Ore 18,20
Il tai-pan e Roger Crosse s’incamminarono sui sassolini bianchi del viale, verso l’ingresso del palazzo del governatore. Brian Kwok attendeva accanto alla macchina della polizia. Il portone si aprì e una giovane guardia della Marina Reale li accolse educatamente e li fece entrare in un’elegante anticamera.
Sua Eccellenza Sir Geoffrey Allison, decorato del Distinguished Service Order e cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico, era un uomo dai capelli color stoppa, prossimo alla sessantina, elegante, dalla voce gentile e dal carattere inflessibile. Li guardò, dalla sua scrivania d’antiquariato. “Buonasera” disse cordiale, e li invitò a sedere con un cenno. La guardia chiuse la porta e li lasciò soli. “A quanto pare siamo nei guai, Roger. Ian ha certi oggetti privati, di sua legittima proprietà, ed è riluttante a consegnarli a lei…”
“Li voglio legalmente, signore. Ho l’autorizzazione di Londra, ai sensi della Legge sui Segreti di Stato.”
“Sì, lo so, Roger. Ho parlato con il ministro un’ora fa. Ha detto, e io sono perfettamente d’accordo, che non possiamo arrestare Ian e metterci a perquisire la Nobil Casa. Non sarebbe molto corretto e neppure molto sensato, anche se ci teniamo moltissimo a ottenere i rapporti di Grant. Come non sarebbe corretto né sensato procurarceli con metodi da cappa e spada… cose del genere, insomma. Le pare?”
Crosse disse: “Se Ian collaborasse, tutto questo non sarebbe necessario. Gli ho fatto notare che è coinvolto il governo di Sua Maestà. Ma sembra che lui non voglia capirlo, signore. Dovrebbe collaborare.”
“Sono d’accordo. Il ministro ha detto la stessa cosa. Naturalmente, quando Ian è venuto qui, questa mattina, ha spiegato le ragioni che lo spingono a essere così… così prudente… ottime ragioni, mi consenta di dirlo! Anche il ministro è d’accordo.” Gli occhi grigi del governatore divennero penetranti. “Chi è, di preciso, l’agente comunista infiltrato nella mia polizia? Chi sono gli altri infiltrati nel Sevrin?”
Vi fu un lungo silenzio. “Non lo so, signore.”
“E allora abbia la cortesia di scoprirlo molto in fretta. Ian mi ha fatto leggere il rapporto di Grant che lei ha intercettato.” Con il viso chiazzato di rossore, il governatore citò: “‘… queste informazioni dovrebbero essere trasmesse privatamente al commissario della polizia o al governatore, se possono venir considerati fidati…’ Santo cielo! Cosa sta succedendo a questo mondo?”
“Non lo so, signore.”
“Bene, e invece dovrebbe saperlo, Roger. Sì.” Il governatore li scrutò. “Dunque. E la talpa? Chi potrebbe essere?”
“Lei, io, Dunross, Havergill, Armstrong… chiunque” disse prontamente Crosse. “Ma con una caratteristica: credo che sia uno così invischiato che probabilmente ha quasi dimenticato chi è in realtà, o quali siano i suoi veri interessi e la sua fede politica. Deve essere molto speciale… come tutti quelli del Sevrin.” Crosse fissò Dunross. “Devono essere speciali… i controlli dell’SI sono veramente efficienti, e anche quelli della CIA, eppure finora non avevamo avuto il minimo sentore del Sevrin.”
Dunross chiese: “Come farà a prenderlo?”
“E lei, come farà a prendere il suo infiltrato nella Struan?”
“Non ne ho idea.” La spia del Sevrin può essere lo stesso individuo che ha consegnato a Bartlett i nostri segreti? si stava chiedendo Dunross, irrequieto. “Se è così importante, è uno dei sette… impensabile.”
“E allora ha capito” disse Crosse. “È tutto impensabile, ma uno è una spia. Se ne prendiamo uno, probabilmente riusciremo a farci dire i nomi degli altri, se li conosce.” Gli altri due uomini si sentirono agghiacciare, alla calma cattiveria della sua voce. “Ma per prenderlo, è necessario che commetta un errore, o che noi abbiamo un po’ di fortuna.”
Il governatore rifletté un momento. Poi disse: “Ian mi assicura che nei rapporti precedenti non ci sono nomi… né indizi. Quindi gli altri fascicoli non ci sarebbero di alcuna utilità immediata.”
“Potrebbero esserlo in altri campi, signore.”
“Lo so.” Quelle parole vennero pronunciate quasi sottovoce, ma dicevano: stai zitto, e aspetta che io abbia finito. Sir Geoffrey lasciò che il silenzio si protraesse per un po’. “Quindi, a quanto sembra, il nostro problema si riduce a questo: chiedere a Ian di collaborare. Ripeto: riconosco che la sua prudenza è giustificata.” Il governatore s’incupì. “Philby, Burgess e Maclean ci hanno insegnato la lezione. Devo confessare che, ogni volta che chiamo Londra, mi chiedo se sto parlando con un altro maledetto traditore.” Si soffiò il naso nel fazzoletto. “Bene, basta così. Ian, la prego di spiegare a Roger a quali condizioni consegnerà i rapporti di Grant.”
“Li consegnerò personalmente al capo o al vice dell’MI-5 o dell’MI-6, purché Sua Eccellenza mi garantisca per iscritto che l’uomo al quale li consegno sia colui che afferma di essere.”
“Il ministro ha accettato, signore?”
“Se lei è d’accordo, Roger.” Ancora una volta, il tono era cortese, ma il senso era: sarà meglio che tu sia d’accordo, Roger.
“Sta bene, signore. Il signor Sinders ha accettato?”
“Sarà qui venerdì, se piacerà alla BOAC.”
“Sì, signore.” Roger Crosse lanciò un’occhiata a Dunross. “Sarà bene che custodisca io i fascicoli, fino a quel momento. Può consegnarmi una busta sigill…”
Dunross scrollò il capo. “Saranno al sicuro fino a quando li consegnerò.”
Anche Crosse scrollò il capo. “No. Se lo sappiamo noi, possono saperlo altri. E gli altri non hanno paura di sporcarsi le mani. Dobbiamo sapere dove sono quei rapporti… sarà bene che li facciamo sorvegliare, ventiquattro ore su ventiquattro.”
Sir Geoffrey annuì. “Le sta bene, Ian?”
Dunross rifletté per un momento. “Mi sta bene. Li ho depositati in un sotterraneo della Victoria Bank.” Il collo di Crosse avvampò, quando Dunross tirò fuori una chiave e la posò sulla scrivania. I numeri erano meticolosamente limati. “Ci sono circa mille cassette di sicurezza. Il numero lo conosco io solo. Questa è l’unica chiave. Se vuol tenerla lei, Sir Geoffrey. Poi… ecco, è tutto ciò che posso fare per evitare rischi.”
“Roger?”
“Sì, signore. Se lei è d’accordo.”
“Là sono indubbiamente al sicuro. Di certo, non è possibile scassinare tutte le cassette. Bene, allora è tutto sistemato. Ian, il mandato è revocato. Ian, lei s’impegna a consegnarli a Sinders appena arriverà?” Gli occhi del governatore divennero di nuovo penetranti. “Ho già avuto abbastanza guai per questa storia.”
“Sì, signore.”
“Bene. Allora tutto è risolto. Non si sa ancora niente del povero John Chen, Roger?”
“No, signore. Stiamo tentando di tutto.”
“Una faccenda terribile. Ian, cos’è questa storia della Ho-Pak? Sono davvero in difficoltà?”
“Sì, signore.”
“Andranno a picco?”
“Non so. Sembra di sì.”
“Peccato! Non mi piace affatto. Danneggia la nostra immagine. E l’accordo con la Par-Con?”
“Promette bene. Spero di poterle dare una buona notizia la settimana prossima, signore.”
“Magnifico. Qualche grossa azienda americana, qui, ci farebbe comodo.” Sir Geoffrey sorrise. “Ho saputo che la ragazza è affascinante! A proposito, domani arriverà da Pechino la delegazione commerciale del Parlamento. Li inviterò giovedì… verrà anche lei, naturalmente.”
“Sì, signore. Un pranzo per soli uomini?”
“Sì. Buona idea.”
“Io li inviterò alle corse di sabato… quelli in soprannumero potranno trovar posto nel palco della banca, signore.”
“Bene. Grazie, Ian. Roger, se può dedicarmi un attimo…”
Dunross si alzò, strinse la mano al governatore e uscì. Sebbene fosse arrivato insieme a Crosse con la macchina della polizia, la sua Rolls Royce lo stava aspettando. Brian Kwok l’intercettò. “Come è andata, Ian?”
“Mi è stato chiesto di lasciare al suo capo il compito di dirglielo” rispose Dunross.
“Giusto. Si fermerà ancora molto?”
“Non lo so. È tutto a posto, Brian. Non c’è da preoccuparsi. Credo di aver risolto il dilemma nel modo giusto.”
“Lo spero. Mi dispiace… una gran brutta storia.”
“Sì.” Dunross prese posto sul sedile posteriore della Silver Cloud. “Golden Ferry” disse seccamente.
Sir Geoffrey versò lo sherry in due squisite coppe di porcellana. “Questa faccenda di Grant è veramente spaventosa, Roger” disse. “Purtroppo non ho ancora fatto il callo ai tradimenti e al gioco sporco del nemico… dopo tutto questo tempo.” Sir Geoffrey era sempre stato nel servizio diplomatico, esclusi gli anni di guerra, quando era stato ufficiale di stato maggiore dell’esercito britannico. Parlava russo, mandarino, francese e italiano. “Spaventoso.”
“Sì, signore.” Crosse lo scrutò. “È sicuro di potersi fidare di Ian?”
“Venerdì lei non avrà bisogno dell’autorizzazione di Londra per procedere. Ha un ordine in Consiglio. Venerdì ci impadroniremo di quei documenti.”
“Sì, signore.” Crosse prese la coppa di porcellana, imbarazzato da quella fragilità. “Grazie, signore.”
“Le consiglio di tenere sempre due uomini di guardia ai sotterranei della banca, uno dell’SI, uno del CID per maggior sicurezza; e un agente in borghese per tener d’occhio il tai-pan… con discrezione, naturalmente.”
“Per la banca, darò disposizioni prima di andarmene. In quanto a Ian, l’ho già messo sotto sorveglianza.”
“Lo ha già fatto?”
“Sì, signore. Prevedevo che avrebbe manipolato la situazione nel proprio interesse. Ian è molto furbo. Dopotutto, il tai-pan della Nobil Casa non può essere uno stupido.”
“No. Salute!” Le coppe si toccarono. La porcellana tintinnò delicatamente. “Questo tai-pan è il più in gamba con cui abbia avuto a che fare.”
“Ian le ha accennato di aver riletto recentemente tutti i rapporti, signore? Stanotte, per esempio?”
Sir Geoffrey aggrottò la fronte, ripensando al colloquio della mattina. “Non credo. Aspetti un momento, ha detto… ha detto, esattamente: ‘La prima volta che ho letto i rapporti, ho pensato che alcune delle idee di Grant fossero assurde. Ma adesso… adesso che è morto, ho cambiato idea…’ Questo potrebbe sottintendere che li ha riletti di recente. Perché?”
Crosse stava esaminando controluce la porcellana sottile come un foglio di carta. “Ho sentito dire spesso che ha una memoria eccezionale. Sei fascicoli nel sotterraneo sono irraggiungibili… ecco, non vorrei che il KGB tentasse di sequestrarlo.”
“Buon Dio, non penserà davvero che siano tanto stupidi! Il tai-pan?”
“Dipende dall’importanza che attribuiscono a quei rapporti, signore” disse spassionatamente Crosse. “Forse la nostra sorveglianza dovrebbe essere abbastanza scoperta… così si spaventerebbero, se avessero in mente un progetto del genere. Potrebbe parlargliene, signore?”
“Certamente.” Sir Geoffrey prese un appunto. “Buona idea. Maledetta faccenda. È possibile che i Lupi Mannari… è possibile che ci sia un legame tra i fucili di contrabbando e il sequestro di John Chen?”
“Non so, signore. Per ora. Ho incaricato Armstrong e Brian Kwok di occuparsi del caso. Se c’è un collegamento, lo scopriranno.” Crosse osservò il riflesso del sole morente sulla trasparenza azzurra della porcellana che sembrava esaltare lo splendore dorato dello sherry La Ina. “Interessante, il gioco dei colori.”
“Sì. Sono T’ang Ying… hanno preso nome dal direttore della fabbrica dell’imperatore, nel 1736. L’imperatore Ch’en Leung, per l’esattezza.” Sir Geoffrey alzò gli occhi su Crosse. “Una spia nella mia polizia, nel mio Ufficio Coloniale, nel mio dipartimento del Tesoro, nella base navale, nella Victoria, nella compagnia dei telefoni e persino nella Nobil Casa. Potrebbero paralizzarci e creare guai a non finire con la Repubblica Popolare Cinese.”
“Sì, signore.” Crosse scrutò la coppa. “Sembra impossibile che sia così sottile. Non avevo mai visto un esemplare come questo.”
“Lei è collezionista?”
“No, signore. Purtroppo non me ne intendo.”
“Queste sono le mie preferite, Roger. Sono rarissime. Sono chiamate t’o t’ai… senza corpo. Sono così sottili che l’invetriatura esterna e quella interna sembrano toccarsi.”
“Mi fa quasi paura tenerla in mano.”
“Oh, sono solidissime. Delicate, certo, ma solide. Chi potrebbe essere Arthur?”
Crosse sospirò. “In questo rapporto non ci sono indizi. Niente di niente. L’ho letto cinquanta volte. Deve esserci qualcosa negli altri, qualunque cosa pensi Dunross.”
“È possibile.”
La tazza delicata sembrava affascinare Crosse. “La porcellana è argilla, no?”
“Sì. Ma questo tipo è fatto con un miscuglio di due argille, Roger: caolino – dal distretto montuoso di Kingtehchen dove lo si trova – e pan tun tse, i cosiddetti piccoli blocchi bianchi. I cinesi dicono che sono la carne e le ossa della porcellana.” Sir Geoffrey si accostò all’elegante tavolo dal piano di pelle che fungeva da bar e prese la caraffa. Era alta una ventina di centimetri e traslucida, quasi trasparente. “Anche l’azzurro è straordinario. Quando il pezzo è asciutto, vi viene soffiato sopra il cobalto in polvere con una canna di bambù. Il colore è dato da migliaia di minuscole particelle azzurre. Poi il pezzo viene invetriato e cotto a circa 1300 gradi.” La posò di nuovo sul bar, compiaciuto della vista e del contatto di quel capolavoro artigianale.
“Straordinario.”
“Un editto imperiale ne vietava l’esportazione. Noi guai loh avevamo diritto solo a oggetti fatti di hua shih o tun ni… argilla da mattoni.” Sir Geoffrey guardò di nuovo la sua coppa, con aria da intenditore. “Il genio che fece questa guadagnava probabilmente 100 dollari l’anno.”
“Forse era pagato anche troppo” disse Crosse, e i due si scambiarono un sorriso.
“Forse.”
“Troverò Arthur, signore, e anche gli altri. Ci può contare.”
“Purtroppo ci devo contare, Roger. Il ministro è d’accordo con me. Lui dovrà informare il primo ministro… e i capi di Stato Maggiore.”
“Allora l’informazione passerà per chissà quante mani, e i nemici verranno inevitabilmente a sapere che forse siamo sulle loro tracce.”
“Sì. Quindi dovremo agire in fretta. Le ho comprato quattro giorni di respiro, Roger. Il ministro non passerà la notizia, prima di quel momento.”
“Comprato, signore?”
“Figurativamente parlando. Nella vita si ricevono e si firmano cambiali… anche nel corpo diplomatico.”
“Sì, signore. La ringrazio.”
“Non si sa niente sul conto di Bartlett e della signorina Casey?”
“No, signore. Rosemont e Langan hanno chiesto dossier aggiornati. Sembra che ci sia qualche collegamento fra Bartlett e Banastasio… non sappiamo ancora esattamente di che si tratti. Lui e la signorina Tcholok sono stati a Mosca, il mese scorso.”
“Ah!” Sir Geoffrey riempì di nuovo le coppe. “Cosa ne ha fatto, poi, di quel povero Voranskij?”
“Ho fatto riportare il cadavere alla nave, signore.” Crosse riferì il suo incontro con Rosemont e Langan e parlò delle fotografie.
“Che colpo di fortuna! I nostri cugini si stanno facendo furbi” disse il governatore. “Farà bene a trovare gli assassini prima del KGB… e della CIA, eh?”
“Ho fatto circondare la casa. Appena quelli compariranno, li prenderemo. Non permetteremo loro di comunicare con nessuno, naturalmente. E ho stretto le maglie della rete di sicurezza intorno all’Ivanov. Nessun altro riuscirà a passare, le assicuro. Nessuno.”
“Bene. Il commissario di polizia dice che ha ordinato a quelli del CID di stare più attenti.” Sir Geoffrey rifletté un momento. “Invierò una minuta al ministro, per il fatto che lei non ha obbedito all’1-4a. Il collegamento americano a Londra andrà su tutte le furie, ma date le circostanze, lei come poteva obbedire?”
“Se posso dare un consiglio, sarebbe meglio pregarlo di non dire che non abbiamo ancora i fascicoli. Anche questa informazione potrebbe finire in mani sbagliate. È meglio lasciar stare, finché possiamo.”
“Sì, sono d’accordo.” Il governatore sorseggiò lo sherry. “Il laissez-faire è una politica molto saggia, no?”
“Sì, signore.”
Sir Geoffrey diede un’occhiata all’orologio. “Gli telefonerò fra pochi minuti: lo troverò prima di pranzo. Bene. Ma c’è un problema che non posso lasciar perdere: l’Ivanov. Questa mattina ho saputo dal nostro intermediario non ufficiale che Pechino vede con la massima preoccupazione la presenza di quella nave.” Il portavoce non ufficiale della Repubblica Popolare Cinese a Hong Kong e il più alto funzionario comunista era attualmente, a quanto si sapeva, uno dei vicepresidenti della Bank of China, la banca centrale della Cina, attraverso la quale passavano tutti gli scambi con l’estero e il miliardo di dollari statunitensi guadagnati con forniture di beni di consumo e di quasi tutti i viveri e l’acqua di Hong Kong. La Gran Bretagna aveva sempre sostenuto con molta intransigenza che Hong Kong era territorio britannico, una colonia della Corona. In tutta la storia di Hong Kong, dal 1841, la Gran Bretagna non aveva mai permesso che un rappresentante ufficiale cinese risiedesse nella colonia. Mai.
“Si è agitato molto, per la faccenda dell’Ivanov” continuò Sir Geoffrey. “E ci teneva a far presente l’estremo dispiacere di Pechino per il fatto che qui c’è una nave spia sovietica. Ha addirittura insinuato che avrei fatto bene a espellerla… Dopotutto, ha detto, abbiamo saputo che una delle spie del KGB si è fatta ammazzare sul vostro territorio. L’ho ringraziato per il suo interessamento e gli ho detto che avrei informato i miei superiori… a tempo debito.” Sir Geoffrey centellinò lo sherry. “Stranamente, non mi è sembrato affatto irritato per la presenza della portaerei nucleare.”
“Strano!” Anche Crosse era sorpreso.
“Indica un altro cambiamento di politica… un netto, significativo cambiamento in politica estera, il desiderio di far pace con gli Stati Uniti? Non riesco a crederlo. Tutto indica un odio patologico per gli USA.”
Il governatore sospirò e riempì ancora le coppe. “Se sapessero che esiste il Sevrin, che qui abbiamo il terreno minato sotto i piedi… Dio onnipotente, andrebbero in convulsioni, e a ragione!”
“Troveremo i traditori, signore, non si preoccupi. Li troveremo!”
“Li troveremo? È quel che mi domando.” Sir Geoffrey sedette alla finestra e guardò i prati curatissimi, il giardino all’inglese, i cespugli e le aiuole circondati dall’alto muro bianco, nel tramonto. Sua moglie stava tagliando fiori, aggirandosi tra le aiuole in fondo al giardino, seguita da un giardiniere cinese dall’aria acida. Sir Geoffrey la guardò per un momento. Erano sposati da trent’anni e avevano tre figli, ormai sposati anche loro, e avevano ancora un rapporto cordiale e sereno. “Sempre traditori” disse, tristemente. “I sovietici li usano da maestri. È così facile per i traditori del Sevrin spargere un po’ di veleno qua e là, così facile sconvolgere la Cina, povera Cina, che è già xenofoba per conto suo! Oh, com’è facile far dondolare la barca, qui! E soprattutto, chi è la sua spia? La talpa nella polizia? Deve essere almeno un ispettore capo, per aver accesso a quelle informazioni.”
“Non ne ho idea. Se l’avessi, l’avrei neutralizzato da un pezzo.”
“Cosa intende fare con il generale Jen e i suoi agenti clandestini nazionalisti?”
“Li lascerò in pace… sono bloccati da mesi. È molto meglio lasciare in situ agenti nemici già noti che dover stanare i loro sostituti.”
“Sono d’accordo… senza dubbio, verrebbero sostituiti tutti. I loro e i nostri. È triste, molto triste. Lo facciamo noi, e lo fanno loro. È molto triste e molto stupido… questo mondo è un paradiso, potrebbe essere un paradiso.”
Un’ape venne a ronzare alla finestra e poi s’involò di nuovo nel giardino quando Sir Geoffrey scostò la tenda. “Il ministro mi ha chiesto di provvedere affinché ai nostri membri del Parlamento – la delegazione commerciale che tornerà domani dalla Cina – venga assicurata una protezione perfetta, giudiziosa e assolutamente discreta.”
“Sì, signore. Capisco.”
“Sembra che uno o due dei membri della delegazione potrebbero essere futuri ministri, se il partito laburista dovesse vincere. Sarebbe bene che la colonia facesse un’ottima impressione.”
“Crede che abbiano qualche possibilità, la prossima volta? I laburisti?”
“Non mi pronuncio su queste cose, Roger.” La voce del governatore era carica di rimprovero. “Non mi occupo della politica dei partiti… io rappresento Sua Maestà la regina. Ma personalmente, vorrei che alcuni dei loro estremisti se ne andassero e ci lasciassero in pace, perché è chiaro che in buona misura la loro filosofia socialista di sinistra è estranea al modo di vita inglese.” Sir Geoffrey s’indurì. “È evidente che alcuni di loro aiutano il nemico, consapevolmente o inconsapevolmente. E dacché siamo in argomento, tra i nostri ospiti c’è qualcuno pericoloso per la sicurezza?”
“Dipende da quello che intende, signore. Due sono sindacalisti di sinistra, veri fanatici… Robin Grey e Lochin Donald McLean. McLean ostenta apertamente la sua affiliazione al partito comunista britannico. Figura ai primi posti nel nostro elenco di sicurezza. Tutti gli altri socialisti sono moderati. I parlamentari conservatori sono moderati, tutti del ceto medio, tutti ex militari. Uno è piuttosto imperialista, il rappresentante del partito liberale, Hugh Guthrie.”
“E i fanatici? Anche loro sono ex militari?”
“McLean era un minatore, o almeno lo era il padre. Per quasi tutta la sua carriera di comunista è stato delegato sindacale nelle zone minerarie della Scozia. Robin Grey era nell’esercito, capitano di fanteria.”
Sir Geoffrey alzò la testa. “Di solito gli ex capitani non sono sindacalisti fanatici, no?”
“No, signore.” Crosse sorseggiò lo sherry, assaporandolo, e assaporando ancor più quel che sapeva. “E non sono imparentati con un tai-pan.”
“Eh?”
“Robin Grey è il fratello di Penelope Dunross.”
“Buon Dio!” Sir Geoffrey lo fissò sbalordito. “Ne è sicuro?”
“Sì, signore.”
“Ma perché lui… perché Ian non ne ha mai parlato?”
“Non so, signore. Forse si vergogna. Di sicuro, il signor Grey è l’esatto contrario della signora Dunross.”
“Ma… Per l’anima mia, ne è proprio sicuro?”
“Sì, signore. Per la verità, è stato Brian Kwok a notare la parentela. Per puro caso. I membri del Parlamento hanno dovuto fornire le solite informazioni personali alla Repubblica Popolare Cinese per ottenere i visti; data di nascita, professione, parenti prossimi, eccetera. Brian stava facendo, un controllo per assicurarsi che tutti i visti fossero in ordine ed evitare difficoltà al confine. Ha notato, per caso, che il signor Grey aveva indicato come parente più prossima la sorella, Penelope Grey, con un indirizzo, Castle Avisyard, ad Ayr. Brian ricordava che quello era l’indirizzo della famiglia Dunross, in patria.” Crosse estrasse il portasigarette d’argento. “Le dispiace se fumo, signore?”
“No, la prego, faccia pure.”
“Grazie. È stato circa un mese fa. Ho pensato che fosse abbastanza importante, e gli ho detto di approfondire. Abbiamo impiegato relativamente poco tempo per accertare che la signora Dunross era veramente sua sorella e la sua parente più prossima. A quanto sappiamo adesso, la signora Dunross litigò con il fratello subito dopo la guerra. Il capitano Grey era prigioniero a Changi. Era stato catturato a Singapore nel 1942. Tornò in patria verso la fine del 1945 – tra l’altro, i loro genitori erano morti a Londra sotto i bombardamenti del ’43. A quell’epoca, lei era già sposata con Dunross… si erano sposati nel ’43, signore, subito dopo che il suo aereo venne abbattuto… lei era nelle ausiliarie. Sappiamo che fratello e sorella s’incontrarono, quando Grey venne liberato. A quanto possiamo affermare adesso, non si sono più rivisti. Naturalmente, la cosa non ci riguarda, ma devono aver litigato perché…”
Crosse s’interruppe nel sentir bussare discretamente alla porta. Sir Geoffrey chiese, stizzito: “Sì?”
La porta si aprì. “Mi scusi, signore” disse cortesemente la guardia. “Lady Allison mi ha pregato di avvertirla che è appena arrivata l’acqua.”
“Oh, magnifico! Grazie.” La porta si chiuse. Crosse si alzò prontamente, ma il governatore gli fece cenno di sedersi. “No, finisca, Roger, la prego. Pochi minuti non contano, anche se devo confessare che non vedo l’ora… Vuol fare una doccia, prima di andare?”
“Grazie, signore, ma al comando di polizia abbiamo i serbatoi d’acqua.”
“Oh, sì. Dimenticavo. Continui. Mi stava dicendo… il litigio?”
“Il litigio, dovette essere molto grave, perché a quanto pare la rottura fu definitiva. Un intimo amico di Grey ha detto a uno dei nostri, pochi giorni fa, che a quanto ne sapeva lui, Robin Grey non aveva parenti. Devono odiarsi veramente.”
Sir Geoffrey fissava la sua coppa, senza vederla. All’improvviso ricordò la sua infanzia infelice, l’odio per suo padre, un odio così grande che per trent’anni non gli aveva mai telefonato, non gli aveva mai scritto e, quando aveva saputo che era moribondo, l’anno prima, non si era disturbato ad andare da lui, a riconciliarsi con l’uomo che gli aveva dato la vita. “Gli esseri umani sono spietati gli uni con gli altri” mormorò, triste. “Lo so. Sì. Le liti in famiglia sono anche troppo frequenti. E poi, quando è troppo tardi, ci si pente, sì, ci si pente davvero. Gli uomini sono spietati…”
Crosse lo fissava e attendeva, lasciandolo parlare, lasciando che si rivelasse, attento a non fare il minimo movimento che potesse distrarlo. Ci teneva a conoscere i segreti di quell’uomo, i suoi scheletri nell’armadio. Come Alan Medford Grant, Crosse collezionava segreti. Maledetto quel bastardo e i suoi dannati fascicoli! Maledetto Dunross e le sue diavolerie! In nome di Cristo, come posso mettere le mani su quei fascicoli prima che li abbia Sinders?
Sir Geoffrey stava guardando nel vuoto. Poi l’acqua gorgogliò allegramente nei tubi, e allora si scosse. Vide che Crosse lo fissava. “Uhm, stavo riflettendo a voce alta! Brutta abitudine per un governatore, eh?”
Crosse sorrise e non cadde nella trappola. “Prego, signore?”
“Bene, come ha detto lei, non sono affari nostri.” Sir Geoffrey finì di bere, e Crosse comprese che quello era un congedo. Si alzò. “Grazie, signore.”
Quando rimase solo, il governatore sospirò. Rifletté per un momento, poi prese il telefono speciale e diede al centralino il numero privato del ministro, a Londra.
“Qui è Geoffrey Allison. Il ministro è in casa, per favore?”
“Salve, Geoffrey!”
“Buon giorno, signore. Ho appena visto Roger. Mi ha assicurato che il nascondiglio e Dunross saranno ben sorvegliati. Il signor Sinders è in viaggio?”
“Sarà lì venerdì. Mi auguro che lo sfortunato incidente del marinaio non abbia avuto ripercussioni.”
“No, signore. Sembra tutto sotto controllo.”
“Il primo ministro era molto preoccupato.”
“Sì, signore.” Il governatore soggiunse: “A proposito dell’1-4a… forse non dovremmo dir nulla ai nostri amici, per ora.”
“Si sono già fatti vivi. Erano molto irritati. E anche i nostri. Sta bene, Geoffrey. Per fortuna, questa settimana c’è un lungo weekend, e quindi li informerò lunedì e preparerò il rimprovero scritto.”
“Grazie, signore.”
“Geoffrey, quel senatore americano che ha lì con lei al momento. Credo che dovrebbe fargli da guida.”
Il governatore aggrottò la fronte. Far da guida era una loro espressione convenzionale, e significava “sorvegliare attentamente”. Il senatore Wilf Tillman, che aveva aspirazioni presidenziali, stava visitando Hong Kong, prima di raggiungere Saigon dove doveva svolgere un’inchiesta molto pubblicizzata.
“Provvederò appena riattaccherò il telefono. C’è altro, signore?” chiese, impaziente di andare a fare il bagno.
“No, basta che mi invii una minuta personale sul programma del senatore.” Programma era un’altra espressione convenzionale che significava fornire informazioni dettagliate all’Ufficio Coloniale. “Quando avrà tempo.”
“L’avrà venerdì sulla sua scrivania.”
“Grazie, Geoffrey. Faremo una chiacchierata domani alla solita ora.” La comunicazione s’interruppe.
Il governatore posò pensieroso il microfono. Il colloquio era stato “disturbato” elettronicamente e “ricostruito” ai due capi del filo. Ma nonostante questo, erano guardinghi. Sapevano che i nemici disponevano dei sistemi d’intercettazione più perfezionati del mondo. Per una conversazione o una riunione veramente segreta, avrebbe dovuto scendere nella stanza di cemento, sorvegliata incessantemente e situata nella cantina, che ogni settimana veniva meticolosamente ricontrollata dagli specialisti della sicurezza per scoprire gli eventuali apparecchi elettronici d’intercettazione.
Che maledetta seccatura, pensò Sir Geoffrey. Che maledetta seccatura, tutte quelle storie di cappa e spada! Roger? Impensabile. Ma c’era stato Philby.