Ore 17,25
Il patologo della polizia, il dottor Meng, regolò il microscopio e studiò il campione di tessuto che aveva prelevato dall’orecchio. Brian Kwok l’osservava impaziente. Il dottore era un piccolo cantonese pedante, con gli occhiali rialzati sulla fronte. Alla fine alzò la testa e gli occhiali gli ricaddero sul naso. “Ecco, Brian, può darsi che sia stato asportato a una persona viva e non a un cadavere… può darsi. Forse nelle ultime otto o dieci ore. L’ematoma… ecco, guardi qui dietro…” Il dottor Meng indicò delicatamente il livido nella parte posteriore. “Per me, conferma che al momento la persona era viva.”
“Perché quell’ematoma, dottor Meng? Che cosa l’ha causato? Il taglio?”
“Potrebbe essere stato causato da qualcuno che teneva stretto il reperto” disse cautamente il dottor Meng. “Mentre veniva asportato.”
“Con che cosa… un coltello, un rasoio, un coltello a serramanico, una mannaia cinese… un trinciapolli?”
“Con uno strumento tagliente.”
Brian Kwok sospirò. “E potrebbe aver ucciso la vittima? Lo shock? Un tipo come John Chen?”
Il dottor Meng congiunse le punte delle dita. “Può darsi di sì, come può darsi di no. La sua anamnesi indica che è debole di cuore?”
“Il padre dice di no… non ho ancora sentito il suo medico; è in ferie, quello. Ma John, a quanto sembra, ha sempre goduto di buona salute.”
“La mutilazione, probabilmente, non ucciderebbe un uomo sano. Ma gli potrebbe causare fastidi per una settimana o due.” Il dottore sorrise, raggiante. “Molti fastidi.”
“Gesù!” esclamò Brian. “Non può darmi nessuna indicazione utile?”
“Io faccio il medico legale, Brian, non il veggente.”
“Sa dirmi almeno se l’orecchio apparteneva a un eurasiatico… o a un cinese purosangue?”
“No. No, con questo reperto è quasi impossibile stabilirlo. Ma certamente non si tratta di un anglosassone, di un indiano o di un negroide.” Il dottor Meng si tolse gli occhiali e alzò lo sguardo miope verso il sovrintendente. “Questo potrebbe agitare le acque nella Casa di Chen, heya?”
“Sì. E nella Nobil Casa.” Brian Kwok rifletté un istante. “Secondo lei, questo Lupo Mannaro, questo maniaco… ha l’impressione che sia cinese?”
“La lettera potrebbe essere stata scritta da una persona civile… ma potrebbe anche essere opera di un guai loh che finge di esserlo. Ma se è una persona civile, non ne consegue inevitabilmente che chi ha scritto la lettera sia lo stesso individuo che ha compiuto il misfatto.”
“Questo lo so. Quante probabilità ci sono che John Chen sia morto?”
“Per la mutilazione?”
“Per il fatto che il Lupo Mannaro, o più probabilmente i Lupi Mannari, abbiano spedito l’orecchio prima di dare l’avvio alle trattative.”
L’ometto sorrise e rispose in tono asciutto: “Allude al vecchio precetto di Sun Tzu, ‘ucciderne uno per terrorizzarne diecimila’? Non saprei. Io non speculo su simili fattori imponderabili. Stimo soltanto le probabilità per le corse ippiche, Brian, o in Borsa. Cosa ne pensa di Golden Lady, la cavalla di John Chen, nella corsa di sabato?”
“Ha ottime possibilità. Senza dubbio. E anche Noble Star di Struan… Pilot Fish di Gornt e più ancora Butterscotch Lass di Richard Kwang. Scommetto che sarà quella, la favorita. Ma Golden Lady va veramente forte. La daranno all’incirca tre a uno. È una velocista, e il terreno dovrebbe essere adatto a lei. Asciutto. Con il fondo bagnato non vale più niente.”
“Ah, qualche segno di pioggia imminente?”
“Potrebbe darsi. Dicono che ci sia in arrivo una tempesta. Anche una pioggerella potrebbe cambiare tutto.”
“Allora è meglio che non piova fino a domenica, heya?”
“Questo mese non pioverà… a meno che abbiamo un colpo di fortuna.”
“Bene, se piove, piove, e se non piove, non importa! Si avvicina l’inverno… e sarà finita con questa maledetta umidità.” Il dottor Meng diede un’occhiata all’orologio a muro. Erano le 5 e 35 del pomeriggio. “Cosa ne direbbe di bere qualcosa, prima di andare a casa?”
“No, grazie. Ho ancora qualcosa da fare. Che maledetta seccatura.”
“Domani vedrò quali indizi posso trovare in base al pezzo di stoffa, l’incarto e il resto. Forse le impronte digitali le saranno utili” soggiunse il dottore.
“Non ci scommetterei. Tutta questa faccenda puzza. Puzza parecchio.”
Il dottor Meng annuì, e la sua voce perse ogni pacatezza. “Tutto quel che ha a che fare con la Nobil Casa e con le marionette della Casa di Chen puzza. Non è vero?”
Brian Kwok passò al sei yap, uno dei principali dialetti della provincia di Kwantung, parlato da molti dei cantonesi di Hong Kong. “Eh, fratello, non vorrà dire che tutti i cani capitalisti puzzano, e quelli della Nobil Casa e della Casa di Chen puzzano di letame più di tutti?” chiese in tono ironico.
“Ah, fratello, non ha ancora compreso che i venti del mutamento turbinano intorno al mondo? E la Cina, sotto la guida immortale del presidente Mao e del suo pensiero, è alla testa…”
“Tenga per sé i suoi proselitismi” disse freddamente Brian Kwok, tornando a parlare inglese. “Quasi tutti i pensieri di Mao sono tratti dagli scritti di Sun Tzu, Confucio, Marx, Lao Tsu e tanti altri. So che è un poeta – un grande poeta – ma ha usurpato la Cina, e le ha tolto la libertà. Completamente.”
“La libertà?” ribatté l’ometto in tono di sfida. “Che cosa contano pochi anni di libertà quando, sotto la guida del presidente Mao, la Cina è tornata a essere la Cina e ha ripreso il posto che le spettava nel mondo? Oggi la Cina è temuta da tutti gli sporchi capitalisti! E persino dai revisionisti russi.”
“Sì, sono d’accordo. E di questo gli sono grato. Ma se non le piace stare qui se ne torni a casa sua, a Canton, a sudare nel suo paradiso comunista, e dew neh loh moh a tutti i comunisti… e ai loro simpatizzanti!”
“Dovrebbe andarci lei, a vedere con i suoi occhi. È tutta propaganda che il comunismo rovini la Cina. Non legge i giornali? Adesso nessuno muore più di fame.”
“E quei venti milioni e più che sono stati assassinati dopo la presa del potere? E i lavaggi del cervello?”
“Sempre propaganda! Anche se ha frequentato le scuole inglesi e canadesi e parla come quei porci capitalisti, non significa che sia uno di loro. Ricordi la sua eredità culturale.”
“La ricordo. La ricordo benissimo.”
“Suo padre commise un errore quando la fece partire!” Tutti sapevano che Brian Kwok era nato a Canton e, a sei anni, era stato mandato a scuola a Hong Kong. Era un ottimo allievo, e nel ’37, a dodici anni, aveva vinto una borsa di studio di una delle migliori scuole private d’Inghilterra, e si era trasferito là: poi, nel ’39, all’inizio della Seconda guerra mondiale, la scuola era sfollata in Canada. Nel ’42, a diciotto anni, si era diplomato con i voti migliori della sua classe, ed era entrato nella Reale Polizia a Cavallo canadese, settore agenti in borghese, nell’enorme Chinatown di Vancouver. Parlava cantonese, mandarino, sei yap, e aveva prestato servizio meritando menzioni onorevoli. Nel ’45 aveva chiesto il trasferimento alla Reale Polizia di Hong Kong. Con la riluttante approvazione della polizia canadese, che avrebbe preferito tenerselo, era ritornato. “È sprecato a lavorare per loro, Brian” continuò il dottor Meng. “Dovrebbe servire le masse e lavorare per il partito!”
“Il partito ha assassinato mio padre, mia madre e quasi tutti i miei familiari, nel ’43!”
“Non è mai stato provato! Mai. Sono soltanto dicerie. Forse furono i diavoli del Kuomintang… allora a Canton regnava il caos. Io c’ero, e lo so bene. Forse i responsabili furono quei porci dei giapponesi… o le triadi… chissà? Come può esserne sicuro?”
“Ne sono sicuro, per Dio!”
“C’erano testimoni? No! Questo me l’ha detto lei stesso!” La voce di Meng s’incrinò. Guardò Kwok dal basso in alto, con gli occhi miopi. “Ayeeyah, lei è cinese: metta la sua istruzione al servizio della Cina, delle masse, non dei padroni capitalisti.”
“Al diavolo!”
Il dottor Meng rise e gli occhiali gli ricaddero sul naso. “Aspetti, sovrintendente Kar-shun Kwok. Un giorno aprirà gli occhi. Un giorno capirà.”
“Ma intanto, lei mi dia qualche risposta!” Brian Kwok uscì a grandi passi dal laboratorio e si diresse verso l’ascensore. La camicia gli si era incollata alla schiena. Vorrei tanto che piovesse, pensò.
Entrò nell’ascensore, scambiando un saluto con altri poliziotti. Al terzo piano uscì e raggiunse il suo ufficio. Armstrong lo aspettava, leggendo un giornale cinese. “Salve, Robert” disse Kwok, lieto di vederlo. “Che c’è di nuovo?”
“Niente. E tu?”
Brian Kwok gli riferì quel che aveva detto il dottor Meng.
“Quel piccolo stronzo e i suoi ‘può darsi’! L’unica cosa di cui riesce a essere sicuro è quando c’è un morto… e anche allora sente il bisogno di controllare un paio di volte.”
“Sì… ma è sicuro anche del presidente Mao.”
“Oh, ha ricominciato con il solito disco rotto?”
“Sì.” Brian Kwok sorrise. “Gli ho detto di tornarsene in Cina.”
“Non ci andrà mai.”
“Lo so.” Brian fissò il mucchio di carte sulla sua scrivania e sospirò. Poi disse: “Non è tipico dei locali, tagliare subito un orecchio.”
“No. No, se è un autentico sequestro di persona.”
“Cosa?”
“Potrebbe esserci sotto qualche vecchio rancore, e il sequestro potrebbe essere una copertura” disse Armstrong, e il suo viso s’indurì. “Sono d’accordo con te e Dunross. Credo che lo abbiano ucciso.”
“Ma perché?”
“Forse John stava cercando di scappare, ha opposto resistenza, e loro si sono fatti prendere dal panico, e prima ancora di rendersene conto lo hanno accoltellato, o gli hanno dato una botta troppo forte.” Armstrong sospirò e si stirò, per sciogliere i muscoli contratti delle spalle. “Comunque, vecchio mio, il nostro Grande Padre Bianco vuole che il caso venga risolto in fretta. Mi ha onorato di una sua telefonata per dirmi che il governatore lo aveva chiamato personalmente e gli aveva espresso la sua preoccupazione.”
Brian Kwok imprecò sottovoce. “Le brutte notizie hanno le ali. C’è ancora niente sulla stampa?”
“No, ma lo sa già tutta Hong Kong, e prima di domattina li avremo tutti addosso. Il signor Lupo Mannaro, con la collaborazione della stramaledetta stampa di Hong Kong, non ci causerà altro che dispiaceri, temo, fino a quando non avremo preso quella carogna… o quelle carogne.”
“Ma lo prenderemo, oh, se lo prenderemo!”
“Sì. Ti andrebbe una birra… o meglio, un gin and tonic? A me sì.”
“Buona idea. Il tuo stomaco si è rimesso a far storie?”
“Sì. Mary dice che la colpa è di tutti i buoni pensieri che mi tengo dentro.” Risero e si avviarono verso la porta. Erano arrivati nel corridoio quando squillò il telefono.
“Lascia perdere, non rispondere: saranno soltanto guai” disse Armstrong, sebbene sapesse che né lui né Brian l’avrebbero lasciato perdere.
Brian Kwok sollevò il ricevitore e restò impietrito.
Era Roger Crosse, sovrintendente capo, direttore della Special Intelligence. “Sì, signore?”
“Brian, per favore, venga subito da me.”
“Sì, signore.”
“Armstrong è lì con lei?”
“Sì, signore.”
“Porti anche lui.” La comunicazione s’interruppe.
“Sì, signore.” Kwok depose il ricevitore e sentì il sudore scorrergli lungo la schiena. “Dio ci vuole, e subito.”
Il cuore di Armstrong batté più forte. “Eh? Anche me?” Raggiunse Brian che s’era già incamminato verso l’ascensore. “Perché diavolo mi vuole? Non sono più nell’SI.”
“Non spetta a noi chiedere il perché: a noi spetta soltanto correre quando lui fischia.” Brian Kwok premette il pulsante. “Cosa sta succedendo?”
“Deve essere importante. Forse la Cina comunista?”
“Ciu En-lai ha estromesso Mao e il potere è passato ai moderati?”
“Illuso! Mao morirà in carica… il Dio della Cina.”
“L’unica cosa buona che si può dire di Mao è che prima è cinese, e poi comunista. Dio maledica i comunisti!”
“Ehi, Brian, forse i sovietici stanno arroventando di nuovo il confine. Un altro incidente?”
“Può darsi. Sì. Si sta avvicinando la guerra… sì, si sta avvicinando la guerra fra Russia e Cina. Anche in questo ha ragione Mao.”
“I sovietici non sono tanto stupidi.”
“Non ci scommettere, vecchio mio. L’ho detto e lo ripeto, i sovietici sono i nemici del mondo. Ci sarà la guerra… presto mi dovrai pagare 1000 dollari, Robert.”
“Non ci terrei a pagare quella scommessa. Sarebbe un massacro mostruoso.”
“Sì. Ma accadrà. Mao ha ragione. Sarà mostruoso… ma non catastrofico.” Irritato, Brian Kwok premette di nuovo il pulsante dell’ascensore. Poi alzò gli occhi di scatto. “Non penserai che abbiano finalmente lanciato l’invasione da Formosa?”
“La vecchia storia? Il vecchio sogno? Oh, smettila, Brian! Ciang Kai-scek non lascerà mai Formosa.”
“Se non lo farà, tutto il mondo finirà in un mucchio di letame. Se Mao avrà a disposizione trent’anni per consolidare il suo sistema… Cristo, non ne hai idea. Un miliardo di automi? Ciang aveva tutte le ragioni di non dar tregua a quei bastardi comunisti… sono loro, i veri nemici della Cina. La peste della Cina. Cristo, se avranno il tempo di condizionare le nuove generazioni!”
Armstrong disse, in tono blando: “A sentirti parlare, sembri un cane nazionalista. Calmati, ragazzo mio: tutto il mondo fa schifo e sarà sempre così… ma tu, cane capitalista, puoi andare alle corse sabato, fare le gare in salita domenica, e hai parecchie pollastrelle a disposizione. Eh?”
“Scusami.” Entrarono nell’ascensore. “Quel piccolo bastardo di Meng mi ha preso alla sprovvista” disse Brian, premendo il pulsante dell’ultimo piano.
Armstrong passò al cantonese. “Tua madre è la causa dei tuoi guai, fratello.”
“E la tua è stata ingravidata da uno scimmiotto vagabondo con un solo testicolo in un secchio di sterco di maiale.”
Armstrong lo guardò raggiante. “Niente male, Brian” disse in inglese. “Questa non era niente male.”
L’ascensore si fermò. Si avviarono lungo il corridoio grigio. Davanti alla porta si prepararono. Brian bussò con discrezione.
“Avanti.”
Roger Crosse aveva passato la cinquantina; era un uomo alto e magro, con gli occhi celesti, i capelli biondi ormai radi, le mani piccole, dalle dita lunghe. La scrivania era meticolosamente in ordine, come i suoi abiti… l’ufficio era spartano. Indicò le poltrone. I due sedettero. Crosse continuò a leggere un incartamento. Alla fine lo chiuse con cura e se lo mise davanti. La cartelletta era del tipo ordinario, usato per inviare le comunicazioni interne. “Arriva un milionario americano con fucili di contrabbando, un milionario sciangaiese ex trafficante di droga e molto sospetto scappa a Taiwan, e adesso abbiamo il sequestro di un VIP, Dio ci aiuti, con contorno di Lupi Mannari e un orecchio tagliato. E tutto in poco più di diciannove ore. Dov’è il nesso?”
Armstrong ruppe il silenzio. “Deve esserci per forza, signore?”
“Non deve esserci?”
“Mi scusi, signore. Non lo so. Ancora.”
“È molto seccante, Robert, davvero molto seccante.”
“Sì, signore.”
“Veramente fastidioso, anzi, dato soprattutto che i potenti hanno già cominciato a starmi addosso. E quando succede…” Crosse sorrise a entrambi, ed entrambi repressero un brivido. “Naturalmente, Robert, ieri l’avevo avvertita che potevano essere coinvolti alcuni grossi nomi.”
“Sì, signore.”
“Ora, Brian, noi la stiamo preparando per un alto incarico. Non crede che potrebbe distogliere i suoi pensieri dall’ippica, dalle corse automobilistiche, dalle gonnelle, e usare una parte delle sue indiscutibili capacità per risolvere questo modesto enigma?”
“Sì, signore.”
“E allora lo faccia. In fretta. Lei è assegnato al caso insieme a Robert perché potrebbe richiedere la sua competenza specifica… per i prossimi giorni. Voglio che questa storia venga tolta di mezzo il più presto possibile perché abbiamo un piccolo problema. Uno dei nostri amici del consolato americano mi ha telefonato ieri sera. Privatamente.” Crosse indicò il fascicolo. “Questo è il risultato. Grazie alla sua segnalazione, abbiamo intercettato l’originale durante la notte… naturalmente questa è una copia, l’originale è stato rimesso al suo posto e il…” Esitò, cercando la parola più adatta. “E il corriere, un dilettante, tra l’altro, è stato lasciato indisturbato. È un rapporto, una specie di bollettino con vari capitoletti. Tutti piuttosto interessanti. Sì. Uno è intitolato: ‘Il KGB in Asia’. Afferma che hanno una cerchia di spie con eccellenti coperture, di cui io non avevo mai sentito parlare, nome in codice ‘Sevrin’, con elementi piazzati in posizioni chiave nel governo, nella polizia, negli affari – al livello di tai-pan – in tutto il Sudest asiatico, e in particolare qui a Hong Kong.”
Il respiro uscì con un sibilo dalle labbra di Brian Kwok.
“Proprio così” disse amabilmente Crosse. “Se è vero.”
“Lei pensa che lo sia, signore?” chiese Armstrong.
“Davvero, Robert, forse lei ha bisogno di andare in pensione molto presto per motivi di salute: rammollimento del cervello. Se non fossi preoccupato, crede che sopporterei lo sgradito piacere di chiedere l’assistenza del CID di Kowloon?”
“No, signore. Mi scusi, signore.”
Crosse girò il fascicolo verso di loro e l’aprì all’intestazione. I due uomini soffocarono un’esclamazione. C’era scritto: “Confidenziale: all’attenzione esclusiva di Ian Dunross. A mano, rapporto 3/1963. Copia unica”.
“Sì” continuò Crosse. “Sì. Per la prima volta abbiamo la prova che alla Struan hanno un loro servizio di spionaggio.” Sorrise, e i due si sentirono accapponare la pelle. “Mi farebbe certo piacere scoprire come fanno certi uomini d’affari a conoscere ogni genere d’informazione riservatissima che noi dovremmo conoscere secoli e secoli prima di loro.”
“Sì, signore.”
“Il rapporto, è ovvio, fa parte di una serie. Oh, sì, e questo è firmato, per conto della Commissione Ricerche 16 della Struan, da un certo A.M. Grant… È datato Londra, tre giorni fa.”
Brian Kwok soffocò di nuovo un’esclamazione. “Grant? Sarebbe Alan Medford Grant, che fa parte dell’Istituto per la Pianificazione Strategica di Londra?”
“Complimenti, Brian. Sì. Il signor AMG in persona. Il VIP. Il consulente del governo di Sua Maestà per gli affari riservati, il tipo che sa distinguere veramente le cipolle dai porri. Lo conosce, Brian?”
Brian Kwok disse: “L’ho incontrato un paio di volte in Inghilterra lo scorso anno, signore, quando frequentavo il corso al General Staff College. Tenne una lezione sulle prospettive strategiche avanzate per l’Estremo Oriente. Geniale. Veramente geniale.”
“Per fortuna è inglese e sta dalla nostra parte. Ma anche così…” Crosse sospirò di nuovo. “Certo, spero che questa volta si sia sbagliato, altrimenti siamo immersi nel pantano più di quanto immaginassi. Sembra che ben pochi dei nostri segreti siano ancora tali. Fastidioso. Molto. E in quanto a questo” disse Crosse, toccando di nuovo il fascicolo, “sono veramente sconvolto.”
“L’originale è stato recapitato, signore?” chiese Armstrong.
“Sì. Personalmente a Dunross, alle 4 e 18 di questo pomeriggio.”
Il tono di Crosse divenne ancora più mellifluo. “Fortunatamente, grazie a Dio, i miei rapporti con i nostri cugini d’oltreoceano sono eccellenti. Come i suoi, Robert… e a differenza dei suoi, Brian. Non ha mai avuto simpatia per l’America, vero, Brian?”
“No, signore.”
“Posso chiederle perché?”
“Parlano troppo, signore, è impossibile confidare loro un segreto… fanno troppo chiasso, e io li trovo stupidi.”
Crosse sorrise, ma soltanto con le labbra. “Non è una ragione per non avere buoni rapporti con loro, Brian. Forse lo stupido è lei.”
“Sì, signore.”
“Non sono stupidi, oh, no.” Crosse chiuse il fascicolo ma lo lasciò rivolto verso i due che lo fissarono, ipnotizzati.
“Gli americani hanno detto come hanno scoperto l’esistenza del rapporto, signore?” chiese Armstrong, senza riflettere.
“Robert, comincio a credere veramente che la sua sinecura a Kowloon le abbia annebbiato il cervello. Devo raccomandarla per l’esenzione dal servizio per motivi di salute?”
Armstrong rabbrividì. “No, signore. Grazie, signore.”
“Noi, a loro, riveleremmo le nostre fonti?”
“No, signore.”
“E loro me le avrebbero rivelate se fossi stato tanto indelicato da chiederlo?”
“No, signore.”
“L’intera faccenda è molto fastidiosa, e comporta una perdita di faccia. Per me. Non è d’accordo, Robert?”
“Sì, signore.”
“Bene, è già qualcosa.” Crosse si appoggiò alla spalliera della poltroncina e cominciò a dondolarsi. Trapassò i due con gli occhi. Entrambi si stavano chiedendo chi aveva fatto la soffiata, e perché.
Non può essere la CIA, stava pensando Brian Kwok. Quelli avrebbero provveduto direttamente all’intercettazione: non hanno bisogno che sia l’SI a fare il loro sporco lavoro. Quei pazzi sono pronti a tutto, a pestare i piedi a chiunque, pensò disgustato. E se non sono stati loro, chi è stato?
Chi?
Deve essere qualcuno che fa parte dei servizi segreti, ma che non poteva effettuare direttamente l’intercettazione, ed è in buoni rapporti con Crosse. Un funzionario del consolato? Può darsi. Johnny Mishauer del servizio segreto della Marina? Esula dal suo campo. Chi? Non sono molti… Ah, quel tale dell’FBI, il protetto di Crosse! Ed Langan. Ora, Langan come faceva a sapere di questo fascicolo? Ha avuto informazioni da Londra? È possibile, ma l’FBI non ha una sede, là. Se la soffiata è venuta da Londra, probabilmente l’avrebbero saputo per primi all’MI-5 o all’MI-6: si sarebbero procurati il materiale alla fonte, ce l’avrebbero trasmesso per telex, e poi ci avrebbero accusati d’inettitudine. L’aereo del corriere è atterrato a Londra o nel Libano? Là c’è uno dell’FBI, mi sembra di ricordare. Se non è arrivata da Londra o dal Libano, l’informazione deve essere venuta dallo stesso aereo. Ah, un informatore che ha visto il fascicolo, o almeno la copertina? Qualcuno dell’equipaggio? Ayeeyah! L’aereo era della TWA o della Pan Am? L’FBI ha legami di ogni genere, legami stretti… con ogni genere di attività, per l’appunto. Oh, sì. C’è un volo domenicale? Sì. Pan Am, ETA 2030. Troppo tardi per effettuare la consegna di notte, quando si arriva in albergo. Perfetto.
“È strano che il corriere sia arrivato con la Pan Am e non con la BOAC… è un volo migliore” disse, soddisfatto del modo obliquo in cui operava la sua mente.
“Sì, anch’io ho pensato lo stesso” disse Crosse, con la stessa imperturbabilità. “Terribilmente poco inglese, da parte sua. Certo, la Pan Am atterra in orario, mentre con la povera BOAC, di questi tempi, non si sa mai…” Rivolse un cenno amabile a Brian. “Promosso di nuovo a pieni voti.”
“Grazie, signore.”
“Che altro ha dedotto?”
Dopo una pausa, Brian Kwok disse: “In cambio della soffiata, lei ha promesso di passare a Langan una copia del fascicolo.”
“E poi?”
“E le dispiace di aver mantenuto la promessa.”
Crosse sospirò. “Perché?”
“Lo saprò quando avrò letto il documento.”
“Brian, oggi lei sta veramente superando se stesso. Bene.” Distrattamente, Crosse toccò il fascicolo; entrambi capivano che li stava tenendo sulle spine, ma non immaginavano perché. “In altre sezioni ci sono alcune coincidenze curiose. Nomi come Vincenzo Banastasio… luoghi d’incontro come le Sinclair Towers… La Nelson Trading vi dice niente?”
I due scossero la testa.
“È tutto molto curioso. Comunisti a destra, comunisti a sinistra…” Gli occhi di Crosse divennero ancora più gelidi. “Sembra che abbiamo una carogna nelle nostre file, forse addirittura al livello dei sovrintendenti.”
“Impossibile!” esclamò impulsivamente Armstrong.
“Per quanto tempo è stato con noi all’SI, mio caro ragazzo?”
Per poco, Armstrong non sussultò. “Per due turni; quasi cinque anni, signore.”
“La spia Sorge era impossibile… Kim Philby era impossibile… buon Dio, Philby!” L’improvvisa fuga in Russia, nel gennaio di quell’anno, dell’inglese che era stato uno degli agenti più importanti dell’MI-6, il servizio informazioni britannico per lo spionaggio e il controspionaggio oltremare, aveva sconvolto il mondo occidentale, soprattutto perché, fino a tempi recentissimi, Philby era stato primo segretario dell’ambasciata britannica a Washington, e responsabile dei collegamenti con il Dipartimento di Stato, quello della Difesa e con la CIA per tutte le questioni di sicurezza, al livello più alto. “E in nome di tutto ciò che è sacro, è impossibile che per tutti questi anni fosse stato un agente dei sovietici senza che nessuno lo scoprisse, no, Robert?”
“Sì, signore.”
“Eppure lo era; e per anni fu a conoscenza dei nostri segreti più delicati. Certamente dal ’42 al ’58. E dove cominciò a spiare? A Cambridge nel 1931. Reclutato nel partito comunista da quell’altro arcitraditore di Burgess, anche lui di Cambridge, e dal suo amico Maclean, che possano arrostire entrambi all’inferno per tutta l’eternità!” Qualche anno prima, i due diplomatici del Foreign Office, che per giunta avevano fatto parte del servizio segreto durante la guerra, erano scappati in Russia sfuggendo per pochi secondi agli agenti del controspionaggio britannico, e lo scandalo aveva sconvolto la Gran Bretagna e tutta la NATO. “Chi altri reclutarono?”
“Non lo so, signore” rispose guardingo Armstrong. “Ma può scommettere che ormai sono tutti VIP, nel governo, nel Foreign Office, nell’insegnamento, nella stampa… soprattutto nella stampa. E come Philby, sono tutti ben rintanati.”
“Con gli umani nulla è impossibile. Nulla. Gli esseri umani sono tremendi.” Crosse sospirò e spostò leggermente il fascicolo. “Sì. Ma è un privilegio essere nell’SI, non è vero, Robert?”
“Sì, signore.”
“Bisogna essere chiamati a farne parte, no? Non si può proporre la propria candidatura.”
“No, signore.”
“Io non le ho mai chiesto perché non è rimasto con noi, vero?”
“No, signore.”
“Ebbene?”
Armstrong gemette tra sé e trasse un profondo respiro. “Perché mi piace fare il poliziotto, signore, e non amo i romanzi di cappa e spada. Nel CID ci sto bene. Mi piace gareggiare in astuzia e intelligenza con i criminali, signore, dar loro la caccia e catturarli e fornire le prove in tribunale, secondo le regole, signore.”
“Ah, e noi nell’SI non lo facciamo, eh? A noi non interessano i tribunali e le leggi, ma solo i risultati.”
“L’SI e l’SB hanno regole diverse, signore” disse cautamente Armstrong. “Se non esistessero, la colonia si troverebbe in alto mare senza remi.”
“Sì. Sì, infatti. Gli esseri umani sono orribili, e i fanatici si moltiplicano come vermi in una carogna. Lei era un buon agente. Ora, mi sembra che sia venuto il momento di ripagare tutte le ore e i mesi di meticolosa preparazione che lei ha ricevuto a spese di Sua Maestà.”
Il cuore di Armstrong mancò due battiti. Ma lui non disse nulla; trattenne il fiato e ringraziò Dio, perché neppure Crosse poteva trasferirlo dal CID senza il suo consenso. Aveva odiato quei turni nell’SI… all’inizio era stato emozionante, ed essere prescelto era una grande dimostrazione di fiducia, ma presto il fascino era svanito… la cattura improvvisa nel cuore della notte, le udienze segrete, nessuna preoccupazione di raccogliere prove precise, purché ci fossero i risultati e poi… un ordine segreto di deportazione firmato dal governatore, e via, subito al confine, o su una giunca diretta a Formosa, senza appello e senza possibilità di ritornare. Mai più.
“Non è il sistema britannico, Brian” aveva sempre detto al suo amico. “Io preferisco un processo pubblico e imparziale.”
“E che importanza ha? Sii pratico, Robert. Sai che quei bastardi sono tutti colpevoli… sono nemici, agenti comunisti che distorcono le nostre regole per restare qui, per annientare noi e la nostra società… aiutati da alcuni avvocati bastardi disposti a tutto per trenta denari o anche meno. In Canada è lo stesso. Cristo, nella polizia a cavallo era un inferno: i nemici erano i nostri legali e i nostri politici, e i canadesi d’estrazione recente – strano, erano sempre britannici – e tutti i sindacalisti socialisti sempre in prima fila quando c’era un’agitazione. Che importanza ha, purché ci si sbarazzi dei parassiti?”
“Ha importanza, invece, secondo me. E qui non sono tutte carogne comuniste. Ci sono anche parecchie carogne nazionaliste che cercano di…”
“I nazionalisti vogliono che i comunisti se ne vadano da Hong Kong, ecco tutto.”
“Balle! Ciang Kai-scek voleva impadronirsi della colonia, dopo la guerra. Fu la marina britannica a impedirglielo, dopo che gli americani ci avevano abbandonati. Vuole ancora ottenere la sovranità su di noi. In questo non è diverso da Mao Tse-tung!”
“Se l’SI non avesse la stessa libertà d’azione dei nemici, come faremmo a tenerci a galla?”
“Brian, ragazzo mio, ho appena detto che a me non piace essere nell’SI. A te piacerà. Io voglio essere semplicemente un poliziotto, non un James Bond!”
Sì, pensò Armstrong, cupamente: solo un poliziotto, in servizio nel CID, fino a quando me ne andrò in pensione nella cara vecchia Inghilterra. Cristo, ho già abbastanza guai, adesso, con i maledetti Lupi Mannari. Guardò Crosse, mantenendo un’espressione scrupolosamente impassibile, e attese.
Crosse lo scrutò, poi batté la mano sul fascicolo. “Secondo questo, siamo impantanati molto di più di quanto immaginassi. Molto spiacevole. Sì.” E alzò gli occhi. “Questo rapporto si richiama ad altri precedenti inviati a Dunross. Ci terrei a vederli il più presto possibile. Presto e senza chiasso.”
Armstrong rivolse un’occhiata a Brian Kwok. “E Claudia Chen?”
“No. Niente da fare.”
“Allora cosa suggerisce, Brian?” chiese Crosse. “Immagino che il mio amico americano avrà la stessa idea… e se fosse tanto sventato da passare il fascicolo o una copia al direttore della CIA locale… mi sentirei veramente molto deluso, se arrivassero primi loro, ancora una volta.”
Brian Kwok rifletté un istante. “Potremmo mandare una squadra specializzata negli uffici e nell’attico del tai-pan, ma ci vorrebbe tempo – non sappiamo dove cercare, esattamente – e dovremmo farlo di notte. Potrebbe essere una faccenda spinosa, signore. Gli altri rapporti – se esistono – potrebbero trovarsi in una cassaforte nella Grande Casa, oppure nella sua villa di Shek-O… o addirittura nel suo, ehm, nel suo appartamento privato alle Sinclair Towers, o in un altro di cui non conosciamo neppure l’esistenza.”
“Spiacevole” riconobbe Crosse. “Il nostro servizio informazioni sta diventando spaventosamente inefficiente, persino nella nostra giurisdizione. Peccato. Se fossimo cinesi sapremmo tutto, vero, Brian?”
“No, signore. Mi dispiace, signore.”
“Bene, se non sa dove cercare, dovrà chiederlo.”
“Prego?”
“Lo chieda. In passato, Dunross si è sempre mostrato disposto a collaborare. Dopotutto, è suo amico. Chieda di vedere quei rapporti.”
“E se mi risponde di no? O se dice che li ha distrutti?”
“Usi la sua vantata intelligenza. Lo lusinghi un po’, sia abile, Brian. Faccia un baratto.”
“Abbiamo qualcosa da barattare, signore?”
“La Nelson Trading.”
“Prego?”
“In parte c’è nel rapporto. Più una modesta informazione che sarò ben lieto di darle in seguito.”
“Sì, signore. Grazie, signore.”
“Robert, cos’ha fatto finora per trovare John Chen e il Lupo Mannaro… o i Lupi Mannari?”
“Tutto il CID è in allarme, signore. Abbiamo avuto subito il suo numero di targa, ed è nei bollettini di ricerca. Abbiamo interrogato la moglie, Barbara Chen, tra gli altri… era agitatissima, ma lucida, molto lucida.”
“Oh?”
“Sì, signore. Lei… Be’, mi ha capito.”
“Sì.”
“Ha detto che non era insolito che suo marito restasse fuori fino a tarda notte… ha detto che aveva molte riunioni di lavoro, la sera, e qualche volta doveva trovarsi presto all’ippodromo o alla barca. Sono sicuro che sapesse benissimo che lui si dava da fare. Ricostruire i movimenti di John Chen, la scorsa notte, è stato abbastanza facile, fino alle due. Ha lasciato Casey Tcholok al Vic verso le dieci e mezzo…”
“Si è visto con Bartlett, ieri sera?”
“No, signore. Bartlett è sempre rimasto sul suo aereo al Kai Tak.”
“John Chen gli ha parlato?”
“No, a meno che l’aereo possa collegarsi con la nostra rete telefonica. L’abbiamo tenuto sotto sorveglianza fino alla sorpresa di questa mattina.”
“Continui.”
“Dopo aver scaricato la signorina Tcholok – ho saputo, a proposito, che aveva la Rolls del padre – ha preso il traghetto per Hong Kong ed è entrato in un club privato cinese dalle parti di Queen’s Road. Ha lasciato liberi l’autista e la macchina…” Armstrong tirò fuori il taccuino e lo consultò. “… Era il Tong Lau Club. Lì ha incontrato un amico e collega, Wo Sang Chi, e hanno cominciato a giocare a mah-jong. Verso mezzanotte hanno smesso. Poi hanno preso un tassì: lui, Wo Sang Chi e gli altri due giocatori amici loro, Ta Pan Fat, giornalista, e Po Cha Sik, agente di cambio.”
Robert Armstrong ascoltava la propria voce che riferiva i fatti. Si era inserito nella procedura abituale della polizia, e per lui era un sollievo; distoglieva la sua mente dal fascicolo e da tutte le informazioni segrete che possedeva, e dal problema del denaro di cui aveva bisogno con tanta urgenza. Dio, come vorrei essere soltanto un poliziotto, pensò. Detestava la Special Intelligence e la necessità della sua esistenza. “Ta Pan Fat è sceso per primo dal tassì a casa sua, in Queen’s Road; poco dopo è sceso anche Wo Sang Chi, sulla stessa strada. John Chen e Po Cha Sik – pensiamo che abbiano rapporti con le triadi, e adesso stiamo controllando scrupolosamente – sono andati al Ting Ma Garage di Sunning Road, Causeway Bay, a prendere la macchina di John Chen, una Jaguar del ’60.” Armstrong consultò di nuovo il taccuino; teneva alla precisione e i nomi cinesi, anche dopo tanti anni, lo confondevano. “Un apprendista del garage, un certo Tong Ta Wey, lo ha confermato. Poi John Chen ha accompagnato a casa il suo amico Po Cha Sik, che abita al 17 di Village Street, Happy Valley. Nel frattempo Wo Sang Chi, il collega di John Chen che, abbastanza stranamente, dirige la società della Struan concessionaria in esclusiva dei trasporti da e per il Kai Tak, è andato al Sap Wah Restaurant di Fleming Road. Ha dichiarato che, dopo circa mezz’ora, John Chen lo ha raggiunto e hanno lasciato il ristorante con la macchina di Chen, per raccogliere per strada qualche ballerina e portarla a cena…”
“Non è neppure andato in una sala da ballo a comprarsi le ragazze?” chiese pensieroso Crosse. “Qual è la tariffa corrente, Brian?”
“60 dollari di Hong Kong, signore, a quell’ora di notte.”
“Sapevo che Phillip Chen ha fama di essere tirchio, ma anche John è come lui?”
“A quell’ora, signore” spiegò premuroso Brian Kwok, “molte ragazze cominciano a uscire dai club, se non hanno ancora trovato compagnia. Molti club chiudono verso la una del mattino, e la domenica è una serata piuttosto magra. Così, c’è l’abitudine di andare in giro per rimorchiare, e non ha senso sprecare 60 dollari, o magari anche il doppio o il triplo, perché le ragazze passabili vanno a gruppetti di due o tre, e di solito prima bisogna invitarle a cena. Era inutile sprecare tutto quel denaro, no, signore?”
“Lei ha l’abitudine di rimorchiare, Brian?”
“No, signore. Non ne ho bisogno… no, signore.”
Crosse sospirò e tornò a rivolgersi ad Armstrong. “Continui, Robert.”
“Bene, signore, non sono riusciti a rimorchiare neppure una ragazza, e sono andati al Copacabana Night Club del Sap Chuk Hotel su Gloucester Road per cenare. Sono arrivati verso la una. Intorno alla 1 e 45 sono usciti, e Wo Sang Chi ha dichiarato di aver visto John Chen salire in macchina. Ma non l’ha visto partire. Lui è tornato a casa a piedi, abita poco lontano. Ha detto che John Chen non era ubriaco né di cattivo umore, anzi sembrava allegro, anche se prima al club, al Tong Lau Club, era apparso irritato e aveva tagliato corto con il mah-jong. E qui finisce la pista. Non risulta che John Chen sia più stato visto da qualcuno dei suoi amici… o dai familiari.”
“Ha detto a Wo Sang Chi dove andava?”
“No. Wo Sang Chi ha pensato che tornasse a casa… ma poi ha aggiunto: ‘Potrebbe essere andato a far visita alla sua amichetta.’ Gli abbiamo chiesto chi è, ma ha risposto che non lo sapeva. Abbiamo insistito un po’, e allora ha detto che gli pareva di ricordare un nome, Fiore Fragrante… ma non l’indirizzo o il numero di telefono. È tutto.”
“Fiore Fragrante? Può riferirsi a parecchie belle di notte.”
“Sì, signore.”
Per un momento, Crosse rimase assorto nei suoi pensieri. “Perché Dunross potrebbe volere l’eliminazione di John Chen?”
I due funzionari guardarono a bocca aperta il loro superiore.
“Lo inserisca in quella sua mente da calcolatore, Brian.”
“Sì, signore, ma non c’è ragione. John Chen non costituisce una minaccia per Dunross. Non potrebbe mai esserlo… neppure se diventasse compradore. Nella Nobil Casa è il tai-pan che detiene tutto il potere.”
“È davvero così?”
“Sì. Per definizione.” Brian Kwok esitò, colto ancora una volta alla sprovvista. “Ecco, sì, signore… Io… nella Nobil Casa, sì.”
Crosse si rivolse ad Armstrong. “Dunque?”
“Non mi viene in mente nessuna ragione, signore. Per ora.”
“Bene, ci pensi.”
Crosse accese una sigaretta e Armstrong sentì, acutissimo, il desiderio di fumare. Non manterrò mai la promessa, pensò. Maledetto bastardo di un Crosse… la croce che noi dobbiamo portare! Cosa diavolo ha in mente? Vide che Crosse gli offriva il pacchetto di Senior Service, la marca che aveva sempre fumato… Non illuderti, si disse, è la marca che fumi ancora. “No, grazie, signore” disse, mentre lo stomaco gli si contorceva per le fitte.
“Lei non fuma, Robert?”
“No, signore, ho smesso… sto cercando di smettere.”
“Ammirevole! Perché Bartlett dovrebbe desiderare l’eliminazione di John Chen?”
Anche questa volta i due funzionari lo guardarono a bocca aperta. Poi Armstrong chiese, con voce gutturale: “Lei sa il perché, signore?”
“Se lo sapessi, lo domanderei a voi? Tocca a voi scoprirlo. C’è un collegamento, chissà dove. Troppe coincidenze, troppo chiare, troppo evidenti… Sì, per me puzza di KGB, e quando succedono cose del genere nella mia giurisdizione, devo confessare che mi sento infastidito.”
“Sì, signore.”
“Bene, fin qui tutto bene. Faccia pedinare la moglie di Phillip Chen… è facile che sia implicata. La posta in gioco, per lei, è certamente abbastanza alta. E per un giorno o due faccia pedinare anche Phillip Chen.”
“Già fatto, signore. Per tutti e due. Per Phillip Chen, non perché lo sospetti, ma perché credo che tutti e due si comporteranno come al solito… non collaboreranno, staranno zitti, tratteranno in segreto, pagheranno di nascosto e tireranno un sospiro di sollievo quando sarà finita.”
“Infatti. Ma perché quegli individui, anche se sono istruiti, credono di essere molto più furbi di noi e non ci aiutano a fare il lavoro che siamo pagati per svolgere?”
Brian Kwok si sentì trafiggere da quegli occhi d’acciaio, e il sudore gli scorse a rivoli lungo la schiena. Controllati, si disse. Questo bastardo è solo un diavolo straniero, incivile, mangiatore di letame, senza madre, saturo di dew neh loh moh, discendente dalle scimmie. “È una vecchia consuetudine cinese, e sono sicuro che lei la conosce, signore” disse educatamente. “Diffidare della polizia, di tutti i funzionari del governo… hanno quattromila anni d’esperienza, signore.”
“Sono d’accordo con questa ipotesi, ma con un’eccezione. I britannici. Abbiamo dimostrato al di là di ogni possibilità di dubbio che siamo degni di fiducia, che sappiamo governare e che, in genere, la nostra burocrazia è incorruttibile.”
“Sì, signore.”
Crosse l’osservò per un momento, lanciando sbuffi di fumo dalla sigaretta. Poi disse: “Robert, sa che cosa si sono detti John Chen e la signorina Tcholok?”
“No, signore. Non abbiamo ancora potuto interrogarla… è rimasta tutto il giorno alla Struan. Può essere importante?”
“Andrà alla festa di Dunross, questa sera?”
“No, signore.”
“Lei, Brian?”
“Sì, signore.”
“Bene. Robert, sono sicuro che Dunross non si offenderà se la condurrò con me. Passi a prendermi alle otto in punto. Ci sarà tutta la Hong Kong che conta… e lei potrà tenere le orecchie bene aperte e ficcare il naso dappertutto.” Sorrise della battuta e non se la prese perché gli altri due non sorrisero con lui. “Adesso leggete il rapporto. Tornerò fra poco. E Brian, per favore, questa sera non mi deluda. Sarebbe molto seccante.”
“Sì, signore”
Crosse uscì.
Quando rimasero soli, Brian Kwok si asciugò la fronte. “Quel tipo mi paralizza.”
“Sì. Lo stesso vale per me, vecchio mio. È sempre stato così.”
“Sarebbe davvero capace di mandare una squadra alla Struan?” chiese incredulo Brian Kwok. “Nel cuore della Nobil Casa?”
“Certamente. E sarebbe capace di guidarli lui. Questa è la tua prima esperienza all’SI, vecchio mio, e quindi non lo conosci come lo conosco io. Quello guiderebbe un gruppo di sicari anche all’inferno, se pensasse che ne vale la pena. Scommetto che il dossier l’ha preso lui in persona. Cristo, è stato due volte oltre confine, che io sappia, per contattare un agente. E c’è andato da solo, pensa!”
Brian soffocò un’esclamazione. “Il governatore lo sa?”
“Non credo. Si farebbe venire un colpo; e se l’MI-6 ne venisse a conoscenza, lui finirebbe arrosto, e Crosse verrebbe spedito alla Torre di Londra. È al corrente di troppi segreti per correre certi rischi… ma è Crosse, e non c’è niente da fare.”
“Chi era l’agente?”
“Il nostro uomo a Canton.”
“Wu Fong Fong?”
“No, uno nuovo… almeno era nuovo ai miei tempi. Nell’esercito.”
“Il capitano Ta Quo Sa?”
Armstrong scrollò le spalle. “Non ricordo.”
Kwok sorrise. “Giustissimo.”
“Crosse è stato ancora oltre confine. Fa sempre di testa sua.”
“Cristo, tu non puoi neppure andare a Macao perché un paio d’anni fa eri nella SI, e lui passa il confine. È matto, a correre simili rischi.”
“Sì.” Armstrong cominciò a scimmiottare Crosse. “E come mai i commercianti sanno sempre tutto prima di noi, mio caro ragazzo? Maledettamente semplice” disse, rispondendo alla propria domanda. La sua voce perse il tono ironico. “Loro spendono. Spendono un fiume di denaro, e noi no. Lui lo sa, io lo so, e lo sa tutto il mondo. Cristo, come funzionano l’FBI, la CIA, la KGB o la CIA coreana? Spendono! Cristo, è troppo facile agganciare al tuo carro Alan Medford Grant… Dunross l’ha comprato. 10.000 sterline bastano a pagare parecchi rapporti: sono state sufficienti, e forse la cifra è stata addirittura inferiore. Noi quanto veniamo pagati? 2000 all’anno per trecentosessantasei giorni, venticinque ore al giorno, e un semplice agente di ronda ne prende 400. Pensa a tutte le procedure burocratiche che dovremmo sbrogliare per ottenere uno stanziamento segreto di 10.000 sterline per pagare un uomo che ci informi. Cosa farebbero l’FBI, la CIA e la stramaledetta KGB se non avessero a disposizione fondi illimitati? Cristo” soggiunse, in tono rabbioso, “noi impiegheremmo sei mesi per ottenere il denaro, ammesso che ci riuscissimo, mentre Dunross e altri cinquanta come lui possono attingerlo alla piccola cassa.” Armstrong s’era afflosciato sulla poltrona, con gli occhi arrossati e cerchiati di nero, gli zigomi che spiccavano sotto la luce. Diede un’occhiata al fascicolo sulla scrivania ma non lo toccò: pensava alle brutte notizie che doveva contenere. “È tutto facile, per i Dunross di questo mondo” disse.
Brian Kwok annuì, si asciugò le mani e intascò il fazzoletto. “Dicono che Dunross abbia un fondo segreto, il fondo del tai-pan, creato da Dirk Struan con il bottino che si portò via quando saccheggiò e incendiò Foochow: un fondo che solo il tai-pan in carica può usare per cose del genere, per i h’eung yau, per comprare qualcuno… forse anche per commissionare un omicidio. Dicono che sia di vari milioni.”
“L’ho sentito dire anch’io. Sì. Vorrei… Oh, bene.” Armstrong fece per prendere il fascicolo, esitò, poi si alzò e andò al telefono. “Prima le cose più importanti” disse all’amico cinese con un sorriso sarcastico. “Prima è meglio che soffiamo su qualche VIP.” Fece il numero del comando della polizia di Kowloon. “Armstrong… mi passi il sergente dello staff divisionale Tang-po, per favore.”
“Buonasera, signore. Sì, signore?” La voce del sergente Tang-po era calorosa e amichevole.
“’sera, ’maggiore,” disse garbatamente Armstrong, usando l’abituale abbreviazione per “sergente maggiore”. “Ho bisogno d’informazioni. Informazioni sul destinatario dei fucili. Ho bisogno d’informazioni sull’identità dei rapitori di John Chen. Voglio John Chen – o il suo cadavere – entro tre giorni. E voglio il Lupo Mannaro… o i Lupi Mannari, al fresco, e in fretta.”
Vi fu una breve pausa. “Sì, signore.”
“Faccia passare parola, per favore. Il Grande Padre Bianco è veramente molto arrabbiato. E basta che si arrabbi un pochino perché i sovrintendenti vengano trasferiti altrove, e anche gli ispettori… e i sergenti, persino i sergenti dello staff divisionale, prima classe. Certuni vengono addirittura degradati ad agenti semplici e spediti sul confine. E qualcuno potrebbe venire addirittura radiato o deportato o mandato al fresco. Eh?”
La pausa, questa volta, fu più lunga. “Sì, signore.”
“E quando il Grande Padre Bianco è molto arrabbiato, i saggi fuggono, se possono, prima che la commissione anticorruzione piombi addosso ai colpevoli… e magari anche agli innocenti.”
Un’altra pausa. “Sì, signore. Farò passare parola, signore, subito. Sì, immediatamente.”
“Grazie, ’maggiore. Il Grande Padre Bianco è veramente molto arrabbiato. E… oh, sì.” La voce di Armstrong divenne ancora più tesa. “Magari dovrebbe chiedere aiuto ai sergenti suoi colleghi. Anche loro capiranno sicuramente che il mio modesto problema è anche un problema loro.” Poi passò al cantonese: “Quando i Draghi ruttano, tutta Hong Kong defeca. Heya?”
Una pausa ancora più lunga. “Provvederò, signore.”
“Grazie.” Armstrong posò il microfono.
Brian Kwok sogghignò. “Questo farà contrarre parecchi sfinteri.”
L’inglese annuì e tornò a sedersi, ma il suo volto non perse l’espressione dura. “Non mi piace farlo spesso – anzi, è la seconda volta che mi capita – ma non ho scelta. Il Vecchio l’ha fatto capire chiaramente. Sarà meglio che tu faccia lo stesso con le tue fonti.”
“Certo. ‘Quando i Draghi ruttano…’ Ti riferivi ai leggendari Cinque Draghi?”
“Sì.”
Il bel volto di Brian Kwok s’irrigidì… freddi occhi neri che spiccavano sulla carnagione dorata, il mento quadrato quasi imberbe. “Tang-po è uno di loro?”
“Non lo so con certezza. Ho sempre pensato che lo fosse, anche se non ho elementi su cui basarmi. No, non sono sicuro, Brian. È uno di loro?”
“Non lo so.”
“Bene, poco importa che lo sia o no. La cosa arriverà all’orecchio di uno di loro, ed è questo che mi interessa. Personalmente, sono sicurissimo che i Cinque Draghi esistono, che sono cinque sergenti divisionali cinesi, forse addirittura sergenti di stazioni di polizia, che dirigono tutto il gioco d’azzardo perle strade di Hong Kong… e forse anche qualche racket della protezione, qualche sala da ballo e le relative ragazze… cinque su undici. Cinque sergenti maggiori su undici possibilità. Eh?”
“Direi che i Cinque Draghi esistono, Robert… forse sono di più, forse di meno, ma tutto il gioco d’azzardo per le strade è in mano alla polizia.”
“Probabilmente è in mano a cinesi che fanno parte della nostra Polizia Reale, ragazzo mio” lo corresse Armstrong. “Non abbiamo ancora prove, neppure l’ombra… e sono anni che diamo la caccia a questo fuoco fatuo. Non credo che riusciremo mai a provarlo.” E sogghignò. “Forse ci riuscirai tu, quando ti nomineranno vicecommissario.”
“Smettila, Robert, per amor del cielo.”
“Cristo, hai solo trentanove anni, hai frequentato il corso per pezzi grossi dello Staff College e sei già sovrintendente. Scommetto cento contro uno che finirai con quel grado.”
“Accetto la scommessa.”
“Avrei dovuto dire 100.000” fece Armstrong, in tono fintamente acido. “Allora non avresti accettato.”
“Prova.”
“No. Non posso permettermi di perdere una somma simile… tu potresti farti ammazzare o qualcosa di simile, quest’anno o l’anno prossimo, oppure dimetterti… ma se non lo farai, allora sei destinato a diventare un pezzo grosso, sempre che tu te la senta.”
“Questo vale per tutti e due.”
“Per me no… io sono il tipo dell’inglese arrabbiato.” Armstrong gli batté allegramente la mano sulla spalla. “Sarà un gran giorno. Ma neppure tu riuscirai a costringere i Draghi a chiudere bottega… anche se trovassi le prove, e ne dubito.”
“No?”
“No. Non me la prendo per il gioco d’azzardo. Tutti i cinesi vogliono giocare, e se certi sergenti cinesi della polizia gestiscono il gioco d’azzardo per le strade, allora è molto pulito e abbastanza onesto, anche se illecito. Se non lo gestissero loro, lo farebbero le triadi, e i gruppi dei piccoli, luridi bastardi che ci sforziamo di tenere separati si unirebbero in un grosso tong, e allora avremmo veramente un grosso problema. Tu mi conosci, ragazzo mio: non sono il tipo che voglia pestare i piedi a nessuno, ed è per questo che non diventerò mai vicecommissario. Mi piace lo status quo. I Draghi gestiscono il gioco d’azzardo, e così noi teniamo divise le triadi… e finché i poliziotti faranno causa comune e continueranno a essere in assoluto la triade più forte di Hong Kong, avremo sempre pace per le strade, una popolazione disciplinata e poca o niente criminalità… criminalità violenta.”
Brian Kwok lo fissò. “Credi davvero in quello che dici, eh?”
“Sì. Per quanto sia strano, oggi i Draghi sono uno dei nostri appoggi più forti. Siamo franchi, Brian, solo i cinesi possono governare i cinesi. Lo status quo sta bene anche a loro… la criminalità violenta no. Quindi otteniamo aiuto quando ne abbiamo bisogno – almeno qualche volta – un aiuto che i diavoli stranieri non riuscirebbero ad assicurarsi in nessun altro modo. Non approvo la loro corruzione né le violazioni della legge, per niente… e neppure le bustarelle e tutte le altre schifate che siamo costretti a fare, e gli informatori… ma quale polizia al mondo potrebbe funzionare senza sporcarsi le mani, qualche volta, e senza quei piccoli, sporchi bastardi d’informatori? Quindi, il male che i Draghi rappresentano qui sopperisce a una necessità, credo. Hong Kong è Cina, e la Cina è un caso speciale. Finché si tratta soltanto del gioco d’azzardo illegale, non m’interessa. Se stesse a me decidere, lo legalizzerei anche stasera: ma farei a pezzi tutti quelli del racket della protezione, la protezione delle sale da ballo e delle ragazze e così via. Non sopporto i magnaccia, lo sai. Il gioco è diverso. Come puoi impedire a un cinese di giocare d’azzardo? È impossibile. E allora legalizziamolo, e tutti saranno contenti. Da quanti anni la polizia di Hong Kong lo ha proposto? E ogni anno, sempre lo stesso rifiuto. Vent’anni, che io sappia. Ma… oh, no! E perché? Macao. È molto semplice. La cara, vecchia Macao portoghese vive di gioco d’azzardo illegale e di contrabbando d’oro, e noi del Regno Unito non possiamo permettere che il nostro vecchio alleato vada in malora.”
“Vogliamo Robert Armstrong come primo ministro!”
“Vai al diavolo! Ma è vero. Il denaro che arriva grazie al gioco d’azzardo illegale è il nostro unico vero fondo… quasi tutto viene speso per pagare la nostra cerchia d’informatori. Dove credi che possiamo ottenere denaro in fretta? Dal governo riconoscente? Non farmi ridere! Da qualche dollaro di tasse in più pagato dalla riconoscente popolazione che noi proteggiamo? Ah!”
“Può darsi. O forse no, Robert. Ma certamente, una volta o l’altra, questo sistema ci scoppierà in faccia. Le bustarelle che si trovano ‘per caso’ in un cassetto in una stazione di polizia? Non è così?”
“Sì, ma non ci andrò di mezzo io, perché non ci sono dentro, non distribuisco e non prendo quel denaro, e lo stesso vale per la stragrande maggioranza. Britannici o cinesi. E intanto, come facciamo, noi trecentoventisette poveri diavoli stranieri funzionari di polizia, a controllare più di ottomila tra ufficiali e agenti e altri tre milioni e mezzo di piccoli bastardi che ci odiano a morte?”
Brian Kwok rise. Era una risata contagiosa: Armstrong rise con lui e soggiunse: “Vai al diavolo per avermi indotto a sfogarmi.”
“Grazie altrettanto. E adesso, quello lo leggi prima tu, o lo leggo prima io?”
Armstrong abbassò lo sguardo sul fascicolo che teneva in mano. Era smilzo: conteneva dodici fogli dattiloscritti a spazi stretti, e sembrava piuttosto un bollettino, diviso in vari capitoletti. L’indice annunciava: Parte I: Previsioni sulla politica e gli affari del Regno Unito. Parte II: Il KGB in Asia. Parte III: Oro. Parte IV: Recenti sviluppi della CIA.
Stancamente, Armstrong appoggiò i piedi sulla scrivania e si abbandonò ancora di più sulla poltrona. Poi cambiò idea e passò il fascicolo. “Ecco, prendilo tu. Tanto, tu leggi più in fretta di me. Sono stanco di leggere resoconti di disastri.”
Brian Kwok lo prese, dominando a stento l’impazienza. Il cuore gli batteva forte. L’aprì e cominciò a leggere.
Armstrong l’osservava. Vide la faccia dell’amico cambiare immediatamente espressione e impallidire. E questo lo preoccupò. Brian Kwok non era il tipo che inorridiva facilmente. Lo vide leggere fino in fondo senza fare commenti, e poi tornare indietro per controllare qualche capoverso qua e là. Poi Brian Kwok chiuse adagio il fascicolo.
“Siamo a questo punto!” disse Armstrong.
“È anche peggio. In parte… ecco, se non fosse firmato da A. Medford Grant, direi che è impazzito. Afferma che la CIA ha un legame con la mafia, che sta tramando e ha tramato per eliminare Castro, è presente in forze nel Vietnam, ha le mani nella droga e Dio sa che altro ancora… ecco, leggi.”
“E la talpa?”
“Abbiamo veramente una talpa.” Brian riaprì il fascicolo e cercò il capoverso. “Ascolta: ‘Non ci sono dubbi circa il fatto che attualmente ci sia un agente comunista ad alto livello nella polizia di Hong Kong. Documenti segretissimi fornitici dal generale Hans Richter – vicecapo del Servizio di Sicurezza Interna della Germania Orientale – passato a noi nel marzo di quest’anno, precisano chiaramente che il nome in codice dell’agente è Nostro Amico, che è in situ da almeno dieci anni, probabilmente quindici. Il suo contatto è probabilmente un funzionario del KGB a Hong Kong che si spaccia per un uomo d’affari d’uno dei paesi oltre cortina, o forse per banchiere o giornalista o per un marinaio d’uno dei mercantili sovietici che fanno scalo a Hong Kong o vi si fermano per riparazioni. Tra le altre informazioni documentate che a quanto ci risulta il Nostro Amico ha fornito al nemico, ci sono: tutti i canali radio riservati, tutti i numeri telefonici privati del governatore, del capo della polizia e dei più alti funzionari del governo di Hong Kong, oltre a dossier privatissimi su molti di loro…’”
“Dossier?” l’interruppe Armstrong. “E sono inclusi?”
“No.”
“Merda! Continua, Brian.”
“‘… molti di loro; i piani di battaglia riservati della polizia nell’eventualità di un’insurrezione provocata dai comunisti, o di un ripetersi dei disordini di Kowloon; copie di tutte le cartelle personali di tutti i funzionari di polizia al di sopra del grado d’ispettore; i nomi dei sei principali agenti clandestini nazionalisti del Kuomintang operanti a Hong Kong attualmente agli ordini del generale Jen Tang-wa (Appendice A); un elenco dettagliato degli agenti della Special Intelligence di Hong Kong nel Kwantung, agli ordini dell’agente Wu Fong Fong (Appendice B).’”
“Gesù!” esclamò Armstrong. “Sarà meglio che tiriamo fuori in fretta il vecchio Fong Fong e i suoi ragazzi.”
“Sì.”
“Wu Tat-sing è nell’elenco?”
Kwok controllò l’appendice. “Sì. Ascolta. La sezione finisce così: ‘… La conclusione della vostra commissione è che, fino a quando il traditore non verrà eliminato, la sicurezza interna di Hong Kong resterà problematica. Non sappiamo perché queste informazioni non siano state ancora inoltrate alla polizia stessa. Presumiamo che sia dovuto alle attuali infiltrazioni politiche sovietiche a tutti i livelli dell’amministrazione del Regno Unito, che permettono ai Philby di esistere, e fanno in modo che informazioni come le presenti vengano insabbiate o minimizzate o svisate (questo costituiva il materiale per lo Studio 4/1962). Suggeriamo pertanto che il presente rapporto, o almeno parti di esso, venga subito presentato al governatore o al commissario della polizia di Hong Kong, se li considera degni di fiducia.’” Brian alzò la testa, sconvolto. “Qui c’è un paio di altri passi, Cristo, sulla situazione politica nel Regno Unito, e poi c’è il Sevrin… Leggi.” Scrollò il capo; sembrava distrutto. “Cristo, se è vero… ci siamo dentro fino al collo. Dio del cielo!”
Armstrong imprecò sottovoce. “Chi? Chi può essere la spia? Deve essere molto in alto. Chi?”
Dopo un lungo silenzio, Brian disse: “L’unico… l’unico che può sapere tutto è Crosse.”
“Oh, andiamo, per amor di Dio!”
“Pensaci, Robert. Conosceva Philby. Non frequentava Cambridge anche lui? Entrambi provengono dallo stesso ambiente, sono più o meno coetanei, entrambi erano nel servizio segreto durante la guerra… come Burgess e Maclean. Se Philby ha potuto cavarsela impunemente per tanti anni, perché Crosse non può avere fatto altrettanto?”
“Impossibile!”
“E chi, se non lui? Non è stato nell’MI-6 per tutta la vita? Non ha fatto un turno qui, all’inizio degli anni cinquanta, e non è stato rimandato qui per creare la nostra SI come ramo speciale dell’SB, cinque anni fa? E da allora non ne è il direttore?”
“Questo non prova niente.”
“Oh?”
Vi fu un altro lungo silenzio. Armstrong fissava intento l’amico. Lo conosceva troppo bene per non capire quando faceva sul serio. “Non hai altro?”
“Diciamo che Crosse è omosessuale.”
“Sei ammattito” esplose Armstrong. “È sposato e… e nonostante sia un gran figlio di puttana, non s’è mai sentito l’odore di qualcosa del genere, mai.”
“Sì, ma non ha figli, sua moglie risiede quasi sempre in Inghilterra, e quando è qui dormono in camere separate.”
“E tu come lo sai?”
“L’amah deve saperlo, e quindi se volessi accertarmene non sarebbe difficile.”
“Questo non prova niente. Ci sono tanti coniugi che dormono in stanze separate. Ti sbagli, sul conto di Crosse.”
“E se potessi darti la prova?”
“Che prova?”
“Dove va sempre, per una parte delle ferie? In Malesia. Diciamo che là ha un amico, un giovane malese, notoriamente omosessuale.”
“Avrei bisogno di fotografie, e sappiamo tutti e due che è facile truccare le foto” ribatté Armstrong in tono aspro. “Avrei bisogno di registrazioni, e sappiamo che anche i nastri si possono truccare. Il giovane? Questo non prova niente. È il più antico di tutti i trucchi, fornire false testimonianze e falsi testimoni. Non c’è mai stato niente… e anche se fosse omosessuale, non sarebbe una prova… non tutti i deviati sono traditori.”
“No. Ma tutti i deviati sono esposti al ricatto. E se lui lo è, sarebbe sospetto. Molto sospetto. Giusto?”
Armstrong si guardò intorno, inquieto. “Non mi va neppure di parlarne, qui dentro. Lui potrebbe aver fatto mettere microfoni nascosti.”
“E se fosse?”
“E se fosse, e se quello che stai dicendo è vero, può bruciarci così in fretta da farti girare la testa. Può bruciarci comunque.”
“Può darsi… ma se è lui, saprà che gli abbiamo messo gli occhi addosso; e se non è lui, riderà di noi e mi butterà fuori dall’SI. Comunque, Robert, non può bruciare tutti i cinesi che sono nella polizia.”
Armstrong lo fissò. “E questo cosa vorrebbe dire?”
“Forse esiste un dossier su di lui. Forse tutti i cinesi al di sopra del grado di caporale lo hanno letto.”
“Cosa?”
“Andiamo, Robert, sai benissimo che i cinesi sono molto solidali. Forse c’è un dossier, for…”
“Vuoi dire che siete tutti organizzati in una specie di confraternita? Un tong, una società segreta? Una triade all’interno della polizia?”
“Ho detto ‘forse’. Sono supposizioni. Ho detto ‘forse’ e ‘può darsi’.”
“Chi è il Drago Supremo? Tu?”
“Non ho mai detto che esiste un gruppo del genere. Ho detto ‘forse’.”
“Ci sono altri dossier? Su di me, per esempio?”
“Forse.”
“E…?”
“E se ci fosse, Robert” disse gentilmente Brian Kwok, “direbbe che tu eri un ottimo funzionario di polizia, incorrotto, che hai giocato forte in Borsa e hai fatto speculazioni sbagliate e hai bisogno di 20.000 dollari e passa per liquidare certi debiti urgenti… e alcune altre cose.”
“Quali altre cose?”
“Questa è la Cina, vecchio mio. Conosciamo quasi tutto ciò che ha a che fare con i quai loh, qui. Dobbiamo saperlo per sopravvivere, no?”
Armstrong lo guardò in modo strano. “Perché non me l’avevi mai detto?”
“Non ti ho detto niente neppure ora. Niente. Ho detto ‘forse’ e ripeto ‘forse’. Ma se è tutto vero…” Brian Kwok passò il fascicolo e si asciugò il sudore sul labbro. “Leggi. Se è vero siamo in alto mare senza remi e dovremo agire molto in fretta. Quel che ho detto… sono tutte supposizioni. Ma non per quanto riguarda Crosse. Stammi a sentire, Robert, sono pronto a scommettere, mille… mille contro uno che la talpa è lui.”