3.

Ore 5,16

Nelle prime luci dell’alba una jeep con due meccanici in tuta a bordo girò intorno all’uscita 16, all’estremità orientale del terminal e si fermò accanto al carrello del Yankee 2. La scaletta era ancora al suo posto e il portello era socchiuso. I meccanici, entrambi cinesi, scesero; uno cominciò a ispezionare le otto ruote del carrello centrale mentre l’altro esaminava con la stessa scrupolosità il carrello di prua. Controllarono metodicamente i pneumatici e i cerchioni, poi gli accoppiamenti idraulici dei freni, quindi sbirciarono nei vani in cui dovevano rientrare i carrelli. Entrambi usavano torce elettriche. Il meccanico che esaminava il carrello principale prese una chiave inglese e montò su una delle ruote per ispezionare più da vicino, con la testa e le spalle nel ventre dell’apparecchio. Dopo un momento chiamò sottovoce in cantonese: “Ayeeyah! Ehi, Lim, dai un’occhiata.”

L’altro tornò indietro e allungò il collo. La tuta bianca era macchiata di sudore. “Ci sono o non ci sono? Da qui non vedo niente.”

“Fratello, mettiti lo stelo in bocca e buttati in una fogna. Certo che ci sono. Siamo ricchi. Mangeremo riso in eterno! Ma stai zitto, o sveglierai i diavoli stranieri! Ecco…” L’uomo passò un lungo pacco avvolto nella tela, e Lim lo prese e si affrettò a caricarlo sulla jeep, senza far rumore. Poi fu la volta di un altro pacco, e di un altro più piccolo. I due uomini sudavano ed erano nervosi: lavoravano in fretta ma in silenzio.

Un altro pacco. E un altro…

Poi Lim vide la jeep della polizia che girava l’angolo e, contemporaneamente, altri uomini in divisa affluirono correndo dall’uscita 16. Alcuni erano europei. “Siamo stati traditi” ansimò, mentre si precipitava in un vano tentativo di fuga. La jeep l’intercettò e Lim si fermò, rabbrividendo di terrore. Poi sputò, bestemmiò e si chiuse in se stesso.

L’altro uomo era saltato immediatamente sul sedile di guida. Prima che avesse il tempo di girare la chiavetta dell’accensione, fu sopraffatto e ammanettato.

“E allora, piccolo verme?” sibilò il sergente Lee, “dove credi di andare?”

“In nessun posto, signor ufficiale, è stato lui, lui, quello là, quel bastardo figlio di puttana, signor ufficiale, ha minacciato di tagliarmi la gola se non l’avessi aiutato. Non so niente, lo giuro sulla tomba di mia madre!”

“Lurido bugiardo, non hai avuto madre, tu. Finirai in galera per cinquant’anni, se non parli!”

“Lo giuro, signor ufficiale, per tutti gli dei del…”

“Piscia sulle tue bugie, faccia di merda. Chi ti ha pagato per fare questo lavoro?”

Armstrong stava avanzando lentamente sull’asfalto, e aveva in bocca il sapore dolce e nauseante del trionfo. “Allora” disse in inglese, “cosa c’è, sergente?” Era stata una lunga notte d’attesa, ed era stanco e aveva la barba lunga e non era dell’umore più adatto per ascoltare le lagnose proteste d’innocenza del meccanico: perciò disse sottovoce, nel più perfetto cantonese dei bassifondi: “Ancora una parolina insignificante, sacco di escrementi di lebbroso, e dirò ai miei uomini di saltarti sulle balle.”

L’uomo tacque di colpo.

“Bene. Come ti chiami?”

“Tan Shu Ta, mio signore.”

“Bugiardo! Come si chiama il tuo amico?”

“Lim Ta-cheung, ma non è mio amico, mio signore, non l’avevo mai visto prima di questa mattina.”

“Bugiardo! Chi ti ha pagato per questo lavoro?”

“Non so chi lo ha pagato, mio signore. Vedi, aveva promesso che mi avrebbe tagliato la…”

“Bugiardo! Hai la bocca così piena di sterco che devi essere il dio del letame. Cosa c’è in quei pacchi?”

“Non lo so. Lo giuro sulla tomba dei miei ante…”

“Bugiardo!” Armstrong lo disse automaticamente: sapeva che le menzogne erano inevitabili.

“Il cinese non è come noi” gli aveva detto il suo primo istruttore della polizia, un veterano della Cina. “Oh, non voglio dire che sia inferiore o cose simili… è diverso, ecco. Mente di continuo ai poliziotti, e quando riesci a mettere con le spalle al muro un delinquente, quello continua lo stesso a mentire, ed è viscido come una pertica unta in un mucchio di merda. È diverso. Prendi i loro nomi. Ogni cinese ha quattro nomi: uno quando nasce, uno alla pubertà, uno quando diventa adulto, e uno che si sceglie da sé, e ne dimentica uno o ne aggiunge un altro al primo cader d’una foglia. E i loro nomi… che Dio lapidi quei corvi! I cinesi si chiamano lao-tsi-sing… gli Antichi Cento Nomi. In tutta la Cina ci sono soltanto cento cognomi fondamentali, e tra questi ci sono venti Yu, otto Yen, dieci Wu e Dio sa quanti Ping, Li, Lee, Chen, Chin, Ching, Wong e Fu, e ognuno si pronuncia in cinque modi diversi, quindi solo Dio sa distinguerli!”

“Allora sarà difficile identificare un individuo sospetto, signore?”

“Dieci e lode, giovane Armstrong! Dieci e lode, ragazzo. Ti possono capitare cinquanta Li, cinquanta Cheng e quattrocento Wong, senza che nessuno sia imparentato con l’altro. Dio lapidi quei corvi! Ecco il grosso problema, qui a Hong Kong.”

Armstrong sospirò. Dopo diciotto anni, i cognomi cinesi continuavano a confonderlo. E per giunta, sembrava che tutti avessero un soprannome con il quale erano generalmente conosciuti.

“Come ti chiami?” chiese di nuovo, e non stette ad ascoltare la risposta. “Bugiardo! Sergente! Apra uno dei pacchi! Vediamo cosa c’è dentro.”

Il sergente Lee scostò l’ultimo involucro. All’interno c’era un M14, un fucile automatico in dotazione all’esercito degli Stati Uniti. Nuovo e ingrassato a dovere.

“Per questo, dannato figlio della tetta sinistra d’una baldracca” gracchiò Armstrong, “ti beccherai cinquant’anni!”

L’uomo fissava il fucile, inebetito, sgomento. Poi proruppe in un gemito soffocato. “Siano fottuti tutti gli dei se sapevo che erano fucili.”

“Ah, invece lo sapevi!” disse Armstrong. “Sergente, carichi questo escremento sul furgone e lo denunci per contrabbando d’armi.”

L’uomo venne trascinato via brutalmente. Uno dei giovani poliziotti cinesi stava aprendo un altro pacco, piccolo e quadrato. “Fermo!” ordinò in inglese Armstrong. Il poliziotto e tutti gli altri si fermarono impietriti. “In uno di quei pacchi può esserci un ordigno esplosivo. Allontanatevi tutti dalla jeep!” Sudando, il giovane obbedì. “Sergente, chiami gli artificieri. Adesso non c’è fretta.”

“Sì, signore.” Il sergente Lee corse alla radio del furgone.

Armstrong passò sotto il ventre dell’aereo e scrutò nell’interno del vano del carrello. Non riuscì a scorgere niente d’insolito. Poi montò su una ruota. “Cristo!” esclamò. C’erano cinque rastrelliere imbullonate ai due lati della paratia interna. Una era quasi vuota, le altre ancora piene. A giudicare dalla grandezza e dalla forma dei pacchi, Armstrong dedusse che contenessero altri M14 e cassette di munizioni… o di bombe a mano.

“C’è qualcosa, signore?” chiese l’ispettore Thomas. Era un giovane inglese, da tre anni nella polizia.

“Dia un’occhiata! Ma non tocchi niente.”

“Cristo! Ce n’è abbastanza per armare un paio di squadre!”

“Sicuro. Ma chi?”

“Comunisti?”

“Oppure nazionalisti. O delinquenti puri e semplici. Qui…”

“Cosa diavolo sta succedendo?”

Armstrong riconobbe la voce di Linc Bartlett. Scuro in volto, saltò giù dalla ruota, seguito da Thomas. Andò ai piedi della scaletta. “Anch’io ci terrei a saperlo, signor Bartlett” rispose in tono secco.

Bartlett era ritto sulla soglia, e gli stava accanto Svensen. Entrambi erano in pigiama e vestaglia, e avevano i capelli in disordine.

“Vorrei che desse un’occhiata a questo.” Armstrong indicò il fucile seminascosto nella jeep.

Bartlett scese subito la scaletta, e Svensen lo seguì. “Cosa?”

“Abbia la cortesia di attendere a bordo, signor Svensen.”

Svensen fece per ribattere, ma si trattenne. Guardò Bartlett, che annuì. “Prepari un po’ di caffè, Sven, eh?”

“Sicuro, Linc.”

“Allora, di cosa si tratta, sovrintendente?”

“Ecco!” Armstrong tese il braccio.

“È un M14.” Bartlett socchiuse gli occhi. “E allora?”

“E allora sembra che il suo aereo sia carico di armi.”

“Non è possibile.”

“Abbiamo appena sorpreso due uomini che scaricavano. Eccone là uno…” Armstrong additò il meccanico ammanettato che attendeva con aria cupa accanto alla jeep. “E l’altro è nel furgone. Mi faccia la cortesia di guardare nel vano del carrello centrale, signore.”

“Certo. Dove?”

“Monti su una ruota.”

Bartlett montò. Armstrong e l’ispettore Thomas notarono esattamente dove appoggiava le mani per poter rilevare le impronte digitali. Bartlett guardò stordito le rastrelliere. “Mi venga un accidente! Se anche queste sono armi, è un arsenale!”

“Sì. Per favore, non tocchi niente.”

Bartlett studiò le rastrelliere, poi scese. Adesso era perfettamente sveglio. “Non è il solito contrabbando. Le rastrelliere sono state fatte su misura.”

“Sì. Niente da obiettare se faccio perquisire l’aereo?”

“No. No, naturalmente.”

“Proceda, ispettore” ordinò subito Armstrong. “E con la massima attenzione. Ora, signor Bartlett, forse avrà la bontà di spiegare.”

“Io non esporto fucili clandestinamente, mi creda. Non penso che lo farebbe neppure il comandante… o Bill O’Rourke. O Svensen.”

“E la signorina Tcholok?”

“Oh, santo cielo!”

Armstrong disse, gelido: “È una faccenda molto seria, signor Bartlett. Il suo aereo è sotto sequestro, e senza il permesso della polizia lei e il suo equipaggio non potranno lasciare la colonia fino al termine delle indagini. Allora, mi diceva della signorina Tcholok?”

“È impossibile. È assolutamente impossibile che Casey sia coinvolta in qualche modo nel contrabbando d’armi… o in qualunque genere di contrabbando. È impossibile.” Bartlett aveva un tono difensivo, ma non era per nulla spaventato. “E lo stesso vale per tutti gli altri.” Assunse un tono tagliente. “Lei ha avuto una soffiata, no?”

“Quanto si è fermato a Honolulu?”

“Per un’ora o due, giusto il tempo per fare il pieno di carburante. Non ricordo di preciso.” Bartlett rifletté per un momento. “Jannelli è sceso: ma lo fa sempre. Non è possibile che le rastrelliere siano state caricate in poco più di un’ora.”

“È sicuro?”

“No, ma sarei pronto a scommettere che il lavoro è stato fatto prima che partissimo dagli Stati Uniti. Anche se non immagino quando e dove e perché e da chi. E lei?”

“Non ancora.” Armstrong lo scrutava attentamente. “Forse vorrà tornare nel suo ufficio, signor Bartlett. Potremmo ricevere lì la sua deposizione.”

“Sicuro.” Bartlett diede un’occhiata all’orologio. Erano le 5 e 43 del mattino. “Sbrighiamoci subito: poi potrò fare qualche telefonata. Non siamo ancora collegati alla rete telefonica locale. C’è un telefono, là?” Bartlett indicò il terminal.

“Sì. Naturalmente, preferiremmo interrogare il comandante Jannelli e il signor O’Rourke prima che lo faccia lei… se non le dispiace. Dove alloggiano?”

“Al Victoria and Albert.”

“Sergente Lee!”

“Sì, signore.”

“Avverta il comando.”

“Sì, signore.”

“Inoltre, vorremmo parlare per primi con la signorina Tcholok. Sempre se a lei non dispiace.”

Bartlett salì la scaletta, con Armstrong al fianco. Dopo qualche attimo disse: “Sta bene. Purché lo faccia personalmente, e non prima delle 7 e 45. Casey ha lavorato anche troppo, e oggi avrà una giornata pesante, e non voglio che venga disturbata inutilmente.”

Entrarono. Sven era in attesa accanto alla dispensa: s’era vestito e aveva l’aria preoccupata. Dovunque c’erano agenti in divisa e in borghese, occupati a perquisire con cura l’aereo.

“Allora, Sven, il caffè?” Bartlett attraversò l’anticamera ed entrò nello studio. La porta centrale, in fondo al corridoio, era aperta. Armstrong vide una parte dell’appartamento padronale, con un letto enorme. L’ispettore Thomas stava frugando nei cassetti.

“Merda!” borbottò Bartlett.

“Mi dispiace” disse Armstrong, “ma è necessario.”

“Questo non significa che io debba esserne entusiasta, sovrintendente. Non mi è mai piaciuto che gli estranei mettessero il naso nella mia vita privata.”

“Sì, capisco.” Il sovrintendente chiamò con un cenno uno degli agenti in borghese. “Sung!”

“Sì, signore.”

“Batti a macchina la dichiarazione, per favore.”

“Un momento: vediamo di risparmiare tempo” disse Bartlett. Si girò verso uno scaffale di apparecchiature elettroniche e premette due interruttori. Un registratore a due cassette entrò in funzione. Bartlett innestò un microfono e lo piazzò sulla scrivania. “Così avremo due nastri, uno per lei e uno per me. Quando il suo agente l’avrà trascritto a macchina… se vorrà la mia firma, io sono qui.”

“Grazie.”

“Okay, cominciamo.”

Armstrong si sentì improvvisamente a disagio. “Per favore, mi dica quel che sa del carico illegale trovato nel vano del carrello centrale del suo apparecchio, signor Bartlett.”

Bartlett ripeté che non ne sapeva nulla.

“Da quanto tempo è con lei il comandante Jannelli?”

“Da quattro anni. O’Rourke da due. Svensen da quando ho acquistato l’aereo, nel ’58.”

“E la signorina Tcholok?”

Dopo una pausa, Bartlett disse: “Da sei… quasi sette anni.”

“È un alto dirigente della sua compagnia?”

“Sì. Un alto dirigente.”

“È piuttosto inconsueto, no, signor Bartlett?”

“Sì. Ma non ha nulla a che vedere con questo problema.”

“È lei il proprietario dell’aereo?”

“La proprietaria è la mia compagnia. Par-Con Industries Incorporated.”

“Ha qualche nemico… qualcuno che voglia metterla in gravi difficoltà?”

Bartlett rise. “Un cane ha le pulci? Non si diventa capo di una compagnia da mezzo miliardo di dollari senza farsi nemici.”

“Nessun nemico particolare?”

“Me lo dica lei. Contrabbandare armi è un’attività specializzata… questo colpo deve essere stato fatto da un professionista.”

“Chi sapeva del suo viaggio a Hong Kong?”

“La visita era in programma da un paio di mesi. Lo sapeva il mio consiglio d’amministrazione. E gli addetti alla pianificazione.” Bartlett aggrottò la fronte. “Non era un segreto. Non ce n’era motivo.” Poi soggiunse: “Naturalmente, alla Struan lo sapevano… esattamente. Da due settimane almeno. Anzi, abbiamo confermato la data il 12 per telex. Io volevo venire prima, ma Dunross ha detto che per lui sarebbe stato meglio il 19, cioè oggi. Forse dovrebbe chiederlo a lui.”

“Glielo chiederò, signor Bartlett. La ringrazio. Per il momento basta così.”

“Io avrei qualche domanda, sovrintendente, se non le dispiace. Qual è la pena prevista per il contrabbando di armi da fuoco?”

“Dieci anni senza condizionale.”

“Qual è il valore del carico?”

“Inestimabile, per l’acquirente giusto, perché qui nessuno può avere fucili.”

“E chi sarebbe l’acquirente giusto?”

“Chiunque intenda far scoppiare disordini, un’insurrezione, o perpetrare un massacro, una rapina in banca o qualche altro reato del genere.”

“I comunisti?”

Armstrong sorrise e scrollò la testa. “Quelli non hanno bisogno di spararci per occupare la colonia, o di importare M14 di contrabbando… hanno già armi in abbondanza.”

“I nazionalisti? Gli uomini di Ciang Kai-scek?”

“Quelli sono ben forniti di armi d’ogni genere dal governo degli Stati Uniti, signor Bartlett. Non è così? Quindi neppure loro hanno bisogno di ricorrere al contrabbando.”

“Una guerra tra bande, allora?”

“Santo Dio, signor Bartlett, le nostre bande non si sparano. Le nostre bande – noi le chiamiamo triadi – risolvono le loro divergenze in modo molto civile e molto cinese, con coltelli e accette e telefonate anonime alla polizia.”

“Scommetterei che è stato qualcuno della Struan. È là che troverà la soluzione dell’enigma.”

“Può darsi.” Armstrong rise in modo strano, poi ripeté: “Può darsi. Ora, se vuole scusarmi…”

“Certo.” Bartlett spense il registratore, estrasse le due cassette e ne porse una.

“Grazie, signor Bartlett.”

“Per quanto tempo durerà la perquisizione?”

“Dipende. Forse un’ora. Forse dovremo chiamare qualche esperto. Cercheremo di semplificare le cose. Lei lascerà l’aereo prima di pranzo?”

“Sì.”

“Se vuole passare, la prego di mettersi in contatto con il mio ufficio. Il numero è 88-77-33. Per ora la polizia resterà qui di guardia. Lei alloggia al Vic?”

“Sì. Posso andare in città, adesso? Posso fare quello che voglio?”

“Sì, signore, purché non lasci la colonia fino al termine delle indagini.”

Bartlett sorrise. “Questo l’avevo già capito.”

Armstrong se ne andò. Bartlett fece la doccia, si vestì e attese che i poliziotti se ne fossero andati, escluso quello che montava di guardia alla scaletta. Poi tornò nell’ufficio e chiuse la porta. Era solo. Consultò l’orologio. Erano le 7 e 37. Andò al centro comunicazioni, fece scattare due interruttori e premette un pulsante.

Dopo un momento sentì un crepitio, poi la voce assonnata di Casey. “Sì, Linc?”

Geronimo” disse lui chiaramente nel microfono.

Una lunga pausa. “Ricevuto” disse lei. L’altoparlante si spense.