Il mio primo compito fu scrivere a Mr Wheatstone e informarlo dei cambiamenti che mi proponevo di fare al manoscritto. Lui e Mr Taylor accettarono di buon grado di aspettare a pubblicare la traduzione finché non avessi completato le note.
Secondo, dovevo procurarmi le copie degli appunti e degli schizzi di Mr Babbage per la Macchina analitica. Li avevo già esaminati, ma nel frattempo aveva modificato la macchina, e comunque nelle settimane successive avrei avuto la necessità di consultarli di frequente, e non mi sarebbe bastato affidarmi solo alla memoria. Mr Babbage mi mandò subito ciò che gli domandavo, migliaia di pagine di disegni e descrizioni. Sembrava quasi ansioso quanto me che il progetto si avviasse.
Terzo, dovevo mettere da parte appunti disegni, progetti, carte e traduzioni per prepararmi a un evento molto lieto: il matrimonio di Hester con Sir George Craufurd. Non intendo arrogarmi il merito per avere persuaso William a concedere la sua benedizione all’unione, anche se avevo sempre preso le parti di George ogni volta che era stato sollevato il discorso. Penso invece che George, comportandosi in modo onorevole e onesto ogni giorno, avesse convinto William che sarebbe stato un marito devoto, fedele e amorevole per Hester. Mio marito avrebbe dovuto avere un cuore di pietra per proibire un matrimonio che avrebbe certamente portato amore, gioia e conforto all’amata sorella, e anche se io e William non eravamo più vicini come un tempo, sapevo meglio di chiunque che aveva un cuore d’oro.
Si sposarono a Ockham Park il 15 febbraio, un giorno freddo, soleggiato e limpido, ma la sposa era così radiosa, lo sposo così gioviale, gli invitati così felici che nessuno si accorse del gelo. Ci riscaldammo ballando e bevendo sidro e vino con le spezie, e confesso che versai lacrime di gioia quando Byron, Annabella e Ralph, deliziosi nei loro abiti da cerimonia, diedero un bacio alla zia Hester prima che il marito la aiutasse a salire nella carrozza lucida e i due sposi partissero per la luna di miele sotto una leggera nevicata.
Appena i festeggiamenti per il matrimonio si conclusero, cominciai a lavorare seriamente alle note. Nel momento in cui presi in mano la penna, capii che mi si presentavano due difficoltà in particolare: come spiegare chiaramente lo scopo e la funzione di un apparecchio complesso quale la Macchina analitica, che sinceramente erano difficili da capire anche per le menti scientifiche più brillanti; e come convincere i miei lettori che serviva, che era uno sviluppo tecnologico perfino più importante della ferrovia o del telaio Jacquard.
Capii presto che non potevo riuscirci semplicemente presentando fatti e numeri, perché i fatti da soli non sarebbero riusciti a illustrare adeguatamente qualcosa che non era mai stato immaginato prima. Per far capire che meraviglia fosse la Macchina analitica, dovevo addentrarmi nel campo della metafisica, o addirittura della poesia.
E così mi misi al lavoro, cominciando con quelli che consideravo gli aspetti più essenziali da spiegare: in che modo la Macchina analitica si differenziasse dalla Macchina differenziale (e dalla più semplice macchina calcolatrice che Pascal aveva creato anni prima), come funzionasse la prima, e cosa fosse in grado di fare. Era capace non solo di disporre in tabelle i risultati di una funzione particolare, sottolineai, ma di sviluppare e di tabulare qualunque funzione. Anzi, quell’ingegnoso apparecchio riusciva a intervenire su qualunque informazione rappresentabile simbolicamente, non solo i numeri. «Immaginate che le relazioni fondamentali dei suoni nella scienza dell’armonia e della composizione musicale siano passibili di una tale espressione e di tali adattamenti» scrissi, ricorrendo a uno dei miei argomenti preferiti, la musica, per illustrare questo punto. «La macchina potrebbe comporre brani musicali elaborati e scientifici di complessità e durata variabile».
Descrissi nei dettagli la Macchina analitica, cercando di essere chiara e semplice ma anche di fornire spiegazioni complete, soprattutto in un lungo capitolo in cui illustravo come sarebbe stata utile, i vantaggi pratici che avrebbe offerto. I miei lettori più pragmatici potevano anche dichiararsi d’accordo sul fatto che fosse un miracolo di tecnologia, ma sarebbero stati riluttanti a finanziarla se l’avessero ritenuta semplicemente un oggetto di curiosità. Non avrebbero mai contribuito a un progetto rappresentato da una versione molto costosa e molto meno affascinante della Dama d’Argento.
Sapendo che la Macchina analitica sarebbe apparsa bizzarra e insolita ai lettori che non l’avevano mai vista, che non avevano trascorso anni a osservarla e a studiarla come avevo fatto io, cercai di descriverla usando paragoni con oggetti a loro familiari:
la caratteristica principale della Macchina analitica, e ciò che l’ha dotata di facoltà tanto vaste da farne, per così dire, il braccio destro dell’algebra astratta, è lo stesso principio inventato da Jacquard per ottenere, grazie a un sistema di schede perforate, la riproduzione dei disegni più complessi nella fabbricazione dei tessuti di broccato. E in questo si trova la distinzione tra i due congegni. Nulla del genere esiste nella Macchina differenziale. Potremmo dire che la Macchina analitica riproduce disegni algebrici come il telaio Jacquard tesse fiori e foglie.
C’era ben altro da aggiungere dopo questo discorso introduttivo, naturalmente, e scrissi tutte le precisazioni necessarie. Mentre scrivevo, mi scoprii a capire la Macchina analitica ancora meglio di prima, a comprenderne nuovi aspetti che fino a quel momento mi erano sfuggiti. Mi resi conto che poteva fornire due tipi di risultati, numerici e simbolici, ed era quindi capace di generare non solo numeri, ma operazioni del tutto nuove. La mia scrittura veniva alimentata dallo stupore e dall’entusiasmo, e quando alla fine la prima stesura fu di mio gradimento, la chiamai “Nota A”, la mandai a Mr Babbage perché la rileggesse, e con rinnovata sicurezza e immutato fervore cominciai a lavorare sulla Nota B.
Il giorno dopo, il 2 luglio, Mr Babbage mi mandò una risposta molto gratificante. «Se siete pignola nei vostri gesti di amicizia quanto lo siete ogni volta che prendete in mano la penna, temo che perderò la vostra amicizia e le vostre note» si lamentò comicamente. «Sono molto riluttante a restituirvi la Nota A, ammirevole e filosofica. Vi prego, non cambiate nulla. Era impossibile capire tutto questo con l’intuizione, e più leggo il vostro scritto, più mi riempie di stupore, e rimpiango di non avere esplorato prima una vena tanto ricca del metallo più nobile che esista».
Lusingata dai suoi elogi, e sentendomi sollevata dalla consapevolezza di procedere nella direzione giusta, ripresi a lavorare con grande impegno e soddisfazione, sentendomi come una fatina matematica che faceva incantesimi con numeri e parole. Durante il mese di luglio il lavoro mi offrì sollievo e distrazione da sviluppi spiacevoli in altri campi della mia vita, l’assillo onnipresente della malattia e le notizie preoccupanti dalla Francia, con Medora che continuava a tormentarci per posta. Riuscii però a dimenticare tutto questo – o quasi – mentre scrivevo le Note B, C, D, E e F, che descrivevano nei minimi particolari le funzioni e i processi meccanici della Macchina analitica.
Nel frattempo era apparso chiaro che le mie Note sarebbero state molto più lunghe della traduzione del trattato originale del signor Menabrea, forse più del doppio. «Non importa» disse Mr Babbage in una breve lettera. «Non avete scritto neanche una frase di troppo, secondo me. Usate tutte le parole che vi servono per rendere giustizia all’argomento, niente di più, niente di meno».
Rincuorata, scrissi “Nota G” in cima a un foglio bianco e proseguii.
In questa Nota, che immaginavo essere l’ultima, volevo proporre diversi esempi pratici del modo in cui la Macchina analitica aveva superato i limiti dell’aritmetica nel momento in cui le schede perforate erano entrate a far parte del progetto. Grazie a questa particolarità, non solo il lato mentale e materiale, ma anche il lato teoretico e pratico della matematica si combinavano in modo profondo ed efficace, più di quanto fosse mai stato possibile con altri apparecchi in precedenza.
Se i miei lettori fossero riusciti a capirlo, avrebbero concluso indubbiamente che la Macchina analitica era troppo importante, troppo rivoluzionaria per restare un’idea brillante ma incompiuta, semplice inchiostro sulla pagina.
Tra gli esempi che fornivo, ero particolarmente soddisfatta della mia spiegazione di come la Macchina analitica generasse numeri di Bernoulli, una sequenza infinita di numeri razionali presenti in certe funzioni e formule. Decisi di creare un algoritmo che la Macchina analitica potesse utilizzare per generare questi numeri facilmente, velocemente e senza errori. Questo avrebbe fatto colpo sui miei lettori esperti di scienza più di qualunque altro esempio, per via della complessità della sequenza di operazioni che andavano eseguite. Nessun’altra macchina calcolatrice esistente vi riusciva senza un intervento umano. Tale esempio avrebbe dimostrato che la Macchina analitica era superiore e unica.
Naturalmente, creare questo algoritmo era più semplice a dirsi che a farsi. «Sto analizzando e vagliando con estrema caparbietà tutti i modi per trovare i numeri di Bernoulli» scrissi a Babbage un pomeriggio. «A forza di sviscerare l’argomento e di collegarlo con altri, prevedo che dovrò dedicarvi qualche giorno». Poi, riflettendo su quanto fossi diventata esperta di questo argomento, al quale avevo dedicato tanto tempo, scrissi: «Forse è un bene per il mondo che il mio campo e il mio centro di interesse sia la matematica, e che non abbia deciso, influenzata dal periodo o dalle circostanze, di dedicarmi a spada, veleno e congiure invece di x, y e z».
Mentre cercavo di trovare quell’algoritmo complesso che si ostinava a sfuggirmi, confesso che in certi momenti temetti di non riuscire. «Sono disperata, mi trovo impantanata in questi numeri e non riesco a uscirne, non immaginavo che il compito si sarebbe rivelato così gravoso» mi lamentai, accantonandoli per il momento per sfogare la mia frustrazione in un’altra lettera a Mr Babbage. Ma non mi diedi per vinta, e alla fine riuscii a risolvere gli ultimi problemi che mi restavano.
Come mi sentii felice quando l’algoritmo fu completo! Ero così soddisfatta di me che riuscii quasi a dimenticare la stanchezza; eppure, rileggendo la Nota G mi resi conto che dovevo aggiungere un paio di avvertimenti, per non dare adito a speranze che la Macchina analitica, nonostante tutte le sue potenzialità, non sarebbe stata in grado di soddisfare. Anche se non avevo promesso nulla al di fuori di ciò che la macchina sapeva fare, i lettori più scettici potevano pensare che ne avessi ingigantito le capacità a meno che non riservassi qualche riga a precisare cosa non era in grado di fare.
Tornai allora all’inizio della Nota G e aggiunsi un avvertimento. «È opportuno evitare di farsi idee poco realiste sulle capacità della Macchina analitica» scrissi. «Quando ci si sofferma su un argomento nuovo, qualunque esso sia, si ha dapprima la tendenza a sopravvalutare ciò che vi troviamo di interessante o notevole; secondo, per una sorta di reazione naturale, a sottovalutare l’oggetto in questione quando scopriamo che le nostre attese hanno superato ciò che ci si poteva aspettare».
Non mi veniva in mente nessun altro modo educato e simpatico per chiedere ai miei lettori di tenere la mente aperta. Poi ricordai la reazione di mia madre quando aveva osservato il modello da dimostrazione della Macchina differenziale e l’aveva definita una “macchina pensante”. Sarebbe stato sbagliato da parte mia, nel mio entusiasmo, indurre i lettori a credere che la Macchina analitica potesse pensare; non era in grado di farlo, proprio come la precedente. Altro avvertimento, quindi: «La Macchina analitica non ha la pretesa di creare nulla di sua iniziativa» sottolineai. «Può fare quello che noi sappiamo ordinarle di fare. Riesce a svolgere un’analisi; ma non ha la capacità di anticipare relazioni o verità analitiche».
E con questo la Nota G era completa.
Ma naturalmente non avevo finito. Durante la primavera e l’estate avevo mandato a Mr Babbage il mio lavoro in corso di svolgimento, ricevuto i suoi commenti e riveduto le Note in base a questi. I nostri scambi erano divertenti, piacevoli, illuminanti, e talvolta mi facevano andare su tutte le furie. Talora ricevevo da lui elogi e commenti utili e scherzavamo sul fatto che ero una specie di fatina esperta di magia. Altre volte confesso che gli mandavo lettere indignate e risentite, e protestavo per i cambiamenti che aveva fatto al mio testo. «Sono molto infastidita dalle modifiche che avete fatto alla mia Nota» gli scrissi a metà luglio. «Sapete che sono sempre disposta a effettuare io stessa i cambiamenti necessari, ma non sopporto che un’altra persona si intrometta nelle mie frasi».
Poi, meno di una settimana dopo, mi infuriai con lui quando mi confessò che aveva perduto diverse pagine importanti del manoscritto, costringendomi a rifare un lavoro noioso e difficile. «Avevo sempre saputo che eravate un po’ disorganizzato e poco preciso con l’ordine esatto e la disposizione di fogli, pagine, paragrafi e via dicendo» protestai, esasperata. «Basta guardare quel paragrafo che avete cancellato inavvertitamente. Immagino di dovermi rimettere al lavoro per scrivere qualcosa di meglio, se posso, per rimpiazzarlo. Non riesco a riscriverlo uguale, non me lo ricordo. Credo di riuscire a rimediare in un paio di giorni, ma devo ammettere che avrei invece una gran voglia di insultarvi».
Non lo insultai, invece, e lui rispose profondendosi a tal punto in scuse che lo perdonai subito. Sarebbe stato un grave errore non farlo, perché la nostra collaborazione stava procedendo davvero bene, e non so proprio come avrei fatto senza di lui, nonostante questi incidenti e altri, come la sostituzione di una tabella con la sua versione precedente dopo che l’avevo già corretta e rivista.
Più lavoravo sulle Note, più ero orgogliosa. Cominciai a considerarle un po’ come un figlio, ed esprimevo la speranza che sarebbe stato seguito da altri fratelli. «Non posso evitare di esprimere meraviglia di fronte a questo figlio» scrissi a Mr Babbage dinanzi alle bozze delle mie Note. «La natura concisa e convincente dello stile mi sembra eccellente; talvolta sono pervase da una nota satirica e da un umorismo che, sospetto, farebbero di me un ottimo critico. Sono davvero molto colpita dalla forza della scrittura. È senz’altro uno stile ben poco femminile, ma non è neanche comparabile a quello di un uomo».
Mi chiedevo spesso se la voce dell’autore – la mia voce – sarebbe stata percepita come maschile o femminile, perché sapevo che questo avrebbe influenzato il modo in cui le informazioni e le analisi che offrivo sarebbero state ricevute. Mentre lo trovavo ingiusto, ero riluttante a rivelare che l’autore delle Note fosse una donna, perché questo poteva ridurre il valore dell’opera nelle menti dei lettori più prevenuti.
«Benché non desideri proclamare chi l’ha scritto, devo pur firmarlo» dissi preoccupata a William una sera umida intanto che camminavamo insieme nel bosco attorno a Ockham Park, cercando sollievo dal caldo opprimente mentre il sole declinava all’orizzonte. «È necessario, se non altro per distinguere il mio lavoro da quello di Menabrea. E poi desidero renderlo riconoscibile, in modo che tutto ciò che eventualmente scriverò nei prossimi anni si possa identificare come l’opera dell’autore delle Note».
William sorrise. «Non sei tanto fiera del tuo lavoro da voler vedere scritto sul frontespizio: “Tradotto con l’aggiunta di note da Ada Byron King, contessa di Lovelace”?»
«Forse un po’» ammisi, «ma a quel punto – non capisci? – l’attenzione sarebbe catturata dal fatto che è stato scritto dalla figlia di Lord Byron. La gente lo considererebbe una curiosità, come hanno sempre giudicato anche me. Voglio che la mia opera venga valutata per i suoi meriti, e che nulla distragga i lettori dall’importanza della Macchina analitica. Se dovesse succedere, tutti i miei sforzi saranno stati vani».
«E pensare che per tutto questo tempo credevo che avessi cercato la fama» mi prese in giro.
«Fama per il mio lavoro, forse» concessi. «Se ciò che faccio viene rispettato, non mi importa se solo gli amici fidati e la famiglia sanno che sono io l’autore. Credo di preferire una specie di fama più anonima, a meno che non sia un ossimoro».
«Fama anonima» ripeté William pensieroso. «È ancora meglio di quell’altra fama, direi. Perché non usi le tue iniziali, allora? A.A.L., per Augusta Ada Lovelace».
Ci riflettei, immaginando che effetto avrebbe fatto sulla carta stampata. «Sì. Sì, credo che andrebbe bene».
Risolto quel problema spinoso, cominciai a pensare con sempre maggiore agitazione e impazienza alla pubblicazione della traduzione e delle Note, che nel loro insieme erano state chiamate Memoir, come usava a quei tempi. Poteva essere la mia Grande Opera, pensai, o ancora meglio, la prima di molte Grandi Opere di matematica e scienze, quella che avrebbe inaugurato la mia carriera brillante e duratura come quella di Mary Somerville. Era una matematica molto più geniale di quello che sarei mai stata io, ma questo non significava che non avrei potuto brillare anch’io nel mio piccolo cielo.
Nello scrivere il Memoir ho scoperto qualcosa di stupefacente su di me: che il mio genio consiste nella capacità di sintetizzare idee astratte, di fondere l’intelletto e l’immaginazione in un nuovo tipo di idea. Ecco perché capivo le capacità della Macchina analitica anche meglio del suo inventore. Ecco perché non ero mai stata capace di ripudiare mio padre, nonostante i minacciosi avvertimenti che avevo ricevuto riguardo al cattivo sangue Byron fin da quando ero piccola. Per tutta la vita mi era stato detto che dovevo scegliere tra mia madre e mio padre, l’intelletto o l’immaginazione. Ora sapevo che non ero nulla senza entrambi.
Nonostante un mal di testa lancinante e terribili disturbi gastrici, sopportando stanchezza e dolori riuscii a rivedere le bozze finali con pazienza ed entusiasmo, consapevole della data finale che si avvicinava a grandi passi. Mr Taylor e l’altro direttore, William Francis, erano ansiosi di pubblicare il Memoir, l’articolo centrale, prima del nuovo incontro della British Association for the Advancement of Science in settembre. Convinta che non avrei trovato momento più opportuno per dare alla luce il mio primo figlio scientifico, ero decisa a finire in tempo.
La rilettura delle bozze aveva superato la metà quando il lavoro fu interrotto da una richiesta urgente di Mr Babbage. Aveva scritto un resoconto esplicito, austero, in terza persona delle sue disavventure con il governo, stabilendo punto per punto una critica del modo in cui vari funzionari e uffici avevano trattato lo sviluppo e il finanziamento delle sue macchine. «Vi prego di rivedere questa mia dichiarazione e di farmi avere i vostri commenti, se ne avete, con la massima urgenza» chiese con un biglietto di accompagnamento. Il linguaggio brusco sottolineava la grande fretta.
Mi spiaceva togliere tempo alle bozze, ma Mr Babbage aveva sempre anteposto le mie richieste di pareri alle altre attività, e trovavo che fosse il minimo ricambiarlo con la stessa gentilezza. Fortunatamente il documento non era troppo lungo né complesso, anche se il tono talvolta tagliente mi pareva eccessivo, come annotai ai margini. Gli restituii il testo quel pomeriggio stesso, con un biglietto in cui gli raccomandavo prudenza e gli facevo gli auguri.
La richiesta di Mr Babbage mi rubò ben poco tempo, e qualche tempo dopo finii di rileggere le bozze del Memoir e lo feci avere agli uffici dei Scientific Memoirs di Taylor. Una strana malinconia mi colse allora, perché mi sentivo esultante e desolata. Aspettavo con impazienza la pubblicazione, naturalmente, e dopo quella speravo che il successo portasse a nuovi incarichi per A.A.L., ma fino ad allora vedevo una successione di ore vuote che aspettavano di essere riempite.
La mia prima priorità fu la mia famiglia, che aveva dato prova di pazienza e che avevo trascurato per occuparmi del Memoir. Andai a trovare mia madre a Fordhook per qualche giorno, poi con William portai i bambini ad Ashley Combe, un viaggio che era diventato meravigliosamente veloce e agevole da quando la Great Western Railway aveva aperto una linea ferroviaria a Bridgwater nel 1841. La pace e solitudine meravigliose della nostra proprietà del Somerset furono un ottimo rimedio per la mia stanchezza carica di tensione, e dopo che mi fui riposata a dovere mi unii a mio marito e ai bambini nei giochi in giardino, nelle lunghe passeggiate in riva al mare, e nelle cavalcate estenuanti nella foresta.
La prima settimana di agosto tornammo a casa a Ockham Park rinfrancati e felici, ma la mia gioia si dissipò non appena ebbi varcato la soglia. Mi aspettava una lunga lettera di Mr Babbage dai toni furiosi e indignati, in cui esordiva chiedendomi, senza spiegare il motivo, di ritirare il Memoir dai Scientific Memoirs di Taylor.
Continuai a leggere, esterrefatta, ma la sua richiesta non aveva senso neppure dopo che ebbi letto la lettera la seconda volta. La sua collera sembrava legata alla polemica con il governo e alla lettera che mi aveva chiesto di rivedere in luglio, e al fatto che Mr Francis avesse rifiutato di pubblicarla in forma anonima, osando suggerire di stamparla come opuscolo a parte. «In considerazione della nostra lunga amicizia» tuonava Mr Babbage, «spero che risponderete a questo insulto informando i direttori che proibite loro di pubblicare il Memoir».
Fissai la lettera sbalordita e incredula. Come poteva pensare di cancellare il Memoir quando avrebbe potuto procurargli finalmente l’appoggio economico del quale aveva un bisogno disperato? Come poteva chiedermi di ritirare la mia Grande Opera dalla pubblicazione dopo che ci avevo lavorato tanto e nutrivo grandi speranze che mi procurasse la fama così agognata di matematica? Mi sembrava di essere stata coinvolta mio malgrado in un litigio feroce e costretta a scegliere una fazione senza riuscire a capire la causa della discordia.
Stranamente non c’era nessuna lettera dagli uffici della rivista, e con il cuore che batteva per la preoccupazione scrissi a Mr Wheatstone, Mr Taylor e Mr Francis. Assicurai loro che non avevo intenzione di vietare la pubblicazione del Memoir, ma che dovevo sapere cosa poteva avere indotto Mr Babbage a fare una richiesta tanto folle.
Risposero subito, perché il fattore tempo era essenziale, e la storia che mi raccontarono era stupefacente e sorprendente quanto inaspettata. A mia insaputa Mr Babbage aveva sottoposto la sua dichiarazione ai direttori chiedendo di pubblicarla come prefazione alla mia traduzione e alle mie Note. Mr Francis era stato riluttante ad accettare, perché non era firmata e avrebbe quindi lasciato credere ai lettori che l’autrice fossi io. Mr Taylor avrebbe dovuto prendere una decisione definitiva sull’argomento, ma era all’estero, quindi Mr Babbage aveva mandato Charles Lyell come suo rappresentante a negoziare con Mr Francis e Mr Wheatstone. Gli proposero diverse possibilità, ma tutte prevedevano che pubblicasse la dichiarazione separatamente dal Memoir mettendo in chiaro che non l’avevo scritto io. Mr Wheatstone offrì perfino generosamente di firmarlo se Mr Babbage non se la fosse sentita di pubblicarlo a suo nome. Mr Babbage però aveva rifiutato tutte queste opzioni.
Scandalizzata e furiosa, insistetti sul fatto che non dovevano pubblicare la dichiarazione di Mr Babbage con il mio Memoir, e che in nessun caso la sua polemica andava attribuita a me. «Non riesco a crederci» dissi a William, che sembrava arrabbiato e indignato ma non stupito. «Perché vorrebbe farmi una cosa del genere? E perché cacciarsi nei guai, poi? Il suo odio per Sir Robert Peel è più forte del desiderio di vedere costruita la Macchina analitica?»
«La cocciutaggine e l’orgoglio sono sempre stati la sua rovina» disse William. «Fai benissimo a tenergli testa».
La mia sensazione di tradimento e rabbia era così forte che mi presi un giorno per riflettere e per ricompormi prima di scrivere a Mr Babbage. E non riuscii comunque a dominare la collera. «Niente e nessuno potrebbe convincermi a lasciarmi trascinare nelle vostre liti, o a diventare in qualche modo il mezzo con cui le portate avanti» dichiarai. «Comunicherò direttamente con i direttori sull’argomento, perché non intendo rimangiarmi la parola data, neppure per avvantaggiarvi, e in questo caso non andrebbe a vostro né a mio vantaggio annullare la pubblicazione del Memoir». Gli dissi che intendevo scrivergli di nuovo, quanto prima e senza mezzi termini, riguardo «alcuni punti in cui ritengo che andiate contro i vostri stessi interessi», ma non l’avrei fatto finché non fosse stato chiaro l’esito finale della faccenda. «Ricordate che resto, sempre, vostra amica» scrissi con enfasi, «ma che non posso e non intendo sostenervi agendo in base a principi che ritengo non solo sbagliati, ma mortalmente pericolosi».
La risposta di Babbage non si fece attendere. Mi rispose subito, era furioso e mi accusò di averlo tradito. Si espresse con grande durezza. Ero sicura che non mi avrebbe mai perdonata, e ne soffrii molto.
Il giorno dopo scrissi a mia madre per scusarmi di non essermi fatta viva da quando eravamo tornati da Ashley Combe, dando la colpa della mia assenza agli ultimi eventi spiacevoli. «Sono rimasta ferita e addolorata in modo indescrivibile dal comportamento di Mr Babbage» scrissi, ancora scossa dalla sua risposta. «Siamo, per così dire, ai ferri corti. Mi dispiace essere giunta alla conclusione che sia una delle persone più intrattabili, egoiste e prive di autocontrollo che abbia mai conosciuto. Non prevedo che romperemo definitivamente i rapporti, ma penso resterà tra noi una certa freddezza, una certa distanza».
Trascorse una settimana, e a ogni giorno che passava aumentava in me il dispiacere che io e Mr Babbage ci lasciassimo con tanto astio dopo tutto quello che avevamo realizzato insieme. Credevo nel suo genio, ed ero convinta che le sue macchine avrebbero realizzato tutto ciò che aveva promesso e anche di più, ma lui sembrava fermamente deciso a sabotarsi da solo a mano a mano che si avvicinava all’obiettivo.
Era troppo fiero, lo sapevo, per venire a scusarsi. Se avessimo dovuto riconciliarci, la prima mossa sarebbe dovuta venire da me. Era ingiusto e ridicolo, però, che fossi obbligata a farlo; era lui che mi aveva offeso, non il contrario, e anche se io volevo la sua amicizia, lui aveva bisogno della mia. La mia traduzione e le mie Note sarebbero state pubblicate nonostante le sue obiezioni, quindi qualunque progresso ne fosse risultato per la mia carriera, me lo sarei guadagnato anche se io e Mr Babbage fossimo rimasti in cattivi rapporti. Ma per quanto lo riguardava mi appariva evidente che, a meno che non fosse intervenuto un caro amico, non avrebbe compiuto progressi, facendo la fine di un carretto impantanato.
Avevo investito troppo tempo e passione nelle macchine di Mr Babbage per andarmene, lasciandolo invecchiare amareggiato tra i suoi sogni inappagati; volevo vedere la Macchina analitica ultimata per il bene suo, dell’Inghilterra e anche per il mio. Ma soprattutto, tenevo troppo alla sua amicizia per non cercare di salvarla.
Lunedì 14 agosto scrissi quella che si rivelò una lettera sincera, appassionata, di sedici pagine, in cui ventilai la possibilità di ricucire i rapporti, mentre stabilivo chiaramente i termini secondo cui avrei accettato di lavorare con lui in futuro.
Cominciai in modo cordiale, informandolo dei progressi delle Note nel processo di pubblicazione, di come il lavoro difficile con gli stampatori si fosse concluso e dicendogli che ero soddisfatta del Memoir. Poi parlai della sua ultima lettera, quella che mi aveva ferita profondamente. «La vostra lettera richiede una risposta esauriente da parte mia» iniziai cauta, «perché chi la scrive è un mio carissimo e stimato amico, il cui genio non solo è apprezzato da me, ma vorrei venisse apprezzato anche dagli altri». Fatta questa premessa, meno pensavo a quella lettera, meglio era, «perché meritava solo di essere gettata via con un sorriso sdegnoso».
Gli dissi che capivo di averlo deluso non ritirando il Memoir dalla pubblicazione, e che lui ne soffriva ancora. Gli spiegai perché il mio senso del dovere, dell’onore e degli obblighi – non solo nei suoi confronti, ma anche nei confronti degli editori – non mi avrebbe permesso di comportarmi diversamente. Speravo che col tempo avrebbe capito.
«Adesso bisogna però affrontare una questione pratica riguardo al futuro» proseguii. «I vostri affari occupavano, e occupano ancora parecchio, me e Lord Lovelace. Ci pensiamo e ne parliamo con grande serietà. Il risultato è che ho dei programmi per voi, e li devo portare avanti, oppure devo devolvere le mie energie, il mio tempo e la mia scrittura a qualche altra impresa votata alla scienza e alla ricerca del vero; dipende da voi. Vi lascio la scelta e vi offro i miei servizi e il mio intelletto. Vi prego quindi di rifletterci seriamente e di decidere se siete in grado di accettare le mie condizioni».
Dopo questa introduzione, gli presentavo il mio ultimatum: primo, se dovevo continuare a lavorare con lui, doveva affidare a me tutti gli aspetti pratici, in particolare le relazioni con gli altri. Non parlai esplicitamente di Sir Robert Peel, ma era soprattutto a lui che pensavo.
Secondo, quando avevo bisogno della sua assistenza e supervisione intellettuale, Mr Babbage doveva consacrarmi la sua attenzione intera e indivisa, e doveva essere più attento, organizzato e scrupoloso nelle nostre collaborazioni future di quanto lo fosse stato durante la redazione delle Note.
Terzo, mi avrebbe affidato la responsabilità dell’aspetto commerciale della Macchina analitica, e in questo ruolo avrei sviluppato un progetto per il suo finanziamento e la costruzione, soggetto all’approvazione di un consiglio di amici e colleghi di sua scelta.
Sviluppai ciascuno di questi punti nei dettagli, ma il mio tono era sempre serio, mai pedante o prepotente, o così pensavo. Terminai la lettera in tono affettuoso, con qualche commento sui numeri di Bernoulli e un invito a venirci a trovare a Saint James’s Square e a Ockham Park, dove progettavamo di trasferirci più avanti durante quello stesso mese. Speravo di mostrargli quanto poteva essere facile ricucire la nostra amicizia, come riprendere una conversazione interrotta.
Eppure, alla fine, presi un tono malinconico. «Mi chiedo» scrissi «se deciderete di tenere la fatina al vostro servizio oppure no».
Ora stava a Mr Babbage scegliere.