28.

Va’, piccolo libro, togliti a questa mia solitudine

Agosto-settembre 1843

Il mattino dopo mi svegliai con un dolore nel cuore e il peso della malinconia sulle spalle, ma ebbi bisogno di qualche istante per ricordarne il motivo. Mi feriva pensare che non fossi più la benvenuta, forse, all’1 di Dorset Street, e che non avessi più alcun ruolo nella realizzazione dei progetti per la Macchina analitica di Mr Babbage. Ancora più triste era la prospettiva che, senza il mio aiuto, nessuna delle sue due macchine sarebbe mai stata costruita.

La mia unica speranza era che il suo desiderio di dimostrare al mondo che la Macchina analitica era all’altezza delle sue promesse fosse superiore al suo orgoglio, e che accettasse di riconciliarsi con me.

Svolsi le solite attività del mattino, triste e ansiosa, ricordando a me stessa che non aveva senso aspettarmi una risposta tanto presto. Infine non riuscii più a sopportare il silenzio, e decisi che se lui non mi scriveva, potevo sempre farlo io. Impugnai la penna e scrissi un biglietto su certe revisioni che avevo fatto alle bozze dopo il nostro litigio. «Avrete ricevuto la mia lunga lettera stamattina» conclusi. «Forse deciderete di non avere più nulla a che fare con me. Ma spero in bene, e quindi vi scrivo come se non fosse accaduto nulla».

Spedii la lettera, e passeggiai in giardino avvilita, poi tornai nel mio studio per scrivere a mia madre. «Non so ancora come finirà questa faccenda con Mr Babbage» le dissi. «Mi ha scritto parole molto dure. Per molte ragioni, però, desidero ancora lavorare ai suoi progetti se posso farlo in modo ragionevolmente sereno. Gli ho quindi scritto in modo del tutto esplicito: gli ho dettato le mie condizioni, senza le quali rifiuterò di collaborare con lui in qualunque attività».

Feci una pausa, colpita da dubbi improvvisi. Forse gli avevo presentato l’ultimatum in termini troppo estremi. Forse avrei dovuto cercare prima una riconciliazione, e poi, tornati amici, di persona e nel modo più cordiale possibile, spiegargli come mi aspettavo di portare avanti le collaborazioni future. Ma era troppo tardi per cambiare anche una sola parola, ormai.

«Se acconsente a ciò che propongo» continuai la mia lettera, «probabilmente riuscirò a evitargli altri guai e a far sì che la sua macchina venga portata a termine. Tutto quello che ho visto di lui e delle sue abitudini in questi ultimi tre mesi mi rende scettica quanto al suo compimento, a meno che qualcuno non gli imponga la propria influenza con grande forza di carattere».

Volevo essere io quel qualcuno, ma la decisione spettava a lui. Come mi sentivo impotente e inutile sapendo che il mio futuro di scienziata e matematica dipendeva dalle scelte di qualcun altro!

A fine mattinata la posta era stata consegnata, ma scoprii delusa che non c’erano lettere di Mr Babbage. Nel primo pomeriggio a forza di andare avanti e indietro, in preda all’angoscia, mi ero ridotta in uno stato di estremo nervosismo, e avevo quasi deciso di scrivergli di nuovo quando la domestica annunciò che la causa di tutta la mia agitazione mi stava aspettando in salotto.

Mi venne un tuffo al cuore, e scesi subito le scale per andare da lui. «Buon pomeriggio, Mr Babbage» lo salutai sorridendo, anche se le mie speranze diminuirono vedendo la sua espressione pensierosa. «Che piacere vedervi».

Lo invitai a sedersi, ci feci preparare il tè e per alcuni minuti parlammo guardinghi dei nostri figli e amici comuni. Mr Babbage fu il primo a sollevare l’argomento della disputa tra noi. «Capisco le vostre ragioni per avere rifiutato di ritirare il Memoir e le rispetto» esordì, «ma confesso che non sono d’accordo».

«E io rispetto il vostro disaccordo» dissi con un sorriso.

«Per quanto riguarda le vostre condizioni per il proseguimento della nostra collaborazione…» Scosse il capo e si accigliò, e mi sentii morire. «Non posso assolutamente accettare. Voi siete la mia interprete, Lady Lovelace, non la mia padrona. La Macchina analitica è il mio capolavoro, il mio magnum opus. Non posso certo affidarla interamente al vostro controllo, né a quello di qualcun altro, se è per questo».

Il cuore mi batteva forte, e per un attimo non riuscii quasi a respirare. «Capisco» dissi, con voce bassa ma ferma.

«Se, però, accettaste di ritirare le vostre condizioni…» Lasciò in sospeso la frase e sollevò le sopracciglia con fare interrogativo.

Per una frazione di secondo fui tentata. Poi ricordai le molte volte in cui aveva messo in pericolo i suoi stessi interessi proprio mentre sembrava che tutto stesse andando per il meglio. Come potevo ritrovarmi di nuovo in quel groviglio di seccature, incomprensioni e frustrazioni? Non potevo sopportare di consacrare anni della mia vita a un lavoro che lui sembrava continuamente deciso, per qualche perverso motivo, a rovinare.

«Mi dispiace moltissimo, ma non posso» dissi.

Cercò di sorridere, ma invece gli venne una smorfia. «Capisco. Me lo aspettavo». Trasse un respiro profondo e guardò a destra, tamburellando con le dita sul bracciolo della poltrona. «Bene. Come volete. Spero almeno che resteremo amici».

«Sarei devastata se così non fosse» replicai con foga.

Non rimaneva nient’altro da dire. Mr Babbage si alzò, mi ringraziò per averlo ricevuto e se ne andò, e io rimasi a chiedermi, tristemente, quando ci saremmo rivisti.

Per fortuna non mi costrinse ad aspettare troppo. La prima settimana di settembre mi mandò un biglietto allegro con cui accettava il mio invito a venirci a trovare ad Ashley Combe, un invito che aveva a lungo ignorato, sospettavo. Risposi subito, e vi fu uno scambio intenso di corrispondenza tra noi mentre cercavamo di fissare una data, cosa che i molti obblighi e impegni di Mr Babbage rendevano estremamente difficile.

Alla fine decise che, se avesse voluto aspettare di essere libero, non sarebbe mai venuto. «Mia cara Lady Lovelace» scrisse il 9 settembre, «mi pare inutile aspettare di avere il tempo, quindi ho deciso di lasciare in sospeso il resto e di partire per Ashley, portando con me abbastanza carte per dimenticare questo mondo e tutti i suoi problemi e, se possibile, i suoi molti ciarlatani; tutto, in poche parole, meno l’Incantatrice dei numeri».

Incantatrice dei numeri, pensai, affascinata da quel soprannome. Se mi vedeva in quel modo, forse c’era ancora speranza di una nostra collaborazione futura.

Poco dopo, a metà settembre, la mia traduzione con le Note venne pubblicata sui Scientific Memoirs di Taylor con il titolo Sketch of the Analytical Engine Invented by Charles Babbage, Esq. Provo ancora grande soddisfazione ripensando all’interesse suscitato dal mio Memoir nella comunità matematica e scientifica. I miei amici rimasero molto colpiti dal mio lavoro e mi riempirono di congratulazioni e lodi. Mr De Morgan scrisse per definirla un’opera eccellente e per esprimere tutto il suo orgoglio per ciò che ero riuscita a compiere. Dall’Italia, Mary Somerville mi mandò una lettera di congratulazioni ancora più commovente, tanto piena di encomi che mi vennero le lacrime agli occhi, in cui si diceva certa che si trattasse solo del primo trionfo di una lunga e illustre carriera. Mia madre mi inviò una dolce lettera di congratulazioni con un cesto di fiori e verdura dai giardini di Fordhook. William era orgogliosissimo di me, e perfino i bambini capirono, a modo loro, che la madre aveva fatto qualcosa di straordinario.

Ero emozionata e riconoscente, ma la mia gioia fu temperata dal fatto che disperavo, ormai, che la Macchina analitica, da me presentata al mondo in termini poetici ma con logica scientifica, sarebbe mai stata costruita.

Nel giro di qualche settimana la critica del governo di Mr Babbage apparve in forma anonima sul Philosophical Magazine, un’altra rivista pubblicata da Mr Taylor e Mr Francis. Passò quasi inosservata.

Avevo dato alla luce il mio primo “figlio” scientifico, e non mi restava che guardarlo crescere. «Questo impegno è stato sotto certi aspetti arduo e complesso» avevo scritto modestamente a Robert Noel i primi di agosto, «e probabilmente non mi darà molto in termini di celebrità (non era certo una delle ragioni per cui desideravo intraprendere il progetto); contiene infatti il frutto di un lavoro paziente e di un’applicazione costante più che notizie eclatanti o stuzzicanti. L’immaginazione e l’eloquenza non mi mancheranno quando sarà necessario sfoderarle. Nel frattempo desidero concentrarmi su logica, diligenza, studio e apprendimento. Ma sono felice di avere iniziato il lavoro, sebbene in forma semplice e arida».

Non dovrebbe sorprendere che, nonostante le modeste aspettative espresse nella lettera, sperassi ardentemente che alla pubblicazione della mia Grande Opera seguisse un futuro brillante. William lo sapeva, così come mia madre, Mary Somerville, Hester e Woronzow. Aspettammo tutti il successo pubblico e la consacrazione che avrebbe dato inizio alla carriera matematica e scientifica che desideravo da tanti anni.

Aspettai e sperai, ma invano.

Sebbene il mio lavoro fosse stato accolto con interesse e approvazione subito dopo la pubblicazione, si manifestò curiosità sull’identità dell’autore, e in breve il pubblico scoprì che A.A.L. era Ada Byron King, contessa di Lovelace. Quando si seppe che il Memoir era stato scritto da una donna, il suo valore di opera scientifica crollò nell’opinione della gente. Se l’aveva scritto una donna, conclusero gli uomini di scienza, non poteva essere rilevante come l’avevano giudicato all’inizio. Il ragionamento non poteva essere solido se veniva da una mente femminile, il soggetto non poteva essere troppo importante se era stato affidato a mani femminili.

L’interesse, modesto fin dall’inizio, si ridusse in fretta a un bisbiglio, e presto tacque del tutto.