Ore 23,48
“Tutti gli dei sono testimoni della sfortuna che ho questa sera” disse Wu Quattro Dita, e sputò sulla tolda. Era a poppa della sua giunca oceanica, ormeggiata a uno dei grandi grappoli di barche nel porto di Aberdeen, sulla costa meridionale dell’isola di Hong Kong. La notte era calda e umida, e Wu stava giocando a mah-jong con tre amici. Erano tutti vecchi e sciupati dalle intemperie come lui, tutti comandanti e proprietari di giunche. Tuttavia, facevano parte della sua flotta e prendevano ordini da lui. Il suo nome ufficiale era Wu Sang Fang. Era un pescatore minuto e analfabeta, con pochi denti e con la mano sinistra priva del pollice. La sua giunca era vecchia, malconcia e sudicia. Era a capo del Wu marittimo, comandante delle sue flotte, e la sua bandiera con il Loto d’argento batteva su tutti i quattro mari.
Quando fu di nuovo il suo turno, prese un’altra tavoletta d’avorio. Le diede un’occhiata e, poiché non migliorava la sua mano, la scartò rumorosamente e sputò di nuovo. La saliva luccicò sulla tolda. Wu portava una vecchia maglietta lacera e calzoni neri da coolie, come i suoi amici, e in quella partita aveva puntato diecimila dollari.
“Ayeeyah” disse Tang il Butterato, fingendosi disgustato sebbene la tavoletta che aveva appena pescato lo portasse vicinissimo a completare una combinazione vincente… quel gioco era abbastanza simile al ramino. “Fornicate siano tutte le madri eccettuate le nostre se non vinco!” Scartò una tavoletta con un gesto vivace.
“Fornicata sia la tua se tu vinci e io no!” disse un altro. Risero tutti.
“E fornicati i diavoli stranieri della Montagna d’Oro se non arrivano questa notte” disse Poon Beltempo.
“Arriveranno” disse in tono sicuro Wu Quattro Dita. “I diavoli stranieri sono maniaci della puntualità. Comunque, ho mandato Settimo Figlio all’aeroporto per assicurarmene.” Tese la mano per pescare una tavoletta, ma si fermò e girò la testa, osservando con aria critica una giunca da pesca che passava, sbuffando sommessamente, diretta lungo lo stretto, tortuoso canale di accesso tra le file d’imbarcazioni, verso l’uscita del porto. Aveva acceso solo le luci di navigazione, a dritta e a sinistra. Ufficialmente stava uscendo per pescare: ma era una delle sue giunche, e stava andando a intercettare un motopeschereccio thailandese con un carico di oppio. Quando la giunca passò, tornò a concentrarsi sul gioco. C’era la bassa marea, ma l’acqua era alta intorno a quasi tutti i gruppi di barche. Dalla riva e dai fondali bassi saliva il fetore delle alghe putride, dei crostacei marci e dei rifiuti umani.
Quasi tutti i sampan e le giunche erano al buio, e gli equipaggi dormivano. C’era qualche lampada a petrolio accesa, qua e là. Barche di tutte le dimensioni erano precariamente ormeggiate le une alle altre, senza un ordine apparente, con minuscole vie d’acqua tra i villaggi galleggianti. Erano le case dei tanka e degli haklo, gli abitanti delle barche, che vivevano, nascevano e morivano sull’acqua. Molte di quelle imbarcazioni non lasciavano mai gli ormeggi e restavano agganciate le une alle altre fino a quando affondavano o andavano a pezzi, o venivano colate a picco da un tifone, oppure bruciavano in uno degli incendi spettacolosi che spesso divampavano quando una mano o un piede disattento rovesciava una lampada o lasciava cadere una sostanza infiammabile negli inevitabili fornelli scoperti.
“Nonno!” chiamò la giovane vedetta.
“Cosa c’è?” chiese Wu.
“Sul molo, guarda! Settimo figlio!” Il ragazzino, dodici anni appena, stava indicando la riva.
Wu e gli altri si alzarono per guardare. Il giovane cinese stava pagando il tassista. Indossava un paio di jeans, una linda maglietta e scarpe da tennis. Il tassì s’era fermato presso la passerella d’uno degli enormi ristoranti attraccati ai moli moderni, a un centinaio di metri di distanza. I vistosi palazzi galleggianti erano quattro: avevano tre, quattro, cinque piani, e sfolgoravano di luce, splendevano di scarlatto, di verde e d’oro, con i tetti alla cinese ornati di divinità, mascheroni e draghi.
“Hai gli occhi buoni, nipote numero tre. Bene. Vai incontro a Settimo Figlio.” Il ragazzino corse via, muovendo con passo sicuro sulle tavole traballanti che univano quella giunca alle altre. Quattro Dita vide il suo settimo figlio dirigersi verso uno dei moli, dov’erano attraccati i sampan che svolgevano il servizio di traghetto nel porto. Quando vide che il barcaiolo mandato da lui l’aveva preso a bordo, voltò le spalle alla riva e sedette di nuovo. “Su, finiamo la partita” disse. “È la mia ultima mano. Stanotte devo andare a terra.”
Giocarono per qualche istante, pescando le tavolette e scartandole.
“Ayeeyah!” esclamò Tang il Butterato quando vide la tavoletta che aveva appena pescato. La sbatté sul tavolo, scoperta, e allineò le altre tredici che formavano la mano vincente. “Guardate, per tutti gli dei!”
Wu e gli altri guardarono la mano, a bocca aperta. “Piscio!” disse Wu, e si raschiò rumorosamente la gola. “Piscio su tutte le tue generazioni, Tang il Butterato! Che fortuna!”
“Un’altra partita? Ventimila, Wu Quattro Dita?” chiese allegramente Tang, convinto che quella sera il vecchio diavolo Chi Kung, dio dei giocatori d’azzardo, fosse seduto sulla sua spalla.
Wu cominciò a scuotere la testa, ma in quel momento un uccello marino passò in volo sopra di lui, lanciando un richiamo lamentoso. “40” disse immediatamente, cambiando idea, interpretando quel richiamo come un segnale dal cielo, l’annuncio che la fortuna era mutata. “40.000 o niente! Ma dobbiamo giocare ai dadi perché adesso non ho tempo.”
“Non ho 40.000 in contanti, per tutti gli dei, ma con i 20 che mi devi, me li farò prestare domani sulla mia giunca, quando aprirà la banca e ti cederò tutti i miei fottuti guadagni sulla prossima spedizione d’oppio o d’oro fino a che ti avrò saldato, heya?”
Poon Beltempo disse in tono acido: “È una somma troppo alta, per una sola partita. Avete perso la testa, voi due?”
“Il punto più alto, un lancio solo?” chiese Wu.
“Ayeeyah, siete ammattiti tutti e due” disse Poon. Ma era emozionato come gli altri. “Dove sono i dadi?”
Wu li estrasse. Erano tre. “Lancia, per il tuo fottuto futuro, Tang il Butterato!”
Tang il Butterato si sputò sulle mani, recitò una preghiera silenziosa, poi lanciò i dadi con un grido.
“Oh oh oh!” esclamò, angosciato. Un quattro, un tre, un altro quattro. “Undici!” Gli altri trattenevano il respiro.
Wu sputò sui dadi, li maledisse, li benedisse e tirò. Un sei, un due e un tre. “Undici! Oh, per tutti gli dei grandi e piccoli! Ancora… tira ancora!”
L’eccitazione crebbe. Tang il Butterato lanciò. “Quattordici!”
Wu si concentrò, inebriato dalla tensione, poi gettò i dadi. “Ayeeyah!” esplose. Tutti esplosero. Un sei, un quattro e un due.
“Iiiiih” fu tutto quello che riuscì a dire Tang il Butterato, stringendosi il ventre e ridendo mentre gli altri si congratulavano con lui e si condolevano con il perdente.
Wu scrollò le spalle. Il cuore gli martellava ancora nel petto. “Maledetti tutti gli uccelli marini che mi volano sulla testa in un momento simile!”
“Ah, è per questo che avevi cambiato idea, Wu Quattro Dita?”
“Sì… era come un segno. Quanti uccelli marini gridano quando volano di notte?”
“È vero. Anch’io avrei fatto lo stesso.”
“Questione di fortuna.” Poi Wu assunse un’espressione raggiante. “Iiiih, ma la sensazione che dà il gioco d’azzardo è meglio delle Nuvole e la Pioggia, heya?”
“Alla mia età, no.”
“Quanti anni hai, Tang il Butterato?”
“Sessanta… forse settanta. Sono vecchio quasi quanto te.” Gli haklo non tenevano registrazioni delle nascite come gli abitanti della terraferma. “Ma non ne sento più di trenta.”
“Hai saputo che la Bottega delle Medicine della Fortuna al mercato di Aberbeen ha ricevuto un nuovo carico di ginseng coreano? Ce n’è persino una parte che ha un secolo! Quello ti metterà il fuoco nello stelo!”
“Il suo stelo sta benissimo, Poon Beltempo! La sua terza moglie è di nuovo gravida!” Wu mostrò la bocca sdentata in un sogghigno e tirò fuori un grosso rotolo di biglietti da 500 dollari. Cominciò a contare con scioltezza, sebbene gli mancasse il pollice sinistro. L’aveva perduto anni prima, in uno scontro con i pirati del fiume durante una spedizione di contrabbando. S’interruppe un momento quando il figlio numero sette arrivò a bordo. Era un giovane di ventisei anni, piuttosto alto per un cinese. Attraversò il ponte a passi un po’ impacciati. In cielo, si sentì il sibilo di un jet che si preparava ad atterrare.
“Sono arrivati, settimo figlio?”
“Sì, padre, sono arrivati.”
Quattro Dita batté allegramente il pugno sul barile. “Molto bene. Ora possiamo incominciare.”
“Ehi, Quattro Dita” disse pensieroso Tang il Butterato, indicando i dadi. “Sei, quattro e due… fanno dodici, che è anche tre, il tre magico.”
“Sì, sì, l’ho visto.”
Con aria raggiante, Tang il Butterato indicò verso nordest, nella direzione in cui si trovava l’aeroporto di Kai Tak… oltre le montagne di Aberdeen, dall’altra parte del porto, a Kowloon, a sei miglia di distanza. “Forse la tua fortuna è cambiata, heya?”