23.

I giorni vengono lenti, rubano le cose nostre e la nostra propria esistenza

Maggio 1836-agosto 1839

Battezzammo nostro figlio Byron King, e ci innamorammo di lui come ogni genitore del primogenito. Anche se mia madre era stata ambigua nei riguardi della mia gravidanza e poco interessata al parto, quando conobbe suo nipote tre giorni dopo la sua nascita, ne rimase incantata. Gli occhi scuri, le guance paffute e i pianti flebili la conquistarono al punto che scrisse una descrizione buffa da condividere con gli amici, predicendo che da giovane sarebbe stato un prodigio nelle attività atletiche, da adulto indifferente alle opinioni della società e nella maturità un rispettato professore di filosofia. Per quanto riguardava me, adoravo a tal punto quella creaturina perfetta che non pensavo a cosa sarebbe diventato cinque, dieci o vent’anni dopo. Tutto ciò che volevo era stringere il mio bel bambino e amarlo più di quanto fossi stata amata io.

All’inizio della primavera mia madre propose di cercare una bambinaia per il nipote, severa ma dolce, devota ma non indulgente, energica ma calma, e abbastanza intelligente da saper stare al passo con il piccolo, sicuramente pronto d’ingegno. «Ti serve una balia?» mi aveva chiesto mia madre per lettera in marzo.

Volevo allattarlo io, perché mia madre e altre donne mi avevano detto che in questo modo sarei dimagrita più in fretta. «No, una bambinaia esperta basterà» scrissi a mia madre.

«Ti opporresti a una donna più vecchia di te?» domandò poi. Avevo replicato che, al contrario, una candidata con più esperienza sarebbe stata la benvenuta, purché avesse energia.

«Ho trovato la persona perfetta» dichiarò mia madre quando prese in braccio il nipote per la prima volta. «Può cominciare domani, se per te va bene».

«Non dovrei conoscerla, prima?» chiesi. «Non voglio mettere in dubbio il tuo giudizio, ma…»

«La conosci già, anche se forse non te la ricordi». Aveva un tono leggero, la voce acuta che si assume spontaneamente con un neonato in braccio anche quando si parla a un adulto. «Si chiama Mrs Grimes, ed è stata la tua bambinaia. Te la ricordi? È stato tanti anni fa. Ci ha lasciate per occuparsi di sua sorella, credo».

Mi si strinse il cuore. Certo che ricordavo Mrs Grimes, anche se non la vedevo da più di quindici anni. Studiai mia madre, aspettando che aggiungesse qualcosa, ma era totalmente assorbita da Byron e non notò il mio sguardo penetrante. Non avrei mai potuto dimenticare Mrs Grimes, la bambinaia fedele che si era occupata di me con tanto affetto e devozione quando avevo avuto la varicella.

«Certo che ricordo Mrs Grimes» dissi. «Non c’è nessuno di cui mi fiderei di più per mio figlio. Come hai fatto a convincerla ad accettare il posto?»

Intendevo sottolineare la mia incredulità per il fatto che Mrs Grimes avesse accettato per la seconda volta di essere impiegata dalla nostra famiglia dopo che mia madre l’aveva licenziata in tronco senza rispettare l’impegno di tenerla per due anni, ma quando mia madre alzò gli occhi dal piccolo Byron mi guardò con uno stupore che mi parve autentico. «Le ho detto che avevi bisogno di lei e ha accettato» disse. «Ricordo che fosse buona, gentile, e molto competente, sebbene tendesse a viziarti».

«Non ricordo che mi abbia viziata».

Fece una risatina. «Ma certo, perché dovresti ricordartene?»

Trattenni un commento negativo, per non darle motivo di cambiare idea, tanto desideravo rivedere la mia amata bambinaia. Né volevo che mia madre se ne andasse arrabbiata, visto che sembrava intenzionata a riversare su mio figlio tutto l’amore e l’affetto che aveva sempre negato a me.

Il mattino dopo, quando Mrs Grimes arrivò, mi gettai praticamente tra le sue braccia, e restammo così, abbracciate, a ridere e piangere come due folli. I capelli le erano diventati tutti grigi, e il corpo un tempo solido e massiccio si era affinato e incurvato, ma gli occhi saggi e buoni erano quelli di sempre, come la voce e il sorriso. «Siete diventata la donna forte e adorabile che ho sempre saputo che sareste diventata, cara Ada» mi sussurrò all’orecchio, e mi godetti i suoi elogi con le lacrime agli occhi. Quando le presentai mio figlio, lo prese in braccio con movimenti decisi ma dolci, e sapevo che sarebbe stato amato e protetto da lei.

Con l’aiuto di Mrs Grimes mi abituai ai miei doveri di madre, ma spesso le obbedivo riconoscente quando mi ordinava di riposare mentre lei si occupava del bambino. Il travaglio era andato bene, tuttavia rimasi esausta e indolenzita per più di due settimane dopo la nascita di Byron, e i salassi e le coppette che mia madre ingiunse al medico di somministrarmi non mi aiutarono a recuperare le energie. Alla fine di giugno, però, fui in grado di ricevere visite, e uno dei primi a venirmi a trovare fu Mr Babbage.

Aveva portato dei regali per mio figlio, un cavallo giocattolo morbido che adorava mordicchiare – Byron, non Mr Babbage – e dei blocchi di legno per quando sarebbe stato più grande, levigati e lucidati alla perfezione. Mr Babbage portò senza volere un regalo anche per me, oltre alle notizie dei circoli intellettuali di Londra, dei quali sentivo grande nostalgia. «Ho migliorato il progetto della mia Macchina analitica da quando abbiamo parlato l’ultima volta» disse. «Ho concluso che usare il cilindro che gira per comunicare le istruzioni comporti troppe limitazioni, e che sarà meglio ricorrere alle schede perforate».

Ero così felice che risi ad alta voce. «Speravo che avreste cambiato idea. Questa decisione è in onore del mio giovane erede?»

«Assolutamente no» rispose lui con un sorriso. «È un’ammissione dell’intelligenza superiore di sua madre».

Poco dopo la visita di Mr Babbage, mia madre partì alla volta di Brighton per seguire una cura per la sua solita malattia, i cui sintomi vaghi e sempre diversi avevano lasciato perplesso il dottor King. Lei si era irritata per la sua incapacità di effettuare una diagnosi, e ancora di più per il timido suggerimento da parte del dottore che forse l’origine del male di mia madre fosse nella sua testa, e senza dirglielo aveva cominciato a consultare altri medici. Nella mia preoccupazione per lei avevo dimenticato la mia stessa stanchezza, e fino al giorno della sua partenza per Brighton mi diedi molto da fare per occuparmi di lei e del bambino, finché Hester e Mrs Grimes non unirono le forze per costringermi a riposare.

Riposare fu più facile quando ci ritirammo a Ockham Park, a metà luglio. Hester mi intratteneva con conversazioni divertenti e mi spingeva in una poltrona a rotelle in giardino, e quando non allattavo Byron e non osservavo sorridendo lui e William che giocavano insieme, era affidato alle cure attente di Mrs Grimes, quindi potevo sempre riposare, certa che fosse in buone mani. Per quanto fossi esausta, ero anche assolutamente felice. Avevo fatto il mio dovere, dando a mia madre e a mio marito un erede. Il mio desiderio infantile di avere una sorella e una casa allegra era stato esaudito. Per la prima volta in vita mia sentivo di avere soddisfatto le aspettative di tutti, e volevo approfittarne finché durava.

Alla fine di luglio camminavo bene da sola, e ogni giorno recuperavo un po’ di più le forze. A metà agosto io e Hester esploravamo la proprietà a cavallo, e a fine mese riuscivo anche a saltare qualche ostacolo.

«Mi sono ripresa del tutto» dissi felice a William un pomeriggio quando raggiunse me e Hester nelle scuderie mentre spazzolavamo i cavalli.

«Sei bellissima» disse, prendendomi per i fianchi e baciandomi sulla bocca. Gli restituii il bacio, accaldata per la corsa sfrenata.

«Ma insomma» protestò Hester ridendo. «Non potreste almeno aspettare di essere soli?»

Dopo un ultimo bacio veloce ci separammo, ma la mano di William indugiò sulla mia spalla e pensai ai momenti di passione che avrei trascorso tra le sue braccia quella sera. Gli avevo detto che preferivo non avere un altro figlio fino ai due anni di Byron, quindi facevamo attenzione alle date, ma non era facile resistere all’ardore reciproco. Allattavo ancora, e avevo saputo che questo offriva una certa protezione. Speravo proprio che questo trucco femminile non si basasse su una leggenda.

A fine agosto Byron era diventato un bel bambino, forte e vispo, e a poco meno di quattro mesi amava sperimentare tutto. Era attirato dal movimento più che dal colore, e dai suoni discordanti più che da quelli piacevoli. Un giorno, mentre Hester lo teneva in braccio in salotto, osservò attentamente la sua collana, muovendola di qua e di là, guardandone la forma con cura, soprattutto quando, dopo che ebbe allontanato le mani grassocce, la collana si spostò da sola.

«Il nostro piccolo Byron diventerà uno scienziato o un matematico come sua madre» dichiarò Hester. Sorrisi, ma mi si spezzava il cuore sentirmi chiamare in quel modo, perché gli impegni domestici mi impedivano di dedicarmi alle attività intellettuali. Ogni mese mi riproponevo di riprendere gli studi non appena Byron fosse stato un po’ più grande, ma i giorni passavano, le ore venivano riempite da distrazioni più immediate, e i miei libri e le carte restavano intonsi.

A fine autunno mi resi conto che i miei studi sarebbero stati rimandati ulteriormente, perché nonostante le precauzioni ero di nuovo incinta. William era entusiasta, e anch’io ero felice, ma ero anche perplessa, non lo nego. Volevo altri figli, certo, ma non subito.

Con una nuova determinazione accantonai le distrazioni e ripresi gli studi, decisa a progredire più che potevo prima che i miei pensieri e le mie braccia fossero di nuovo occupati da un bambino. La geometria e la trigonometria mi interessavano in particolar modo, e pensando di poter capire meglio certi argomenti complessi se avessi avuto dei modelli fisici da osservare, chiesi a Mrs Somerville di ordinarmene alcuni in forma anonima. Ero ancora la figlia di Lord Byron, un oggetto di curiosità mio malgrado agli occhi della gente, e non volevo che i miei acquisti fossero diffusi sulla stampa. La mia cara insegnante promise di occuparsene e in dicembre, poco dopo il mio ventunesimo compleanno, mi regalò anche un meraviglioso telescopio con cui studiare il cielo dalle torri di Ockham Park nelle fredde e limpide notti invernali.

Tutto quell’inverno e durante la primavera divisi il mio tempo tra Byron, la preparazione dell’arrivo del fratellino o sorellina, i miei doveri come Lady Byron, e lo studio di matematica e astronomia. Sarebbe legittimo chiedersi a che punto di questa lista si trovassero i miei doveri nei confronti di Lord King, e se non lo trascurassi. In realtà William era molto occupato per conto suo, in quel periodo, con le attività di lord e quelle, più recenti, legate alla creazione della scuola industriale. Il poco tempo che gli restava lo consacrava al piccolo Byron e alle infinite migliorie delle sue tenute, a costruire torri, aggiungere giardini, scavare gallerie fino alle porte posteriori della residenza in modo che l’arrivo dei carretti con le consegne della merce non rovinasse il panorama. Io e William ci amavamo come prima, ma non potevamo più vivere nell’isolamento romantico che avevamo avuto ad Ashley Combe, non con le responsabilità della famiglia e del mondo esterno che ci assalivano da tutte le parti. Mi pareva che stessimo uno accanto all’altra, mano nella mano, con le dita intrecciate, ma che ci fosse una distanza maggiore tra di noi. Però, se non lasciavamo la presa e proseguivamo nella stessa direzione, non c’era da preoccuparsi.

Byron festeggiò il primo compleanno nel maggio del 1837. Come mia madre aveva previsto poco dopo la sua nascita, era diventato un bambino felice, energico e sveglio, che si infilava dappertutto carponi con grande velocità e coraggio, tanto che temevamo sempre che si mettesse in pericolo. Riusciva a tirarsi in piedi aggrappandosi alla mano di un adulto o a un mobile, e uno dei suoi divertimenti preferiti consisteva nell’aprire e chiudere credenze, studiare il funzionamento di cardini e catenacci, per il divertimento dei suoi osservatori. Amava spingere la palla, poi inseguirla a quattro zampe, ridendo e lanciando gridolini come un segugio che insegue una volpe. La mia unica preoccupazione, che mi angustiava solo di rado perché per il resto era chiaramente un bambino intelligente e attento, era che non avesse ancora detto una parola. Mrs Grimes mi assicurò che capiva quasi tutto quello che gli dicevamo, e che col tempo avrebbe trovato la voce. «Un giorno non riuscirete a farlo smettere di parlare» disse con un sorriso, «e ripenserete a questi giorni con nostalgia, rimpiangendo che siano finiti».

Non so come me la sarei cavata senza Mrs Grimes, la sua presenza rassicurante nella nursery, la sua saggezza nata dall’esperienza. Non avrei mai dimenticato il torto che mia madre le aveva fatto, e potevo solo sperare che la mia gratitudine e l’adorazione di Byron fossero sufficienti a compensare le ingiustizie del passato.

La nostra famigliola si ritirò nella deliziosa solitudine di Ashley Combe in giugno, e lì ci giunse notizia che re Guglielmo IV era morto dopo una lunga malattia. Aveva avuto dieci figli illegittimi con la sua amante di sempre prima del matrimonio, ma la regina Adelaide gli aveva dato solo due figlie, morte entrambe molto giovani, e non aveva quindi lasciato eredi diretti. L’erede presunta era dunque la nipote preferita, la principessa Alessandrina Vittoria, figlia del fratello minore Edoardo Augusto, e della sua moglie tedesca, la duchessa del Kent.

Si sapeva che re Guglielmo aveva sempre detestato la cognata intrigante, e si diceva che avesse temuto di morire prima che la principessa Vittoria diventasse maggiorenne, lasciando il regno sotto il controllo della duchessa del Kent come reggente. Per grazia divina o per semplice forza di volontà, invece, sopravvisse quasi un mese dopo il diciottesimo compleanno della principessa Vittoria. La nazione parve esalare un sospiro di sollievo collettivo per avere evitato la reggenza, e mia madre mi disse che Lord Melbourne e i suoi alleati politici rimasero molto soddisfatti quando la giovane regina si liberò del controllo della madre prepotente. «Lord Melbourne è il consigliere più fidato della regina Vittoria» mi scrisse mia madre da Fordhook, una semplice frase che racchiudeva un significato più profondo. Mia madre aveva rimandato da molto tempo la richiesta di un favore a suo cugino, ma sapevo che prima o poi avrebbe sfruttato quel contatto.

Gli intrighi politici mi interessavano poco, ormai, perché il momento del parto si stava avvicinando. Tornammo a Londra la prima settimana di settembre, e fu nella nostra casa di Saint James’s Square che il 22 settembre diedi alla luce una bambina. Io e William ci eravamo aspettati un secondo maschio, e mi vergogno ora di ammettere che restammo entrambi un po’ delusi anche se la nostra piccola era sana, bella, dolce e perfetta sotto ogni altro punto di vista.

Avevo appena cominciato a riprendermi dalle fatiche del parto quando venni colpita da una terribile malattia. Allora non sapevo come si chiamasse, ma seppi poi che doveva trattarsi del colera. Il morbo devastante era ben noto e temuto in India e le epidemie si erano già avvicinate all’Europa, ma si erano sempre arrestate prima di giungere in Inghilterra. Alcuni anni addietro, però, la malattia era infine riuscita a superare le difese del nostro paese, e mi ammalai sul finire di un’epidemia che aveva mietuto molte vittime a Londra all’inizio del decennio. Rabbrividisco di terrore quando ricordo quanto soffrii, a letto, per mesi, con capogiri continui, attacchi violenti di vomito, diarrea senza tregua, febbri terrificanti e una sete inestinguibile. Rischiai di morire – tutti temevano che non ce l’avrei fatta – e se non fosse stato per il medico di mia madre, il dottor Herbert Mayo, temo che sarei finita all’altro mondo. Non ho idea di come riuscii a sopravvivere. Allora mi pareva impossibile.

Solo alla fine dell’autunno 1838 fui dichiarata fuori pericolo, ma la malattia aveva messo a dura prova il mio corpo, lasciandomi magrissima e debole benché in vita. In primavera avevo riacquistato peso e forze, ma restavo molto debilitata.

Dovetti allora constatare, purtroppo, due conseguenze infelici e durature della mia malattia.

La prima – mi vergogno a dirlo – era che non provavo per Annabella lo stesso attaccamento che avevo per Byron. Una settimana dopo la sua nascita, quando erano apparsi in me i primi sintomi, mi era stata tolta dalle braccia per il suo bene, e il rischio del contagio si era protratto per mesi. Anche dopo mi ero sentita troppo debole per occuparmi di lei. Alla bambina non mancava niente, perché aveva Mrs Grimes, Hester e William ad accudirla con un amore e una sollecitudine che compensavano ampiamente le mie carenze, ma perdemmo quei primi giorni preziosi in cui avrei dovuto facilitarle l’arrivo nel mondo, avvilupparla nella luce calda dell’amore e dell’affetto materni, stringere legami indistruttibili tra i nostri due cuori. Negli anni trascorsi da allora ho cercato di rimediare alla mia assenza di quei primi mesi, ma so di averla spesso delusa, e anche oggi avverto un senso residuo di distanza.

La seconda conseguenza infelice avrebbe potuto manifestarsi ugualmente, in un altro momento, anche se non mi fossi ammalata.

Come ho già detto, si aspettavano tutti che morissi. William non aveva motivo di dubitarne, perché tutto stava a indicare che la malattia mi sarebbe stata fatale. Devastato, cominciò a piangere la mia scomparsa prima ancora che esalassi l’ultimo respiro, a prepararsi a una vita senza di me come il padre vedovo di due bambini orfani. Credo che avesse cominciato a prendere le distanze da me verso fine dicembre, quando la mia morte pareva imminente, per non essere trascinato nella tomba insieme alla sottoscritta. Non gliene faccio una colpa; doveva proteggersi per restare forte, per il bene dei nostri figli. Io però alla fine riuscii a sopravvivere, e lo strappo che aveva operato per tutelarsi da un dolore troppo forte non fu mai ricucito. Mi amava ancora, ma non osava più amarmi troppo profondamente. Da quel momento in poi ebbi l’impressione che fossimo ancora uno accanto all’altra, rivolti nella stessa direzione, ma invece di tenerci per mano avevamo le dita che si toccavano appena.

In marzo mi sentivo molto meglio, ma William era spesso lontano da Ockham per affari a Londra o a controllare l’avanzamento dei lavori ad Ashley Combe, e non mi vide tornare in carne e recuperare un bel colorito. Gli scrivevo quasi ogni giorno, resoconti allegri del tempo che trascorrevo con Annabella e Byron, senza confessargli il dolore lancinante che provavo se, quando meno me lo aspettavo, nostra figlia si sottraeva a me per rifugiarsi tra le braccia di Mrs Grimes. «Byron è sempre più birichino e più indipendente che mai» gli scrivevo invece. «La bambina è sempre più bella. Mi chiedo che effetto ti farà al tuo ritorno».

Mi chiedevo anche che effetto gli avrei fatto io, però non glielo scrissi.

Le visite degli amici erano rare, perché temevano tutti che mi stancassi troppo, ma mi arrivavano molte lettere divertenti, ed ero grata per ogni pagina che ricevevo. Mr Dickens venne diverse volte, si sedette gentilmente accanto al letto e mi lesse ad alta voce gli ultimi capitoli del suo delizioso Circolo Pickwick, perché avevo letto l’inizio prima di ammalarmi e mi era piaciuto moltissimo. La mia convalescenza fu così lunga che ebbe il tempo di leggermi anche per intero il suo romanzo successivo, Oliver Twist.

Anche Mr Babbage mi offrì una piacevole distrazione mandandomi una copia del suo libro più recente, la seconda edizione del Nono trattato di Bridgewater, un’opera appassionante di teologia naturale in cui parlava delle contraddizioni più evidenti tra scienza e religione. Lo trovai affascinante e illuminante, ma non avevo dubbi che avrebbe suscitato scalpore nel clero e tra la gente comune affermando che il libro della Genesi non andava interpretato letteralmente come la storia geologica della Terra. Lo ringraziai calorosamente per il regalo e gli mandai un dono a mia volta, un ombrello pieghevole per proteggersi dalla pioggia di sdegno popolare della quale sarebbe stato fatto oggetto.

In aprile partii da Ockham con i bambini e Mrs Grimes, William lasciò Ashley Combe con i suoi progetti e disegni, e ci ritrovammo a Londra al 12 di Saint James’s Square. Ero molto felice di vedere William, perché lui e i suoi abbracci mi erano mancati moltissimo. Eravamo insieme da meno di due mesi quando, a fine giugno, ricevemmo una notizia meravigliosa, strabiliante. Tra le varie onorificenze conferite in occasione dell’incoronazione, la regina Vittoria aveva elevato William, ottavo Lord King, al rango di conte, assegnandogli un titolo creato appositamente per lui.

Senz’altro era stato Lord Melbourne a fargli questo onore in virtù della parentela che ci legava a lui. In segno di gratitudine, William cercò nell’albero genealogico di mia madre un titolo appropriato e scelse la contea di Lovelace. All’inizio mia madre aveva suggerito Byron, ma questo avrebbe creato confusione per nostro figlio quando avrebbe ereditato il titolo, e un settimo Lord Byron esisteva già. Invece William scoprì tra gli antenati di mia madre un Lord Lovelace di Hurley, rimasto senza discendenti, e ritenne che fosse appropriato ripristinare quel nome. Divenne allora William King, primo conte di Lovelace. Io sarei diventata Ada Byron King, contessa di Lovelace. Nostro figlio divenne Byron King, visconte di Ockham, e nostra figlia Lady Annabella.

Essendo contessa, avevo un titolo superiore a quello di mia madre e avrei avuto la precedenza su di lei in tutte le occasioni, formali e semiformali. Era quasi incredibile, ma del resto, se avesse avuto qualcosa da ridire, dubito fortemente che il titolo nobiliare sarebbe mai stato attribuito a William. Anche se mia madre non se ne arrogò mai il merito, sono sicura che avesse sfruttato quel legame familiare come per molti anni aveva evitato di fare. Alla fine capii perché aveva rifiutato di scomodare il cugino per Mr Babbage: fin da allora aveva avuto ambizioni maggiori.

Ma se Lord Melbourne poteva dare, poteva anche togliere. Non lo seppi se non diversi anni dopo, ma mentre un ramo della mia famiglia prosperava, un altro era stato ridotto in povertà. Alcuni mesi prima di prodigarsi affinché William diventasse conte di Lovelace, il cugino di mia madre aveva tagliato le trecento sterline che mia zia Augusta riceveva ogni anno come ricompensa per essere stata damigella d’onore della regina Carolina, e abolito la pensione che era stata assegnata a lei e al marito, il colonnello Leigh, molti anni prima. Queste erano le uniche loro entrate a non essere pesantemente ipotecate, e con pochi tratti di penna erano diventati poveri.

Sapevo che il colonnello Leigh aveva fatto un torto al principe reggente in passato, e speravo che Lord Melbourne avesse preso questa decisione grave per un motivo giusto invece che per ostilità personale. Pregavo che mia madre non avesse nulla a che vedere con tutto ciò. Detto questo, non avevo più contatti con mia zia Augusta, perché mia madre le aveva proibito di parlarmi. Non seppi quindi delle difficoltà finanziarie della famiglia Leigh se non più avanti, altrimenti non avrei potuto godere della promozione di William senza un certo rimorso.

Poco dopo l’incoronazione della regina Vittoria, io e William partecipammo a un ballo a Buckingham Palace. Indossai un abito di broccato di seta color smeraldo, perfetto con la mia pelle bianca e i miei capelli scuri, che suscitò i complimenti di mio marito. Lady Byron mi assicurò che non saremmo stati presentati alla regina, ma le saremmo solo passati davanti per fare una riverenza. Ci inchinammo effettivamente insieme a molti altri che avevano ricevuto un titolo, ma quando fu il turno mio e di William la sovrana fece un piccolo gesto chiedendomi di avvicinarmi. Credevo di avere frainteso, perché non c’era motivo per cui avesse scelto proprio me fra tante persone illustri.

«Avvicinati» mi esortò William a denti stretti, quasi senza muovere le labbra. «Non vorrai far aspettare la regina!»

Sorpresa, obbedii subito, ignorando l’ansia che avvertivo come uno sfarfallio tremulo nel petto. La regina mi apparve serena, regale e molto bella, con capelli scuri lucidi e pelle di alabastro, ma anche molto giovane. Quando mi avvicinai mi porse la mano, che per fortuna ebbi la presenza di spirito di prenderle. Mi parlò solo per un attimo, ma fu molto gentile a degnarmi della sua attenzione, e dopo un istante feci un secondo inchino e arretrai per ritrovare il mio posto accanto a William.

Vi furono altri balli quell’estate, e feste, e serate all’opera, ma preferivo le soirée da Mr Babbage e le cenette intime da Mrs Somerville. I miei amici intellettuali mi tennero al corrente di tutte le mostre e le dimostrazioni più interessanti di Londra, come quella del modello del nuovo telegrafo elettrico a Exeter Hall, gli esperimenti di mesmerismo allo University College Hospital, e le esposizioni di animali esotici ai Surrey Zoological Gardens. Era splendido sapere di poter uscire ogni giorno per osservare una nuova meraviglia scientifica senza mai esaurire le possibilità.

In agosto, al termine della Stagione, sfuggimmo all’afa soffocante della città rifugiandoci ad Ashley Combe. La mia speranza di godermi la tranquillità tra le bellezze naturali fu presto infranta, però, dal nostro piccolo visconte e dalla lady sua sorella, che entrarono in una fase di disobbedienza mai vista nella nostra famiglia; ancora adesso mi viene il mal di testa ripensando alle risposte petulanti, alle scenate turbolente, ai litigi, ai piagnistei, ai capricci continui. Mrs Grimes non riusciva a occuparsene da sola, e non gliene facevo una colpa, perché i bambini erano semplicemente impossibili.

«Se mi fossi comportata così male la governante mi avrebbe legato dei sacchetti attorno alle mani e mi avrebbe chiuso nel ripostiglio» borbottai a denti stretti mentre cercavamo di infilare i piccoli delinquenti nella vasca da bagno. «E mia madre sarebbe scappata alle terme per tornare solo qualche mese dopo».

«Lady Lovelace, io non ho mai fatto una cosa così terribile!» esclamò Mrs Grimes, dimenticando di tenere stretta Annabella. La bambina si divincolò e le sfuggì con una smorfia beffarda.

«Non voi» dissi strofinando dietro le orecchie Byron, che gridava che lo stavo uccidendo. «Una di quelle che sono venute dopo di voi».

Mi guardò incredula. «Vi hanno chiuso in un ripostiglio?»

«Sì, spesso» tagliai corto. «E sono sopravvissuta».

Ma certi giorni non ero altrettanto certa di riuscire a sopravvivere ai miei figli. È facile immaginare, allora, come mi sentii a Ockham Park, alla vigilia del mio ventitreesimo compleanno, quando mi resi conto di essere di nuovo incinta.

William era entusiasta. «Un maschio, stavolta» dichiarò dandomi un bacio. «Ne sono sicuro».

«Farò del mio meglio» dissi con voce stanca, ma dovetti sorridere davanti alla sua gioia e all’entusiasmo contagioso dei suoi baci.

William fu ancora più felice il secondo giorno di luglio del 1839 quando diedi alla luce un maschietto pieno di energia con una voce robusta e tanti capelli neri che assomigliavano moltissimo a quelli di mio padre. «Mi hai dato un altro figlio stupendo» dichiarò al mio capezzale, sorridendo dolcemente al nostro bambino che dormiva sereno tra le mie braccia. «Sono sicuro che presto mi ridarai la ragazza magra ed elegante che ho sposato».

Anche se ero seduta a letto tra i cuscini, sotto le trapunte, un brivido improvviso mi scosse. A un tratto, in modo inspiegabile, mi venne in mente Wills, che mi aveva amato e desiderato quando ero una ragazza grassoccia e goffa di sedici anni, ancora convalescente e certa che la bellezza le fosse preclusa. Avvertii il peso schiacciante della delusione, così opprimente che mi vennero le lacrime agli occhi, ma le scacciai strizzando le palpebre, decisa a non rovinare il primo giorno di vita di mio figlio con le recriminazioni nei confronti di suo padre.

Lo chiamammo Ralph Gordon, e fin dall’inizio fu un tesoro, che si rannicchiava contro di me e succhiava felice mentre il fratello e la sorella gridavano e si rubavano i giocattoli a vicenda. A due settimane, giuro che mi sorrise mentre gli cantavo una ninnananna, e quando imparò a stare seduto da solo amava stringere un giocattolo, agitarlo per aria facendo gridolini di gioia come se quello fosse il massimo della vita. Oppure mi sedeva in braccio mentre i fratelli mettevano sottosopra la nursery, e li guardava con calma perplessità come se non capisse perché non trovavano un’occupazione migliore.

Se Ralph non fosse stato un angioletto simile, credo che sarei impazzita.

Mi vergognavo dei miei sentimenti. Avevo compiuto il mio dovere principale sposandomi e dando alla mia famiglia non uno, bensì tre eredi sani. Non dovevo essere felice più che mai? Non avrei dovuto essere tanto innamorata dei miei figli da sentirmi appagata? Ma avevo imparato ben poco sulla maternità da mia madre. Volevo amare e accudire i miei bambini come avrei voluto essere amata e accudita io, però mi sentivo insicura e inadeguata.

I dubbi sulle mie capacità parvero confermati un pomeriggio d’estate in cui Annabella era a letto con un malanno infantile di poco conto. Per alleviare i suoi sintomi, le diedi del calomelano, un lassativo a base di mercurio prescritto dal medico. Lo ingoiò come una brava bambina, ma cominciò quasi subito a star male: sembrava che vomitasse anche le budella.

«Mrs Grimes!» gridai, allarmata. «Venite subito!»

Qualche istante dopo la governante si precipitò nella nursery, valutò rapidamente e prese in mano la situazione, mise Annabella in una posizione più comoda, le tenne indietro i capelli e le posò la bacinella in grembo, in modo che potesse vomitarci dentro più facilmente. «Cos’è successo?» chiese, preoccupata e stupita.

«Niente» risposi, con le lacrime agli occhi. «Le ho semplicemente dato la medicina che le ha prescritto il medico…»

«Quanta gliene avete data?»

Glielo dissi, e sbarrò gli occhi allibita. «Mandate subito a chiamare il dottore» ordinò.

Obbedii, e il medico, giunto nel giro di un’ora, mi informò che avevo dato a mia figlia più del doppio della dose prescritta. Mentre le somministrava l’antidoto mi lasciai cadere su una sedia, sentendomi venir meno per lo spavento. Avevo avvelenato mia figlia. Come potevo avere commesso un errore tanto stupido?

Più tardi, quando il pericolo fu scongiurato e stava riponendo le sue cose nella borsa, il medico mi rimproverò e mi ordinò di seguire più attentamente le istruzioni, la prossima volta. William dichiarò categoricamente che non ci sarebbe stata una prossima volta. «Forse è meglio che le medicine le somministri Mrs Grimes, d’ora in poi» disse, ma sebbene la formulazione della frase fosse stata abbastanza diplomatica, capii dalla sua espressione che non si trattava di un semplice suggerimento.

Nei giorni seguenti sentii i servitori mormorare che Lady King aveva quasi ammazzato Miss Annabella, e grazie al cielo Mrs Grimes aveva evitato il peggio. Ora che la mia incompetenza di madre era stata confermata, esitavo perfino a varcare la soglia della nursery, e mi affidavo sempre più spesso alla saggezza e all’esperienza di Mrs Grimes. Invece di acquisire sicurezza e bravura a forza di fare pratica, allora, evitai di mettermi alla prova, timorosa di infliggere ai miei figli, senza volere, qualche terribile danno per il quale non ci fosse rimedio.

A mano a mano che i bambini crescevano la dimensione temporale parve deformarsi, perché sebbene i giorni sembrassero lunghissimi, dal momento in cui mi alzavo faticosamente dal letto fino a quando mi coricavo, estenuata, ogni sera, i mesi trascorrevano con incredibile velocità, e si accumulavano implacabili, e io mi chiedevo dove fosse finito il tempo, e perché non restasse traccia del suo passaggio.

Amavo teneramente i miei figli e mio marito, ero riconoscente per la nostra ricchezza e posizione sociale, ma mi sentivo più che mai prigioniera, vincolata e soggetta ai capricci dittatoriali degli altri.

Una volta una bambina di nome Ada aveva sognato di volare. Aveva chiamato quella nuova scienza Volologia, aveva progettato delle ali per librarsi in cielo, e aveva creduto che, grazie al potere della matematica, della scienza e dell’immaginazione un giorno avrebbe volteggiato sopra la campagna inglese e i suoi mille appezzamenti e avrebbe consegnato pacchetti per sua madre assente, o sarebbe giunta in cima al Monte Bianco per osservare le Alpi come nessun altro aveva fatto prima.

Mi chiesi che fine avesse fatto quella ragazzina audace, e se sarei riuscita a ritrovarla.