Ore 14,23
Era una giornata calda e molto umida, il cielo afoso, e le nubi cominciavano ad accumularsi. Fin dal momento dell’apertura, quel mattino, non c’era mai stata una sosta nel movimento della folla brulicante, rumorosa e sudata, dentro e fuori la piccola filiale della Ho-Pak Bank, ad Aberdeen.
“Non ho più denaro per pagare, onorevole Sung” bisbigliò impaurita la cassiera, con il lindo chong-sam macchiato di sudore.
“Quanto le occorre?”
“7457 dollari per il cliente Tok-sing, ma devono esserci altre cinquanta persone che aspettano.”
“Torni allo sportello” rispose il direttore, non meno nervoso. “Prenda tempo. Finga di controllare ancora il conto… La sede centrale ha giurato che un altro carico è partito un’ora fa… forse il traffico… torni allo sportello, signorina Pang.” Chiuse in fretta la porta dell’ufficio alle spalle della donna e, sudando, tornò di nuovo al telefono. “L’onorevole Richard Kwang, per favore. È urgente…”
Da quando la banca aveva aperto puntualmente alle dieci, quattro o cinquecento persone s’erano presentate ai tre sportelli e avevano richiesto tutti i loro depositi e tutti i loro risparmi e poi, benedicendo la loro sorte, si erano fatte largo a spintoni tra la ressa per tornare nel mondo.
Coloro che avevano cassette di sicurezza erano venuti in massa. Uno a uno, accompagnati da un funzionario, erano scesi nel sotterraneo, estatici o tremanti di sollievo. Là il funzionario aveva usato la sua chiave, e il cliente la sua, e poi il funzionario se ne era andato. Rimasto solo nell’aria stagnante, il cliente sudato aveva benedetto gli dei perché era stato tra i fortunati. Poi con le mani tremanti aveva raccolto i contanti o le obbligazioni o i lingotti o i gioielli e tutti gli altri tesori segreti e li aveva infilati in una borsa o in un sacchetto di carta… o li aveva cacciati nelle tasche già gonfie di banconote. Poi, improvvisamente impaurito di avere con sé tanta ricchezza, di essere così esposto e vulnerabile, con tutta la sua ricchezza personale, ognuno aveva sentito svanire la sua felicità ed era sgattaiolato via furtivo, lasciando che il suo posto venisse preso da un altro, altrettanto nervoso e, all’inizio, altrettanto estatico.
La coda aveva incominciato a formarsi molto prima dell’alba. I primi trenta posti erano stati presi dalla gente di Wu Quattro Dita. La notizia aveva fatto il giro del porto, e altri erano accorsi immediatamente, e poi altri ancora, e infine tutti coloro che avevano un conto in quella banca, via via che la voce correva, e la folla s’ingrossava. Alle dieci, c’era una ressa di tali proporzioni da far pensare a un tumulto. Alcuni poliziotti in uniforme si aggiravano tra la calca, taciturni e occhiuti, e la loro presenza calmava un po’ gli animi. Ne arrivarono altri, con il passare delle ore, discretamente e meticolosamente orchestrati dalla stazione di polizia di East Aberdeen. A mezzogiorno, due furgoni neri della polizia erano fermi in uno dei vicoli vicini. E c’erano anche ufficiali europei.
La folla era composta in gran parte da pescatori e da abitanti del luogo, haklo e cantonesi. Uno su dieci, forse, era nativo di Hong Kong. Gli altri erano immigrati di recente dalla Repubblica Popolare Cinese, il Regno Medio, come chiamavano la loro terra. S’erano riversati nel rifugio di Hong Kong per sfuggire ai comunisti o per sfuggire ai nazionalisti, o alla carestia, o semplicemente alla miseria, come avevano fatto per più di un secolo i loro antenati. Su cento abitanti di Hong Kong, novantotto erano cinesi: e la proporzione era sempre rimasta invariata dalla nascita della colonia.
Tutti coloro che uscivano dalla banca riferivano, a chiunque li interrogasse, di aver ricevuto i loro depositi. Tuttavia, quelli che attendevano erano in preda all’apprensione. Ricordavano tutti il crac dell’anno prima, e tutta una vita trascorsa nei loro villaggi d’origine, altri crac e fallimenti, e le truffe, e gli usurai rapaci, le malversazioni e le corruzioni e la facilità con cui i risparmi di tutta una vita potevano svanire all’improvviso, senza colpa del diretto interessato, chiunque fosse al governo, comunisti, nazionalisti o signori della guerra. Era sempre stato così, per quattromila anni.
E tutti detestavano l’idea di dover dipendere dalle banche… ma dovevano pur mettere i loro contanti al sicuro, poiché la vita era quella che era e i ladri erano più numerosi delle pulci. Dew neh loh moh a tutte le banche, pensavano molti, sono invenzioni dei diavoli… dei diavoli stranieri! Sì. Prima che i diavoli stranieri arrivassero nel Regno Medio non c’era denaro di carta, ma denaro vero, d’argento o d’oro o di rame – soprattutto d’argento e di rame – che loro potevano palpare e nascondere, e che non svaniva mai. Non come la sudicia cartaccia. I ratti potevano divorare la carta, e gli uomini. La cartamoneta era un’altra invenzione dei diavoli stranieri. Prima che arrivassero loro nel Regno Medio, la vita era bella. E adesso? Dew neh loh moh a tutti i diavoli stranieri!
Alle otto del mattino, ansiosissimo, il direttore della filiale aveva chiamato Richard Kwang. “Ma, onorevole signore, devono esserci già cinquecento persone, e la coda arriva di qui fino al lungomare!”
“Non importa, onorevole Sung! Paghi tutti quelli che richiedono i loro contanti. Non si preoccupi! Parli con loro: sono quasi tutti pescatori superstiziosi. Li convinca a non ritirare i loro depositi. Ma quelli che insistono… li paghi! La Ho-Pak è solida come la Blacs e la Victoria! È una calunnia sostenere che ci siamo esposti troppo! Paghi! Controlli ogni libretto di risparmio e non sia precipitoso. Sia metodico.”
Perciò il direttore della filiale e i cassieri avevano cercato di convincere i clienti che non avevano nessun motivo di preoccuparsi, e che quelle false dicerie erano state sparse ad arte da gente malintenzionata.
“Naturalmente lei può riavere il suo denaro, ma non pensa che…”
“Ayeeyah, le dia il suo denaro” diceva irritato il secondo della fila. “Lei vuole il suo denaro, io voglio il mio, e dietro di me c’è il fratello di mia moglie che vuole il suo, e fuori c’è anche mia zia. Ayeeyah, non posso star qui tutto il giorno! Devo uscire in mare. Con questo vento ci sarà una tempesta fra pochi giorni, e io devo prendere il pesce…”
E la banca aveva incominciato a pagare.
Come tutte le banche, la Ho-Pak usava i depositi per prestare denaro ad altri… prestiti di ogni genere. A Hong Kong c’erano pochi regolamenti e poche leggi. Alcune banche prestavano fino all’80 per cento dei depositi in contanti, perché erano sicure che i clienti non avrebbero mai preteso di riavere tutto il loro denaro contemporaneamente.
Ma quel giorno, ad Aberdeen, era diverso. Fortunatamente, era solo una delle diciotto filiali esistenti nella colonia. La Ho-Pak non era ancora minacciata.
Per tre volte, durante la giornata, il direttore aveva dovuto chiedere altri liquidi alla sede centrale. E due volte aveva chiesto consiglio.
Alle dieci e un minuto di quella mattina Wu Quattro Dita s’era seduto con aria truce davanti alla scrivania del direttore insieme a Paul Choy, e Tok Due Accette stava in piedi dietro di lui.
“Vuole chiudere tutti i suoi conti presso la Ho-Pak?” ansimò il signor Sung, tremando.
“Sì. Subito” disse Wu, e Paul Choy annuì.
Il direttore disse fiaccamente: “Ma non abbiamo abbast…”
Wu sibilò: “Voglio tutto il mio denaro, subito. Contanti o lingotti. Subito! Non ha capito?”
Il signor Sung rabbrividì. Chiamò Richard Kwang e spiegò rapidamente. “Sì, sì, signore.” Poi tese il microfono. “L’onorevole Kwang vuole parlarle, onorevole Wu.”
Ma tutti i discorsi non erano valsi a far desistere il vecchio marinaio. “No. Subito. Il mio denaro e il denaro della mia gente, subito. E anche quello degli altri conti, ehm, i conti speciali, dovunque siano.”
“Ma non ci sono liquidi sufficienti in quella filiale, onorevole zio” disse in tono suadente Richard Kwang. “Posso farti fare un assegno circolare.”
Wu esplose. “Non voglio assegni! Voglio il denaro! Non mi hai capito! Denaro!” Non sapeva cosa fosse un assegno circolare, e lo spaventato signor Sung tentò di spiegarglielo. Paul Choy si rianimò. “Andrà bene così, onorevole zio” disse. “Un assegno circolare…”
Il vecchio ruggì: “Com’è possibile che un pezzo di carta equivalga ai contanti? Io voglio il mio denaro, il mio denaro, subito!”
“Ti prego, lasciami parlare con l’onorevole Kwang, grande zio” disse in tono accattivante Paul Choy, che si rendeva conto della situazione. “Forse posso essere d’aiuto.”
Wu annuì, acido. “E sta bene, parla, ma fammi avere il mio denaro.”
Paul Choy si presentò per telefono e disse: “Forse sarà più facile in inglese, signore.” Parlò per qualche momento poi annuì soddisfatto. “Un momento, signore.” Poi, in haklo, “Grande zio” disse, spiegando, “l’onorevole Kwang ti pagherà in buoni del tesoro, oro o argento alla sua sede centrale, e con un foglio di carta che tu potrai portare alla Blacs o alla Victoria, per il rimanente. Ma, se posso dare un consiglio, dato che non hai una cassaforte per metterci tutti quei lingotti, potresti accettare l’assegno circolare dell’onorevole Kwang… con il quale io potrei aprire conti a tuo nome presso una delle altre banche. Immediatamente.”
“Le banche! Le banche sono le nasse dei diavoli stranieri per catturare le aragoste civili!”
Paul Choy aveva impiegato mezz’ora per convincerlo. Poi erano andati alla sede centrale della Ho-Pak, ma Wu aveva lasciato Tok Due Accette presso il tremante signor Sung. “Tu resta qui, Tok. Se non mi consegnano il mio denaro, lo prenderai tu da questa filiale!”
“Sì, mio signore.”
Erano andati alla sede centrale e per mezzogiorno Wu Quattro Dita aveva nuovi conti: metà presso la Blacs, metà presso la Victoria. Paul Choy era rimasto sbalordito nel vedere il numero di conti che erano stati chiusi e poi aperti di nuovo. E la quantità di denaro.
Oltre 20 milioni di dollari di Hong Kong.
Nonostante le sue suppliche e le sue spiegazioni, il vecchio aveva rifiutato di investire parte del suo denaro vendendo le azioni dell’Ho-Pak; aveva detto che era un gioco adatto a quei ladri dei quai loh. Perciò Paul era sgattaiolato via e si era rivolto a tutti gli agenti di cambio che era riuscito a trovare, cercando di vendere a nome proprio. “Ma, caro signore, lei non ha credito. Naturalmente, se mi desse il sigillo di suo zio, o un’assicurazione scritta…”
Paul Choy scoprì che quasi tutte le agenzie di cambio erano europee, quasi esclusivamente, e in grande maggioranza britanniche. Nessuna era cinese. Tutti gli agenti autorizzati in Borsa erano europei, e anche lì la maggioranza era britannica. “Non mi sembra giusto, signor Smith” disse Paul Choy.
“Oh, purtroppo i locali, signor… signor… Chee, no?”
“Choy, Paul Choy.”
“Ah, sì. Purtroppo i locali non nutrono una grande fiducia per le agenzie di cambio e la Borsa… naturalmente lei sa che i nostri locali sono tutti immigrati. Quando arrivammo qui noi, Hong Kong era soltanto una roccia nuda.”
“Sì, ma a me interessano le agenzie di cambio e la Borsa, signor Smith. Negli Stati Uniti un agente di…”
“Ah, sì. L’America! Sono sicuro che in America fanno le cose in modo diverso, signor Chee. Ora, se vuole scusarmi… buon pomeriggio.”
Furioso, Paul Choy era andato da un agente di cambio all’altro, ma la risposta era sempre stata la stessa. Nessuno era disposto a fargli credito senza il sigillo di suo padre.
Adesso stava seduto su una panchina in Memorial Square, presso il tribunale e palazzo della Struan e quello della Rothwell-Gornt, guardava il porto e pensava. Poi andò nella biblioteca del tribunale e affrontò il pedante bibliotecario. “Sono dello studio Sims, Dawson e Dick” disse disinvoltamente. “Sono il nuovo avvocato venuto dagli Stati Uniti. Ci occorrono alcune informazioni sulla Borsa e le agenzie di cambio.”
“I regolamenti governativi, signore?” chiese premuroso l’anziano eurasiatico.
“Sì.”
“Non esistono, signore.”
“Eh?”
“Be’, praticamente non esistono.” Il bibliotecario si accostò agli scaffali. Le informazioni richieste consistevano in pochi paragrafi di un volume gigantesco.
Paul Choy lo guardò a bocca aperta. “Tutto qui?”
“Sì, signore.”
Paul Choy si sentì girare la testa. “Ma allora il mercato è aperto!”
Il bibliotecario lo guardò con aria vagamente divertita. “Sì, in confronto a Londra o a New York. In quanto alle agenzie di cambio, ecco, chiunque può aprirne una, purché ci sia qualcuno disposto a fargli vendere azioni e qualcun altro che voglia comprarle, e l’uno e l’altro paghino la commissione. Il problema è che, ehm, le agenzie esistenti controllano completamente il mercato.”
“E lei come farebbe per spezzare il monopolio?”
“Oh, io non cercherei di farlo, signore. A Hong Kong siamo per lo status quo.”
“E allora come si può entrare nel gioco?”
“Dubito che potrebbe riuscirci, signore. I… i britannici controllano tutto” disse con tatto il bibliotecario.
“Non mi sembra giusto.”
Il vecchio scrollò la testa e sorrise gentilmente. Congiunse le dita. Trovava simpatico il giovane cinese che gli stava davanti, gli invidiava il candore… e gli studi in America. “Immagino che lei voglia entrare sul mercato per conto suo” disse sottovoce.
“Già…” Paul Choy tentò di rimediare all’errore e balbettò. “Almeno… Dawson ha detto…”
“Suvvia, signor Choy, lei non è dello studio Sims, Dawson e Dick” disse il bibliotecario, in tono di mite rimprovero. “Se avessero assunto un americano – un’innovazione inaudita – oh, io l’avrei saputo insieme a un centinaio d’altre persone, molto prima che lei arrivasse qui. Lei deve essere il signor Paul Choy, il nipote del grande Wu Sang Fang, appena tornato da Harvard.”
Paul Choy lo guardò a bocca aperta. “E come lo sa?”
“Siamo a Hong Kong, signor Choy. E Hong Kong è molto piccola. Dobbiamo sapere quello che succede. È così che possiamo sopravvivere. Vuole entrare in Borsa?”
“Sì, signor…”
“Manuel Perriera. Sono portoghese di Macao.” Il bibliotecario prese una stilografica e scrisse in bella calligrafia una presentazione sul retro d’un suo biglietto da visita. “Ecco. Ishwar Soorjani è un vecchio amico. Ha l’ufficio vicino a Nathan Road, a Kowloon. È un indiano, un parsi, e si occupa di valuta e di cambio e di tanto in tanto compra e vende azioni. Potrebbe aiutarla… ma ricordi che se le presterà denaro o credito, le verrà a costare parecchio, quindi non commetta errori.”
“Oh, grazie, signor Perriera.” Paul Choy tese la mano. Sorpreso, Perriera la prese. Paul Choy gliela strinse con calore, poi fece per correre via ma si fermò. “Senta, signor Perriera… la Borsa. C’è qualche possibilità a lungo termine? Qualunque cosa. Qualunque cosa per poterci entrare?”
Manuel Perriera aveva i capelli argentei e le mani lunghe e delicate, e i lineamenti spiccatamente cinesi. Studiò il giovane che aveva di fronte. Poi disse, sottovoce: “Niente le impedisce di formare una compagnia per creare una Borsa tutta sua, una Borsa cinese. Rientrerebbe nella legislazione di Hong Kong… o nelle sue carenze legislative.” I vecchi occhi luccicarono. “Occorrono semplicemente denaro, conoscenze, competenza e telefoni…”
“Il mio denaro, per favore” bisbigliò con voce rauca la vecchia amah. “Ecco il libretto di risparmio.” Aveva il volto arrossato per il caldo all’interno della banca. Mancavano dieci minuti alle tre, e lei stava aspettando dall’alba. Il sudore le macchiava la vecchia blusa bianca e i calzoni neri. Sulla schiena le pendeva una lunga treccia grigia. “Ayeeyah, non spingete” gridò a quelli che le stavano dietro. “Verrà anche il vostro turno!”
Stancamente, la giovane cassiera prese il libretto e guardò di nuovo l’orologio. Ayeeyah! Grazie a tutti gli dei chiudiamo alle tre, pensò, e si chiese ansiosamente, fra i tormenti del mal di testa, come avrebbe potuto chiudere le porte con tutta quella gente irritata che si accalcava, sospinta dalla folla che stava dietro.
L’ammontare del libretto di risparmio era 323,42 dollari di Hong Kong. Seguendo le istruzioni del signor Sung, che le aveva raccomandato di prendere tempo e di controllare tutto meticolosamente, andò allo schedario, sforzandosi di non ascoltare gli impazienti e osceni borbottii che continuavano da ore. Si assicurò che l’ammontare corrispondesse, poi diede un’altra occhiata all’orologio mentre tornava a sedere sullo sgabello. Aprì il cassetto dei contanti. Non c’era denaro a sufficienza, e quindi richiuse il cassetto e andò nell’ufficio del direttore. Un’ondata sorda di rabbia passò tra la folla in attesa. La cassiera era una donna bassa e goffa. Tutti gli occhi la seguirono, poi si rivolsero ansiosamente all’orologio, e di nuovo si posarono su di lei.
Lei bussò alla porta dell’ufficio del direttore e la richiuse dietro di sé. “Non posso pagare la vecchia Ah Tam” disse, avvilita. “Mi sono rimasti soltanto 100 dollari di Hong Kong, ho tirato in lungo il più poss…”
Il signor Sung si terse il sudore dal labbro superiore. “Sono quasi le tre, quindi faccia in modo che quella sia la sua ultima cliente, signorina Cho.” Attraverso una porta laterale, la condusse nel caveau. La porta blindata era pesantissima. La cassiera represse un’esclamazione quando vide i ripiani vuoti. Di solito, a quell’ora i ripiani erano carichi di pacchi ordinati di banconote e di rotoli di monete d’argento; e le banconote erano impacchettate a centinaia e migliaia e decine di migliaia. Dividere il denaro, dopo la chiusura, era il lavoro che le piaceva di più… quello, e il contatto sensuale delle banconote nuove e fruscianti.
“Oh, è terribile, onorevole Sung” disse. Stava per mettersi a piangere. Le lenti spesse degli occhiali erano appannate e aveva i capelli in disordine.
“È una situazione temporanea, soltanto temporanea, signorina Cho. Ricordi quello che ha scritto l’onorevole Haply sul Guardian di oggi!” Il signor Sung svuotò l’ultimo ripiano, dando fondo alle sue ultime risorse e maledicendo la consegna promessa che non era ancora arrivata. “Ecco.” Le porse 15.000 dollari perché li mettesse bene in mostra, le fece firmare una ricevuta e prese la stessa somma per ognuno degli altri due cassieri. Adesso il caveau era vuoto.
Quando entrò nel salone tutti tacquero, in un silenzio teso ed elettrico nel vedere quella quantità apparentemente enorme di denaro, denaro in contanti.
Il signor Sung consegnò le banconote agli altri due cassieri, e tornò a rifugiarsi nel suo ufficio.
La signorina Cho stava ammonticchiando ordinatamente il denaro nel cassetto. Tutti gli occhi scrutavano lei e gli altri cassieri. Lasciò sul banco un pacchetto da 1000 dollari. Ruppe la fascetta e contò ordinatamente 320 dollari, poi tre biglietti da un dollaro e gli spiccioli, li ricontò e li spinse avanti. La vecchia cacciò tutto in un sacchetto di carta, e l’uomo in fila dopo di lei si fece avanti e cacciò il libretto di risparmio sotto gli occhi della signorina Cho. “Ecco qua, per tutti gli dei. Voglio i miei settem…”
In quel momento l’orologio suonò le tre e il signor Sung comparve immediatamente e annunciò a voce alta: “Mi dispiace, ma adesso dobbiamo chiudere. Tutte le casse…” Il resto delle parole fu sommerso da un ruggito iroso.
“Per tutti gli dei, io ho aspettato dall’alba…”
“Dew neh loh moh, ma io sono qui da otto ore…”
“Ayeeyah, mi paghi, c’è abbastanza denaro…”
“Oh, per favore, per favore, per favore…”
Normalmente, la banca, dopo aver chiuso le porte, avrebbe servito i clienti che erano già dentro. Ma questa volta, obbedienti, i tre cassieri impauriti bloccarono gli sportelli nel frastuono, appesero i cartelli con la scritta CHIUSO e arretrarono per sottrarsi alle mani protese.
Di colpo, la folla nella banca divenne un’orda furiosa.
Quelli che stavano davanti furono spinti contro il banco, mentre altri, dall’esterno, cercavano di entrare. Una ragazza urlò. Le mani si tendevano verso le grate che avevano una funzione ornamentale più che di protezione. Tutti erano esasperati. Un vecchio marinaio, che sarebbe stato di turno in quel momento, si protese in avanti e tentò di spalancare il cassetto dello sportello. La vecchia amah rimase incastrata nel brulichio di cento e più persone e lottò per uscirne, stringendo convulsamente il suo denaro nelle mani scarne. Una giovane donna perse l’equilibrio e venne travolta. Tentò di rialzarsi, ma le gambe in movimento intorno a lei glielo impedivano; allora, per disperazione, morse un polpaccio e poté rimettersi in piedi, con le calze smagliate, il chong-sam strappato e in preda al panico. Quel panico esasperò ancora di più la folla, e qualcuno gridò: “Ammazzate quel figlio di puttana senza madre…” Il grido fu ripetuto: “Ammazzatelo!”
Vi fu un secondo esatto d’esitazione e poi, all’unisono, tutti avanzarono.
“Fermi!”
La parola esplose nell’atmosfera, in inglese e poi in haklo e poi in cantonese e poi di nuovo in inglese.
Il silenzio scese, improvviso, immane.
L’ispettore capo in uniforme stava davanti a loro, disarmato, calmissimo, con un megafono. Era entrato dall’ingresso posteriore e adesso stava guardando la folla.
“Sono le tre” disse in haklo, senza alzare la voce. “La legge stabilisce che le banche chiudano alle tre. Questa banca è chiusa. Andatevene, per favore, e tornate a casa vostra. E senza chiasso!”
Un altro silenzio, questa volta carico di collera, poi l’inizio di un’ondata violenta. Un uomo borbottò, cupamente: “E il mio fottuto denaro…?” E altri stavano per ripetere quel grido, ma l’ufficiale di polizia si mosse con estrema prontezza, alzò senza paura il piano del banco e si diresse verso l’uomo, tra la folla. La folla indietreggiò.
“Domani” disse cortesemente l’ispettore, torreggiando davanti all’uomo. “Domani avrete tutti il vostro denaro.” L’uomo abbassò lo sguardo, pieno d’odio per i freddi, azzurri occhi di pesce e la vicinanza del diavolo straniero. Arretrò di un passo, cupamente.
L’ispettore guardò gli altri negli occhi. “Lei, là in fondo” ordinò, scegliendo istantaneamente l’uomo con precisione infallibile, usando un tono imperioso e tuttavia tranquillo, sicuro. “Torni indietro e lasci passare gli altri.”
Docilmente, l’uomo obbedì. L’orda ridiventò una folla. Un attimo d’esitazione, poi un altro si voltò e cominciò a spingere per raggiungere la porta. “Dew neh loh moh, non posso star qui tutto il giorno, sbrigatevi” disse in tono secco.
Tutti cominciarono a sfollare, borbottando, furiosi… ma individualmente, non più collettivamente. Sung e i cassieri si asciugarono il sudore dalla fronte, e poi sedettero tremanti dietro la protezione del banco.
L’ispettore capo aiutò la vecchia amah a rialzarsi. La donna aveva una goccia di sangue all’angolo della bocca. “Tutto bene, vecchia signora?” le chiese in haklo.
Lei lo fissò senza capire. L’ispettore ripeté la domanda in cantonese.
“Ah, sì… sì” disse lei con voce rauca, continuando a stringersi al petto il sacchetto di carta. “Grazie, onorevole signore.” Sgattaiolò via tra la gente e sparì. La sala si svuotò. L’inglese uscì sul marciapiedi dopo l’ultimo cliente e si fermò sulla soglia, fischiettando mentre li guardava disperdersi.
“Sergente!”
“Sì, signore.”
“Può mettere in libertà gli uomini. Mandi un distaccamento qui domani alle nove. Faccia mettere le barriere, e lasci entrare i clienti nella banca a tre per volta. Lei e quattro uomini. Sarà più che sufficiente.”
“Sì, signore.” Il sergente salutò. L’ispettore capo rientrò nella banca. Chiuse la porta e sorrise al direttore Sung. “Un pomeriggio piuttosto umido, no?” disse in inglese, per dare faccia a Sung… tutti i cinesi istruiti, a Hong Kong, si vantavano di saper parlare la lingua internazionale.
“Sì, signore” rispose Sung, nervosamente. Di solito provava simpatia e ammirazione per quell’ispettore capo. Sì, pensò. Ma era la prima volta che aveva visto un quai loh con il malocchio che sfidava una folla, solo come un dio malevolo, sfidandola a muoversi, a dargli l’occasione di sputare fuoco e zolfo.
Sung rabbrividì ancora una volta. “La ringrazio, ispettore capo.”
“Andiamo nel suo ufficio. Mi farà una dichiarazione.”
“Sì, prego.” Sung si alzò, gonfiandosi un po’ al cospetto dei dipendenti, e riprese il comando. “Voi sistemate i libri e rimettete in ordine.”
Precedette il diavolo straniero nel suo ufficio, sedette e sorrise. “Un tè, ispettore capo?”
“No, grazie.” L’ispettore capo C.C. Smyth era alto poco meno di un metro e ottanta, aveva una bella figura, capelli biondi, occhi azzurri, volto magro e abbronzato. Tirò fuori un fascio di carte e lo posò sulla scrivania. “Questi sono i conti dei miei uomini. Domani alle nove lei li chiuderà e li salderà. Passeranno dall’ingresso posteriore.”
“Sì, certo, sarà un onore. Ma perderò la faccia, se tanti correntisti importanti mi abbandonano. La banca è solida quanto lo era ieri, ispettore capo.”
“Naturalmente. Comunque, domattina alle nove. Contanti, per favore.” Smyth gli porse altre carte. È quattro libretti di risparmio. “Mi faccia un assegno circolare per questi. Subito.”
“Ma, ispettore capo, oggi è stata un’eccezione. La Ho-Pak non ha problemi. Senza dubbio lei può…”
“Subito.” Smyth sorrise soavemente. “I documenti per il ritiro dei depositi sono tutti firmati.”
Sung diede un’occhiata. Erano tutti nomi di cinesi; sapeva che erano i prestanome dei prestanome di quell’uomo, soprannominato “il Serpente”. I conti ammontavano in tutto a quasi 850.000 dollari di Hong Kong. E solo in questa filiale, pensò Sung, colpito dall’acume del Serpente. E la Victoria e la Blacs e tutte le altre filiali di Aberdeen?
“Sta bene” disse stancamente. “Ma mi dispiace vedere che tanti correntisti abbandonano la banca.”
Smyth sorrise di nuovo. “La Ho-Pak non è ancora al verde, vero?”
“Oh, no, ispettore capo” disse Sung, inorridito. “Abbiamo una disponibilità finanziaria di un miliardo di dollari di Hong Kong e riserve liquide per molte decine di milioni. È soltanto questa gente semplice, un problema temporaneo di fiducia. Ha visto il pezzo del signor Haply sul Guardian?”
“Sì.”
“Ah.” Sung si rabbuiò. “Voci calunniose sparse da tai-pan invidiosi e da altre banche! Se lo afferma Haply, ovviamente è vero.”
“Certo! Ma questo pomeriggio ho parecchio da fare.”
“Sì. Naturalmente. Provvedo subito. Io… ehm, ho letto sul giornale che ha preso uno di quei maledetti Lupi Mannari.”
“Abbiamo un sospetto appartenente a una triade, signor Sung. Solo un sospetto.”
Sung rabbrividì. “Diavoli! Ma lei li prenderà tutti… Che diavoli, mandare un orecchio! Devono essere forestieri. Scommetterei che sono forestieri, non importa. Ecco, signore, le ho preparato gli assegni…”
Bussarono alla porta. Un caporale entrò e salutò militarmente. “Mi scusi, signore, fuori c’è un furgone della banca. Dicono che li ha mandati la sede centrale della Ho-Pak.”
“Ayeeyah!” esclamò Sung, sollevato. “Era ora. Avevano promesso la consegna per le due. Altro denaro.”
“Quanto?” chiese Smyth.
“Mezzo milione” dichiarò subito il caporale, porgendo la bolla di consegna. Era un uomo basso e sveglio, dagli occhi vivaci.
“Bene” disse Smyth. “Questo alleggerirà la pressione, no, signor Sung?”
“Sì, certo.” Sung vide che i due uomini lo fissavano e disse subito, in tono espansivo: “Se non fosse stato per lei e i suoi uomini… Con il suo permesso, vorrei chiamare il signor Richard Kwang. Sono sicuro che sarebbe onorato, come lo sarei io, di offrire un modesto contributo al fondo assistenziale della polizia, in segno di riconoscenza.”
“È molto gentile, ma non è necessario, signor Sung.”
“Ma perderò la faccia, terribilmente, se lei non accetta, ispettore capo.”
“È molto gentile” disse Smyth. Sapeva benissimo che, senza la sua presenza nella banca e quella dei suoi uomini all’esterno, Sung e i cassieri e molti altri sarebbero morti. “La ringrazio, ma non è necessario.” Prese gli assegni circolari e uscì.
Il signor Sung insistette con il caporale che, alla fine, mandò a chiamare il suo superiore. Anche il sergente divisionale Mok rifiutò. “Ventimila volte” disse.
Ma il signor Sung insistette. Saggiamente. E Richard Kwang fu altrettanto lieto e altrettanto onorato di approvare quella regalia non sollecitata. 20.000 dollari di Hong Kong. In contanti. “Con la più viva gratitudine della banca, sergente divisionale Mok.”
“La ringrazio, onorevole direttore Sung” disse educatamente Mok, intascando la somma, ben felice di far parte della divisione del Serpente e colpito dal fatto che 20.000 dollari corrispondevano esattamente alla cifra in cui il Serpente aveva calcolato il valore del loro lavoro di quel pomeriggio. “Spero che la sua grande banca rimanga solvibile e che superi questa tempesta con la consueta abilità. Domani sarà tutto in ordine, naturalmente. Saremo qui alle nove a ritirare i nostri contanti…”
La vecchia amah era ancora seduta sulla panca, sulla banchina del porto, per riprendere fiato. Le costole le dolevano; ma del resto, dolevano sempre, pensò. Il fato. Si chiamava Ah Tam. Si accinse ad alzarsi, ma un giovane si avvicinò e le disse: “Si sieda, vecchia, voglio parlarle.” Era basso, tozzo, sui vent’anni, con la faccia butterata dal vaiolo. “Cosa c’è in quel sacchetto?”
“Cosa? Quale sacchetto?”
“Il sacchetto di carta che stringe contro quegli stracci puzzolenti.”
“Questo? Niente, onorevole signore. Solo la spesa…”
Il giovane sedette sulla panchina, si piegò verso di lei e sibilò: “Zitta, vecchia megera! L’ho vista uscire dalla fottuta banca. Quanto ha lì dentro?”
La vecchia strinse disperatamente il sacchetto, chiuse gli occhi per il terrore e mormorò: “Sono tutti i miei risparmi, onor…”
Il giovane le sottrasse il sacchetto e l’aprì. “Ayeeyah!” Contò le vecchie banconote. “323 dollari!” disse, sprezzante. “È l’amah di un mendicante? Non è stata molto furba in questa vita.”
“Oh sì, ha ragione, signore!” disse lei, fissandolo con gli occhietti nerissimi.
“Il mio h’eung yau è il 20 per cento” disse il giovane, e cominciò a contare le banconote.
“Ma, onorevole signore” disse lei, in tono lamentoso, “il 20 è troppo. Sarei onorata se accettasse il 5, con i ringraziamenti di una povera vecchia.”
“Il 15.”
“Il 6.”
“Il 10, ed è la mia ultima offerta. Non posso star qui tutto il giorno!”
“Ma, signore, lei è giovane e forte, è chiaramente un 489. I forti devono proteggere i vecchi e i deboli.”
“Vero, vero.” Lui rifletté un momento. Voleva essere giusto. “Sta bene, il 7 per cento.”
“Oh, com’è generoso, signore. Grazie, grazie.” Felice, l’amah lo guardò contare 22 dollari e poi frugarsi nella tasca dei jeans e contare 61 cents. “Ecco.” Lui le diede gli spiccioli e le rese il resto del denaro.
La vecchia lo ringraziò profusamente, contenta del buon affare concluso. Per tutti gli dei, pensò estatica, il 7 per cento anziché… oh, bene, almeno il 15. “Anche lei ha denaro depositato presso la Ho-Pak, onorevole signore?” chiese educatamente.
“Certo” disse il giovane con aria d’importanza, come se fosse vero. “La mia Confraternita ha il conto lì, da anni. Abbiamo…” Raddoppiò la somma che gli era venuta in mente al primo momento. “Abbiamo più di 25.000 dollari solo in questa filiale.”
“Iiiiih” gemette la vecchia. “Così ricchi! Appena l’ho vista ho capito che era del 14K… e sicuramente un onorevole 489.”
“Sono qualcosa di più” disse pronto il giovane, con orgogliosa spavalderia. “Sono…” Ma s’interruppe, ricordando che il suo capo l’aveva ammonito di essere prudente, e perciò non disse: Io sono Kin Sop-ming, Kin il Butterato, e sono uno dei famosi Lupi Mannari, e siamo quattro. “Se ne vada, vecchia” disse, ormai stanco. “Ho cose più importanti da fare che parlare con lei.”
L’amah si alzò, s’inchinò, poi i suoi occhi stanchi scorsero l’uomo che prima era in fila davanti a lei. Era cantonese come lei, un grasso bottegaio che, lei lo sapeva, aveva un chiosco di pollame in uno dei brulicanti mercati di Aberdeen. “Sì” disse con voce roca. “Ma se vuole un altro cliente, ne vedo uno facile. Era in coda davanti a me. Ha ritirato più di 8000 dollari.”
“Oh, dove? Dov’è?” chiese subito il giovane.
“Mi dà il 15 per cento?”
“Il 7… ultima offerta. Il 7!”
“D’accordo. Il 7. Guardi là!” bisbigliò la vecchia. “Quell’uomo grasso come un mandarino, con la camicia bianca… quello che suda come se avesse appena goduto le nubi e la pioggia!”
“Lo vedo.” Il giovane si alzò e si avviò in fretta per intercettare il bottegaio. Lo raggiunse all’angolo. L’uomo si fermò e contrattò per un po’, pagò il 16 per cento e si allontanò alla svelta, benedicendo la propria astuzia. Il giovinastro ritornò dall’amah.
“Ecco, vecchia” disse. “Quel fornicatore aveva 8162 dollari. Il 16 per cento è…”
“1305,92 e il mio 7 per cento è 91,41” disse prontamente lei.
Il giovane la pagò scrupolosamente, e la vecchia promise di tornare l’indomani per adocchiargli altri clienti.
“Come si chiama?” chiese lui.
“Ah Su, signore” disse la vecchia, dando un nome falso. “E lei?”
“Mo Wu-fang” disse lui, dando il nome di un amico.
“A domani” disse lei, contenta. Lo ringraziò di nuovo e se ne andò, felice del guadagno della giornata.
Anche il guadagno del giovane era stato soddisfacente. Adesso aveva in tasca più di 3000 dollari, mentre la mattina aveva avuto poco più di quanto bastava per pagarsi l’autobus. Era una fortuna che fosse venuto ad Aberdeen da Glessing’s Point per spedire l’altra lettera ricattatoria a Chen della Nobil Casa.
“È per sicurezza” aveva detto suo padre, il loro capo. “Per mettere su una falsa pista quei fornicatori della polizia.”
“Ma non ci renderà niente” aveva detto lui, disgustato. “Come possiamo consegnare quel fottuto figlio, se è morto e sepolto? Voi paghereste senza la prova che è vivo? No, naturalmente! È stato un errore, colpirlo con il badile.”
“Ma quello stava cercando di scappare!” aveva detto suo fratello.
“È vero, fratello minore. Ma il primo colpo non lo ha ucciso, gli ha solo ammaccato un po’ la testa. Avresti dovuto smettere subito!”
“Lo avrei fatto, ma gli spiriti maligni si sono impossessati di me, e allora l’ho colpito di nuovo. L’ho colpito solo quattro volte! Iiiiih, ma questi tipi aristocratici hanno il cranio delicato!”
“Sì, hai ragione” aveva detto suo padre. Era basso e quasi calvo, con molti denti d’oro, e si chiamava Kin Min-ta, Kin il Pelato. “Dew neh loh moh, ma ormai è fatta, ed è inutile ripensarci. È stata colpa sua, perché cercava di scappare. Hai visto la prima edizione del Times?”
“No… non ancora, padre” aveva risposto lui.
“Ecco, lascia che te lo legga io: ‘Il capo della polizia ha dichiarato oggi che è stato arrestato un membro d’una triade, sospettato di essere uno dei Lupi Mannari, la pericolosa banda di criminali che ha sequestrato John Chen. Le autorità prevedono di risolvere il caso da un momento all’altro.’”
Avevano riso tutti, lui, il fratello minore, suo padre, e l’ultimo membro della banda, il suo caro amico Chen Orecchia di Cane – Pun Po Chen – perché sapevano che erano tutte menzogne. Nessuno di loro faceva parte di una triade o aveva rapporti con qualche triade, e nessuno era mai stato arrestato, anche se avevano formato la loro Confraternita e suo padre, di tanto in tanto, aveva gestito una piccola rete di gioco d’azzardo a North Point. Era stato suo padre a proporre il primo sequestro di persona. Iiiih, era stata una grande idea, pensò, ricordando. E quando, purtroppo, John Chen si era fatto ammazzare perché aveva tentato stupidamente di fuggire, era sempre stato suo padre a suggerire l’idea di tagliargli un orecchio e di spedirlo. “Trasformeremo la sua malasorte nella nostra fortuna. ‘Ucciderne uno per terrorizzarne diecimila!’ Se manderemo l’orecchio terrorizzeremo tutta Hong Kong, diventeremo famosi e ricchi!”
Sì, pensò lui, mentre sedeva al sole, ad Aberdeen. Ma non siamo ancora ricchi. L’ho detto a mio padre, questa mattina: “Non mi dispiace fare tutta quella strada per spedire la lettera, padre, è molto sensato, ed è proprio quello che ordinerebbe di fare Humphrey Bogart. Ma non credo che ci frutterà un riscatto.”
“Sta’ zitto e ascolta! Ho un nuovo piano, degno di Al Capone in persona. Aspetteremo qualche giorno. Poi telefoneremo a Chen della Nobil Casa. Se non avremo subito i contanti, sequestreremo lo stesso compradore! Il Grande Avaro Chen!”
Tutti l’avevano guardato, con sbalordita ammirazione.
“Sì, e se non credi che pagherà in fretta dopo che gli abbiamo mandato l’orecchio di suo figlio… naturalmente gli diremo che era l’orecchio di suo figlio… allora forse disseppelliremo il cadavere e glielo mostreremo, heya?”
Kin il Butterato sorrise raggiante, ricordando come avevano sghignazzato tutti quanti. Oh, come avevano riso, tenendosi il ventre, e per poco non si erano rotolati sul pavimento del loro alloggio.
“E adesso occupiamoci di affari. Chen Orecchio di Cane, abbiamo di nuovo bisogno del tuo consiglio.”
Chen Orecchio di Cane era un lontano cugino di John Chen e lavorava per lui, come dirigente di una delle innumerevoli società di Chen. “Le tue informazioni sul figlio erano esatte. Forse puoi fornirci indicazioni anche sui movimenti del padre.”
“Certo, onorevole capo, è facile” aveva detto Chen Orecchio di Cane. “È abitudinario… e si spaventa facilmente. E anche la sua tai-tai… ayeeyah, quella puttana dalla bocca mielata sa bene da che parte del letto dorme! Pagherà molto in fretta, per riaverlo. Sì, sono sicuro che adesso sarà disposta a collaborare. Ma dovremo chiedere il doppio di quello che potremmo accettare, perché lui è un negoziatore molto abile. Ho lavorato per tutta la vita per la fottuta Casa di Chen, e so quanto è tirchio.”
“Magnifico. Dunque, per tutti gli dei, come e quando dovremmo sequestrare Chen della Nobil Casa?”