10.

Ore 19,43

Dunross terminò di rileggere per la terza volta il fascicolo dalla copertina azzurra. L’aveva letto appena era arrivato – come sempre – e poi di nuovo durante il tragitto verso il palazzo del governatore. Chiuse la copertina azzurra e lo posò per un momento sulle ginocchia, completamente assorto. Era nel suo studio, al secondo piano della Grande Casa situata su un dosso, sulle balze più alte del Peak. Le grandi finestre erano affacciate sui giardini illuminati dai riflettori e poi, molto più in basso, la città e l’immensità del porto.

L’antico orologio a pendolo suonò le otto meno un quarto.

Ancora quindici minuti, pensò. Poi arriveranno gli invitati e incomincerà la festa e prenderemo tutti parte a una nuova mascherata. O forse continueremo quella abituale.

Lo studio aveva il soffitto alto, le pareti rivestite da pannelli di quercia, tende di velluto verdescuro, e tappeti cinesi di seta. Era una stanza maschile, comoda, vecchia, un po’ logora e molto cara. Dunross sentiva salire le voci dei servitori dal piano terreno. Una macchina salì il dosso e passò oltre.

Squillò il telefono. “Sì? Oh, salve, Claudia.”

“Non sono ancora riuscita a mettermi in contatto con Tsu-yan, tai-pan. Non era in ufficio. Le ha telefonato?”

“No. Non ancora. Continui a provare.”

“Sì. Ci vediamo fra poco.”

Dunross stava seduto in poltrona; portava lo smoking, e non aveva ancora annodato la cravatta. Guardava distrattamente dalle finestre: il panorama era sempre gradevole. Ma quella sera si sentiva pervaso da spiacevoli presentimenti, pensando al Sevrin e al traditore e a tutte le altre cose predette dal rapporto.

Che cosa doveva fare?

“Ridi” disse a voce alta. “E lotta.”

Si alzò, andò a fermarsi davanti al vecchio ritratto a olio di Dirk Struan, sopra il camino. La cornice era massiccia, intagliata e dorata: era molto vecchia, e la doratura qua e là era scrostata. C’erano cardini nascosti, su un lato. Dunross scostò il quadro dalla parete e aprì la cassaforte che stava dietro. La cassaforte conteneva molte carte, alcune ordinatamente legate con nastri scarlatti, alcune antiche, altre nuove, qualche cassettina, una Mauser carica ben oliata appesa a un gancio, una scatola di munizioni, un’enorme, vecchia Bibbia con lo stemma degli Struan impresso sulla rilegatura in pelle e sette fascicoli dalla copertina azzurra come quello che Dunross aveva in mano.

Pensierosamente, mise anche quel fascicolo accanto agli altri, in sequenza. Per un momento lì fissò, poi fece per chiudere la cassaforte, ma cambiò idea quando il suo sguardo cadde sull’antica Bibbia. L’accarezzò, poi la tirò fuori e l’aprì. Fissate al risguardo con la ceralacca c’erano le metà di due vecchie monete cinesi di bronzo, spezzate irregolarmente. Un tempo le mezze monete erano state evidentemente quattro, perché c’erano ancora le impronte delle due che mancavano, e le tracce della stessa ceralacca rossa. Lo scritto sulla parte alta del risguardo era elegante come un’incisione su rame: “Giuro, per il Signore Iddio, che a chiunque presenti l’altra metà di una di queste monete, io accorderò qualunque cosa egli desideri.” Era firmato Dirk Struan, 10 giugno 1841, e sotto la sua firma c’era quella di Culum Struan, e poi via via venivano quelle degli altri tai-pan. L’ultimo nome era Ian Dunross.

Accanto al primo spazio dove un tempo c’era una moneta stava scritto: “Wu Fang Choi, pagato in parte, 16 agosto, anno del Signore 1841”, ed era firmato da Dirk Struan e controfirmato da Culum Struan, in data 18 giugno 1845, con l’annotazione: “Saldato”. Accanto al secondo spazio: “Sun Chen-yat, saldato, ottobre 1911”. Firmato, con uno svolazzo, “Hag Struan”.

Ah, pensò Dunross, colpito, che meravigliosa arroganza… così sicura di sé da firmare così e non “Tess Struan”, in modo che vedessero tutte le future generazioni.

Quante altre generazioni? si chiese. Quanti altri tai-pan dovranno firmare alla cieca e pronunciare il Giuramento Sacro, impegnandosi a fare la volontà di un uomo morto ormai da un secolo e mezzo?

Pensosamente, passò il dito sui bordi irregolari delle due mezze monete che ancora restavano. Dopo un momento chiuse con fermezza la Bibbia, la rimise a posto, la toccò ancora una volta per scaramanzia e chiuse la cassaforte. Riaccostò il quadro e alzò gli occhi verso il ritratto, fermandosi con le mani in tasca davanti alla mensola di vecchia quercia intagliata e scheggiata qua e là, con lo stemma degli Struan, al vecchio parafuoco cinese davanti all’enorme camino.

Quel ritratto a olio di Dirk Struan era il suo preferito: l’aveva tolto dalla galleria quando era diventato tai-pan, e l’aveva appeso lì, al posto d’onore… invece del ritratto di Hag Struan che era rimasto sul camino dello studio del tai-pan fin da quando era esistita la Grande Casa. Entrambi i ritratti erano opera di Aristotle Quance. Dirk Struan era raffigurato sullo sfondo di un tendaggio cremisi: arrogante, robusto, in giacca nera, panciotto e cravatta, camicia bianca pieghettata. Sopracciglia folte, naso energico, volto sbarbato, capelli e basette rossicci, labbra sensuali… e quegli occhi verdi che ti trapassavano, posti in risalto dal nero e dal bianco e dal cremisi.

Dunross sorrise lievemente, senza paura e senza invidia: lo sguardo del suo antenato, anzi, lo calmava… e sapeva di essere posseduto, parzialmente posseduto da lui. Alzò il bicchiere di champagne verso il quadro, scherzosamente e quasi ironicamente, come aveva fatto tante volte. “Salute!”

Gli occhi lo fissavano.

Tu che cosa faresti, Dirk… Dirk dei fuochi fatui? pensò.

“Probabilmente diresti: trova i traditori e uccidili” disse. “E probabilmente avresti ragione.”

Il problema del traditore nella polizia non l’aveva sconvolto quanto le informazioni sulla rete di spie del Sevrin, i suoi legami con gli Stati Uniti e i sorprendenti proselitismi segreti fatti dai comunisti in Gran Bretagna. Dove diavolo Grant si procura tutte le sue informazioni? si chiese per la centesima volta.

Ricordava il loro primo incontro. Alan Medford Grant era un uomo piccolo e quasi calvo che sembrava un folletto, con gli occhi grandi e i grossi denti, il lindo abito gessato e la bombetta. Aveva provato per lui un’immediata simpatia.

“Non si preoccupi, signor Dunross” aveva detto Grant quando Dunross l’aveva assoldato nel 1960, appena diventato tai-pan. “Le assicuro che non ci saranno conflitti d’interessi con il governo di Sua Maestà, se io presiederò la sua commissione di ricerca su base non esclusiva, come ci siamo accordati. Le trasmetterò – in via confidenziale, naturalmente, per suo uso personale e assolutamente non a fini di pubblicazione – soltanto il materiale riservato che, secondo la mia opinione, non può mettere in pericolo gli interessi della nazione. Dopotutto, i nostri interessi coincidono, no?”

“Credo di sì.”

“Posso chiederle come ha sentito parlare di me?”

“Abbiamo amici altolocati, signor Grant. In certi ambienti, lei è famoso. Forse anche un ministro degli Esteri sarebbe ben lieto di raccomandarla” aveva soggiunto Dunross, con molto tatto.

“Ah, sì.”

“Il nostro accordo è soddisfacente?”

“Sì… inizialmente un anno, prorogabile a cinque se tutto va bene. E dopo cinque anni?”

“Altri cinque” aveva risposto Dunross. “Se otterremo i risultati che voglio, il suo onorario verrà raddoppiato.”

“Ah. Molto generoso. Ma posso chiederle perché è così generoso – forse prodigo sarebbe un termine più esatto – con me e questa futura commissione?”

“Sun Tzu diceva: ‘Ciò che consente a un saggio sovrano o a un buon generale di colpire e vincere e ottenere cose al di fuori della portata degli uomini normali è la preconoscenza. La preconoscenza si può avere solo tramite le spie. Non vi è nulla di più importante per lo stato che la qualità delle sue spie. Costa diecimila volte meno pagare munificamente le spie migliori che pagare miseramente un piccolo esercito.’”

Alan Medford Grant aveva sorriso. “Infatti! Le mie 8500 sterline l’anno sono un compenso davvero munifico, signor Dunross. Oh, sì. Davvero.”

“Crede che potrei investirle in modo migliore?”

“No, se rispetterò i miei impegni, se io e coloro che sceglierò saremo i migliori in circolazione. Ma anche così, oltre 30.000 sterline annue in stipendi… un fondo di 100.000 sterline per… per gli informatori e le informazioni, per gli stanziamenti segreti… bene, mi auguro che sarà soddisfatto del suo investimento.”

“Se lei è veramente quanto c’è di meglio, lo recupererò al mille per cento. È quello che conto di fare” aveva detto Dunross: e ci contava davvero.

“Farò tutto il possibile, naturalmente. Ora, per l’esattezza, che tipo d’informazioni le interessa?”

“Tutte le informazioni, commerciali, economiche, politiche, che possano favorire il piano della Struan, con particolare riferimento al Bordo del Pacifico e alle posizioni dei russi, degli americani e dei giapponesi. Probabilmente, su quelle dei cinesi i meglio informati siamo noi. La prego di fornirmene magari più del necessario, anziché meno. Per la verità, qualunque cosa potrebbe essere utile, perché voglio svincolare la Struan dal commercio con la Cina… e più precisamente voglio rendere internazionale la compagnia e diversificarla rispetto all’attuale dipendenza dalle relazioni con i cinesi.”

“Benissimo. Primo: non vorrei inviare i rapporti per posta.”

“Userò un corriere personale.”

“La ringrazio. Secondo: devo avere libertà di scegliere, nominare e allontanare gli altri membri della commissione… e spendere il denaro nel modo che reputo più opportuno.”

“D’accordo.”

“Cinque membri saranno sufficienti.”

“Quanto intende pagarli?”

“5000 sterline l’anno per ciascuno, come onorario su base non esclusiva, andrebbero benissimo. Per questa cifra, posso assicurarmi gli uomini migliori. Sì. Nominerò poi vari membri associati per gli studi speciali, via via che ne avrò bisogno. Dato che quasi tutti i nostri contatti saranno all’estero, e molti saranno in Svizzera, è possibile che i fondi vengano messi a disposizione là?”

“Depositerò la somma trimestrale che abbiamo concordato su un conto svizzero numerato. Lei potrà attingere ai fondi quando ne avrà bisogno… solo con la sua firma, o la mia. Presenterà i rendiconti esclusivamente a me, ogni trimestre. Se desidera stabilire un codice, per me sta bene.”

“Magnifico. Non potrò nominare nessuno… non potrò indicare le persone cui darò il denaro.”

Dopo una pausa, Dunross aveva detto: “D’accordo.”

“La ringrazio. Noi due ci comprendiamo, credo. Può darmi un esempio di quel che le interessa?”

“Eccolo: non voglio farmi cogliere alla sprovvista come il mio predecessore durante la crisi di Suez.”

“Oh! Si riferisce al fiasco del 1956, quando Eisenhower ci ha tradito ancora una volta e ha causato il fallimento dell’attacco franco-britannico-israeliano contro l’Egitto… perché Nasser aveva nazionalizzato il Canale?”

“Sì. Ci è costato un patrimonio… ha dissestato i nostri interessi nel Medio Oriente e per poco non ci ha rovinati. Se il tai-pan mio predecessore avesse saputo della possibilità che Suez venisse chiuso, avremmo potuto guadagnare una fortuna prenotando i trasporti marittimi… incrementando la nostra flotta… O se avessimo saputo in anticipo come la pensavano gli americani, in particolare che Eisenhower si sarebbe schierato ancora una volta contro di noi a fianco dell’Unione Sovietica, avremmo certamente potuto contenere le perdite.”

Alan Medford Grant aveva risposto in tono triste: “Lei sa che aveva minacciato di congelare tutti i conti britannici, francesi e israeliani negli Stati Uniti, se non ci fossimo ritirati immediatamente dall’Egitto, quando eravamo a poche ore dalla vittoria? Credo che tutti i nostri attuali problemi nel Medio Oriente derivino da quella decisione americana. Sì. Senza volerlo, gli Stati Uniti approvarono per la prima volta nella storia la pirateria internazionale e stabilirono un precedente per altre, future piraterie. Nazionalizzazione! Che ironia! Furto è il termine più esatto… o pirateria. Sì. Eisenhower fu mal consigliato. E fu mal consigliato a seguire gli assurdi accordi politici di Yalta conclusi da un Roosevelt ammalatissimo e da un incompetente come Attle per consentire a Stalin di fagocitare gran parte dell’Europa, quando era chiaro, da un punto di vista militare, anche per il politicante più stupido e per il generale più fossilizzato, che era contrario ai nostri interessi nazionali, nostri e degli Stati Uniti. Credo che in verità Roosevelt ci odiasse… noi e il nostro Impero.”

L’ometto aveva congiunto le punte delle dita, sorridendo. “Temo che vi sia un grosso svantaggio nel fatto di servirsi di me, signor Dunross. Sono completamente britannico, anticomunista, e soprattutto ostile al KGB, che è lo strumento principale della politica estera sovietica, apertamente ed eternamente votata al nostro annientamento: quindi potrà non tener conto, se vuole, di alcune delle mie previsioni più pepate. Sono assolutamente contrario a un partito laburista dominato dalla sinistra, e non manco mai di rammentare a chiunque sia disposto ad ascoltarmi che l’inno del partito laburista è Bandiera rossa.” Alan Medford Grant aveva sorriso con quella sua aria da folletto. “È meglio che lei lo sappia subito. Sono monarchico, lealista, e credo nel sistema parlamentare britannico. Non le fornirò mai volontariamente informazioni false, ma la mia valutazione sarà condizionata dai miei pregiudizi. Posso chiederle qual è la sua linea politica?”

“A Hong Kong non abbiamo politica, signor Grant. Non votiamo, non ci sono elezioni… siamo una colonia, più esattamente una colonia porto-franco, non una democrazia. La Corona governa… o meglio, il governatore governa dispoticamente per conto della Corona. Ha un consiglio legislativo, ma il consiglio ha funzioni puramente nominali, e storicamente la politica è quella del laissez-faire. Saggiamente, lascia che le cose vadano come vanno. Dà ascolto al mondo degli affari, apporta i cambiamenti sociali con molta prudenza e lascia ognuno libero di guadagnare denaro o di non guadagnarlo, di costruire, allargarsi, rovinarsi, andare e venire, sognare o star sveglio, vivere o morire meglio che può. Il prelievo fiscale massimo è del 15 per cento, ma solo sul denaro guadagnato a Hong Kong. Non abbiamo una politica e non vogliamo la politica… e la Cina non vuole che l’abbiamo. Anche loro sono favorevoli allo status quo. La mia politica personale? Sono monarchico, sono per la libertà e per il libero scambio. Sono scozzese: sono per la Struan, sono per il laissez-faire a Hong Kong e per la libertà in tutto il mondo.”

“Credo che noi due ci comprendiamo benissimo. Ottimo. Non avevo mai lavorato per un privato… solo per il governo. Per me sarà un’esperienza nuova. Mi auguro che ne sarà soddisfatto.” Grant s’era interrotto, riflettendo per un momento. “Come Suez nel ’56?” E aveva socchiuso gli occhi. “Bene, calcoli che l’America perderà il Canale di Panama.”

“È ridicolo!”

“Oh, non si scandalizzi, signor Dunross! È troppo facile. Pensi a dieci o quindici anni di attività ostile e di discorsi progressisti in America, abilmente assecondati dai benpensanti che credono nella fondamentale bontà della natura umana, aggiunga una modesta quantità di agitazioni preordinate a Panama, studenti e così via – di preferenza sempre gli studenti – favorite in segreto da alcuni agitatori professionisti pazienti e ben preparati, dall’assistenza e dai finanziamenti segreti e da un piano a lungo termine del KGB… e a tempo debito il Canale potrebbe passare dalle mani degli Stati Uniti a quelle del nemico.”

“Non lo tollereranno mai.”

“Ha ragione, signor Dunross, ma staranno lì senza alzare un dito fino a quando accadrà. C’è un sistema migliore, per mettere la corda al collo al nemico dichiarato, alla maggiore potenza capitalista, in caso di ostilità o di crisi, che essere in grado di bloccare il Canale di Panama o almeno farlo tremare un po’? Basterebbe una sola nave affondata in uno qualunque di cento punti diversi, o una chiusa devastata, perché il canale restasse bloccato per anni.”

Dunross ricordava che aveva versato di nuovo da bere, prima di rispondere; e poi aveva detto: “Lei ci consiglia di preparare un piano in vista di una eventualità di questo genere?”

“Sì” aveva detto Alan Medford Grant, con quella sua straordinaria innocenza. “Prendo molto sul serio il mio lavoro, signor Dunross. Il lavoro che mi sono scelto consiste nell’individuare, smascherare e valutare le mosse del nemico. Non sono ostile ai russi o ai cinesi o ai tedeschi orientali o ad altri del blocco… al contrario, desidero disperatamente aiutarli. Sono convinto che ci troviamo in guerra e che il nemico di tutti i popoli sia il seguace del partito comunista, indipendentemente dal fatto che sia britannico, sovietico, cinese, ungherese, americano, irlandese… o magari marziano. Sono tutti collegati, in un modo o nell’altro, e la KGB, piaccia o no, è al centro della ragnatela.” Aveva sorseggiato il drink che Dunross gli aveva appena offerto. “Questo whisky è meraviglioso, signor Dunross.”

“È Loch Vey… viene da una piccola distilleria nei pressi delle nostre terre, nell’Ayr. È una delle aziende Struan.”

“Meraviglioso!” Un altro sorso di whisky, e Dunross prese mentalmente nota di mandarne una cassa ad Alan Medford Grant per Natale… se i rapporti iniziali fossero risultati interessanti.

“Non sono un fanatico, signor Dunross, e neppure un sobillatore. Riferisco e faccio previsioni. Certuni fanno collezione di francobolli. Io raccolgo segreti…”

I fari di una macchina che superava la curva seminascosta della strada sottostante distrassero Dunross per un momento. Andò alla finestra e seguì con gli occhi la macchina fino a quando scomparve, apprezzando il rombo del motore. Poi sedette in poltrona e si perse di nuovo nei suoi pensieri. Sì, signor Grant, tu fai veramente collezione di segreti, pensò, come sempre sbalordito dalla vastità della conoscenza di quell’ometto.

Sevrin… Dio onnipotente! Se è vero…

Fino a che punto le tue informazioni sono esatte, questa volta? Fino a che punto posso fidarmi di te questa volta… fino a che punto posso rischiare?

Nei rapporti precedenti Grant aveva fornito due proiezioni che, finora, avevano trovato conferma. Con un anno d’anticipo, Grant aveva predetto che de Gaulle avrebbe messo il veto all’ingresso della Gran Bretagna nel MEC, che il generale avrebbe assunto posizioni sempre più antibritanniche, antiamericane e filosovietiche e che, spinto da influenze esterne e incoraggiato da uno dei suoi consiglieri più intimi – una talpa del KGB – avrebbe sferrato un attacco a lungo termine contro l’economia degli Stati Uniti tramite la speculazione sull’oro. Dunross non aveva tenuto conto della previsione, giudicandola assurda, e aveva perduto la possibilità di guadagnare somme enormi.

Recentemente, con sei mesi di anticipo, Grant aveva previsto la crisi dei missili di Cuba: aveva predetto che Kennedy avrebbe battuto i pugni sul tavolo, bloccato Cuba ed esercitato la necessaria pressione, senza cedere di fronte al rischio di una guerra mondiale, e che Chruščëv avrebbe fatto marcia indietro. Puntando sulla possibilità che Grant avesse ragione anche quella volta – sebbene una crisi cubana sembrasse estremamente improbabile al momento previsto – Dunross aveva fatto guadagnare alla Struan mezzo milione di sterline, acquistando la futura produzione di zucchero delle Hawaii, altre 600.000 sterline le aveva guadagnate in Borsa, più altre 600.000 per il fondo segreto del tai-pan… e aveva stabilito un piano a lunga scadenza per investire nelle piantagioni di canna da zucchero nelle Hawaii non appena avesse avuto a disposizione il necessario strumento finanziario. E adesso lo hai, si disse allegramente. La Par-Con.

“Lo hai… quasi” mormorò, correggendosi.

Fino a che punto posso fidarmi di questo rapporto? Finora i servigi di Grant sono stati un investimento gigantesco, nonostante tutte le sue divagazioni, pensò. Sì. Ma è un po’ come avere un astrologo personale. Qualche previsione esatta non significa che debbano essere esatte tutte quante. Hitler aveva il suo indovino. E anche Giulio Cesare. Sii prudente, si disse.

Cosa devo fare? Adesso o mai più.

Sevrin. Alan Medford Grant aveva scritto: “Vari documenti a noi consegnati e confermati dalla spia francese Marie d’Orléans, catturata dalla Sureté il 16 giugno, indicano che il V Dipartimento del KGB (Disinformazione – ESTREMO ORIENTE) ha in situ una rete spionistica finora sconosciuta in tutto l’Estremo Oriente, nome in codice Sevrin. Le finalità del Sevrin sono chiaramente formulate nel documento istitutivo:

“Scopo: paralizzare la Cina revisionista, ufficialmente riconosciuta dal Comitato Centrale dell’URSS come principale nemica, seconda soltanto agli USA capitalisti.

“Procedura: eliminazione definitiva di Hong Kong quale bastione del capitalismo in Estremo Oriente e principale fonte per la Cina di tutta la valuta straniera, l’assistenza straniera e ogni assistenza tecnica e industriale di qualunque tipo.

“Metodo: infiltrazioni a lungo termine nella stampa e nei mass-media, nel governo, nella polizia, nel mondo degli affari e nella pubblica istruzione con la collaborazione di stranieri amici controllati dal Centro… ma solo secondo le procedure speciali adottate in Asia.

“Data d’inizio: immediata.

“Durata dell’operazione: provvisoriamente trent’anni.

“Data obiettivo: 1980-83.

“Classificazione: Uno Rosso.

“Stanziamenti: massimi.

“Approvazione: L.B. 14 marzo 1950.

“È interessante notare” aveva continuato Grant, “che il documento è firmato nel 1950 da L.B. – presumibilmente Lavrentij Berija – quando l’Unione Sovietica era ufficialmente alleata con la Cina comunista e che, già a quei tempi, la Cina era considerata il nemico numero due. (Vedasi il nostro precedente rapporto 3/1963, Russia contro Cina.)

“La Cina, storicamente, è il grande obiettivo – lo è sempre stata e lo sarà sempre – della Russia imperialista ed egemonica. Il possesso della Cina, o la sua suddivisione in stati soggetti balcanizzati è l’eterna chiave di volta della politica estera russa. Prima, naturalmente, viene l’annientamento dell’Europa occidentale perché poi, i russi ne sono convinti, la Cina potrà essere facilmente fagocitata.

“Il documento rivela che la cellula del Sevrin a Hong Kong consiste di un controllore residente, nome in codice Arthur, e di sei agenti. Non sappiamo nulla di Arthur, eccettuato il fatto che è un agente del KGB fin da quando venne reclutato in Inghilterra negli anni trenta (non è noto se sia nato in Inghilterra o se i suoi genitori siano inglesi, ma dovrebbe essere sulla cinquantina). La sua missione, naturalmente, è un’operazione clandestina a lungo termine.

“Lo confermano documenti segretissimi sottratti all’STB cecoslovacco (il Servizio Segreto di Sicurezza dello Stato) e datati 6 aprile 1959, tradotti in parte: ‘Tra il 1946 e il 1955 sono stati reclutati sei agenti clandestini in posizioni chiave, grazie alle informazioni fornite dal controllore, Arthur: uno nell’Ufficio Coloniale di Hong Kong (nome in codice Charles), uno al Tesoro (nome in codice Mason), uno alla Base navale (John), uno alla Bank of London and China (Vincent), uno alla Società telefonica di Hong Kong (William) e uno alla Struan and Company (Frederick). Secondo le normali procedure solo il controllore conosce la vera identità degli altri. Sono stati stabiliti sette luoghi d’asilo. Tra queste vi sono le Sinclair Towers sull’isola di Hong Kong e il Nine Dragons Hotel a Kowloon. Il contatto del Sevrin a New York ha il nome in codice Guillio. È molto importante per noi per i suoi legami con la mafia e la CIA!’”

Poi Grant aveva continuato: “Si ritiene che Guillio sia Vincenzo Banastasio, capo di un racket e attuale padrino della famiglia Sallapione. Quanto precede è stato accertato dalle nostre fonti negli USA. Non sappiamo se l’agente nemico infiltrato nella polizia (di lui si parla dettagliatamente in un’altra sezione) faccia parte del Sevrin o no, ma presumiamo di sì.

“A nostro avviso, la Cina sarà costretta a intensificare i suoi rapporti commerciali con l’Occidente per controbilanciare l’egemonia imperialista sovietica e per riempire il vuoto e il caos creato dall’improvviso ritiro, nel 1960, di tutti i fondi e di tutti i tecnici sovietici. Le forze armate cinesi devono venire assolutamente modernizzate. I raccolti sono stati pessimi. Quindi ogni tipo di materiale strategico e militare troverà un mercato facile per molti anni, e lo stesso si può dire dei generi alimentari. Si consiglia l’acquisto con consegna a termine della futura produzione di riso americana.

“Ho l’onore di essere, signore, il suo obbediente servitore, AMG, Londra, 15 agosto 1963.”

Aerei a reazione e carri armati e dadi e bulloni e missili e motori e camion e petrolio e pneumatici e materiale elettronico e generi alimentari, pensò Dunross, euforico. Una gamma illimitata di prodotti, facili da ottenere, facili da spedire, e non c’è niente di meglio d’una guerra per guadagnare bene, se si ha la possibilità di commerciare. Ma attualmente qualunque cosa sostenga Grant, la Cina non compra, anche se ha bisogno.

Chi può essere Arthur?

Chi è l’agente nella Struan? Gesù Cristo! John Chen e Tsu-yan e i fucili di contrabbando e adesso anche un agente del KGB in mezzo a noi. Chi? E se fosse…

Bussarono leggermente alla porta.

“Avanti” disse Dunross, riconoscendo il tocco di sua moglie.

“Sono quasi le otto” disse Penelope. “Ho pensato di avvertirti. Lo sai come sei fatto.”

“Sì.”

“Com’è andata, oggi? È spaventoso quello che è successo a John Chen, no? Immagino che avrai letto i giornali. Scendi?”

“Sì. Champagne?”

“Grazie.”

Dunross glielo versò, poi riempì di nuovo il proprio bicchiere. “Oh, a proposito, Penn, ho invitato un tale che ho conosciuto questo pomeriggio, un tipo che è stato nella RAF. Mi è parso un uomo a posto… Peter Marlowe.”

“Era nei caccia?”

“Sì. Ma Hurricane… non Spitfire. È nuovo, quel vestito?”

“Sì.”

“Sei molto carina” disse lui.

“Ti ringrazio, ma non è vero. Mi sento così vecchia, ma… grazie.” Penelope sedette sull’altra poltrona. Il suo profumo era delicato come i suoi lineamenti. “Peter Marlowe, hai detto?”

“Sì. Quel poveraccio fu catturato a Giava nel ’42. Rimase prigioniero per tre anni e mezzo.”

“Oh, poveretto! Fu abbattuto?”

“No, i giapponesi crivellarono l’aeroporto prima che potesse decollare. Forse fu la sua fortuna. Gli Zero distrussero due aerei a terra e gli ultimi due subito dopo il decollo… i piloti bruciarono vivi. Sembra che quei quattro Hurricane fossero gli ultimi dell’intera difesa aerea dell’Estremo Oriente. Tremendo!”

“Sì, terribile.”

“Sì. Grazie a Dio, la guerra noi l’abbiamo fatta in Europa.” Dunross fissò la moglie. “Marlowe ha detto che rimase per un anno a Giava; poi i giapponesi lo mandarono a Singapore, in un campo di lavoro.”

“A Changi?” chiese lei, in tono diverso.

“Sì.”

“Oh!”

“Ci rimase due anni e mezzo.” Changi, in malese, significava “liana che si aggrappa”: era il nome del carcere di Singapore che, durante la Seconda guerra mondiale, i giapponesi avevano trasformato in uno dei loro famigerati campi per i prigionieri di guerra.

Penelope rifletté un attimo poi sorrise con un certo nervosismo. “Ha conosciuto Robin?” Robin Grey era suo fratello, e l’unico parente vivo. I genitori erano morti a Londra sotto un bombardamento nel 1943, poco prima che lei e Dunross si sposassero.

“Marlowe ha detto che gli sembrava di ricordarlo: ma era chiaro che preferiva non parlare di quei tempi, e ho lasciato cadere il discorso.”

“Posso immaginarlo. Gli hai detto che Robin è mio fratello?”

“No.”

“Quando dovrebbe tornare Robin?”

“Non lo so di preciso. Fra qualche giorno. Questo pomeriggio il governatore mi ha detto che la delegazione è a Pechino.” Una delegazione commerciale del Parlamento britannico, formata da deputati dei tre partiti – conservatore, laburista e liberale – era stata invitata a Pechino per discutere le possibilità di incrementare gli scambi. La delegazione era arrivata a Hong Kong due settimane prima ed era proseguita direttamente per Canton, dove si svolgevano tutte le trattative commerciali. Era molto raro che qualcuno venisse invitato, e lo era ancora di più che si trattasse d’una delegazione parlamentare… e soprattutto che venisse invitata a Pechino. Robert Grey ne faceva parte, come rappresentante del partito laburista. “Penn, tesoro, non credi che dovremmo accogliere Robin, offrire un ricevimento in suo onore? Dopotutto non lo vediamo da anni, è la prima volta che viene in Asia… non è ora che tu seppellisca l’ascia di guerra e ti riconcili con lui?”

“Non è invitato in casa mia. In nessuna delle mie case.”

“Non sarebbe tempo di dimenticare quello che è stato?”

“No. Io lo conosco bene, e tu no. Robin ha la sua vita, e noi abbiamo la nostra: su questo punto ci dichiarammo d’accordo, lui e io, molti anni fa. No, non desidero rivederlo mai più. È odioso, pericoloso, volgare e noioso.”

Dunross rise. “Sono d’accordo che è odioso, e detesto la sua politica… ma è solo uno dei sei parlamentari. La delegazione è importante. Dovrei offrire un ricevimento, qualcosa…”

“Certo, Ian. Ma preferibilmente non qui… oppure avvertimi in tempo, in modo che possa farmi venire l’emicrania e provvedere a farla venire anche alle bambine. È questione di faccia, e non intendo discuterne.” Penelope scrollò la testa per scacciare il malumore. “Dio! Non possiamo permettere che lui ci rovini questa serata! Che cosa ci fa quel Marlowe a Hong Kong?”

“È uno scrittore. Ha detto che vuole preparare un libro su Hong Kong. Adesso vive in America. Verrà anche la moglie. Oh, a proposito, ho invitato anche gli americani, Linc Bartlett e Casey Tcholok.”

“Oh!” Penelope Dunross rise. “Oh, bene, quattro ospiti in più, o quaranta, non faranno nessuna differenza… tanto, moltissimi non li conosco neppure, e Claudia ha organizzato tutto con la solita efficienza.” Inarcò un sopracciglio. “Bene! Un trafficante d’armi fra i pirati! Non farà neppure scalpore.”

“Ma è davvero un trafficante d’armi?”

“Lo dicono tutti. Hai visto il pezzo sul Mirror di questo pomeriggio, Ian? Ah Tat è convinta che l’americano porti male… e ha informato tutto il personale di servizio, le bambine e me, quindi è una cosa ufficiale. Ah Tat ha detto a Adryon che il suo astrologo le ha raccomandato di avvertirti di guardarti dalle cattive influenze dell’Est. Ah Tat è sicura che si riferisca agli americani. Non ti ha ancora parlato?”

“Non ancora.”

“Dio, vorrei saper parlare il cantonese come te e le bambine. Direi a quella vecchia arpia di tenere per sé le sue superstizioni e le sue opinioni… la cattiva influenza è lei!”

“Darebbe la vita per le bambine.”

“Lo so, è la tua gan sun, e in pratica ti ha allevato, e crede d’essere il dono di Dio al clan Dunross. Ma per quanto mi riguarda è una vecchia insopportabile e la detesto.” Penelope sorrise dolcemente. “Ho sentito che l’americana è carina.”

“Piacente… non carina. Ha dato filo da torcere ad Andrew.”

“Lo immagino. Una donna che parla d’affari! Dove andremo a finire? È abile?”

“Troppo presto per dirlo. Ma è molto furba. Di sicuro… di sicuro ci complicherà le cose.”

“Hai già visto Adryon, stasera?”

“No… cosa c’è?” chiese Dunross, riconoscendo immediatamente il tono.

“Ha fatto un’altra incursione nel mio guardaroba… metà della mia biancheria migliore è sparita, il resto è sparpagliato, le sciarpe sono in disordine, la mia camicetta nuova non c’è più ed è scomparsa anche la mia cintura nuova. Si è presa persino le mie Hermes più belle… quella bambina è un disastro!”

“A diciannove anni non è più una bambina” disse stancamente Dunross.

“È un disastro! Quante volte gliel’ho detto!”

“Le parlerò di nuovo.”

“Non servirà a niente.”

“Lo so.”

Penelope rise con lui. “È tremenda.”

“Ecco.” Dunross le porse un astuccio. “Buon anniversario!”

“Oh, grazie, Ian. Il tuo regalo è giù. Vedrai…” Penelope s’interruppe e aprì l’astuccio. Conteneva un braccialetto di giada incisa: la giada era incastonata nella filigrana d’argento. Era splendido e molto antico… un pezzo da collezione. “Oh, è bellissimo, grazie, Ian.” Lo mise al polso, sopra la catenella d’oro, e Dunross non sentì né un vero piacere né una vera delusione nella sua voce. “È bellissimo” ripeté lei, e si sporse per sfiorargli la guancia con le labbra. “Grazie, tesoro. Dove l’hai trovato? A Formosa?”

“No, qui a Cat Street. Da Wong Chun Kit’s…”

La porta si spalancò ed entrò precipitosamente una ragazza. Era alta e snella e biondissima, e disse, tutto d’un fiato: “Spero che non ci sia niente in contrario. Stasera ho invitato un ragazzo e mi ha appena telefonato che viene e arriverà in ritardo ma ho pensato che andasse tutto bene lo stesso. È in gamba. E molto ganzo.”

“Per amor di Dio, Adryon” disse Dunross in tono blando, “quante volte devo pregarti di bussare prima di entrare qui a passo di carica? E ti dispiacerebbe parlare inglese? Cosa diavolo vuol dire ganzo?”

“Grande, in gamba, ganzo. Scusa, papà, ma davvero sei molto antiquato perché ganzo è molto in, persino a Hong Kong. Ci vediamo dopo, adesso devo scappare, dopo la festa esco… rientrerò tardi, quindi non…”

“Aspetta un mom…”

“La mia camicetta, la mia camicetta nuova!” proruppe Penelope. “Adryon, toglila immediatamente! Ti ho detto cinquanta volte di stare alla larga dal mio guardaroba.”

“Oh, mamma” ribatté Adryon, in tono altrettanto tagliente, “a te non serve, non puoi prestarmela per questa sera?” Poi il tono cambiò. “Per favore? Sii buona! Papà, parlale tu.” Adryon passò al cantonese dell’amah. “Onorevole padre… ti prego, aiuta la tua figlia numero uno a raggiungere l’irraggiungibile, altrimenti piangerò piangerò piangerò oh ko…” Poi tornò all’inglese, senza riprendere fiato: “Mamma… a te non serve, e ci starò attenta, davvero. Per favore?”

“No.”

“Suvvia, ti prego. Ci starò attenta, lo prometto.”

“No.”

“Mamma!”

“Bene, se prom…”

“Oh, grazie!” Raggiante, la ragazza girò sui tacchi, si precipitò fuori e la porta sbatté.

“Gesù Cristo” esclamò acido Dunross. “Perché diavolo le porte sbattono sempre, quando passa lei?”

“Bene, almeno stavolta non l’ha fatto apposta.” Penelope sospirò. “Non credo che ce la farei a sopportare un altro assedio del genere.”

“Neppure io. Grazie a Dio, Glenna è ragionevole.”

“Fenomeno passeggero, Ian. Ha preso da suo padre, quella, come Adryon.”

“Uh! Io non ho un caratteraccio” ribatté bruscamente Dunross. “E dato che siamo in argomento, spero che Adryon abbia trovato qualcuno decente per stasera, invece del solito mascalzone. Chi ha invitato?”

“Non lo so, Ian. Anch’io è la prima volta che ne sento parlare.”

“Sono sempre un orrore! Il suo gusto, in fatto di uomini, è spaventoso… Ricordi quel cafone con la testa da cocomero e le braccia da uomo del neolitico di cui era ‘pazzamente innamorata’? Gesù Cristo, aveva appena quindici anni e…”

“Ne aveva quasi sedici.”

“Come si chiamava? Ah, sì, Byron. Byron, santo cielo!”

“Non avresti dovuto minacciare di spaccargli la testa, Ian. Era solo un amore da adolescente.”

“Era un amore da gorilla, per Dio!” esclamò Dunross, ancora più acido. “Era un gorilla, quel tipo… E ricordi l’altro, quello prima di Byron… quel bastardo psicopatico… come si chiamava?”

“Victor. Sì, Victor Hopper. Fu lui… oh, sì, lo ricordo, fu proprio lui a chiedermi se poteva dormire con Adryon.”

“Che cosa?”

“Oh, sì.” Penelope gli sorrise con aria innocente. “Allora non te lo dissi… pensavo fosse meglio così.”

Che cosa?

“Adesso non agitarti, Ian. È stato almeno quattro anni fa. Gli dissi di no. Per il momento no, Adryon ha solo quattordici anni, ma sì, certamente, quando ne avrà ventuno. Un altro amore morto per strada.”

“Gesù Cristo! Ti aveva chiesto se poteva…”

“Almeno lo aveva chiesto, Jan! Era già qualcosa! È tutto così volgare!” Penelope si alzò, versò altro champagne nei due bicchieri. “Ti resta solo un’altra decina d’anni di purgatorio, e poi verranno i nipotini. Buon anniversario, e la miglior fortuna britannica a te!” Rise e toccò il suo bicchiere, bevve e gli sorrise.

“Hai ragione, come sempre” disse Dunross, e ricambiò affettuosamente il sorriso. Tanti anni. Anni molto belli. Sono stato fortunato, pensò. Sì, sono stato fortunato, quel primo giorno. Era alla sua base della RAF a Biggin Hill, una calda, assolata mattina d’agosto del 1940 durante la Battaglia d’Inghilterra, e lei era un’ausiliaria appena arrivata. Per lui era l’ottavo giorno di guerra, la sua terza missione per quel giorno e la sua prima vittoria. Lo Spitfire era crivellato di proiettili, aveva perduto parte di un’ala, e la sezione di coda era un setaccio. Secondo tutte le regole del fato, lui avrebbe dovuto essere morto, ma non era morto, erano morti il Messerschmitt e il suo pilota, e lui era tornato illeso ed esaltato, ebbro di paura e di vergogna e di sollievo al pensiero che lui era rientrato e l’altro giovane intravvisto nell’altro abitacolo, il nemico, era morto urlando tra le fiamme mentre precipitava.

“Salve, signore” aveva detto Penelope Grey. “Bentornato, signore. Ecco.” Gli aveva offerto una tazza di tè dolce e bollente e non gli aveva detto altro, anche se avrebbe dovuto incominciare subito a fargli domande… lei era nel corpo segnalatori. Non diceva niente, ma sorrideva, lasciandogli il tempo di ritornare alla vita, dai cieli della morte. Lui non l’aveva ringraziata; s’era limitato a bere il tè, il migliore che avesse mai assaggiato.

“Ho beccato un Messerschmitt” aveva detto quando s’era sentito in grado di parlare, e la voce gli tremava come le ginocchia. Non ricordava di aver slacciato il paracadute, d’essere uscito dall’abitacolo e di essere salito sul camion con gli altri superstiti. “Era un 109.”

“Sì, signore, il caposquadriglia Miller ha già confermato e la prega di prepararsi a decollare di nuovo da un momento all’altro. Questa volta deve prendere Poppa Mike Kilo. Grazie per la vittoria, signore, un diavolo di meno… Oh, come vorrei poter venire anch’io e aiutarla a uccidere tutti quei mostri…”

Ma non erano mostri, aveva pensato lui; almeno, il primo pilota che aveva ucciso non lo era… soltanto un giovane come lui, della stessa età, che era morto bruciato, urlando, come una foglia cadente in fiamme, e quel pomeriggio o l’indomani o presto sarebbe toccato a lui… i nemici erano troppi.

“Tommy è tornato? Tom Lane?”

“No, signore. Mi dispiace, signore. È… il caposquadriglia ha detto che il tenente pilota Lane si è lanciato su Dover.”

“Ho il terrore di bruciare vivo, di precipitare” aveva detto lui.

“Oh, non le succederà, signore, non a lei. Non l’abbatteranno. Lo so. Non le succederà, signore; non a lei. Non la beccheranno mai, mai, mai” aveva detto lei: occhi celesti, capelli biondi, bel viso, neppure diciotto anni, ma forte, molto forte e sicura.

Lui le aveva creduto, e la fede di lei lo aveva aiutato durante altri quattro mesi di missioni – a volte anche cinque missioni al giorno – e altre vittorie, e sebbene lei si fosse sbagliata e più tardi lui fosse stato colpito, era sopravvissuto, e con poche ustioni. E poi, quando era uscito dall’ospedale per non volare più, s’erano sposati.

“Non sembra che siano passati vent’anni” disse Dunross, tenendosi dentro quella felicità.

“Più due prima” disse lei, tenendosi dentro la stessa felicità.

“Più due pri…”

La porta si aprì. Penelope sospirò quando Ah Tat entrò, parlando in cantonese a velocità vertiginosa. “Ayeeyah, figlio mio, ma non sei ancora pronto, i nostri onorevoli ospiti saranno qui da un momento all’altro e non ti sei fatto il nodo alla cravatta e quel forestiero senza madre venuto dal Kwantung del nord che è entrato nella nostra casa per cucinare questa sera senza che ce ne fosse bisogno… quella fetida progenie di una sgualdrina da un dollaro venuto dal Kwantung settentrionale da dove provengono tutti i migliori ladri e le prostitute peggiori e che crede di essere un cuoco… ah!… Quell’uomo e la sua vecchia forestiera altrettanto spregevole stanno contaminando la nostra cucina e ci rubano la pace. Oh ko” continuò la vecchietta grinzosa senza una pausa, annodandogli automaticamente la cravatta con le mani adunche, “e non è tutto! la figlia numero due… La figlia numero due non vuol saperne di mettere il vestito che l’Onorevole Prima Moglie ha scelto per lei e strilla che la si sente anche a Giava! Iiiih, questa famiglia! Ecco, figlio mio.” Estrasse dalla tasca la busta del telex e la porse a Dunross. “Ecco un altro messaggio barbaro di congratulazioni per questo giorno felice che la tua povera vecchia madre ha dovuto portare personalmente su per le scale con le sue povere vecchie gambe perché quei buoni a nulla degli altri servitori sono buoni a nulla e oziosi fino all’osso…” S’interruppe un attimo per riprendere respiro.

“Grazie, madre” disse educatamente Dunross.

“Ai tempi del tuo onorevole padre i servitori lavoravano e sapevano che cosa fare e la tua vecchia madre non doveva sopportare sporchi forestieri nella Grande Casa!” Ah Tat uscì, borbottando maledizioni contro gli organizzatori della festa. “Adesso non arrivare in ritardo, figlio mio, altrimenti…” Stava ancora parlando, dopo aver chiuso la porta.

“E lei che cos’ha?” chiese stancamente Penelope.

“Inveisce contro gli organizzatori della festa; non le piacciono gli estranei, sai com’è fatta.” Dunross aprì la busta. Dentro c’era il telex piegato.

“Cosa stava dicendo a proposito di Glenna?” chiese la moglie, che aveva riconosciuto yee-chat. Seconda Figlia, sebbene capisse molto poco il cantonese.

“Solo che sta facendo una scena per via dell’abito che le hai scelto.”

“E perché non va bene?”

“Ah Tat non l’ha detto. Senti, Penn, forse sarebbe meglio che Glenna andasse a letto… ormai è quasi passata l’ora in cui va sempre a dormire e…”

“Illuso! Niente da fare, a meno che l’inferno geli. Neppure Hag Struan riuscirebbe a impedire a Glenna di partecipare alla sua prima festa da adulta, come dice lei! Hai acconsentito tu, Ian, tu. Non sono stata io!”

“Sì, ma non cr…”

“No. Ormai è abbastanza grande. Dopotutto, il trenta compirà tredici anni.” Penelope finì tranquillamente lo champagne. “Comunque, adesso dovrò affrontare la signorina.” Si alzò. Poi notò l’espressione di lui. Dunross aveva gli occhi fissi sul telex.

“Cosa c’è?”

“Uno dei nostri è morto. A Londra. Grant. Alan Medford Grant.”

“Oh. Non lo conosco, vero?”

“Mi pare che tu l’abbia incontrato una volta, nell’Ayrshire. Era un omino che sembrava un folletto. Era a una delle nostre feste a Castle Avisyard… durante le nostre ultime vacanze.”

Penelope aggrottò la fronte. “Non ricordo.” Prese il telex che lui le porgeva. C’era scritto: “Dolente informarla A.M. Grant morto in incidente motociclistico questa mattina. Seguiranno particolari appena possibile. Dolente. Ossequi, Kiernan.” “Chi è Kiernan?”

“Il suo assistente.”

“Grant è… era un amico?”

“In un certo senso.”

“Per te era importante?”

“Sì.”

“Oh, mi dispiace.”

Con uno sforzo, Dunross scrollò le spalle e parlò con voce calma. Ma tra sé bestemmiava oscenamente. “Cose che capitano. Il fato.”

Penelope avrebbe voluto consolarlo: si rendeva conto della gravità del colpo. Sapeva che era profondamente turbato e cercava di nasconderlo… e avrebbe voluto sapere tutto di quello sconosciuto. Ma tacque.

È il mio compito, si disse. Non fare domande, restare calma ed essere lì, pronta a raccogliere i cocci, ma solo quando mi è permesso. “Scendi?”

“Fra un momento.”

“Non tardare, Ian.”

“No.”

“Grazie ancora per il braccialetto” disse lei; e lui disse: “Una cosa da niente,” ma Penelope sapeva che non l’aveva ascoltata. Era già al telefono, a chiedere una chiamata internazionale. Lei uscì, chiuse adagio la porta e rimase ferma, tristemente, nel lungo corridoio che portava alle ali est e ovest. Il cuore le batteva forte. Maledetti tutti i telex e tutti i telefoni e maledetta la Struan e maledetta Hong Kong e maledette tutte le feste e maledetti tutti i seccatori e… oh, come vorrei che potessimo andarcene per sempre e dimenticare Hong Kong e dimenticare il lavoro e la Nobil Casa e i Grandi Affari e il Bordo del Pacifico e la Borsa e tutti i maled…

“Mammaaa!”

Sentì la voce di Glenna che giungeva, stridula, dalla sua stanza oltre l’angolo dell’ala est, e subito si scosse. C’erano rabbia e frustrazione nella voce di Glenna, ma c’era un segnale di pericolo, e quindi non si affrettò, si limitò a rispondere: “Sto arrivando… cosa c’è, Glenna?”

“Dove seiiii?”

“Vengo, cara” rispose Penelope, con la mente rivolta alle cose importanti. Glenna starà benissimo con quel vestito, pensò. Oh, lo so, si disse, felice, le presterò il mio filo di perle. Così sarà perfetta.

Allungò il passo.

A Kowloon, oltre il porto, il sergente dello Staff Divisionale Tang-po, appartenente al CID e Drago Supremo, salì la scala malferma ed entrò nella stanza. Era già ad attenderlo la cerchia interna della sua triade. “Ficcatevelo bene in quel vuoto che certuni di voi hanno nella testa: i Draghi vogliono che Chen della Nobil Casa venga ritrovato e quei Lupi Mannari vaiolosi e mangiatori di letame vengano presi con tanta rapidità da lasciar sbalorditi anche gli dei!”

“Sì, signore” risposero in coro i suoi subordinati, scossi da quel tono.

Erano nel ‘rifugio’ di Tang-po, uno squallido appartamento di tre stanze, al quinto piano di un caseggiato altrettanto squallido, sopra alcune bottegucce modestissime, in un vicolo sudicio, a tre isolati dal comando della polizia del distretto di Tsim Sha Tsui, rivolto verso il porto e il Peak, all’estremità della penisola di Kowloon. Erano nove: un sergente, due caporali, e gli altri agenti… tutti agenti in borghese del CID, tutti cantonesi, tutti scelti con cura e vincolati da giuramenti di sangue alla lealtà e alla segretezza. Erano il tong, la confraternita di Tang-po, che proteggeva tutto il gioco d’azzardo per le strade del distretto di Tsim Sha Tsui.

“Cercate dappertutto, parlate con tutti. Abbiamo tre giorni” disse Tang-po. Era un uomo robusto, sui cinquantacinque anni, con i capelli un po’ grigi, le sopracciglia folte, e aveva il grado più elevato che potesse raggiungere senza essere un ufficiale. “Questo è il mio ordine, di tutti i miei Fratelli Draghi e dell’Altissimo in persona. A parte questo” soggiunse in tono acido, “il Grande Monte di Letame ha promesso di degradarci e di spedirci al confine o in altri posti del genere, tutti quanti, se non ce la faremo, ed è la prima volta che ha minacciato di fare una cosa simile. Che tutti gli dei orinino da una grande altezza su tutti i diavoli stranieri, soprattutto su quei fornicatori senza madre che non vogliono accettare la loro sacrosanta bustarella e comportarsi da persone civili!”

“Amen” disse fervidamente il sergente Lee. Qualche volta si sentiva cattolico, perché da ragazzo aveva frequentato una scuola cattolica.

“Il Grande Monte di Letame l’ha fatto capire chiaramente questo pomeriggio; vuole risultati, o ci spedisce sul confine, dove non c’è un vaso per orinare e non ci sono bustarelle in un raggio di trenta chilometri. Ayeeyah, che gli dei ci proteggano dall’insuccesso!”

“Sì” disse per tutti il caporale Ho, prendendo un appunto sul taccuino. Era un uomo dai lineamenti duri che studiava ragioneria alla scuola serale: era lui che teneva la contabilità della Confraternita e i verbali delle riunioni.

“Fratello maggiore” esordì educatamente il sergente Lee, “c’è un compenso fisso che possiamo offrire ai nostri informatori? C’è un minimo o un massimo?”

“Sì” rispose Tang-po, poi aggiunse, prudentemente: “Il Drago Supremo ha detto 100.000 dollari di Hong Kong, se entro tre giorni…” Nella stanza scese un gran silenzio, di fronte all’enormità della ricompensa. “Metà per ritrovare Chen della Nobil Casa e metà per scovare i rapitori. E un premio di 10.000, più una promozione, per il fratello il cui informatore permetterà di ritrovare l’uno o gli altri.”

“10.000 per Chen e 10.000 per i rapitori?” chiese il caporale. O dei, fate che il premio lo abbia io, pregò, come stavano pregando tutti gli altri. “È così, fratello maggiore?”

Dew neh loh moh, è quello che ho detto” ribatté secco Tang-po, lanciando sbuffi di fumo dalla sigaretta. “Hai le orecchie piene di pus?”

“Oh, no, chiedo scusa, onorevole signore. Chiedo scusa.”

Stavano pensando tutti al premio. Il sergente Lee pensava: Iiiih, 10.000 e la promozione se in tre giorni…! Ah, se è in tre giorni, allora arriverà in tempo per le corse, e così… O dei grandi e piccoli, fatemi la grazia questa volta, e poi di nuovo sabato con la duplice quinella.

Tang-po stava consultando i suoi appunti. “E adesso passiamo ad altro. Grazie alla collaborazione di Chang del turno di giorno e dell’onorevole Song, i membri della Confraternita potranno usare tutti i giorni le docce del Victoria and Albert tra le otto e le nove del mattino, e non più dalle sette alle otto. Mogli e concubine in ordine di precedenza. Caporale Ho, provvedi agli elenchi.”

“Ehi, onorevole signore” chiese uno degli agenti più giovani, “ha saputo di Aureo Pelo Pubico?”

“Eh?”

Il giovane riferì quello che Chang del turno di giorno gli aveva raccontato quella mattina, quando era andato a far colazione nella cucina dell’albergo. Tutti sghignazzarono.

Ayeeyah, immagina! Come l’oro, heya!”

“Ha mai portato sul cuscino una diavolessa straniera, onorevole signore?”

“No, mai. No. Ayeeyah, solo il pensiero… puah!”

“A me piacerebbe” disse Lee, ridendo. “Tanto per vedere!”

Anche gli altri risero, e uno gridò: “Una Porta di Giada è sempre una Porta di Giada, ma dicono che certe diavolesse straniere ce l’hanno storta!”

“Io ho sentito dire che hanno il taglio di traverso!”

“Onorevole signore, c’era un’altra cosa” disse il giovane agente, quando l’ilarità si placò. “Chang del turno di giorno mi ha detto di riferirle che Aureo Pelo Pubico ha una ricetrasmittente miniaturizzata… la migliore che abbia mai visto, anche meglio di quelle che abbiamo noi della Squadra Speciale. E la porta sempre con sé.”

Tang-po lo fissò. “Strano. Perché una diavolessa straniera dovrebbe averne bisogno?”

Lee chiese: “Può avere qualcosa a che fare con i fucili?”

“Non lo so, fratello minore. Una donna con una ricetrasmittente? Interessante. Non era nel suo bagaglio quando i nostri l’hanno esaminato ieri sera, quindi doveva averla nella borsetta. Bene, molto bene. Caporale Ho, al termine della riunione lascia un regalo per Chang del turno di giorno… un paio di rossi.” Le banconote da 100 dollari di Hong Kong erano rosse. “E fai sapere a tutti i nostri informatori che anche questo m’interessa moltissimo.”

“Chen della Nobil Casa è legato in qualche modo ai fucili e a quei due diavoli stranieri?” chiese Lee.

“Credo di sì, fratello minore. Credo di sì. Un’altra curiosità… mandare così subito un orecchio non è civile. Non è per niente civile.”

“Ah, allora pensa che i Lupi Mannari siano diavoli stranieri? Oppure fottuti mezzosangue? O portoghesi?”

“Non lo so” rispose acido Tang-po. “Ma è capitato nel nostro distretto e per tutti noi è una questione di faccia. Il Grande Monte di Letame è furibondo. C’è di mezzo anche la sua faccia.”

“Iiiih” disse Lee, “quel fornicatore ha un gran brutto carattere.”

“Sì. Forse la notizia della ricetrasmittente lo calmerà. Credo che chiederò a tutti i miei fratelli di sorvegliare Aureo Pelo Pubico e il suo amico trafficante di fucili, per precauzione. Ora, c’era qualcosa d’altro…” Tang-po consultò di nuovo gli appunti. “Ah, sì, perché il contributo che riceviamo dal Happy Hostess Night Club è sceso del 30 per cento?”

“È appena subentrato un nuovo proprietario, onorevole signore” disse il sergente Lee che aveva quella sala da ballo nella sua zona. “Pok il Guercio l’ha venduto a un fornicatore sciangaiese che si chiama Wang… Wang Cuorcontento. Wang Cuorcontento dice che il Grasso Fragrante è troppo alto, che gli affari vanno male, molto male.”

Dew neh loh moh a tutti gli sciangaiesi. È vero?”

“Gli affari sono un po’ in ribasso, ma non molto.”

“È vero, onorevole signore” disse il caporale Ho. “Ci sono stato a mezzanotte a incassare il fottuto anticipo della settimana… e quel fottuto posto era mezzo vuoto.”

“C’erano diavoli stranieri?”

“Due o tre, onorevole signore. Nessuno d’importante.”

“Trasmetti all’onorevole Wang Cuorcontento un messaggio da parte mia: ha tre settimane di tempo per migliorare l’andamento dei suoi affari. Poi ci ripenseremo. Caporale Ho, di’ alle ragazze del Great New Oriental di raccomandare il Happy Hostess per un mese o due… quelle hanno tanti diavoli stranieri per clienti… e di’ a Wang che dopodomani arriverà una portaerei atomica, la Corregidor, per R e R…” Usò le lettere inglesi: tutti sapevano che indicavano “riposo e ricreazione”, dai tempi della guerra di Corea. “Chiederò al mio fratello Drago di Wanchai e della zona del porto se Wang Cuorcontento può mandare a bordo qualche biglietto da visita. Un migliaio di barbari del Paese dell’Oro sarà certo d’aiuto! Resteranno qui otto giorni.”

“Onorevole signore, provvederò questa sera stessa” promise il caporale Ho.

“Quel mio amico che è nella polizia marittima mi ha detto che presto si fermeranno qui moltissime navi da guerra… La Settima Flotta americana è stata potenziata.” Tang-po aggrottò la fronte. “Raddoppiata, così dice lui. Secondo le voci arrivate dalla Cina comunista, manderanno parecchi soldati americani nel Vietnam… hanno già una linea aerea, là. O almeno” soggiunse, “ce l’ha la loro triade, la CIA.”

“Iiiih, ottimi affari in vista! Dovremo riparare le loro navi. E far divertire i loro uomini. Bene! Buon per noi.”

“Sì. Buon per noi. Ma loro sono molto stupidi. Per mesi l’onorevole Ciu En-lai li ha educatamente avvertiti che la Cina lì non ce li vuole! Perché non ascoltano mai? Il Vietnam è la nostra sfera barbara esterna! È da stupidi scegliere quella sporca giungla e quegli odiosi barbari per farci la guerra. Se la Cina non è riuscita a domarli in tanti secoli, come possono sperare di farcela loro?” Tang-po rise e accese un’altra sigaretta. “Dov’è andato il vecchio Pok il Guercio?”

“È arrivato il visto permanente di quel volpone, e lui ha preso il primo aereo per San Francisco… lui, la moglie e gli otto figli.”

Tang-po si rivolse al suo contabile. “Ci doveva qualcosa?”

“Oh, no, onorevole signore. Ha sempre pagato regolarmente. Ci pensava il sergente Lee.”

“Quanto è costato a quel vecchio fornicatore ottenere il visto?”

“La sua partenza è stata facilitata da un regalo di 3000 dollari di Hong Kong al caporale Sek Pun So dell’immigrazione, su nostro consiglio… la nostra percentuale è stata pagata… inoltre, l’abbiamo aiutato a trovare un mercante di diamanti per cambiare il suo denaro nelle migliori pietre biancazzurre disponibili.” Il caporale Ho consultò i suoi libri. “La nostra percentuale del 2 per cento ci ha reso 8960 dollari di Hong Kong.”

“Caro, vecchio Guercio!” esclamò Tang-po, soddisfatto. “Ha saputo cavarsela molto bene. Che professione figurava sul suo visto?”

Il sergente Lee disse: “Cuoco in un ristorante di Chinatown… si chiama Good Eating Place. Oh ko. Ho assaggiato la sua cucina, e il Guercio è veramente un pessimo cuoco.”

“Assumerà un altro che prenda il suo posto, mentre lui si occupa di speculazioni immobiliari, di gioco d’azzardo o di un nightclub” disse qualcuno. “Iiiih, che fortuna!”

“Ma quanto gli è costato il visto d’ingresso negli Stati Uniti?”

“Ah, il dono dorato per il Paradiso!” Ho sospirò. “Ho sentito dire che ha pagato 5000 dollari USA per passare in testa all’elenco.”

Ayeeyah, è più del solito. Perché?”

“Sembra che abbia avuto anche la promessa di un passaporto americano appena saranno trascorsi cinque anni, e l’assicurazione di non tartassarlo troppo all’esame obbligatorio d’inglese… il vecchio Guercio non parla inglese, lo sa…”

“Quei fornicatori del Paese dell’Oro… mungono, ma non sono organizzati. Non hanno stile, per niente” disse sprezzante Tang-po. “Uno o due visti qua e là… quando tutti, qui, sanno che si possono comprare purché si sia pronti al momento giusto con la somma giusta. Perché non lo fanno a dovere, in modo civile? Venti visti la settimana, o magari quaranta… sono tutti matti, quei diavoli stranieri!”

Dew neh loh moh… ma ha ragione” disse il sergente Lee, abbagliato dalla quantità di denaro che avrebbe potuto mungere se fosse stato viceconsole americano a Hong Kong e addetto ai visti. “Iiiih!”

“Dovremmo avere una persona civile in quell’incarico: allora saremmo presto sistemati come tanti mandarini e controlleremmo San Francisco!” disse Tang-po, e tutti sghignazzarono insieme a lui. Poi soggiunse, in tono disgustato: “Almeno dovrebbero avere un uomo, in quella carica, non uno che si diverte a farsi mettere uno Stelo Fumante nel Fosso Immondo, o a mettere il suo in quello di un altro!”

Tutti risero ancora di più. “Ehi” esclamò uno dei presenti, “ho sentito dire che il suo amico è il giovane diavolo forestiero Ventre di Porco dei Lavori Pubblici… sa, quello che vende licenze di costruzione che non dovrebbero essere concesse!”

“È vecchia, Chan, molto vecchia. Entrambi sono ormai passati a pascoli più rischiosi. Secondo le voci più recenti, il diavolo nostro viceconsole si è messo con un giovane…” Tang-po aggiunse, con molta discrezione. “Figlio di un eminente commercialista che è anche un eminente comunista.”

“Iiiih, questo non va” disse il sergente Lee, che aveva capito al volo di chi si trattava.

“No” riconobbe Tang-po. “In particolare perché ieri ho saputo che il giovanotto ha un appartamento segreto proprio girato l’angolo. Nel mio distretto! E il mio distretto ha la più bassa percentuale in fatto di criminalità.”

“È vero” esclamarono tutti, con orgoglio.

“È il caso di parlargli, fratello maggiore?” chiese Lee.

“No, basta metterlo sotto sorveglianza speciale. Voglio sapere tutto di quei due. Tutto. Persino se ruttano.” Tang-po sospirò. Diede l’indirizzo al sergente Lee e poi assegnò gli incarichi. “Dato che siete qui tutti, ho deciso di anticipare a oggi i pagamenti.” Aprì la grossa borsa piena di banconote. Ognuno ricevette l’equivalente del suo stipendio di poliziotto, più le spese autorizzate.

300 dollari di Hong Kong al mese, senza rimborso spese, non bastavano a un agente per sfamare neppure una famiglia poco numerosa e per permettersi un appartamentino, nemmeno due stanze con un solo rubinetto e senza servizi igienici, e per mandare un figlio a scuola; e non bastavano per poter mandare qualcosa al villaggio natio nel Kwantung ai padri e alle nonne e alle madri e agli zii e ai nonni, molti dei quali, parecchi anni prima, avevano dato i risparmi di tutta la vita per lanciarli sulla strada verso Hong Kong.

Tang-po era stato uno di loro. Era molto fiero di essere sopravvissuto a quel viaggio, compiuto da solo a sei anni; aveva trovato i suoi parenti e poi, a diciotto anni, era entrato nella polizia… trentasei anni prima. Aveva servito bene la regina, impeccabilmente la polizia, non aveva servito affatto i giapponesi durante l’occupazione e adesso era responsabile di una divisione importante della colonia di Hong Kong. Ricco, rispettato, con un figlio all’università a San Francisco, un altro comproprietario di un ristorante a Vancouver, in Canada; aiutava i suoi familiari rimasti nel Kwantung e, cosa ancora più importante, la sua divisione di Tsim Sha Tsui aveva un minor numero di rapine, di ferimenti e di aggressioni insoluti, e meno guerre fra le triadi di tutti gli altri distretti… e tre soli omicidi in quattro anni, tutti risolti, con i colpevoli catturati e condannati, e uno era stato un diavolo straniero, un marinaio che ne aveva ucciso un altro per una ragazza d’una sala da ballo. E c’erano pochissimi furtarelli, e mai che un diavolo straniero venisse importunato da mendicanti o ladruncoli, nella zona più frequentata dai turisti, oltre al fatto che c’erano anche 300.000 persone civili da sorvegliare e da proteggere dai malviventi e da se stesse.

Ayeeyah, sì, pensò Tang-po. Se non ci fossimo noi, quegli stupidi fornicatori di contadini salterebbero l’uno alla gola dell’altro, saccheggiando, uccidendo, devastando, e allora si alzerebbe l’inevitabile grido della folla: uccidete i diavoli stranieri! E ci si proverebbero e così ricominceremmo con i disordini. Maledetti tutti i mascalzoni e gli individui che non amano la pace!

“Ora” disse affabilmente, “ci ritroveremo fra tre giorni. Ho ordinato un pranzo di dieci portate da Great Food Chang’s. Fino a quel momento, che ognuno di voi accosti un occhio all’orificio degli dei e mi fornisca le notizie che mi interessano. Voglio i Lupi Mannari… e rivoglio John Chen. Sergente Lee, lei si fermi un momento. Caporale Ho, ricopia i verbali e fammi avere i conti domani alle cinque.”

“Sì, onorevole signore.”

Uscirono tutti. Tang-po accese un’altra sigaretta, e il sergente Lee lo imitò. Tang-po tossì.

“Dovrebbe smettere di fumare, fratello maggiore.”

“Anche lei!” Tang-po alzò le spalle. “È una questione di fato! Se devo andarmene, devo andarmene. Comunque, per avere un po’ di pace ho detto alla mia moglie principale che ho smesso. Continua a tormentarmi.”

“Me ne mostri una che non lo fa, e scoprirà che è un uomo con un fosso immondo.”

Risero.

“È la verità. Heya, la settimana scorsa ha insistito perché andassi da un dottore, e sa cosa mi ha detto quel fornicatore senza madre? Ha detto: è meglio che smetta di fumare, vecchio amico, altrimenti non sarà altro che un pizzico di cenere in un’urna funebre prima che siano passate venti lune, e le assicuro che la sua moglie principale spenderà tutto il denaro ereditato in ragazzi di facili costumi e la sua concubina assaggerà i frutti di un altro!”

“Che porco! Oh, che porco!”

“Sì. Mi ha veramente spaventato… mi sono sentito arrivare quelle parole fino al sacco segreto! Ma forse diceva la verità.”

Tang-po tirò fuori un fazzoletto, si soffiò il naso, ansimando, si schiarì rumorosamente la gola e sputò. “Ascolti, fratello minore, il nostro Drago Supremo dice che è venuto il momento di organizzare Yuen il Contrabbandiere, Lee Polvere Bianca e suo cugino, Wu Quattro Dita.”

Il sergente Lee lo fissò, scandalizzato. Quei tre uomini avevano fama d’essere le Tigri Supreme del traffico dell’oppio a Hong Kong. Importatori ed esportatori. Per il consumo locale e anche, si diceva, per l’esportazione nel Paese dell’Oro, dove il denaro correva a fiumi. L’oppio veniva importato clandestinamente e trasformato prima in morfina e poi in eroina. “Male, molto male. Non ci siamo mai occupati di quel traffico.”

“Sì” disse Tang-po, con molto tatto.

“Sarebbe pericolosissimo. La Sezione Narcotici fa sul serio. Il Grande Monte di Letame ci tiene moltissimo a prendere quei tre… e non scherza affatto.”

Tang-po fissò il soffitto. Poi disse: “Il Drago Supremo l’ha spiegato così: una tonnellata d’oppio nel Triangolo d’Oro costa 67.000 dollari USA. Trasformato in fottuta morfina e poi in fottuta eroina, e con l’eroina pura diluita al 5 per cento, la solita percentuale che si smercia per le strade del Paese dell’Oro, consegnandola laggiù si ricavano circa 680 milioni di dollari americani. Da una sola tonnellata d’oppio.” Tang-po tossì e accese un’altra sigaretta.

Il sudore cominciò a scorrere lungo la schiena di Lee. “Quante tonnellate possono passare per le mani di quei tre fornicatori?”

“Non lo sappiamo. Ma al Drago Supremo è stato detto che si ricavano circa 380 tonnellate l’anno nell’intero Triangolo d’Oro… Yunnan, Birmania, Laos e Thailandia. Una buona parte arriva qui. Loro ne maneggiano 50 tonnellate, ha detto. È sicuro di 50 tonnellate.”

Oh ko!

“Sì.” Anche Tang-po sudava. “Il nostro Drago Supremo dice che ormai dovremmo investire in quel commercio. Si svilupperà molto. Ha un piano per cointeressare la polizia marittima…”

Dew neh loh moh, non ci si può fidare di quei bastardi di marinai.”

“È quel che ho detto anch’io, ma lui ha risposto che abbiamo bisogno proprio di quei bastardi di marinai, e che possiamo fidarci di alcuni di loro; e chi altri potrebbe intercettare e sequestrare un 20 per cento della merce… magari anche il 50 per cento per tener buono il Monte di Letame al momento opportuno?” Tang-po sputò di nuovo, con destrezza. “E se riuscissimo a metterci d’accordo con la polizia marittima, la squadra narcotici e la Banda dei Tre, il nostro h’eung yau attuale farebbe la figura della pisciata di un bambino nel porto.”

Nella stanza scese un profondo silenzio.

“Dovremmo reclutare nuovi membri, ed è sempre pericoloso.”

“Sì.”

Lee prese la teiera e si versò un po’ di tè al gelsomino. Il sudore gli scorreva lungo la schiena, e l’aria piena di fumo era afosa, soffocante. Attese.

“Cosa ne pensa, fratello minore?”

I due non erano parenti, ma tra loro usavano la formula di cortesia cinese perché si fidavano l’uno dell’altro da più di quindici anni. Lee aveva salvato la vita al suo superiore durante i disordini del ’56. Adesso aveva trentacinque anni, e il suo eroismo durante i disordini gli aveva fatto meritare una medaglia. Era sposato e aveva tre figli. Era in servizio nella polizia, e guadagnava soltanto 843 dollari di Hong Kong al mese. Prendeva il tram per andare al lavoro. Se non avesse arrotondato i suoi introiti tramite la Confraternita, come tutti, quasi sempre sarebbe stato costretto a usare la bicicletta o ad andare a piedi. Il tram impiegava due ore.

“Credo che sia una pessima idea” disse. “Le droghe, tutte le droghe… brutta faccenda, sì, molto brutta. L’oppio non va, anche se va bene per i vecchi… la polvere bianca, la cocaina, non va, ma è meno peggio delle pere della morte. Porterebbe male trafficare con le pere della morte.”

“Anch’io gli ho detto la stessa cosa.”

“Ha intenzione di obbedirgli?”

“Ciò che va bene per un fratello dovrebbe andare bene per tutti” disse pensieroso Tang-po, evitando di rispondere.

Lee rimase in attesa. Non sapeva come venisse eletto un Drago, né quanti fossero esattamente, né chi fosse il Drago Supremo. Sapeva soltanto che il suo Drago era Tang-po, un uomo saggio e prudente che aveva a cuore i loro interessi.

“Ha detto che uno o due dei diavoli stranieri nostri superiori cominciano ad agitarsi per la loro fottuta fetta dei guadagni sul gioco d’azzardo.”

Lee sputò, disgustato. “E cosa fanno quei fornicatori, per la loro fetta? Niente. Si limitano a chiudere quei loro fottuti occhi. Tranne il Serpente.” Era il soprannome dell’ispettore capo Donald C.C. Smyth che organizzava apertamente il suo distretto, East Aberdeen, e vendeva favori e protezione a tutti i livelli, sotto gli occhi dei subordinati cinesi.

“Ah, quello! Bisognerebbe buttarlo nella fogna, quel fornicatore. Fra poco, quelli che paga e che stanno sopra di lui non riusciranno più a nascondere le sue porcherie. E la puzza ci contagerà tutti.”

“Deve andare in pensione fra un paio d’anni” disse cupamente Lee. “Forse ha un modo per tenere a bada i suoi superiori fino a quando se ne andrà, e loro non potranno far niente. Ha amici molto in alto, dicono.”

“E nel frattempo?” chiese Tang-po.

Lee sospirò. “Il mio consiglio, fratello maggiore, è: siamo prudenti, non facciamo niente se si può evitarlo. Se non si può…” Alzò le spalle. “Il fato. E già deciso?”

“No, non ancora. Se ne è parlato alla riunione settimanale. Per prendere in esame la proposta.”

“Sono già stati fatti approcci con la Banda dei Tre?”

“So che è stato Lee Polvere Bianca a fare l’approccio, fratello minore. Sembra che i tre stiano per mettersi insieme.”

Lee soffocò un’esclamazione. “Con giuramenti di sangue?”

“Sembra.”

“Lavoreranno insieme? Quei diavoli?”

“Così hanno detto. Scommetto che Wu Quattro Dita diventerà la Tigre Suprema.”

Ayeeyah, quello? Dicono che abbia assassinato cinquanta uomini con le sue mani” disse Lee e rabbrividì al pensiero del pericolo. “Devono avere trecento picchiatori al loro servizio. Sarebbe meglio per tutti noi se quei tre fossero morti… o dietro le sbarre.”

“Sì. Ma intanto Lee Polvere Bianca dice che sono pronti ad allargarsi, e in cambio di un po’ di collaborazione da parte nostra possono garantire un compenso colossale.” Tang-po si asciugò la fronte, tossì e accese un’altra sigaretta. “Ascolti, piccolo fratello” disse sottovoce. “Lui giura che è stata loro offerta una grossa fonte di denaro americano, liquidi e crediti bancari, e un importante sbocco al minuto per la merce in America, nel posto chiamato Manhattan.”

Lee sentì che la fronte gli si copriva di sudore. “Uno sbocco al minuto là… ayeeyah, vuol dire milioni. E loro garantiscono?”

“Sì. Noi dovremo fare ben poco. Solo chiudere gli occhi e assicurarci che la polizia marittima e la squadra narcotici catturino solo i carichi giusti e chiudano gli occhi a loro volta quando devono farlo. Non è forse scritto nei Libri Antichi: se non mungi, il fulmine ti colpirà?”

Un altro silenzio. “Quando verrà presa la decisione?”

“La settimana prossima. Se sarà un sì, bene, ci vorranno mesi, forse un anno per organizzare il traffico.” Tang-po diede un’occhiata all’orologio e si alzò. “È ora che andiamo a fare la doccia. Song del turno di notte ci farà preparare la cena.”

“Iiiih, benissimo.” Impacciato, Lee spense l’unica lampada. “E se la decisione fosse no?”

Tang-po spense la sigaretta e tossì. “Se fosse no…” Si strinse nelle spalle. “Abbiamo soltanto una vita, nonostante gli dei, quindi abbiamo il dovere di pensare alle nostre famiglie. Un mio parente è comandante di una giunca di Wu Quattro Dita…”