24.

Rumori strani e di profana natura sono sparsi

Settembre 1839-febbraio 1841

Nell’autunno 1839 decisi di riprendere seriamente i miei studi di matematica. All’inizio mi diedi da fare per conto mio come avevo fatto, in modo intermittente, negli ultimi anni, ma in novembre mi resi conto che per compiere veri progressi avevo bisogno di un insegnante, di un bravo matematico e scienziato che mi guidasse.

Capii anche che, se non avevo tempo sufficiente per studiare, il tutore migliore del mondo non mi sarebbe servito a niente. Dovevo essere sollevata da alcuni dei miei doveri di madre, anche se questo significava ingaggiare un’altra governante che aiutasse Mrs Grimes.

Ero giunta a questa conclusione dopo aver cenato con Mrs Somerville una sera: in un momento in cui eravamo da sole mi chiese perché sembravo così tesa e nervosa, e le rivelai ciò che mi angustiava. «Annabella è insopportabile» mi lamentai. «Non tace un attimo. Ciarla da sola in continuazione e mi impedisce di pensare, di fare qualunque cosa».

Mrs Somerville sorrise comprensiva. «Alcune bambine amano la conversazione più di altre».

«Se si trattasse di conversazione non mi darebbe neppure tanta noia, ma parla senza sosta e senza aspettare una risposta. Credo che non le importi neppure di essere ascoltata, le basta sentire il suono della propria voce. Non fa che tormentarmi e interrompermi».

Prossima alle lacrime, toccai il braccio di Mrs Somerville e le parlai con voce implorante. «Voi avete compiuto imprese ragguardevoli. Come avete fatto quando i bambini erano piccoli? Come siete riuscita a essere una matematica e una madre?»

«Dimenticate che per molti anni non ho potuto farlo» mi fece notare, con uno sguardo che esprimeva tutta la sua solidarietà. «Il mio primo marito mi scoraggiava, e non leggevo quasi nulla di matematica se non nei momenti rubati. Solo dopo essere tornata a Edimburgo da vedova trovai un circolo di amici che condividevano i miei interessi e mi incoraggiarono».

«Io li ho, gli amici» dissi, dandole dei buffetti sul braccio per dimostrare che lei era una dei principali tra loro. «Quello che mi manca è il tempo».

«Mi sembra che Lord Lovelace sia come il dottor Somerville nel sostegno che dà all’educazione delle donne. Forse se gli spiegaste che la situazione attuale è invivibile per voi, si offrirebbe di aiutarvi».

Mi venne da ridere all’idea che William cambiasse pannolini e pulisse visetti sporchi perché potessi essere libera di studiare, però poteva senz’altro permettersi di assumere qualcuno che se ne occupasse. Conclusi quindi che mi serviva una governante per i bambini, oltre a un insegnante per me. L’unica altra alternativa era aspettare che i nostri figli fossero cresciuti abbastanza da consentirmi di riprendere gli studi, ma temevo che nel frattempo sarei impazzita.

Anche se ero una contessa, non avrei mai potuto permettermi quelle spese con i pochissimi soldi di spillatico che ricevevo ogni anno, quindi fui costretta a ingoiare l’orgoglio e a chiedere a William di sobbarcarsene i costi. All’inizio era riluttante, ma insistetti, osservando che avrebbe potuto pagare gli stipendi annui di un tutore e una governante con una frazione di quello che aveva speso per una delle gallerie appena ultimate per Ashley Combe; gli ricordai anche, con tatto, che il denaro per quelle migliorie veniva da mia madre, che aveva sempre desiderato che continuassi gli studi. Alla fine mio marito capitolò.

Poi mi misi a cercare un insegnante. Mentre mia madre si informava presso diversi intellettuali che aveva conosciuto grazie al suo coinvolgimento in campo educativo, io consultai Mr Babbage. «Ho deciso di trovare un insegnante in città l’anno prossimo» spiegai nella mia lettera, «ma non è facile. Ho un modo particolare di imparare, e devo quindi trovare qualcuno con un modo particolare di insegnare perché la cosa sia proficua. Ritengo di potermi spingere dove voglio in questo campo, perché ho una propensione, oserei dire una vera e propria passione, per la matematica».

Non udii nulla per un bel pezzo, tanto che temetti che la mia lettera fosse andata persa, ma prima che potessi spedirne un’altra Mr Babbage mi rispose scusandosi per il ritardo, spiegando che era stato in viaggio e che al ritorno era stato occupato con la Macchina analitica. «Ho fatto progressi, ma ora mi ritrovo con sei mesi di ritardo con i disegni, a meno che non riesca a tracciare alcuni nuovi schizzi che possano abbreviarmi il lavoro» scrisse. «Credo che il vostro amore per la matematica sia tale che non dovrebbe essere tenuto sotto controllo. Ho svolto qualche indagine, ma non riesco a trovare nessuno da suggerirvi per aiutarvi. Però non mi do per vinto».

Mia madre non ebbe più fortuna, e mi rassegnai a una lunga attesa, e nel frattempo assoldai una seconda governante per assistere Mrs Grimes e continuai a studiare da sola.

Di tanto in tanto incontravo un concetto in trigonometria o in calcolo che mi faceva pensare alla Macchina differenziale di Mr Babbage, e alla sua Macchina analitica, che da quello che sapevo esisteva solo sulla carta e nella mente geniale del suo inventore. Un istinto profondo mi diceva che entrambe le macchine erano capaci di calcoli ben più complessi di quanto avesse previsto Mr Babbage finora.

«Avete mai visto un gioco, un puzzle, chiamato Solitaire?» gli scrissi un pomeriggio gelido a metà febbraio del 1840. «C’è un tabellone ottagonale, come il disegno accluso, con trentasette fori nelle posizioni indicate. Vi sono inserite trentasei pedine, che riempiono tutti i fori meno uno, e le altre pedine devono saltarsi, mangiarsi ed eliminarsi l’un l’altra come a dama. Lo scopo è restare con una sola pedina, ma è possibile provarci migliaia di volte senza riuscire mai. Sono riuscita a trovare la soluzione a forza di tentativi e con l’osservazione, ma vorrei sapere se è possibile creare una formula matematica per la sua soluzione. Dev’esserci un principio basato su proprietà numeriche e geometriche dal quale dipende la soluzione e che può essere tradotto in un linguaggio simbolico».

Se poteva essere tradotto in un linguaggio simbolico, non poteva essere inserito nella macchina? Gli ospiti di Mr Babbage erano affascinati dalla Dama d’Argento che danzava. Cos’avrebbero pensato, mi chiesi, di una macchina in grado di fare un gioco o di risolvere un enigma logico?

Quando osservavo la Macchina differenziale di Mr Babbage e la successiva, e riflettevo su tutto quello che ritenevo fossero in grado di fare, mi sembrava di avere davanti un panorama a perdita d’occhio, e benché non riuscissi a mettere a fuoco nulla di preciso in primo piano, mi pareva di distinguere una luce molto intensa in lontananza, e questo mi rassicurava sull’oscurità e la vaghezza delle zone più vicine a me.

Trovavo quei pensieri pericolosamente poetici, motivo per cui non li condividevo con nessuno se non con Mr Babbage.

La mia ricerca di un tutore continuò per l’inverno e la primavera, finché, all’inizio dell’estate, il celebre matematico e logico Augustus De Morgan non accettò la sfida. Come mio padre, mio marito, Woronzow Greig e Mr Babbage, anche lui aveva studiato al Trinity College di Cambridge, e lui e Babbage erano buoni amici. Mr De Morgan conosceva anche meglio mia madre, perché aveva sposato Sophia Frend, che era da sempre una delle sue amiche più care e fidate. Quasi tutti i suoi insegnamenti mi venivano prodigati per posta, un metodo al quale ero abituata, ma ci incontravamo anche una volta ogni quindici giorni per discutere di concetti, tecniche per la risoluzione di problemi, e teorie complesse che era più semplice affrontare di persona che per iscritto.

Sotto la guida di Mr De Morgan feci grandi progressi nel calcolo differenziale e integrale, con una tale rapidità che temeva studiassi troppo, arrecando danno alla mia salute. Purtroppo, con un tempismo pessimo, mi ammalai a fine luglio, e lui scrisse subito a mia madre e a William, preoccupato che la mia costituzione non fosse abbastanza robusta per sopportare lo studio della matematica. Quando gli assicurarono che si sbagliava, ricordò loro che era lui, non loro, l’esperto in materia, e che lo inquietava il mio «attacco vorace» nei confronti della matematica. Una signora dovrebbe restare discretamente in ascolto, ricevere le istruzioni con rispetto, scrisse, mentre io lo tempestavo di domande, volendo capire non solo come funzionavano le cose, ma perché.

«Mi vedo costretto a segnalarvi» scrisse a mia madre «che la forza intellettuale in questi argomenti, dimostrata da Lady L. fin dall’inizio della mia corrispondenza con lei, è a tal punto fuori dal comune per un principiante, uomo o donna che sia, che i suoi amici devono tenerne conto quando si pone il problema di incoraggiare o, invece, limitare la sua evidente determinazione a voler non solo raggiungere, ma anche oltrepassare gli attuali limiti della conoscenza».

In altre parole, dovevo cercare di padroneggiare solo ciò che già si sapeva, e in nessun caso tentare di scoprire qualcosa di nuovo.

Le domande che facevo, spiegò con pazienza Mr De Morgan, non erano appropriate per una donna, neppure per Mary Somerville, i cui libri lui stesso usava per insegnare. La matematica del diciottesimo secolo Maria Gaetana Agnesi, che era stata incaricata di insegnare all’università di Bologna da papa Benedetto XIV, poteva essere stata – poteva essere stata – un’eccezione di spicco, ma per il resto degli studi così avanzati erano pericolosi per la fragile costituzione femminile. «Nessun’altra matematica nel corso della storia si è dibattuta con tali difficoltà e ha dimostrato la stessa forza maschile nel sormontarle» spiegò. «La ragione è evidente: la grande tensione mentale necessaria è superiore alle capacità fisiche di concentrazione della donna».

Non ero presente quando mia madre lesse la lettera di Mr De Morgan, ma quando me la mostrò più tardi immaginai perfettamente il suo fastidio nello scoprirne l’opinione sui limiti intellettivi delle donne. Quando William ricevette la sua copia scoppiò a ridere; lo sentii da un’altra stanza e mi chiesi il motivo di tanta ilarità; quando venne da me nel mio studio, più tardi, mi mostrò la lettera e dichiarò che Mr De Morgan poteva anche conoscere la matematica, ma evidentemente non conosceva me. Lui e mia madre erano sicuri che, come sempre, la matematica mi rasserenasse, e che fosse addirittura la mia salvezza. Promisero entrambi di rispondergli assicurandogli con fermezza che i miei studi potevano proseguire al ritmo che volevo io, e siccome continuò a essere il mio insegnante, riuscirono evidentemente a convincerlo.

Forse lo dipingo come una persona odiosa e pedante, e verrebbe da chiedersi perché abbia voluto tenerlo come professore se temeva che crollassi sotto il peso di troppe difficoltà. Al contrario, era un ottimo insegnante, e quando non mi preoccupavo delle sue apprensioni imparavo molto da lui. Non mi ero mai sentita tanto intellettualmente appagata in vita mia.

Fortunatamente il conflitto venne più o meno risolto prima che mia madre partisse per la Francia in agosto, dove fu costretta a recarsi in tutta urgenza per via di mia cugina Medora.

Elizabeth Medora Leigh, come ho già detto, era la quarta in ordine di età dei sette figli di mia zia Augusta. La conoscevo appena, come il resto dei cugini, perché mia madre mi aveva tenuta accuratamente lontana dalla loro famiglia, proibendo addirittura a zia Augusta di avvicinarmi in società dopo il mio debutto. Non avevo saputo quasi nulla di loro da poco prima del viaggio in Europa con mia madre, quando lei aveva permesso alla figlia maggiore di Augusta, Georgiana, e a suo marito Henry Trevanion di stabilirsi a Bifrons in nostra assenza. Georgiana era incinta del primo figlio, e Medora aveva raggiunto sua sorella e il cognato nella nostra ex casa per dare una mano durante la gravidanza e il parto.

Tutto ciò era accaduto dieci anni prima, ma nel corso della primavera ed estate 1840 le lettere di mia madre fecero allusione a un problema della famiglia Leigh, a scandali e conflitti nei quali a quanto pareva era stata coinvolta anche lei dopo avere ricevuto una lettera dall’avvocato di Medora in luglio. Medora viveva in Francia in uno stato di povertà e salute precaria, e il suo avvocato pregava mia madre di aiutarla.

Sapevo che mia madre aveva già preso misure per venirle in soccorso – ignoravo quali, con precisione – ma alla fine aveva deciso che doveva andare in Francia per vedere in che condizioni versava sua nipote.

Qualche giorno prima della partenza mi aveva scritto per dirmi che desiderava vedere i nipoti. Siccome era molto presa dai preparativi per il viaggio, non aveva tempo per venire a Ockham Park, e dovevamo essere noi ad andare da lei a Fordhook. Obbediente, feci i bagagli e caricai i tre bambini e le bambinaie in carrozza, quindi percorremmo i trenta chilometri verso nord diretti alla mia dimora di un tempo, sopportando i lamenti dei miei figli che mal tolleravano lo spazio ristretto e gli scossoni del tragitto.

Naturalmente si trasformarono in tre angioletti non appena varcammo la soglia della casa della nonna, e corsero a farsi abbracciare da lei, lasciando a me, a Mrs Grimes e alla sua nuova assistente, Mrs Green, qualche prezioso istante per tirare il fiato e asciugarci la fronte. Mentre sistemavamo i bagagli nostri e dei bambini nelle stanze, mia madre intrattenne i nipoti, e trovai perfino un momento per riposarmi nella mia camera di un tempo.

Non sospettavo altre ragioni per quella convocazione di mia madre finché, quando i bambini furono andati a letto, mi invitò a raggiungerla in salotto per un bicchiere di vino e una chiacchierata. «Sono sicura che pensi che vada in Francia per un capriccio» disse, portandosi il bicchiere alle labbra.

«Niente affatto» ribattei. «Hai annullato il tuo programma di andare all’estero dopo il mio matrimonio e non hai più fatto quel viaggio. Per me questa vacanza non è impulsiva, la aspettavi da molto».

«Non è una vacanza, ma una missione di salvataggio». Esitò, con una smorfia, e mi preparai d’istinto per ciò che sarebbe seguito. «Spero che questa storia non finisca sui giornali, ma se dovesse succedere preferisco che tu sia avvertita».

I problemi erano cominciati parecchio tempo prima, mi disse, quando la quindicenne Medora era andata a vivere con Georgiana e Henry a Bifrons. Henry, uomo dal carattere e dal giudizio discutibili, non era mai stato considerato un buon partito per Georgiana, e rivelò il suo scarso valore qualche mese dopo quando Medora, fino a quel momento illibata, rimase incinta. Un sacerdote e sua moglie, amici di famiglia, vennero a sapere del terribile segreto e lo riferirono a George Anson Byron, al quale mia madre aveva affidato i propri affari durante il nostro soggiorno all’estero. Con la sua approvazione, Lord Byron aveva mandato Henry e Medora all’estero, e dopo che Medora ebbe partorito a Calais, il bambino venne affidato a un medico del posto e Medora fu rispedita da sua madre, che non seppe mai cos’era successo.

«Il bambino arrivò prima del dovuto» aggiunse mia madre, «e mi colse impreparata. Quando ne ebbi notizia, cercai di scoprire dov’era, ma le mie ricerche furono vane».

«Sicura che fosse ancora vivo?» chiesi esitante.

«No, per niente. In quelle circostanze è possibile che fosse morto subito dopo la nascita. Immagino che non lo saprò mai».

Nel frattempo zia Augusta stava preparando l’ingresso in società di Medora, senza sapere che aveva ricominciato ad avere relazioni con il cognato, stavolta sotto il suo stesso tetto. Quando rimase incinta una seconda volta, Medora confessò tutta la verità a sua madre, che ebbe paura non solo per sua figlia, ma anche che il colonnello Leigh uccidesse Henry. Organizzò in tutta fretta la partenza di Medora, Georgiana e Henry per Bath, ma la distanza non si rivelò un deterrente sufficiente per il colonnello Leigh, che proruppe in una rabbia feroce e partì per Bath per andare a prendere la figlia ormai rovinata. Per tenerla lontana da Henry, invece di portarla a casa la mise in un rifugio per ragazze ribelli vicino a Regent’s Park. La proprietaria, una donna severa e vigile, tenne Medora praticamente prigioniera in casa, dove la ragazza partorì un bambino nato morto. Nel giro di due settimane Henry scoprì dove si trovava, riuscì a liberarla e scappò con lei in Europa, abbandonando Georgiana e i loro tre figli. «Per due anni vissero in Normandia, facendosi chiamare Monsieur e Mademoiselle Aubin» disse mia madre. «Fingevano di essere fratello e sorella».

«Una fuga d’amore» mormorai esterrefatta. «A quel punto, perché fingere di essere fratello e sorella invece di marito e moglie?»

Si strinse nelle spalle. «Non ci si può aspettare un comportamento razionale da persone impulsive e irrazionali. In ogni caso, l’inganno durò solo finché ebbero denaro. Disperato, Henry cercò senza successo di ottenere dei soldi da certi suoi parenti, mentre Medora si convertì al cattolicesimo e prese in considerazione di abbandonarlo per farsi suora».

Non riuscii a trattenermi e scoppiai a ridere. «Scusa, non è divertente».

«No, non lo è» disse mia madre un po’ bruscamente. «Il suo piano era assurdo e non aveva nessuna possibilità di riuscire, tanto più che presto si ritrovò incinta per la terza volta. Nel maggio del 1834 partorì una bambina, che chiamò Marie, e iniziarono a vivere come una specie di famiglia, con una parvenza di normalità, in Bretagna. Durò finché Henry vendette i beni di cui era entrato in possesso grazie al matrimonio, ottenendo ottomila sterline, si stancò di Medora e si portò in casa un’amante. Medora fu costretta a scegliere se diventare loro serva o ritrovarsi per strada».

«Che orrore!» esclamai. «Che storia triste, squallida… e quella povera bambina, che non ha nessuna colpa».

«A un certo punto Medora, incapace di sopportare ulteriormente quella situazione umiliante, lasciò Henry. Lei e la figlia vivono attualmente a Tours in estrema povertà, e il suo avvocato mi informa che è gravemente malata». Mia madre sospirò e sorseggiò il vino. «Adesso capisci perché devo andare a vedere cosa posso fare per loro».

«Perché tocca a te?» chiesi. «È gentile da parte tua, naturalmente, ma perché non se ne occupa zia Augusta?»

«Mrs Leigh riesce a malapena a badare a se stessa e agli altri suoi figli». Mia madre esitò. «E da quello che ho capito lei e Medora si detestano. Medora preferisce me».

Mi parve di notare una lieve nota di soddisfazione nella sua voce, ma sperai di sbagliarmi. «Devi andare da lei, allora» dichiarai. «È davvero fortunata ad avere una zia generosa come te. Fammi sapere in che modo possiamo aiutarti io e William».

«Certo, anche se vorrei che a William venisse risparmiato questo capitolo vergognoso della storia della tua famiglia». Si accigliò e rimase in silenzio qualche istante, meditando. «C’è un’altra cosa, una cosa che esito a dirti».

Riuscii a fare una risatina tremula. «Dopo tutto quello che mi hai detto, se esiti ad aggiungere qualcos’altro, esito anch’io a volerlo sapere».

Mi guardò attentamente. «Forse hai ragione».

«No, no, continua» la incitai. «Non intendevo suggerirti di non dirmelo, solo che…»

«Magari un’altra volta. Credo che per una sera abbiamo avuto abbastanza squallore e orrore».

Annuii, e non so se mi sentissi più delusa o sollevata.

Mia madre non ne riparlò nei pochi giorni che restammo a Fordhook, e poco dopo che ebbi riportato a casa i bambini partì per la Francia. A fine agosto mi scrisse per dirmi che aveva trovato Medora e Marie a Tours e aveva convinto la nipote ad affidarsi alle sue cure. Prendendo di nuovo il nome finto e spacciandosi per vedova, Medora accettò di accompagnare mia madre a Fontainebleau, dove quest’ultima trovò loro una casa confortevole e si mise a esaminare attentamente tutte le lettere che mia zia Augusta aveva mandato a Medora durante quel periodo terribile.

Medora sperava di entrare in possesso di una somma di denaro, mi riferì mia madre, una donazione che mia zia aveva firmato nel 1839 perché alla sua morte Marie ricevesse tremila sterline. Se Medora avesse potuto vendere quel titolo, lei e Marie avrebbero potuto vivere dignitosamente con gli interessi, ma non sarebbe stato facile sottrarre quel documento al controllo di Augusta.

Mia madre non lo disse, ma ero certa che avesse intenzione di incaricarsene lei.

Quando l’estate lasciò il posto all’autunno, i miei pensieri si trovarono in costante ebollizione, prima su questioni di matematica e scienza – elettricità, magnetismo e mesmerismo mi interessavano in particolar modo – e poi su mia madre e sulla storia triste di Medora, avanti e indietro, senza sosta. Mi concentravo sulle lettere di mia madre con la stessa intensità con cui studiavo il calcolo, perché anche se si lagnava di diversi disturbi ai polmoni e al cuore, pareva inesplicabilmente contenta, come se occuparsi di Medora e Marie le avesse dato uno scopo. «Sono particolarmente contenta in questo momento» scrisse a William, ma naturalmente lui condivise la lettera con me, come mia madre sapeva che avrebbe fatto. «I sentimenti rimasti a lungo sotto il muschio degli anni, come foreste sepolte, vengono ora riesumati e sembrano dare gioia a una persona per la quale provo una sorta di amore materno. Non devo cercare di giustificare ciò che sento per lei. Altri sentimenti rafforzati da una forte affinità me l’hanno resa cara, e per me è come una figlia adottata».

«Che gioia che i suoi sentimenti materni si siano liberati del muschio e abbiano infine preso vita» dissi piccata, restituendo la lettera a William con un gesto brusco.

«Non essere gelosa, tesoro» rispose, piegando con cura la lettera e riponendola in tasca. «Medora ha bisogno di tutto l’amore e l’affetto materno che riesce a trovare».

E io no, invece? avrei voluto obiettare, ma odiavo sembrare egoista e gretta.

Decisi che non avevo bisogno di mia madre, di Medora e di quel brutto dramma della sua rovina e redenzione; avevo i miei studi, i miei cavalli e per fortuna la salute. Non mi ero sentita così piena di energia da prima del colera, da prima di sposarmi, come se avessi avuto il corpo pervaso di elettricità, che mi alimentava i pensieri, le intuizioni, l’intelletto. A volte per il lavoro eccessivo avvertivo strani sintomi fisici, come il viso che si gonfiava o gli arti che mi formicolavano, ma mi davano noia per poco prima di svanire. Nonostante quei fastidi, sentivo un grande cambiamento in me: non avevo paura di niente, non ero mai stata tanto coraggiosa e ardita.

Mia madre si mise a protestare, dicendo che le mie lettere parevano pervase da una mania, ma liquidai i suoi commenti con una risata, perché non poteva farci niente, giacché c’era la Manica a dividerci, e non poteva togliermi i libri né rinchiudermi in un ripostiglio per privarmene. Mia madre non aveva mai capito la mia particolare forma di vivacità, e come poteva, vista la sua natura placida e la sua invalidità cronica? Era sempre stata diffidente nei confronti di ciò che non provava in prima persona.

Dal suo appartamento al 24 di rue de Rivoli a Parigi, mi esortò a scrivere al dottor King o a farmi visitare dal mio medico, il dottor Locock. Mi invitò a trascorrere del tempo lontano dai libri e in compagnia degli amici, ma William era spesso ad Ashley Combe, e anche quando il suo Uccellino con i Pulcini lo raggiungevano, veniva chiamato a Ockham o a Londra per impegni di lavoro. Recentemente Lord Melbourne lo aveva insignito del prestigioso titolo di Lord luogotenente del Surrey, un grande onore che comportava molte responsabilità oltre a enormi privilegi, come il diritto di passare vita natural durante da Constitution Hill. William era più indaffarato che mai, preso da mille impegni, proprio come mia madre, che si occupava con mia cugina a Parigi della faccenda della donazione.

Per quanto riguarda Mrs Somerville, lei e il dottor Somerville si erano trasferiti in Italia per la salute del marito, con mia grande tristezza, perché ero preoccupata per lui e sentivo la nostalgia di lei. Mr Dickens, che si era sposato poco prima della nascita di mio figlio Byron, era ora padre di tre bambini e autore di altri due magnifici romanzi, Vita e avventure di Nicholas Nickleby e La bottega dell’antiquario; era molto preso dalla famiglia e dalla scrittura e gli mancava il tempo perfino per respirare, figuriamoci per venire a trovarmi quanto avrei voluto. Perfino Babbage non c’era quel settembre, perché il matematico italiano Giovanni Plana lo aveva invitato a partecipare a una conferenza di scienziati illustri a Torino.

Mr Babbage era già stato invitato l’anno precedente ma aveva declinato, spiegando che era troppo occupato a lavorare sulla sua Macchina analitica per andare all’estero, ma in primavera l’insistente signor Plana aveva scritto di nuovo, e stavolta la sua lettera aveva rilevato una comprensione tanto profonda della Macchina analitica e del suo potenziale che Mr Babbage si era convinto ad andare. Ero emozionata per lui perché la conferenza gli avrebbe permesso di presentare la sua opera a molti uomini di scienza importanti e influenti, e forse – se non si offendeva per qualche commento ignorante e non feriva l’orgoglio di qualche scienziato con repliche poco educate – avrebbe potuto ottenere gli appoggi necessari a procurargli i fondi per terminare l’opera.

Hester veniva a stare con me a Ockham Park quando poteva, ma senza i miei amici intellettuali mi sentivo spesso isolata e sola. Negli ultimi mesi dell’anno, allorché l’inverno avvolse la campagna nella sua coltre – fu un inverno particolarmente freddo e ventoso – dichiarai che si trattava di un “tempo da matematici”, perfetto per rannicchiarsi in una poltrona comoda davanti al camino acceso e studiare, risolvere equazioni e lavorare a un progetto nuovo, il mio Quaderno Matematico. I bambini erano meno contenti di dover stare rinchiusi tra quattro mura, e divennero insopportabili, Byron in particolare. Tormentava Annabella con racconti terrificanti, tanto che io e Mrs Grimes non riuscivamo a convincerla a dormire da sola, e mia figlia veniva a letto con me. Anche così gli incubi la svegliavano, e le sue grida di terrore destavano tutti gli occupanti della casa.

Confesso che quell’incidente mi indusse a chiedermi se non avessi sbagliato a non limitare l’immaginazione dei bambini come aveva fatto mia madre con me. Da quando avevano avuto l’età per capire, avevo permesso alle bambinaie di raccontare loro favole e storie d’avventura, e io e William leggevamo loro spesso delle fiabe. Molti dei miei momenti più felici come madre li avevo trascorsi camminando per boschi e giardini raccontando ai miei figli storie tratte dalla natura e del mondo delle fate, come Miss Thorne aveva fatto con me tanto tempo prima. Se non avessi coltivato la sua immaginazione, Byron non avrebbe tormentato la sorella, ma nonostante ciò rifiutavo di pentirmi della mia scelta.

Ai primi di gennaio rimasi sorpresa di ricevere un regalo di Medora, un puntaspilli ricamato da lei in filo rosso e bordino oro su fondo nero. I colori mi parvero emblematici della sua vita: il nero era il suo passato di dolore e disperazione, il rosso e l’oro l’attesa e la speranza riguardo al futuro. «Ringrazia Medora per me, per favore» scrissi a mia madre. «Dille che lo userò non appena ne avrò l’occasione». Dopo avere ammirato il gusto e la precisione della fattura, aggiunsi: «Nutro grande rispetto e affetto immenso per l’atteggiamento dimostrato dalla Chioccia nei confronti di questa persona così singolare e tanto sventurata. Corrisponde perfettamente ai tuoi principi e al tuo carattere nel suo complesso».

Ne ero davvero convinta. Medora e sua figlia erano disperate, e tra tutti i suoi parenti solo mia madre era andata ad aiutarle, nonostante avesse l’opportunità di impiegare in altro modo il suo tempo e la sua generosità. Avrei dovuto ammirarla e imitarla, non criticarla con cattiveria perché ritenevo che quell’affetto avrebbe dovuto essere riservato a me.

Nella sua lettera successiva, mia madre invitò me e William a Parigi, dove lei e le sue protette si erano trasferite al 22 di place Vendôme. Tergiversai, riluttante a lasciare gli studi, ma mia madre insistette, e fissammo il viaggio per i primi di aprile, quando William non aveva sedute in Parlamento né faccende da sbrigare a Londra grazie alle vacanze di Pasqua.

Il giorno dopo l’arrivo della lettera di mia madre, io e William partecipammo a una soirée da Mr Babbage, che era tornato da Torino trionfante e pieno di speranze. Era stato ricevuto come un inventore e scienziato illustre dal gruppo di eruditi del mondo intero, e il loro rispetto e ammirazione per la sua Macchina analitica lo avevano gratificato e incoraggiato. Colsi però una traccia di rassegnazione nel suo modo di fare, e non appena riuscimmo a isolarci dagli altri cercai di capirne il motivo.

«Sono stato costretto ad affrontare una triste verità» ammise. «Adesso capisco che è altamente improbabile che riesca a costruire la Macchina analitica».

«Oh, Mr Babbage, no!» esclamai. «Non potete pensarlo davvero».

«Invece sì, mia cara. La mia ricchezza personale, sebbene non trascurabile, non è assolutamente adeguata». Sembrava notevolmente calmo per un uomo che aveva concluso che l’opera di tutta una vita non sarebbe mai stata condotta a termine. «Considerate, Lady Lovelace, che la Macchina analitica richiederebbe la fabbricazione di decine di migliaia di componenti, tutte create su misura da un ingegnere esperto che per ora risponde a malapena alle mie lettere. Queste parti devono essere assemblate secondo una disposizione complicata con estrema precisione per raggiungere dimensioni complessive di quattro metri e mezzo di altezza, uno e ottanta di larghezza e circa sei di lunghezza».

Provai a immaginarla e mi sentii cogliere dallo sconcerto. «Ma sono quasi le dimensioni di una locomotiva».

«Sì, una piccola locomotiva, e la mia Macchina analitica richiederebbe quasi la stessa quantità di vapore per funzionare. Una visione obiettiva di questi fatti mi porta a concludere non che non possa essere costruita, ma che io non ci riuscirò». Respirò profondamente, raddrizzò le spalle e fece un sorriso tirato. «Ma non smetterò di provarci, con la stessa tenacia di sempre, perché ho ancora ragione di sperare».

«Sono felice di saperlo» dissi. «Quale sarebbe la ragione?»

«Il mio lavoro è stato accolto con grande favore a Torino» disse. «È possibile che uno degli scienziati eminenti che ho conosciuto pubblichi uno studio lungo e particolareggiato sulla macchina, il che confermerebbe la sua importanza per la scienza, il commercio e l’industria qui da noi. Questo mi procurerebbe le prove che mi servono per convincere il governo a concedermi un altro finanziamento».

«Vi auguro di riuscire». La sua sicurezza mi diede il coraggio di dirgli qualcosa su cui avevo riflettuto spesso in quel freddo e grigio inverno. «Se posso permettermi, Mr Babbage, in futuro – nel giro di tre o quattro anni, o forse di più – la mia mente e le mie capacità matematiche potranno esservi utili. In questo caso, se pensate che possa essere in grado di aiutarvi, dovete solo farmelo sapere».

«Grazie, Lady Lovelace» disse. «Sono lusingato dalla vostra generosa offerta, e siate certa che non la dimenticherò».

Da quel momento in poi, rimasi in attesa, ogni giorno, di un invito ad assisterlo nel suo lavoro.

Verso la fine di febbraio la nostra famiglia si trasferì da Ockham Park alla residenza di Saint James’s Square, che William aveva trascorso l’inverno a rimodernare e che era ora notevolmente migliorata. Ero nel mio studio a scrivere inviti per un ricevimento, nel quale avremmo mostrato tutti quei meravigliosi cambiamenti agli amici, quando arrivò una lettera da Parigi.

«Mia cara Ada» scriveva mia madre, «ricorderai forse che, in occasione del nostro ultimo incontro, alla vigilia della mia partenza, dissi che c’erano altri particolari della triste storia di Medora, un turpe segreto che non me la sentivo di rivelare. Adesso che verrai a Parigi a conoscerla, penso sia arrivato il momento che tu sappia tutto».

Il cuore si mise a battermi forte, e per un attimo chiusi gli occhi e mi lasciai cadere le mani in grembo, sempre stringendo la lettera. Avevo paura di continuare a leggere, ma sapevo di non avere scelta. Mi feci forza, aprii gli occhi e ripresi la lettura.

«La giovane donna che conosci come tua cugina» scriveva mia madre «è invece la tua sorellastra, la figlia che tuo padre ha avuto con la sua sorellastra, Augusta».