20.

Avvincere con dolci legami le grazie e l’armonia

Giugno 1835

Conoscevo Lord King da meno di quindici giorni, e una giovane donna avrebbe anche potuto sentirsi allarmata e sopraffatta da una progressione tanto rapida – dalle presentazioni a una conoscenza superficiale al fidanzamento – mentre io mi sentivo semplicemente sospinta da un’ondata di eccitazione e sollievo. Lord King sembrava il marito ideale per una giovane matematica come me, e siccome io gli piacevo e lui mi piaceva, tutto lasciava sperare che saremmo stati felici insieme. Adesso che la decisione era stata presa, mi pareva di avere arrancato sulle pendici ripide del Monte Bianco per due anni e di essere infine giunta in cima. Almeno sapevo che non avrei deluso mia madre e avrei compiuto il mio dovere principale. Non sarei stata condannata al destino miserabile delle Tre Furie, relegate per sempre all’ombra della felicità altrui. E soprattutto, Lord King non si aspettava che rinunciassi alla mia matematica una volta diventata sua moglie; anzi, sarebbe stato sorpreso e deluso se l’avessi fatto.

Aveva parlato da solo a mia madre nel suo studio mentre in teoria io dovevo sedere pudicamente in giardino, ignara di ciò che stava accadendo. Invece avevo camminato avanti e indietro, immaginando le diverse direzioni che avrebbe potuto prendere la conversazione, e solo dopo che Lord King mi aveva raggiunto, con mia madre a braccetto, entrambi col sorriso sulle labbra, le mie preoccupazioni si erano volatilizzate. Sotto lo sguardo d’approvazione di mia madre, Lord King mi aveva preso la mano tra le sue, si era inginocchiato e, quando mi aveva chiesto di sposarlo, avevo accettato con entusiasmo.

Ci abbracciammo, mi diede un casto bacio sulla guancia, ma le sue labbra indugiarono vicino alla mia bocca, tremando di impazienza. Provavo lo stesso sentimento anch’io, e gli sorrisi commossa. Credo che ci dimenticammo entrambi di mia madre, a pochi passi di distanza, finché lei non si schiarì la voce e disse: «Forse dovremmo fissare la data per le nozze, no?»

Lord King acconsentì subito, e ci sedemmo tutti e tre sulle panchine lì accanto, mia madre si tolse l’agendina dalla tasca e cercammo una data adatta. Lei e Lord King convennero che, non essendoci nessun ostacolo, finanziario o di altro tipo, al nostro matrimonio, un fidanzamento lungo non era necessario né consigliabile. «Sono felice di sposare Miss Byron il prima possibile» disse lui, con gli occhi brillanti di affetto, e mi prese una mano, me la baciò e se la premette sul cuore. Io ero troppo sopraffatta dalla gioia per rispondere, ma sapevo che capiva tutto ciò che non ero in grado di dire.

Mia madre sfogliò le pagine dell’agenda. «Cosa ne dite dell’8 luglio?»

Ebbi un tuffo al cuore. «È tra poco più di un mese» dissi, con una vocina che mi parve flebile e mansueta. «Avremo abbastanza tempo per preparare tutto?»

«Ma certo, mia cara» disse mia madre, tanto affettuosa e sollecita che rimasi interdetta. «Un piccolo matrimonio in famiglia è semplice da organizzare. Non baderemo a spese, e tutto sarà esattamente come lo desideriamo».

«Se l’8 luglio è la prima data possibile, posso aspettare fino ad allora» dichiarò Lord King. Non avrei potuto desiderare un fidanzato più impaziente.

«Allora è deciso» disse mia madre, prendendo nota nell’agenda. Sottolineò qualcosa per darle rilievo, ma quando sollevò gli occhi dalla pagina la sua espressione era tornata seria. «Lord King, spero di potervi chiedere un favore».

«Dite pure. Mi state concedendo la vostra unica figlia. Sarò felice di accordarvi ciò che chiedete».

«Tutto quello che desidero è il vostro silenzio».

Lui la guardò sbattendo le palpebre, poi mi lanciò un’occhiata perplessa prima di spostare di nuovo gli occhi su di lei. «Il mio silenzio?»

«Finché sarà utile mantenerlo». Mia madre mi guardò per avere conferma, e le feci un impercettibile cenno d’assenso. «Mia figlia è stata oggetto di curiosità popolare fin da quando è nata perché è la figlia di Lord Byron. Nessuna delle due desidera che il suo matrimonio – il momento più sacro e intimo nella vita di una ragazza – diventi uno spettacolo pubblico».

«E neppure io» disse Lord King. «Non dirò nulla, e farò giurare anche alla mia famiglia di mantenere il segreto».

Mia madre lo guardò con aria grave.

Lord King sollevò le sopracciglia. «Oh, capisco. Desiderate che non lo riveli neppure alla mia famiglia».

«Sì, il più a lungo possibile». Mia madre sospirò e fece un gesto elegante, che significava rassegnazione di fronte all’inevitabile. «La verità emergerà prima o poi, ma fino ad allora preferiremmo goderci la nostra felicità in pace e solitudine».

Lord King ci assicurò che non avrebbe detto una parola del nostro fidanzamento finché mia madre non gli avesse dato licenza di farlo. Aggiunse ironico: «Facciamoglielo sapere almeno il giorno prima delle nozze, altrimenti la mia famiglia non mi perdonerà».

Risi, ma mia madre restò impassibile. «Magari fossimo tanto fortunati» disse. «Qualcuno che si occupa del banchetto o un’aiutante del fiorista divulgherà il segreto molto prima, temo».

Mia madre invitò Lord King a tornare quella sera per cenare con noi, ma lui declinò con rammarico, spiegando che doveva rientrare subito ad Ashley Combe per stabilire quali cambiamenti andavano fatti per prepararla alla nostra luna di miele. «A presto, tesoro mio» disse andandosene, la prima volta che usò un vezzeggiativo parlandomi. La dolcezza di quella parola mi commosse.

Il giorno dopo ricevetti una lettera appassionata di Lord King, così affettuosa e dolce che non riuscivo a smettere di sorridere leggendola. Il giorno dopo ne giunse un’altra, e risi chiedendomi come facesse a essere già tanto innamorato di me. Nella mia risposta dissi che progettavo di andare a trovare Mrs Somerville il 1° giugno, nella sua lettera successiva spiegò che aveva già deciso di essere a Londra quel giorno, e suggerì di venire a prendermi a Chelsea e di accompagnarmi a casa dopo la visita. Aggiunse che non aveva detto a Woronzow del nostro fidanzamento, anche se il merito era tutto del nostro comune amico. «Ecco come mantengo fede alla mia promessa» scrisse, firmandosi «Tuo, con il massimo affetto e rispetto, King».

Risposi subito per dargli il mio benestare, e aspettai il primo giorno di giugno con grande impazienza. Il mio incontro con Mrs Somerville, Mary e Martha fu piacevolissimo, ma faticai a non rivelare il mio segreto. Quando Lord King arrivò per accompagnarmi a casa in carrozza, Mrs Somerville ci guardò entrambi insospettita, ma conosceva Lord King da anni e sapeva che non mi avrebbe coinvolta in uno scandalo, mentre non era altrettanto sicura della sottoscritta, che poteva trovarsi in una situazione spiacevole suo malgrado.

Eravamo frizzanti e allegri salutando i Somerville, ma quando Lord King mi ebbe aiutato a salire in carrozza, si fu seduto accanto a me ed ebbe chiesto al cocchiere di partire, ci trovammo in un silenzio imbarazzato. Anche se il calesse era scoperto per permetterci di approfittare del caldo sole estivo, per la prima volta eravamo davvero soli, e nonostante l’ammirazione reciproca e l’affetto che stava sbocciando tra noi, eravamo due estranei. William parve rendersene conto nello stesso istante, e quando mi accorsi che si stava nascondendo dietro l’abituale riserbo, decisi che toccava a me prendere l’iniziativa per stabilire un codice di condotta tra noi da quel momento in avanti.

Mentre la carrozza ci conduceva lungo Royal Hospital Road e il sole sembrava giocare a nascondino sulla strada, feci ricorso a due dei miei argomenti preferiti, la musica e i cavalli, sperando di metterlo a suo agio. Gli descrissi il nuovo brano che stavo imparando con l’arpa, le Sei variazioni su un canto svizzero di Beethoven, che ero impaziente di fargli ascoltare. Gli parlai del mio cavallo favorito, Tam O’Shanter, e di come non vedessi l’ora di esplorare i dintorni di Ashley Combe a cavallo con mio marito. All’inizio Lord King mi ascoltò e basta, serio e attento, ma quando la carrozza giunse lungo le sponde del Tamigi la sua timidezza era evaporata, e chiacchierava con me con spontaneità come durante la nostra visita a Weston House.

Mi prese la mano e, appena giungemmo in una zona isolata, si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ci vedesse e mi baciò teneramente sulla bocca. Sospirai e sollevai il viso per avere un altro bacio; lui reagì con ardore e passione, e per un attimo penso che ci dimenticammo entrambi che qualcuno avrebbe potuto notarci.

Dopo avermi accompagnata a casa, Lord King restò solo per salutare mia madre, poi tornò subito ad Ashley Combe. Nei giorni seguenti ci scambiammo molte lettere, le sue dense di amore e impazienza, le mie piene di felicità e affetto crescente. Mi descrisse con entusiasmo gli sforzi per preparare la sua proprietà del Somerset per la nostra luna di miele, «per rendere questo eremo (è poco di più) meno insopportabile nell’aspetto, e degno della tua presenza. Il panorama è l’unica cosa in grado di nobilitarlo, perché all’interno è estremamente umile, nello stato in cui si trovano le case non abitate da quindici anni, e anche prima solo temporaneamente, e con lunghi intervalli tra l’uno e l’altro soggiorno».

«Fai sembrare la mia futura casa rozza e abbandonata» lo canzonai nella mia risposta. «Se pensi di dissuadermi dallo sposarti, o almeno dallo sposarti così presto, dovrai trovare qualcosa di meglio. Sarei felice di trascorrere la nostra luna di miele in una casupola umile, o perfino nel fienile delle scuderie, basta che siamo insieme, anche se confesso che preferirei un letto vero e mura solide per chiudere fuori il mondo».

Sebbene non avessi inteso fare allusioni particolari, la sua lettera successiva rivelò che le mie parole avevano acceso il suo ardore, e risi del mio commento ambiguo, pur involontario, sentendomi al contempo eccitata. Tuttavia, non sapendo chi poteva leggere la mia lettera – mia madre, forse, prima che avessi occasione di imbucarla – e pensando che forse, come la maggior parte degli uomini, preferisse una sposa casta, fui più cauta nel rispondergli, usando toni affettuosi ma misurati, come se fossi solo vagamente consapevole del piacere che un uomo e una donna potevano darsi a vicenda.

La sua risposta suggerì che forse ero stata troppo castigata nel linguaggio, perché parve preoccupato. «Penso alla nostra felicità futura come a qualcosa di talmente immenso che la immagino possibile soltanto in sogno» confessò, «e troppo splendida e vasta per essere reale. Vengo tratto in salvo da questo miraggio solo riflettendo sulla tua sincerità e nobiltà di carattere». Un leggero cambiamento alla pressione applicata sulla penna rivelò la sua emozione quando aggiunse: «Spero di presentarmi a casa tua questo venerdì e di venire rassicurato da te sul fatto che non ti sei pentita di avermi reso il più felice degli uomini».

Gli volevo troppo bene per prendermi gioco di lui, e appena ebbi finito di leggere gli risposi in termini rassicuranti. «La tua lettera è stata una gioia inattesa stamattina» scrissi, «ma non posso permetterti di parlare di un mio possibile “pentimento”. Non ricordo di essere mai stata così serena e tranquilla e, vorrei aggiungere con franchezza, così riconoscente, come mi sento da quando mi hai resa la più felice delle donne».

Mi scrisse in tono ironico, dicendo che mi invidiava quel senso di calma e serenità, perché lui era tormentato invece da un groviglio di «eccitazione e distrazione» che tuttavia lo deliziava.

Mentre Lord King allestiva Ashley Combe, io e mia madre facevamo gli ultimi preparativi per il corredo, il che comportava moltissime prove dalla sarta e visite nei negozi più eleganti di Londra. Una sera, mentre sedevamo insieme in biblioteca, io a scrivere a Lord King e lei a occuparsi di contabilità, sollevò lo sguardo dai conti e mi fece notare: «Le spese per il tuo matrimonio sono pari a quello che ho sborsato quest’anno per la scuola di Ealing Grove. Solo nell’aritmetica di una madre una figlia conta quanto ottanta altri bambini».

Aveva parlato in tono leggero, ma mi affrettai a ringraziarla per la sua generosità, assicurandole che mi sentivo in debito con lei. Mi venne voglia di dirle che presto le spese per il mio mantenimento sarebbero toccate a qualcun altro, ma mi trattenni, sospettando che non avesse fretta di rinunciare all’autorità che aveva su di me.

Lord King veniva a Londra per affari quando poteva, e non mancava mai di far visita a me e a mia madre. Il 19 giugno, dopo una di queste visite, scrisse a mia madre per chiederle se gli permetteva ora di informare la sua famiglia, nel più stretto riserbo, del matrimonio imminente, perché sua madre e suo zio, in particolare, si sarebbero senz’altro sentiti offesi se non gliel’avesse detto subito. Mia madre acconsentì, e mi confessò di essere sorpresa che fossimo riusciti a nascondere la notizia ai giornali fino a quel momento, perché nei negozi aveva visto le commesse fissarci e bisbigliare tra loro fin da quando avevamo cominciato a preparare il corredo.

Ero ancora riluttante ad annunciare il matrimonio a causa dell’attenzione che avrebbe inevitabilmente suscitato, ma capivo che la famiglia di Lord King andava informata. Il giorno successivo ne parlai a Mrs Somerville, ma la pregai di non dirlo a Woronzow, Martha e Mary. «I vostri amici sarebbero felici di condividere la vostra gioia» protestò lei timidamente.

«Certo» risposi, «e vi farò sapere appena la notizia potrà essere estesa al resto della famiglia. Ma il nostro desiderio per ora è tenere il segreto».

Sorrise comprensiva e accettò, come sapevo che avrebbe fatto; ma non ero tanto sicura che altri comprendessero. Da quando avevo fatto il mio debutto in società, avevo visto in diverse occasioni due delle sorelle di William, Hester e Charlotte, senza sapere che un giorno mi sarei fidanzata col fratello. Agli osservatori attenti dovette sembrare strano che fosse nata una forte amicizia tra noi apparentemente dall’oggi al domani, perché se prima ci scambiavamo solo educati cenni di saluto alle feste, ora ci prendevamo a braccetto sorridendo e ci appartavamo a bisbigliare. Ero felice di avere infine le sorelle che avevo sempre desiderato.

Che il nostro comportamento avesse destato sospetti, o che le commesse fossero state indiscrete, o che uno degli amici intimi di mia madre non avesse tenuto il segreto poco importa, ma l’ultima settimana di giugno delle lettere di congratulazioni cominciarono ad arrivare a Fordhook e al 10 di Wimpole Street. Un numero incredibile di queste lettere, quasi tutte indirizzate a mia madre, si felicitavano con lei per il matrimonio ed esprimevano grande sorpresa per il fatto che fossi riuscita a fare breccia nel cuore di un così bel partito. «Credono forse che cercassi marito nella prigione di Newgate?» chiesi indignata. «Perché un uomo pieno di qualità non dovrebbe volermi sposare?»

Mia madre mi guardò con le sopracciglia sollevate, come se non sapesse da dove cominciare.

Dopo avere dato la notizia a Mrs Somerville, lo dissi a Mr Babbage. Era felice per me, e gli si riempirono gli occhi di lacrime; anche se di solito non ci scambiavamo effusioni, in quell’occasione mi prese per le spalle e mi baciò su entrambe le guance. Con una fitta di dispiacere, mi dissi che probabilmente stava pensando alla sua Georgiana e che gli dispiaceva di non aver potuto ballare con lei al suo matrimonio né brindare alla sua felicità come un padre orgoglioso che affida la figlia adorata a un bravo giovanotto.

In un pomeriggio umido che sembrava minacciare pioggia, Mr Babbage mi fece visita all’improvviso. Mia madre di solito non riceveva ospiti a quell’ora ed era fuori, ma lo feci accomodare in salotto, dove la corrente che si creava tra le finestre aperte offriva un minimo di refrigerio, e gli offrii un bicchiere di sidro freddo. Accettò ringraziando, ma era insolitamente agitato e mi dispiacque non avere nulla di più forte da offrirgli.

«Mia cara Miss Byron…» Si interruppe, mi guardò torvo e riprese. «Conoscete la contessa Teresa Guiccioli?»

«Solo di nome» dissi sorpresa. «Credo che conoscesse mio padre quando era a Ravenna, prima del suo ultimo viaggio in Grecia».

«Capisco. Forse avrete intuito che conosceva vostro padre molto bene, in modo molto intimo». Nel caso che non avessi colto, aggiunse: «Fu la sua ultima amante, prima della morte, e a quanto pare quella che amò di più». Dovetti sussultare, perché aggiunse subito: «Scusate. Mi spiace se l’argomento è indelicato».

Feci un respiro profondo per calmarmi. «Non importa. So che dovete avere una buona ragione per parlarne». Intrecciai le mani in grembo e aspettai, preparandomi al seguito.

«La contessa Guiccioli si trova attualmente a Londra» proseguì. «È venuta in pellegrinaggio per vedere i luoghi principali della vita di Lord Byron. È già stata a Newstead Abbey e ha posato una corona sulla sua tomba a Hucknall Torkard».

«Ah» dissi, smarrita. «Mio padre non ha mai vissuto qui né a Fordhook, quindi non devo temere che venga a bussare alla mia porta chiedendo di fare un giro o di avere un oggetto ricordo». Mi venne in mente un’altra possibilità. «È possibile che le nostre strade si incrocino in società?»

«Fa vita mondana da quando è giunta a Londra» disse cauto, «ma frequentate persone diverse, e io non vi inviterei mai alla stessa cena. Altre delle nostre conoscenze, però, non si farebbero gli stessi scrupoli».

«E altri ancora si entusiasmerebbero all’idea di riunirci nella stessa stanza per vedere cosa succede». Trassi un sospiro e mi posai una mano sul petto. «Oh, Signore. È una fortuna che mia madre sia a Fordhook. Forse posso cercare di trattenerla lì. Sapete quanto la contessa pensa di fermarsi a Londra?»

«Non lo so, ma c’è un altro problema». Fece una smorfia e si strofinò la guancia, cercando di guadagnare tempo. «Da molto vi vuole conoscere, ha saputo del vostro matrimonio imminente, e… Miss Byron, mi duole dirvi che ha intenzione di assistere alle nozze».

«È pazza?» gridai, balzando in piedi. «Cosa le viene in mente? Ci sarà mia madre!»

«Lo so, lo so». Tese le mani per cercare di placarmi mentre camminavo nervosa. «Le ho detto che è una pessima idea e l’ho invitata a ripensarci, ma è decisa. Desidera più di ogni altra cosa incontrare la figlia di Byron».

«Io invece non voglio conoscerla!» esclamai accalorandomi. Mi lasciai ricadere sulla sedia. «E non il giorno del mio matrimonio. E non con mia madre presente. Che persona orribile dev’essere questa contessa, che vuole sbattere la sua relazione con mio padre in faccia alla sua vedova».

«È una persona affascinante, invece» disse Mr Babbage con aria un po’ sognante. «Minuta ma voluttuosa, con capelli castano ramato e un modo di fare seducente. Si è già procurata molti ammiratori qui a Londra…»

«Spero sinceramente che non siate uno di loro».

«No, no, io no» si affrettò a rispondere.

Gli lanciai un’occhiata severa, e si strinse nelle spalle con aria innocente. «Cosa devo fare?» gemetti. «Non posso farla venire. Sarà una cerimonia intima nel salotto di Fordhook, sarà presente solo la famiglia».

«Ma lei non lo sa» disse Mr Babbage, che per la prima volta aveva un sorrisetto soddisfatto. «Pensa di mimetizzarsi tra la folla di invitati e di osservarvi senza farsi vedere. È un’ipotesi ragionevole, dopotutto, che la figlia di Byron organizzi un matrimonio grandioso, pubblico».

Mentre il suo sorriso si allargava, divenni sempre più sospettosa. «È possibile che qualcuno l’abbia incoraggiata in questa supposizione?»

Lui alzò le spalle e si finse estraneo ai fatti, ma era certa che mentisse. «Non vorrei fare congetture azzardate, ma credo sia convinta che voi e Lord King vi sposiate l’8 luglio di fronte a numerosi invitati alla Saint George’s Church di Hanover Square».

«La data è giusta…»

«Ma solo la data». Mr Babbage mi guardò con affetto. «Mia cara Miss Byron, non vi avrei infastidito con queste sciocchezze se non per timore che incappaste in lei a un ricevimento o a una cena. Il pensiero che veniste colta alla sprovvista dall’incontenibile contessa, e vi trovaste prigioniera di un abbraccio di pizzi, profumi e di un esuberante dialetto italiano…» Scosse il capo. «Non potevo permettere che accadesse».

Lo ringraziai calorosamente, e mi misi a immaginare le scene tremende che avrebbero potuto verificarsi se non mi avesse avvertita. Ora dovevo solo impedire che il luogo esatto delle nozze venisse rivelato alla stampa, e che mia madre scoprisse che la contessa era in Inghilterra. Il mio matrimonio era tra meno di una settimana. Dovevo riuscire a evitare il disastro per qualche giorno.

Fu quello che mi dissi accompagnando Mr Babbage alla porta e andando a comprare carta e penna per scrivere a Lord King per avvisarlo della nostra aspirante ospite.

Qualche giorno dopo mia madre fece ritorno a Londra, avendo accantonato per il momento il suo lavoro con la scuola di Ealing Grove per potermi aiutare negli ultimi preparativi in città prima di portarmi a Fordhook per il matrimonio. Non appena ebbe varcato la soglia, la sua espressione mi disse che sulle spalle le gravavano grandi preoccupazioni. Immaginai che avesse saputo della contessa, e stavo scegliendo le parole adatte per consolarla quando mi chiese di raggiungerla nello studio.

Non avevo fatto nulla di male, e il suo tono brusco non mi allarmò; la seguii obbediente lungo il corridoio e mi sedetti come sempre al solito posto davanti alla scrivania. Mia madre prese posto dietro al tavolo di mogano e mi studiò un lungo istante in silenzio, con una grazia regale. «Dopo lunghe riflessioni e preghiere» esordì, «ho deciso che devi informare Lord King della tua imprudenza con Mr Turner».

Mi venne un tuffo al cuore tanto improvviso che temetti di sentirmi male. «Non dirai sul serio».

«Sì, invece».

«Ma… perché? Hai sempre detto che deve restare un segreto, che nessuno deve sapere…»

«Sono motivata da un senso di giustizia e onestà» mi interruppe con un’espressione implacabile. «Mi vennero nascoste delle verità prima del matrimonio, segreti che, se mi fossero stati rivelati in tempo, avrebbero cambiato il corso della mia vita. Non posso infliggere la stessa ingiustizia a nessuno, tanto meno a un gentiluomo buono e onesto come Lord King».

Le lacrime mi offuscarono la vista. «Hai detto che nessuno mi sposerebbe se…»

«Se tu e Lord King vi sposate, dovete sposarvi all’insegna della verità».

Se vi sposate, aveva detto. Se. La stanza cominciò a inclinarsi lentamente a destra, e chiusi gli occhi, combattendo la nausea. «Non posso dirglielo» esclamai con voce strozzata. «Non posso». Immaginai di trovarmi davanti a lui piena di vergogna, con la sordida vicenda che mi usciva dalle labbra, l’affetto che svaniva dal sorriso, delusione e ribrezzo che gli annebbiavano lo sguardo, il viso già amato che si voltava, pieno di disprezzo. «Ti prego, non obbligarmi a fare una cosa del genere. Cosa posso fare per convincerti che si tratta di un terribile errore?»

«L’errore è stato tuo, quando sei scappata via avventatamente, nel cuore della notte, col tuo professore» sbottò mia madre. Aggiunse, con più calma: «Dovresti dirglielo di persona, per mostrargli rimorso e pentimento, ma se non ci riesci puoi sempre scrivergli una lettera».

«Non riesco a fare neanche quello».

«Allora gli scriverò io».

«Oh, mio Dio, no!» esclamai. Avevo letto le descrizioni letterarie che aveva fatto di me fin da quando ero piccola. Sapevo come mi ritraeva nelle lettere ai suoi amici. La condanna che sarebbe emersa tra le righe della sua missiva avrebbe compromesso ogni possibilità di perdono da parte di Lord King.

Mia madre intrecciò le dita e le posò sulla scrivania. «Non vuoi dirglielo di persona né per lettera, e sostieni che io non gli devo scrivere. Che alternativa proponi?»

Cercai di riflettere. «Woronzow!» esclamai infine, sconfitta. «Lui lo sa, ed è il migliore amico di Lord King. Lo farebbe per me, se insisti che debba essere fatto».

«Woronzow Greig è al corrente del tuo comportamento vergognoso?»

«Sì» ammisi con voce spezzata, e fui tentata di aggiungere che, pur sapendolo, non mi considerava rovinata. «Gliel’ho detto prima che mi presentasse a Lord King».

«Allora ammetti che capivi, fin da allora, che dovevi essere onesta sul tuo comportamento sconveniente».

Mi sentii debole, privata di ogni speranza. «Dovrebbe essere Woronzow a dirglielo» dissi con voce spenta. Con grande fatica, mi alzai e mi incamminai verso la porta con passo malfermo.

«Dove credi di andare?»

«A scrivere a Woronzow» risposi, pronunciando ogni parola a fatica.

La mia lettera fu breve perché conosceva già la storia. Dovetti solo riferirgli gli ordini di mia madre di informare Lord King.

Firmai, sigillai la lettera e la spedii, dopodiché non dovetti far altro che aspettare. Quel giorno e il successivo parlai a malapena a mia madre, e ma vagai svogliatamente per le stanze, guardando fuori dalle finestre, prendendo in mano dei libri e posandoli senza leggerli. Anche se prima del ritorno di mia madre da Fordhook ero stata felicemente indaffarata, e mi ero occupata degli ultimi preparativi del matrimonio spuntando voci dalla mia lista, dopo avere imbucato la lettera smisi. Perché darmi da fare per un matrimonio che poteva non avere luogo?

Tre giorni dopo l’ordine sconcertante di mia madre, Woronzow venne a trovarmi. Mia madre era di sopra, indisposta, così lo presi per mano e lo trascinai in salotto. Mi sentivo svenire, avevo il sangue che mi ronzava nelle orecchie; cercai a tentoni il bordo del divano e mi ci lasciai quasi cadere. «Cos’ha detto?» mormorai, con la gola stretta, preparandomi al peggio.

Woronzow si sedette accanto a me e mi prese la mano. «Lord King sa tutto» mi disse con dolcezza, «ed è ancora impaziente di sposarti».

Mi sfuggì un singhiozzo e mi abbandonai tra le braccia del mio amico piangendo. Mi resi conto che Lord King doveva amarmi davvero.

Allora, tra sollievo e gratitudine, scoprii in me una minuscola brace di rabbia glaciale. Mia madre era stata disposta a mettere in pericolo tutte le mie speranze e la mia felicità per colpa di un risentimento rimastole dal proprio matrimonio, un odio al quale restava ancora aggrappata sebbene mio padre fosse morto da undici anni. O c’era dell’altro? Forse non sopportava di vedermi felicemente sposata con un uomo buono, bravo, tollerante, perché lei non aveva avuto la stessa fortuna? Invidiava davvero la sua indegna e sciagurata figlia, al punto da portarle via la buona sorte che credeva non meritasse?

Presto non avrebbe più potuto darmi ordini, pensai risentita, asciugandomi le lacrime. Presto non sarei più stata Ada Byron, figlia di Lady Byron, ma Lady King, adorata moglie di William, Lord King, ottavo barone di Ockham, e avrei cessato di essere una pedina nelle mani di mia madre.