14.

Ore 22,42

Al secondo piano, l’uomo uscì cautamente dalle ombre del lungo balcone e si insinuò attraverso la porta-finestra aperta nel buio dello studio di Dunross. Esitò, tendendo l’orecchio. L’abito scuro lo rendeva quasi invisibile. I suoni lontani della festa salivano nella stanza, rendendo più opprimenti il silenzio e l’attesa. Accese una piccola lampada tascabile.

Il cerchio di luce puntò sul quadro sopra il camino. L’uomo si avvicinò. Dirk Struan sembrava fissarlo, con un lieve sorriso di sfida. La luce si spostò sulla cornice. L’uomo tese delicatamente la mano e provò a smuoverla, prima da una parte e poi dall’altra. Senza far rumore, il quadro si scostò dalla parete.

L’uomo sospirò.

Scrutò da vicino la serratura, poi estrasse un piccolo mazzo di chiavi. Ne scelse una, la provò: non girava. Un’altra. Altro insuccesso. Un’altra e un’altra ancora, e finalmente vi fu un lieve scatto, e la chiave girò, ma non del tutto. L’uomo provò con le chiavi che restavano, ma invano.

Irritato, provò con quella che aveva girato parzialmente, ma non riuscì a far scattare la serratura.

Fece scorrere le dita lungo i bordi della cassaforte, ma non trovò molle nascoste. Tentò di nuovo con la chiave, in un senso e nell’altro, delicatamente o con forza. Ma non girava.

L’uomo esitò di nuovo. Dopo un momento rimise a posto il quadro – adesso gli occhi lo guardavano ironici – e andò alla scrivania. C’erano due telefoni. Prese quello che non aveva altre diramazioni nella casa e fece un numero.

Lo squillo risuonò monotono, poi s’interruppe. “Sì?” disse in inglese una voce maschile.

“Il signor Lop-sing, per favore” disse sottovoce l’uomo che aveva chiamato. Era un codice.

“Qui non c’è nessun Lop-ting. Mi dispiace, ha sbagliato numero.”

La risposta in codice era quella che si aspettava. Continuò: “Desidero lasciare un messaggio.”

“Mi dispiace, ha sbagliato numero. Controlli sull’elenco.”

Anche quella era la risposta giusta, la risposta definitiva. “Sono Lim” mormorò l’uomo, usando il nome di copertura. “Arthur, per favore. Urgente.”

“Un momento.”

L’uomo sentì che il microfono passava di mano, e la tosse secca che riconobbe subito. “Sì, Lim? Trovata la cassaforte?”

“Sì” disse l’uomo. “È dietro il quadro sopra il camino, ma nessuna delle chiavi va bene. Ho bisogno di un equipaggiamento spec…” S’interruppe di colpo. C’erano voci che si avvicinavano. Riattaccò, delicatamente. In fretta, con nervosismo, controllò che tutto fosse a posto, spense la lampada tascabile e si diresse verso il balcone che fiancheggiava la facciata nord. Per un istante il chiaro di luna l’illuminò. Era Feng, il sommelier. Poi svanì: l’abito scuro si fuse perfettamente nell’oscurità.

La porta si aprì. Entrò Dunross, seguito da Brian Kwok. Accese la luce. Subito la stanza divenne calda, accogliente. “Qui non ci disturberanno” disse. “Si accomodi.”

“Grazie.” Era la prima volta che Brian Kwok veniva invitato al piano di sopra.

Entrambi portavano i bicchieri con il brandy: si avvicinarono alla frescura delle finestre, mentre la lieve brezza agitava le tende di velo, e sedettero sulle poltrone, uno di fronte all’altro. Brian Kwok stava guardando il quadro, piazzato perfettamente sotto la luce. “Un ritratto sensazionale.”

“Sì.” Dunross gli diede un’occhiata e restò impietrito. Il quadro era impercettibilmente fuori posto. Nessun altro se ne sarebbe accorto.

“Qualcosa che non va, Ian?”

“No. No, niente” disse Dunross, scuotendosi. Istintivamente sondò lo studio, alla ricerca di una presenza estranea. Rivolse tutta l’attenzione sul sovrintendente cinese; ma intanto si chiedeva chi avesse toccato il quadro, e perché. “Cosa voleva dirmi?”

“Due cose. Prima, il suo mercantile, l’Eastern Cloud.”

Dunross trasalì. “Oh?” Era uno dei tanti mercantili di grande cabotaggio della Struan che percorrevano le rotte commerciali dell’Asia. L’Eastern Cloud era un mercantile da diecimila tonnellate sulla redditizia rotta Hong Kong-Bangkok-Singapore-Calcutta-Madras-Bombay, che qualche volta faceva scalo a Rangoon in Birmania… partiva portando ogni tipo di manufatti prodotti a Hong Kong, e ritornava portando dall’India, dalla Malacca, dalla Thailandia e dalla Birmania materie prime, sete, pietre preziose, teak, juta, viveri. Sei mesi prima era stata messa sotto sequestro a Calcutta dalle autorità indiane, dopo che un’improvvisa ispezione doganale aveva scoperto in uno dei carbonili 36.000 tael d’oro di contrabbando. Un po’ più di una tonnellata.

“L’oro è una cosa, eccellenza, e non ha niente a che fare con noi” aveva detto Dunross al console generale d’India a Hong Kong. “Ma mettere sotto sequestro la nostra nave è tutta un’altra faccenda!”

“Ah, dolentissimo, signor Dunross. La legge è legge, e il contrabbando d’oro in India è molto grave, e la legge dice che una nave con merce di contrabbando a bordo può venire confiscata e venduta.”

“Sì, può darsi. Forse, eccellenza, in questo caso lei potrebbe convincere le autorità…” Ma tutte le sue suppliche erano state inutili, e i tentativi di intercessione ad alto livello, lì, in India e persino a Londra, in tutti quei mesi non erano serviti a nulla. Le indagini della polizia indiana e di quella di Hong Kong non avevano prodotto prove contro i membri dell’equipaggio, ma l’Eastern Cloud era ancora bloccata nel porto di Calcutta.

“Cosa voleva dirmi dell’Eastern Cloud?” chiese Dunross.

“Pensiamo di poter convincere le autorità indiane a lasciarla andare.”

“In cambio di che?” chiese sospettoso Dunross.

Brian Kwok rise. “Niente. Non sappiamo chi siano i contrabbandieri, ma sappiamo chi ha fatto la soffiata.”

“Chi?”

“Circa sette mesi fa, lei ha cambiato la scelta degli equipaggi. In precedenza la Struan aveva ingaggiato sulle sue navi esclusivamente marinai cantonesi; poi, per qualche ragione, lei ha deciso di imbarcare gli sciangaiesi. Giusto?”

“Sì.” Dunross ricordava che Tsu-yan, sciangaiese anche lui, lo aveva suggerito, affermando che alla Struan sarebbe stato utile aiutare alcuni profughi del nord. “Dopotutto, tai-pan, anche loro sono buoni marinai” aveva detto Tsu-yan. “E le loro richieste di salario sono molto modeste.”

“Quindi la Struan aveva ingaggiato un equipaggio sciangaiese sull’Eastern Cloud – e fu la prima volta, mi pare – e i cantonesi che non erano stati ingaggiati avevano perso la faccia ed erano andati a lamentarsi con il Bastone Rosso della loro triade che…”

“Oh, la smetta, per amor di Dio! I nostri equipaggi non sono triadi!”

“Ho detto spesso che i cinesi amano molto le associazioni, Ian. E va bene, diciamo che il Bastone Rosso era il loro rappresentante sindacale – anche se lei sa benissimo che non ci sono neppure i sindacati – ma quel tipo aveva detto, chiaro e tondo: oh ko, abbiamo perso veramente la faccia per colpa di quegli zotici del nord, li sistemerò io. E aveva fatto una soffiata a un informatore indiano di qui che, in cambio di una grossa fetta della ricompensa, naturalmente concordata in anticipo, aveva passato l’informazione al consolato d’India.”

“Cosa?”

Brian Kwok sorrise raggiante. “Sì. La ricompensa fu divisa, venti-ottanta, fra l’indiano e i marinai cantonesi che avrebbero dovuto venire imbarcati sull’Eastern Cloud… E così i cantonesi riguadagnarono la faccia e i disprezzati rifiuti sciangaiesi finirono in un fetido carcere indiano e persero a loro volta la faccia.”

“Oh, Cristo!”

“Sì.”

“Ha le prove?”

“Oh, sì! Ma diciamo che il nostro amico indiano ci aiuterà nelle future indagini in cambio, ehm, di certi servigi, quindi preferiamo non nominarlo. E il suo ‘rappresentante sindacale’? Ah, uno dei suoi nomi era Tuk Lingua Lunga, ed è stato per tre anni a bordo dell’Eastern Cloud come fuochista. Era, perché purtroppo non lo rivedremo più. Lo abbiamo beccato con tutti i paramenti del 14K la settimana scorsa… paramenti da Bastone Rosso… grazie a un gentile informatore sciangaiese, fratello di un membro dell’equipaggio che è rimasto a languire nel suddetto fetido carcere indiano.”

“E stato deportato?”

“Oh, sì, in un batter d’occhio. Noi non approviamo affatto le triadi. Al giorno d’oggi sono bande di criminali, immischiate nelle attività più sporche. È stato spedito a Formosa, dove non credo sarà il benvenuto… visto che la società settentrionale e sciangaiese del Pang Verde sta ancora lottando con quella meridionale e cantonese del 14K per il controllo di Hong Kong. Tuk Lingua Lunga era proprio un 426…”

“Cos’è un 426?”

“Oh, credevo lo sapesse. Tutti i gerarchi delle triadi sono indicati con numeri, oltre che con titoli simbolici… i numeri sono sempre divisibili per il mistico tre. Un capo è un 489, che dà ventuno, che a sua volta dà tre, e inoltre ventuno è un multiplo di tre, rappresentante la creazione, per sette, la morte, e significa rinascita. Un funzionario di secondo rango è un Ventaglio Bianco, 438, un Bastone Rosso è un 426. Il grado più basso è un 49.”

“Ma non è divisibile per tre, santo cielo!”

“Sì. Ma quattro per nove dà trentasei, il numero dei giuramenti di sangue segreti.” Brian Kwok scrollò le spalle. “Sa che noi cinesi abbiamo la mania dei numeri e della numerologia. Quello era un Bastone Rosso, un 426, Ian. Lo abbiamo preso. Quindi le triadi esistono, o esistevano, almeno su una delle sue navi. O no?”

“A quanto pare.” Dunross stava imprecando contro se stesso; non aveva previsto che, ovviamente, sarebbe stata in gioco la faccia dei cantonesi e degli sciangaiesi, e quindi altrettanto ovviamente ci sarebbero stati guai. E ora sapeva di essersi cacciato in un’altra trappola. Adesso aveva sette navi con equipaggi sciangaiesi e cinquanta e più con equipaggi cantonesi.

“Cristo, non posso licenziare i marinai sciangaiesi che ho già ingaggiato, e se non lo farò la storia continuerà e gli uni e gli altri perderanno la faccia. Che soluzione c’è?” chiese Dunross.

“Assegni in esclusiva certe rotte agli sciangaiesi, ma solo dopo aver consultato i loro Bastoni Rossi 426… scusi, i loro rappresentanti sindacali, e naturalmente i loro equivalenti cantonesi… e solo dopo aver consultato un noto indovino che le abbia detto che far così sarebbe di buon auspicio. Che ne direbbe di Tung, il Vecchio Cieco?”

“Tung, il Vecchio Cieco?” Dunross rise. “Perfetto! Brian, lei è un genio! Un favore ne richiede un altro. Resterà tra noi due?”

“D’accordo.”

“Garantito?”

“Sì.”

“Per prima cosa, domani mattina, compri azioni della Struan.”

“Quante?”

“Tutte quelle che può permettersi.”

“Per quanto tempo dovrò tenerle?”

“Come sta a cojones?”

Brian zufolò, stonato. “Grazie.” Rifletté un istante, poi volse di nuovo la mente alle questioni immediate. “Per tornare all’Eastern Cloud. Adesso veniamo a uno dei dettagli interessanti, Ian. 36.000 tael d’oro valgono 1.514.520 dollari USA al mercato ufficiale. Ma fuso in barre da cinque tael, come usano i contrabbandieri, e consegnato segretamente a terra a Calcutta, quel carico varrebbe il doppio, magari anche il triplo per gli acquirenti privati… diciamo 4 milioni e mezzo di dollari USA, giusto?”

“Non so, esattamente.”

“Oh, ma lo so io. Il mancato guadagno è oltre i 3 milioni… l’investimento perduto supera il milione e mezzo.”

“E con questo?”

“E con questo, sappiamo tutti che gli sciangaiesi sono amanti del segreto e delle cricche quanto i cantonesi, o i Chu Chow o i fukenesi o qualunque altro piccolo gruppo di cinesi. Quindi, naturalmente, i marinai sciangaiesi erano i contrabbandieri… dovevano essere loro, Ian, anche se non possiamo dimostrarlo. Quindi può scommettere il suo ultimo dollaro che furono sempre gli sciangaiesi a portare clandestinamente l’oro da Macao a Hong Kong e a bordo dell’Eastern Cloud, che l’oro fu acquistato a Macao con denaro sciangaiese e che perciò sicuramente parte di quel denaro proveniva dai fondi del Pang Verde.”

“Non è detto.”

“Ha ancora avuto notizie da Tsu-yan?”

Dunross lo fissò. “No. E lei?”

“Non ancora, ma stiamo facendo indagini.” Brian lo fissò a sua volta. “Il primo punto è che il Pang Verde ha subìto un grosso smacco, e i delinquenti detestano perdere il denaro guadagnato con tanta fatica, e quindi la Struan può aspettarsi un sacco di guai, a meno che lei stronchi il problema alla radice come le ho consigliato.”

“Non tutti quelli del Pang Verde sono delinquenti.”

“Questione di opinioni, Ian. Secondo punto, e che resti tra noi. Siamo sicuri che Tsu-yan sia implicato nel racket del contrabbando d’oro. Il terzo e ultimo punto è che, se una certa compagnia non vuol farsi confiscare tutte le navi per contrabbando d’oro, potrebbe facilmente ridurre il rischio diminuendo le sue importazioni d’oro a Macao.”

“Di nuovo?” disse Dunross, piacevolmente sorpreso nel sentire che era riuscito a mantenere un tono calmo, mentre si chiedeva che cosa sapeva la Special Intelligence, e in che misura tirava a indovinare.

Brian Kwok sospirò e continuò a esporre le informazioni che gli aveva passato Richard Crosse. “Nelson Trading.”

Con uno sforzo, Dunross conservò un’espressione impassibile. “Nelson Trading?”

“Sì. La Nelson Trading Company Limited di Londra. Come lei sa, la Nelson Trading ha dal governo di Hong Kong la licenza esclusiva di acquistare lingotti d’oro sul mercato internazionale per gli orafi di Hong Kong e, molto più importante, il monopolio altrettanto esclusivo del trasbordo dei lingotti d’oro sotto vincolo, attraverso Hong Kong, a Macao… insieme a una seconda compagnia, la Saul Feinheimer Bullion Company, anche questa di Londra. La Nelson Trading e la Feinheimer hanno parecchie cose in comune. Parecchi membri del consiglio di amministrazione, per esempio, e per esempio gli stessi legali.”

“Oh?”

“Sì. Credo che anche lei faccia parte del consiglio d’amministrazione.”

“Faccio parte dei consigli di amministrazione di una settantina di compagnie” disse Dunross.

“È vero, e non tutte sono di proprietà totale o parziale della Struan. Naturalmente, certune potrebbero essere interamente di proprietà, tramite vari prestanome, no?”

“Sì, naturalmente.”

“È una fortuna che a Hong Kong non siamo obbligati a registrare gli amministratori… e neppure i pacchetti azionari, vero?”

“Dove vuole arrivare, Brian?”

“Un’altra coincidenza: la sede centrale della Nelson Trading, nella city, a Londra, si trova nello stesso palazzo della sua consociata britannica, la Struan London Limited.”

“È un grosso palazzo, Brian, una delle posizioni migliori di Londra. Devono esserci gli uffici di cento compagnie.”

“Molte migliaia, se include anche tutte quelle registrate presso rappresentanti legali… tutte le holding che possiedono altre compagnie con amministratori prestanome e che nascondono nell’armadio scheletri di ogni genere.”

“E con questo?” Adesso Dunross stava riflettendo con estrema chiarezza, e si chiedeva dove Brian avesse preso tutte quelle informazioni, e dove diavolo voleva arrivare. La Nelson Trading era sempre stata una consociata segreta, di loro esclusiva proprietà e ufficialmente di proprietà di vari prestanome, fin da quando era stata istituita nel 1953 appositamente per il commercio dell’oro con Macao… Macao era l’unico paese dell’Asia dove l’importazione dell’oro era legale.

“A proposito, Ian, ha mai conosciuto il genio portoghese di Macao, il signor Lando Mata?”

“Sì. Sì, l’ho conosciuto. Un uomo interessante.”

“Sì, infatti… e molto bene ammanigliato. Secondo certe voci, una quindicina di anni fa fu lui a convincere le autorità di Macao a creare un monopolio per l’importazione dell’oro, e poi a vendere il monopolio a lui e a un paio di suoi amici, in cambio di una modesta tassa annua: circa un dollaro USA per oncia. È lo stesso individuo, Ian, che convinse le autorità di Macao a legalizzare il gioco d’azzardo… e stranamente, a concedere anche questo monopolio a lui e a un paio di amici. Tutto in famiglia, eh?”

Dunross non rispose: si limitò a fissare il sorriso e gli occhi che non sorridevano.

“Così tutto filò liscio per qualche anno” continuò Brian. “Poi, nel ’54, fu avvicinato da alcuni appassionati dell’oro, gente di Hong Kong – la nostra legge sull’oro fu cambiata proprio quell’anno – i quali gli offrirono un miglioramento ormai legale di quel commercio: la loro compagnia acquista legalmente i lingotti d’oro sui mercati mondiali per conto di questo sindacato di Macao, al prezzo ufficiale di 35 dollari l’oncia, e lo trasporta apertamente a Hong Kong in aereo o per nave. All’arrivo, la nostra dogana sovrintende legalmente al trasferimento dal Kai Tak o dal molo al traghetto o al Catalina per Macao. Quando il traghetto o l’idrovolante arriva a Macao, viene ricevuto dai funzionari della dogana e l’oro, tutto in lingotti regolamentari da quattrocento once, viene trasbordato sotto sorveglianza sulle automobili, o per l’esattezza sui tassì, e portato alla banca. È un piccolo edificio bruttissimo che non svolge normali attività bancarie, non ha clienti, a quanto si sa, escluso il sindacato, non apre mai le porte, se non per far passare l’oro, e non ama i visitatori. Indovini a chi appartiene. Al signor Mata e al suo sindacato. E una volta entrato nella banca, l’oro sparisce!” Brian Kwok era raggiante come un prestigiatore che esegue il suo numero più sensazionale. “Cinquantatré tonnellate quest’anno fino a ora. Quarantotto tonnellate l’anno scorso! Lo stesso l’anno precedente, e l’anno ancora precedente e via di seguito.”

“È una grossa quantità d’oro” disse Dunross.

“Sì, infatti. Molto stranamente, le autorità di Macao e quelle di Hong Kong non sembrano preoccuparsi minimamente se quello che entra non esce mai. Mi segue?”

“Sì.”

“Naturalmente, in realtà succede questo: dopo essere stati portati nella banca, i lingotti regolamentari da quattrocento once vengono fusi in pezzi più piccoli, in lingotti da due tael, o in quelli più comuni da cinque, che sono molto più facili da trasportare; e viene contrabbandato. E adesso veniamo alla sola parte illegale di questa meravigliosa catena: portar fuori l’oro da Macao e introdurlo clandestinamente a Hong Kong. Naturalmente, portarlo fuori da Macao non è illegale; lo è soltanto farlo entrare a Hong Kong. Ma io e lei sappiamo bene che è relativamente facile fare entrare clandestinamente a Hong Kong qualunque cosa. E il bello è che, una volta arrivato a Hong Kong, e comunque ci sia arrivato, è assolutamente lecito a chiunque possederlo, e nessuno fa domande. Diversamente da quel che succede, poniamo, negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, dove un privato cittadino non può possedere oro in lingotti. E se qualcuno lo possiede legalmente, può anche esportarlo legalmente.”

“E tutto questo a cosa porta, Brian?” Dunross sorseggiò il brandy.

Brian Kwok fece ruotare l’enorme bicchiere e lasciò che il silenzio si addensasse. Finalmente disse: “Ci piacerebbe avere un piccolo aiuto.”

“A voi? Vuol dire la Special Intelligence?” Dunross era sbalordito.

“Sì.”

“Chi, nell’SI? Lei?”

Brian Kwok esitò. “Il signor Crosse in persona.”

“Che aiuto?”

“Vorrebbe leggere tutti i rapporti che lei ha ricevuto da Alan Medford Grant.”

“Prego?” disse Dunross, per avere il tempo di pensare. Non si aspettava quella richiesta.

Brian Kwok estrasse le fotocopie della prima e dell’ultima pagina del rapporto intercettato e gliele porse. “Una copia è appena finita in nostro possesso.” Dunross diede un’occhiata alle pagine. Erano evidentemente autentiche. “Ci piacerebbe dare un’occhiata agli altri.”

“Non la seguo.”

“Non ho portato il rapporto completo, per comodità, ma se vuole potrà averlo domani” disse Brian, senza distogliere gli occhi. “Gliene saremmo molto grati… il signor Crosse ha detto che apprezzerebbe il favore.”

L’enormità delle implicazioni di quella richiesta paralizzò Dunross per un momento.

“Questo rapporto – e gli altri, se esistono ancora – sono riservati.” Sentì la propria voce pronunciare quelle parole. “Almeno, tutte le informazioni che contengono sono riservate esclusivamente a me e al governo. Senza dubbio, potete ottenere tutto quel che vi interessa tramite i vostri canali dei servizi segreti.”

“Sì. Ma nel frattempo, il sovrintendente capo Crosse le sarebbe davvero molto grato, Ian, se lei ci permettesse di dare un’occhiata.”

Dunross, sconvolto, bevve un sorso di brandy. Sapeva che avrebbe potuto negare l’esistenza degli altri rapporti, e bruciarli o nasconderli o lasciarli semplicemente dov’erano; ma non voleva negare un aiuto alla Special Intelligence. Era suo dovere aiutarla. La Special Intelligence era una parte vitale dello Special Branch e della sicurezza della colonia, ed era convinto che, senza di loro, sarebbe stato impossibile continuare a tenere la colonia e tutte le loro posizioni in Asia. E senza un controspionaggio efficientissimo, se era vera anche la ventesima parte dei rapporti di Grant, avrebbero avuto i giorni contati.

Gesù Cristo, se finiscono in cattive mani…

Provò un senso di oppressione al petto, mentre cercava di risolvere il dilemma. Gli era balzata alla mente una parte dell’ultimo rapporto: quella che riguardava la presenza di un traditore nella polizia. Poi ricordò che Kiernan gli aveva detto che le sue copie arretrate erano le uniche esistenti. Quanto sapeva soltanto lui, e quanto era noto al servizio segreto britannico? Perché quella segretezza? Perché Grant non aveva ottenuto l’autorizzazione? Cristo, e se avessi sbagliato a credere che certe informazioni erano assurde? Se finissero in cattive mani, molte potrebbero essere letali.

Si calmò con uno sforzo e si concentrò. “Penserò a quel che mi ha detto e ne riparlerò con lei domani. Per prima cosa.”

“Mi dispiace, Ian. Mi è stato detto di insi… di farle notare che è urgente.”

“Stava per dire insistere?”

“Sì. Mi dispiace. Desideriamo la sua collaborazione. È una richiesta ufficiale.”

“E l’Eastern Cloud e la Nelson Trading sono il prezzo?”

“L’Eastern Cloud è un regalo. Anche le informazioni sono un regalo. La Nelson Trading non ci riguarda, se non di sfuggita. Tutto ciò che ho detto è confidenziale. A quanto ne so, non esiste una documentazione.”

Dunross scrutò l’amico: gli zigomi alti, i grandi occhi dalle palpebre pesanti, fissi e impassibili, il viso ben proporzionato, le folte sopracciglia nere.

“Lei ha letto questo rapporto, Brian?”

“Sì.”

“Allora capisce il mio dilemma” disse Dunross, per sondarlo.

“Vuol dire la faccenda del traditore nella polizia?”

“Che cosa?”

“Ha ragione di essere prudente. Sì, infatti. Si riferisce al fatto che un elemento ostile potrebbe essere addirittura al livello di sovrintendente?”

“Sì. Non sapete chi è?”

“Non ancora.”

“Sospettate qualcuno?”

“Sì. Ora è sotto sorveglianza. Non è il caso di preoccuparsene, Ian, le copie arretrate le vedremo soltanto io e il signor Crosse. Saranno classificate segretissime, non tema.”

“Un momento, Brian… non ho detto che esistono” ribatté Dunross, fingendosi irritato; e notò subito un lampo degli occhi che poteva essere di collera, o soltanto di delusione. Il viso era rimasto impassibile. “Si metta nei miei panni. Sono un profano” disse continuando sulla stessa linea. “Sarei maledettamente sciocco se tenessi in giro simili informazioni, non le sembra? È molto più opportuno distruggerle… dopo aver agito in base alle indicazioni pertinenti. No?”

“Sì.”

“Per questa sera lasciamo stare. Fino alle dieci di domani.”

Brian Kwok esitò. Poi il suo viso si indurì. “Non è un gioco da salotto, Ian. Non si tratta di qualche tonnellata d’oro o di qualche manovra in Borsa e neppure di qualche accordo sottobanco con la Repubblica Popolare Cinese, anche per parecchi milioni. Questo è un gioco mortale, e i milioni in ballo sono persone, e le future generazioni, e il contagio comunista. Il Sevrin è una gran brutta faccenda. Il KGB è un osso duro… e persino i nostri amici della CIA e del KMT sono capaci di essere altrettanto carogne, se è necessario. Farebbe meglio a mettere una buona guardia, stanotte, per proteggere i suoi fascicoli.”

Dunross fissò impassibile l’amico. “Allora voi siete ufficialmente convinti che questo rapporto è esatto?”

“Crosse ritiene che può esserlo. Sarebbe prudente se mettessimo qui un uomo per ogni eventualità, non crede?”

“Faccia pure, Brian.”

“Dobbiamo mandare un uomo a Shek-O?”

“Faccia pure, Brian.”

“Non mi sembra che collabori molto, eh?”

“Si sbaglia, vecchio mio. Sto prendendo molto sul serio quello che mi dice” rispose seccamente Dunross. “Quando avete ricevuto la copia, e come?”

Brian Kwok esitò. “Non lo so, e se anche lo sapessi, non so se dovrei dirglielo.”

Dunross si alzò. “Allora andiamo a cercare Crosse.”

“Ma perché i Gornt e i Rothwell odiano tanto gli Struan e i Dunross, Peter?” domandò Casey. Lei e Bartlett stavano passeggiando nei bellissimi giardini, al fresco della sera, insieme a Peter Marlowe e a sua moglie Fleur.

“Non conosco ancora tutte le ragioni” disse l’inglese. Era un uomo di trentanove anni, alto, biondo, con un accento aristocratico e una strana intensità negli occhi grigiazzurri. “Si dice che risalga ai Brock… che ci sia qualche legame, qualche parentela tra la famiglia Gornt e la famiglia Brock. Forse risale tutto al vecchio Tyler Brock. Avete sentito parlare di lui?”

“Sicuro” disse Bartlett. “E la faida come cominciò?”

“Da ragazzo, Dirk Struan era mozzo a bordo d’uno dei mercantili armati di Tyler Brock. La vita in mare, allora, era molto brutale: per la verità, era brutale dovunque ma, mio Dio, in mare… Comunque, Tyler Brock frustò spietatamente il giovane Struan per una mancanza immaginaria, e poi lo abbandonò credendolo morto sulla costa cinese. Dirk Struan aveva quattordici anni, e giurò davanti a Dio e al diavolo che quando fosse diventato uomo avrebbe annientato la Casa di Brock and Sons e avrebbe dato la caccia a Tyler con un gatto a nove code. A quel che ne so, questo non lo fece mai, anche se si dice che uccise il primogenito di Tyler con un ferro da combattimento cinese.”

“Che cos’è?” domandò Casey, a disagio.

“È una specie di mazza snodata, Casey: tre o quattro anelli di ferro con una sfera chiodata a un’estremità e un’impugnatura.”

“Lo uccise per vendicarsi del padre?” chiese lei, inorridita.

“È un altro particolare che ancora non conosco, ma scommetto che aveva una buona ragione.” Peter Marlowe sorrise in modo strano. “Dirk Struan, il vecchio Tyler e tutti gli altri che costruirono l’Impero Britannico, conquistarono l’India e aprirono la Cina al commercio, Cristo, erano giganti! Vi ho detto che Tyler aveva un occhio solo? L’altro glielo aveva strappato una drizza durante una tempesta, tra il 1830 e il 1840, mentre inseguiva con il suo clipper tre alberi, la White Witch, Struan che aveva a bordo un carico d’oppio. Struan aveva un giorno di vantaggio con il suo clipper, la China Cloud, nella corsa dalle piantagioni britanniche d’oppio in India ai mercati cinesi. Dicono che tutto quel che fece Tyler fu versarsi un po’ di brandy nell’occhiaia e urlare ai marinai di spiegare altre vele.” Peter Marlowe esitò, prima di proseguire. “Dirk fu ucciso da un tifone a Happy Valley nel 1841 e Tyler morì nel ’63, fallito e in miseria.”

“Perché in miseria, Peter?” domandò Casey.

“La leggenda dice che Tess, la sua primogenita, la futura Hag Struan, avesse tramato per anni la rovina del padre… sapete che sposò Culum, l’unico figlio di Dirk? Bene, Hag Struan complottò in segreto con la Victoria Bank, che Tyler aveva creato negli anni quaranta, e con la Cooper-Tillman, i soci di Tyler negli Stati Uniti. Lo misero con le spalle al muro e causarono la rovina della grande casa di Brock and Sons: un crac gigantesco. Lui perse tutto… la società di navigazione, l’oppio, le proprietà, i magazzini, le azioni, tutto. Fu annientato.”

“E come finì?”

“Non lo so. Nessuno lo sa con certezza. Ma secondo la leggenda, quella stessa notte del trentun ottobre 1863, il vecchio Tyler andò ad Aberdeen, il porto dall’altra parte di Hong Kong, con il nipote Tom, che allora aveva venticinque anni, e sei marinai: si impadronirono di una lorcha oceanica – una nave con lo scafo cinese, ma la velatura all’europea – e presero il mare. Tyler era impazzito per la rabbia, dicono, e issò la bandiera dei Brock sull’albero maestro; portava le pistole infilate alla cintura e una sciabola in pugno… avevano ucciso quattro uomini per impadronirsi della nave. All’imboccatura del porto un cutter l’inseguì, e lui lo fece saltare in aria… a quel tempo quasi tutte le navi erano armate di cannoni per difendersi dai pirati… queste acque sono sempre state infestate dai pirati fin dai tempi più lontani. Tyler prese il mare; soffiava un forte vento da est e stava arrivando una tempesta. All’imboccatura di Aberdeen, cominciò a urlare maledizioni. Maledisse Hag Struan e maledisse l’isola, e maledisse la Victoria Bank che l’aveva tradito, e i Cooper della Cooper-Tillman, ma soprattutto maledisse il tai-pan che era morto da più di vent’anni. E il vecchio Tyler Brock giurò vendetta. Urlò che sarebbe andato a nord a far bottino e che avrebbe ricominciato. Avrebbe ricreato la sua Casa, e allora ‘… allora ritornerò, per Dio… ritornerò e mi vendicherò e sarò io la Nobil Casa, per Dio… ritornerò…’”

Bartlett e Casey furono scossi da un brivido, quando Peter Marlowe cambiò tono. Poi l’inglese continuò: “Tyler andò a nord, e di lui non si seppe più nulla, nessuno trovò traccia di lui o della lorcha o del suo equipaggio, mai. Ma la sua presenza è ancora qui… come quella di Dirk Struan. Sarà bene che lo ricordiate, nei negoziati con la Nobil Casa dovete trattare anche con quei due, o con i loro spettri. La notte in cui Ian Dunross diventò tai-pan, la Struan perse in un tifone l’ammiraglia della flotta mercantile, la Lasting Cloud. Fu un gigantesco disastro finanziario. Colò a picco al largo di Formosa con tutto l’equipaggio, eccettuato un marinaio, un giovane inglese. Era sul ponte, e giurò che erano stati attirati sugli scogli da falsi segnali luminosi e che lui aveva sentito una risata folle, mentre affondavano.”

Casey rabbrividì.

Bartlett se ne accorse, le passò il braccio sotto il braccio, e lei gli sorrise.

Bartlett disse: “Peter, qui tutti parlano di personaggi morti da cent’anni come se fossero nella stanza accanto.”

“Una vecchia abitudine cinese” rispose prontamente Peter Marlowe. “I cinesi credono che il passato domini il futuro e spieghi il presente. Naturalmente, Hong Kong ha soltanto centoventi anni, e quindi un uomo di ottanta, oggi… Prendete Phillip Chen, per esempio, l’attuale compradore. Ha sessantacinque anni… suo nonno era il famoso Sir Gordon Chen, il figlio illegittimo di Dirk Struan che morì nel 1907 a ottantasei anni. Allora Phillip Chen ne aveva nove. E poiché era un bambino sveglio per quell’età, deve aver ricordato tutte le storie che il venerato nonno gli avrà raccontato di suo padre, il tai-pan, e della sua famosa amante May-may. Si dice che il vecchio Sir Gordon Chen fosse un grosso personaggio. Aveva due mogli legittime, otto concubine di varie età, e lasciò la famiglia Chen ricca, potente e ben piazzata. Chiedete a Dunross di mostrarvi i suoi ritratti… io ho visto solo le copie, ma era un uomo bellissimo. Oggi sono ancora vive decine di persone che lo hanno conosciuto… uno dei grandi fondatori. E mio Dio, Hag Struan è morta soltanto quarantasei anni fa. Guardate…” Indicò con un cenno un ometto avvizzito, esile come un bambù e altrettanto forte, che conversava volubilmente con una giovane donna. “Quello è Vincent McGore, tai-pan del quinto grande hong, l’International Asian Trading. Lavorò parecchi anni per Sir Gordon, e poi per la Nobil Casa.” All’improvviso sogghignò. “Secondo la leggenda, fu l’amante di Hag Struan quando aveva solo diciotto anni ed era appena sceso da un mercantile carico di bestiame proveniente da un porto del Medio Oriente… non è affatto vero che sia scozzese.”

“Oh, andiamo, Peter” disse Fleur. “Questa te la sei inventata!”

“Ti dispiace?” fece Marlowe, ma non smise di sorridere. “A quel tempo, Hag Struan aveva solo settantacinque anni.”

Risero.

“È la verità?” domandò Casey. “La verità vera?”

“Chi sa mai qual è la verità e quale la finzione, Casey? Questo è quanto mi hanno raccontato.”

“Non ci credo” disse Fleur in tono sicuro. “Peter se l’è inventata.”

“E dove ha scoperto tutto questo, Peter?” chiese Bartlett.

“In parte l’ho letto. Nella biblioteca del tribunale c’è una raccolta di giornali che risale fino al 1870. Poi c’è la Storia dei Tribunali di Hong Kong. Se Hong Kong vi interessa, dovreste leggerlo. Cristo, quello che non combinavano, i cosiddetti giudici e i segretari coloniali, i governatori e i poliziotti, e i tai-pan, i grandi e i piccoli! Ruberie, omicidi, corruzione, adulteri, piraterie, malversazioni… c’è tutto!

“E poi, ho chiesto qua e là. Ci sono decine di vecchi veterani della Cina che amano parlare dei tempi andati e che sanno tante cose sull’Asia e Sciangai. Poi ci sono molti che covano odi o invidie, e non vedono l’ora di versare un po’ di veleno su una buona o su una cattiva reputazione. Naturalmente, bisogna dividere il vero dal falso, ed è molto difficile, per non dire impossibile.”

Per un momento Casey rimase assorta nei suoi pensieri. Poi disse: “Peter, com’era a Changi? Veramente?”

Il volto di Marlowe non cambiò: cambiarono i suoi occhi. “Changi era la genesi, il luogo del nuovo inizio.” Il suo tono li agghiacciò, e Casey vide che Fleur gli prendeva la mano. Marlowe si scosse. “Tutto bene, tesoro” disse. In silenzio, un po’ imbarazzati, lasciarono il vialetto per passare sulla terrazza più bassa. Casey s’era resa conto di aver commesso un’indiscrezione. “Dovremmo bere qualcosa, eh, Casey?” chiese Peter Marlowe, rimettendo tutto a posto.

“Sì. Grazie, Peter.”

“Linc” disse Peter Marlowe, “c’è uno straordinario filone di violenza che si trasmette di generazione in generazione, in questi bucanieri… perché è questo che sono. Hong Kong è un luogo eccezionale… e genera gente eccezionale.” Dopo una pausa aggiunse, pensosamente: “Ho saputo che forse vi metterete in affari qui. Se fossi al vostro posto starei molto, molto attento.”