Ore 16,25
“Non dormono insieme, tai-pan” disse Claudia Chen.
“Eh?” Dunross alzò distrattamente gli occhi dal fascio di carte che stava esaminando.
“No. Almeno non hanno dormito insieme questa notte.”
“Chi?”
“Bartlett e la sua Cirrannousshee.”
Dunross smise di lavorare. “Oh?”
“Sì. Camere separate, letti separati, colazione insieme nel soggiorno… tutti e due bene in ordine e in vestaglia, e questo è interessante perché dormono senza niente addosso.”
“Davvero?”
“Sì. Almeno non avevano niente addosso, questa notte.”
Dunross sorrise e Claudia Chen si rallegrò che quella notizia gli fosse gradita. Era il suo primo sorriso della giornata. Da quando era arrivata alle otto in punto, lui aveva lavorato come un ossesso, uscendo per partecipare alle riunioni e rientrando in fretta: la polizia, Phillip Chen, il governatore, due volte alla banca, una volta nell’attico per incontrarsi con chissà chi. Non aveva avuto tempo per pranzare e, così le aveva detto il portiere, il tai-pan era arrivato all’alba.
Quel giorno lei aveva visto il peso che l’opprimeva, il peso che prima o poi piegava tutti i tai-pan… e qualche volta li annientava. Aveva visto il padre di Ian consumarsi per le enormi perdite della flotta mercantile durante gli anni della guerra, la perdita catastrofica di Hong Kong, dei suoi figli e dei suoi nipoti… una sventura sull’altra. E la perdita della Cina comunista l’aveva schiacciato definitivamente. Claudia aveva visto che Suez aveva distrutto Alastair Struan, e il tai-pan non s’era più ripreso dal disastro, poi, dopo una serie di disgrazie, era stato schiacciato da un attacco alle loro azioni, orchestrato da Gornt.
Deve essere una tensione tremenda, pensò. Dover pensare a tutta la nostra gente e alla nostra Casa, a tutti i nostri nemici, a tutte le catastrofi impreviste causate dalla natura e dall’uomo che sembrano onnipresenti… e tutti i peccati e le piraterie e le diavolerie del passato che attendono di erompere dal nostro vaso di Pandora, come in effetti succede di tanto in tanto. È un male che i tai-pan non siano cinesi, pensò Claudia. Allora i peccati del passato sarebbero leggeri come veli.
“Come mai è tanto sicura, Claudia?”
“Nessuno dei due ha pigiami o camicie da notte” rispose lei, raggiante.
“E come lo sa?”
“La prego, tai-pan. Non posso rivelare le mie fonti!”
“Cos’altro sa?”
“Ah!” disse Claudia. Poi cambiò argomento, con garbo. “La riunione del consiglio della Nelson Trading è fra mezz’ora. Mi aveva chiesto di ricordarglielo. Può concedermi qualche minuto, prima?”
“Sì. Fra un quarto d’ora. Dunque” disse Dunross con un tono deciso che Claudia conosceva fin troppo bene, “cos’altro sa?”
Lei sospirò, poi, con aria importante, consultò il blocco degli appunti. “La ragazza non si è mai sposata. Oh, molti corteggiatori, ma nessuno è mai durato, tai-pan. Anzi, secondo le voci, nessuno ha…”
Dunross inarcò le sopracciglia. “Vuol dire che è vergine?”
“Di questo non siamo sicuri… Comunque, non ha fama di restare fuori fino a tardi o di passare la notte in compagnia di uomini. No. L’unico uomo con il quale si fa vedere in giro è il signor Bartlett, e del resto piuttosto di rado. Esclusi i viaggi di affari. Lui, a proposito, tai-pan, è un vero libertino… uno swinger, per ripetere il termine usato. Nessuna donna gli…”
“Usato da chi?”
“Ah! Il bel signor Bartlett non ha un’amichetta, tai-pan. Niente amica fissa, come si dice. Divorziò nel 1956, lo stesso anno in cui la sua Cirrannousshee entrò nell’azienda.”
“Non è la mia Ciranoush” disse Dunross.
Claudia sorrise con aria ancora più raggiante. “Ha ventisei anni. È del Sagittario.”
“Ha incaricato qualcuno di rubarle il passaporto… o di dargli una sbirciatina?”
“Oh, no assolutamente, tai-pan.” Claudia si finse scandalizzata. “Io non spio nessuno. Faccio soltanto domande. Ma scommetto 100 dollari che quella e il signor Bartlett sono stati amanti.”
“Non accetto la scommessa. Mi meraviglierei moltissimo se non lo fossero. Lui è certamente innamorato di lei… e lei di lui. Li ha visti quando ballavano insieme? Non c’è niente da scommettere.”
Claudia socchiuse gli occhi. “E allora cosa scommette, se io dico che non sono mai stati amanti?”
“Eh? Cosa ne sa?” chiese Dunross, insospettito.
“Quanto, tai-pan?”
Dunross la fissò. Poi disse: “Mille contro… facciamo dieci a uno.”
“Ci sto! 100 dollari. Grazie, tai-pan. Ora, la Nels…”
“Dove ha pescato tutte queste informazioni? Eh?”
Claudia estrasse un telex dal fascio di carte che aveva portato. Posò il resto nel cestello delle pratiche da esaminare. “Lei ha mandato un telex ai nostri, a New York, l’altra sera, per avere informazioni su quella donna e per chiedere riconferma del dossier su Bartlett. Questo è appena arrivato.”
Dunross prese il telex e lo scorse. Leggeva molto rapidamente e aveva una memoria quasi fotografica. Il telex forniva le stesse informazioni che gli aveva fornito Claudia, ma senza fronzoli e senza interpretazioni fantasiose, e aggiungeva che K.C. Casey non aveva precedenti penali, aveva 46.000 dollari depositati in un libretto di risparmio presso la San Fernando Savings and Loan, e 8700 dollari nel conto corrente presso la Los Angeles and California Bank.
“È addirittura vergognoso, con quanta facilità si può scoprire quanto ha in banca qualcuno negli Stati Uniti, no, Claudia?”
“Vergognoso. Io non mi servirei mai di una banca, tai-pan.”
Dunross sorrise. “Se non per chiedere prestiti! Claudia, la prossima volta si limiti a consegnarmi il telex.”
“Sì, tai-pan. Ma il modo in cui le riferisco io, certe cose, non è più eccitante?”
“Sì. Ma dov’è scritto che dormono nudi? Questa l’ha inventata lei!”
“Oh, no. L’informazione proviene dalla mia fonte locale. La terza cam…” Claudia s’interruppe, un attimo troppo tardi. Era caduta nella trappola.
Il sorriso di Dunross era serafico. “Dunque è così! Una spia al Vic! La terza cameriera! Chi? Quale, Claudia?”
Per non fargli perdere la faccia, Claudia si finse irritata. “Ayeeyah! Un capo spione non può rivelare nulla, heya?” Sorrise gentilmente. “Ecco un elenco delle telefonate per lei. Le ho rinviate il più possibile a domani… La chiamerò in tempo per la riunione.”
Dunross annuì, ma Claudia vide che non sorrideva più, che era perduto di nuovo nei suoi pensieri. Uscì, e Dunross non sentì la porta richiudersi. Stava pensando alle spie e a Grant e al suo incontro con Brian Kwok e Roger Crosse, quella mattina alle dieci, e a quello imminente, alle sei.
L’incontro della mattina era stato breve, brusco e rabbioso. “Per prima cosa, c’è niente di nuovo sul conto di Grant?” aveva chiesto lui.
Roger Crosse aveva risposto prontamente: “In apparenza è stato un incidente. Niente segni sospetti sul cadavere. Non è stato visto nessuno nei pressi, non ci sono tracce di una macchina, né di un urto, né di frenata… solo le tracce della motocicletta. E adesso i fascicoli, Ian… oh, a proposito, sappiamo che lei ha le uniche copie esistenti.”
“Mi dispiace, ma non posso fare quel che mi ha chiesto.”
“Perché?” La voce di Crosse aveva assunto un tono acido.
“Non ho ancora ammesso che esistano ma…”
“Oh, santo cielo, Ian, non sia ridicolo! Naturalmente esistono, quelle copie! Ci ha presi per imbecilli? Se non esistessero, ce l’avrebbe detto ieri sera, e la faccenda sarebbe finita lì. Le consiglio di permetterci di riprodurle.”
“E io le consiglio di calmarsi.”
“Se crede che io abbia perso le staffe, Ian, allora mi conosce molto poco. La invito ufficialmente a consegnare quei documenti. Se rifiuta, alle sei di questa sera ricorrerò ai miei poteri, ai sensi della Legge sui Segreti di Stato e, tai-pan o no, Nobil Casa o no, amico o no, alle sei e un minuto lei sarà arrestato. La terremo in isolamento ed esamineremo tutti i suoi documenti, le casseforti, le cassette di sicurezza fino a quando avremo trovato quel che cerchiamo! E adesso, per cortesia, consegni i fascicoli!”
Dunross ricordava il volto teso e gli occhi gelidi che lo fissavano, e l’aria sconvolta del suo amico Brian Kwok. “No.”
Crosse aveva sospirato. La minaccia racchiusa in quel suono gli aveva fatto scorrere un brivido lungo la schiena. “Per l’ultima volta, perché?”
“Perché, nelle mani sbagliate, credo che potrebbero danneggiare il governo di Sua M…”
“Buon Dio, io sono il capo della Special Intelligence!”
“Lo so.”
“E allora abbia la cortesia di fare quel che le chiedo.”
“Mi spiace. Ho passato gran parte della notte cercando di trovare un modo sicuro per con…”
Roger Crosse si era alzato. “Tornerò alle sei per prendere i fascicoli. Non li bruci, Ian. Se ci si proverà, io verrò a saperlo, e temo che qualcuno la fermerebbe. Ci vediamo alle sei.”
La notte precedente, mentre tutti, in casa, dormivano, Dunross era andato nel suo studio e aveva riletto i fascicoli. Rileggendoli alla luce della morte di Grant, del suo possibile assassinio, del coinvolgimento dell’MI-5 e 6 e probabilmente del KGB, e della sorprendente ansia di Crosse, e con la possibilità che parte di quel materiale non fosse ancora accessibile al servizio segreto, la possibilità che molte informazioni da lui accantonate come troppo assurde non lo fossero affatto… tutti i rapporti assumevano un’importanza nuova. Alcuni lo avevano sconvolto.
Consegnarli era troppo rischioso. Trattenerli, ormai, era impossibile.
Nel silenzio della notte, Dunross aveva pensato di distruggerli. Poi aveva concluso che era suo dovere non farlo. Per un momento aveva considerato l’eventualità di lasciarli sulla scrivania, con le porte-finestre spalancate sulla terrazza buia, e di tornare a dormire. Se Crosse era tanto preoccupato per quei documenti, lui e i suoi uomini dovevano sorvegliarlo anche in quel momento. Chiuderli nella cassaforte non era sicuro. La cassaforte era già stata toccata. Sarebbe stata toccata ancora. Nessuna cassaforte era inespugnabile a un attacco professionale concertato.
Lì, nel buio, con i piedi sistemati comodamente, aveva sentito l’eccitazione salire, lo splendido, inebriante calore del pericolo, il pericolo fisico che lo circondava. La presenza vicina dei nemici. La certezza di camminare sul filo del rasoio, tra la vita e il nulla. L’unica cosa che sminuiva il piacere era la certezza che nella Struan c’era un traditore, e lo stesso interrogativo lo assillava: la spia del Sevrin è lo stesso individuo che ha consegnato a Bartlett i nostri segreti? Uno dei sette? Alastair, Phillip, Andrew, Jacques, Linbar, David MacStruan a Toronto, o mio padre. Impensabile.
Li passò in rassegna, uno a uno. Clinicamente, senza passioni. Tutti ne avevano avuto la possibilità, tutti lo stesso movente: invidia, e odio, in varie misure. Ma nessuno avrebbe venduto la Nobil Casa a un estraneo. Nessuno. Eppure, uno di loro l’aveva fatto.
Chi?
Le ore passavano.
Chi? Il Sevrin, e che fare dei fascicoli, e Grant era stato assassinato e fino a che punto i fascicoli dicevano la verità?
Chi?
La notte era fresca, e lui era uscito in terrazza sotto le stelle. La brezza e la notte gli avevano dato il benvenuto. Lui aveva sempre amato la notte. Volare solo al di sopra delle nubi, la notte, era ancora più bello che di giorno, con le stelle così vicine, gli occhi sempre alla ricerca di un bombardiere o di un caccia notturno del nemico, il pollice pronto sul pulsante… ah, la vita era così semplice allora, uccidere o essere uccisi.
Era rimasto lì un poco e poi, ristorato, era rientrato e aveva chiuso i fascicoli nella cassaforte, s’era seduto sulla grande poltrona di fronte alle porte-finestre, in guardia, esaminando le possibilità e scegliendone una. Poi, soddisfatto, s’era assopito per circa un’ora e s’era svegliato, come al solito, appena prima dell’alba.
Il suo spogliatoio era accanto allo studio, che era adiacente alla camera da letto padronale. Si era cambiato ed era uscito senza far rumore. Le strade erano deserte. Aveva abbassato il suo primato di sedici secondi. Nel suo attico, alla Struan, aveva fatto il bagno, s’era fatto la barba e si era vestito, poi era andato nel suo ufficio, al piano di sotto. Era molto umido, quel giorno, e il cielo aveva un aspetto strano. Sta arrivando una tempesta tropicale, aveva pensato. Forse avremo fortuna e non passerà oltre come tutte le altre, e avremo la pioggia. Poi aveva voltato le spalle alle finestre e s’era occupato degli affari della Nobil Casa.
C’era un mucchio di telex arrivati durante la notte che riguardavano ogni sorta di trattative e d’iniziative, problemi e occasioni in tutta la colonia e nel resto del mondo. Arrivati da tutti i punti cardinali. Da nord, fino dallo Yukon, dove la Struan aveva una joint venture per le prospezioni petrolifere con il colosso canadese del legname e delle miniere, la McLean-Woodley. Singapore e la Malesia e a sud fino alla Tasmania, per carichi di frutta e di minerali da trasportare in Giappone. A ovest fino alla Gran Bretagna, a est fino a New York, i tentacoli della nuova Nobil Casa internazionale sognata da Dunross cominciavano a protendersi, ancora deboli, ancora incerti, e senza l’appoggio che lui sapeva indispensabile per il loro sviluppo.
Non importa. Presto saranno forti. L’accordo con la Par-Con farà diventare d’acciaio la nostra ragnatela, e Hong Kong sarà il centro della terra, e noi saremo il nucleo del centro. Dio sia ringraziato per l’esistenza dei telex e dei telefoni.
“Il signor Bartlett, per favore.”
“Pronto?”
“Qui Ian Dunross, buongiorno. Scusi se la disturbo a quest’ora. Potremmo rimandare il nostro incontro alle sei e mezzo?”
“Sì. C’è qualche difficoltà?”
“No. Solo affari. Ho parecchio lavoro in sospeso da sbrigare.”
“Nessuna notizia di John Chen?”
“Non ancora. Mi dispiace. Comunque, la terrò informata. Presenti i miei omaggi a Casey.”
“Non mancherò. Ehi, è stata una festa magnifica, ieri sera. Sua figlia è incantevole.”
“Grazie. Sarò all’albergo alle sei e mezzo. Naturalmente, è invitata anche Casey. Arrivederci.”
Ah, Casey! aveva pensato.
Casey e Bartlett. Casey e Gornt. Gornt e Wu Quattro Dita.
Nelle prime ore di quella mattina Wu Quattro Dita gli aveva riferito il suo colloquio con Gornt. Un fremito di piacere lo aveva pervaso, quando aveva saputo che il suo nemico aveva rischiato di morire. Peak Road non è la strada più adatta per perderci i freni, aveva pensato.
Peccato che quel bastardo non sia morto. Mi avrebbe risparmiato parecchie preoccupazioni. Poi scacciò Gornt dalla mente e pensò di nuovo a Wu Quattro Dita.
Riuscivano a comunicare abbastanza bene, con il pidgin del vecchio marinaio e il suo haklo. Wu gli aveva detto tutto quel che poteva. I commenti di Gornt sulla Ho-Pak, il consiglio dato a Wu perché ritirasse il suo denaro, erano sorprendenti. E preoccupanti. E poi c’era l’articolo di Haply.
Quel maledetto Gornt sa qualcosa che io non so?
Era andato alla banca. “Paul, che cosa sta succedendo?”
“A che proposito?”
“A proposito della Ho-Pak.”
“Oh. L’assalto agli sportelli? Pessima faccenda per l’immagine delle banche, devo dire. Povero Richard. Siamo praticamente sicuri che lui ha tutte le riserve necessarie per superare la tempesta, ma non conosciamo quali siano i suoi impegni. Naturalmente l’ho chiamato appena ho letto quel ridicolo pezzo di Haply. Devo dirti, Ian, ho chiamato anche Christian Toxe, e l’ho avvertito senza mezzi termini che deve sorvegliare i suoi giornalisti, e che farà bene a smetterla, o saranno guai.”
“Mi hanno detto che a Tsim Sha Tsui c’era la coda.”
“Oh? Questo non l’avevo saputo. M’informerò. Comunque, la Ching Prosperity e la Lo Fat lo appoggeranno di certo. Mio Dio, ha fatto della Ho-Pak una grossa banca. Se andasse a picco, Dio sa che cosa accadrebbe. Persino noi, ad Aberdeen, abbiamo avuto qualche chiusura di conti. No, Ian, speriamo che passi, a proposito, credi che pioverà? C’è un’aria strana, oggi, non ti pare? Secondo il telegiornale, potrebbe esserci in arrivo una tempesta. Credi che pioverà?”
“Non so. Speriamo. Ma non sabato!”
“Mio Dio, sì! Se piovesse alle corse sarebbe un disastro. Non è possibile. Oh, a proposito, Ian, la festa di ieri sera è stata magnifica. Mi ha fatto piacere conoscere Bartlett e la sua ragazza. Come procedono le tue trattative con Bartlett?”
“Splendidamente! Senti, Paul…”
Dunross sorrise tra sé, ricordando come aveva abbassato la voce anche se l’ufficio di Havergill, affacciato sul Central District, aveva le pareti rivestite di scaffali carichi di libri ed era isolato acusticamente. “Ho concluso l’accordo. Inizialmente per due anni. Firmeremo i documenti entro sette giorni. Loro mettono 20 milioni liquidi ogni anno: in seguito, si tratterà.”
“Congratulazioni, mio caro. Congratulazioni di tutto cuore! E il versamento iniziale?”
“Sette.”
“Magnifico! Copre tutto, a meraviglia. Sarà una gioia allontanare lo spettro della Toda dal bilancio… e con un altro milione per la Orlin, bene, forse ti lasceranno più tempo, e allora finalmente potrai dimenticare tutte le annate grame e sperare in un prospero futuro.”
“Sì.”
“Non hai ancora noleggiato le tue navi?”
“No. Ma lo farò in tempo per pagare il nostro prestito.”
“Ho notato che le vostre azioni sono salite di due punti.”
“Ormai sono in ascesa. Raddoppieranno in meno di trenta giorni.”
“Oh? Cosa te lo fa pensare?”
“Il boom.”
“Eh?”
“Tutto lo indica, Paul. La fiducia cresce. Il nostro accordo con la Par-Con darà l’avvio al boom. Ormai è ora che incominci.”
“Sarebbe magnifico! Quando darai l’annuncio iniziale dell’accordo?”
“Venerdì, dopo la chiusura della Borsa.”
“Eccellente. Come pensavo. Lunedì tutti cercheranno di cavalcare la cresta dell’onda!”
“Ma fino ad allora terremo tutto in famiglia.”
“Naturalmente. Oh, hai sentito che Quillan ha corso il rischio di ammazzarsi, questa notte? Aveva appena lasciato la tua festa. Gli sono saltati i freni su Peak Road.”
“Sì, l’ho sentito. Avrebbe dovuto lasciarci la pelle… così le azioni della Seconda Grande Compagnia sarebbero salite alle stelle per la gioia!”
“Suvvia, Ian! Un boom, eh? Lo pensi davvero?”
“Quanto basta a invogliare all’acquisto. Che ne diresti di un credito di un milione… per comprare le Struan?”
“Personalmente… o per la Casa?”
“Personalmente.”
“E noi terremo le azioni?”
“Certo.”
“E se le azioni scendessero?”
“Non scenderanno.”
“Ma se succedesse?”
“Che cosa consigli?”
“Ecco, è tutto in famiglia, quindi perché non diciamo che, se scendono di due punti alla chiusura della Borsa, potremo vendere e addebitare la perdita sul tuo conto?”
“Tre. Le Struan raddoppieranno.”
“Sì. Intanto facciamo due, fino a quando avrai firmato l’accordo con la Par-Con. La Casa è già parecchio scoperta. Diciamo due, eh?”
“Sta bene.”
A due sono al sicuro, pensò di nuovo Dunross, rassicurandosi. Credo.
Prima di lasciare la banca era passato dall’ufficio di Johnjohn. Bruce Johnjohn, secondo vicedirettore generale ed erede presunto di Havergill, era un uomo robusto e gentile, dalla vitalità di un colibrì. Dunross gli aveva dato le stesse notizie. Johnjohn s’era mostrato altrettanto soddisfatto. Ma gli aveva consigliato di essere prudente nel pronosticare un boom e, al contrario di Havergill, era apparso molto preoccupato per l’assalto agli sportelli della Ho-Pak.
“Non mi piace per niente, Ian. E una faccenda che puzza.”
“Sì. E l’articolo di Haply?”
“Oh, tutte sciocchezze. Noi non combiniamo scherzi di quel genere. La Blacs? Altrettanto assurdo. Perché dovremmo voler eliminare una grossa banca cinese, anche se potessimo? La responsabilità potrebbe essere della Ching Bank. Forse. Forse il vecchio Ching il Sorridente ne sarebbe capace… lui e Richard sono rivali da anni. Potrebbe essere un complotto d’una mezza dozzina di banche, inclusa la Ching. Potrebbe darsi addirittura che i correntisti di Richard si siano veramente spaventati. Sono tre mesi che sento circolare voci di ogni genere. Quelli sono infognati in dozzine di prestiti immobiliari piuttosto dubbi. Comunque, se lui andrà a picco, le ripercussioni le sentiremo tutti. Sii molto prudente, Ian!”
“Sarò contento quando tu sarai nell’ufficio al piano di sopra, Bruce.”
“Non sottovalutare Paul… è molto abile, e ha reso grossi servigi a Hong Kong e alla banca. Ma in Asia ci aspettano tempi difficili, Ian. Devo dire che secondo me fai benissimo a cercare di investire in Sud America… è un mercato enorme, e noi non l’abbiamo ancora toccato. Hai pensato al Sud Africa?”
“Perché?”
“Andiamo a pranzo insieme la settimana prossima. Mercoledì? Bene. Ho un’idea per te.”
“Oh? Quale?”
“Aspetta, vecchio mio. Hai saputo di Gornt?”
“Sì.”
“Molto strano che sia successo a una Rolls, no?”
“Sì.”
“Lui è sicuro di riuscire a portarti via la Par-Con.”
“Non ci riuscirà.”
“Hai visto Phillip, oggi?”
“Phillip Chen? No, perché?”
“Niente.”
“Perché?”
“L’ho incontrato per caso all’ippodromo. Sembrava… ecco, sembrava stravolto, angosciato. Ha preso molto male la… il sequestro di John.”
“Tu non lo prenderesti così?”
“Sì. Sì, certo. Ma non pensavo che lui e il suo figlio numero uno fossero tanto legati.”
Dunross pensò a Adryon e Glenna e a suo figlio Duncan, che aveva quindici anni, ed era in vacanza in Australia, nell’allevamento di pecore di un amico. Cosa farei se uno di loro venisse sequestrato? Cosa farei se mi arrivasse per posta un orecchio mozzo?
Impazzirei.
Impazzirei di rabbia. Dimenticherei tutto il resto e stanerei i sequestratori e poi, e poi la mia vendetta durerebbe mille anni. Li…
Bussarono alla porta. “Sì? Oh, ciao, Kathy” disse, lieto come sempre di vedere la sorella.
“Scusa se ti disturbo, Ian, caro” disse precipitosamente Kathy Gavallan dalla soglia dell’ufficio. “Ma Claudia mi ha detto che avevi qualche minuto prima del prossimo impegno. Posso entrare?”
“Certo che puoi entrare” disse Dunross, ridendo, e mise da parte il memorandum che aveva cominciato a stendere.
“Oh, bene, grazie.” Lei chiuse la porta e andò a sedersi accanto alla finestra.
Dunross si stiracchiò per alleviare il dolore alla schiena e le sorrise. “Ehi, carino, quel cappello.” Era di paglia chiara, con un nastro giallo, intonato al fresco abito di seta. “Cosa c’è?”
“Ho la sclerosi multipla.”
Dunross la fissò, stordito. “Cosa?”
“È il risultato delle analisi. Il dottore me l’ha detto ieri, ma ieri non ho potuto dirtelo… Oggi ha controllato le analisi con un altro specialista, e non ci sono possibilità d’errore.” La voce di Kathy era calma. Stava eretta sulla sedia, più graziosa che mai. “Dovevo dirlo a qualcuno. Mi dispiace di avertelo detto così all’improvviso. Ho pensato che avresti potuto aiutarmi a fare un piano, non oggi, ma quando avrai tempo, magari durante il weekend…” Vide la sua espressione e rise, nervosamente. “Non è tanto terribile. Credo.”
Dunross si abbandonò contro la spalliera della grande poltrona di pelle e si sforzò di rimettere in funzione la mente paralizzata. “Sclerosi mul… è una cosa seria, no?”
“Sì. Sì. A quanto pare, attacca il sistema nervoso e per ora non possono guarirla. Non sanno cosa sia, o dove o come… o come la si prenda.”
“Ci rivolgeremo ad altri specialisti. No, meglio ancora, andrai in Inghilterra con Penn. Ci saranno specialisti, là o in qualche altro paese europeo. Deve esserci una cura, Kathy, deve esserci!”
“Non c’è, caro. Ma l’Inghilterra è una buona idea. Io… il dottor Tooley ha detto che farei bene a vedere uno specialista di Harley Street. Sarei contenta di andare con Penn. La malattia non è troppo avanzata, e non c’è motivo di preoccupazione, se starò attenta.”
“Sarebbe a dire?”
“Sarebbe a dire che se mi riguardo, prendo le medicine, riposo il pomeriggio per non sentirmi più così stanca, potrò ancora occuparmi di Andrew e della casa e dei figli, e giocare un po’ a tennis e a golf di tanto in tanto, ma solo un po’, la mattina. Vedi, possono arrestare la malattia, ma non rimediare ai danni che ha già causato. Il dottor Tooley ha detto che se mi riguardo e riposo… è soprattutto questione di riposo, ha insistito. Se non riposo, ricomincerà e allora ogni volta ci sarà un peggioramento. Sì. E allora non si può più migliorare. Capisci, caro?”
Dunross la fissò, nascondendole la sua angoscia. Il cuore gli si stringeva nel petto. Aveva tanti progetti per lei. Pensò: Oh, Cristo, povera Kathy! “Sì. Bene, grazie a Dio, puoi riposare quanto vuoi” disse, mantenendo un tono calmo quanto quello di lei. “Ti dispiace se parlo io con Tooley?”
“Fai pure. Non c’è motivo di allarmarsi, Ian. Ha detto che andrà tutto bene se mi riguarderò, e io gli ho promesso che farò la brava e che non deve preoccuparsi” Kathy era sorpresa che la sua voce fosse così calma, che le sue mani riposassero così tranquille sulle ginocchia, senza tradire l’orrore che provava dentro. Quasi le pareva di sentire i germi o i microbi o i virus della malattia che filtravano nel suo organismo, nutrendosi dei suoi nervi, divorandoli lentamente, lentamente, secondo per secondo, ora per ora, fino a quando il formicolio e l’intorpidimento delle dita delle mani e dei piedi sarebbe aumentato, e poi i polsi e le caviglie e le gambe e… e… e… oh, Gesù Cristo, Dio onnipotente.
Estrasse dalla borsa un fazzolettino di carta e si asciugò delicatamente la fronte e i lati del naso. “Oggi c’è un’umidità spaventosa, no?”
“Sì. Kathy, perché così all’improvviso?”
“Ecco, non è stata una cosa improvvisa, caro. Non riuscivano a diagnosticarlo. E per questo che hanno fatto le analisi.” Era incominciato con una leggera vertigine e i mali di testa, circa sei mesi prima. Se n’era accorta soprattutto quando giocava a golf. Si metteva davanti alla palla, ma non riusciva a metterla a fuoco, e la palla sembrava dividersi in due e in tre e poi di nuovo in due, e non restava mai ferma. Andrew aveva riso e le aveva detto di andare da un ottico. Ma gli occhiali non servivano, e le aspirine non servivano a nulla, e neppure gli analgesici più forti. Poi il caro vecchio Tooley, che era il loro medico di famiglia da sempre, l’aveva mandata al Matilda Hospital, sul Peak, per una serie di analisi e di radiografie al cervello, per paura che si trattasse di un tumore, ma non era risultato nulla, neppure alle altre analisi. Solo la tremenda puntura spinale aveva fornito un indizio. E altre analisi l’avevano confermato. Ieri. Oh, Gesù, è stato soltanto ieri che mi hanno condannata alla sedia a rotelle, a diventare, alla fine, una cosa inerte e bavosa?
“L’hai detto ad Andrew?”
“No, caro” disse Kathy, scostandosi ancora una volta dal baratro. “Non gliel’ho ancora detto. Non potevo. Non ancora. Quel povero Andrew perde la testa così facilmente. Glielo dirò questa sera. Non potevo farlo prima di averlo detto a te. Tu dovevi saperlo per primo. Siamo sempre stati abituati a dire tutto a te per primo, no? Io, Lechie e Scotty. Tu sapevi sempre tutto per primo…” Kathy ricordò quando erano giovani, i bei tempi felici lì a Hong Kong, e ad Ayr, a Castle Avisyard, la magnifica, vecchia, grande casa sulla cresta della collina, in mezzo all’erica, affacciata sul mare… Natale e Pasqua, e le lunghe vacanze estive, lei e Ian… e Lechie, il maggiore, e Scott, il suo gemello… quei giorni felici, quando il loro padre non c’era… avevano tutti terrore del padre, tranne Ian che era sempre il loro portavoce, il loro protettore, che prendeva sempre le punizioni… stasera niente cena, e scrivi cinquecento volte non mi permetterò più di rispondere, i bambini devono farsi vedere ma non sentire… era lui che si prendeva sempre le botte e non si lamentava mai. Oh, povero Lechie, povero Scotty…
“Oh, Ian” disse Kathy, con gli occhi improvvisamente colmi di lacrime. “Mi dispiace.” Poi sentì le braccia del fratello che la stringevano, e finalmente si sentì al sicuro, e l’incubo si attenuò. Ma sapeva che non si sarebbe mai dissolto. Mai più. E i suoi fratelli non sarebbero mai ritornati, se non nei suoi sogni, e non sarebbe ritornato neppure il suo caro, caro Johnny. “Va tutto bene, Ian” disse fra le lacrime. “Non è per me, davvero. Stavo pensando a Lechie e Scotty, e alla nostra casa ad Ayr, quando eravamo piccoli, e al mio Johnny, e mi sono rattristata per tutti loro…”
Lechie era stato il primo a morire. Secondo tenente della fanteria leggera della Highland. Disperso nel 1940, in Francia. Non avevano trovato nulla, di lui. Era lì, sul ciglio della strada, e un attimo dopo era scomparso, e l’aria era satura del fumo acre dei proiettili sparati dai panzer nazisti contro il ponticello di pietra sopra un fiumiciattolo, sulla strada per Dunkirk. Per tutta la durata della guerra erano vissuti tutti nella speranza che Lechie fosse prigioniero in un campo di concentramento… e non in uno di quelli più terribili. E dopo la guerra, i mesi di ricerche, ma senza trovare una traccia, un testimone, mai, neppure il più piccolo segno, e allora tutti, prima loro e poi anche il loro padre, s’erano rassegnati all’idea che fosse morto.
Scott aveva sedici anni nel ’39 ed era sfollato in Canada per ragioni di sicurezza, per finire gli studi là e poi, dato che aveva già il brevetto da pilota, il giorno che aveva compiuto diciotto anni, nonostante le proteste furiose del padre, s’era arruolato nella Canadian Air Force per vendicare Lechie. Subito dopo era entrato in una squadriglia di bombardieri ed era tornato in Europa in tempo per lo sbarco in Normandia. Aveva fatto saltare in aria molte città grandi e piccole, fino al 14 febbraio 1945, quando ormai era comandante di squadriglia e decorato al valore, e stava rientrando dall’olocausto supremo di Dresda, e il suo Lancaster era stato attaccato da un Messerschmitt e, sebbene il secondo pilota ce l’avesse fatta a riportare in Inghilterra l’aereo danneggiato, Scotty era già morto, sul sediolo di sinistra.
Kathy era andata al suo funerale, e c’era andato anche Ian… in divisa, in licenza da Chungking, dove era entrato nelle forze aeree di Ciang Kai-scek, dopo che era stato abbattuto e messo a terra. Kathy aveva pianto sulla spalla di Ian, aveva pianto per Lechie e per Scotty e per il suo Johnny. Era già vedova. Il tenente pilota John Selkirk, decorato al valore, un altro giovane dio della guerra, inviolabile, invincibile, era stato colpito nel cielo ed era precipitato bruciando tra i rottami del suo aereo.
Johnny non aveva avuto un funerale. Non c’era nulla da seppellire. Come Lechie. Era arrivato soltanto un telegramma. Uno per ciascuno.
Oh, Johnny, amor mio, amor mio, amor mio…
“Che spreco atroce, Ian, caro, tutti quanti. E per che cosa?”
“Non so, Kathy, piccola” disse Dunross, tenendola stretta a sé. “Non so. E non so perché io ce l’ho fatta, e loro no.”
“Oh, sono felice che tu ce l’abbia fatta!” Kathy lo strinse, leggermente, e si scosse. Accantonò la sua tristezza per tutti loro. Poi si asciugò le lacrime, prese uno specchietto e si guardò. “Dio, sono un disastro! Scusami.” Il bagno personale di Dunross era nascosto dietro una libreria. Kathy andò a restaurarsi il trucco.
Quando tornò, Dunross stava ancora guardando alla finestra. “Andrew non è in ufficio al momento; ma appena tornerà, glielo dirò” fece lui.
“Oh, no, caro. È compito mio. Devo farlo. Devo. È giusto.” Kathy gli sorrise e lo sfiorò. “Ti voglio bene, Ian.”
“Ti voglio bene, Kathy.”