16.

Ore 23,25

Il mercantile sovietico, Sovetskij Ivanov, era ormeggiato nell’enorme cantiere di Wampoa, che era stato costruito su terra di riporto nella parte ovest di Kowloon. Era inondato dalla luce dei riflettori. Era una nave da ventimila tonnellate che faceva la spola sulle rotte commerciali asiatiche da Vladivostok, a nord. Sul ponte c’era una quantità di antenne e di apparecchiature radar modernissime. I marinai russi oziavano ai piedi delle passerelle di prua e di poppa. E davanti a ogni passerella c’era un poliziotto, un cinese giovane, in uniforme cachi da fatica, calzoni corti, calzettoni, cintura e scarpe nere. Un marinaio scese a terra. Il suo permesso fu controllato prima dai suoi compagni, poi dal poliziotto, e quindi, mentre si avviava verso il cancello del cantiere, due cinesi in borghese uscirono dall’ombra e cominciarono a seguirlo… apertamente.

Un altro marinaio scese dalla passerella di poppa. Dopo i soliti controlli, altri due agenti cinesi in borghese lo seguirono.

Inosservata, una barca a remi si staccò dall’altra fiancata della nave, a poppa, e s’insinuò nell’ombra del molo. Passò senza far rumore lungo il muraglione, verso una scala bagnata, un centinaio di metri più in là. Sulla barca c’erano due uomini, e gli scalmi dei remi erano fasciati. Ai piedi della scala, la barca si fermò. I due uomini rimasero in ascolto.

Sulla passerella di prua, un terzo marinaio che stava scendendo a terra barcollò rumorosamente sui gradini sdrucciolevoli. Fu intercettato dalla guardia che controllò il suo permesso: e cominciò una discussione. La guardia gli rifiutò il permesso di scendere e l’uomo, evidentemente ubriaco, bestemmiò sonoramente e gli sferrò un pugno. L’agente lo schivò e lo colpì, venne colpito a sua volta. L’attenzione dei due poliziotti era ormai concentrata sulla rissa. L’uomo tozzo e spettinato che stava seduto a poppa della barca a remi salì correndo la scala, attraversò il molo illuminato e i binari, e sparì nei vicoli del cantiere senza che nessuno lo vedesse. La barca a remi tornò indietro e, dopo pochi istanti, la rissa cessò. Il marinaio ubriaco fu riportato a bordo di peso.

L’uomo spettinato correva per i vicoli del cantiere. Di tanto in tanto, con esperta disinvoltura, si voltava per assicurarsi che nessuno lo seguisse. Portava un abito scuro e scarpe con la suola di gomma. I suoi documenti precisavano che era Igor Voranskij, marinaio di prima classe della marina mercantile sovietica.

Evitò il cancello del cantiere e il poliziotto di guardia e costeggiò il muro per un centinaio di metri, fino a una porta secondaria. La porta dava su un vicoletto nella zona di Tai-wan Shan… un labirinto di baracche di lamiera ondulata, compensato e cartone. Allungò il passo. Poco dopo uscì dalla baraccopoli, nelle strade illuminate piene di negozi, di chioschi e di gente, e arrivò finalmente a Chatham Road. Chiamò un tassì.

“Mong Kok, in fretta” disse in inglese. “Il traghetto di Yaumati.”

Il tassista lo squadrò con aria insolente. “Eh?”

Ayeeyah!” ribatté Voranskij e aggiunse in perfetto cantonese: “Mong Kok! È sordo? Ha fiutato la Polvere Bianca? Mi ha preso per un diavolo straniero, un turista della Montagna d’Oro… io che sono di Hong Kong e ho vissuto qui vent’anni? Ayeeyah! Il traghetto di Yaumati, dall’altra parte di Kowloon. Ha bisogno di indicazioni? Viene dalla Mongolia? È straniero, eh?”

Imbronciato, il tassista abbassò la bandierina e partì, dirigendosi prima verso sud, poi verso ovest. L’uomo sul sedile posteriore teneva d’occhio la strada, più indietro. Non vide macchine che lo seguissero, ma non si rilassò.

Qui sono troppo furbi, pensò. Sii prudente.

Alla stazione del traghetto di Yaumati pagò il tassista, gli diede una mancia appena decente e poi si addentrò tra la folla, ne uscì e chiamò un altro tassì. “Golden Ferry.”

Il tassista annuì, sonnacchioso, sbadigliò e si diresse verso sud.

Al terminal del traghetto l’uomo pagò il tassista quasi prima che si fosse fermato e si mescolò alla folla che si accalcava intorno ai cancelletti girevoli dei traghetti per Hong Kong. Ma quando ebbe superato i cancelletti non si diresse verso il traghetto: entrò nella latrina e poi, quando ne uscì, si chiuse in una cabina telefonica. Era più tranquillo, adesso: era certo che nessuno lo aveva seguito.

Inserì una moneta e fece un numero.

“Sì?” rispose una voce maschile, in inglese.

“Il signor Lop-sing, per favore.”

“Non conosco questo nome. Qui non c’è nessun signor Lop-ting. Ha sbagliato numero.”

“Vorrei lasciare un messaggio.”

“Mi dispiace, ha sbagliato numero. Controlli sull’elenco!”

Voranskij si rilassò: il suo cuore rallentò un po’ i battiti. “Voglio parlare con Arthur” disse, in perfetto inglese.

“Mi dispiace, non è ancora arrivato.”

“Gli era stato detto di trovarsi lì per aspettare la mia telefonata” fece bruscamente Voranskij. “Perché questo cambiamento?”

“Chi parla, prego?”

“Brown” disse secco Voranskij, usando il nome di copertura.

Si addolcì un po’ quando sentì l’altra voce assumere immediatamente un tono di deferenza. “Ah, signor Brown, bentornato a Hong Kong. Arthur mi ha telefonato per avvertirmi di aspettare la sua chiamata. Mi ha chiesto di darle il benvenuto e di riferirle che è tutto pronto per la riunione di domani.”

“Quando dovrebbe arrivare?”

“Da un momento all’altro, signore.”

Voranskij imprecò tra sé, perché doveva riferire per telefono alla nave entro un’ora. Non gli piacevano i cambiamenti di piano.

“Sta bene” rispose. “Gli dica di chiamarmi al 32.” Era il nome in codice del loro appartamento alle Sinclair Towers. “L’americano è arrivato?”

“Sì.”

“Bene. Era accompagnato?”

“Sì.”

“Bene. E…?”

“Arthur non mi ha detto altro.”

“Lei l’ha già incontrata?”

“No.”

“E Arthur?”

“Non so.”

“È stato preso contatto con uno dei due?”

“Mi dispiace, non lo so. Arthur non me l’ha detto.”

“E il tai-pan?”

“Tutto a posto.”

“Bene. Quanto tempo impieghereste per arrivare al 32, in caso di necessità?”

“Dieci, quindici minuti. Vuole che veniamo lì?”

“Lo deciderò più tardi.”

“Oh, signor Brown, Arthur pensa che forse lei gradirebbe un po’ di compagnia, dopo il viaggio. Si chiama Koh, Maureen Koh.”

“Molto gentile da parte di Arthur… molto gentile.”

“Il numero telefonico è accanto all’apparecchio al 32. La chiami, e arriverà in meno di mezz’ora. Arthur voleva sapere se il suo superiore è con lei questa sera… se anche lui ha bisogno di compagnia.”

“No. Ci raggiungerà domani, come deciso. Ma domani sera gradirà un po’ d’ospitalità. Buonanotte.” Voranskij riattaccò con arroganza, ben consapevole della sua anzianità nel KGB. In quell’istante la porta della cabina si spalancò, un cinese entrò e un altro bloccò l’uscita. “Cosa dia…”

Le parole gli morirono sulle labbra nell’attimo della morte. Lo stiletto era lungo e sottile. Si svelse senza difficoltà. Il cinese lasciò cadere il corpo. Fissò per un momento la figura inerte, poi ripulì lo stiletto sugli abiti del morto, lo infilò di nuovo nel fodero, dentro la manica. Rivolse un sorriso al tozzo cinese che bloccava ancora l’entrata come se attendesse il suo turno, poi inserì una moneta nell’apparecchio e fece un numero.

Al terzo squillo una voce cortese disse: “Stazione di Polizia di Tsim Sha Tsui, buonasera.”

L’uomo ebbe un sorriso sardonico e disse bruscamente in sciangaiese: “Parla sciangaiese?”

Un’esitazione, uno scatto, e poi un’altra voce disse, in sciangaiese: “Qui il sergente divisionale Tang-po. Che c’è?”

“Un porco sovietico è passato attraverso la vostra fottuta rete, questa sera, con la stessa facilità con cui un torello defeca, ma ora ha raggiunto i suoi antenati. Possibile che noi del 14K dobbiamo fare tutto il vostro sporco lavoro?”

“Che porco so…”

“Chiuda la bocca e ascolti! Quel cadavere di sterco di tartaruga è in una cabina telefonica al Golden Ferry, Kowloon. Dica ai suoi fottuti superiori di tenere gli occhi sui nemici della Cina e non sui loro fottuti buchi fetenti!”

L’uomo riattaccò e uscì dalla cabina. Si voltò per un istante e sputò sul cadavere, poi chiuse la porta e, insieme al compagno, si mescolò alla folla dei viaggiatori che si dirigevano verso il traghetto per Hong Kong.

Non notarono l’uomo che li seguiva. Era un americano basso e grassoccio, vestito come tutti gli altri turisti e con l’inevitabile macchina fotografica al collo. Adesso stava appoggiato alla frisata di tribordo, perfettamente mimetizzato tra la folla, e puntava di qua e di là l’obiettivo, mentre il traghetto avanzava verso l’isola di Hong Kong. Ma a differenza degli altri turisti aveva una pellicola speciale, ed erano speciali anche l’obiettivo e la macchina fotografica.

“Salve, amico” disse un altro turista, avvicinandosi con un gran sorriso. “Si diverte?”

“Sicuro” disse l’uomo. “Hong Kong è magnifica, eh?”

“Può proprio dirlo.”

L’altro si voltò a guardare il panorama. “Molto meglio di Minneapolis.”

Il primo uomo si voltò, ma continuò a tener d’occhio i due cinesi. Abbassò la voce. “Ci sono difficoltà.”

L’altro turista impallidì. “L’abbiamo perso? Non è tornato indietro, Tom, sono sicurissimo. Tenevo d’occhio tutte e due le uscite. Credevo che l’avessi bloccato nella cabina.”

“Puoi scommetterci che era bloccato. Guardati indietro, fila di centro… il cinese con la camicia bianca e quello vicino a lui. Quei due figli di puttana l’hanno fatto fuori.”

“Gesù!” Marty Povitz, uno degli agenti della CIA incaricati di occuparsi della Sovetskij Ivanov, scrutò attentamente i due cinesi. “Kuomintang? Nazionalisti? O comunisti?”

“Merda, non lo so. Ma il cadavere è ancora nella cabina telefonica là dietro. Dov’è Rosemont?”

“È an…” Povitz s’interruppe, poi alzò la voce, ridiventò un turista affabile mentre i passeggeri cominciavano ad affollarsi più vicino all’uscita. “Guardi là” disse, indicando la cresta del Peak. I palazzi erano alti, illuminati a giorno come le case che costellavano i pendii. Ce n’era una, in particolare, molto in alto: la casa privata più in alto di Hong Kong. Era rischiarata dai riflettori e brillava come una gemma. “Ehi, chi abita là è davvero in cima al mondo, eh?”

Tom Connochie, il più anziano dei due, sospirò. “Deve essere la casa di un tai-pan.” Accese pensosamente una sigaretta e lasciò cadere il fiammifero nelle acque scure. Poi, chiacchierando allegramente da buon turista, scattò una foto della casa e finì il rullino scattandone altre dei due cinesi. Ricaricò la macchina fotografica e passò il rullino al compagno. Quasi senza muovere le labbra disse: “Chiama Rosemont appena attracchiamo… digli che abbiamo problemi… e poi fai sviluppare le foto entro questa notte. Ti telefonerò quando questi due saranno andati a dormire.”

“Sei ammattito?” fece Povitz. “Non puoi pedinarli da solo.”

“È necessario, Marty, le foto potrebbero essere importanti. È un rischio che non possiamo correre.”

“No.”

“Maledizione, Marty, il tai-pan dell’operazione sono io.”

“Gli ordini dicono che noi due…”

“Al diavolo gli ordini!” sibilò Connochie. “Tu pensa a chiamare Rosemont e a non rovinare il rullino.” Poi alzò la voce e disse allegramente: “Una notte magnifica per uscire in barca, eh?”

“Sicuro.”

Indicò con un cenno lo scintillio sulla cresta del Peak e l’inquadrò nel mirino telescopico della macchina fotografica. “Te la passi bene lassù, eh?”

Dunross e Bartlett si fronteggiavano nella Galleria Lunga, in cima alla scala. Soli.

“Ha concluso un accordo con Gornt?” chiese Dunross.

“No” disse Bartlett. “Non ancora.” Era energico e duro quanto Dunross, e lo smoking gli stava altrettanto bene.

“Né lei né Casey?” domandò Dunross.

“No.”

“Ma avete esaminato la possibilità?”

“Noi siamo in affari per guadagnare, Ian… come lei!”

“Sì. Ma c’è anche un’etica.”

“L’etica di Hong Kong?”

“Posso chiederle da quanto tempo è in trattative con Gornt?”

“Da circa sei mesi. Ha accettato la nostra proposta di oggi?”

Dunross cercò di scacciare la stanchezza. Non avrebbe voluto andare in cerca di Bartlett per chiarire la faccenda, quella sera, ma era necessario. Si sentiva addosso gli sguardi di tutti i ritratti appesi alle pareti. “Lei ha detto martedì. E io le dico martedì.”

“Allora, fino a quel momento, se voglio trattare con Gornt o con chiunque altro ho il diritto di farlo. Se accetta la nostra proposta adesso, è fatta. Mi hanno detto che la Nobil Casa è quanto c’è di meglio, quindi preferirei concludere con lei piuttosto che con Gornt… purché ottenga tutte le garanzie necessarie. Io ho i liquidi, lei no. Lei ha l’Asia, io no. Quindi dovremmo metterci d’accordo.”

Sì, si disse Bartlett, nascondendo i suoi presentimenti, sebbene fosse ben lieto che la diversione di quella mattina con Gornt avesse portato così presto al confronto e avesse messo il suo avversario con le spalle al muro… in questo momento, Ian, sei un avversario, fino a quando concluderemo, se concluderemo.

È venuto il momento del blitzkrieg?

Aveva studiato Dunross per tutta la serata, affascinato da lui e dall’atmosfera e da tutto ciò che era Hong Kong… era tutto completamente estraneo alla sua esperienza. Una nuova giungla, nuove leggi, nuovi pericoli. Sicuro, pensò cupamente, Dunross e Gornt sono tutti e due pericolosi come una palude brulicante di serpenti a sonagli, e io non ho un metro per giudicarli. Devo essere prudente come non lo sono mai stato in vita mia.

Sentiva la tensione, sentiva gli occhi che lo spiavano dalle pareti. Fin dove posso azzardarmi a spingerti, Ian? Fino a che punto posso giocare d’azzardo? Il profitto potenziale è enorme, il premio è enorme: ma basta un solo errore perché tu ci inghiotta, me e Casey. Sei un uomo che mi va a genio, ma sei pur sempre un avversario, e sei governato dai fantasmi. Oh, sì, credo che Peter Marlowe avesse ragione, in questo se non in tutto.

Gesù! I fantasmi e gli odi sconfinati! Dunross, Gornt, Penelope, il giovane Struan, Adryon… Adryon così coraggiosa, dopo lo spavento iniziale.

Fissò i freddi occhi azzurri che lo scrutavano. Cosa farei, adesso, Ian, se fossi in te, con quella tua eredità pazzesca?

Non lo so. Ma mi conosco, e so quello che diceva Sun Tzu a proposito dei campi di battaglia: induci il tuo avversario a combattere in un luogo e in un momento di tua scelta. Bene, io ho scelto: qui, ora.

“Mi dica, Ian, prima che decidiamo, come farà a pagare le tre rate di settembre alla Toda Shipping?”

Dunross trasalì. “Prego?”

“Non ha ancora un nolo, e se non l’avrà, la sua banca non pagherà, quindi toccherà a lei, no?”

“La banca… non è un problema.”

“Ma mi risulta che lei è già uscito del 20 per cento dalla linea di credito. E questo non significa che dovrà trovare altri crediti?”

“Li avrò, se ne avrò bisogno” disse Dunross in tono nervoso e Bartlett si rese conto di aver colpito nel segno.

“12 milioni alla Toda sono una somma enorme, se l’aggiunge agli altri debiti.”

“Quali altri debiti?”

“La rata di 6.800.000 dollari USA da pagare l’8 settembre per il prestito di 30 milioni senza garanzie della Orlin International Banking; ha 4.200.000 dollari di perdite, finora, per quest’anno, contro un utile sulla carta di 7 milioni e mezzo l’anno scorso; e 12 milioni per la perdita dell’Eastern Cloud e di tutti quei motori di contrabbando.”

Il volto di Dunross era esangue. “Sembra molto ben informato.”

“Infatti. Sun Tzu diceva che bisogna essere ben informati sul conto degli alleati.”

Una venuzza pulsava sulla fronte di Dunross. “Dei nemici, vuol dire.”

“Qualche volta gli alleati diventano nemici, Ian.”

“Sì. E Sun Tzu insisteva molto anche sulle spie. La sua spia può essere solo un uomo tra sette.”

Bartlett rispose con la stessa asprezza: “Perché dovrei avere una spia? Sono informazioni che si possono ottenere dalle banche… basta scavare un po’ a fondo. La banca della Toda è la Yokohama National of Japan… e ha legami d’affari con la Orlin; e anche noi li abbiamo.”

“Chiunque sia la spia, si sbaglia. La Orlin ci farà una proroga. L’ha sempre fatto.”

“Questa volta non ci conti. Conosco quei bastardi, e se fiutano la fine, le faranno la pelle così in fretta che lei neppure se ne accorgerà.”

“La fine della Struan?” Dunross rise ironicamente. “Né la Orlin né qualche altra maledetta banca potrebbe o vorrebbe rovinarci.”

“Forse Gornt s’è messo d’accordo con loro.”

“Gesù Cristo…” Dunross si dominò con uno sforzo. “Lo ha fatto o non lo ha fatto?”

“Lo chieda a lui.”

“Lo farò. Ma intanto, se sa qualcosa, me lo dica subito!”

“Lei ha nemici dappertutto.”

“Anche lei.”

“Sì. E questo fa di noi due buoni o cattivi soci?” Bartlett ricambiò l’occhiata di Dunross. Poi il suo sguardo si posò su un ritratto in fondo alla galleria. Ian Dunross lo stava fissando dalla cornice, sullo sfondo di un clipper a tre alberi. La rassomiglianza era prodigiosa.

“Quello è… Gesù, deve essere Dirk, Dirk Struan!”

Dunross si voltò a guardare il ritratto. “Sì.”

Bartlett si avvicinò e lo studiò. Adesso, da quella distanza, vedeva che quel capitano non era Dunross: ma la somiglianza era straordinaria. “Jacques aveva ragione” disse.

“No.”

“Aveva ragione.” Bartlett si voltò e studiò Dunross come se anche lui fosse un ritratto, facendo confronti. Finalmente disse: “Gli occhi e la mascella. E l’espressione di sfida degli occhi. Sembra dire: ‘Farai bene a credere che posso prenderti a calci quando voglio.’”

Dunross sorrise, ma soltanto con le labbra. “Anche adesso?”

“Sì.”

“Non ci sono problemi per un credito, vecchio o nuovo.”

“Io credo di sì.”

“La Victoria è la nostra banca… siamo grossi azionisti.”

“Grossi… quanto?”

“Abbiamo fonti alternative di credito se è necessario. Ma otterremo dalla Victoria tutto quello che ci serve. Anche a noi i liquidi non mancano.”

“Il suo Richard Kwang non la pensa così.”

Dunross distolse bruscamente gli occhi dal ritratto. “Perché?”

“Non l’ha detto, Ian. Non ha detto niente, ma Casey conosce i banchieri e lo ha capito al volo, ed è convinta che lui la pensi così. E non credo che le sia andato a genio neppure Havergill.”

Dopo una pausa, Dunross chiese: “E che altro pensa?”

“Che forse dovremmo metterci con Gornt.”

“Faccia pure.”

“Può darsi. E Taipei?” chiese Bartlett, cercando di cogliere Dunross alla sprovvista.

“Come?”

“L’invito è ancora valido?”

“Sì. Sì, certamente. E questo mi ricorda che lei è affidato alla mia custodia per gentile concessione del vicecommissario della polizia. Armstrong verrà avvertito domani. Lei dovrà andare a firmare un documento per impegnarsi a ritornare insieme a me.”

“Grazie. Ma Casey continua a essere esclusa?”

“Mi pareva che avessimo risolto la cosa questa mattina.”

“Volevo solo saperlo. E il mio aereo?”

Dunross aggrottò la fronte, sconcertato. “Immagino che sia tuttora sotto sequestro. Voleva usarlo per andare a Taipei?”

“Sarebbe più comodo, no, se potessimo muoverci a piacer nostro?”

“Vedrò quel che potrò fare.” Dunross lo scrutò. “E la sua offerta resta valida fino a martedì?”

“Valida come ha detto Casey. Fino alla chiusura degli affari, martedì.”

“Fino alla mezzanotte di martedì” ribatté Dunross.

“Deve sempre discutere tutto quello che dicono gli altri?”

“Lei non lo fa?”

“Okay, martedì a mezzanotte. Poi, a mezzanotte e un minuto di mercoledì, tutti i debiti e tutte le amicizie saranno annullati.” Bartlett aveva bisogno di tenere Dunross sotto pressione, aveva bisogno della controfferta subito, non martedì, per poterla usare con Gornt o contro Gornt. “Quel tale della Blacs, il presidente, come si chiama?”

“Compton Southerby.”

“Sì, Southerby. Ho parlato con lui, dopo la cena. Ha detto che sono pronti a sostenere Gornt. Mi ha anche fatto capire che Gornt ha a disposizione un bel mucchio di eurodollari, se mai ne avesse bisogno.” Ancora una volta, Bartlett si accorse di aver colpito nel segno. “Quindi, non so ancora come farà lei a pagare la Toda Shipping” disse.

Dunross non rispose subito. Stava ancora cercando di trovare la strada per uscire dal labirinto. Ogni volta si ritrovava al punto di partenza: la spia poteva essere Gavallan, deVille, Linbar Struan, Phillip Chen, Alastair Struan, David MacStruan o addirittura suo padre, Colin Dunross. Le banche potevano essere a conoscenza di alcune delle informazioni di cui era a conoscenza Bartlett… ma non delle loro perdite di quell’anno. La cifra era troppo esatta. Era sconvolgente. E poi “… un utile sulla carta”.

Stava guardando l’americano e si chiedeva di quante altre cose riservate fosse al corrente: sentiva che la trappola si chiudeva senza lasciargli spazi di manovra, ma sapeva che non poteva concedere troppo, altrimenti avrebbe perduto tutto.

Cosa poteva fare?

Alzò gli occhi verso Dirk Struan e vide il mezzo sorriso contratto, e lo sguardo che gli diceva: rischia, ragazzo, non hai fegato?

Sta bene.

“Non si preoccupi per la Struan. Se decide di concludere con noi, voglio un accordo per due anni… 20 milioni anche per l’anno prossimo” disse Dunross, buttandosi. “E vorrei 7 milioni alla firma del contratto.”

Bartlett mascherò la sua gioia. “Sta bene per i due anni. In quanto ai liquidi, Casey ha offerto 2 milioni subito e poi uno e mezzo al mese, al primo di ogni mese. Gavallan ha detto che era accettabile.”

“No. Vorrei 7 milioni subito, il resto diviso mensilmente.”

“Se accetto, voglio una garanzia sulle sue nuove navi della Toda per quest’anno.”

“Perché diavolo vuole una garanzia?” scattò Dunross. “Il senso dell’accordo è che diventeremo soci, soci in un’immensa espansione in Asia.”

“Sì. Ma i nostri 7 milioni in contanti coprono i pagamenti di settembre alla Toda Shipping, la tolgono dai guai con la Orlin, e in cambio noi non otteniamo niente.”

“Perché dovrei farle qualche concessione? Posso scontare immediatamente il suo contratto e ottenere un anticipo di 18 milioni sui 20 assicurati da lei, e senza la minima fatica.”

Sì, è vero, pensò Bartlett… puoi ottenerlo, quando sarà firmato il contratto. Ma prima non avrai nulla. “Accetterò di cambiare la consistenza del primo versamento, Ian. Ma in cambio di cosa?” Guardò distrattamente il quadro che gli stava di fronte; ma non lo vedeva, perché tutti i suoi sensi erano concentrati su Dunross. Sapeva che ormai erano alle strette. Un titolo sulle gigantesche navi mercantili della Toda avrebbe coperto il rischio della Par-Con, qualunque cosa facesse Dunross.

“Non dimentichi” soggiunse, “che il suo 21 per cento delle azioni della Victoria è già bloccato, ceduto in garanzia a copertura del suo debito verso la banca. Se non ce la farà a pagare la Toda o la Orlin, il suo vecchio amico Havergill le taglierà l’erba sotto i piedi. Io lo farei.”

Dunross si rese conto d’essere battuto. Se Bartlett conosceva l’esatto ammontare del pacchetto segreto delle azioni della banca, e del pacchetto segreto di Chen, oltre all’ammontare di quello ufficiale, era impossibile immaginare quali altri poteri l’americano avesse su di lui. “Sta bene” disse. “Le darò un titolo sulle mie navi per tre mesi, purché lei s’impegni a tenerlo segreto tra noi due soli; in secondo luogo, i nostri contratti dovranno essere firmati entro sette giorni da oggi; in terzo luogo, lei accetta di effettuare i versamenti in contanti come ho chiesto io. E infine, deve garantirmi di non farne parola con nessuno fino a quando io darò l’annuncio.”

“E quando intende farlo?”

“Tra venerdì e lunedì.”

“Vorrei saperlo prima” disse Bartlett.

“Naturalmente. Ventiquattr’ore prima.”

“Voglio il titolo sulle navi per sei mesi: i contratti entro dieci giorni.”

“No.”

“Allora niente accordo” disse Bartlett.

“Sta bene” rispose immediatamente Dunross. “Allora torniamo dagli altri.” Girò sui tacchi, calmissimo, e si avviò verso la scala.

Bartlett rimase sbalordito dalla brusca conclusione delle trattative. “Aspetti” disse. Il suo cuore aveva mancato un battito.

Dunross si fermò accanto alla balaustra e si girò verso di lui, con la mano posata sulla ringhiera.

Cupamente, Bartlett cercò di valutare Dunross, con una fitta d’inquietudine allo stomaco. “Allora sta bene. Il titolo fino al primo gennaio, sono quattro mesi e passa, il segreto resterà fra lei, me e Casey, i contratti martedì prossimo – così avrò tempo di far venire qui i miei consulenti fiscali – e i versamenti in contanti come lei ha chiesto, salvo… quando è la nostra riunione, domani?”

“Era alle dieci. Possiamo fare alle undici?”

“Sicuro. Allora d’accordo, salvo conferma domani alle undici.”

“No. A lei non occorre altro tempo. A me forse sì, ma a lei no.” Di nuovo quel sorriso tirato. “Sì o no?”

Bartlett esitò. L’istinto gli diceva: concludi subito, tendi la mano e concludi, hai ottenuto tutto quel che volevi. Sì… ma Casey? “Questo accordo è di Casey. Lei può impegnarsi fino a 20 milioni. Le dispiacerebbe accordarsi con lei?”

“Le trattative finali vengono fatte tra tai-pan. È una vecchia consuetudine cinese. Il tai-pan della Par-Con è Casey?”

“No” disse impassibile Bartlett. “Sono io.”

“Bene.” Dunross tornò indietro e tese la mano, sfidandolo, facendosi gioco di lui, leggendogli nella mente. “Allora, d’accordo?”

Bartlett guardò la mano e poi i freddi occhi azzurri. Il cuore gli martellava forte. “D’accordo… ma voglio che Casey sia presente per concludere con lei.”

Dunross lasciò cadere la mano. “Ripeto: chi è il tai-pan della Par-Con?”

Bartlett ricambiò con fermezza lo sguardo. “Una promessa è una promessa, Ian. Per Casey è importante, e ho promesso di lasciarle mano libera fino a 20 milioni.”

Vide che Dunross stava per voltargli le spalle e disse con fermezza: “Ian, se devo scegliere tra l’accordo e la mia promessa a Casey, non se ne parla neppure. Lo consideri un fav…” S’interruppe. Girarono entrambi la testa al lieve rumore involontario di qualcuno che ascoltava nell’ombra, in fondo alla galleria, dietro a un gruppo di divani e di poltrone. Dunross girò sui tacchi e, a passo felino, si lanciò silenziosamente all’attacco. Bartlett reagì con prontezza quasi identica e lo seguì per aiutarlo.

Dunross si fermò davanti al divano di velluto verde e sospirò. Non era una spia: era la sua figliola tredicenne, Glenna, che dormiva raggomitolata, tutta gambe e braccia come una puledrina, angelica nell’abito da sera gualcito, con il filo di perle di Penelope al collo.

Il battito del cuore di Bartlett rallentò. “Gesù, per un momento…” mormorò. “Ehi, è carina come un bocciolo di rosa!”

“Lei ha figli?”

“Un maschio e due femmine. Brett ha sedici anni, Jenny quattordici e Mary tredici. Purtroppo non li vedo spesso.” Bartlett riprese fiato e proseguì sottovoce: “Adesso sono sulla Costa orientale. Purtroppo non mi sono molto affezionati. La loro madre… abbiamo divorziato sette anni fa. Lei si è risposata, ma…” Bartlett scrollò le spalle e guardò la ragazzina. “È un tesoro. Lei è un uomo fortunato, Ian.”

Dunross si chinò e sollevò delicatamente la ragazzina. Lei si mosse appena, si rannicchiò contro di lui, contenta. Dunross alzò gli occhi verso l’americano, pensosamente. Poi disse: “Porti qui Casey fra dieci minuti. Farò quel che mi ha chiesto – anche se lo disapprovo – perché voglio che mantenga la sua promessa.” Si allontanò a passo sicuro e sparì nell’ala est, dov’era la stanza di Glenna.

Dopo un attimo Bartlett levò lo sguardo verso il ritratto di Dirk Struan. Quel sorriso lo beffava. “Vai a farti fottere” mormorò. Aveva la sensazione che Dunross, in qualche modo, lo avesse giocato. Poi sorrise. “Eh, che diavolo! Il tuo ragazzo sa il fatto suo, vecchio Dirk!”

Si avviò verso la scala. Poi notò un ritratto non illuminato, in una nicchia seminascosta. Si fermò. Il quadro a olio raffigurava un vecchio capitano con la barba grigia, un occhio solo, il naso grifagno e l’aria arrogante, il volto sfregiato, una corta sciabola sul tavolo accanto.

Bartlett soffocò un’esclamazione quando vide che la tela era squarciata, e un coltello era piantato nel cuore dell’uomo, e inchiodava il quadro alla parete.

Casey fissava il coltello e cercava di nascondere l’orrore. Era sola nella galleria e attendeva, inquieta. Dal basso saliva la musica… rhythm and blues. Un soffio di vento agitò le tende e le smosse una ciocca di capelli. Una zanzara ronzò.

“Quello è Tyler Brock.”

Casey si voltò di scatto, trasalendo. Dunross la fissava. “Oh, non l’avevo sentita ritornare” disse lei.

“Mi scusi” disse Dunross. “Non volevo spaventarla.”

“Oh, non importa.”

Casey guardò di nuovo il ritratto. “Peter Marlowe ci ha parlato di lui.”

“Marlowe sa molte cose di Hong Kong, ma non tutto, e non tutte le sue informazioni sono esatte. Alcune sono infondate.”

Dopo un momento, lei disse: “È… è un po’ melodrammatico, no, lasciare così quel coltello?”

“Fu Hag Struan. E ordinò di lasciarlo così.”

“Perché?”

“Le piaceva così. Lei era il tai-pan.”

“Sul serio, perché?”

“Dicevo sul serio.” Dunross scrollò le spalle. “Odiava suo padre e voleva che noi tutti ricordassimo la nostra eredità.”

Casey aggrottò la fronte, poi indicò con un cenno un ritratto sulla parete di fronte. “È quella?”

“Sì. Il ritratto fu eseguito poco dopo il suo matrimonio.” La giovane donna era snella, sui diciassette anni: occhi celesti, capelli biondi. Indossava un abito da ballo molto scollato – vitino esile, seno fiorente – e una collana verde le cingeva la gola.

Rimasero a guardare il ritratto per un momento. Non c’era un nome sulla targhetta d’ottone inserita nella pesante cornice dorata, ma solo gli anni, 1825-1917. Casey disse: “Il viso è comune, grazioso ma banale… a parte le labbra. Sottili, contratte in una smorfia di disapprovazione… e dure. L’artista ha reso bene un’impressione di forza. È un Quance?”

“No. Non sappiamo chi l’abbia dipinto. Si diceva che fosse il suo ritratto preferito. Ce n’è uno dipinto da Quance nell’attico del palazzo della Struan; fu eseguito più o meno nello stesso periodo. È molto diverso, anche se è molto simile.”

“E più tardi non si fece fare altri ritratti?”

“Tre. Li distrusse tutti, appena terminati.”

“C’è qualche sua fotografia?”

“No, che io sappia. Odiava le macchine fotografiche… non le voleva neppure in casa.” Dunross rise, e Casey notò che era stanco. “Una volta, un giornalista del China Guardian la fotografò, poco prima della grande guerra. Dopo un’ora, lei mandò alla redazione un gruppo di marinai armati d’uno dei nostri mercantili, con l’ordine di bruciare tutto se non avessero avuto il negativo e le copie, e se il direttore non si fosse impegnato a ‘smettere di perseguitarla’. E il direttore promise.”

“Ma non è possibile fare impunemente una cosa simile!”

“No, non è possibile… se non si è il tai-pan della Nobil Casa. E poi, lo sapevano tutti che Hag Struan non voleva farsi fotografare, e quel giovane bastardo presuntuoso aveva violato le regole. Hag Struan era come i cinesi. Credeva che quando ci si fa fotografare si perde un po’ della propria anima.”

Casey guardò la collana. “È giada?” domandò.

“Smeraldi.”

Casey soffocò un’esclamazione. “Doveva valere un patrimonio.”

“Dirk Struan gliela lasciò in eredità… non doveva uscire mai dall’Asia, e doveva appartenere alla moglie di ogni tai-pan della Nobil Casa. Doveva passare dall’una all’altra.” Dunross sorrise stranamente. “Hag Struan tenne la collana per tutta la vita e, quando morì, ordinò che venisse bruciata con lei.”

“Gesù! E fu bruciata?”

“Sì.”

“Che spreco!”

Dunross guardò di nuovo il ritratto. “No” disse, in tono diverso. “Lei fece in modo che la Struan fosse la Nobil Casa dell’Asia per quasi settantacinque anni. Era il tai-pan, il vero tai-pan, anche se altri portavano il titolo. Hag Struan lottò contro i nemici e le catastrofi e tenne fede all’eredità di Dirk e annientò i Brock e fece tutto ciò che era necessario. Quindi, cosa poteva contare un gingillo che probabilmente non era costato nulla? Probabilmente fu rubato al tesoro di un mandarino, il quale a sua volta l’aveva rubato a qualcun altro che l’aveva pagato con il sudore dei suoi contadini.”

Casey lo osservò mentre scrutava quel volto e quasi si perdeva in un’altra dimensione. “Mi auguro solo di poter fare altrettanto” mormorò Dunross, distrattamente, e Casey ebbe la sensazione che parlasse a lei, alla giovane donna del ritratto.

Poi spostò lo sguardo sul ritratto di Dirk Struan e notò la sorprendente rassomiglianza. C’era un’aria di famiglia in tutti i personaggi dei dieci grandi ritratti – nove uomini e la donna – appesi alle pareti tra i paesaggi di Hong Kong e Sciangai e Tiensin e le marine con gli eleganti clipper della Struan e qualche mercantile. Sotto i ritratti di ognuno dei tai-pan c’era una targhetta d’ottone con il nome e le date: “Dirk Dunross, 4° tai-pan, 1852-1894, disperso in mare nell’oceano Indiano con tutto l’equipaggio della Sunset Cloud “Sir Lochlin Struan, 3° tai-pan, 1841-1915”… “Alastair Struan, 9° tai-pan, 1900- ”… “Dirk Struan, 1798-1841”… “Ross Lechie Struan, 7° tai-pan, 1887-1915, capitano del reggimento Royal Scots, ucciso in combattimento a Ypres”…

“Quanta storia” disse Casey, giudicando che era venuto il momento di interrompere i pensieri di Dunross.

“Sì. Sì, è vero” disse lui, guardandola.

“Ora lei è il decimo tai-pan?”

“Sì.”

“Si è fatto ancora ritrarre?”

“No.”

“Dovrà farlo, no?”

“Sì. Sì, a tempo debito. Non c’è fretta.”

“Com’è diventato tai-pan, Ian?”

“Bisogna venire scelti dal tai-pan precedente. La decisione spetta a lui.”

“Ha scelto chi verrà dopo di lei?”

“No” disse Dunross. Ma Casey pensava che l’avesse fatto. Perché dovrebbe raccontarlo a me? si chiese. E perché tu gli stai facendo tante domande?

Distolse gli occhi. Un ritratto più piccolo attirò la sua attenzione. “Quello chi è?” domandò, irrequieta. L’uomo era deforme, uno gnomo gobbo, e aveva occhi curiosi e un sorriso sardonico. “Anche lui era un tai-pan?”

“No. È Stride Orlov. Era il primo capitano di Dirk. Dopo che il tai-pan rimase ucciso nel grande tifone e Culum prese il suo posto, Stride Orlov divenne il comandante della flotta dei nostri clipper. Secondo la leggenda era un grande marinaio.”

Dopo una pausa, Casey disse: “Mi dispiace, ma ha qualcosa che mi dà i brividi.” Orlov portava due pistole infilate nella cintura, e sullo sfondo era raffigurato un clipper. “Ha una faccia spaventosa” disse.

“Faceva lo stesso effetto a tutti… tranne il tai-pan e Hag Struan. Si dice che persino Culum lo odiasse.” Dunross si voltò a scrutarla, e Casey sentì che la stava sondando. Le dava un senso di calore, e nel contempo la turbava.

“E perché lei lo trovava tanto simpatico?” domandò.

“Si dice che subito dopo il grande tifone, quando tutti a Hong Kong, incluso Culum, stavano cercando di risollevare le sorti della città. Devil Tyler cercò di impadronirsi della Nobil Casa. Dava gli ordini, prendeva in pugno la situazione, trattava Culum e Tess come bambini… mandò Tess a bordo della sua nave, la White Witch, e ordinò a Culum di trovarsi anche lui a bordo prima del tramonto, o sarebbero stati guai. Per Tyler, la Nobil Casa era ormai Brock-Struan, e lui era il tai-pan! In un modo o nell’altro – nessuno sa come e perché Culum trovò il coraggio, mio Dio, lui aveva solo vent’anni, allora, e Tess appena sedici – Culum ordinò a Orlov di salire a bordo della White Witch e di portare a terra sua moglie. Orlov andò da solo, immediatamente… in quel momento Tyler era a terra. Orlov riportò Tess e si lasciò dietro un morto e mezza dozzina di uomini con la testa o le braccia rotte.” Dunross la stava guardando, e Casey riconobbe lo stesso sorriso, un po’ ironico, un po’ violento e un po’ diabolico che spiccava sul volto del tai-pan. “Da allora Tess la futura Hag Struan – gli si affezionò moltissimo, dicono. Orlov servì magnificamente la nostra flotta fino a quando sparì. Era un uomo straordinario e un grande marinaio, nonostante la sua bruttezza.”

“Sparì? Finì disperso in mare?”

“No. Hag Struan diceva che un giorno scese a terra a Singapore e non ritornò più. Aveva sempre minacciato di andarsene, di tornare a casa sua, in Norvegia. Quindi, forse tornò in patria. Forse morì accoltellato. Chissà? L’Asia è violenta, anche se Hag Struan giurava che nessun uomo avrebbe potuto uccidere Stride Orlov, e che doveva essere stata una donna. Forse fu Tyler a tendergli un’imboscata. Chissà?”

Inesorabilmente, gli occhi di Casey tornarono a fissarsi su Tyler Brock. Era affascinata da quel volto, dal significato di quel coltello. “E perché Hag fece una cosa simile al ritratto di suo padre?”

“Un giorno glielo racconterò, ma non questa sera. Posso dirle solo che piantò il coltello nella parete con la mazza da cricket di mio nonno e maledisse, al cospetto di Dio e del diavolo, chiunque avesse osato togliere il suo coltello dal suo muro.” Dunross sorrise a Casey, e ancora una volta lei notò quella stanchezza straordinaria, e se ne compiacque, perché anche lei si sentiva stanca e non voleva commettere errori, adesso. Dunross tese la mano. “Dobbiamo concludere un accordo.”

“No” disse Casey, calmissima, lieta d’incominciare. “Mi dispiace, ma devo annullarlo.”

Il sorriso di Dunross svanì. “Cosa?”

“Sì. Linc mi ha riferito i cambiamenti che lei richiede. È un accordo per due anni… è superiore alle nostre previsioni, quindi non posso approvarlo.”

“Oh?”

“No.” Casey continuò nello stesso tono incolore e pacato. “Mi dispiace, ma il mio limite è di 20 milioni, quindi dovrà concludere con Linc. Sta aspettando al bar.”

La comprensione balenò per un istante sul viso di Dunross… e il sollievo, pensò Casey. Lui ritrovò la calma. “Ah, sì?” chiese sottovoce, osservandola.

“Sì.” Casey si sentì pervadere da un’ondata di calore. Le scottavano le guance, e si chiese se fosse arrossita.

“Quindi non possiamo stringerci la mano, io e lei. Deve essere Linc Bartlett?”

Con uno sforzo, lei non deviò lo sguardo. “Un tai-pan deve trattare con un tai-pan.”

“È una regola fondamentale anche in America?” La voce di Dunross era sommessa e gentile.

“Sì.”

“L’idea è sua o di Linc?”

“Ha importanza?”

“Moltissima.”

“Se dicessi che è di Linc, lui perderebbe la faccia, e se dicessi che è mia, la perderebbe egualmente, anche se in modo diverso.”

Dunross scosse leggermente la testa e sorrise. Il calore di quel sorriso accrebbe quello che Casey si sentiva dentro. Sebbene si controllasse perfettamente, si accorgeva di reagire alla schietta virilità di lui.

“Siamo tutti vincolati dalla faccia, in un modo o nell’altro, vero?” disse lui.

Casey non rispose, e si limitò a distogliere gli occhi per concedersi più tempo. Il suo sguardo incontrò il ritratto della giovane donna. Com’era possibile che una ragazza tanto graziosa fosse diventata famosa come Hag, la Megera? si chiese. Deve essere orribile diventare vecchia nel viso e nel corpo, quando in cuore sei ancora giovane, forte e tenace… è così ingiusto, per una donna. Chissà se un giorno mi chiameranno Hag Tcholok? Oppure “quella vecchia lesbica della Tcholok”, se sarò ancora sola, senza marito, nel mondo degli affari, il mondo degli uomini, e se continuerò a lavorare per ottenere le stesse cose per cui lavorano loro – il senso di identità, il potere e il denaro – e sarò odiata perché sono abile quanto loro o anche di più? Non m’importa, purché vinciamo, Linc e io. Quindi recita la parte che hai scelto questa sera, si disse, e ringrazia quella signora francese per il suo consiglio. “Ricorda, figliola” le aveva ripetuto di continuo suo padre, “ricorda che i consigli, i buoni consigli, arrivano dalla persona più inaspettata e nel momento più inaspettato.” Sì, pensò Casey, se Susanne non mi avesse ricordato come deve agire una signora in questo mondo fatto per gli uomini, Ian, forse non ti avrei offerto questa formula per salvarti la faccia. Ma non t’illudere, Ian Struan Dunross. Questo è il mio accordo, e in questo il tai-pan della Par-Con sono io.

Casey avvertì uno strano senso di calore. Mai, prima di quel momento, aveva chiarito a se stessa la sua vera posizione nella Par-Con.

Guardò con aria critica la giovane donna del ritratto, e si accorse che prima s’era sbagliata, e che quella ragazza era straordinaria. Non era il tai-pan in embrione, già allora?

“È molto generosa” disse Dunross, interrompendo i suoi pensieri.

“No” rispose prontamente Casey, che si era preparata, e gli lanciò uno sguardo. E pensò: se vuoi sapere la verità, tai-pan, non sono affatto generosa. Mi limito a comportarmi con gentilezza e dolcezza e discrezione perché così ti sentirai più a tuo agio. Ma non gli disse nulla di tutto questo; abbassò gli occhi e mormorò, con la debita grazia: “È lei che è generoso.”

Dunross le prese la mano, s’inchinò e gliela baciò con antiquata galanteria.

Casey trasalì e cercò di ritrarre la mano. Nessuno aveva mai fatto un gesto simile, con lei. Nonostante la sua decisione, si sentì commossa.

“Ah, Ciranoush” disse Dunross con ironica gravità, “se mai avrà bisogno di un campione per difendere la sua causa, mi mandi a chiamare.” Poi sorrise all’improvviso. “Probabilmente combinerò un pasticcio, ma non importa.”

Lei rise: la tensione era sparita completamente. “D’accordo.”

Con disinvoltura, lui le cinse la vita con un braccio e la sospinse gentilmente verso la scala. Il contatto era piacevole… troppo piacevole, pensò Casey. Questo non è un ragazzino. Stai in guardia.