Ore 22,25
“Una cena grandiosa, Ian, meglio di quella dell’anno scorso” disse in tono espansivo Sir Dunstan Barre, che era seduto di fronte a lui.
“Grazie.” Dunross alzò cortesemente il bicchiere e bevve un sorso di cognac.
Barre trangugiò il porto e riempì di nuovo il bicchiere. Era più rubizzo del solito. “Ho mangiato troppo, come al solito, per Dio! Eh, Phillip? Phillip!”
“Sì… oh, sì… molto meglio…” mormorò Phillip Chen.
“Si sente bene, vecchio mio?”
“Oh, sì… è solo… oh, sì.”
Dunross aggrottò la fronte, poi girò gli occhi sugli altri tavoli, ascoltandoli appena.
Erano rimasti soltanto loro tre, intorno al tavolo rotondo che aveva ospitato comodamente dodici persone. Agli altri tavoli sparsi sulle terrazze e nei prati, gli uomini indugiavano bevendo cognac o porto e fumando sigari, o stavano in piedi a gruppi: tutte le signore erano in casa. Vide Bartlett accanto ai tavoli del buffet che un’ora prima scricchiolavano sotto il peso dei cosciotti d’agnello arrosto, le insalate, le costate al sangue, gli enormi pasticci di carne e rognone, le patate arrosto e le verdure, e i pasticcini e le torte e la scultura di gelato. Un piccolo esercito di servitori stava portando via gli avanzi. Bartlett conversava fitto fitto con il sovrintendente capo Roger Crosse e l’americano, Ed Langan. Fra poco mi occuperò di lui, si disse cupamente Dunross… ma prima, Brian Kwok. Si guardò intorno. Brian Kwok non era al suo tavolo, il tavolo che Adryon aveva presieduto, e neppure a uno degli altri. Perciò attese, paziente, sorseggiò il cognac e si perse nei suoi pensieri.
Dossier segreti, MI-6, Special Intelligence, Bartlett, Casey, Gornt, Tsu-yan irreperibile e adesso Alan Medford Grant era morto. La conversazione telefonica prima di cena con Kiernan, l’assistente di Alan Medford Grant a Londra, l’aveva sconvolto. “È successo questa mattina, signor Dunross” aveva detto Kiernan. “Pioveva, la strada era viscida e lui era un fanatico delle motociclette, lo sa. Stava venendo in città come al solito. A quanto ne sappiamo, non c’erano testimoni. Il tizio che l’ha trovato sulla strada di campagna vicino a Esher e all’autostrada A3 ha detto solo che stava viaggiando in macchina sotto la pioggia e si è visto davanti all’improvviso la motocicletta a terra e un uomo accasciato sul bordo della strada. Ha detto che secondo lui Grant era già morto quando l’ha trovato. Ha chiamato la polizia e hanno cominciato le indagini ma… ecco, che posso dire? È una grave perdita per tutti noi.”
“Sì. Aveva famiglia?”
“No, che io sappia, signore. Naturalmente, ho informato subito l’MI-6.”
“Oh?”
“Sì, signore.”
“Perché?”
C’erano state forti scariche, nell’apparecchio. “Mi aveva lasciato istruzioni, signore. Se gli fosse successo qualcosa, dovevo chiamare subito due numeri e inviare un telegramma a lei, e l’ho fatto. I due numeri non mi dicevano nulla. Poi ho scoperto che il primo era il numero privato di un altissimo funzionario dell’MI-6… è arrivato mezz’ora dopo con alcuni suoi collaboratori. Hanno frugato la scrivania e le carte personali di Grant. Le hanno portate via quasi tutte. Quando ha visto la copia dell’ultimo rapporto, quello che avevamo appena mandato a lei, ha fatto un salto fino al soffitto. Ha chiesto le copie di tutti gli altri e io ho risposto, seguendo le istruzioni di Grant, che avevo sempre distrutto le copie dell’ufficio appena sapevamo che lei aveva ricevuto l’originale; e poco è mancato che gli prendesse un colpo. Sembra che Grant in realtà non fosse autorizzato dal governo di Sua Maestà a lavorare per lei.”
“Ma Grant mi aveva assicurato per iscritto di essere stato autorizzato preventivamente dal governo.”
“Sì, signore. Lei non ha fatto niente di illecito, ma quel tizio dell’MI-6 è andato su tutte le furie.”
“Chi era? Come si chiama?”
“Mi è stato detto, signore, di non far nomi. Era molto pomposo, e ha borbottato qualcosa a proposito della legge sui Segreti di Stato.”
“Lei mi ha parlato di due numeri.”
“Sì, signore. L’altro era svizzero. Ha risposto una donna, e dopo che le ho comunicato la morte di Grant, ha detto ‘Oh, mi dispiace’ e ha riattaccato. Era straniera, signore. Una cosa interessante, signore: nelle sue istruzioni finali, Grant aveva detto di non parlare dell’altro a nessuno dei due numeri, ma dato che quel signore dell’MI-6 era, per usare un eufemismo, infuriato, gliel’ho detto. Ha chiamato subito, ma ha trovato il numero occupato. È rimasto occupato per un pezzo e poi il centralino ha detto che era temporaneamente staccato. Quello era furibondo, signore.”
“Può continuare a fornirmi i rapporti di Grant?”
“No, signore. Ero soltanto un impiegato… collezionavo le informazioni che lui riceveva, gli scrivevo i rapporti, rispondevo al telefono quando era assente e provvedevo a pagare i conti dell’ufficio. Lui passava molto tempo sul continente, ma non diceva mai dov’era stato… né altro. Era… ecco, teneva ben coperte le sue carte. Non so chi gli fornisse informazioni… non conosco neppure il numero del suo ufficio a Whitehall. Come ho detto, teneva molto al segreto…”
Dunross sospirò e centellinò il suo brandy. Che peccato, pensò. È stato un incidente… o lo hanno assassinato? E quando mi piomberà addosso l’MI-6? Il conto numerato in Svizzera? Neppure quello è illegale, e non riguarda altri che me e lui.
Cosa devo fare? Deve pur esserci qualcuno che possa sostituirlo, da qualche parte.
È stato un incidente? O lo hanno ucciso?
“Prego?” chiese. Non aveva afferrato quello che aveva detto Barre.
“Stavo appunto dicendo che è stato molto divertente, quando Casey non voleva andarsene, e tu l’hai buttata fuori.” Barre rise. “Hai del fegato, vecchio mio.”
Alla conclusione della cena, prima che venissero serviti il cognac, il porto e i sigari, Penelope si era alzata dal suo tavolo, dove Linc Bartlett stava parlando fitto fitto con Havergill, e le signore se ne erano andate con lei, e poi s’era alzata Adryon e sulle altre terrazze le altre signore l’avevano seguita alla spicciolata. Lady Joanna, che era seduta alla destra di Dunross, aveva detto: “Venite, ragazze, è ora d’incipriarci il naso.”
Obbedienti, le altre donne s’erano alzate e gli uomini, educatamente, avevano finto di non provare sollievo per il loro esodo.
“Venga, mia cara” aveva detto Joanna, che era rimasta seduta.
“Oh, sto benissimo qui, grazie.”
“Ne sono sicura ma, ehm, venga lo stesso.”
Poi Casey s’era accorta che tutti la fissavano. “Cosa c’è?”
“Niente, cara” aveva detto Lady Joanna. “È consuetudine che le signore lascino soli gli uomini per un po’, con il porto e i sigari. Quindi venga.”
Casey l’aveva fissata senza capire. “Vuol dire che ci mandano via mentre gli uomini discutono gli affari di stato e il prezzo del tè in Cina?”
“È questione di buone maniere, cara. A Roma bisogna comportarsi come i romani…” Lady Joanna l’aveva squadrata con un sorrisetto sprezzante sulle labbra, godendosi il silenzio imbarazzato e le occhiate scandalizzate di quasi tutti gli uomini. Tutti gli sguardi erano fissi sull’americana.
“Non vorrà dire sul serio. È una consuetudine passata di moda prima della guerra di Secessione” disse Casey.
“In America può darsi.” Joanna aveva sorriso, torcendo la bocca. “Qui è diverso. Hong Kong fa parte dell’Inghilterra. È questione di buone maniere. Venga, cara.”
“Verrò… cara” aveva detto Casey, con la stessa soavità. “Più tardi.”
Joanna aveva sospirato, scrollando le spalle e aveva guardato Dunross inarcando un sopracciglio: poi, con quel sorrisetto stiracchiato, se ne era andata con le altre signore. Intorno al tavolo era sceso un silenzio carico di sbigottimento.
“Tai-pan, a lei non dispiace se rimango, vero?” aveva detto Casey, ridendo.
“Sì, mi dispiace” aveva risposto lui, gentilmente. “È soltanto una consuetudine, niente d’importante. In realtà è così perché le signore possano servirsi per prime della toelette e dei secchi d’acqua.”
Il sorriso di Casey cominciò a impallidire, il mento si indurì. “E se io preferissi non andare?”
“È una nostra consuetudine, Ciranoush. In America c’è quella di chiamare per nome una persona che si è incontrata per la prima volta, ma qui no. Anche così…” Dunross l’aveva fissata con calma, ma inflessibilmente. “Non c’è da perdere la faccia.”
“Io credo di sì.”
“Le chiedo scusa… ma posso assicurarle che non è così.”
Gli altri avevano atteso, scrutando lui e scrutando lei, godendosi quel confronto, e nello stesso tempo erano inorriditi per il comportamento di Casey. Eccettuato Langan, che era imbarazzato per lei. “Diavolo, Casey” le aveva detto, cercando di buttarla in scherzo. “Non può lottare contro il potere.”
“È quel che ho cercato di fare per tutta la vita” aveva detto lei, brusca… evidentemente infuriata. E poi, all’improvviso, aveva sorriso radiosamente. “Se i signori vogliono scusarmi…” aveva detto con dolcezza, e s’era allontanata veleggiando, lasciando nella sua scia un silenzio attonito.
“Non si può dire che l’abbia buttata fuori” disse Dunross.
“Comunque, è stato molto divertente” osservò Barre. “Chissà cosa le ha fatto cambiare idea. Eh, Phillip?”
“Cosa?” chiese distrattamente Phillip Chen.
“Per un momento ho pensato che quella stesse per prendere a schiaffi il povero vecchio Ian, e lei no? Ma poi le è venuto in mente qualcosa che le ha fatto cambiare idea. Che cosa?”
Dunross sorrise. “Scommetto che non è niente di buono. Quella è suscettibile come un branco di scorpioni.”
“Ha due seni magnifici, però” disse Barre.
Risero. Phillip Chen non rise. Dunross era sempre più preoccupato per lui. Per tutta la serata aveva cercato di scuoterlo un po’, ma non era servito a nulla. Durante la cena, Phillip era rimasto incupito e aveva parlato a monosillabi. Barre si alzò con un rutto. “Credo che andrò a spander acqua, finché c’è ancora posto.” Si avviò verso il giardino barcollando un po’.
“Non pisciare sulle camelie” gli gridò dietro distrattamente Ian, poi si concentrò con uno sforzo. “Phillip, non preoccuparti” disse, appena rimasero soli. “Troveranno John molto presto.”
“Sì, sono sicuro che lo troveranno” disse cupamente Phillip Chen. Era stordito, non tanto per il sequestro, quanto da quello che aveva scoperto nel pomeriggio, dentro la cassetta di sicurezza di suo figlio. L’aveva aperta con la chiave trovata nella scatola da scarpe.
“Avanti, Phillip, prendila, non fare lo sciocco” aveva sibilato sua moglie Dianne. “Prendila… o la prenderà il tai-pan.”
“Sì, sì, lo so.” Grazie a tutti gli dei l’ho presa, pensò, ancora sconvolto, ricordando ciò che aveva trovato quando aveva esaminato il contenuto della cassetta. Buste di varie grandezze, quasi tutte con diciture, un diario e una rubrica telefonica. Nella busta con la scritta “debiti”, puntate per 97.000 dollari di Hong Kong ancora da pagare a vari scommettitori clandestini. Un appunto che riconosceva un debito di 30.000 dollari di Hong Kong per un prestito fatto da Sing l’Avaro, un noto strozzino, al tasso d’interesse del 3 per cento mensile; una vecchia richiesta di copertura della Ho-Pak Bank per uno scoperto di 20.000 dollari USA e una lettera risalente alla settimana prima, con la quale Richard Kwang comunicava che se John Chen non avesse provveduto al più presto si sarebbe visto costretto a parlarne con suo padre. Poi c’erano lettere che documentavano una crescente amicizia tra John e un biscazziere americano, Vincenzo Banastasio, il quale assicurava a John che i suoi debiti non erano urgenti: “… fai pure con calma, John, il tuo credito è ottimo, mi va benissimo entro quest’anno.” E allegata c’era la fotocopia di un impegno notarile, perfettamente legale, che impegnava John Chen, i suoi eredi o curatori, a pagare su richiesta di Banastasio 485.000 dollari USA più gli interessi.
Stupido, stupido, aveva pensato furibondo, sapendo che suo figlio non possedeva più di un quinto di quella somma, e quindi alla fine sarebbe toccato a lui saldare il debito.
Poi una grossa busta con la dicitura “Par-Con” aveva attirato la sua attenzione.
Dentro c’era un contratto firmato da K.C. Tcholok per conto della Par-Con, con la data di tre mesi prima. John Chen veniva assunto come consulente privato della Par-Con per “… $ 100.000 (di cui $ 50.000 già pagati) e inoltre, dopo la firma di un accordo soddisfacente tra la Par-Con e la Struan, la Rothwell-Gornt o qualunque altra compagnia di Hong Kong a scelta della Par-Con, un altro milione di dollari pagabile in un periodo di cinque anni in rate eguali; ed entro trenta giorni dalla firma del predetto accordo, il saldo del debito di $ 485.000 nei confronti del signor Vincenzo Banastasio, 85 Orchard Road, Las Vegas, Nevada, $ 200.000 quale rata per il primo anno, unitamente ai rimanenti $ 50.000…”
“In cambio di che cosa?” si era chiesto ansimando Phillip Chen nel sotterraneo della banca.
Ma il lungo contratto non precisava altro, a parte il fatto che John Chen sarebbe stato un “consulente privato in Asia”. Non c’erano altri fogli allegati.
Phillip Chen aveva esaminato frettolosamente quella busta, pensando che gli fosse sfuggito qualcosa: ma era vuota. Aveva frugato le altre, ma non aveva trovato nulla. Poi aveva notato una busta per posta aerea, quasi incollata a un’altra. Portava la scritta “Par-Con II”. Conteneva le fotocopie di lettere manoscritte inviate da suo figlio a Linc Bartlett.
La prima portava la data di sei mesi prima e confermava che John Chen era disposto a fornire alla Par-Con le informazioni più riservate sulla situazione di tutte le compagnie della Struan: “… naturalmente la cosa dovrà rimanere assolutamente segreta; ma, ad esempio, signor Bartlett, lei può vedere dagli acclusi bilanci della Struan dal 1954 al 1961 (quando la Struan è diventata una compagnia pubblica), che quanto consiglio è perfettamente fattibile. Se esamina la struttura della Struan, e l’elenco di alcuni importanti azionisti e dei loro pacchetti tenuti segreti, incluso quello di mio padre, vedrà che non avrà difficoltà a impadronirsene. Aggiunga a queste fotocopie l’altra cosa di cui le ho parlato: giuro davanti a Dio che può credermi. Le garantisco il successo. Sto mettendo in gioco la mia vita, ma se lei mi anticipa subito la metà di quei primi 100.000, m’impegno a consegnarglielo al suo arrivo… se lei mi garantisce di rendermelo dopo aver concluso l’accordo… o per usarlo contro la Struan. Le garantisco di usarlo contro la Struan. Alla fine, Dunross dovrà fare tutto ciò che lei vorrà. La prego di rispondermi alla solita casella postale e di distruggere la presente, come abbiamo concordato.”
“Consegnargli che cosa?” aveva mormorato Phillip Chen, fuori di sé per l’ansia. Le mani gli tremavano, mentre leggeva la seconda lettera. Portava la data di tre settimane prima. “Caro signor Bartlett, questo confermerà la data del suo arrivo. È tutto pronto. Attendo con ansia di rivederla e di conoscere il signor K.C. Tcholok. Grazie per i 50 in contanti che sono arrivati a destinazione… tutti i futuri versamenti dovranno essere effettuati su un conto numerato a Zurigo… le fornirò i dettagli al suo arrivo. La ringrazio inoltre per aver acconsentito alla nostra intesa verbale secondo la quale, se potrò esserle d’aiuto nel modo promesso, avrò diritto al 3 per cento dei profitti della nuova Par-Con (Asia) Trading Company.
“Allego alcune cose che possono interessarle: osservi la data degli impegni di pagamento (controfirmati da mio padre) contratti dalla Struan nei confronti della Toda Shipping per i nuovi supermercantili… 1°, 11 e 15 settembre. Attualmente, la Struan non è in grado di pagare.
“Inoltre, per rispondere alla domanda del signor Tcholok circa la posizione di mio padre in una eventuale battaglia per il rilevamento della Struan. Può essere neutralizzato. Le fotocopie accluse costituiscono un esempio di quelle di cui dispongo. Come vede, provano i rapporti strettissimi con Lee Polvere Bianca e suo cugino Wu Sang Pang, noto anche come Wu Quattro Dita, a partire dall’inizio degli anni cinquanta, e la segreta comproprietà insieme a loro, ancora oggi, di una compagnia immobiliare, due compagnie di navigazione e vari interessi commerciali a Bangkok. Sebbene oggi entrambi si atteggino a rispettabili uomini d’affari, proprietari immobiliari e armatori, è noto che per anni sono stati pirati e contrabbandieri… e secondo voci attendibili negli ambienti cinesi sarebbero i Draghi Supremi del traffico d’oppio. Se venissero resi pubblici i suoi rapporti con loro, mio padre perderebbe per sempre la faccia: sarebbe la fine dei suoi legami strettissimi con la Struan e tutti gli altri hong oggi esistenti, e soprattutto questo distruggerebbe per sempre la possibilità di venire nominato baronetto, la cosa che desidera più di ogni altra al mondo. Basterebbe la sola minaccia per neutralizzarlo, o addirittura per farselo alleato. Mi rendo conto, naturalmente, che questo materiale e il resto di cui dispongo richiedono un’ulteriore documentazione perché possano aver valore in tribunale, ma io la possiedo già in un posto sicuro…”
Phillip Chen ricordava che, in preda al panico, aveva cercato freneticamente quell’ulteriore documentazione, mentre qualcosa urlava dentro di lui che era impossibile che suo figlio conoscesse tanti segreti, impossibile che avesse i bilanci della Struan dei tempi anteriori alla decisione di rendere pubblica la compagnia, impossibile che sapesse di Wu Quattro Dita e di tutto il resto.
Oh, Dio, è quasi tutto quello che io conosco… neppure Dianne lo sa! E che altro sa, John? Che altro ha detto all’americano?
Fuori di sé per l’ansia aveva frugato in tutte le buste, ma non c’era altro.
“Deve avere un’altra cassetta di sicurezza altrove… o una cassaforte” aveva mormorato, quasi incapace di pensare.
Furiosamente, aveva buttato tutto nella sua borsa, sperando che un esame più attento rispondesse ai suoi interrogativi… E aveva richiuso la cassetta di sicurezza. Poi, colpito da un pensiero improvviso, l’aveva riaperta. Aveva estratto il vassoio scorrevole e l’aveva rigirato. C’erano due chiavi, fissate alla parte inferiore con il nastro adesivo. Una era la chiave di una cassetta di sicurezza, con il numero meticolosamente limato. Phillip Chen aveva fissato l’altra, impietrito. L’aveva riconosciuta subito. Era la chiave della sua cassaforte, quella che era in casa sua, sulla collina. Avrebbe scommesso la vita che l’unica chiave esistente fosse quella che portava sempre al collo, che non aveva mai lasciato neppure per un momento… da quando gliel’aveva consegnata suo padre sul letto di morte, sedici anni prima.
“Oh ko” aveva detto a voce alta, riassalito dalla rabbia.
Dunross chiese: “Ti senti bene? Vuoi un brandy?”
“No, grazie” disse Phillip Chen con voce tremula, ritornando al presente. Con uno sforzo si scosse e fissò il tai-pan, pensando che avrebbe dovuto dirgli tutto. Ma non osava. Non avrebbe osato farlo se prima non avesse conosciuto la portata dei segreti che gli erano stati sottratti. E anche allora, non avrebbe osato comunque. A parte le numerose transazioni che le autorità avrebbero potuto interpretare in modo inesatto, e altre che potevano essere molto imbarazzanti e avrebbero potuto portare in tribunale, civile se non penale – la stupida legge inglese, pensò furiosamente, è così stupido avere una legge eguale per tutti, è stupido non avere una legge per i ricchi e una per i poveri… altrimenti, perché doveva valere la pena di lavorare e di sudare e di rischiare e di tramare per essere ricchi? – a parte tutto questo, avrebbe dovuto confessare a Dunross che lui si documentava da anni sui segreti della Struan, che suo padre aveva fatto altrettanto – bilanci, elenchi degli azionisti e le altre cose segrete di famiglia, privatissime e personali, il contrabbando e le bustarelle – e sapeva che non sarebbe servito a nulla dire che lo faceva solo per proteggere la Casa, perché il tai-pan avrebbe potuto ribattere giustamente, sì, ma per proteggere la Casa dei Chen e non la Nobil Casa, e se la sarebbe presa con lui, avrebbe scatenato la sua ira su di lui e su tutti i suoi discendenti, e in una lotta contro la Struan lui avrebbe inevitabilmente perduto – a questo aveva provveduto il testamento di Dirk Struan – e tutto ciò che era stato costruito in un secolo e mezzo sarebbe svanito.
Grazie a tutti gli dei, nella cassaforte non c’era tutto, pensò con fervore. Grazie a tutti gli dei, le altre cose sono sepolte al sicuro.
Poi all’improvviso alcune parole della prima lettera di suo figlio gli riaffiorarono alla mente: “… Aggiunga a queste fotocopie l’altra cosa di cui le ho parlato…”
Impallidì e si alzò vacillando. “Se vuoi scusarmi, tai-pan… io, ehm, vorrei augurarti la buonanotte. Andrò a cercare Dianne e… e… grazie, buonanotte.” E si avviò in fretta verso la casa.
Dunross lo seguì con gli occhi, turbato.
“Oh, Casey” stava dicendo Penelope, “posso presentarle Kathren Gavallan? È la sorella di Ian.”
“Piacere!” Casey le sorrise, trovandola subito simpatica. Erano in una delle anticamere del pianterreno, tra le altre signore che chiacchieravano o si rifacevano il trucco o facevano la fila in attesa di entrare nella toelette. Era una stanza grande e comoda, piena di specchi. “Avete tutti e due gli stessi occhi… riconoscerei dovunque la rassomiglianza” disse. “È un uomo straordinario, no?”
“Secondo noi, sì” rispose Kathren con un sorriso. Aveva trentotto anni ed era piacente, con un gradevole accento scozzese, l’abito di seta a fiori lungo e fresco. “La scarsità d’acqua è una gran seccatura, no?”
“Sì. Deve essere molto difficile con i bambini.”
“No, chérie, i bambini ne sono entusiasti” esclamò Susanne deVille. Aveva passato da un pezzo la quarantina: era molto chic e aveva un leggerissimo accento francese. “Come si fa a pretendere che facciano il bagno tutte le sere?”
“I miei due sono lo stesso.” Kathren sorrise. “Per noi genitori è un fastidio, ma non certo per loro. Ma è una seccatura, quando si cerca di mandare avanti una casa.”
Penelope disse: “Dio, è atroce! Quest’estate è stato un supplizio. Stasera lei ha avuto fortuna, di solito grondiamo di sudore!” Si stava controllando il trucco allo specchio. “Non vedo l’ora che venga il mese prossimo. Kathren, te l’ho detto che andiamo a casa in vacanza per un paio di settimane? Almeno, io ci andrò. Anche Ian ha promesso di venirci ma con lui non si sa mai.”
“Ha bisogno di una vacanza” disse Kathren, e Casey notò che aveva gli occhi cerchiati, sotto il trucco. “Vai ad Ayr?”
“Sì, e a Londra per una settimana.”
“Fortunata. Per quanto tempo resterà a Hong Kong, Casey?”
“Non so. Tutto dipende da quel che farà la Par-Con.”
“Sì. Andrew ha detto che è stata in riunione con loro tutto il giorno.”
“Non credo che siano stati molto entusiasti di dover discutere d’affari con una donna.”
“Questo è dir poco” fece Susanne deVille con una risata, sollevandosi la gonna per tirar giù la camicetta. “Certo, il mio Jacques è mezzo francese, e capisce che anche le donne si occupano d’affari. Ma gli inglesi…” E inarcò le sopracciglia.
“Il tai-pan non ha l’aria di dispiacersene” disse Casey. “Ma per la verità, con lui non ho ancora trattato.”
“Ma ha trattato con Quillan Gornt” disse Kathren; e Casey, che stava in guardia anche nell’intimità della toelette, captò il sottinteso nella sua voce.
“No” rispose. “Non l’avevo mai visto, prima di stasera… Ma il mio capo ha trattato con lui.”
Poco prima dell’inizio della cena aveva avuto il tempo di riferire a Bartlett l’episodio dello scontro fra il padre di Gornt e Colin Dunross.
“Gesù! Non mi meraviglia che Adryon ci sia rimasta così male” aveva detto Bartlett. “E proprio nella sala da biliardo, per giunta.” Aveva riflettuto un momento, e poi aveva alzato le spalle. “Ma tutto questo serve a esercitare una maggiore pressione su Dunross.”
“Può darsi. Però la loro inimicizia è molto più profonda di qualunque cosa che io abbia mai conosciuto, Linc. Potrebbe facilmente scoppiarti fra le mani.”
“Non vedo come… per ora. Gornt si è limitato ad aprire all’ala, da buon generale. Se non avessimo avuto le informazioni di John Chen, quello che ha detto Gornt avrebbe potuto avere un’importanza vitale per noi. Ma non può sapere che siamo più avanti di lui. Quindi cerca di stringere i tempi. Non abbiamo ancora tirato fuori l’artiglieria da campagna, e tutti e due ci stanno già facendo la corte.”
“Hai deciso con chi ti metterai?”
“No. Qual è la tua opinione?”
“Non mi sono ancora fatta un’opinione. Sono colossi tutti e due. Linc, credi che John Chen sia stato sequestrato perché ci passava informazioni?”
“Non lo so. Perché?”
“Prima che arrivasse Gornt, mi ha intercettata il sovrintendente Armstrong. Mi ha chiesto che cosa aveva detto John Chen ieri sera; di cosa aveva parlato, quali erano state le sue parole precise. Gli ho riferito tutto quel che ricordavo… ma non ho mai detto che doveva prendere in consegna quell’oggetto. Tanto più che non so ancora di cosa si tratti.”
“Non è niente d’illecito, Casey.”
“Non mi va di non saperlo proprio in questo momento. Sta diventando… Sono frastornata: i fucili, questo sequestro di persona, l’insistenza della polizia.”
“Non è niente d’illecito. Non parliamone più. Armstrong ha detto che c’era qualche legame?”
“Non ha detto niente. È il tipo del poliziotto-gentiluomo inglese, forte e taciturno, e furbo e preparato come quelli che si vedono al cinema. Era sicuro che gli nascondessi qualcosa.” Casey aveva esitato. “Linc, che cos’ha John Chen di tanto importante per noi?”
Adesso, Casey ricordava come lui l’aveva scrutata, con gli occhi azzurri e profondi e ironici e ridenti.
“Una moneta” aveva detto con calma.
“Che cosa?” aveva chiesto lei, sbalordita.
“Sì. Per la precisione, una mezza moneta.”
“Ma, Linc, cosa c’entra una mo…”
“Per ora non aggiungerò altro, Casey. Ma dimmi: Armstrong pensa che ci sia qualche legame tra il sequestro di Chen e i fucili?”
“Non lo so.” Lei aveva scrollato le spalle. “Non credo, Linc. Non saprei neppure dirti se è possibile. Quello è troppo furbo.” Aveva esitato di nuovo. “Linc, hai concluso un accordo con Gornt? Un accordo di qualunque genere?”
“No. Niente di concreto. Gornt vuol togliere di mezzo la Struan e vuole unirsi a noi per distruggerla. Ha detto che ne discuteremo martedì. A cena.”
“E tu cosa dirai al tai-pan, fra poco?”
“Dipende dalle sue domande. Lui saprà che è buona strategia sondare le difese del nemico.”
Casey aveva cominciato a domandarsi chi era il nemico. Si sentiva molto straniata, persino lì, tra tutte le altre signore. Aveva percepito soltanto ostilità da parte di tutte, eccettuate quelle due, Penelope e Kathren Gavallan… e una donna che aveva incontrato prima, mentre faceva la fila davanti alla toelette.
“Salve” aveva detto la donna a bassa voce. “Ho saputo che anche lei non è di qui.”
“Sì. Sì, infatti” aveva detto Casey, impressionata dalla sua bellezza.
“Io sono Fleur Marlowe. Mio marito è Peter Marlowe. È scrittore. Sa, lei è splendida!”
“Grazie. Anche lei. È appena arrivata?”
“No. Siamo qui da tre mesi e due giorni, ma questa è la prima festa veramente inglese cui siamo stati invitati” disse Fleur, in un inglese meno scandito di quello delle altre. “Siamo quasi sempre in compagnia di cinesi, o ce ne stiamo soli. Abbiamo un appartamento nella dependance del Vic. Dio” soggiunse, guardando la porta della toelette. “Vorrei che quella si sbrigasse!”
“Anche noi siamo al Vic.”
“Sì, lo so. Voi due siete piuttosto famosi.” Fleur Marlowe aveva riso.
“Tristemente famosi! Non sapevo che avessero anche appartamenti.”
“Non è un vero appartamento. Due stanzette da letto e un salotto. La cucina è un bugigattolo. Comunque, è una specie di casa. Abbiamo un bagno con l’acqua corrente, e il gabinetto che funziona.” Fleur Marlowe aveva due grandi occhi grigi, obliqui, e lunghi capelli biondi. Casey pensò che doveva avere all’incirca la sua età.
“Suo marito è giornalista?”
“Scrittore. Ha pubblicato un solo libro. Di solito scrive sceneggiature e dirige film a Hollywood. È con quello che paghiamo l’affitto.”
“Come mai frequentate i cinesi?”
“Oh, a Peter interessano.” Fleur Marlowe aveva sorriso e aveva mormorato con aria da cospiratrice, girando lo sguardo sulle altre donne: “Sono abbastanza opprimenti, no…? Più inglesi degli inglesi. I legami della vecchia scuola e tutte quelle balle.”
Casey aveva aggrottato la fronte. “Ma anche lei è inglese.”
“Sì e no. Sono inglese, ma vengo da Vancouver, Columbia Britannica. Viviamo negli Stati Uniti, io e Peter e i bambini, nella cara vecchia Hollywood, in California. Per la verità non so neanch’io che cosa sono: un po’ l’uno e un po’ l’altro.”
“Anche noi viviamo a Los Angeles, Linc e io.”
“Bartlett mi è sembrato sensazionale. Lei è fortunata.”
“Quanti anni hanno i suoi bambini?”
“Uno quattro e l’altro otto… grazie a Dio, da noi l’acqua non è ancora razionata.”
“Le piace Hong Kong?”
“È affascinante, Casey. Peter sta facendo ricerche per un libro, e quindi per lui è meravigliosa. Mio Dio, se fosse vera anche soltanto una metà delle leggende… Gli Struan e i Dunross e tutti gli altri, e il suo Quillan Gornt.”
“Non è mio. L’ho conosciuto questa sera.”
“Ha provocato un mezzo terremoto attraversando la sala da ballo insieme a lui.” Fleur aveva riso. “Se rimarrà qui, parli con Peter, lui l’informerà di tutti gli scandali.” Aveva indicato con un cenno del capo Dianne Chen che si stava incipriando il naso davanti a uno degli specchi. “Quella è la matrigna di John Chen, la moglie di Phillip Chen. È la moglie numero due… la prima è morta. È eurasiatica e odiata da tutti o quasi, ma è una delle persone più gentili che abbia mai conosciuto.”
“Perché è così odiata?”
“Sono invidiose, quasi tutte. In fondo, è la moglie del compradore della Nobil Casa. Ci siamo conosciute, prima, e lei è stata squisita con me. È… è difficile vivere a Hong Kong per una donna, particolarmente per una forestiera. Non so perché, ma mi ha trattata come se fossi di famiglia. È stata magnifica.”
“È eurasiatica? Sembra cinese.”
“Qualche volta è difficile capirlo. Il suo cognome da ragazza è T’Chung, così dice Peter, e quello di sua madre è Sung. I T’Chung discendono da una delle amanti di Dirk Struan, e anche la famiglia Sung è di origine illegittima. Discende dal famoso pittore Aristotle Quance. Ha sentito parlare di lui?”
“Oh, sì.”
“Molte delle… ehm, delle migliori famiglie di Hong Kong sono… Ecco, il vecchio Aristotle diede origine a quattro discendenze…”
In quel momento dalla porta della toelette era uscita una donna. Fleur Marlowe aveva esclamato: “Grazie al cielo!”
Mentre Casey attendeva il suo turno, aveva ascoltato distrattamente le conversazioni delle altre. Erano sempre gli stessi argomenti: i vestiti, il caldo, la scarsità d’acqua, lamentele per le amah e gli altri servitori, il costo della vita, i figli, le scuole. Poi era venuto il suo turno, e quando era uscita Fleur Marlowe era scomparsa, e Penelope si era avvicinata. “Oh, ho appena saputo che non voleva andarsene. Non badi a Joanna” disse sottovoce. “È una noia e lo è sempre stata.”
“È colpa mia… non sono ancora abituata alle vostre usanze.”
“È molto sciocco, ma a lungo andare è molto più facile lasciare che gli uomini l’abbiano vinta. Personalmente, sono ben felice di andarmene. Devo dire che la loro conversazione spesso mi sembra molto noiosa.”
“Sì, lo è davvero, a volte. Ma è una questione di principio. Dovrebbero trattarci da eguali.”
“Non saremo mai eguali, cara. Almeno qui. Questa è la colonia di Hong Kong.”
“È quello che mi ripetono tutti. Per quanto tempo dobbiamo stare lontane?”
“Oh, mezz’ora, più o meno. Non c’è un tempo prestabilito. Conosce Quillan Gornt da molto?”
“L’ho visto stasera per la prima volta” disse Casey.
“Non… non è gradito in questa casa” disse Penelope.
“Sì, lo so. Ho saputo di quella festa di Natale.”
“Che cosa le hanno detto?”
Casey riferì quel che sapeva.
Vi fu un silenzio. Poi Penelope disse: “Non è piacevole per gli estranei trovarsi coinvolti nei dissidi familiari, vero?”
“No.” Casey soggiunse: “Ma tutte le famiglie litigano. Siamo venuti qui, io e Linc, per metterci in affari… speriamo di collaborare con una delle grandi compagnie locali. Siamo estranei e lo sappiamo… per questo cerchiamo un socio.”
“Bene, cara, sono sicura che prenderete una decisione. Siate pazienti e cauti. Non sei d’accordo, Kathren?” chiese Penelope alla cognata.
“Sì, Penelope. Sì, sono d’accordo.” Kathren guardò Casey con lo stesso sguardo franco e diretto di Dunross. “Spero che facciate la scelta giusta, Casey. Qui sono tutti piuttosto vendicativi.”
“Perché?”
“Una delle ragioni è che siamo una società molto chiusa, con forti legami di parentela, e tutti si conoscono… e conoscono quasi tutti i segreti degli altri. Un’altra è che esistono odi che risalgono a molte generazioni fa, e che sono stati alimentati continuamente. Quando si odia, si odia con tutto il cuore. Un’altra è che questa è una società di pirati, con pochissimi freni, e quindi ci si può vendicare impunemente. Oh, sì. Un’altra ragione è che qui le poste in gioco sono alte… se riesce ad ammassare un mucchio d’oro può tenerselo legalmente, anche se lo ha guadagnato al di fuori della legge. Hong Kong è un luogo di transito… nessuno viene mai qui con l’intenzione di restare, neppure i cinesi: vengono solo per far quattrini e andarsene. È il posto più anomalo della terra.”
“Ma gli Struan e i Dunross e i Gornt sono qui da generazioni” disse Casey.
“Sì, ma individualmente vennero per una sola ragione: il denaro. Qui il denaro è il nostro dio. E appena uno ce l’ha, scompare. Europei, americani… e sicuramente i cinesi.”
“Stai esagerando, Kathy cara” disse Penelope.
“Sì. Ma è la verità. Un’altra ragione è che viviamo continuamente sull’orlo della catastrofe: incendi, inondazioni, epidemie, frane, disordini. Metà della popolazione è comunista, metà è nazionalista: e si odiano in un modo che nessun europeo potrà mai capire. E la Cina… la Cina può inghiottirci da un momento all’altro. Quindi viviamo alla giornata, e al diavolo tutto quanto: si arraffa quel che si può perché domani… chissà? E che nessuno si metta di mezzo! Qui tutti sono più brutali, perché è tutto precario, e a Hong Kong non dura mai nulla.”
“Eccettuato il Peak” disse Penelope. “E i cinesi.”
“Anche i cinesi vogliono arricchire in fretta per andarsene in fretta… loro più di tutti. Aspetti, Casey, e vedrà. Hong Kong opererà la sua magia anche su di lei… o la sua stregoneria, a seconda del punto di vista. Per gli affari, è il luogo più esaltante della terra, e presto avrà la sensazione d’essere al centro del mondo. È pazzesco ed esaltante per un uomo… mio Dio, per un uomo è meraviglioso, ma per noi è tremendo, e ogni donna, ogni moglie odia Hong Kong con fervore, anche se finge di amarla.”
“Suvvia, Kathren” cominciò Penelope. “Stai esagerando di nuovo.”
“No. No, non esagero. Qui siamo tutte minacciate, Penny, lo sai! Noi donne combattiamo una battaglia perduta…” Kathren s’interruppe e sorrise, forzatamente. “Chiedo scusa, me la prendo troppo. Penn, andrò a cercare Andrew, e se lui vuol restare, me la filerò, se non ti dispiace.”
“Ti senti bene, Kathy?”
“Oh, sì, è solo stanchezza. Il figlio minore mi dà qualche preoccupazione, ma l’anno venturo andrà in collegio.”
“Come è andato il checkup?”
“Benissimo.” Kathy sorrise stancamente a Casey. “Quando se la sente, mi dia un colpo di telefono. Sono sull’elenco. Non scelga Gornt. Sarebbe fatale. Ciao, tesoro” aggiunse rivolta a Penelope, e se ne andò.
“È molto cara” disse Penelope. “Ma si agita troppo.”
“Lei si sente minacciata?”
“Sono contenta della mia vita, con le mie figlie e mio marito.”
“Ti ha chiesto se ti senti minacciata, Penelope.” Susanne deVille si incipriò accuratamente il naso e studiò la propria immagine. “È vero?”
“No. Qualche volta mi sento sopraffatta. Ma… ma non sono minacciata più di quanto lo sia tu.”
“Ah, chérie, ma io sono parigina. Come posso essere minacciata? È stata a Parigi, m’selle?”
“Sì” disse Casey. “È bellissima.”
“È il mondo” disse Susanne, con modestia tutta francese. “Puah, dimostro almeno trentasei anni.”
“Neppure per idea, Susanne.” Penelope guardò l’orologio. “Credo che possiamo raggiungerli, adesso. Scusatemi un secondo…”
Susanne la guardò allontanarsi, poi tornò a rivolgere l’attenzione su Casey. “Jacques e io ci siamo stabiliti a Hong Kong nel ’46.”
“Anche lei è di famiglia?”
“Il padre di Jacques sposò una Dunross durante la Prima guerra mondiale… una zia del tai-pan.” Susanne si protese verso lo specchio e si tolse un granello di cipria. “Nella Struan è importante essere della famiglia.”
Casey vide gli occhi acuti di Susanne che la scrutavano dallo specchio. “Naturalmente, sono d’accordo con lei: è un’assurdità che le signore si ritirino dopo cena, perché è chiaro che, quando ce ne siamo andate noi, se ne è andato tutto il calore.”
Casey sorrise. “Credo di sì. Perché Kathren ha parlato di minaccia? Quale minaccia?”
“La gioventù, naturalmente, la gioventù! Qui ci sono decine di migliaia di giovani chinoises giovani, chic, sensate, incantevoli, con lunghi capelli neri e graziosi, provocanti derrières e carnagioni dorate, che capiscono veramente gli uomini, e vedono il sesso per quello che è: una merce di scambio. Sono quei maldestri puritani inglesi che hanno confuso la mente delle loro donne, povere creature. Grazie a Dio, io sono francese! Povera Kathy!”
“Oh” disse Casey, capendo l’allusione. “Ha scoperto che Andrew ha un’amante?”
Susanne sorrise senza rispondere: continuò a fissare la propria immagine. Poi disse: “Il mio Jacques… naturalmente ha le sue amanti, naturalmente tutti gli uomini hanno le loro amanti, e se abbiamo buon senso anche noi facciamo altrettanto. Ma noi francesi pensiamo che queste trasgressioni non devono influire sul matrimonio. Vi attribuiamo solo l’importanza che meritano, non?” I suoi occhi scuri cambiarono leggermente espressione. “Oui!”
“Ma è difficile, no? È difficile sopportarlo, per una donna?”
“Tutto è difficile per una donna, chérie, perché gli uomini sono così crétins.” Susanne deVille allisciò una grinza dell’abito, poi si diede qualche goccia di profumo dietro le orecchie e tra i seni. “Qui non ce la farà, se cercherà di giocare secondo le regole maschili anziché quelle feminines. Qui può avere un’occasione rara, mademoiselle, se è donna abbastanza. E se non dimentica che i Gornt sono tutti velenosi. Tenga d’occhio il suo Linc Bartlett, Ciranoush: qui ci sono già varie signore che ci terrebbero a impadronirsene, e a umiliare lei.”