in una lettera da Brighton. «Forse tra un anno potrete esplorare una serie più vasta di argomenti scientifici, ma per ora dovreste concentrarvi sulla matematica, in particolare Euclide, oltre che sulla logica e la morale».
Mi piegai obbediente al suo volere, anche se mi sentivo in preda al panico al pensiero che nel giro di un anno avrei potuto essere sposata e vivere con un marito che non conoscevo in una casa ignota, in mezzo a estranei.
Alla fine di febbraio io e mia madre ci recammo a Londra in giornata, e mentre lei si occupava di trovarci un alloggio per la Stagione, io andai a trovare Mrs Somerville, sperando di sfuggire alle mie preoccupazioni assillanti. La nostra conversazione fu allegra e piacevole, mi diede notizie di Woronzow e delle sue figlie, e io le raccontai dei progressi nei miei studi. Poi la conversazione si spostò su Mr Babbage e le sue due macchine, e a un tratto i miei pensieri si fissarono sulla splendida Dama d’Argento esibita in salotto: bella, aggraziata, elegante da guardare ma incapace di danzare di sua iniziativa, sottoposta al volere del padrone, al suo desiderio o meno di premere il meccanismo che l’automa aveva sulla schiena. Anche quando era liberata dall’arabesque del quale era prigioniera e poteva ballare, era sempre limitata a pochi centimetri quadrati di tavolo, sempre gli stessi gesti, sempre lo stesso posto…
La voce amabile di Mrs Somerville svanì, soverchiata da un ronzio nelle orecchie. Tremai, mi vennero le palpitazioni, mi si strinse la gola e un’ondata di nausea mi sommerse, mentre un velo di sudore mi coprì la fronte e il collo. In preda alle vertigini afferrai i braccioli della sedia e cercai di concentrarmi sulla voce di Mrs Somerville che mi chiedeva, preoccupata, se stavo male. Ricordo che mi aiutò a spostarmi sul divano, sebbene riuscissi appena a reggermi in piedi, poi mi coricai e vidi il dottor Somerville chino su di me, a guardarmi attentamente negli occhi e con le dita sul mio polso per misurarmi il battito.
Cercai di sedermi, ancora intontita, e dopo che ebbi assicurato loro che mi stavo riprendendo il dottor Somerville mi mise dei cuscini dietro alla schiena per sostenermi e Mrs Somerville mi mise in mano una tazza di tè. Una domestica era stata mandata a cercare mia madre, e mi sentivo abbastanza bene quando entrò nella stanza, pallida, con le labbra strette in una smorfia di preoccupazione.
«Adesso sto bene» dissi a tutti, alzandomi dal divano con passo malfermo, ma si trovarono tutti d’accordo nell’affermare che dovevo essere riportata immediatamente a Fordhook. Mia madre mi aiutò a rivestirmi, e il dottor Somerville mi scortò fino alla carrozza, tuttavia ebbi il tempo di udire mia madre parlare con Mrs Somerville di me sottovoce, in tono ansioso.
«Forse è esausta perché studia troppo» disse Mrs Somerville a mia madre. «Oppure la vita a Londra la stanca. Voi la conoscete meglio degli altri, ma se posso permettermi, forse un periodo tranquillo, a riposarsi a casa, le farebbe meglio della frenesia e degli stimoli della città».
Mentre mia madre si dichiarava d’accordo, avevo il batticuore per la paura. Non potevo sopportare di abbandonare gli studi, o di essere privata dell’incoraggiamento spirituale del quale avevo goduto nelle case di Mrs Somerville e Mr Babbage. «Sto bene» insistetti quando mia madre mi raggiunse in carrozza, ma tutto quello che disse fu che era felice di saperlo e che sarebbe stato il dottor King ad avere l’ultima parola.
Venne ordinato subito un esame completo, ma il dottor King non trovò nulla di anomalo, nessun trauma o febbre, nessuna ricomparsa della terribile malattia che mi aveva privato dell’uso delle gambe anni prima. «Può e dovrebbe continuare a studiare» dichiarò, «anche se con meno energia di prima. Credo che l’ozio sia più pericoloso dell’attività».
Era la migliore prescrizione che avrei potuto desiderare, però sapevo che mia madre non mi avrebbe permesso di riprendere le attività a Londra a meno che Mrs Somerville non le avesse confermato che non mi avrebbero nuociuto. Quello stesso pomeriggio mandai una richiesta appassionata di aiuto alla mia guida e amica, dapprima spiegandole il mio capogiro, poi implorandola di non escludermi dalle attività intellettuali che mi arrecavano tanto beneficio. «Sto cominciando a preoccuparmi, perché temo che vogliate mantenermi in uno stato di riposo assoluto. Sapete che non oso disobbedirvi per nessun motivo al mondo» scrissi, perdendo la compostezza che mi ero prefissata. «Non posso negare che mi sentivo a pezzi quando sono partita da casa vostra, e per qualche ragione inspiegabile mi sento debole anche ora, e in questo momento riesco a malapena a scrivervi a causa del tremito della mano, anche se non posso dire di stare male come lo si intende di solito».
Trassi un respiro profondo e intinsi il pennino nel calamaio. Forse, invece di negare che stavo male, cosa che non mi riusciva particolarmente bene, avrei dovuto dirle che stavo abbastanza bene ed ero in via di guarigione. «Tra qualche settimana penso che avrò recuperato le forze, soprattutto se avrò modo di vedervi» scrissi. «Quando sono debole mi sento terrorizzata, non so per che motivo, e non riesco a evitare di assumere un aspetto e un comportamento agitato, come è successo quando me ne sono andata da casa vostra. Non so come ricambiare o ringraziarvi per la vostra infinita bontà, se non cercando di fare la brava e mostrando di trarre profitto dai vostri eccellenti consigli».
Potevo solo sperare che nessuno di quegli «eccellenti consigli» consistesse nel mettere via i libri, languire nell’inattività a Fordhook e perdermi l’intera Stagione, nonché tutti i nuovi sviluppi al numero 1 di Dorset Street. Sapevo che Mrs Somerville aveva scambiato qualche lettera con mia madre mentre io aspettavo con ansia che rispondesse alla mia, ma mia madre non me le leggeva ad alta voce, come facevamo spesso entrambe quando una di noi riceveva posta da conoscenze comuni. Anzi, mia madre non disse mai di avere ricevuto lettere dai Somerville, e se non le avessi viste di sfuggita sul suo vassoio quando la domestica portava la corrispondenza, non ne avrei saputo nulla.
Questo bastò a farmi capire che ero io l’argomento della conversazione, e la mia curiosità mista ad ansia aumentò fino a diventare intollerabile. Confesso che un pomeriggio, mentre mia madre era fuori a occuparsi della scuola di Ealing Grove, entrai di nascosto nel suo studio e frugai tra le sue carte finché trovai una lettera con la calligrafia ben nota di Mrs Somerville.
Avevo sperato di leggere un’analisi dei miei sintomi, forse accompagnata da una terapia suggerita dal marito medico. Ciò che scoprii, invece, mi sconvolse e mi procurò un grande dolore, non per me ma per i Somerville. Sapevo che la mia amica matematica aveva perso dei figli, uno nato dal primo matrimonio e due dal secondo. Ciò che rivelava la lettera era che Margaret, la figlia maggiore del secondo matrimonio, era morta a dieci anni, e che Mrs Somerville si sentiva in parte responsabile. Margaret era stata «una bambina di un’intelligenza e di capacità di gran lunga superiori alla sua giovane età», e Mrs Somerville, animata dall’orgoglio e dall’affetto materno, l’aveva incoraggiata a studiare matematica e scienze, senza limitare il suo desiderio di imparare anche quando sembrava insaziabile. «Non avrei posto dei limiti a mia figlia, precoce, come era successo a me» scriveva, «ma quando si ammalò di febbre cerebrale, rimpiansi la mia tolleranza. Per tutta la vita sentirò più profondamente la sua mancanza, perché ho paura di avere sottoposto a sforzi eccessivi la sua giovane mente».
Commossa, soffocai un singhiozzo e rimisi la lettera nella pila dove l’avevo trovata. Ero addolorata per la mia amica e anche per la povera Margaret, e capii allora perché la mia insegnante temeva che mi rovinassi la salute studiando troppo. Però, anche se avvertivo un pizzico di apprensione, non riuscivo a credere che uno studio eccessivo della matematica potesse dimostrarsi fatale, neanche per una ragazza, e non certo per una ragazza come me. Avevo nove anni più di quanti ne avesse Margaret quando era morta, e mi sentivo più forte. Senza contare, poi, che Mrs Somerville aveva studiato moltissimo da giovane, memorizzando i manuali di giorno e risolvendo le equazioni a mente di notte. Era molto più pesante di tutto ciò che avevo fatto io, eppure non ne aveva mai risentito.
Avrei voluto andare a parlare con mia madre per controbattere con la logica la lettera di Mrs Somerville, ma non osavo farlo, perché non mi era stato dato il permesso di leggerla. Tutto ciò che potevo fare era attendere e sperare che trovasse da sé gli errori nel ragionamento di Mrs Somerville come avevo fatto io, o che quest’ultima capisse che l’intensità delle sue emozioni avevano tratto in inganno il suo intelletto normalmente infallibile.
Cominciai a rilassarmi quando, con il passare dei giorni, nessuno mi ordinò di riporre i libri. A metà marzo scrissi a Mrs Somerville una lettera allegra e piacevole in cui le facevo diverse domande di matematica e astronomia, soprattutto per mostrarle i miei progressi. Avvertii nuove speranze quando rispose alcuni giorni dopo scrivendo, dopo le risposte alle mie domande, chiare ed esaurienti come sempre, «spero di vedervi presto a Londra. Le mie figlie, Woronzow e Mr Babbage vi mandano i loro più cari saluti».
Mi esaltai, perché Mrs Somerville non mi avrebbe dato false speranze. Doveva significare che lei e mia madre, e anche il dottor King, avevano deciso che non sarei stata tenuta al bando da Londra.
Da quel momento in poi aspettai che da un momento all’altro mia madre mi dicesse di fare i bagagli per partire; lo fece, in effetti, ma i suoi ordini non erano assolutamente conformi alle mie attese. Lei si sarebbe recata a Seaham per qualche giorno, poi a Londra, mentre io sarei andata a Brighton per seguire una cura ricostituente che mia madre aveva sempre trovato ottima per la salute.
Manifestai il mio disappunto, e la mia reticenza aumentò quando venni informata che ad accompagnarmi sarebbe stata Miss Frances Carr, di gran lunga la più sgradevole e noiosa delle Furie; ma quando mia madre dichiarò che quel soggiorno era la condizione essenziale per recarmi a Londra, accettai.
Il viaggio di ottanta chilometri verso la località balneare nel Sussex durò due giorni in carrozza, e richiese la sosta in una locanda lungo il tragitto. Il tempo, per fortuna, fu bello, e siccome la carrozza aveva posti a sedere davanti e dietro, viaggiai quasi sempre all’aperto, non solo per sfuggire alla presenza opprimente di Miss Carr, ma anche per ridurre il fastidio del dondolio continuo del veicolo e per godermi il sole caldo e il venticello fresco.
L’appartamento che mia madre ci aveva prenotato al Brunswick Hotel offriva un panorama meraviglioso sul mare e sui giardini adiacenti, e dopo una passeggiata tonificante lungo la spiaggia e una cena deliziosa, decisi che una vacanza riposante per rafforzarmi e stimolarmi, in preparazione delle sfide della prossima Stagione, non era poi un’idea malvagia. Andavo a cavallo ogni giorno, leggevo romanzi e studiavo matematica, ma non troppo, secondo gli ordini del dottor King, solo quando mi veniva un dubbio mentre camminavo lungo la spiaggia ascoltando le onde che si infrangevano sulla rena, e la curiosità mi spingeva a cercare la risposta. Miss Carr mi accompagnava a concerti e balli, e scoprii che non era acida e severa come quando le altre due Furie erano con lei a incitarla.
Anche se le giornate erano gradevoli e piene di distrazioni, i miei pensieri correvano spesso a Londra, e in particolare alla Macchina differenziale e a colei che le sarebbe succeduta. Da quando ero giunta a Brighton avevo avuto solo di rado notizie di Mrs Somerville, e nulla da parte di Mr Babbage, e benché mi avessero consigliato di non agitarmi inutilmente, ero sempre più curiosa e preoccupata per la faccenda irrisolta del finanziamento, i progressi del suo progetto della Macchina analitica e lo stato della Macchina differenziale ancora incompleta. Speravo ardentemente che non fosse stata abbandonata nel laboratorio, e che se Mr Babbage non la mostrava più ai suoi ospiti, che ricordasse almeno di mandare la domestica a spolverarla bene, di tanto in tanto.
Il 4 aprile, con la Stagione ormai alle porte, scrissi a Mrs Somerville, sperando che dicesse a mia madre che le parevo del tutto guarita. Cominciai con un breve e spiritoso resoconto del nostro lungo e faticoso viaggio in carrozza, e poi, dopo avere ordinato i pensieri prima di mettermi a scrivere, parlai della mia salute.
Per quanto mi riguarda, mi sono rimessa in forze. Ho assunto quella che per me è sempre stata la medicina più efficace: l’equitazione. E se devo credere alle parole delle vostre figlie su questo argomento sensibile, temo che susciterei in loro odio, gelosia, invidia e ogni sorta di sentimenti negativi confessando che vado a cavallo alla scuola di equitazione ogni giorno, e – soprattutto – che faccio salti a mio piacimento. Vi assicuro che non esiste per me un esercizio più piacevole del sentire il cavallo che vola sotto di me. È ancora meglio del valzer.
Adesso riesco a studiare matematica, sempre che non lo faccia troppo a lungo, e siccome ho deciso che in questo momento non mi importa fare progressi, ma prendo le cose con calma e solo allo scopo di intrattenere la mente, non corro il rischio di esagerare.
Scrissi ancora qualcosa a proposito del clima, e di alcune persone interessanti che avevo conosciuto, e conclusi con un allegro invito a Mrs Somerville e alle sue figlie perché venissero a trovare me e Miss Carr a Brighton. «Non è troppo tardi» scrissi, «e vi prego di prenderlo in considerazione». Le invitavo sinceramente, perché sarebbe stato piacevole trascorrere un po’ di tempo insieme, ma il commento serviva anche a mostrare che non avevo troppa fretta di andarmene. Mi sembrava che serenità e appagamento avrebbero suggerito che mi ero ristabilita, mentre lo scontento e l’impazienza di lasciare Brighton sarebbero stati interpretati come segni del fatto che la tranquillità mentale che tutti auspicavano per me non era ancora stata raggiunta.
Non so se la mia lettera avesse convinto Mrs Somerville, o Miss Carr avesse mandato dei rapporti favorevoli su di me, o mia madre avesse capito che sarebbe stato difficile per la sottoscritta prendere parte alla Stagione a ottanta chilometri di distanza, e non potrò mai saperlo, ma alla fine mia madre mi chiamò a Londra. A metà aprile ero felicemente insediata nell’appartamento che ci aveva affittato al 10 di Wimpole Street a Marylebone, a meno di un chilometro dalla casa di Mr Babbage.
Un invito alla sua prossima soirée mi aspettava al mio arrivo, e riuscii a malapena a controllare l’entusiasmo quando mia madre e io varcammo la soglia della dimora georgiana che ormai conoscevo bene, dove gli amici ci salutarono calorosamente e facemmo la conoscenza di persone nuove. Io e Mr Babbage avevamo molto da raccontarci, e ci felicitammo l’un l’altro di trovarci in buona salute e di buonumore. Ero felice di sapere che non aveva abbandonato la Macchina differenziale ma aveva continuato a lavorarci come gli era stato possibile, mentre il suo ingegnere, chissà dove, si ostinava a tenergli il broncio. «Mi sono venute diverse nuove idee per la Macchina analitica» mi disse, promettendo di mostrarmi i suoi ultimi disegni alla mia prossima visita. Non aveva nessuna novità sui finanziamenti che attendeva.
«Immagino che la si possa considerare una buona notizia» gli feci notare. «Almeno Sir Robert Peel non li ha annullati».
«Solo perché non ci ha ancora pensato, ne sono certo» disse Mr Babbage. «Non ha potuto occuparsi di me, non è riuscito a ottenere la maggioranza alla Camera dei Comuni. Se non riesce neanche a controllare il proprio partito, come può aspettarsi di dirigere una nazione?»
«O di finanziare la ricerca scientifica per il bene pubblico?»
«Appunto».
«I venti della politica sono in perenne mutamento» gli ricordai. «Non soffiavano in una direzione favorevole a voi l’inverno scorso, ma forse le cose adesso cambieranno».
Non avevo mai avuto la pretesa di predire il futuro, ma la mia profezia stranamente si avverò. A nostra insaputa, quella sera stessa i conservatori conclusero che la pessima figura di Sir Robert Peel alle elezioni di gennaio non gli consentiva di governare. I Whig tornarono al potere, e due giorni dopo la serata di Mr Babbage, Lord Melbourne fu nuovamente designato primo ministro.
Quando lessi la notizia sul giornale, soffocai un grido. «Mamma…»
«No, Ada» replicò lei con calma, sorseggiando il caffè. Aveva già letto il giornale, e si era preparata la risposta prima ancora che sapessi che le avrei rivolto la domanda. «Non intendo disturbare mio cugino con la storia del finanziamento di Mr Babbage».
Il suo rifiuto non mi sorprese, ma ci dovevo provare. Era mio dovere nei confronti del mio amico e della scienza. Mi consolai con la consapevolezza che le circostanze erano evolute a favore di Mr Babbage anche se mia madre rifiutava di sfruttare i nostri contatti per favorirlo. Il solo fatto che Sir Robert Peel non fosse più primo ministro era già un ottimo risultato.
Sebbene il mio impegno nell’aiutare Mr Babbage a realizzare il suo sogno non fosse diminuito, pensavo anche all’altro dovere che mi aveva condotta a Londra quella primavera. Più ansiosa e più determinata rispetto alle mie prime due Stagioni, mi vestii per i balli come se indossassi l’armatura per una battaglia, soldato riluttante nella guerra contro lo zitellaggio. Rimasi un po’ spiazzata vedendo che molti dei gentiluomini con i quali avevo civettato si erano fidanzati con altre ragazze dall’ultima volta che li avevo visti, e fui sconcertata dalla quantità di ragazze nuove, fresche e carine, vestite di bianco, che facevano la loro prima riverenza al re e alla regina.
Non intendo suggerire che la Stagione fosse solo un dovere noioso. I concerti e i balli mi piacevano, la musica mi cancellava dalla mente ogni preoccupazione, ma preferivo le serate con poca gente, soprattutto quelle a casa di Mr Babbage e di Mrs Somerville. Ero diventata molto amica di Martha Somerville, quasi mia coetanea, e di sua sorella Mary, che aveva due anni meno di me, e naturalmente ho già parlato di Woronzow Greig, il figlio maggiore, che stava diventando il fedele confidente al quale mi sarei affidata più avanti.
Una sera dell’ultima settimana di aprile, la famiglia Somerville invitò me e mia madre a cena. Il tramonto, quella sera di primavera, era così bello che dopo cena uscimmo tutti a passeggiare nel giardino del Royal Hospital. Mia madre era davanti con il dottore e Mrs Somerville, e le due sorelle ridevano e chiacchieravano con un cugino in visita da Edimburgo. Altri ospiti camminavano, sparpagliati, a coppie o in gruppetti, e io mi trovai a fianco di Woronzow.
Fece per parlare, poi esitò e infine ci riprovò. «Ada, ho riflettuto».
«Oh, cielo, non dovresti. Potrebbe essere pericoloso».
Sorrise e chinò il capo. Non sapeva mai come prendere le mie battute. «Ho un amico…»
«Non è vero» protestai. «Ne hai molti».
«Ho un amico in particolare» disse con enfasi «che credo ti piacerebbe conoscere».
Capii cosa intendeva. «Ti ascolto».
«Si chiama William, Lord King, ottavo barone di Ockham» disse Woronzow. «Ci siamo conosciuti quando studiavamo entrambi al Trinity College, e da allora siamo rimasti amici».
«Conosco un dottor William King e un king William, re Guglielmo». William Turner, anche, ma non lo potevo dire. «Come mai non l’ho ancora conosciuto questo William, Lord King?»
«È stato all’estero fino a poco tempo fa». Quando la luce se ne andò del tutto, al calar del sole, Woronzow mi offrì il braccio. I sentieri erano costeggiati dai lampioni, ma l’illuminazione era debole. «Dopo Cambridge si è dedicato alla carriera diplomatica. Come puoi immaginare ha viaggiato molto, e di recente è stato in Grecia come segretario di Lord Nugent, governatore delle isole Ionie».
«Cosa lo induce ad abbandonare un incarico prestigioso in un angolo tanto bello del mondo?»
«Un evento triste, purtroppo. Poco più di due anni fa, suo padre è morto all’improvviso. William è stato costretto a tornare in Inghilterra per ereditare il titolo e assumersi le responsabilità di Lord King». Woronzow mi strinse la mano che gli avevo posato nell’incavo del braccio. «Penso che tu e Lord King sareste una bella coppia. I suoi successi ti mostrano che tipo di uomo sia: ama leggere, viaggiare, è coscienzioso e intelligente. Si interessa molto a scienza, tecnologia e filosofia. Credo che abbia ereditato quest’ultima passione da suo padre, che pubblicò The Life and Letters of John Locke».
«Davvero? Mia madre approverebbe».
«Lord King ha molti altri pregi che colpirebbero tua madre anche di più». Il suo tono era eloquente: sapeva che mia madre sarebbe stata difficile da compiacere, e non si sarebbe preso la briga di nominare il suo amico se non lo avesse considerato all’altezza. «Confesso che mi sono preso la libertà di parlargli di te».
«Oh, mio Dio». Cercai di ostentare noncuranza, ma sentii un certo sfarfallio nervoso nel petto. «Tremo al pensiero di ciò che hai potuto dirgli».
«Solo cose positive» mi assicurò. «Ci sono solo cose positive da dire, d’altronde».
«In questo caso, se mai ci incontreremo, non mi riconoscerà neppure».
Woronzow si fermò. «Ti piacerebbe se te lo presentassi?»
Decisi nel giro di un istante. «Sarei felice di incontrare un tuo buon amico» dissi, «ma non posso permetterti di combinare questo incontro senza che tu sappia la verità».
«Cosa intendi?»
«Vorrei dirti…» Trassi un respiro profondo per farmi forza. «Non posso ingannarti, né permetterti di ingannare un amico senza saperlo. Ho la tua parola che quello che sto per dirti non lo rivelerai a nessuno?»
Si accigliò, ma riuscì comunque a farmi un sorriso rassicurante. «Ada, essendo avvocato apprendo segreti gravi ogni giorno. Ti prometto solennemente che non tradirò mai i tuoi».
Inclinai il capo per indicargli che dovevamo appartarci dagli altri, e quando fui certa che non ci avrebbero sentiti, gli raccontai sinceramente della mia storia con Wills. Omisi i dettagli più scandalosi e non stetti a dirgli quanto lo avessi amato, ma non gli nascosi che ci eravamo trovati in situazioni piuttosto intime e che avevo avuto intenzione di scappare con lui.
Quando ebbi finito non riuscivo quasi a guardare Woronzow, il quale però, con mio sollievo, aveva l’aria scossa ma non disgustata o inorridita. «Perdona la mia domanda impertinente» disse. «Considerami un avvocato, ora, e non un amico. Ho ragione di supporre che questa vostra relazione non sia stata… consumata?»
«È così». Poi ricordai la distinzione di mia madre tra verginità e purezza, e l’onestà mi impose di aggiungere: «Ma poco ci è mancato».
«Non devi dire altro». Woronzow mi guardò con la stessa compassione e comprensione che avevo visto spesso sul volto di sua madre. «Quell’uomo era più grande di te, e in una posizione di autorità. Ha approfittato di te».
«No» dissi con fermezza, scuotendo il capo. «Non intendo dargli la colpa. Ero consenziente. Sono stata io a preparare la valigia e a raggiungerlo».
«Tu non vuoi condannarlo e lo capisco, ma questo non cambia il fatto che avevi solo diciassette anni, e avevi vissuto un’esistenza piuttosto protetta, da quello che mi hai raccontato. Lui era un adulto, e avrebbe dovuto comportarsi di conseguenza».
Sbattei le palpebre per scacciare le lacrime. Woronzow stava enunciando i fatti, ma non la verità. Mi faceva male sentir liquidare il mio amore per Wills come un’infatuazione giovanile, e anche peggio, il suo amore per me come qualcosa di sordido e criminale. «Mia madre dice che sono rovinata».
«Con tutto il rispetto per tua madre, è una sciocchezza».
Fui così sorpresa che scoppiai a ridere. Non avevo mai sentito nessuno contraddire i giudizi di mia madre con tanta noncuranza.
«Ada, sono uno degli amici più stretti di Lord King da molti anni, e posso affermare con certezza che questa relazione, come la chiami tu, non si è spinta tanto in là da potergli causare la minima preoccupazione». Guardandosi alle spalle da dove veniva il suono delle risate, abbassò la voce perché le sue sorelle e il cugino si stavano avvicinando. «Non mi dissuade minimamente dal volertelo presentare. Anzi, al limite la tua onestà non fa che aumentare la stima che nutro nei tuoi confronti».
Lo guardai incredula. «Sapendo quello che sai, vuoi ancora farci incontrare?»
«Tu desideri ancora conoscerlo?»
«Sì, certo».
Woronzow sorrise e promise di organizzare un incontro il più presto possibile, e io promisi di non fidanzarmi con nessun altro nel frattempo. Continuammo a passeggiare, e quando ci ritrovammo con gli altri non feci parola della nostra conversazione a mia madre. Se mai avessi incontrato William, Lord King, e l’avessi trovato orribile, non volevo che lei sapesse della sua esistenza.
Ai primi di maggio mia madre accettò un invito per andare a trovare la famiglia del suo amico Sir George Philips nella proprietà del Warwickshire, centocinquanta chilometri circa a nordovest della nostra dimora di Londra. Suo padre, il primo baronetto Philips, si era arricchito grazie all’industria tessile e aveva costruito una magnifica casa di campagna che rispecchiava i suoi successi. Weston House era stata ultimata solo due anni prima, e quando la guardai dai finestrini della nostra carrozza mi parve una sorta di fortino di pietra, con le numerose torri circolari, gli alti pinnacoli sormontati da fastigi di pietra, e larghe colonne che fiancheggiavano l’entrata principale.
I due George Philips, il vecchio e il giovane, avevano invitato altri amici per la settimana, e c’erano molti ospiti che io e mia madre non conoscevamo. Uno dei primi che George il giovane ci presentò fu il suo caro amico William, Lord King.
Fui così sorpresa dal nome che riuscii a malapena a rispondere. Lord King era alto, snello, con le spalle larghe, gli occhi bruni penetranti ma buoni, capelli ondulati color castano chiaro e una fossetta sul mento. Woronzow aveva dimenticato di dirmi che il suo amico era molto bello, e quando Lord King mi sorrise timidamente durante le presentazioni, provai un senso inconfondibile di piacere e impazienza.
«Credo che abbiamo un amico comune» mi disse Lord King a cena, perché eravamo seduti vicini, il che difficilmente poteva essere attribuito a una coincidenza.
«Sì, due, anzi, Sir George e suo figlio» dissi, fingendo innocenza mentre indicavo i nostri due ospiti.
Lord King arrossì leggermente. «Certo, ma stavo alludendo a Mr Woronzow Greig».
«Ah, davvero? Conoscete Mr Greig?»
«Sì, siamo ottimi amici fin dai tempi di Cambridge».
Era adorabile nel suo imbarazzo. «Perdonatemi, Miss Byron, ma mi ha fatto credere di avervi parlato di me».
Ebbi pietà di lui. «Certo che lo ha fatto, Lord King. Mi stavo prendendo gioco di voi».
«Ah, sì. Mi aveva avvertito che forse lo avreste fatto». Sorrise, e mi sorpresi a sorridergli di rimando. «Mi ha anche detto che, se volevo che mi parlaste, dovevo chiedervi della Macchina differenziale di Mr Babbage e non avreste più smesso».
«Ha detto così, eh?»
«Sì, ma non andateglielo a riferire». Quando mi sorrise vidi che il suo atteggiamento attento e sincero lo rendeva ancora più bello di quanto mi fosse parso a prima vista. «Allora? Avete visto questo splendido congegno di cui tutti parlano?»
Naturalmente avevo molto da dire sull’argomento, e Lord King mi colpì con le sue domande intelligenti e pertinenti, alle quali risposi meglio che potevo. La conversazione toccò poi altri argomenti: l’architettura in particolare lo affascinava, e mi raccontò diversi aneddoti divertenti dei suoi viaggi nel Vicino Oriente. Fu una cena molto piacevole, e non potei evitare di notare che mia madre ci guardava con interesse dal suo posto all’altro capo del tavolo.
Che fosse per caso o di proposito, io e Lord King ci trovammo spesso insieme durante i tre giorni della nostra visita. Mi chiese dei miei studi di matematica e della mia musica, e scoprimmo un interesse comune per i cavalli. A mia volta venni a sapere diversi particolari su di lui: la natura taciturna che nascondeva una mente da erudito; la sua conoscenza di greco, francese, italiano e spagnolo; le aspirazioni politiche, che aveva buone probabilità di realizzare; e l’interesse nell’applicare le nuove scoperte scientifiche all’agricoltura e alla zootecnia. Era coetaneo di Woronzow, il che significava che aveva quasi undici anni più di me. Adorava Mrs Somerville, che conosceva da quando lui e Woronzow si erano incontrati all’università, e considerava una «vergogna e un insulto» che la Royal Society celebrasse con orgoglio – e implicitamente rivendicasse – le sue scoperte scientifiche esibendo il suo busto fatto da Chantrey nel salone principale, ma non le permettesse di diventare membro né di usare la sua biblioteca perché era una donna.
Fu proprio questa denuncia appassionata dell’ingiustizia fatta alla mia amica a trasformare il mio interesse crescente in fervente ammirazione.
La nostra visita volse al termine troppo presto. Mentre io e mia madre ci preparavamo a partire, Lord King mi chiese se poteva scrivermi, e accettai. «Spero di rivedervi presto» disse, aiutandomi a salire in carrozza. «Forse prima ancora che vi giunga una mia lettera».
«Saremo in città per la Stagione» gli assicurò mia madre, e lui la ringraziò con un inchino.
Mentre tornavamo a Londra, mia madre osservò che Lord King le era piaciuto per l’interesse autentico dimostrato nei confronti delle sue scuole industriali e della sua filosofia per un’educazione progressista. «Non gli è facile iniziare una conversazione con gli altri» riconobbe, «ma non lo definirei taciturno, perché quando comincia a infervorarsi su un argomento, dice cose interessanti». Fu la peggiore critica che gli mosse, il che dimostra quanto lo apprezzasse.
A nostra insaputa, mentre io ero occupata con Lord King, mia madre si era informata discretamente con Lady Philips e altri amici. Tutte le persone con cui aveva parlato le avevano descritto un giovanotto sensibile, razionale, che rispettava la tradizione e non si interessava alle frivolezze. Possedeva due proprietà: quella enorme dei suoi avi, Ockham Park, nel Surrey, e Ashley Combe, più piccola ma pittoresca, a Porlock, nel Somerset, dalla quale si ammirava un panorama magnifico della costa del Somersetshire. Possedeva anche una casa nel quartiere più elegante di Londra, al 12 di Saint James’s Square. Il suo titolo risaliva al 1725, quindi superava tranquillamente il secolo di vita come prescriveva mia madre, e la sua famiglia aveva prestigio, influenza politica e un’enorme ricchezza.
«Spero che ti piaccia» disse mia madre, scuotendo il capo di fronte alla mia stupidità se avessi detto di no, «perché tu sembri piacere a lui, e difficilmente potresti trovare persona migliore».
«Mi piace» ammisi. Quello che non dissi era che solleticava la mia immaginazione come nessun altro uomo aveva fatto fin da quando avevo conosciuto Wills, e pensavo che col tempo avrei forse potuto amarlo.
Non appena tornammo al 10 di Wimpole Street cominciai ad aspettare una lettera di Lord King, ma prima ancora che arrivasse lo incontrai a una festa a Whitehall. La sua gioia evidente nel vedermi mi entusiasmò, e sebbene non fossimo seduti vicini a cena, trascorremmo insieme il resto del ricevimento, tanto che senz’altro gli altri cominciarono a parlare di noi.
Lord King era una persona riservata, come avevamo notato io e mia madre, ma le mie punzecchiature e il mio modo di fare scherzoso lo fecero uscire dal suo riserbo come era successo a Weston House, e presto ci ritrovammo a conversare come vecchi amici. Gli dissi del mio amore per il canto e l’arpa, e della mia speranza segreta di diventare un giorno famosa per la musica e la matematica. Mi confidò il grande piacere che traeva dalle migliorie che apportava alle sue tenute: non si limitava a chiacchierare con il giardiniere e l’architetto e a guardare lavorare gli altri, ma disegnava mappe, sradicava alberi e costruiva muri di pietra lui stesso. Sospettavo, ma non fui tanto ardita da dirlo, che tutta quell’attività all’aperto spiegasse il suo fisico tonico, le braccia e la schiena muscolose, e le ciocche dorate tra i capelli castani.
Mi disse che aveva tre sorelle e un fratello minore, e mi confidò che lui e sua madre non erano in buoni rapporti, e che le relazioni con la sorella Emily e il fratello Locke erano sempre state tese. Io gli dissi a mia volta che mia madre poteva essere pedante, prepotente e impossibile da compiacere, ma che provavo sempre il bisogno irresistibile di andarci d’accordo. Gli raccontai anche, sebbene con qualche esitazione, che per tutta la vita avevo dovuto battermi con il mio ruolo di figlia del grande poeta Lord Byron, una celebrità contro cui lottavo dalla nascita, e che desideravo sapere qualcosa di più di mio padre, pur temendo ciò che rischiavo di scoprire.
«Vi prego, non ditelo a nessuno» aggiunsi, con un improvviso lampo di terrore. Già immaginavo i titoli del giornale del mattino dopo: «La figlia di Byron si lamenta del retaggio del poeta».
«Non divulgherei mai uno dei vostri segreti, Miss Byron» disse, addirittura scandalizzato. Mi prese la mano, esitò e disse: «Mi chiedo se potreste chiedere a vostra madre se posso venire a parlarle domani pomeriggio».
«Glielo chiederò» promisi, con la voce che tremava. «So che ha il progetto di restare a casa per ricevere i visitatori, ma vi scriverò ugualmente dopo averle parlato».
Fece un sorriso cordiale guardandomi negli occhi, e sentii di nuovo quel fremito felice e sconcertante, proveniente dal profondo, che solo un altro uomo era riuscito a provocare. Rimasi sorpresa scoprendo che forse mi aspettavo qualcosa di più dal matrimonio di un’unione con un compagno affidabile, determinato quanto me a fare il suo dovere e a produrre degli eredi.
Quando la festa finì, io e Lord King ci lasciammo con la speranza di rivederci presto. Quasi subito mia madre venne a cercarmi, e capì certo dai miei occhi lucidi e dalle guance arrossate che era successo qualcosa di importante. Chiamò la carrozza e, appena fummo a bordo, le dissi che Lord King voleva parlarle il pomeriggio successivo.
«Non c’è dubbio che sarò a casa» disse, quasi senza fiato. «E se avessi avuto programmi, li avrei annullati. Appena arriviamo a casa gli devi scrivere, dicendo che sarò felice di riceverlo alle quattordici».
«Forse desidera solo parlarti dell’educazione dei poveri» la misi in guardia. Confesso che una parte di me, spiazzata dal ritmo veloce e improvviso con cui il mio destino sembrava cambiare, sperava che fosse vero.
«Non essere ridicola. Viene per chiedere la tua mano». Mia madre aveva il viso arrossato per la felicità. «È meraviglioso, semplicemente meraviglioso. Che fortuna che Lord King sia stato all’estero tutti questi anni, altrimenti sarebbe sicuramente già sposato».
«E che fortuna» ribattei acida «che, dovendo suo padre morire, si sia organizzato per fare in modo che il figlio tornasse in Inghilterra proprio quando io cercavo marito».
«Ada! Che cosa orribile hai detto!» Mi osservò attentamente. «Davo per scontato che la sua proposta ti avrebbe fatto piacere. Mi sono sbagliata?»
«Certo che no» dissi pentita. «Se domani Lord King chiede di sposarmi… accetterò».
Lui arrivò puntuale alle quattordici il pomeriggio seguente, e mezz’ora dopo era tutto deciso.
Avrei sposato Lord King.