29.

Quali ferite profonde si chiudono senza cicatrici?

1844-1850

Gli anni trascorsero come sempre avviene, tra gioie e dolori, nel sole e tra le ombre.

Io e Mr Babbage restammo amici – ottimi amici – ma non mi perdonò mai del tutto per essermi schierata dalla parte degli editori contro di lui, secondo la sua opinione. Anche dopo che mi fui umiliata e mi fui presentata a lui offrendo di essere semplicemente la grande sacerdotessa della sua Macchina analitica, e di svolgere umilmente il mio apprendistato prima di considerarmi degna di compiere un passo verso l’alto, mi tenne a distanza. Alla fine arrivò un momento in cui non ero al corrente dei progetti per le sue macchine più degli altri conoscenti presenti alle soirée. Considerando che ero seconda solo a lui nella conoscenza della Macchina analitica, e che sotto certi aspetti la conoscevo anche meglio, la sofferenza che questa esclusione mi provocava era tanto acuta da risultare simile alla perdita di una persona cara.

Credo che questo dolore profondo contribuisse al declino improvviso e rapido del mio stato di salute. Non stavo bene già prima che Mr Babbage litigasse con me, perché la stanchezza e la tensione della scrittura mi avevano indebolito durante l’estate, ma a un tratto cominciai a soffrire di attacchi terribili, difficoltà nella respirazione e strane sensazioni agli occhi e alla testa. Il dottor Locock mi prescrisse esercizio fisico e laudano, finché non iniziai a prenderne almeno qualche goccia al giorno. I suoi trattamenti alleviarono in parte i disturbi, anche se non curarono mai la malattia che ne era la causa. Mia madre diffidava del laudano e mi esortò invece a provare le sanguisughe e una cura di riposo a Brighton, ma il laudano mi rendeva euforica, mentre i salassi e le coppette mi sfinivano.

Per fortuna rimasi bloccata a letto solo per poco, ma la mia convalescenza affidata alle cure del dottor Locock si protrasse per anni. In questo periodo, avendo concluso che non c’era più alcuna miglioria da fare a Ockham Park, William trasferì la nostra famiglia a East Horsley Park, una bella dimora a due piani qualche chilometro più a sud. Era stata progettata da Sir Charles Barry, il famoso architetto che aveva costruito il nuovo palazzo di Westminster, ma William era deciso a effettuare alcune modifiche all’edificio. Ci eravamo appena sistemati quando volle cambiare casa anche a Londra, e ci trasferimmo da Saint James’s Square a una dimora temporanea in Grosvenor Place, e poi in un’altra in Great Cumberland Street finché Mr Babbage non ci aiutò a trovare una casa adeguata al 6 di Great Cumberland Place, a diversi isolati da Marble Arch e Hyde Park. Fortunatamente William riteneva che Ashley Combe non avesse ancora raggiunto la perfezione, altrimenti avrebbe potuto decidere di separarsi anche da quella splendida proprietà. Dubito che sarebbe stato soddisfatto di vivere in un luogo che non era costantemente in costruzione.

I continui spostamenti mi lasciarono poco tempo per lavorare o studiare, e mia madre si offrì di occuparsi dell’educazione dei bambini perché io potessi dedicarmi a un progetto mio. All’inizio rifiutai, non solo perché i miei figli, nonostante le birichinate, mi sarebbero mancati, ma anche perché non sapevo cosa scegliere. L’interesse che provavo per l’una o l’altra materia era solo un pallido riflesso della passione che avevo nutrito per la Macchina analitica; passai da un ramo della matematica o della scienza all’altro, come una fatina incostante e distratta. Mia madre sottolineò che se non avessi avuto il pensiero dei bambini avrei capito meglio di cosa volevo occuparmi, e con la benedizione di William finii per acconsentire. Ralph era abbastanza piccolo da restare a casa con una governante, ma Annabella andò a casa di mia madre a Esher, e Byron venne affidato al dottor King e alla sua consorte a Brighton. Annabella non voleva andare a vivere con la nonna e sviluppò un’antipatia profonda per la nuova governante, ma alla fine si rassegnò. Byron trovava estremamente fastidiose le prediche continue del dottor King, e siccome William era dello stesso avviso, affidammo nostro figlio al cugino di mia madre Charles Noel, che gestiva la sua proprietà del Leicestershire a Peckleton.

Una volta risolto il problema dei bambini non avevo più scuse, ma né il tempo libero né il miglioramento della salute furono ciò che mi permise di riscoprire la mia passione per la matematica e la scienza.

Ero rimasta una fedele protetta di Mrs Somerville anche dopo che si era trasferita in Italia con il marito, e continuai a corrispondere con lei e a seguire il suo lavoro con grande ammirazione. Nel frattempo il suo meraviglioso libro Sulla connessione delle scienze fisiche era stato pubblicato diverse volte, e in ogni edizione erano incluse nuove informazioni e scoperte intervenute rispetto all’edizione precedente. Nella sesta edizione scrisse che le tavole che fornivano misure sul movimento del pianeta Urano erano già «difettive», probabilmente perché il pianeta era stato scoperto troppo recentemente per consentire misurazioni accurate. Oppure, concluse, le apparenti discrepanze potevano essere il risultato di «perturbazioni di qualche pianeta non veduto, il quale giri attorno il sole al di là dell’attuale limite del nostro sistema. Se dopo un lasso di anni le tavole formate da una combinazione di numerose osservazioni fossero ancora inadeguate per rappresentare i movimenti di Urano, le discrepanze possono rivelare la esistenza, anzi, anche la massa e l’orbita, di un corpo situato per sempre al di là della sfera della vista».

Qualche anno dopo, ispirato dal commento di Mrs Somerville, l’astronomo inglese John Adams cercò in cielo l’ipotetico pianeta al di là di Urano che poteva perturbarne l’orbita, e scoprì Nettuno.

Mrs Somerville mi confidò che era grata a Adams per avere dimostrato la sua ipotesi, ma che le dispiaceva di non averla fatta lei, quella scoperta. «Se avessi posseduto genio o originalità, avrei potuto trovarlo da me il pianeta nuovo» scrisse.

Rimasi così stupita che risposi subito insistendo che non conoscevo nessuno che possedesse quelle due qualità in misura maggiore di lei, ma nella lettera successiva si rammaricò di dover dissentire. «Sono consapevole di non avere mai scoperto nulla, di non avere originalità» scrisse. «Possiedo perseveranza e intelligenza, ma non genio». Più avanti aggiunse che sospettava che quella «scintilla celeste» non fosse «accordata al nostro sesso. Dio solo sa se dei poteri superiori ci siano attribuiti in un’altra esistenza, ma il genio originale – nella scienza, almeno – è al di là della nostra portata».

Queste parole sconsolate, rassegnate, da parte della donna che ammiravo più di ogni altra, mi avvilirono profondamente. Se lei era persuasa di non avere genio né originalità, quale speranza c’era per noi? Che speranza c’era per me?

Mi tormentai pensando alla sua conclusione, poi decisi che non ero d’accordo con lei. Possedeva genio autentico, ma era troppo modesta per riconoscerlo. Era anche una donna. Quindi, Dio non negava la scintilla del genio al nostro sesso.

Decisi che l’avrei dimostrato io con la mia opera.

La matematica, le macchine calcolatrici e la musica mi attiravano tutte, ma a esercitare un’attrattiva irresistibile su di me fu una scienza nuova: non la Volologia, bensì qualcosa che chiamai il calcolo del sistema nervoso. Ero affascinata dal modo in cui i pensieri scaturivano dal cervello, le sensazioni dai nervi, e mi chiedevo se non lo si potesse esprimere con un modello matematico. Speravo, e anzi prevedevo, che un giorno sarei riuscita a comprendere i fenomeni cerebrali tanto bene da tradurli in equazioni matematiche, in leggi sulle interazioni delle molecole del cervello. Non vedevo perché i matematici non dovessero essere in grado di capire la materia grigia con la stessa facilità con cui capivano i moti e la materia di stelle e pianeti, se la osservavano dalla prospettiva giusta. La necessità di condurre gli esperimenti pratici necessari per produrre i fenomeni che volevo esaminare poteva costituire un ostacolo, ma mi sentivo in grado di affrontare la sfida.

Mentre mi lanciavo in questo nuovo studio del sistema nervoso, una distrazione irresistibile tentò di distogliermi dal mio progetto. Avevo sempre amato i cavalli, e talvolta da giovane avevo provato l’eccitazione delle corse, ma in quel periodo le scommesse diventarono una mia grande passione. All’inizio si trattava di un semplice piacere, poi di un piacere colpevole, che cercai di trasformare in un oggetto di studio scientifico. Se fosse stato possibile trovare una formula matematica per predire il risultato delle corse all’ippodromo di Doncaster, sarei diventata ricchissima, ma i cavalli sono creature capricciose, non come i dadi o le carte. Alla fine il gioco d’azzardo divenne un vizio pericoloso che cercai senza successo di nascondere a William e a mia madre: puntavo continuamente sui cavalli sbagliati, accumulando debiti. I miei pochi soldi per le spese minute non bastavano assolutamente a coprire le perdite, e presi in prestito del denaro da mia madre, affermando che mi serviva per dei libri e per gli abiti da indossare a corte. Lei iniziò però a insospettirsi, ma questo non bastò a farmi smettere, perché pur sapendo che non sarei riuscita a ingannarla ancora per molto, speravo sempre di realizzare una grossa vincita alla corsa successiva.

L’inevitabile confessione venne rimandata per via di altri problemi che affliggevano mia madre in quegli anni. La mia sorellastra (o cugina) Medora non scomparve in silenzio dopo avere recuperato Marie dalle sorelle zitelle ed essere salpata per la Francia con lei, i suoi soldi, la domestica francese e il marito di quest’ultima. Invece, dopo avere insultato mia madre in occasione del loro ultimo incontro, continuò a scrivere chiedendo soldi. Una volta costrinse perfino la povera piccola Marie, che all’epoca aveva nove anni, a scrivere al posto suo, illustrando le condizioni di malattia e povertà della mamma, e dicendo quanto desiderasse avere notizie della sua protettrice di un tempo. Mia madre mandava un po’ di denaro ogni volta, e fece infine un versamento estremamente generoso di mille franchi mettendo in chiaro che era l’ultimo; ma neppure quello bastò a Medora. Lei e il suo seguito continuarono a vivere al di sopra dei loro mezzi, passando da un hotel di lusso all’altro, sempre in fuga dai creditori, convincendo i proprietari degli alberghi che sua zia, la ricca vedova di Lord Byron, avrebbe coperto le spese. Mia madre si trovò costretta a pagare i conti e a chiedere agli albergatori di non fare più credito a Medora.

Alla fine si prospettò perfino un’azione legale. Dovetti recarmi all’ambasciata francese per sbrogliare il groviglio di bugie e inganni, e gli stessi avvocati che avevano negoziato la Separazione dei miei genitori stipularono un accordo. La domestica francese e il marito, due servi senza scrupoli, ricevettero del denaro e vennero licenziati, la piccola Marie venne chiusa in un convento a Saint-Germain per esservi educata e Medora, da sola, si trasferì in una pension di Saint-Germain-en-Laye. Le sue lettere si interruppero bruscamente, e solo più tardi scoprimmo che fine aveva fatto. A quanto pareva la solitudine e la povertà l’avevano costretta a cambiare vita, perché cominciò a lavorare alla pension, dove incontrò uno degli inquilini, un soldato chiamato Jean-Louis Taillefer. Quando fu congedato dall’esercito si sposarono, lei gli diede un figlio, il soldato adottò Marie e si stabilirono in una fattoria nel Sud della Francia.

Un anno e un giorno dopo il matrimonio Medora morì, qualcuno disse di colera, altri di vaiolo. Al breve testamento scritto in punto di morte aveva aggiunto una postilla: «Dichiaro qui che perdono mia madre e tutti coloro che mi hanno perseguitato con tanta crudeltà, come spero anch’io di essere perdonata».

Immagino che avesse incluso anche me e mia madre nella sua lista di persecutori, ma provai ugualmente sollievo misto a dispiacere per il fatto che si fosse redenta solo in ultimo, e rimpiansi che non fosse vissuta per approfittare della nuova, recente felicità.

Nello stesso periodo un’altra morte colpì più duramente la nostra famiglia, e ne soffrii tanto che ancora oggi non riesco a pensarci senza dovermi fermare per riprendere fiato e asciugare le lacrime.

Mia cognata Hester, che era sempre stata tanto buona e gentile con me, si era trasferita in Italia con l’adorato marito Charles per i problemi di salute di quest’ultimo. Aveva dato alla luce un figlio, ma il tempo che trascorse con il bambino fu troppo breve. Morì infatti poco dopo, lasciandoci disperati e increduli. La mia povera Annabella rimase sconvolta, perché adorava la zia Hester.

Hester era stata la sorella che avevo sempre desiderato, e piansi molto la sua scomparsa. Cercai conforto in William, ma era troppo devastato dal proprio dolore per offrirmi la consolazione che cercavo. Avrei voluto che ci consolassimo a vicenda, e che riuscissimo a ridurre la sofferenza reciproca stando insieme, ma io e William ci eravamo allontanati ulteriormente con il passare degli anni, e trascorrevamo ben poco tempo insieme. Non era stata una scelta deliberata, o almeno non all’inizio, ma con i bambini in luoghi diversi veniva a mancare lo scopo centrale dell’unità familiare, che ci avrebbe imposto di vivere insieme anche se non l’avessimo desiderato, e spesso preferivo una residenza per inclinazioni personali o per praticità mentre William era impegnato con dei lavori o degli affari in un’altra.

Penso – anzi, ne sono certa – che anche allora il divario che era venuto a crearsi tra di noi sarebbe stato colmabile se William non fosse stato tanto deciso a far entrare Byron in Marina. Per anni aveva parlato della possibilità di far arruolare il nostro primogenito nella Royal Navy, insistendo sul fatto che la disciplina gli avrebbe rafforzato il carattere liberandolo da abitudini infantili e irritanti. «È troppo giovane» protestavo ogni volta che William ne riparlava, ma con il passare dei mesi Byron diventava più ribelle con i suoi insegnanti e più scontroso, ostinato e antipatico a casa, e iniziai a vacillare nella mia determinazione. Però sollevai tutte le obiezioni razionali che mi vennero in mente: era troppo giovane, la vita in mare era troppo pericolosa, non avrebbe visto i suoi fratelli per anni, avrebbero perso i legami che li univano. Uno dopo l’altro William parò i miei colpi elencando le tante qualità che Byron avrebbe acquisito col servizio militare, fino a sfinirmi del tutto, disarmandomi completamente.

Nell’estate del 1849, il tredicenne Byron partì, riluttante, e il resto della famiglia Lovelace si ritirò ad Ashley Combe per non pensare alla sua assenza. Nelle prime due settimane mi preoccupai costantemente, aspettandomi ogni giorno di ricevere la notizia che la sua nave era affondata con tutti gli uomini a bordo, ma una persona non è in grado di vivere in una condizione costante di paura e di allarme. Alla fine i miei timori si rappresero in un sasso che affondò nello stagno della mia mente, sempre presente, mai dimenticato, ma non ce l’avevo più davanti agli occhi, a nascondere tutto il resto.

Può sembrare assurdo, ma nonostante la disillusione, il disaccordo e le delusioni, io e William continuammo a volerci bene. Anzi, oserei dire che ci amavamo molto. Ci incoraggiavamo a vicenda, ciascuno nelle proprie imprese personali, ci facevamo ridere, e ciascuno difendeva strenuamente l’altro dalle critiche ingiuste dei nostri figli e dagli attacchi esterni alla cerchia familiare. Perciò, quando William propose di fare un viaggio nel Nord dell’Inghilterra tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno del 1850, acconsentii di buon grado.

«Forse è tempo che accettiamo l’invito del colonnello Wildman e che andiamo a trovarlo a Newstead Abbey» aggiunse poi. «Ci chiede di andare da lui fin dal giorno in cui ci siamo sposati, e il Nottinghamshire si trova sulla strada».

Il mio cuore sembrò arrestarsi per un attimo. Feci un respiro profondo, ignorai un lampo di preoccupazione al pensiero della reazione di mia madre e dissi a William che mi sembrava un’ottima idea.

Stabilimmo l’itinerario, scrivemmo agli amici ai quali avremmo fatto visita lungo il percorso e preparammo i bagagli per il viaggio. Partimmo da East Horsley Park a fine agosto, diretti dapprima a Knebworth House nell’Hertfordshire, dove abitava il nostro amico scrittore Sir Edward Bulwer-Lytton. Poi andammo a Thrumpton Hall, la residenza del successore di mio padre, Lord George Anson Byron, e della sua famiglia, a una dozzina di chilometri da Nottingham, dove facemmo una piacevole riunione di famiglia.

Durante la nostra prima cena insieme, William disse che intendevamo recarci a Newstead Abbey verso la fine del viaggio, anche se era lì vicino. «Sarebbe più pratico andarci direttamente da qui» ammise, «ma il colonnello Wildman non è a casa a riceverci, e ha suggerito settembre, invece».

Lord Byron mi guardò stupito. «Tua madre ne è al corrente?»

«Ma certo» dissi con aria innocente. «Le abbiamo mandato una copia del nostro itinerario prima della partenza, e ci siamo scritte diverse lettere da allora».

«E non ha nulla da obiettare?» domandò Lady Byron.

«Perché dovrebbe?» chiese William.

«Lord Lovelace, non fate l’ingenuo» lo rimproverò Lady Byron con un sorriso.

«Newstead Abbey non appartiene più alla famiglia Byron, ma è una parte importante del passato di Lady Lovelace, e dovrebbe vederla» dichiarò William. «Il colonnello Wildman ci ha invitato fin da quando ci siamo sposati, ed è ora che accettiamo».

«Se non gli facciamo visita questa volta, mentre andiamo a trovare tante altre famiglie, si sentirà offeso» dissi. «E avrebbe ragione».

«Sono d’accordo con la visita e le intenzioni che la animano». Cercando di dissipare il malumore, Lord Byron aggiunse: «Sospetto però che il vero scopo di Lord Lovelace sia studiare le migliorie apportate dal colonnello Wildman alla sua proprietà e confrontarle con le proprie, e forse prendere in prestito qualche idea. Non è così, Lord Lovelace?»

«Sapevo che sarei stato smascherato» disse William con allegria forzata. «Effettivamente questo è l’unico motivo per cui intendo trascinare Lady Lovelace nel Nottinghamshire subito dopo avercela già portata».

Ci sforzammo tutti di sorridere.

«Certo che dovete andare a Newstead Abbey» mi disse Lady Byron. «Avreste dovuto andarci tempo fa. Battute a parte, però, attenzione a come descrivi la visita a tua madre».

Annuii. Era gentile ad avvertirmi, ma sapevo già che mia madre sarebbe rimasta ferita se avessi esaltato troppo l’ex proprietà di mio padre, proprio come considerava offensivi dei complimenti esagerati fatti alla sua poesia, al suo ritratto, al suo portacalamaio o a qualunque altra cosa venisse da lui.

Dopo qualche giorno trascorso con la famiglia di Lord Byron, proseguimmo per Lea Hurst, nel Derbyshire, poi andammo nello Yorkshire, dove facemmo visita al secondo conte di Zetland, Thomas Dundas, e sua moglie Sophia, ad Aske Hall. Eravamo diventati amici grazie alla passione comune per le corse dei cavalli – passione mia, non condivisa da William – perché possedevano il mio cavallo preferito, Voltigeur, uno dei grandi campioni di quel periodo. Da lì io e William proseguimmo verso i laghi del Cumberland, dove ammirammo lo splendido paesaggio, ci rilassammo sulle sponde serene degli specchi d’acqua limpidi e facemmo lunghe, faticose passeggiate nelle foreste e sulle colline. In quel luogo romantico ritrovammo il vecchio affetto e il desiderio, e rimpiansi quasi di non poter restare lì per sempre; mi ripromisi invece di riportare a casa con noi la passione ridestata, e di non permettere alle distrazioni e agli obblighi della vita quotidiana di separarci di nuovo.

Poi il viaggio ci condusse a sud e a est, e partimmo alla volta della dimora dei Byron a Newstead Abbey.