30.

Augusta ruina in orribile perfezione

Settembre 1850

Mia madre aveva parlato di rado della proprietà ancestrale dei Byron nella parte più profonda della foresta di Sherwood: solo un paio di volte, alludendo alla prodigalità di mio padre e al fatto di averlo obbligato a vendere Newstead per pagare i debiti ed evitare di finire in povertà. Essendo però un luogo molto celebre, e assai importante per la mia storia familiare, ero entrata in possesso di diverse informazioni al riguardo.

Newstead Abbey era nata come prioria anglicana, fondata da Enrico II intorno al 1170 come parte della sua penitenza per l’uccisione di san Tommaso di Canterbury. Nel 1540, durante la dissoluzione dei monasteri, re Enrico VIII aveva donato l’edificio originale e le terre circostanti al mio antenato, Sir John Byron di Colwick, che lo aveva trasformato in una tenuta di campagna. Con il passare degli anni i suoi eredi avevano ampliato la dimora e valorizzato i terreni finché la proprietà era stata ereditata dal prozio di mio padre, William Byron, quinto barone Byron, nel 1736. Questi era noto come il “signore malvagio”, o “diabolico”, due soprannomi interessanti da trovare nel proprio albero genealogico.

Va detto che se li era meritati. Il mio antenato era violento e imprevedibile e, secondo alcuni, mezzo matto. Amante dell’eccesso, aggiunse follie gotiche alla proprietà e trasformò l’abbazia in una dimora imponente ed elegante, ma costruì anche un castello in miniatura nella foresta, dove organizzava feste lussuose e orge sfrenate; fece erigere anche due fortezze vicino a un lago, dove organizzava battaglie navali con un vero cannone per renderle più autentiche.

Questo per giustificare la fama di eccentrico; fu poi chiamato malvagio a partire dal 1765, quando uccise suo cugino in una taverna di Londra, passandolo a fil di spada dopo che avevano discusso, entrambi ebbri, su chi avesse più selvaggina nella propria tenuta. Venne processato per omicidio, ma per un cavillo fu riconosciuto colpevole solo di omicidio colposo e se la cavò con una multa modesta. Fece montare sulla parete della camera da letto la spada che aveva usato per uccidere il cugino.

In un’altra occasione, sempre durante una disputa, William Byron sparò al suo cocchiere, trascinò il corpo all’interno della carrozza, lo gettò in grembo a sua moglie, prese le redini e proseguì il tragitto. C’è poco da stupirsi se la moglie, Elizabeth, lo lasciò dopo quell’episodio, ma lui non si scompose: prese una delle domestiche come amante e pretese che tutti la chiamassero “Lady Betty”.

Newstead Abbey sarebbe potuta sopravvivere alla sua dominazione se il figlio ed erede, anch’egli chiamato William, non lo avesse sfidato e non fosse fuggito con la bella cugina Juliana. Il “signore malvagio” si era opposto al matrimonio affermando che il figlio doveva sposare una ricca ereditiera per salvare la famiglia dai numerosi debiti, e anche perché era convinto che a causa della consanguineità i loro figli avrebbero rischiato di essere pazzi, una tara che in famiglia era fin troppo presente. Furioso e animato dal desiderio di vendetta, decise di rovinare la splendida proprietà in modo che il figlio non ereditasse nulla, se non debiti e ruderi. Abbatté ettari di foresta antica, uccise più di duemila cervi, devastò campi fertili, lasciò che gli specchi d’acqua marcissero, e permise che la magnifica abbazia finisse in rovina.

Alla fine quella furia distruttrice non servì a nulla, perché William Byron non ebbe la rivalsa che voleva. Suo figlio morì nel 1776, e il nipote diciotto anni più tardi. Dopo la morte del “signore malvagio”, quattro anni dopo, la sua eredità di follia e distruzione e il titolo di Lord Byron finirono inaspettatamente nelle mani del pronipote di dieci anni, George Gordon, mio padre.

Durante la sua infanzia Newstead Abbey venne affittata a un altro barone, poi, diventato maggiorenne, mio padre andò a vivere nella residenza decrepita, nonostante il tetto pericolante e la carta da parati imbevuta d’acqua lasciata a marcire sui muri. Cominciò subito le opere di restauro urgenti e necessarie, costosissime, e cercò di ottenere un’ipoteca, ma non riuscì ad averla. Su consiglio di avvocati e amici, decise a malincuore di vendere l’antica proprietà di famiglia. Per diversi anni non riuscì a concludere la vendita, ma nel 1818, quando avevo poco più di due anni e vivevo, felice, con i miei nonni a Kirkby Mallory, ignara delle difficoltà di mio padre, vendette infine la proprietà per novantacinquemila sterline al colonnello Thomas Wildman, che era stato un suo ammiratore e amico fedele fin da quando erano stati a scuola insieme a Harrow. Nei più di trent’anni come proprietario di Newstead Abbey, il colonnello Wildman aveva investito una fortuna per riportarla all’antica gloria, preservando con ogni cura degli oggetti risalenti all’epoca di mio padre in omaggio al grande poeta.

Io e William varcammo il cancello principale di Newstead Abbey la sera di sabato 7 settembre, attraversammo il bosco che era stato ripiantato, facemmo una svolta e vedemmo in lontananza un lago limpido e scintillante e le rovine dei fortini del “signore malvagio” sulla riva opposta. Poi, nel crepuscolo autunnale, intravidi Newstead Abbey, che sembrava spuntare dal lago e si rifletteva nelle sue acque. Sembrava divisa in due: una metà era il palazzo signorile del barone, solido, integro, splendente; l’altra metà era il rudere dell’abbazia, di cui molte pietre erano state usate per restaurare il primo edificio.

La carrozza si fermò dinanzi all’entrata principale, dove il colonnello Wildman ci aspettava per darci il benvenuto, mentre i lacchè si tenevano pronti per aiutarci con i bagagli. «Benvenuti, finalmente, a Newstead Abbey, Lady Lovelace, Lord Lovelace» disse intanto che scendevamo. «Mentre siete qui, e da questo momento in poi, dovete considerarla casa vostra».

«Vi ringrazio» mormorai, sentendomi pervasa dall’ansia e dall’apprensione, che erano andate crescendo fin da quando avevamo superato i cancelli d’ingresso. Avevo la sensazione sconcertante di essere già stata in quel luogo, come se stessi osservando la dimora dei miei avi con i loro occhi. Con mio sollievo mi resi conto che la stavo semplicemente riconoscendo avendone letto la descrizione in Don Giovanni, perché mio padre ne aveva parlato chiamandola Norman Abbey, la casa di campagna degli Amundeville.

Il colonnello Wildman era un uomo snello, atletico, come si conveniva a un bravo ufficiale, un po’ più alto del normale, con capelli scuri spettinati, piccoli baffi e una barba minuscola che pareva un ciuffetto verticale di capelli sotto il labbro inferiore. «Dovete essere affamati ed esausti dopo il lungo viaggio» disse facendoci strada sotto l’alto ingresso ad arco. «La cena è quasi pronta, e prometto che non vi terrò alzati fino a tardi. La visita a domani».

Mi limitai ad annuire mentre mi guardavo intorno nell’ingresso grandioso, ammirata e colta da un’inesplicabile tristezza. Era arredato in modo magnifico, con ritratti e arazzi, legno scuro e stucchi, illuminato da candelabri scintillanti, ma a giudicare dal mio umore cupo si sarebbe detto che fossi finita in una grotta buia e spaventosa.

Proprio allora una donnina bassa di statura, con i capelli castani e le guance rosse, in un abito semplice blu scuro con le maniche a prosciutto e un fichu di pizzo bianco si precipitò dentro. «Lord e Lady Lovelace!» disse con un sorriso cordiale, tendendo la mano mentre si avvicinava. «Mi scuso per non essere stata qui ad accogliervi, ma sono stata trattenuta da un contrattempo in cucina. Ora è tutto risolto, e vi prego di venire a rifocillarvi con del buon cibo e del buon vino di Nottingham».

Era così allegra e amichevole che cominciai a sentirmi meglio, e sospirai sollevata quando presi il braccio di William e il colonnello e Mrs Wildman ci accompagnarono in sala da pranzo. Per mia sorpresa si trattava del salone principale dell’abbazia, più grande del nostro di East Horsley Park e più confortevole. Era arredato in stile medievale, con stemmi araldici e armature lungo i muri coperti di pannelli; il soffitto era alto, a cattedrale, con travi scure e pilastri; c’erano una grande cornice di quercia intagliata che metteva in risalto l’ingresso, un enorme camino al centro di una delle pareti lunghe e la galleria dei musicisti, dove mi parve di vedere un bardo che pizzicava un liuto, ma era solo un effetto della luce.

Qualche istante dopo il nostro arrivo, un’altra coppia entrò nel salone da una porta al capo opposto della sala. I Wildman ci presentarono gli altri ospiti, gli Hamilton Grey, e ci sedemmo tutti insieme a tavola.

La cena fu eccellente, proprio ciò che mi serviva: sana, nutriente e saporita invece che pesante e raffinata. Il colonnello Wildman ci intrattenne con i racconti dei suoi importanti restauri della proprietà, alcuni comici, altri tragici, ma tutti testimoniavano il suo amore per Newstead Abbey, l’ammirazione per mio padre e la devozione alla sua memoria.

Dopo cena gli uomini si ritirarono, ma intuendo la mia stanchezza, Mrs Wildman si offrì gentilmente di accompagnarmi in camera mia, che si trovava al secondo piano, rivestita di legno di quercia e affacciata sul vecchio chiostro verso est, davanti a una fontana gotica. Da sola mi preparai per la notte quasi senza far rumore, con l’impressione di trovarmi dinanzi a un altare eretto in onore non solo di mio padre, ma anche dei suoi eroi poetici, come Childe-Harold e Don Giovanni, e gli altri Byron ormai scomparsi, il “signore malvagio”, il primo Lord Byron e tutti gli altri prima e dopo di loro.

Era una camera stregata, piena di ombre e memorie, e anche se il letto era soffice e caldo ebbi difficoltà a prendere sonno, e dormii male.

Il giorno dopo il colonnello Wildman ci fece visitare la proprietà, cominciando dall’interno dell’abbazia e, dopo pranzo, accompagnandoci nei giardini e sui terreni più vicini a casa. Cercò educatamente di farmi partecipare alla conversazione, ma ero troppo malinconica per rispondere, se non con brevi mormorii. Fortunatamente William era loquace anche per me, e mentre io camminavo dietro di loro in silenzio, parlarono dei lavori intrapresi dal colonnello come solo due appassionati di quella particolare attività sanno fare. Ero felice di vedere che il salone baronale era stato restaurato con gusto e con passione, e che i cimeli di mio padre e degli altri antenati erano stati conservati con grande cura. Ammirai la balconata imponente e luminosa e un chiostro dov’era stata ricavata una biblioteca, e vidi che molte stanze erano state arredate in modo confortevole ed elegante; neppure questo, però, riuscì a dissipare il mio senso di desolazione, come se mi trovassi nella tomba della mia famiglia.

«I restauri del colonnello sono ottimi, di eccellente qualità» mi disse William quando ci trovammo da soli qualche minuto prima di cambiarci per la cena. «Le nostre stanze, però…» Si guardò attorno, scuotendo il capo. «Sono troppo buie, servirebbe più luce. La disposizione della casa è eccessivamente complicata, vi sono troppi alberi sul terreno. Toglierne qualcuno migliorerebbe notevolmente il panorama».

Mormorai qualche parola di assenso, ma a eccezione delle stanze buie non condividevo le critiche di mio marito. Le mie riserve nei confronti di Newstead Abbey erano di natura completamente diversa.

Più tardi quella sera, dopo cena, non riuscivo a dormire, così scrissi una lettera a mia madre, sapendo che doveva aspettare, e forse temere, le mie prime impressioni di quella che era stata la dimora di mio padre. «Siamo arrivati ieri» cominciai.

Non ho ancora visto tutto, ma è grandiosa e austera, e ogni particolare evoca i secoli passati di questo luogo e dei Byron. Le riparazioni e i restauri sono stati effettuati in modo ammirevole, e certamente nessun Byron avrebbe potuto rendere giustizia meglio di così a questa antica residenza.

Però ho l’impressione che dovrebbe appartenere a me, e mi sento triste e depressa. Mi sento circondata dalla morte, mi pare di essere nel mausoleo della mia stirpe. A cosa serve vivere quando tutto passa e si lascia dietro solo pietra fredda? Non c’è vita qui, ma solo gelida, tetra morte, ovunque. La morte di tutto quello che è stato.

Sono felice di vedere la casa dei miei antenati, ma non mi dispiacerà fuggire da questa tomba. Vedo il mio futuro che continua attorno a me. Loro hanno vissuto prima, ma io sono qui adesso, anche se non ci sarò per sempre. È un ciclo senza fine.

Avremmo dovuto essere felici, ricchi e illustri. Ma varie vicende ci hanno sospinto nei quattro venti del Cielo. Le guerre civili hanno distrutto le nostre proprietà e fortune, che erano immense finché i puritani non se ne sono impadroniti. Solo una piccola parte è stata successivamente restituita ai Byron.

Raccontano qui le storie del “signore malvagio”, come veniva chiamato; il predecessore e prozio di mio padre, quello che uccise il cugino.

Non ho ancora visto le stanze di mio padre. Qui non c’è nessuno se non gli Hamilton Grey, e godiamo di grande tranquillità.

Mi sembra solo di essere diventata un monumento di pietra. Mi sto pietrificando in fretta.

Il giorno seguente il colonnello ci mostrò la camera di mio padre, che era stata conservata senza cambiamenti, e sembrava quasi che ne fosse appena uscito; poi lui e Mrs Wildman ci accompagnarono nelle zone più lontane della proprietà. Camminammo per ore nella foresta incantata, e il sole, il fogliame verde che si muoveva nella brezza, e la ginestra spinosa gialla che rallegrava il paesaggio contribuirono a rasserenarmi lo spirito. I laghi erano profondi e limpidi, ma l’acqua era gelida.

Il colonnello cercò di nuovo di coinvolgermi nella conversazione, e si era evidentemente preparato per l’occasione, perché introdusse diversi argomenti di carattere scientifico. Fui commossa dal fatto che si fosse dato tanta pena, e cercai di chiacchierare cordialmente con lui, ma non riuscii a liberarmi di quell’umore triste nonostante la bellezza della natura che ci circondava. A cena le cose non andarono meglio, e quando gli uomini si ritirarono osservai il colonnello Wildman parlare in tono grave a William, e mio marito parve scusarsi. Provai grande imbarazzo, perché nessun ospite era stato più gentile e gradevole dei Wildman, e dovevano essere preoccupati vedendomi così scontenta.

Decisi di provare a comportarmi meglio.

Il lunedì andammo tutti e sei insieme ad Annesley, l’ex dimora di Mary Chaworth, la nipote dell’uomo che il “signore malvagio” aveva ucciso. Da ragazzo mio padre l’aveva adorata, ma anche se da bambini avevano giocato insieme ed erano stati molto uniti, quell’amore non era stato ricambiato, e alla fine lei aveva sposato un altro, spezzando il cuore del mio giovane padre. Anche Annesley mi parve stranamente familiare, perché mio padre l’aveva descritta nella sua poesia Il sogno. Mrs Chaworth-Musters – il suo nome da sposata – era morta otto anni prima, e facemmo la conoscenza di sua figlia. Dopo essercene andati, i Wildman ci assicurarono che assomigliava molto alla madre, dolce, cortese, educata.

«Forse dovresti evitare di menzionare questa escursione quando scrivi a tua madre» mi suggerì William sottovoce mentre tornavamo alla carrozza.

«Eccellente consiglio» mormorai di rimando. «Conto di seguirlo».

Da Annesley andammo a Hucknall Torkard per rendere omaggio alla tomba di mio padre.

Mi aspettavo di provare grande dolore e rimpianto vedendo la sua tomba per la prima volta. Non immaginavo, invece, e fu questo a commuovermi e a sconvolgermi, la sensazione di pace e amore che colsi vicino al luogo dove riposava. La cripta di per sé non era bella né in alcun modo significativa, ma trovarmi circondata dai monumenti commemorativi di mio padre e di tanti altri Byron mi fece sentire stranamente bene accolta, accettata, in pace. Non dissi nulla a mio marito, ma non riuscivo a immaginare luogo migliore per il mio riposo eterno di quello, accanto a mio padre.

Rimasi silenziosa e meditabonda lungo il tragitto di ritorno a Newstead Abbey, ma era un silenzio diverso da prima, contemplativo invece di lugubre, anche se immagino che la distinzione fosse impercettibile per tutti gli altri.

Il mattino del 10 settembre mi alzai presto e decisi di fare una passeggiata nel giardino fresco e profumato, velato di foschia. Respirai profondamente, osservando l’erba, la terra e i fiori in boccio di fine estate, e immaginai mio padre, un ragazzo pieno di speranza, impazienza e ambizione, che inspirava ed espirava, e sorrideva pensando a come sarebbe diventata magnifica la tenuta che aveva ereditato dopo i lavori di restauro.

Sorrisi anch’io, mesta, voltai le spalle al giardino e mi addentrai in un boschetto antico. Era il Bosco del Diavolo, piantato dal “signore malvagio” e disseminato di statue di fauni e satiri. Solo questo avevano risparmiato i colpi d’ascia e le fiamme, ed era diventato buio e incolto, e il colonnello mi aveva detto che mio padre amava esplorarlo. Seguii il sentiero fino al laghetto dei pesci, accompagnata dal canto degli uccelli che volteggiavano tra i rami sopra di me, mentre immaginavo di posare i piedi sulle orme di mio padre, cancellate dal vento, dalla pioggia e dal tempo.

Avevo saputo che al centro del bosco cresceva un olmo particolare, due tronchi nati dalla stessa radice. Lo riconobbi da lontano, abbandonai il sentiero e lo raggiunsi attraversando il sottobosco. I due tronchi, uno accanto all’altro, salivano verso il cielo, distinti ma uniti, con i rami che crescevano intrecciati, per formare un’unica chioma frondosa. Posai la mano sull’albero e gli camminai intorno, il palmo sulla corteccia ruvida, in cerca di un altro ricordo che si diceva mio padre avesse lasciato. Lo vidi, e il cuore mi si strinse per il rimpianto e la compassione. Durante una visita di addio alla proprietà dei suoi avi prima che venisse venduta, mio padre e zia Augusta avevano inciso i loro nomi nella corteccia, unendoli nell’intimità del legno come non era loro consentito di fare pubblicamente.

Seguii le lettere con le dita e rimpiansi che mio padre e mia zia non avessero potuto godere di una maggiore pace e felicità. Per Augusta c’era ancora speranza, ma mi sembrava una luce debole, fragile, troppo facile da spegnere.

Posai la guancia contro l’albero per un attimo, un gesto di commiato, poi tornai indietro fino al sentiero che conduceva ai giardini. Ero quasi giunta al laghetto dei pesci quando vidi un’ombra davanti a me. Soffocai un grido e mi fermai di scatto: l’ombra si trasformò in un uomo.

«Lady Lovelace?» disse il colonnello Wildman, mentre un fascio di luce lo rischiarava dall’alto. «Vi siete persa?»

«No, niente affatto» dissi sollevata. «Stavo solo esplorando. Stavo tornando a casa».

«Vi posso accompagnare?»

«Sì, con piacere».

Mi offrì il braccio e lo presi. Camminammo in silenzio per un po’, ma dove il sentiero si stringeva fui obbligata a lasciarlo andare per camminare in fila indiana. L’oscurità si dissipò, il sole entrò più facilmente tra le fronde ed emergemmo nei giardini. Il sole del mattino aveva asciugato la foschia, e alberi, fiori e siepi ci apparvero in perfetto ordine.

«Lady Lovelace» disse il colonnello Wildman, «perdonatemi ma devo parlarvi. Non vi piacciono i cambiamenti che ho fatto a Newstead Abbey?»

«Al contrario» ribattei sorpresa. «Il restauro è meraviglioso. Nessun Byron avrebbe potuto fare di meglio, l’ho perfino scritto a mia madre».

Il complimento parve fargli piacere, ma la fronte gli rimase aggrottata, l’espressione pensierosa. «Allora posso chiedervi come mai siete stata tanto silenziosa e triste dal vostro arrivo? Abbiamo fatto, o forse non abbiamo fatto, qualcosa?»

«Oh, no, assolutamente no!» esclamai desolata. «Voi e Mrs Wildman siete stati padroni di casa adorabili e pieni di premure. Vi prego di perdonare il mio umore, ma sono stata sopraffatta dalle emozioni che questo luogo ha suscitato in me. Se fossi venuta qui da bambina, se avessi già conosciuto il posto, sono sicura che non mi sentirei così…» Trassi un respiro profondo per calmarmi. «Così sconcertata. Mi sento a casa, ma allo stesso tempo un’estranea. Confesso che la tristezza e il senso di perdita che provo vedendo tanti oggetti in memoria di mio padre, un padre che non ricordo neppure, mi hanno scombussolata». Mi tremò la voce e cercai di dominarmi. «E sono molto tesa dovendo compiere lo sforzo di soffocare i miei sentimenti».

«Qui non c’è Lady Byron a osservarvi» mi disse dolcemente. «Non dovete fingere di non provare nulla per vostro padre. Non qui».

Feci una risata tremula. «È diventata un’abitudine».

«Forse è arrivato il momento di perderla. Venite». Mi porse di nuovo il braccio. «Passeggiamo ancora in giardino. Penso che abbiate sentito abbastanza storie su Lord Byron. Lasciate che vi parli ora di George Gordon, il ragazzino che era, il bambino che conoscevo io».

Mentre camminavamo, condivise con me i ricordi di mio padre, le confidenze che gli aveva fatto: l’infanzia difficile con una madre inaffidabile, vittima di accessi di collera, la vergogna e il disgusto per il piede deforme, la passione precoce per la letteratura, l’amore per le Highlands scozzesi, le iniziali difficoltà scolastiche a Harrow, l’indignazione per il trattamento orribile che vi subì.

Per il resto della visita il colonnello Wildman continuò a evocare con generosità i suoi ricordi, finché per la prima volta in vita mia ebbi l’impressione di conoscere mio padre; non il poeta che aveva incantato il mondo con il suo genio, non il marito che aveva fatto dei torti a mia madre, ma il bambino che era stato e l’uomo che era diventato. E a ogni episodio che il colonnello raccontava, Newstead Abbey mi diventava più cara.

Quando arrivò il momento per me e William di riprendere il viaggio, mi dispiacque partire, ma fui rincuorata dal colonnello Wildman, il quale mi assicurò che potevo tornare quando volevo. Speravo di poterlo fare presto.

Ero stata così assorbita da tutto ciò che avevo visto e scoperto a Newstead Abbey che non avevo trovato il tempo di scrivere a mia madre da quando le avevo raccontato le prime, tetre impressioni, la seconda sera. Solo una settimana dopo averle mandato quella lettera riuscii a spedirgliene un’altra, da Radbourne nel Derbyshire.

Ho ricevuto stamattina la tua lettera del 14. Siamo arrivati qui ieri sera dopo una splendida gita di tre giorni per visitare le meraviglie del Derbyshire. Questa vita da nomade mi si addice perfettamente.

Le mie prime, tristissime impressioni di Newstead sono progressivamente cambiate, trasformandosi in affetto per quel luogo prima di partire. Ho cominciato a considerarla casa mia, e l’ho lasciata con rimpianto e riluttanza; desidero assolutamente tornarci entro un anno.

Il colonnello Wildman è un uomo di talento, grande sensibilità e buongusto. Non ha particolari aspirazioni, ma vive in adorazione di mio padre e della mia famiglia. Conosceva mio padre solo da ragazzo, perché la carriera militare l’ha completamente assorbito in seguito.

Il suo acquisto di Newstead ne è stata la salvezza. Nessun altro al mondo sarebbe riuscito a resuscitarla, a riportarne in vita i ricordi, come ha fatto lui. E nessun Byron avrebbe potuto permettersi anche solo di evitare il crollo dell’edificio. La spesa necessaria è stata mostruosa.

Un’antica profezia sostiene che la tenuta doveva cambiare proprietario proprio quando accadde, e che sarebbe tornata nelle mani della nostra famiglia all’arrivo dell’attuale generazione.

Del resto la mia visita laggiù è solo un momento della mia vita. Ho perduto quella sensazione di disperazione infinita nei suoi confronti. Mi è parso di scendere nella tomba, ma adesso sono risorta. Adoro quella vecchia casa e tutti i miei antenati malvagi!

Dopo Radbourne, io e William ci separammo per qualche giorno: lui andò nel Lincolnshire per informarsi sugli ultimi progressi in fatto di agricoltura e zootecnia, e io tornai da Lord e Lady Zetland ad Aske Hall, nello Yorkshire. Gli Zetland mi avevano invitato ad accompagnarli nel Doncaster, dove il loro cavallo Voltigeur avrebbe gareggiato contro Flying Dutchman nella Doncaster Cup, la corsa più importante. William perse il primo giorno della gara, e non vide Voltigeur piazzarsi davanti a tutti gli altri cavalli nella prima competizione, ma ci raggiunse il giorno dopo, in tempo per incoraggiare Voltigeur contro Flying Dutchman, che si diceva non avesse eguali.

Fu una fortuna, effettivamente, che William fosse venuto, perché insieme fummo testimoni di un momento storico. Fu esaltante vedere Voltigeur galoppare lungo il rettilineo d’arrivo e superare il traguardo prima di tutti i rivali, compreso l’invincibile Flying Dutchman! Fu il più grande trionfo nella storia delle corse dei cavalli, una gara magnifica tra questi due splendidi campioni, simile al combattimento tra due prodi cavalieri di epoche passate. Com’ero felice di avere assistito a quella corsa che sarebbe passata alla storia come un evento mitico!

Tornammo ad Aske Hall esultanti, soprattutto i nostri ospiti, giustamente orgogliosi del loro campione. Poi, però, notai che la giovialità di William sembrava forzata, e lo attribuii al dispiacere di avermi visto scommettere più del dovuto. Però avevo vinto parecchio, quindi non aveva motivo di lagnarsi, e non ci pensai più.

Il giorno seguente, quando ci trovammo da soli dopo colazione, scoprii il vero motivo del suo scontento. «Esitavo a mostrartela» disse accigliato, consegnandomi una lettera. «Tua madre l’ha mandata dapprima a me, con un biglietto in cui mi chiede di dartela dopo averla letta».

«Oh, Signore. Cosa c’è, adesso?» borbottai, ma aprii la lettera e cominciai a leggere.

Anche sapendo che veniva da mia madre, era un’invettiva violenta, conteneva una serie di rimproveri feroci perché condividevo le idee mitiche su mio padre diffuse dai “partigiani di Byron” tra i quali avevo vissuto. «Ritengono che abbia assunto una posizione ostile nei suoi confronti» scriveva. «Non devi lasciarti contagiare da un errore derivante dalla loro ignoranza e dai suoi inganni. Ero la sua migliore amica, non solo nei sentimenti, ma anche nei fatti, dopo la Separazione, e l’ho salvato evitandogli di rimanere coinvolto in ciò che avrebbe compromesso ulteriormente la sua reputazione pubblica e privata». Sapevo a cosa alludeva, perché l’avevo sentita vantarsi con i suoi amici di avere impedito a mio padre di scappare con mia zia Augusta, cosa che lo avrebbe rovinato del tutto. Non spiegò mai esattamente come ci fosse riuscita, almeno non davanti a me, e non ero neanche certa che l’avesse davvero evitato. Se mio padre avesse voluto scappare con sua sorella, perché non l’aveva portata con sé quando era andato in esilio?

Mia madre proseguiva sullo stesso tono furioso e veemente, difendendosi, condannando gli amici malevoli di mio padre che mi avevano ingannato, accusandomi di essermi lasciata ingannare. Poi, con una manovra disgustosa che, immagino, aveva il solo scopo di spaventarmi e di ridurmi all’obbedienza, minacciò di tagliare i ponti con i miei figli se avessi deciso di continuare a frequentare le persone che la disprezzavano e parlavano male di lei. «Sarebbe stato meglio che i miei nipoti non mi avessero neanche conosciuta» dichiarò, «se ora possono credere, a torto, che abbia abbandonato mio marito per mancanza di affetto e di comprensione, o se pensano che abbia fatto uso di freddezza, calcolo o spietatezza».

E così proseguiva, o avrebbe potuto continuare, ma era giunta in fondo alla pagina e fu costretta a concludere bruscamente con l’esortazione: «Scrivimi sinceramente quello che pensi e provi».

Naturalmente non parlava sul serio; non lo faceva mai. Non voleva sapere quello che pensavo e provavo sinceramente a meno che le mie opinioni non si allineassero perfettamente con le sue; non voleva sentirmi parlare a meno che le mie parole non esprimessero un’adorazione assoluta della sua perfezione. Non poteva permettere a nessuno di coglierla in fallo o, meglio, non poteva accettare di avere dei difetti. Mio padre, con tutti i suoi errori e le sue scelte sbagliate, almeno era stato disposto a riconoscere di essere un uomo fallace, che cercava di essere buono e insigne, ma che spesso si dimostrava indegno di quell’ideale sublime.

Avrei dato qualunque cosa perché mia madre possedesse un grammo di quell’umiltà e lucidità.

Non sapevo come rispondere alla sua lettera. Come si doveva reagire a quella serie sconcertante di accuse? E alle minacce di privare i miei figli del suo amore, dell’attenzione e del suo appoggio se non mi pentivo del mio gesto di sfida? Quale nonna farebbe una cosa del genere?

La stessa donna che era sempre stata, capii, dal momento in cui mi aveva portata via a mio padre, insistendo perché lo ripudiassi. Avrebbe potuto crescermi insegnandomi a vederlo in modo compassionevole, rammaricandomi dei suoi peccati ma amando i suoi lati positivi. Invece avevo dovuto impararlo da sola, con l’aiuto di persone buone e oneste alle quali ora voleva farmi rinunciare.

Ma non ero più una bambina che poteva far rinchiudere in un ripostiglio.

Mi concessi un giorno per riordinare i pensieri, per riflettere su tutto quello che era avvenuto tra noi. Poi le risposi con tutta la cortesia e il rispetto di cui ero capace.

Trovo piuttosto difficile rispondere alla tua lettera di ieri, perché mi sembra che si rivolga a un fantasma di qualcosa che non esiste.

Nessun sentimento o opinione sul carattere morale di mio padre, o sui tuoi rapporti con lui, potrebbe essere alterato da una mia visita a Newstead, o da un intervento esterno.

Sono sicura, però, che l’atteggiamento che sospetti non esiste nei Wildman. Si può provare un interesse molto profondo nei riguardi di persone e personaggi pur non ammirandoli da un punto di vista morale.

Non è successo niente durante il mio soggiorno che potrebbe, direttamente o indirettamente, influenzare la mia percezione del suo matrimonio o di qualcuno degli aspetti indifendibili della sua vita. Sono convinta che il colonnello Wildman non abbia assolutamente un atteggiamento di parte, e se tutti gli amici di mio padre fossero stati simili al colonnello Wildman sarebbe stata una fortuna per lui. Ma purtroppo dopo il periodo della scuola si persero di vista.

Mrs Leigh e i suoi figli non sono i benvenuti a Newstead. Anzi, sono passati diversi anni dalla sua ultima visita. Ne ho sentito parlare parecchio.

Lungi dall’avere una venerazione per il mito di mio padre, non posso (limitandomi solo a considerazioni personali) dimenticare il suo comportamento nei miei confronti.

Ti ho scritto di fretta e di getto. Probabilmente ti scriverò di nuovo sull’argomento e dilungandomi maggiormente.

Sarebbe dipeso da mia madre, e dalla sua reazione al mio rifiuto di cedere di fronte alle sue minacce, di accettare come giusto ciò che era tanto palesemente sbagliato.

Con le sue parole e con le azioni, mi aveva infine liberato dalla prigione dell’adorazione nei confronti di entrambi i miei genitori. Mi ero costruita delle ali, e con esse sarei volata in cielo.