21.

Continuiamo la danza! Nulla ne turbi la gioja

Giugno-settembre 1835

Per essere sincera, mia madre non aveva tutti i torti.

Criticavo i suoi metodi, le sue ragioni, ma non sbagliava nel dissuadermi dallo sposare Lord King serbando un segreto colpevole, destinato a creare un divario tra noi. Se avesse rotto il fidanzamento dopo avere saputo il mio peccato non l’avrei mai perdonata, ma con il senno di poi ammetto anch’io che era meglio che lo sapesse prima che ci sposassimo. La verità, qualora fosse emersa in seguito, avrebbe potuto avvelenare il nostro matrimonio o portarci al divorzio. Invece avevo scoperto che mio marito era un uomo estremamente giusto, ragionevole e incline al perdono, e lui aveva appreso che ero imperfetta ma che cercavo di migliorare. Avevamo affrontato la nostra prima prova e l’avevamo superata. Non era meglio così?

Alla fine decisi di sì, ma giunsi a quella conclusione solo molto più tardi. Allora bruciavo di risentimento e contavo i giorni che mi separavano dal matrimonio con Lord King per sfuggire una volta per tutte a quella madre severa, prepotente e dominatrice.

Ma non mi ero ancora liberata di lei. Bisognava negoziare l’aspetto finanziario della nostra unione, e quando mia madre fu certa che il matrimonio sarebbe andato in porto, convocò i suoi avvocati e si mise al lavoro.

Siccome entravano in gioco grosse somme e proprietà, si trattava di una faccenda delicata. Mia madre scoprì solo allora che Lord King non era ricchissimo come avevamo creduto; anche se possedeva due proprietà favolose e una casa a Londra e aveva ottime probabilità di fare carriera politica, rispetto ad altri aristocratici era solo moderatamente ricco, perché le sue proprietà servivano a mantenere diversi membri della sua famiglia allargata. Mia madre decise di compensare questa carenza relativa e di usare le proprie notevoli risorse per promuoverne la carriera.

Quando i miei nonni avevano stipulato gli accordi con mio padre prima delle nozze, avevano riservato sedicimila sterline «ai discendenti del matrimonio», e questo denaro divenne la mia dote. Mia madre contribuì con altre quattordicimila sterline sue, il che significava che, sposandomi, Lord King riceveva la somma enorme di trentamila sterline, con la quasi certezza di ereditare la considerevole proprietà di Wentworth in un lontano futuro. Stupefatto da tanta generosità, Lord King ordinò immediatamente ai suoi avvocati di accettare l’accordo, non appena lui e mia madre avessero deciso la somma di denaro cui avrei avuto diritto per le spese minute.

Non riesco ancora a pensare a questa parte dell’accordo senza risentimento, per l’ingiustizia e l’umiliazione della somma ridicola che venne pattuita. Perché, naturalmente, essendo una semplice donna, una moglie, non avrei mai posseduto quella ricchezza, quelle proprietà che pure venivano da mia madre. Invece, come marito, Lord King avrebbe controllato ogni penny, ogni pezzetto di terra. In compenso avrei ricevuto una rendita annua, lo “spillatico”, che dovevo usare per le mie piccole spese personali, come l’abbigliamento e altre necessità femminili.

Mia madre e Lord King si accordarono rapidamente sulla somma di trecento sterline l’anno, che secondo entrambi sarebbero state più che sufficienti per i miei bisogni. «È quello che ho ricevuto io quando ho sposato tuo padre» disse mia madre allorché obiettai per la scarsità di quella somma.

«Sì» ribattei, «vent’anni fa. Trecento sterline non saranno abbastanza quando consideri il costo dei libri, degli abiti da ballo, e…»

«In questo caso» mi interruppe, «dovrai semplicemente chiedere a Lord King altri soldi, in base alle tue esigenze. Si è già dimostrato generoso. Sono sicuro che non respingerà le tue richieste, se sono ragionevoli».

Probabilmente era vero, ma non sopportavo l’idea dello spillatico, di dovermi rivolgere a lui, a capo chino, in segno di sottomissione, e di chiedergli umilmente di pagare i miei debiti. Mi apparve allora chiaro che il matrimonio non mi avrebbe portato l’indipendenza che volevo, facendomi semplicemente passare dal controllo di mia madre a quello di mio marito. Potevo solo sperare che, una volta sposata, avrei vissuto sotto un regime più benevolo.

Una volta che l’accordo fu finalizzato e firmato in presenza di testimoni, cercammo di terminare i preparativi per il matrimonio, la luna di miele e i primi mesi di vita in comune. Lord King lavorava dall’alba al tramonto ad Ashley Combe, occupandosi delle riparazioni dell’ultimo minuto e di ammobiliare le stanze. A Fordhook e al 10 di Wimpole Street, le lettere di congratulazioni e di auguri aumentarono, il che significava che tutti erano al corrente. Poi, una settimana prima del matrimonio, il cuore si mise a battermi forte quando scoprii il mio nome nella rubrica “Saturday Night” dell’Examiner.

Si dice che Miss Byron, «Ada, sola figlia della mia stirpe», stia per unirsi in matrimonio a Lord King. La sposa avrà vent’anni il prossimo dicembre; Sua Signoria ne ha compiuti trenta lo scorso febbraio.

Respirai profondamente, sollevata che dicesse ben poco che non fosse già di pubblico dominio. Mi feci forza prima di cercare negli altri giornali del mattino, ma pur avendo trovato un annuncio quasi uguale nel Morning Post, né il luogo della cerimonia né la data venivano rivelati.

«C’è solo un breve annuncio del nostro matrimonio nei giornali di oggi» scrissi a Lord King quel pomeriggio. «Nulla che ci possa nuocere, anche se hanno citato erroneamente Childe-Harold, il che, immagino, darà parecchio fastidio ai molti lettori fanatici di mio padre. Che seppelliscano i direttori sotto montagne di lettere di protesta». Conoscevo il terzo canto a memoria, naturalmente, avendolo sentito recitare un numero incalcolabile di volte.

Io e Lord King ci eravamo scambiati diverse lettere da quando Woronzow era intervenuto in veste di avvocato tra noi, ma nessuno dei due aveva fatto menzione della mia condotta disdicevole. Due volte gli scrissi, con fare esitante, che gli ero molto riconoscente per il suo perdono, ma siccome non ne fece mai parola nelle sue risposte, conclusi che non ne avremmo mai più riparlato.

Qualche giorno prima del matrimonio, io e mia madre tornammo a Fordhook con tutto il necessario per le nozze e il corredo. Quello stesso pomeriggio ci raggiunse la famiglia di Lord King, inclusi il fratello e la sorella con cui non andava d’accordo e la madre fredda e distante. Fu gelida anche con me e mia madre, ma mi ripromisi di fare tutto il necessario per migliorare i rapporti tra William e i suoi familiari. Alcuni degli amici miei e di mia madre erano presenti, comunque eravamo in pochi, proprio come avevo desiderato. Mia madre era stata obbligata a ottenere una licenza speciale dall’arcivescovo di Canterbury perché io e Lord King potessimo sposarci nel salotto di Fordhook, ma convenimmo che la nostra solitudine valeva bene quel fastidio.

Nonostante le frizioni tra i King, e lo stupore a malapena contenuto da parte degli amici di mia madre di fronte a quell’«unione improbabile», ci divertimmo. O meglio, ci divertimmo quasi tutti, quasi sempre. A cena, quella prima sera, quando lo zio di Lord King chiese con aria innocente a mia madre se le mie nozze assomigliassero al suo matrimonio con Lord Byron, lei lo fulminò con lo sguardo e rispose: «A parte i pochi invitati e il fatto che mia figlia si sposerà in salotto, non c’è alcuna somiglianza». Il poveretto non aveva idea di cosa avesse detto per offenderla, e mia madre finse di non sentire le sue scuse imbarazzate.

La mattina di mercoledì 8 luglio mi svegliai presto, emozionata e felice per la giornata che mi aspettava. L’abito era di tulle e seta bianca, simile a quello che avevo indossato per la presentazione a corte, con alcune modifiche che lo rendevano alla moda, e portavo un lungo velo elegante invece del cappello di piume di struzzo. Olivia, figlia di Lady Gosford, era la mia damigella d’onore, splendida in un abito di raso rosa, e il mio caro sposo era bellissimo con una giacca di seta blu, pantaloni attillati e panciotto ricamato.

Ero così sopraffatta dalla gioia che ricordo appena di essere entrata in salotto e di avere preso posto accanto a Lord King davanti al sacerdote. La breve cerimonia terminò prima che me ne rendessi conto. Vi furono preghiere ed esortazioni, pronunciammo i nostri voti e ci baciammo, e venimmo dichiarati marito e moglie, lord e lady. Gli amici e i familiari ci circondarono per distribuirci abbracci, congratulazioni e auguri in abbondanza. Mia madre sembrava sul punto di svenire per la gioia, ma anche per il sollievo, dato che tutto era andato come previsto. Vidi, esterrefatta e commossa, che aveva le lacrime agli occhi, cosa rarissima.

Mentre passavamo in sala da pranzo per un delizioso banchetto nuziale, pensai a un tratto alla contessa Teresa Guiccioli, che stava vagando da sola nella navata vuota e cavernosa della Saint George’s Church di Hanover Square, chiedendosi che fine avessero fatto tutti quanti. Quanto ero grata a Mr Babbage per averle dato le informazioni sbagliate in modo che non rovinasse la nostra giornata!

Dopo pranzo io e William – da quel momento in poi l’avrei chiamato William, e lui mi avrebbe chiamato Ada – partimmo da Fordhook in un altro turbinio di abbracci e auguri. Avrei voluto salutare mia madre per ultima, ma quando giunse il momento di dirle addio era in fondo al gruppo e chiacchierava con Lady Gosford, le uniche due della comitiva a non guardare gli sposi. Nascondendo la delusione, diedi invece il mio bacio di addio a Olivia.

«Allora, Lady King?» chiese William quando ci fummo seduti in carrozza, prendendomi la mano. «Hai passato una bella mattina?»

«La più bella della mia vita» dissi, felice di sentire il mio nuovo nome sulle sue labbra.

Ci recammo prima a Ockham Park, la residenza della famiglia di William nel Surrey, una cinquantina di chilometri a sudovest di Fordhook, in modo che potessi incontrare la servitù e visitare la magnifica tenuta della quale ero adesso la proprietaria. Quando la carrozza si avvicinò all’elegante dimora di mattoni rossi e neri in stile italianeggiante, vidi per un attimo un tetto a padiglione coperto di tegole parzialmente nascosto dai parapetti, un’entrata principale imponente fiancheggiata da colonne, e diverse finestre a golfo. Anche se non riuscivo a vederle tutte, William disse che ce n’erano quattordici in tutto, sette su un lato della dimora a due piani, e sette sull’altro.

William mi disse anche che Ockham Park era stata costruita circa duecento anni prima sotto forma di castello, ma quando Peter King, lord cancelliere e primo barone King, l’aveva comprata quasi cent’anni prima, l’aveva modificata secondo il progetto di Nicholas Hawksmoor, il famoso architetto dello stile barocco inglese. «Mio padre ha ultimato gli ultimi restauri significativi solo cinque anni fa» mi spiegò William mentre guardavo la mia nuova casa dal finestrino della carrozza. «È stato lui a volere delle estensioni e lo stile italiano». Con una mano mi cinse le spalle e con l’altra mi indicò dove erano state fatte le aggiunte e dove si trovavano la serra, le scuderie e l’ala delle cucine. Lui stesso aveva sovrinteso alla costruzione della torre solitaria dietro casa, appena visibile tra gli alti cipressi e le siepi lungo il viale.

Quando ci avvicinammo e la carrozza si fermò, vidi che i domestici erano tutti in fila davanti all’ingresso e ci aspettavano per salutarci. Mi sentivo un po’ agitata, chiedendomi come avrebbero accolto la nuova padrona, ma tutti furono gentili e sorridenti, a parte un lacchè, che mi guardò a bocca aperta e balbettò quando ci presentarono. Sorrisi educatamente, pensando che fosse molto timido o appena assunto, ma seppi più tardi che era un grande appassionato di poesia, e che era stato agitatissimo dal momento in cui aveva saputo che il suo padrone avrebbe sposato la figlia del grande Lord Byron. Fu allora che seppi che anche se adesso ero Lady King, sarei sempre stata “Ada” del terzo canto, sola speranza del cuore e sola figlia della casa di mio padre per coloro che ne onoravano la memoria.

Mio marito – com’era strano e meraviglioso pensare a lui in quei termini! – mi accompagnò dentro. Vidi un ingresso spazioso dal quale si accedeva a stanze grandiose ma confortevoli, belle ed eleganti più di qualsiasi posto che avessi mai chiamato casa, a eccezione di Kirkby Mallory, che nel mio cuore non aveva eguali.

Casa, mi dissi meravigliata. Non avrei più dovuto spostarmi da una dimora in affitto all’altra per seguire i capricci di mia madre. Finalmente avevo un luogo che potevo chiamare casa, ed era un posto meraviglioso.

Felice, presi la mano di William. «Fammi fare la visita completa, marito mio» dissi tirandolo dolcemente per un braccio e trascinandolo lungo il corridoio con me. Mi obbedì ridendo, e anche se non visitammo ogni stanza quel giorno, sostammo lungo il corridoio e guardammo dentro la maggior parte di esse. Chiesi di poter usare una stanza particolarmente graziosa e soleggiata, al primo piano, come studio, e nella veranda sospirai vedendo il bellissimo pianoforte. Un istante dopo, quando William attirò la mia attenzione nell’angolo opposto, cacciai un grido di gioia vedendo un’arpa meravigliosa, dai complicati intagli e perfettamente accordata: era il suo regalo di nozze per me.

«Farai molta fatica a convincermi a uscire da questa stanza» gli dissi mentre eseguivo degli arpeggi, ammirandone la sonorità.

«Davvero?» chiese William sollevando le sopracciglia. «Ne sei proprio sicura?»

«Certissima».

Con un brontolio scherzoso mi prese in braccio e, mentre ridevo fingendomi spaventata, mi portò in un’altra stanza, dove avrei passato ore ancora più piacevoli di quelle trascorse in veranda.

William si rivelò un amante focoso e generoso, e forse perché sapeva che non ero una bambina timida e innocente, non tenne a freno il proprio ardore. Il nostro amore fu appassionato o giocoso a seconda dell’umore, e se non provai l’estasi folgorante che Wills aveva suscitato in me, William mi procurò un tale piacere che fin dall’inizio ebbi la certezza che a poco a poco la nostra passione sarebbe diventata sempre più profonda e appagante.

Forse perché passavamo tanto tempo ad approfondire i piaceri del letto coniugale, una settimana si dimostrò insufficiente per esplorare tutte le stanze di quella splendida residenza e i quasi duemila ettari del terreno circostante. Ma il cottage della nostra luna di miele ci aspettava, e nel mio settimo giorno come Lady King partimmo per Ashley Combe, a duecentosettanta chilometri a ovest nel Somerset, sul Canale di Bristol.

A quei tempi era un viaggio lungo, che richiedeva molti giorni scomodi ed estenuanti di carrozza, e pernottamenti in locande lungo la strada, ma la felicità e l’impazienza della nostra nuova condizione lo rese piacevole. William mi intrattenne descrivendo la storia o gli aspetti geologici più importanti dei luoghi che superavamo, oppure passavamo il tempo mano nella mano, in un silenzio gradevole. Avanzando verso occidente ci parve di lasciarci alle spalle la civilizzazione, via via che le città diventavano più piccole e rare e le terre incolte più vaste e frequenti.

L’ultimo paese che attraversammo si chiamava Porlock, si trovava tra le colline lungo la costa tra la città di Minehead – che non aveva niente a che fare con le mines, le miniere, ma era una deformazione della parola gallese mynydd, “montagna” – e la pittoresca ma aspra Valley of the Rocks. Confesso che strinsi il braccio di William quando la carrozza attraversò Porlock e imboccò un sentiero stretto e accidentato che saliva in equilibrio precario lungo il lato occidentale della valle, oscillando e cigolando sulla salita ripida. Quando giungemmo in cima e vidi Porlock Common, una pianura piatta, battuta dal vento, coperta di ginestra spinosa ed erba, feci un sospiro di sollievo tanto profondo che William rise e mi baciò la guancia.

«Il peggio è passato» mi assicurò, prendendomi la mano. «Questo è il confine della nostra proprietà. Guarda e dimmi cosa ne pensi».

Fece un cenno in direzione del finestrino; mi sporsi e guardai fuori, e rimasi molto colpita dal panorama del Canale di Bristol, le morbide colline alberate di Exmoor a sud, il litorale verde del Galles a nord. «Valeva la pena di affrontare quella terribile salita per ammirare il paesaggio» dissi, un’affermazione che mi veniva più facile ora che il viottolo in pendenza era alle mie spalle.

Ma le mie apprensioni tornarono quando la strada ebbe attraversato l’altopiano e si fu inoltrata in una densa foresta. Dopo essere scesa lungo un dolce pendio, imboccò una serie di curve brusche e ripide che scendevano verso il mare. Il sentiero correva parallelo a un torrente che formava cascate su massi e rocce che sembravano appena precipitati dall’alto delle colline, a giudicare dall’assenza di terra e muschio. Mentre stavo per dire a William che avrei percorso a piedi il resto del tragitto, incurante della distanza da coprire, la carrozza imboccò un viale piano e relativamente liscio e ci fermammo davanti a un cancello.

«Siamo quasi arrivati» mi rassicurò William quando il cocchiere saltò giù, aprì il cancello, fece passare i cavalli e richiuse i battenti prima di riprendere il suo posto a cassetta. Attraversammo un bosco fitto e tranquillo, il cui silenzio era rotto solo dal suono degli zoccoli dei cavalli sul sentiero di terra battuta, dal fruscio delle foglie agitate dal vento, dal cinguettio degli uccelli e dal gorgogliare del corso d’acqua, che non riuscivo più a vedere ma che non doveva essere lontano.

Svoltammo e giungemmo in una radura dove, su una cornice della collina, era stata costruita una casa di pietra a tre piani, elegante ma rustica, che pareva scavata nella roccia e rifinita dalle mani di un artigiano. Era circondata da terrazze di pietra su cui crescevano alberi di cedro, alloro, querce e querce da sughero, i cui rami dondolavano nella brezza dolce, proteggendo la casa dal sole.

«Avevi detto che era il villino di un sugheraio!» esclamai, con gli occhi fissi sulla casa favolosa.

William sorrise. «Lo era, una volta».

«È come chiamare Saint James’s Palace la casa di una sguattera perché si dà il caso che ve ne abiti una» lo rimproverai, ma il mio sorriso tradiva il mio entusiasmo. Ammirando la struttura irregolare, tanto diversa dall’ordine simmetrico di Ockham Park, dai suoi archi elaborati e dall’ordine dei suoi mattoni, mi sembrava di trovarmi sulle sponde del lago Léman, o alle pendici del Monte Bianco.

«Laggiù sto costruendo una torre con l’orologio» disse William, indicandomi un punto sulla collina; allungai il collo ma non vidi nulla. «Sto anche facendo preparare un giardino acquatico in un punto ombreggiato più in alto, che verrà alimentato da un lago poco distante. Dovrò far creare dei canali di irrigazione, non ne sono ancora sicuro. Vedremo».

«Credevo che dovessi solo togliere qualche albero e far tinteggiare le pareti» commentai quando la carrozza si fermò davanti alla porta di ingresso, e un uomo e una donna, probabilmente una governante e un lacchè, corsero fuori e si prepararono a darci il benvenuto. «Invece ti stai lanciando in un progetto architettonico molto ambizioso».

«È il frutto dell’amore» replicò lui saltando giù dalla carrozza e tendendo una mano per aiutarmi a scendere. «Un altro regalo per la mia bella sposa».

Mi si riempirono gli occhi di lacrime di gioia. Non mi ero mai sentita più adorata, più desiderata, più amata.

Dopo avere incontrato i pochi servitori, William mi diede il braccio e mi portò a visitare la residenza. All’interno era spaziosa e piena di luce, con l’odore di intonaco e vernice fresca ancora nell’aria, ma le finestre a rombo erano aperte per lasciar entrare l’aria profumata, e dopo un attimo non sentii più l’odore di pittura. Le stanze erano confortevoli e arredate con gusto in legno scuro, lana e pelle e pochi fronzoli, e si integravano perfettamente con l’ambiente naturale.

La camera da letto che avremmo diviso era al secondo piano, sul retro, isolata e tranquilla, e si affacciava su un bellissimo giardino fiorito. Con le finestre aperte per accogliere l’aria fresca e dolce, udii un ruscello che scorreva, invisibile, nelle vicinanze: forse scendeva lungo la collina per raggiungere il torrente che avevamo visto lungo la strada.

La sala da pranzo e il salotto al primo piano erano luminosi e offrivano una vista spettacolare del Canale di Bristol, e in fondo al corridoio sotto la nostra stanza da letto trovai una vasta biblioteca che non avrebbe stonato in una dimora londinese. Passando in rassegna gli scaffali, trovai edizioni prestigiose di opere dei più grandi scrittori e filosofi inglesi e stranieri, tra cui il Saggio sull’intelletto umano dell’antenato di William, John Locke, numerosi romanzi storici di Sir Walter Scott, e diversi volumi di poesia di Samuel Taylor Coleridge, che aveva scritto il suo poema fantastico Kubla Khan a Withycombe Farm vicino a Culbone, la chiesa parrocchiale della tenuta di William. O forse dovrei dire che Coleridge vi aveva cominciato il suo poema perché, come aveva scritto poi, uno sventurato visitatore di Porlock era venuto a bussare alla sua porta mentre era nel pieno della fase creativa. Quando era tornato alla scrivania dopo l’interruzione, aveva scoperto che l’ispirazione poetica era svanita, e «con l’eccezione di otto o dieci righe e immagini, tutto il resto era scomparso come l’immagine sulla superficie di un ruscello nel quale è stato gettato un sasso».

«Un poeta dovrebbe poter godere di una solitudine ininterrotta per scrivere in un posto isolato come questo» stavo dicendo a William quando lo sguardo mi cadde su diversi volumi rilegati in pelle che avevano il posto d’onore, su uno scaffale a parte, al centro di una parete intera di libri. Mi avvicinai e con una fitta di un sentimento indefinito – sorpresa o diffidenza, o un misto inquietante di entrambi – scoprii le edizioni più belle delle poesie di mio padre, che dovevano senz’altro racchiudere tutti i versi che avesse mai scritto.

«Non sapevo che fossi un appassionato lettore di Lord Byron» dissi, cercando di mantenere un tono di voce lieve. «Non parli quasi mai della sua opera».

Mi cinse le spalle con un braccio e mi fece un sorriso triste, sghembo. «Sembri sempre riluttante a parlarne».

«Solo perché ho letto ben poco» ammisi. «Qualche anno fa, ero appena quindicenne, mia madre mi lesse qualche brano di alcune delle sue opere, ma iniziò ad agitarsi quando le chiesi di leggermi qualcosa d’altro, ed era sempre sottinteso che non avrei mai dovuto affrontare quelle letture da sola».

«Io e te prenderemo accordi diversi». William mi fece voltare, in modo che entrambi avessimo davanti l’intera sala con i suoi tesori. «Puoi leggere tutti i libri che trovi qui dentro, compresi, in particolare, quelli delle poesie di tuo padre».

Lo ringraziai con un bacio, e scelsi una bella edizione del Don Giovanni da leggere più tardi.

Non mi era mai stato concesso un accesso illimitato all’opera di mio padre, e quando cominciai a scoprirne i versi sublimi, l’umorismo provocante, la satira feroce, non riuscii più a farne a meno. Dopo Don Giovanni lessi Il prigioniero di Chillon, che mi ricordò il soggiorno al lago Léman, e poi un volume di poesie liriche.

Confesso che trovai alcuni dei suoi versi inquietanti, e non solo perché tutte le sue poesie avevano per me il gusto del proibito, giacché sapevo che mia madre avrebbe disapprovato un consumo tanto smodato dei versi paterni. Una strana apprensione si manifestò in me quando lessi che l’eroe di Manfredo, tormentato dal ricordo di un «peccato che ti altera la mente», confessa alla Fata delle Alpi il suo amore per la defunta Astarte, che

era simile a me nei lineamenti, – i suoi occhi, la sua chioma, le sue fattezze, tutto fino al suono della sua voce, dicevasi che fosse simile al mio.

Questo tormento della passione di cui scriveva, questo amore che bruciava, fremeva e angustiava, non assomigliava a ciò che provavo per William, e questo mi incuriosiva e spaventava insieme. Confesso che c’erano momenti in cui chiudevo di scatto un libro incappando in versi che suscitavano pensieri misteriosi e intriganti, solo per tornarvi in seguito, con l’impressione di violare la storia inquieta e difficile dei miei genitori in un modo impossibile da definire.

Anche se la biblioteca offriva innumerevoli distrazioni, la bellezza sublime e i paesaggi splendidi delle colline e delle foreste costituivano un richiamo irresistibile. Godendo appieno della mia libertà, ogni giorno esploravo le meraviglie naturali della proprietà, a volte avventurandomi a piedi lungo sentieri stretti e sinuosi nelle parti più fitte del bosco, sentendomi come una fata silvestre mentre mi addentravo tra frassini, betulle, noccioli e querce e cespugli di rovi e mirtilli. Raccoglievo campioni di licheni vellutati e di rara Cladonia rangiferina giallo brillante, ero felice quando riuscivo a scorgere un cervo, una volpe, un tasso, un fagiano, e mi deliziavo del canto degli uccelli.

Spesso cavalcavo da sola in sella a una giumenta per valli e brughiere, su e giù per le colline o lungo la costa. A volte William mi accompagnava, ma spesso era impegnato nelle attività della tenuta, e mi salutava con un bacio al mattino e mi baciava al mio ritorno al pomeriggio. Altre volte, mentre lui e il suo gruppetto di operai costruivano muretti di pietra o strappavano erbacce per il giardino acquatico, stendevo una coperta morbida sotto un albero non lontano e mi sdraiavo all’ombra, scrivevo lettere, leggevo poesie o studiavo matematica, alzando di tanto in tanto lo sguardo dai libri e dalle carte per osservare i progressi degli uomini e ammirare mio marito, che si fermava per riprendere fiato, asciugarsi la fronte e farmi un sorriso felice.

Confesso di essermi innamorata di Ashley Combe ancora più in fretta che del suo proprietario.

Per quanto la proprietà fosse isolata e rustica, le mie lettere esaltate ad amici e familiari in cui ne decantavo la tranquillità e la bellezza sublime dovettero risultare irresistibili, e meno di due settimane dopo il nostro arrivo accogliemmo i nostri primi ospiti. Il dottor King e signora restarono con noi tre giorni, il che permise loro di ammirare Ashley Combe e di studiare me, senz’altro in previsione di un resoconto dettagliato per mia madre.

Alla vigilia della partenza, Mrs King mi prese in disparte e mi disse che mia madre era gravemente malata, rimproverandomi con il tono e lo sguardo per la mia assenza egoista. Venni colta da una stretta di panico e di senso di colpa, e appena potei parlare a William da solo, gli rivelai, tra le lacrime, ciò che avevo appena appreso da Mrs King. La mia ansia si placò quando mio marito mi ricordò che nelle sue lettere, quasi quotidiane e invariabilmente allegre, mia madre si era lamentata solo di leggeri disturbi, gli stessi che la infastidivano da anni.

«Se le condizioni di Lady Byron fossero gravi come sostiene Mrs King» ragionò William, «ce l’avrebbe detto lei stessa, perché non è certo tipo da nascondere problemi del genere, oppure sarebbe stata troppo debole per scriverci».

Leggermente rassicurata, feci del mio meglio per non preoccuparmi, ma verso la fine della luna di miele la gioia di Ashley Combe venne messa in ombra dall’urgenza di tornare a Fordhook per appurare che mia madre non fosse in punto di morte.

Le scrissi per assicurarle che stavamo tornando, però la mattina della partenza ricevetti una lettera che ci informava che non sarebbe stata a Fordhook a riceverci ma che sarebbe venuta lei stessa a Ockham al nostro ritorno. Meravigliata, decisi di prenderlo come un segno positivo della sua guarigione, anche se stavo cominciando a sospettare che Mrs King avesse esagerato, chissà per quale motivo. Forse vedendo me e William insieme aveva deciso che ero troppo felice e che andavo riportata con i piedi per terra. Se quello era stato il suo scopo, ci era riuscita benissimo.

Il viaggio di ritorno a Ockham Park fu lungo e faticoso come quello di andata, ma la compagnia affettuosa di William e l’ansia di ritrovare la mia arpa nuova mi aiutarono a mantenere il buonumore nonostante l’esiguità del veicolo e gli scossoni. Eravamo appena giunti a destinazione quando arrivò mia madre per la visita che ci aveva promesso, e non solo la sua salute era buona, ma anche l’umore era ottimo. Era evidentemente felice di avere trovato un genero tanto perfetto, e la sua approvazione di William la induceva, in un certo senso, a rivalutare anche me. Se una volta aveva temuto la mia rovina e sospettava in me la presenza di una follia latente per colpa del cattivo sangue Byron, a un tratto tutte le sue paure erano svanite ed era affettuosa con me come se fossi la figlia buona, pia, obbediente e brillante che aveva sempre desiderato.

«Ho scoperto» mi confidò mentre passeggiavamo a braccetto nei deliziosi giardini di Ockham Park «che in seguito al tuo matrimonio sono diventata amabile, affabile e ho acquisito molti altri pregi agli occhi di chi prima me ne riconosceva pochi».

«È meraviglioso vederti tanto felice» azzardai, non volendo ammettere che anch’io ero stata una di quelle persone.

Mia madre si trattenne da noi qualche giorno, ma da Fordhook e Londra e le altre tappe del suo viaggio ci mandò lettere frequenti, elogiando William, esprimendo gioia per il nostro matrimonio, e rivolgendosi a me con teneri vezzeggiativi che non aveva mai usato prima. «Piccolo caro canarino» tubava in un biglietto che accompagnava uno spartito mandato in dono, «che la tua nuova gabbia possa essere allietata dalle note della tua voce e dell’arpa».

«Quale dovrebbe essere la gabbia» chiesi a William indignata, «Ockham Park o il matrimonio stesso?»

«Non essere scortese» rispose lui, sorridendo per addolcire il rimprovero. «Non intende dire che sei prigioniera, solo che sei protetta e che qualcuno si prende cura di te».

«Certo che intende quello» dissi, costringendomi a sorridere, anche se avrei preferito fare un sospiro esasperato. William, avevo scoperto, aveva un’adorazione per la mia «formidabile e straordinaria» madre, e prendeva quasi sempre le sue difese quando le trovavo dei difetti. Anzi, la loro ammirazione reciproca era così forte che spesso mi sentivo lasciata in disparte, come se William fosse il figlio di mia madre e io la nuora. Indipendentemente dai miei sentimenti riguardo a canarini e gabbie e le varie metafore che questi implicavano, le espressioni usate inizialmente da mia madre diedero vita alla pratica scherzosa di chiamarci l’un l’altro con nomignoli tratti dal mondo degli uccelli: “Uccellino”, “Usignolo” o “Avis” per me, “Gallo” o “Corvo” per William, per via dello sguardo penetrante, e “Chioccia” per mia madre.

Avevamo ampie opportunità di usare i nostri nuovi soprannomi, perché trovandomi di colpo a capo di una grande proprietà senza avere la minima idea di come gestirla, scrivevo spesso a mia madre animata dai sentimenti più diversi, dalla soddisfazione alla curiosità, fino ad arrivare all’apprensione e al panico. Mia madre rispondeva sempre con calma e serena autorità, e mi consigliava come assumere camerieri, gestire il personale, organizzare cene, ricevere gli ospiti. Altri argomenti su cui non le facevo domande, ma per i quali mi impartiva ugualmente consigli, riguardavano la frequenza delle mie visite alle sorelle di William, compresa Emily, quella con cui non andava d’accordo; come mostrare il rispetto e la dovuta deferenza a mia suocera ma senza lasciarmi dominare; quali libri e versi ripassare quando studiavo le Scritture; quali bevande dovevo prediligere al mattino per mantenermi in buona salute; e molti altri argomenti, tanto da farmi dubitare che tutto l’inchiostro del mondo fosse sufficiente a esaurirli.

Poi, la terza settimana di settembre, scoprii una nuova ragione per chiedere consigli a mia madre; era qualcosa che avevo atteso con grande impazienza fin dalla prima notte di nozze.

Aspettavo un figlio.