Ore 16,55
La scatola di cartone che i Lupi Mannari avevano spedito a Phillip Chen era sulla scrivania di Roger Crosse. Accanto alla scatola c’erano la richiesta di riscatto, il portachiavi, la patente di guida, la penna, persino i fogli di giornali strappati che erano serviti per avvolgerla. C’erano il sacchetto di plastica e lo straccio. Mancava solo il suo contenuto.
Ogni oggetto era contrassegnato da un cartellino.
Roger Crosse era solo nell’ufficio e fissava quegli oggetti, affascinato. Prese un pezzo del giornale. Tutti i brandelli erano stati accuratamente spianati, e quasi tutti portavano un cartellino con una data e la testata del relativo quotidiano cinese. Lo rigirò, in cerca di un’informazione, un indizio nascosto, qualcosa che finora poteva essere sfuggito. Non trovò nulla. Lo posò con cura e si appoggiò con le palme delle mani sulla scrivania, perduto nei suoi pensieri.
Vicino al citofono c’era anche il rapporto di Alan Medford Grant. Nella stanza c’era un grande silenzio. Le piccole finestre erano affacciate su Wanchai e un tratto del porto, verso Glessing’s Point.
Squillò il telefono. “Sì?”
“Il signor Rosemont della CIA e il signor Langan dell’FBI, signore.”
“Bene.” Roger Crosse posò il microfono. Aprì il primo cassetto della scrivania, ripose meticolosamente il fascicolo di Grant sui telex decifrati, e richiuse. Il cassetto centrale conteneva un registratore. Lo controllò e premette un interruttore nascosto. Silenziosamente, il nastro cominciò a girare. L’intercom sulla scrivania nascondeva un microfono potentissimo. Soddisfatto, Crosse richiuse anche quel cassetto. Un altro interruttore della scrivania fece scattare il chiavistello della porta. Crosse si alzò e andò ad aprire.
“Salve a tutti e due, accomodatevi” disse affabilmente. Chiuse la porta dietro ai due americani e strinse loro la mano. Senza farsi notare, fece scattare di nuovo il chiavistello. “Sedete, prego. Un tè?”
“No, grazie” disse l’uomo della CIA.
“Cosa posso fare per voi?”
Tutti e due portavano grosse buste. Rosemont aprì la sua ed estrasse un fascio di fotografie, venti per venticinque, divise in due gruppi. “Ecco” disse, porgendo il primo gruppo.
Erano varie istantanee di Voranskij che attraversava correndo il molo, percorreva la strada di Kowloon, saliva e scendeva dai tassì, e molte altre dei suoi assassini cinesi. Una foto mostrava i due cinesi che lasciavano la cabina telefonica, con una chiara immagine del cadavere accasciato sullo sfondo.
Solo la straordinaria disciplina di Crosse gli impedì di tradire prima lo sbalordimento, e poi una rabbia divorante. “Belle, molto belle” disse gentilmente, posandole sulla scrivania e adocchiando quelle che Rosemont aveva ancora in mano. “Dunque?”
Rosemont e Langan aggrottarono la fronte. “Lo stavano pedinando anche i suoi?”
“Naturalmente” disse Crosse, mentendo con meravigliosa sincerità. “Mio caro amico, siamo a Hong Kong. Ma gradirei che ci lasciaste fare il nostro lavoro senza intromettervi.”
“Rog, noi… ehm, noi non vogliamo intrometterci, vogliamo solo aiutarvi.”
“Forse non abbiamo bisogno d’aiuto.” C’era una nota tagliente nella voce di Crosse, adesso.
“Sicuro.” Rosemont tirò fuori una sigaretta e l’accese. Era alto e magro, con i capelli grigi tagliati a spazzola e bei lineamenti. Aveva le mani forti, come la figura. “Sappiamo dove sono rintanati i due assassini. Crediamo di saperlo” disse. “Uno dei nostri pensa di averli individuati.”
“Quanti dei suoi uomini ha incaricato di sorvegliare la nave?”
“Dieci. I nostri non hanno notato che qualcuno dei suoi pedinasse questo individuo. La diversione ha quasi sgomentato anche noi.”
“Molto imprevista” disse amabilmente Crosse, e si chiese di quale diversione si trattasse.
“I nostri non hanno fatto in tempo a frugargli nelle tasche… sappiamo che ha fatto due telefonate da quella cabina…” Rosemont notò che Crosse socchiudeva leggermente gli occhi. Strano, pensò. Questo Crosse non lo sapeva. E se non lo sa, forse i suoi uomini non stavano affatto pedinando costui. Forse mente, e il comunista era uccel di bosco per Hong Kong, fino al momento in cui è stato accoltellato. “Abbiamo inviato via radio una foto alla nostra sede centrale… dovrebbero chiamarci presto. Chi era?”
“Secondo i documenti, Igor Voranskij, marinaio di prima classe, marina mercantile sovietica.”
“Ha un fascicolo su di lui, Rog?”
“È abbastanza insolito che voi due veniate insieme a trovarmi, no? Voglio dire, a credere a quel che si vede al cinema, l’FBI e la CIA non andrebbero molto d’accordo.”
Ed Langan sorrise. “Sicuro… come lei e l’MI-5… come il KGB, la GRU e altre cinquanta organizzazioni sovietiche. Ma qualche volta le nostre strade s’incrociano… Noi ci occupiamo delle faccende interne degli Stati Uniti, Stan delle questioni estere, ma tutti e due lavoriamo per lo stesso scopo: la sicurezza. Abbiamo pensato… siamo venuti a chiederle se potremmo collaborare, tutti quanti. Potrebbe essere una faccenda grossa, e noi… Stan e io non sappiamo che pesci prendere.”
“È vero” disse Rosemont, che non lo credeva affatto.
“Sta bene” disse Crosse, che aveva bisogno di quelle informazioni. “Ma parlate prima voi.”
Rosemont sospirò. “Okay, Rog. Da un po’ di tempo abbiamo l’impressione che a Hong Kong stia bollendo qualcosa… non sappiamo che cosa, ma di certo ci sono collegamenti con gli Stati Uniti. Immagino che l’anello di congiunzione sia il fascicolo di Grant. Ci pensi: prenda Banastasio… lui è la mafia. In grande stile. Droga, tutto quanto. Poi prenda Bartlett e i fucili. I fucili…”
“Bartlett ha qualche legame con Banastasio?”
“Non siamo sicuri. Stiamo controllando. Siamo sicuri, invece, che i fucili sono stati caricati a L.A… Los Angeles, la base dell’aereo. Fucili! Fucili, droga, e il nostro crescente interessamento per il Vietnam. Da dove viene la droga? Dal Triangolo d’Oro. Vietnam, Laos, e la provincia di Yunnan, in Cina. Adesso noi siamo nel Vietnam e…”
“Sì, e avete fatto malissimo ad andarci, vecchio mio… gliel’ho detto e ripetuto cinquanta volte.”
“Noi non decidiamo la linea politica, Rog, come non la decide lei. Ora: la nostra portaerei nucleare è qui, e ieri sera è arrivata quella maledetta Sovetskij Ivanov. Troppo puntuale; può darsi che la fuga di notizie sia partita da qui. Poi Ed le ha fatto una soffiata, e abbiamo messo le mani sulle pazzesche lettere che Grant ha mandato da Londra, e adesso c’è il Sevrin! Scopriamo che il KGB ha infiltrati dappertutto, in Asia, e che voi avete una talpa altolocata, da qualche parte.”
“Questo non è ancora stato provato.”
“Giustissimo. Ma so di Grant. Non era uno stupido. Se diceva che il Sevrin è sul posto e che lei ha una talpa, allora lei ha una talpa. Certo, anche noi abbiamo talpe nella CIA, e ci sono anche nella KGB. Sono sicuro che Ed ne ha, nell’FBI…”
“Questo è discutibile” l’interruppe brusco Ed Langan. “I nostri agenti vengono scelti e addestrati con ogni cura. Invece voi, i vostri li pescate dove capita.”
“Sicuro” disse Rosemont, poi soggiunse, rivolto a Crosse: “Per tornare alla droga, la Cina rossa è il nostro grande nemico e…”
“Anche qui si sbaglia, Stanley. La Repubblica Popolare Cinese non è il grande nemico. Lo è la Russia.”
“La Cina è comunista, e i comunisti sono i nemici. Ora, sarebbe una mossa astuta inondare gli Stati Uniti di droga a basso prezzo, e la Cina rossa… okay, la Repubblica Popolare Cinese può aprire le chiuse della diga.”
“Però non lo ha fatto. La nostra Sezione Narcotici è la più efficiente dell’Asia… e non ha mai trovato niente a conferma della sua assurda teoria ufficiale, secondo la quale ci sarebbe la Cina, dietro al contrabbando. Niente. La Repubblica Popolare è contraria al traffico della droga come lo siamo tutti noi.”
“La pensi un po’ come vuole” disse Rosemont. “Rog, lei ha un fascicolo su questo agente? È del KGB, vero?”
Crosse accese una sigaretta. “Voranskij era stato qui l’anno scorso. Quella volta si faceva chiamare Sergej Kudryov, sempre marinaio di prima classe, sempre sceso dalla stessa nave… non hanno molta fantasia, vero?” Nessuno dei due visitatori sorrise. “Il suo vero nome è maggiore Yurij Bakyan, Prima Direzione del KGB, Sesto Dipartimento.”
Rosemont sospirò.
L’uomo dell’FBI gli lanciò un’occhiata. “Allora hai ragione tu. Tutto quadra.”
“Può darsi.” Rosemont rifletté un momento. “Rog, e i suoi contatti dell’anno scorso?”
“Ha fatto il turista, è sceso al Nine Dragons di Kowloon…”
“Questo figura nel rapporto di Grant. C’è il nome dell’albergo” disse Langan.
“Sì. Abbiamo tenuto d’occhio l’albergo per quasi un anno. Non abbiamo scoperto niente. Bakyan… Voranskij, si è comportato da turista. Lo tenevamo sotto sorveglianza ventiquattro ore su ventiquattro. Si è fermato un paio di settimane e poi, poco prima che la nave salpasse, è tornato a bordo.”
“Un’amichetta?”
“No. Nessuna amichetta fissa. Frequentava la Good Luck Dance Hall di Wanchai. Un vero donnaiolo, in apparenza, ma non faceva domande e non si è mai incontrato con qualcuno che potesse dar da pensare.”
“È mai andato alle Sinclair Towers?”
“No.”
“Peccato” disse Langan. “Sarebbe stato magnifico. Tsu-yan ha un appartamento là. Tsu-yan conosce Banastasio, John Chen conosce Banastasio, e siamo daccapo con i fucili, la droga, Grant e il Sevrin.”
“Già” disse Rosemont. Poi soggiunse: “Ha già ripescato Tsu-yan?”
“No. È arrivato sano e salvo a Taipei, poi è scomparso.”
“Crede che sia rintanato là?”
“Direi di sì” disse Crosse. Ma personalmente credeva che fosse morto, già eliminato dai nazionalisti, dai comunisti, dalla mafia o dalle triadi. Chissà se faceva il doppio gioco… o il triplo gioco, il massimo dell’abilità diabolica nei servizi segreti.
“Lo troverà… o lo troveremo noi… o lo troveranno quelli di Taipei.”
“Roger, Voranskij non è servito a darle una traccia?” chiese Langan.
“No. Nessuna traccia, anche se lo tenevamo d’occhio da anni. Aveva fatto parte della missione commerciale sovietica a Bangkok, era rimasto per qualche tempo a Hanoi e a Seul, ma non aveva svolto attività clandestine, a quel che ci risulta. Una volta ebbe la faccia tosta di chiedere un passaporto britannico, e poco mancò che lo ottenesse. Per fortuna, i nostri controllano tutte le richieste, e scoprirono una falla nella sua copertura. Mi dispiace che sia morto… sapete quanto è difficile identificare le spie. È uno spreco di tempo e di fatica.” Crosse s’interruppe e accese una sigaretta. “Il grado di maggiore è elevato, e questo fa pensare che si tratti di qualcosa di molto grosso. Forse era solo un altro dei loro agenti speciali, che aveva l’ordine di gironzolare per tutta l’Asia e di tenersi sotto copertura per venti o trent’anni.”
“Quei bastardi hanno preparato i loro piani così a lungo termine che è uno schifo!” sospirò Rosemont. “Cosa farete del cadavere?”
Crosse sorrise. “Ho dato a uno dei miei che parla il russo l’incarico di chiamare il comandante della nave… Gregor Suslev. È membro del partito, naturalmente, ma abbastanza innocuo. Ha un’amichetta saltuaria con un appartamentino a Mong Kok… una barista che riceve da lui un modesto sussidiò e ha il compito di tenergli compagnia quando viene qui. Suslev va alle corse, a teatro, qualche volta a Macao a giocare d’azzardo, parla bene l’inglese. Lo teniamo sotto sorveglianza. Non voglio che una delle vostre teste calde si butti su una spia che conosciamo così bene.”
“Quindi Suslev è un frequentatore abituale di Hong Kong?”
“Sì. Fa la spola in queste acque da anni, con base a Vladivostok… è un ex comandante di sommergibili, a proposito. Qui gironzola ai margini, quasi sempre un po’ fuori fase.”
“Come sarebbe a dire?”
“Sbronzo, ma non troppo. Frequenta alcuni dei nostri rossi britannici, come Sam e Molly Finn.”
“Quelli che scrivono di continuo ai giornali?”
“Sì. Sono più una seccatura che un rischio per la sicurezza. Comunque, secondo le mie istruzioni, il mio uomo che parla russo ha detto al comandante Suslev che eravamo tremendamente addolorati, ma sembrava che uno dei suoi marinai avesse avuto un attacco cardiaco in una cabina telefonica al terminal del Golden Ferry. Suslev si è mostrato debitamente sconvolto, e piuttosto ragionevole. Nella tasca di Voranskij, ‘per puro caso’, c’era un resoconto completo della conversazione telefonica dell’assassino. L’abbiamo tradotto in russo, a ulteriore dimostrazione del nostro rammarico. Sono tutti professionisti, a bordo di quella nave, e abbastanza disincantati per sapere che noi non togliamo di mezzo i loro agenti senza un ottimo motivo e una grossa provocazione. Sanno che ci limitiamo a sorvegliare quelli che conosciamo e, se proprio siamo molto irritati, li deportiamo.” Crosse fissò Rosemont con due occhi durissimi, anche se la voce restò impassibile. “Riteniamo che i nostri metodi siano più efficaci del coltello, dello strangolamento, del veleno e dei proiettili.”
L’uomo della CIA annuì. “Ma chi poteva avere interesse a ucciderlo?”
Crosse diede un’altra occhiata alle foto. Non riconobbe i due cinesi, ma le facce erano nitide e il cadavere sullo sfondo era una prova incredibile. “Li troveremo. Dovunque siano. Quello che ha telefonato alla nostra stazione di polizia ha affermato che erano del 14K. Ma parlava sciangaiese con l’accento del dialetto ningpo, quindi è molto improbabile. Probabilmente apparteneva a una triade. Potrebbe essere del Pang Verde. Di certo, è un professionista… il coltello è stato usato in modo perfetto, con estrema decisione. Un attimo prima Voranskij era vivo, un attimo dopo era morto, e senza chiasso. Potrebbe essere uno degli agenti del servizio segreto di Ciang Kai-scek, addestrato dalla vostra CIA. O forse è della CIA coreana, egualmente addestrato da voi… anche quelli sono antisovietici, no? Forse è un agente della Repubblica Popolare Cinese, ma è improbabile. I loro agenti, di solito, non ammazzano i quai loh, e di certo non a Hong Kong.”
Rosemont annuì, senza raccogliere la critica. Porse a Crosse le altre foto. Voleva la collaborazione dell’inglese, ne aveva bisogno. “Queste sono le fotografie della casa in cui sono entrati. E la targa della strada. Il nostro uomo non sa leggere i caratteri, ma significa: ‘Via della Prima Stagione, Numero 14.’ È un vicoletto schifoso dietro il deposito degli autobus, a North Point.”
Crosse cominciò a esaminare le fotografie con estrema attenzione. Rosemont diede un’occhiata all’orologio, poi si alzò e andò all’unica finestra affacciata su una zona del porto. “Guardate!” esclamò in tono d’orgoglio.
Gli altri due lo raggiunsero. La grande portaerei nucleare, proprio in quel momento, stava doppiando North Point, diretta verso l’arsenale, dalla parte di Hong Kong. Inalberava il gran pavese, con tutte le bandiere tese nella brezza, folle di marinai biancovestiti sul ponte immenso, e file ordinate di terribili caccia a reazione. All’incirca 84.000 tonnellate. Niente fumaioli, solo un enorme, minaccioso complesso a torretta, e una pista obliqua, lunga trecentotrentacinque metri, che poteva lanciare e recuperare i caccia simultaneamente. Era la prima portaerei di una nuova generazione.
“Bella nave” disse invidioso Crosse. Era la prima volta che quel colosso entrava nel porto di Hong Kong da quando era entrato in servizio nel 1960. “Bella” ripeté, rabbioso al pensiero che fosse americana e non britannica. “Che velocità massima può raggiungere?”
“Non lo so… è un segreto, come quasi tutto il resto.” Rosemont si voltò a guardarlo. “Non può mandar via quella maledetta nave spia sovietica?”
“Sì. Potremmo anche farla saltare, ma sarebbe egualmente stupido. Stanley, si calmi, deve imparare a essere un po’ civile in queste faccende. Le riparazioni delle loro navi – e alcune ne hanno veramente bisogno – costituiscono una buona fonte di introiti e d’informazioni, e quelli pagano puntualmente. I nostri sistemi sono collaudati da anni.”
Sì, stava pensando Rosemont, senza rancore, ma i vostri sistemi non funzionano più. L’impero britannico non esiste più, il raj britannico non esiste più, e adesso abbiamo un nemico diverso, più astuto, più brutale, fanatico e totalitario, senza le regole del marchese di Queensberry e con un piano di conquista mondiale abbondantemente finanziato. Voi britannici non avete più denaro, né forza, né marina, né esercito, né aeronautica, e il vostro maledetto governo è pieno di socialisti e di putredine nemica, e noi siamo convinti che vi abbiano venduti. Siete fregati dall’interno, la vostra sicurezza è un crivello, da Klaus Fuchs e Philby giù giù fino in fondo alla scala. Gesù, abbiamo vinto per voi tutte e due quelle maledette guerre, abbiamo pagato quasi tutto di tasca nostra, ed entrambe le volte avete mandato a pallino la pace. E se non fosse per il nostro Comando Aereo Strategico, i nostri missili, la nostra forza d’attacco nucleare, la nostra marina, il nostro esercito, la nostra aeronautica, i nostri contribuenti, il nostro denaro, voi sareste tutti morti o in Siberia. E intanto, mi piaccia o no, devo trattare con voi. Abbiamo bisogno di Hong Kong, è la nostra finestra, e adesso abbiamo bisogno della vostra polizia per fare la guardia alla portaerei.
“Rog, grazie per gli uomini in più che ha messo a nostra disposizione” disse. “Le siamo molto grati.”
“Neppure noi vogliamo fastidi, finché la portaerei è qui. Bella nave. Ve la invidio.”
“Il comandante terrà sotto controllo l’equipaggio… quelli che scenderanno a terra saranno avvertiti e indottrinati a dovere, e noi collaboreremo al cento per cento.”
“Le farò avere una copia dell’elenco dei bar dai quali i marinai farebbero bene a star lontani… alcuni sono notoriamente covi di comunisti, e alcuni sono frequentati dai nostri ragazzi della Dart.” Crosse sorrise. “Qualche volta scoppiano risse.”
“Sicuro. Rog, l’uccisione di Voranskij è troppo, come coincidenza. Posso mandare qualcuno che parla sciangaiese ad assistere all’interrogatorio?”
“Se avremo bisogno d’aiuto, glielo farò sapere?”
“E adesso, possiamo avere le nostre copie degli altri rapporti inviati da Grant al tai-pan? Poi toglieremo il disturbo.”
Crosse lo fissò, irrequieto, sebbene fosse preparato a quella richiesta. “Dovrà avere l’autorizzazione da Whitehall.”
Rosemont si stupì. “Il nostro pezzo più grosso in Inghilterra è andato dal vostro Gran Padre Bianco, e l’autorizzazione è stata data. Avrebbe dovuto riceverla un’ora fa.”
“Oh?”
“Sicuro. Diavolo, non avevamo idea che Grant fosse sul libro paga del tai-pan, e tanto meno che gli passasse materiale segretissimo, santo cielo! I fili del telefono si sono arroventati da quando Ed ha avuto la copia dell’ultimo rapporto di Grant. Da Washington stanno facendo di tutto per ottenere le copie degli altri fascicoli, e stiamo tentando di rintracciare quella telefonata in Svizzera, ma…”
“Ripeta.”
“La telefonata di Kiernan. La seconda telefonata che ha fatto.”
“Non la seguo.”
Rosemont spiegò.
Crosse aggrottò la fronte. “I miei uomini non mi hanno detto niente in proposito. E neppure Dunross. Ora, perché Dunross dovrebbe aver mentito… o perché me l’avrebbe taciuto?” Riferì esattamente quel che gli aveva detto il tai-pan. “Non aveva motivo di nascondermelo, no?”
“No. Bene, Rog: il tai-pan è a posto?”
Crosse rise. “Se intende dire: è un libero imprenditore britannico e monarchico al cento per cento, interamente devoto alla sua Casa, a se stesso e alla regina – non necessariamente in quest’ordine – la risposta è sì.”
“Allora, se possiamo avere subito le nostre copie, Rog, toglieremo il disturbo.”
“Quando avrò l’approvazione di Whitehall.”
“Controlli in sala cifra… è Priorità l-4a. Dice di farci avere le copie immediatamente.”
Gli l-4a erano molto rari. E imponevano l’azione immediata.
Crosse esitò. Avrebbe voluto sfuggire dalla trappola in cui si trovava. Non osava dire a quei due che non aveva ancora i rapporti di Grant. Prese il telefono e fece un numero. “Qui Crosse. C’è qualcosa per me dalla Fonte? Un l-4a?”
“No, signore. Solo quello che le abbiamo mandato un’ora fa… lei ha firmato la ricevuta” rispose una voce femminile.
“Grazie.” Crosse depose il ricevitore. “Ancora niente” disse.
“Merda” borbottò Rosemont, poi soggiunse: “Hanno giurato che l’avevano già trasmesso e che lei l’avrebbe ricevuto prima del nostro arrivo. Dovrebbe pervenire da un momento all’altro. Se non le dispiace, aspetteremo.”
“Fra poco ho un appuntamento a Central. Facciamo per questa sera?”
I due scossero il capo. Langan disse: “Aspetteremo. Abbiamo ricevuto l’ordine di mandarli immediatamente a mano, con una scorta di ventiquattro ore su ventiquattro. Un aereo da trasporto dell’esercito deve arrivare fra poco al Kai Tak per prendere a bordo il corriere… non possiamo neppure fotocopiarli qui.”
“Non sta esagerando?”
“A questo può rispondere lei. Cosa c’è dentro?”
Crosse giocherellò con l’accendino. Portava lo stemma dell’università di Cambridge. Lo aveva fin da quando era studente. “E vero quello che Grant ha detto a proposito della CIA e della mafia?”
Rosemont lo guardò fisso. “Non lo so. Voialtri vi siete serviti di mascalzoni d’ogni genere durante la Seconda guerra mondiale. Abbiamo imparato da voi ad approfittare di quello che capita sottomano… era la vostra prima regola. E poi” aggiunse Rosemont, in tono profondamente convinto, “questa è la nostra guerra, e la vinceremo, costi quello che costi.”
“Sì, sì, dobbiamo vincerla” gli fece eco Langan, altrettanto sicuro. “Perché, se la perdiamo, addio mondo, e non ci si presenterà mai più un’altra possibilità.”
Sul ponte di comando della Sovetskij Ivanov, tre uomini puntavano i binocoli sulla portaerei nucleare. Uno era in borghese, e portava al collo un microfono collegato a un registratore. Stava facendo un commento tecnico su tutto quel che vedeva. Di tanto in tanto, gli altri due aggiungevano qualcosa. Entrambi indossavano l’uniforme della marina. Uno era il comandante Gregor Suslev, l’altro il suo primo ufficiale.
La portaerei avanzava circondata dai rimorchiatori, ma non era rimorchiata. I traghetti e i mercantili ululavano il loro benvenuto. Una banda di marines suonava sul ponte, a poppa. I marinai biancovestiti salutavano le navi che incontravano, agitando le braccia. Era una giornata molto umida, e il sole del pomeriggio gettava ombre lunghissime.
“Il comandante sa il fatto suo” disse il primo ufficiale.
“Sì. Ma con tutti quei radar potrebbe guidarla anche un bambino” rispose il comandante Suslev. Era un uomo dalle spalle massicce, con la barba, gli occhi castani di slavo profondamente incassati nel volto cordiale. “Quelle antenne paraboliche rotanti, lassù, sembrano i nuovi GE per il radar a lunga distanza. È così, Vasilij?”
L’esperto tecnico interruppe per un momento la registrazione. “Sì, compagno comandante. Ma guardi a poppa! Hanno quattro intercettatori F5 parcheggiati sul ponte di volo a destra.”
Suslev zufolò. “Ma non avrebbero dovuto entrare in servizio fino all’anno prossimo.”
“Infatti” disse l’uomo in borghese.
“Lo riferisca separatamente, appena avrà attraccato. Basta questo per ripagarci del viaggio.”
“Sì.”
Suslev regolò il binocolo, mentre la nave virava leggermente. Riuscì a vedere i supporti delle bombe degli aerei. “Quanti altri F5 ci saranno sottocoperta, e quante testate atomiche?”
Osservarono la portaerei in silenzio, per un momento.
“Forse questa volta avremo fortuna, compagno comandante” disse il primo ufficiale.
“Speriamolo. Allora la morte di Voranskij ci peserà meno.”
“Gli americani sono pazzi a portarla qui… non sanno che tutti gli agenti presenti in Asia non resisteranno alla tentazione?”
“Per noi è una fortuna che siano pazzi. Ci facilita il lavoro.” Suslev si concentrò di nuovo sugli F5 che sembravano formiche-soldato in mezzo alle altre formiche.
Intorno a lui, il ponte era ingombro di strumenti di rilevamento tecnologicamente avanzati. Un radar spazzava il porto. Un marinaio dai capelli grigi, impassibile, osservava lo schermo, dove la portaerei era un grosso, nitido blip tra le miriadi di blip.
Il binocolo di Suslev si spostò verso la minacciosa torretta della portaerei, poi seguì l’intera lunghezza della nave. Involontariamente, rabbrividì di fronte a quelle dimensioni, a quella potenza. “Dicono che non sia mai stata rifornita di combustibile… da quando è entrata in servizio nel 1960.”
Dietro di loro si aprì la porta della sala radio e un operatore si avvicinò, salutò militarmente e porse il cablo. “Urgente dal Centro, compagno comandante.”
Suslev prese il cablo e firmò la ricevuta. Era un guazzabuglio di parole prive di senso. Diede un’ultima occhiata alla portaerei, si lasciò ricadere il binocolo sul petto e abbandonò il ponte di comando. La sua cabina era poco più oltre, verso poppa. C’era una guardia sulla soglia e le due entrate del ponte di comando erano sorvegliate.
Suslev richiuse a chiave la porta della cabina e aprì la piccola cassaforte nascosta. Il cifrario era nascosto in una falsa parete. Andò a sedere alla scrivania e decifrò rapidamente il messaggio. Lo lesse con attenzione, e poi guardò nel vuoto per un momento.
Lo rilesse, poi ripose il cifrario, chiuse la cassaforte e bruciò in un portacenere il cablo. Prese il telefono. “Ponte di comando? Voglio il compagno Metkin nella mia cabina!” Mentre attendeva, si accostò all’oblò, perduto nei suoi pensieri. La cabina era in disordine. Sulla scrivania c’erano alcune fotografie di una donna grassoccia, dal sorriso timido. Altre mostravano un bel giovane in uniforme della marina militare e una ragazza. C’erano libri, una racchetta da tennis e un giornale sulla cuccetta sfatta.
Suslev sentì bussare e andò ad aprire la porta. Davanti a lui stava il marinaio che poco prima sorvegliava lo schermo del radar.
“Avanti, Dimitri.” Suslev indicò il cablo decifrato e richiuse la porta alle spalle del nuovo venuto.
Il marinaio era basso e tozzo, aveva i capelli grigi e un bel volto. Era il commissario politico, e perciò era un ufficiale superiore, a bordo. Prese il messaggio decifrato. Diceva: “Priorità Uno. Gregor Suslev. Assuma compiti e responsabilità di Voranskij immediatamente. Londra riferisce massimo interesse CIA e MI-6 per informazioni contenute in fascicoli con copertina azzurra passati a Ian Dunross di Struan da coordinatore servizi segreti britannici Grant. Ordini a Arthur procurarsi immediatamente copie. Se Dunross ha distrutto copie, invii per cablo piano per impadronirsi di lui e interrogarlo con mezzi chimici.” Il volto del marinaio s’incupì. Alzò gli occhi verso il comandante Suslev. “Grant? Alan Medford Grant?”
“Sì.”
“Che possa bruciare all’inferno per mille anni.”
“Brucerà, se c’è giustizia in questo mondo o nell’altro.” Suslev sorrise, tetro. Andò a un armadietto e tirò fuori una bottiglia di vodka e due bicchieri. “Ascolti, Dimitri, se io non tornassi, assuma lei il comando.” Porse la chiave. “Apra la cassaforte. Ci sono le istruzioni per decifrare e tutto il resto.”
“Mi lasci andare al suo posto, questa sera. Lei è più impor…”
“No. Grazie, vecchio amico.” Suslev gli batté le mani sulle spalle, affettuosamente. “In caso d’incidente, assuma il comando e porti a termine la missione. È ciò che si deve fare.” Brindò con lui. “Non si preoccupi. Andrà tutto bene” disse, soddisfatto di poter fare quel che voleva, contento del suo lavoro e della sua posizione. Era, segretamente, il vicecontrollore in Asia per la Prima Direzione del KGB, Sesto Dipartimento, responsabile di tutte le attività clandestine in Cina, nella Corea del Nord e nel Vietnam; docente dell’Università di Vladivostok, Dipartimento Affari Esteri, Controspionaggio-2A; colonnello del KGB; e soprattutto, un importante membro del partito in Estremo Oriente. “Il Centro ha dato l’ordine. Deve coprirci le spalle qui. Eh?”
“Certo. Non si preoccupi di questo, Gregor. Posso provvedere a tutto. Ma sono in pensiero per lei” disse Metkin. Avevano navigato insieme parecchi anni, e provava un grande rispetto per Suslev, sebbene non sapesse da dove gli veniva tutta la sua autorità. Qualche volta provava la tentazione di scoprirlo. Stai invecchiando, si disse. L’anno prossimo andrai in pensione, e forse avrai bisogno di amici potenti, e l’unico modo per ottenere l’aiuto di amici potenti è conoscere i loro scheletri nell’armadio. Ma, Suslev o non Suslev, andrai in pensione meritatamente e onorevolmente, tranquillo a casa tua in Crimea. Il cuore di Metkin batté più forte al pensiero di quella campagna magnifica e del clima meraviglioso del Mar Nero. Sognava di passare il resto della sua vita in pace, insieme a sua moglie, e di vedere qualche volta suo figlio, un ufficiale del KGB attualmente a Washington, senza più rischi e pericoli.
Oh, Dio, proteggi mio figlio dal tradimento e dagli errori, pregò fervidamente; e all’improvviso fu pervaso da un’ondata di nausea, come sempre, per timore che i suoi superiori venissero a sapere che in segreto era un credente e che i suoi genitori contadini l’avevano allevato nella fede ortodossa. Se l’avessero saputo, per lui non ci sarebbe stata la pensione in Crimea, ma un gelido paesetto sperduto, e non avrebbe mai avuto una vera casa.
“Voranskij” disse, nascondendo cautamente, come sempre, il suo odio per quell’uomo. “Era un agente importante, eh? In cosa ha sbagliato?”
“È stato tradito, ecco il suo problema” disse oscuramente Suslev. “Troveremo i suoi assassini e la pagheranno. Se c’è il mio nome scritto su un altro coltello…” Scrollò le spalle, poi versò altra vodka, con una risata. “E con questo, eh? È nel nome della causa, del partito e della Madre Russia!”
Brindarono e vuotarono i bicchieri.
“Quando scenderà a terra?”
Suslev strinse i denti, trangugiando il liquore. Poi si sentì dentro un piacevole calore, e le sue ansie e i suoi terrori gli apparvero meno reali. Fece un cenno in direzione dell’oblò. “Non appena quella sarà ormeggiata e al sicuro” disse ridendo. “Ah, ma è una gran bella nave, eh?”
“Non abbiamo niente che la valga, comandante, no? O che valga quei caccia. Niente.”
Suslev sorrise e si versò altra vodka. “No, compagno. Ma se il nemico non ha la volontà di resistere, può avere anche cento portaerei come quella, e non serviranno a nulla.”
“Sì, ma gli americani sono strani. A un generale potrebbe dar di volta il cervello, e allora potrebbero cancellarci dalla faccia della terra.”
“Sono d’accordo. Adesso potrebbero farlo, ma non lo faranno. Non ne hanno il coraggio.” Suslev bevve ancora. “E fra un po’? Ancora un po’ di tempo, e li sistemeremo per le feste!” Sospirò. “Sarà una gioia incominciare.”
“Sarà terribile.”
“No, una guerra breve e quasi incruenta contro l’America, e il resto crollerà da quel cadavere putrefatto che è.”
“Quasi incruenta? E le loro bombe atomiche? Le bombe all’idrogeno?”
“Non useranno mai le atomiche e i missili contro di noi, hanno troppa paura dei nostri, anche adesso! Perché sono sicuri che noi li useremo.”
“Li useremo davvero?”
“Non so. Certi comandanti lo farebbero. Non so. Di certo, li useremmo per rappresaglia. Ma per primi? Non lo so. La minaccia sarà più che sufficiente. Sono sicuro che non avremo mai bisogno di una vera guerra.” Suslev diede fuoco a un angolo del messaggio decifrato e lo mise nel portacenere. “Altri vent’anni di distensione – ah, il russo che l’ha inventata è un genio! – e avremo una marina più numerosa ed efficiente della loro, forze aeree più numerose ed efficienti delle loro. Già adesso abbiamo più carri armati e più soldati, ma senza le navi e gli aerei dobbiamo attendere. Un’attesa di vent’anni non è troppo lunga: e poi, la Madre Russia dominerà la terra.”
“E la Cina? La Cina?”
Suslev trangugiò la vodka e riempì di nuovo i due bicchieri. Ormai la bottiglia era vuota. La buttò sulla cuccetta. Fissò la carta che bruciava torcendosi e crepitando nel portacenere. “Forse la Cina è l’unico posto dove useremo le nostre atomiche” disse, tranquillamente. “Là non c’è niente che possa esserci utile. Niente. Così risolveremmo il problema cinese una volta per tutte. Quanti uomini in età adatta per il servizio militare avevano, secondo l’ultima stima?”
“Centosedici milioni tra i diciotto e i venticinque anni.”
“Ci pensi! Centosedici milioni di diavoli gialli lungo ottomila chilometri delle nostre frontiere… e poi gli stranieri dicono che la Cina ci rende paranoici!” Suslev sorseggiò la vodka, lentamente questa volta. “Le atomiche risolverebbero per sempre il nostro problema cinese. Un sistema rapido, semplice e definitivo.”
L’altro annuì. “E quel Dunross? I rapporti di Grant?”
“Ce li faremo dare da lui. Dopotutto, Dimitri, uno dei nostri è della famiglia, un altro è un suo socio, un altro è nella Special Intelligence, ci sono Arthur e il Sevrin dovunque si volti, e poi abbiamo una dozzina di decadenti su cui contare nel suo parlamento, e qualcuno nel suo governo.” Risero entrambi.
“E se avesse distrutto i fascicoli?”
Suslev scrollò le spalle. “Dicono che abbia una memoria fotografica.”
“Lo interrogherebbe qui?”
“Sarebbe pericoloso effettuare troppo in fretta un interrogatorio col pentotal. Io non l’ho mai fatto. E lei?”
“No.”
Il comandante aggrottò la fronte. “Quando inoltrerà il rapporto, questa sera, dica al Centro di tenere pronto un esperto, caso mai ne avessimo bisogno… Koronskij di Vladivostok, se è disponibile.”
Dimitri annuì, perduto nei suoi pensieri. Il Guardian di quella mattina, sulla cuccetta del comandante, attirò il suo sguardo. Andò a prenderlo, e gli occhi gli si illuminarono. “Gregor… se dovessimo trattenere Dunross, perché non dare la colpa a loro? Così avrebbe tutto il tempo necessario!” Il titolo a caratteri cubitali diceva: ARRESTO DI SOSPETTI NEL SEQUESTRO DEI LUPI MANNARI. “Se Dunross non tornasse… forse il nostro uomo diventerebbe tai-pan! Eh?”
Suslev ridacchiò. “Dimitri, lei è un genio.”
Rosemont diede un’occhiata all’orologio. Aveva atteso abbastanza. “Rog, posso usare il suo telefono?”
“Certamente” disse Crosse.
Rosemont spense la sigaretta e fece il numero del centralino della CIA, al consolato.
“Qui Rosemont… mi dia il 2022.” Era il centro comunicazioni della CIA.
“2022. Qui Chapman… chi parla?”
“Rosemont. Salve, Phil. Niente di nuovo?”
“No. Solo Marty Povitz segnala un’intensa attività sul ponte di comando dell’Ivanov. Hanno binocoli potentissimi. Tre individui, Stan. Uno è in borghese, gli altri sono il comandante e il primo ufficiale. Una delle loro antenne radar a breve portata sta facendo gli straordinari. Vuole che avvertiamo il comandante della Corregidor?”
“No, che diavolo, non c’è bisogno di metterlo in agitazione più del necessario. Senta, Phil, abbiamo ricevuto conferma del nostro 40-41?”
“Sicuro, Stan. È arrivata alle… aspetti un attimo… è arrivata alle 16 e 03, ora locale.”
“Grazie, Phil, ci vediamo.”
Rosemont accese un’altra sigaretta. Langan, che non fumava, lo guardava con aria seccata, ma non diceva nulla, dato che fumava anche Crosse.
“Rog, a che gioco sta giocando?” chiese Rosemont in tono aspro, facendo sussultare Langan. “Lei ha ricevuto il suo Priorità l-4a alle 16 e 03, contemporaneamente a noi. Perché ci fa perdere tempo?”
“Al momento lo ritengo opportuno” rispose Crosse, garbato.
Rosemont arrossì. Arrossì anche Langan. “Bene, io no, e noi abbiamo avuto l’ordine ufficiale di ritirare subito le nostre copie.”
“Mi dispiace, Stanley.”
Rosemont era avvampato fino al collo, ma si dominò. “Non intende obbedire all’l-4a?”
“Al momento no.”
Rosemont si alzò e si diresse verso la porta. “Okay, Rog, ma non gliela lasceranno passare liscia.” Tirò il chiavistello, spalancò la porta e uscì. Langan si alzò, altrettanto cupo in volto.
“Qual è la vera ragione, Roger?” chiese.
Crosse ricambiò lo sguardo, calmissimo. “La ragione di che cosa?”
Ed Langan stava per infuriarsi, ma all’improvviso si frenò, sgomento. “Gesù, Roger, non li ha ancora avuti? È così?”
“Suvvia, Ed” fece disinvolto Crosse. “Proprio lei dovrebbe conoscere bene la nostra efficienza.”
“Questa non è una risposta, Roger. Li ha o non li ha?” Gli occhi dell’agente dell’FBI si fissarono con fermezza su Crosse, ma inutilmente. Poi uscì e si chiuse la porta alle spalle. Immediatamente, Crosse premette l’interruttore nascosto. Il chiavistello tornò al suo posto. Un altro interruttore nascosto spense il registratore. Crosse prese il telefono e fece un numero. “Brian? Ha saputo niente da Dunross?”
“No, signore.”
“Mi aspetti al pianterreno, subito. Con Armstrong.”
“Sì, signore.”
Crosse riattaccò. Tirò fuori il mandato di arresto con l’intestazione: AI SENSI DELLA LEGGE SUI SEGRETI DI STATO. Aggiunse in fretta “Ian Struan Dunross” e firmò entrambe le copie. Ne tenne una e rimise l’altra nel cassetto. Girò lo sguardo sull’ufficio, controllando. Soddisfatto, infilò delicatamente un pezzetto di carta nella commessura del cassetto, in modo che lui solo avrebbe potuto sapere se qualcuno l’avesse aperto o avesse cercato di manometterlo. Uscì. I pesanti chiavistelli di sicurezza scattarono alle sue spalle.