17.

Ore 23,58

La Rolls di Chen si arrestò con uno stridio di freni nel viale davanti alla casa. Phillip scese dal sedile posteriore, avvampato di rabbia, seguito nervosamente da Dianne. Era una notte buia, e nella distanza le luci della città e delle navi e delle alture sfolgoravano. “Sbarra il cancello e poi entra anche tu!” intimò all’autista e corse verso l’ingresso principale.

“Sbrigati, Dianne” disse, infilando con un gesto irritato la chiave nella serratura.

“Phillip, ma che cosa ti ha preso? Perché non puoi dirmelo? Per…”

“Taci!” gridò lui, esasperato, e Dianne si fermò di colpo, sconvolta. “Taci e fai quello che ti dico!” spalancò la porta. “Fai venire qui i servitori!”

“Ma, Phil…”

Ah Sun! Ah Tak!

Le due amah, scarmigliate e insonnolite, uscirono in fretta dalla cucina e lo guardarono a bocca aperta, inorridite di fronte a quella rabbia inconsueta. “Sì, padre? Sì, madre?” dissero all’unisono in cantonese. “In nome di tutti gli dei, che cosa è…”

“State zitte!” ruggì Phillip Chen. Era ancora più rosso in viso, e adesso anche il collo era avvampato. “Entrate in quella stanza e restateci fino a che non vi dirò di uscire!” Aprì la porta. Era la sala da pranzo, e le finestre davano sulla strada, a nord. “Restate qui fino a che non vi dirò di uscire, e se qualcuno si muove o guarda dalle finestre prima che io torni, vi… dirò a certi amici miei di legarvi pesi ai piedi e di buttarvi nel porto!”

Le due amah si misero a piagnucolare, ma tutti si affrettarono a obbedire. Phillip Chen sbatté la porta.

“Finitela, tutte e due!” urlò Dianne Chen alle amah, poi allungò la mano e diede un pizzicotto a una, bruscamente, sulla guancia. La vecchia rimase senza fiato e disse, roteando gli occhi: “Che cosa è successo? Cosa gli ha preso, al padre? Oh, oh, oh, la sua rabbia arrivava fino a Giava… oh, oh, oh…”

“Zitta, Ah Tak!” Dianne si faceva vento, fuori di sé per la furia. In nome di tutti gli dei, che cosa gli ha preso? Non si fida di me… di me, la sua unica vera moglie, l’amore della sua vita? In tutta la mia vita… E scappare via così dalla festa del tai-pan quando andava tutto a meraviglia… e tutta Hong Kong parlava di noi e tutti ammiravano il mio caro Kevin, e gli stavano intorno, perché adesso è sicuramente il nuovo erede della Casa di Chen, e tutti sono convinti che John Chen deve essere morto di shock quando gli hanno tagliato l’orecchio. Chiunque sarebbe morto! Io, di sicuro.

Rabbrividì: aveva di nuovo la sensazione che le tagliassero l’orecchio e la rapissero, come nel sogno di quel pomeriggio, quando s’era destata dal suo sonnellino coperta d’un sudore gelido.

Ayeeyah” mormorò, senza rivolgersi a qualcuno in particolare. “È impazzito?”

“Sì, madre” disse l’autista, in tono sicuro. “Io credo di sì. È a causa del sequestro. Non ho mai visto il padre così, in tutti questi an…”

“Chi te lo ha chiesto?” strillò Dianne. “E del resto, è tutta colpa tua! Se avessi riportato a casa il mio povero John, invece di lasciarlo alle sue puttane, questo non sarebbe successo!”

Le due amah ricominciarono a piagnucolare nel sentirla infuriata, e Dianne si sfogò con loro per un momento: “In quanto a voi due, adesso che ci penso, il servizio in questa casa fa venire il vomito! Mi avete chiesto se ho bisogno di una medicina o di un’aspirina? O di un tè? O di un asciugamano bagnato?”

“Madre” disse una delle due, in tono accattivante, indicando speranzosa una credenza laccata, “non posso fare il tè, ma gradirebbe un po’ di brandy?”

Cosa? Ah, molto bene. Sì, sì, Ah Tak.”

La vecchia andò subito alla credenza e l’aprì, tirò fuori il cognac che sapeva gradito alla padrona, lo versò in un bicchiere. “Povera madre, vedere il padre così infuriato! Terribile! Che cosa gli ha preso, e perché non vuole che guardiamo dalla finestra?”

Perché non vuole che voi ladri fatti di sterco di tartaruga lo vediate dissotterrare la sua cassaforte segreta in giardino, stava pensando Dianne. E non vuole che neppure io lo veda. Sorrise cupamente tra sé, centellinando il morbido liquore, e si calmò un poco perché lei sapeva dov’era sepolta la cassaforte. Era giusto che proteggesse Phillip osservandolo in segreto mentre la seppelliva, nell’eventualità, Dio non volesse, che gli dei lo togliessero dal mondo prima che potesse indicarle il nascondiglio. Era stato suo dovere venir meno alla promessa di non spiarlo, quella notte, durante l’occupazione giapponese, quando lui aveva saggiamente preso tutta la roba di valore e l’aveva nascosta.

Non sapeva cosa ci fosse adesso nella cassaforte. Non se ne curava. Era stata aperta e chiusa molte volte, sempre in segreto, a quanto ne sapeva Dianne. Lei non se ne curava, purché sapesse dov’era suo marito e dov’erano tutte le sue varie cassette di sicurezza e le relative chiavi… per ogni eventualità.

Dopotutto, si disse fiduciosamente, se lui muore, senza di me la Casa di Chen si sfascerà. “Finiscila di piagnucolare, Ah Sun!” Si alzò e chiuse le lunghe tende. La notte era buia, e non riusciva a vedere nulla, in giardino, solo il viale, il grande cancello di ferro e, più oltre, la strada.

“Ancora brandy, madre?” chiese la vecchia amah.

“Grazie, piccola bocca dolce” rispose affettuosamente Dianne, mentre il calore dell’alcol calmava la sua collera. “E dopo puoi massaggiarmi il collo. Ho il mal di testa. Voi due sedetevi, tenete la bocca chiusa e non fiatate finché non tornerà il padre!”

Phillip Chen correva lungo il sentiero del giardino, con una torcia elettrica in una mano e un badile nell’altra. Il sentiero in discesa si snodava tra i prati ben tenuti e si perdeva in una macchia d’alberi e di arbusti. Si fermò un attimo per orientarsi, poi trovò il punto che cercava. Esitò e si voltò indietro, sebbene sapesse che ormai era nascosto, che dalla casa non avrebbero potuto vederlo. Sicuro di non essere spiato, accese la torcia elettrica. Il cerchio di luce vagò sui cespugli e si arrestò ai piedi di un albero. Quel punto sembrava intatto. Cautamente, scostò lo strato di foglie morte. Quando vide che la terra, sotto, era stata smossa bestemmiò oscenamente. “Oh, che porco… mio figlio!” Si riprese, a fatica, e cominciò a scavare. La terra era soffice.

Dal momento in cui aveva lasciato la festa s’era sforzato di ricordare esattamente quando aveva dissepolto la cassaforte per l’ultima volta. Ormai era sicuro che fosse stato in primavera, quando aveva avuto bisogno di prendere gli atti di proprietà di una fila di catapecchie, a Wanchai, per venderle, a cinquanta volte il prezzo di costo, a Donald McBride, per uno dei suoi nuovi, grandiosi insediamenti.

“Dov’era John, allora?” mormorò. “Era in casa?”

Mentre scavava si sforzò di ricordare, ma non ci riuscì. Sapeva che lui non avrebbe mai dissepolto la cassaforte in momenti di pericolo, o quando c’erano estranei in casa, e che era sempre stato circospetto. Ma John? Non avrei mai pensato… John deve avermi seguito.

Il badile urtò il metallo. Rimosse meticolosamente il terriccio, e tolse il telo dalla cassaforte, l’aprì. I cardini erano ben oliati. Con dita tremanti, puntò la torcia elettrica sulla cassa aperta. Tutte le carte e gli atti di proprietà e le copie dei bilanci sembravano in perfetto ordine, ma lui sapeva che erano stati estratti e letti… e copiati o imparati a memoria. Parecchie informazioni che figuravano nella cassetta di sicurezza di suo figlio non potevano provenire che da lì.

C’erano tutti gli astucci dei gioielli, grandi e piccoli. Nervosamente, tese la mano verso quello che cercava e l’aprì. La mezza moneta era scomparsa, ed era scomparso anche il documento con le spiegazioni.

Lacrime di rabbia gli rigarono le guance. Sentiva il proprio cuore martellare e respirava l’odore della terra, e sapeva che se suo figlio fosse stato lì, lo avrebbe strozzato con le sue mani.

“Oh, figlio mio, figlio mio… che tutti gli dei ti maledicano!”

Gli tremavano le ginocchia. Sedette su una pietra e cercò di riprendersi. Gli sembrava di udire gli ammonimenti di suo padre, sul letto di morte: “Non perdere la moneta, figlio mio… è la nostra chiave della sopravvivenza, del potere sulla Nobil Casa.”

Era il 1937, e lui aveva appreso per la prima volta i segreti più sacri della Casa di Chen: colui che diventava compradore diventava il capo, a Hong Kong, del Hung Mun… la grande società segreta cinese che, sotto Sun Yat-sen, era diventata il 14K, costituito in origine per guidare la ribellione della Cina contro gli odiati padroni mancesi; il compradore era il principale, legittimo legame tra la gerarchia cinese sull’isola e gli eredi del 14K sul Continente: e tramite Chen-tse Jin Arn, conosciuto come Jin-qua, il leggendario capo mercante del co-hong che aveva avuto il monopolio imperiale del commercio con l’estero, la Casa di Chen era perpetuamente legata alla Nobil Casa dalla proprietà e dal sangue.

“Ascolta attentamente, figlio mio” aveva sussurrato il morente, “il tai-pan, il bisnonno Dirk Struan, fu una creazione di Jin-qua, come lo fu la Nobil Casa. Jin-qua la creò, formò la Nobil Casa e Dirk Struan. Il tai-pan aveva due concubine. La prima era Kai-sung, figlia di Jin-qua e della sua quinta moglie. Il loro figlio fu Gordon Chen, mio padre e tuo nonno. La seconda concubina del tai-pan era T’Chung Jin May-may, e fu la sua amante per sei anni; la sposò in segreto poco prima del grande tifone che li uccise entrambi. Allora lei aveva ventitré anni, era la splendida nipote prediletta di Jin-qua, venduta al tai-pan a diciassette anni per insegnargli le usanze civili senza che lui se ne rendesse conto. Da loro nacquero Duncan e Kate, che presero il cognome T’Chung e crebbero in casa di mio padre. Mio padre fece sposare Kate a un commerciante di Sciangai che si chiamava Peter Gavallan… anche Andrew Gavallan è tuo cugino, sebbene non lo sappia… Ci sono tante cose da dire, e così poco tempo. Non importa, tutti gli alberi genealogici sono nella cassaforte. Sono molti. Siamo tutti imparentati, i Wu, Kwang, Sung, Kau, Kwok, Ng… tutte le vecchie famiglie. Sfrutta con oculatezza questa conoscenza. Ecco la chiave della cassaforte.

“Un altro segreto, Phillip, figlio mio. La nostra famiglia discende dalla seconda moglie di mio padre. Mio padre la sposò quando aveva cinquantatré anni, e lei sedici. Era figlia di John Yuan, figlio illegittimo del grande mercante americano Jeff Cooper, e di una eurasiatica, Isobel Yau. Isobel Yau era la figlia segreta di Robb Struan, fratellastro del tai-pan e co-fondatore della Nobil Casa, quindi noi abbiamo il sangue dei due ceppi degli Struan. Alastair Struan è un nostro cugino, e Colin Dunross è un nostro cugino… i MacStruan non sono nostri parenti, la loro storia è scritta nei diari del nonno. Figlio mio, i barbari inglesi e scozzesi vennero in Cina e non sposarono mai quelle che adoravano, e molte volte le abbandonarono per ritornare all’isola grigia della nebbia e della pioggia e delle nubi. Mio Dio, come odio il clima inglese, e come odio il passato!

“Sì, Phillip, noi siamo eurasiatici, non apparteniamo né a una parte né all’altra. Non sono mai riuscito a rassegnarmi. È la nostra maledizione e la nostra croce, ma sta a noi fare in modo che diventi una benedizione. Ti lascio la nostra Casa ricca e forte, come desiderava Jin-qua… fai altrettanto con tuo figlio, e assicurati che faccia altrettanto con il suo. Jin-qua ci ha generati, in un certo senso, ci ha dato la ricchezza, una conoscenza segreta, la continuità e il potere… e ci ha dato una delle sue monete. Ecco, Phillip, leggi della moneta.”

La calligrafia dell’antico rotolo era squisita: “In questo ottavo giorno del sesto mese dell’anno 1841 secondo il computo dei barbari, io, Chen-tse Jin Arn di Canton, Capo Mercante del co-hong, ho prestato al Diavolo dagli Occhi Verdi, tai-pan della Nobil Casa, capo pirata di tutti i diavoli stranieri che hanno fatto guerra al Celeste Impero e hanno rubato la nostra isola di Hong-Kong, 40 lac d’argento… un milione di sterline secondo il loro computo… e con questi lingotti gli ho evitato di venir inghiottito dal Guercio, suo arcinemico e rivale. In cambio, il tai-pan ci concede speciali vantaggi commerciali per i prossimi vent’anni, promette che un membro della Casa di Chen sarà sempre compradore della Nobil Casa, e giura che lui e i suoi discendenti onoreranno tutti i debiti e il debito delle monete. Le monete sono quattro, e sono spezzate a metà. Ho consegnato al tai-pan quattro metà. Quando una delle altre metà verrà presentata a lui, o a un tai-pan suo successore, ha giurato che qualunque favore gli verrà chiesto, lo accorderà… sia nellambito della loro legge, o della nostra, o al di fuori di ogni legge.

“Io conservo una moneta; una la consegno al signore della guerra Wu Fang Choi, mio cugino; una verrà consegnata a mio nipote Gordon Chen; e terrò segreto il nome di chi riceverà l’ultima. Ricorda, o tu che leggerai questo in futuro, di non usare con leggerezza la moneta, perché il tai-pan della Nobil Casa deve concedere qualunque cosa… ma una volta soltanto. E ricorda che, anche se il Diavolo dagli Occhi Verdi onorerà la promessa, e altrettanto faranno i suoi discendenti, è pur sempre un cane rabbioso di barbaro, astuto come uno sporco mancese grazie al nostro insegnamento, e sempre pericoloso come un nido di vipere.”

Phillip Chen rabbrividì involontariamente, ricordando la violenza che stava sempre per esplodere in Ian Dunross. È davvero un discendente del Diavolo dagli Occhi Verdi, pensò. Sì, lui e suo padre.

Maledetto John! Che cosa l’aveva preso? Quale diavoleria ha concertato con Linc Bartlett? Adesso la moneta l’ha Bartlett? Oppure l’ha ancora con sé John, e forse l’hanno presa i suoi rapitori?

Mentre la sua mente stanca esaminava le possibilità, le due dita controllavano gli astucci dei gioielli, uno a uno. Non mancava nulla. Lasciò per ultimo il più grande. Si sentì stringere alla gola quando l’aprì, ma la collana c’era ancora. Esalò un gran sospiro di sollievo. La bellezza degli smeraldi, nella luce della torcia elettrica, gli diede un senso enorme di piacere, placò un poco la sua ansia. Che stupida era stata Hag Struan a ordinare di bruciarla insieme al suo corpo! Che spreco empio, arrogante, spaventoso sarebbe stato! Com’era stato saggio suo padre a intercettare la bara e a sottrarre gli smeraldi!

Con un gesto riluttante, ripose la collana e si accinse a richiudere la cassaforte. E la moneta? Stavo quasi per servirmene quando il tai-pan ci tolse le azioni della banca… e gran parte del nostro potere. Sì. Ma poi decisi di lasciargli tempo per dare buona prova di sé, e ormai sono passati tre anni, e non ha provato nulla, e anche se l’accordo con l’americano sembra promettente non è stato ancora firmato. E ormai la moneta non c’è più.

Phillip Chen gemette, angosciato. La schiena gli doleva, e gli doleva la testa. Laggiù si estendeva la città, con le navi ormeggiate a Glessing’s Point e altre lungo i moli. Anche Kowloon risplendeva, e un jet stava decollando dal Kai Tak, un altro virava per atterrare, un altro ancora passava rombando nel cielo, con le luci lampeggianti.

Cosa devo fare? si chiese, sfinito. Bartlett ha la moneta? O l’ha John? O i Lupi Mannari?

Nelle mani sbagliate, potrebbe annientarci tutti.