15.

Ore 23,05

Dunross, con Brian Kwok a rimorchio, si stava dirigendo verso Roger Crosse, il capo della Special Intelligence, che stava chiacchierando amabilmente sulla terrazza con Armstrong e i tre americani: Ed Langan, il comandante John Mishauer in divisa della Marina, e Stanley Rosemont, un uomo alto, oltre la cinquantina. Dunross non sapeva che Langan era dell’FBI, e che Mishauer apparteneva al servizio segreto della Marina degli Stati Uniti, ma solo che erano al consolato. Però sapeva che Rosemont era della CIA, anche se non conosceva il suo grado. Le signore stavano ancora tornando ai tavoli alla spicciolata, o chiacchieravano sulle terrazze e nel giardino. Gli uomini sorseggiavano liquori, e la festa procedeva tranquilla come la notte. Alcune coppie stavano ballando nel salone, al suono di una musica dolce e lenta. Anche Adryon ballava, e Dunross vide Penelope che conversava stoicamente con Havergill. Notò che Casey e Bartlett parlavano fitto fitto con Peter e Fleur Marlowe, e si augurò di poter ascoltare quel che stavano dicendo. Quel Marlowe potrebbe diventare facilmente una maledetta seccatura, pensò di sfuggita. Conosce già troppi segreti, e se leggesse il nostro libro… È impossibile, pensò. Prima dovrà gelare l’inferno! È l’unico libro che non leggerà mai. Come ha potuto, Alastair, essere tanto stupido?

Qualche anno prima, Alastair Struan aveva affidato a uno scrittore piuttosto noto l’incarico di scrivere la storia della Struan, per celebrare i 125 anni di attività commerciale, e gli aveva passato, senza leggerli e setacciarli, i vecchi libri mastri e interi bauli pieni di incartamenti. In meno di un anno, lo scrittore aveva prodotto un arazzo fiammeggiante, documentando molte transazioni e molti avvenimenti che si credevano ormai sepolti per sempre. Inorriditi, avevano ringraziato l’autore e l’avevano liquidato con un premio generoso; e le due uniche copie del libro erano finite nella cassaforte del tai-pan.

Dunross aveva quasi deciso di distruggerle. Ma, aveva pensato, la vita è vita, il fato è fato, e non c’è niente di male, poiché siamo soltanto noi a leggerle.

“Salve, Roger” disse, con amaro divertimento. “Possiamo tenervi compagnia?”

“Certo, tai-pan.” Crosse lo accolse calorosamente, come gli altri. “Faccia come se fosse a casa sua.”

Gli americani sorrisero educatamente di quella battuta. Per pochi minuti chiacchierarono del più e del meno e delle corse di sabato, e poi Langan, Rosemont e il comandante Mishauer, intuendo che gli altri volevano parlare in privato, si scusarono. Quando rimasero soli, Brian Kwok riassunse scrupolosamente ciò che gli aveva detto Dunross.

“Le saremo molto grati del suo aiuto, Ian” disse Crosse, fissandolo con gli occhi chiari e penetranti. “Brian ha ragione: può essere rischioso… naturalmente, se esistono altri rapporti di Grant. E anche se non esistono, può darsi che certe carogne ci tengano a controllare.”

“Come ha avuto, esattamente, la copia dell’ultimo?”

“Perché?”

“Lo avete preso voi stessi… o lo avete avuto da terze persone?”

“Perché?”

La voce di Dunross s’indurì. “Perché è importante.”

“Perché?”

Il tai-pan lo fissò: i tre uomini percepirono la forza della sua personalità. Ma Crosse era altrettanto deciso.

“Posso rispondere parzialmente alla sua domanda, Ian” disse freddamente. “Se lo faccio, lei risponderà alla mia?”

“Sì.”

“Abbiamo avuto questa mattina una copia del suo rapporto. Un agente dei servizi segreti – credo in Inghilterra – ha segnalato a un dilettante suo amico, qui, che un corriere stava venendo da lei, con qualcosa che ci avrebbe interessato. Il contatto di Hong Kong ci ha chiesto se avremmo avuto piacere di dargli un’occhiata… dietro compenso, naturalmente.” Crosse aveva un tono così convincente che gli altri due funzionari di polizia, i quali ricordavano la versione vera, erano doppiamente impressionati. “Questa mattina, la fotocopia è stata recapitata a casa mia da un cinese che non avevo mai visto. L’ho pagato… naturalmente, lei capisce, in faccende del genere non si chiedono i nomi. Ora mi dica perché ha voluto saperlo.”

“Stamattina a che ora?”

“Alle sei e zero quattro, se vuole l’ora esatta. Ma perché è tanto importante, per lei?”

“Perché Alan Medford Gr…”

“Oh, papà, scusa se disturbo” disse Adryon. Arrivò di corsa, portandosi a rimorchio un giovane alto e di bell’aspetto, con lo smoking gualcito, la cravatta storta e le scarpe sciupate, di un nero brunastro, che stonavano in mezzo all’eleganza generale. “Scusa se disturbo, ma posso far qualcosa per la musica?”

Dunross stava guardando il giovane, Conosceva Martin Haply e la sua reputazione. Era un giornalista canadese di venticinque anni, aveva fatto il tirocinio in Inghilterra, e da due anni si era stabilito nella colonia, dov’era diventato il fustigatore del mondo degli affari. Il suo sarcasmo mordente e le sue penetranti inchieste sui personaggi e sulle consuetudini che erano lecite a Hong Kong ma non nel resto del mondo erano causa di continua irritazione.

“La musica, papà” ripeté Adryon precipitosamente. “È atroce. La mamma ha detto di domandarlo a te. Posso dire che suonino qualcosa d’altro? Per favore?”

“E sta bene, ma non trasformare la mia festa in un happening.”

Adryon rise, e Dunross girò gli occhi verso Martin Haply. “Buonasera.”

“Buonasera, tai-pan” disse il giovane con un gran sorriso di sfida, molto sicuro di sé. “Mi ha invitato Adryon. Spero di non aver fatto male ad arrivare dopo cena.”

“Si figuri. Buon divertimento” disse Dunross, e aggiunse in tono asciutto: “Qui ci sono molti amici suoi.”

Haply rise. “Non ho fatto in tempo ad arrivare per la cena perché ero sulle tracce di un colpo grosso.”

“Oh?”

“Sì. Sembra che certe persone, di concerto con una grande banca, vadano spargendo voci poco simpatiche sulla solvibilità di una banca cinese.”

“Vuol dire la Ho-Pak?”

“Sono assurdità. Quelle voci. Le solite assurdità di Hong Kong.”

“Oh?” Per tutto quel giorno, Dunross aveva sentito ripetere che la Ho-Pak, la banca di Richard Kwang, si era esposta troppo. “È sicuro?”

“Scriverò una colonna sull’argomento, sul Guardian di domani. Ma, a proposito della Ho-Pak” soggiunse Martin Haply, in tono disinvolto, “ha saputo che più di cento persone hanno ritirato tutti i loro depositi dalla filiale di Aberdeen, questo pomeriggio? Può darsi che sia l’inizio di un assalto agli sportelli e…”

“Scusa, papà… Vieni via, Martin, non vedi che papà è occupato?” Adryon si alzò in punta di piedi, diede un bacio a Dunross e lui, automaticamente, le cinse le spalle con un braccio e la strinse.

“Divertiti, tesoro.” La guardò correre via, seguita da Haply. Spudorato figlio di puttana, pensò distrattamente Dunross. Avrebbe voluto leggere subito il pezzo del giorno dopo, perché sapeva che Haply era meticoloso, incorruttibile, e conosceva il suo mestiere. Era possibile che Richard si fosse esposto troppo?

“Stava dicendo, Ian? A proposito di Alan Medford Grant?” La voce interruppe i suoi pensieri.

“Oh, sì, chiedo scusa.” Dunross tornò a sedersi a tavola e abbassò una saracinesca fra i due problemi. “Grant è morto” disse quasi sottovoce.

I tre della polizia lo guardarono a bocca aperta. “Cosa?”

“Ho ricevuto un cablo questa sera, alle otto meno un minuto, e alle 9 e 11 ho parlato con il suo assistente, a Londra.” Dunross li scrutò. “Volevo sapere ‘quando’, perché è evidente che la vostra spia del KGB – se esiste – può avere avuto tutto il tempo di chiamare Londra e di fare assassinare il povero Grant. Non è così?”

“Sì.” Crosse aveva un’espressione solenne. “A che ora è morto?”

Dunross riferì il suo colloquio con Kiernan, ma non parlò della telefonata in Svizzera. L’intuizione gli suggeriva di tacerla. “Ora, il problema è questo: è stato un incidente, una coincidenza o un omicidio?”

“Non so” disse Crosse. “Ma non credo alle coincidenze.”

“Neppure io.”

“Cristo” disse Armstrong fra i denti, “se Grant non aveva avuto l’autorizzazione… Solo Cristo sa cosa c’è in quei rapporti. Cristo e lei, Ian. Se ha le uniche copie esistenti, questo le rende potenzialmente ancora più esplosive.”

“Se esistono” disse Dunross.

“Esistono?”

“Glielo dirò domani. Alle dieci.” Dunross si alzò. “Scusatemi, vi prego” disse educatamente, con il solito garbo disinvolto. “Ora devo occuparmi degli altri ospiti. Oh, un’ultima cosa. E la Eastern Cloud?”

Roger Crosse disse: “Sarà dissequestrata domani.”

“In un caso o nell’altro?”

Crosse lo guardò, scosso. “Buon Dio, tai-pan, non si trattava di un baratto! Brian, non gli hai detto che volevamo solo renderci utili?”

“Sì, signore.”

“Gli amici devono sempre aiutare gli amici, no, tai-pan?”

“Sì. Assolutamente. La ringrazio.”

Lo seguirono con gli occhi fino a quando si perse in lontananza.

“Sì o no?” mormorò Brian Kwok.

“Se esistono? Io direi di sì” disse Armstrong.

“Certo che esistono” disse Crosse in tono irritato. “Ma dove?” Rifletté un momento, poi aggiunse in tono più irritato, facendo battere più forte, per un attimo, il cuore degli altri due: “Brian, mentre lei era con Ian, Feng, il sommelier, mi ha detto che nessuna delle sue chiavi andava bene.”

“Oh, che peccato, signore” disse guardingo Brian Kwok.

“Sì. Non sarà facile aprire la cassaforte, qui.”

Armstrong disse: “Forse dovremmo cercare a Shek-O, signore, per ogni evenienza.”

“Lei terrebbe là documenti del genere… se esistessero?”

“Non so, signore. Dunross è imprevedibile. Io direi che sono nel suo attico alla Struan. È il posto più sicuro.”

“Lei c’è mai stato?”

“No, signore.”

“Brian?”

“No, signore.”

“Neppure io.” Crosse scrollò la testa. “Che seccatura!”

Brian Kwok disse, pensieroso: “Potremmo mandare una squadra solo di notte, signore. C’è un ascensore privato che porta a quel piano, ma occorre una chiave speciale. E poi, dovrebbe esserci un altro ascensore che sale direttamente dal garage, senza fermate intermedie.”

“A Londra è stato un vero disastro” disse Crosse. “Non riesco a capire perché quei maledetti idioti non ne sapessero niente. E neppure perché Grant non avesse chiesto l’autorizzazione.”

“Forse non voleva che gli addetti ai lavori sapessero che lui trattava con un estraneo.”

“Se c’era un estraneo, potevano essercene anche altri.” Crosse sospirò e accese una sigaretta, immergendosi nei suoi pensieri. Armstrong provò le fitte tormentose della smania di fumare. Inghiottì un sorso di brandy, ma non bastò a calmarlo.

“Langan ha inoltrato la sua copia, signore?”

“Sì, a Rosemont, qui, e con la valigia diplomatica alla sede centrale dell’FBI a Washington.”

“Cristo” disse in tono acido Brian Kwok. “Prima di domattina lo saprà tutta Hong Kong.”

“Rosemont mi ha assicurato di no.” Il sorriso di Crosse era privo, d’allegria. “Comunque, sarà meglio essere preparati.”

“Forse Ian sarebbe più disposto a collaborare se lo sapesse, signore.”

“No, è molto meglio che resti fra noi. Ma lui ha in mente qualcosa.”

Armstrong disse: “E se chiedessimo al sovrintendente Foxwell di parlargli, signore? Sono vecchi amici.”

“Se non è riuscito a convincerlo Brian, non ci riuscirà nessuno.”

“E il governatore, signore?”

Crosse scrollò ii capo. “Non c’è ragione di coinvolgerlo. Brian, lei si occupi di Shek-O.”

“Devo trovare la cassaforte e aprirla, signore?”

“No. Basta che porti là una squadra e si assicuri che nessun altro entri. Robert, lei vada al comando e chiami Londra. Cerchi Pensely all’MI-5 e Sinders all’MI-6. Si faccia dire i tempi esatti per quanto riguarda Grant, tutto quello che può, e verifichi quello che ha detto il tai-pan. Verifichi tutto… forse esistono altre copie. Poi, mandi qui tre agenti per sorvegliare la casa questa notte, in particolare per sorvegliare Dunross… naturalmente a sua insaputa. Io incontrerò il capo della squadra all’incrocio fra Peak Road e Culum’s Way fra un’ora: così lei avrà il tempo necessario. Mandi un’altra squadra a tener d’occhio il palazzo della Struan. Metta un uomo nel garage… per ogni eventualità. Mi lasci la sua macchina, Robert. Ci vediamo nel mio ufficio fra un’ora e mezzo. Potete andare, tutti e due.”

I due andarono in cerca del padrone di casa, si scusarono, ringraziarono, e partirono con la macchina di Brian Kwok. Mentre scendevano Peak Road con la vecchia Porsche, Armstrong disse quello che entrambi stavano pensando da quando Dunross aveva parlato con loro. “Se la spia è Crosse, ha avuto tutto il tempo di telefonare a Londra o di passare parola al Sevrin, al KGB o a chiunque altro.”

“Sì.”

“Noi abbiamo lasciato il suo ufficio alle 18 e 10… le 11 del mattino a Londra. Quindi non possiamo essere stati noi: non ne avremmo avuto il tempo.” Armstrong si assestò meglio per alleviare il dolore alla schiena. “Merda, vorrei una sigaretta.”

“Ce n’è un pacchetto nel cassettino, vecchio mio.”

“Domani… fumerò domani. Mi sento un drogato!” Armstrong rise, senza allegria. Lanciò un’occhiata all’amico. “Cerca di scoprire senza far chiasso chi altri ha letto il fascicolo di Grant oggi, a parte Crosse… e più in fretta che puoi.”

“È quel che pensavo anch’io.”

“Se lui è stato l’unico che l’ha letto… bene, è un altro indizio. Non è ancora una prova, ma ci stiamo arrivando.” Armstrong represse uno sbadiglio nervoso. Si sentiva stanchissimo. “Se è lui, allora siamo davvero nella merda.”

Brian procedeva a gran velocità, con sicurezza. “Ha detto quando ha consegnato la copia a Langan?”

“Sì. A mezzogiorno. Hanno pranzato insieme.”

“La fuga potrebbe essere stata là, al consolato… è peggio di un crivello.”

“È possibile, ma il mio fiuto dice di no. Rosemont è a posto, Brian… e anche Langan. Sono professionisti.”

“Non mi fido di quei due.”

“Non ti fidi di nessuno, tu. Entrambi hanno chiesto alle loro sedi centrali di controllare i visti moscoviti di Bartlett e di Casey.”

“Bene. Credo che manderò un telex a un mio amico di Ottawa. Potrebbero avere qualcosa anche là. Ma Casey è straordinaria, no? Credi che portasse qualcosa, sotto quella guaina?”

“Dieci dollari contro un penny che non lo scoprirai mai.”

“Ci sto.”

Mentre svoltavano un angolo, Armstrong guardò la città sottostante e il porto, l’incrociatore americano tutto illuminato e attraccato al molo, dalla parte di Hong Kong. “Ai vecchi tempi avevamo qui una mezza dozzina di nostre navi da guerra” disse tristemente. “La cara, vecchia Marina Reale!” Armstrong era stato nei cacciatorpediniere durante la guerra, tenente della Marina Reale. Era stato affondato due volte, una a Dunkirk, una al terzo giorno dopo lo sbarco in Normandia, al largo di Cherbourg.

“Sì. Peccato per la Marina, ma… bene, il tempo passa.”

“Ma le cose non vanno meglio, Brian. Peccato, tutto l’Impero si sta sfasciando. Andava meglio prima. Tutto il maledetto mondo andava meglio! Maledetta guerra! Maledetti tedeschi, maledetti giapponesi…”

“Sì. A proposito della Marina, com’è andata con Mishauer?”

“Quello del servizio segreto della Marina americana? Oh, bene” disse stancamente Armstrong. “Ha parlato molto di lavoro. Ha sussurrato al Vecchio che gli Stati Uniti raddoppieranno la Settima Flotta. È una faccenda così segreta che non si è fidato neppure di parlarne per telefono. Ci sarà una grossa espansione nel Vietnam.”

“Maledetti stupidi… faranno la fine dei francesi. Ma non leggono i rapporti dei servizi segreti, o almeno i giornali?”

“Mishauer ha sussurrato anche che la portaerei nucleare arriverà dopodomani per una visita R & R di otto giorni. Un altro segreto. Ci ha chiesto di raddoppiare il servizio di sicurezza… e di fare da balia a tutti gli americani in franchigia a terra.”

“Altri fastidi.”

“Sì.” Armstrong soggiunse a denti stretti: “Dato soprattutto che il Vecchio ha accennato che un mercantile sovietico è arrivato ‘zoppicando’ per riparazioni urgenti, con la marea della sera.”

“Oh, Cristo!” Brian corresse una sbandata involontaria.

“È quel che ho pensato io. Per poco a Mishauer non è venuto un infarto, e Rosemont ha bestemmiato per due minuti filati. Il Vecchio ha assicurato che ovviamente nessuno dei marinai russi potrà scendere a terra senza un permesso speciale, come al solito, e che li pedineremo tutti, come al solito, ma può darsi che uno o due abbiano improvvisamente bisogno di un medico o di qualcosa del genere, e magari sfuggiranno alla rete.”

“Sì.” Dopo una pausa, Brian Kwok disse: “Spero che possiamo mettere le mani sui fascicoli di Grant, Robert. Il Sevrin è un coltello piantato nelle viscere della Cina.”

“Sì.”

Per un po’ proseguirono in silenzio.

“Stiamo perdendo la nostra guerra, no?” chiese Armstrong.

“Sì.”