Ore 5,45
I due cavalli uscirono dalla curva sulla dirittura finale, velocissimi. Non era ancora l’alba, e il cielo era buio a occidente, e all’ippodromo di Happy Valley alcune persone assistevano all’allenamento mattutino.
Dunross era in sella a Buccaneer, il grande castrone baio, testa a testa con Noble Star, montata dal suo primo fantino, Tom Leung. Noble Star era allo steccato, e i due cavalli procedevano a buona andatura, ancora pieni di energie. Poi Dunross vide il traguardo e provò l’impulso improvviso di affondare i talloni e di superare l’altro cavallo. Il fantino intuì la sfida e gli lanciò un’occhiata. Ma sapevano tutti e due che erano lì per un allenamento e non per correre, che erano lì per confondere gli avversari, e Dunross represse quell’impulso quasi accecante.
I due cavalli avevano abbassato le orecchie, e avevano i fianchi madidi di sudore. Entrambi sentivano il morso fra i denti. Ormai sulla dirittura d’arrivo, si lanciarono verso il traguardo. La pista interna d’allenamento, di sabbia, era meno veloce dell’erba, e li costringeva a impegnarsi di più. I due fantini s’erano alzati sulle staffe, protendendosi in avanti, stringendo le redini.
Noble Star portava un peso inferiore. Cominciò a staccarsi. Automaticamente, Dunross piantò i talloni e imprecò contro Buccaneer. L’andatura aumentò. La distanza cominciò a ridursi. Dunross era euforico. Quel galoppo era appena su mezzo giro, e pensava che non ci fossero rischi. Un allenatore avversario non poteva prendere il tempo esatto, quindi affondò più forte i talloni. Ora gareggiavano veramente. I due cavalli lo sentivano. Allungarono l’andatura. Noble Star era in vantaggio e, sentendo Buccaneer che rimontava, strinse il morso e si avventò di sua iniziativa, guadagnò terreno e batté Dunross di mezza lunghezza.
I due fantini rallentarono e proseguirono lungo la bella pista… una macchia verde circondata dagli edifici ammassati e dalle file di palazzoni che costellavano i fianchi delle montagne. Quando Dunross ebbe coperto ancora una volta la dirittura finale al galoppo moderato, interruppe l’allenamento, si fermò accanto al punto dove normalmente ci sarebbe stato il tondino di dissellaggio, e smontò. Batté affettuosamente la mano sul collo della puledra e buttò le redini a un mozzo di stalla. L’uomo montò in sella e continuò l’allenamento.
Dunross allentò i muscoli delle spalle. Sentiva i battiti accelerati del suo cuore e aveva in bocca un gusto di sangue. Si sentiva magnificamente, e l’indolenzimento dei muscoli era piacevole. Era sempre andato a cavallo. Le gare ippiche erano ancora ufficialmente per dilettanti, a Hong Kong. Quando era giovane, aveva corso per due stagioni, e avrebbe voluto continuare, ma poi aveva ricevuto l’ordine di abbandonare la pista, prima da suo padre, allora tai-pan e presidente del Turf Club, e poi da Alastair Struan quando aveva assunto entrambe le cariche. Gli era stato ordinato di abbandonare le corse, pena il licenziamento immediato. Perciò aveva smesso, anche se continuava ad allenare a suo capriccio i cavalli della scuderia della Struan. E correva quando gli veniva l’impulso di farlo.
Alzarsi quando quasi tutti gli altri dormivano, galoppare nella mezza luce… erano il movimento e l’esaltazione, la velocità e il pericolo che gli schiarivano le idee.
Dunross si liberò sputando del sapore dolciastro della mancata vittoria. Meglio così, pensò. Avrei potuto raggiungere Noble Star, oggi, ma ce l’avrei fatta in curva, non in dirittura.
C’erano altri cavalli in allenamento sulla pista di sabbia, altri entravano o uscivano. C’erano gruppetti di proprietari e allenatori e fantini in conciliabolo, e i ma-foo, i mozzi di stalla, che facevano passeggiare gli animali con le coperte sulla groppa. Dunross vide Butterscotch Lass, la grande cavalla grigia di Richard Kwang, passare al galoppo, con una stella bianca sulla fronte. Il fantino la teneva a redini corte; sembrava in ottima forma. Dall’altra parte Pilot Fish, lo stallone di Gornt, si lanciò in un galoppo controllato, inseguendo un altro cavallo con i colori della Struan, Impatience, una puledra giovane acquistata alla prima asta della stagione. Dunross la guardò con aria critica e pensò che mancava di resistenza, diamole una stagione o due e poi vedremo, pensò. Poi Pilot Fish le sfrecciò davanti, superandola, e la puledra scartò per un attimo, impaurita, quindi si lanciò all’inseguimento fino a quando il fantino tirò le redini, insegnandole a galoppare come voleva lui.
“Allora, tai-pan!” disse il suo allenatore. Era un emigrato russo, duro, dalla faccia coriacea, verso la settantina, con i capelli grigi, alla sua terza stagione con la Struan.
“Allora, Alexi?”
“Perché ha spronato come un diavolo Noble Star e l’ha fatta scattare?”
“Noble Star s’impegna. S’impegna, lo sanno tutti” rispose calmo Dunross.
“Sì, ma avrei preferito che oggi ce lo ricordassimo soltanto io e lei e non…” L’ometto indicò i presenti con il pollice calloso e sogghignò. “E non ogni viblyadok dell’Asia.”
Dunross ricambiò il sorriso. “Lei nota troppe cose.”
“Sono pagato per notare troppe cose.”
Alexi Travkin era capace di galoppare più veloce, di bere di più, di lavorare di più e di resistere più a lungo di un uomo molto più giovane. Era un solitario, fra gli altri allenatori. Nel corso degli anni aveva raccontato varie versioni del suo passato… come quasi tutti coloro che erano stati travolti nei grandi sovvertimenti della Russia e delle sue rivoluzioni, della Cina e delle sue rivoluzioni, e che adesso girovagavano per l’Asia, in cerca d’una pace che non trovavano mai.
Alexi Ivanovič Travkin s’era trasferito dalla Russia a Harbin, in Manciuria, nel 1919; e poi, lavorando qua e là, era arrivato a sud, alla colonia internazionale di Sciangai. E lì aveva incominciato a vincere parecchie corse. Poiché era formidabile e conosceva i cavalli più di quanto molti uomini conoscessero se stessi, era diventato presto allenatore. Quando era venuto l’Esodo, nel ’49, era fuggito a sud, e questa volta era arrivato a Hong Kong. S’era fermato qualche anno, e poi era andato ancora più a sud, in Australia, e aveva vissuto fra quelle piste. Ma poi aveva sentito il richiamo dell’Asia ed era ritornato. A quel tempo Dunross non aveva un allenatore, e gli aveva offerto la scuderia della Nobil Casa.
“Accetto, tai-pan” aveva detto lui, immediatamente.
“Non abbiamo ancora parlato dello stipendio” aveva detto Dunross.
“Lei è un gentiluomo, e lo sono anch’io. Mi pagherà il massimo, per la faccia… e perché io sono il migliore.”
“Lo è davvero?”
“Altrimenti, perché mi avrebbe offerto il posto? Neppure a lei piace perdere.”
L’ultima stagione era andata bene per tutti e due. La prima molto meno. Entrambi sapevano che la prossima stagione sarebbe stata il vero banco di prova.
Noble Star sfilò davanti a loro, al passo, armoniosamente.
“Come andrà, sabato?” chiese Dunross.
“Cercherà di vincere.”
“E Butterscotch Lass?”
“Cercherà di vincere. E anche Pilot Fish. E tutti gli altri… in tutte le otto corse. E una riunione speciale. Dovremo tener d’occhio le liste dei partenti.”
Dunross annuì. Scorse Gornt che parlava con Sir Dunstan Barre, vicino al tondino del dissellaggio. “Mi seccherebbe molto farmi battere da Pilot Fish.”
Alexi rise. Poi soggiunse, ironicamente: “In tal caso, è meglio che monti lei Noble Star, tai-pan. Così potrà spingere Pilot Fish allo steccato, se le sembrerà troppo pericoloso, o dare una frustata sugli occhi al fantino. Eh?” Il vecchio lo fissò. “Non è quello che avrebbe fatto a Noble Star, oggi, se fosse stata una gara?”
Dunross sorrise. “Dato che non era una gara, non lo saprà mai… vero?”
Un ma-foo si avvicinò, salutò militarmente Travkin e gli porse un biglietto. “Messaggio, signore. Il signor Choi vorrebbe che lei andasse a dare un’occhiata alle fasciature di Chardistan, quando avrà un momento.”
“Vengo subito. Digli di aggiungere altra crusca alla biada di Buccaneer, oggi e domani.” Travkin si voltò a lanciare un’occhiata a Dunross, che osservava attento Noble Star. Aggrottò la fronte. “Non avrà mica intenzione di correre sabato?”
“Al momento, no.”
“Non glielo consiglierei.”
Dunross rise. “Lo so. Ci vediamo domani, Alexi. Domani allenerò Impatience.” Gli batté la mano sulla spalla, amichevolmente, e se ne andò.
Alexi Travkin lo seguì con gli occhi, poi guardò i cavalli affidati alle sue cure, e gli avversari che erano in vista. Sapeva che quel sabato sarebbe stato una brutta faccenda, e che era necessario far sorvegliare Noble Star. Sorrise tra sé, soddisfatto di partecipare a un gioco dalle poste tanto alte.
Aprì il biglietto. Era breve, in russo. “Saluti da Kurgan, Altezza. Ho notizie di Nestorova…” Alexi represse un’esclamazione. Impallidì. Per il sangue di Cristo, avrebbe voluto urlare. Nessuno, in Asia, sa che la mia casa era a Kurgan, nelle pianure sulle rive del fiume Tobol, che mio padre era principe di Kurgan e Tobol, che la mia adorata Nestorova, la mia moglie bambina di mille anni fa, scomparsa nella rivoluzione mentre io ero con il mio reggimento… giuro davanti a Dio che non ho mai pronunciato il suo nome davanti a nessuno…
Sconvolto, rilesse il biglietto. È un’altra diavoleria dei sovietici… i nemici di tutti i russi? Oppure è un amico? Oh, Gesù Cristo, fai che sia un amico.
Dopo “Nestorova”, il biglietto terminava: “La prego d’incontrarsi con me al Green Dragon Restaurant, nel vicolo dopo il 189 di Nathan Road, sala in fondo, questo pomeriggio alle tre.” Non c’era firma.
Dall’altra parte del paddock, vicino al traguardo, Richard Kwang si stava avviando verso il suo allenatore quando vide sulle tribune il suo sesto cugino Ching il Sorridente, presidente dell’enorme Ching Prosperity Bank, con il binocolo puntato su Pilot Fish.
“Salve, sesto cugino” disse affabilmente in cantonese. “Hai mangiato riso, oggi?”
Il vecchio si mise immediatamente in guardia. “Non avrai denaro da me” disse di malagrazia, stiracchiando le labbra sui denti sporgenti che gli conferivano una perpetua smorfia sorridente.
“Perché no?” disse Richard Kwang, con lo stesso malgarbo. “Ti ho prestato 17 fottuti milioni e…”
“Sì, ma per novanta giorni, e sono ben investiti. Abbiamo sempre pagato un interesse del 40 per cento” ringhiò il vecchio.
“Miserabile vecchio osso di cane, io ti ho aiutato quando avevi bisogno di denaro! Ora è il momento di ripagarmi!”
“Ripagare che cosa? Che cosa?” Ching il Sorridente sputò. “Ti ho ripagato un patrimonio, in tutti questi anni. Io ho corso i rischi, e tu hai mietuto gli utili. Questo disastro non poteva capitare in un momento peggiore! Ho investito tutto il mio denaro… fino all’ultima monetina! Non sono come certi banchieri, io. Il mio denaro lo metto sempre a buon uso.”
Secondo la leggenda, Ching il Sorridente metteva a buon uso il denaro nella droga. Richard Kwang, naturalmente, non l’aveva mai chiesto, e nessuno lo sapeva con certezza, ma tutti erano convinti che la banca di Ching fosse, in segreto, uno dei principali centri di smistamento della merce proveniente in massima parte, da Bangkok. “Ascolta, cugino, pensa alla famiglia” attaccò Richard Kwang. “È solo una difficoltà temporanea. Quei fornicatori di diavoli stranieri ci stanno attaccando. E in questo caso, le persone civili devono essere solidali!”
“Lo ammetto. Ma sei tu la causa dell’assalto agli sportelli della Ho-Pak. Tu. L’attacco è contro di te… non contro la mia banca. Chissà come hai offeso quei fornicatori! Vogliono la tua testa… non leggi i giornali? Sì, e tu hai impegnato tutti i tuoi liquidi in certi pessimi affari, ho sentito dire. Sei stato tu, cugino, a infilare la testa nel cappio. Fai sputare il denaro da quel maledetto figlio bastardo d’una puttana malese che ti sei preso per socio. Lui ha i miliardi… Oppure da Pugnostretto…” Il vecchio sghignazzò all’improvviso. “Ti darò 10 dollari per ogni dollaro che ti presterà quel vecchio fornicatore!”
“Se io finisco nella fogna, poi sarà la volta della Ching Prosperity Bank.”
“Non minacciarmi!” disse rabbiosamente il vecchio. Le labbra, sempre segnate agli angoli da un fiocco di saliva, si abbassarono sui denti, e si schiusero di nuovo nella solita smorfia. “Se finirai nella fogna non sarà colpa mia… perché augurare la tua stessa malasorte alla famiglia? Io non ti ho fatto niente di male… perché stai cercando di attaccarmi la tua sfortuna? Se oggi… ayeeyah, se oggi la tua disgrazia si attacca e quegli ossi di cane dei correntisti cominciano a dare l’assalto ai miei sportelli, non arriverò a sera!”
Per un momento, Richard Kwang si sentì meglio al pensiero che anche l’impero di Ching era minacciato. Bene, molto bene. Mi farebbe comodo il suo giro… soprattutto i suoi collegamenti con Bangkok. Poi vide il grande orologio sopra il totalizzatore e gemette. Erano le sei passate da poco e alle dieci le banche avrebbero aperto, e avrebbe aperto la Borsa e anche se si era accordato con la Blacs, la Victoria e la Bombay and Eastern Bank di Kowloon per dare in garanzia i suoi titoli, in modo da coprire tutto e con un buon margine di sicurezza, era ancora nervoso. E infuriato. Era stato costretto ad accettare condizioni spiacevoli che non aveva nessuna voglia di onorare. “Suvvia, cugino, soltanto 50 milioni per dieci giorni… dilazionerò quei 17 milioni per due anni e ne aggiungerò altri 20 fra trenta giorni.”
“50 milioni per tre giorni all’interesse del 10 per cento al giorno, il prestito attuale come garanzia accessoria, e mi prenderò anche gli atti delle tue proprietà a Central come ulteriore garanzia!”
“Vai a fornicare nell’orecchio di tua madre! Quelle proprietà valgono quattro volte di più!”
Ching il Sorridente scrollò le spalle e puntò di nuovo il binocolo su Pilot Fish. “Il morello batterà anche Butterscotch Lass?”
Richard Kwang lanciò un’occhiata seccata al cavallo di Gornt. “No, se quell’imbroglione del mio allenatore e il mio fantino non si mettono d’accordo per sfiancarla o drogarla!”
“Sporchi ladri! Non ci si può fidare d’uno di loro! Il mio cavallo non è mai arrivato a moneta neppure una volta. Mai. Neppure terzo. Disgustoso!”
“50 milioni per una settimana… al 2 per cento al giorno?”
“Al 5. Più le proprietà di Centr…”
“Mai!”
“Prenderò il 50 per cento delle proprietà.”
“6 per cento” disse Richard Kwang.
Ching il Sorridente valutò il rischio. E l’utile potenziale. L’utile sarebbe stato enorme se… Se la Ho-Pak non fosse fallita. Ma anche se fosse fallita, il prestito sarebbe stato abbondantemente coperto dalle proprietà. Sì, gli utili sarebbero stati enormi, purché non ci fosse stato un assalto anche agli sportelli della sua banca. Forse potrei rischiare, e impegnare qualche futuro carico e reperire i 50 milioni.
“15 per cento, ed è definitivo” disse, sapendo che avrebbe potuto tirarsi indietro o cambiare percentuale prima di mezzogiorno, dopo aver visto come andavano la Borsa e l’assalto agli sportelli… e avrebbe continuato a vendere a breve le Ho-Pak, guadagnando parecchio. “E puoi aggiungerci anche Butterscotch Lass.”
Richard Kwang imprecò oscenamente. Contrattarono, poi si accordarono. 150 milioni sarebbero stati a disposizione per le due. In contanti. Avrebbe dato in garanzia a Ching il Sorridente il 39 per cento delle proprietà di Central come garanzia secondaria, e un quarto della proprietà della cavalla. Butterscotch Lass fu il fattore decisivo.
“E sabato?”
“Eh?” chiese Richard Kwang, guardando con odio quella smorfia, quei denti sporgenti.
“La nostra cavalla partecipa alla quinta corsa, heya? Ascolta, sesto cugino, forse faremmo bene a metterci d’accordo con il fantino di Pilot Fish. Punteremo sulla nostra cavalla – sarà la favorita – e per sicurezza punteremo anche su Pilot Fish e Noble Star!”
“Buona idea. Decideremo sabato mattina.”
“Meglio eliminare anche Golden Lady, eh?”
“Lo aveva consigliato l’allenatore di John Chen.”
“Iiiih, quello stupido! Farsi sequestrare! Mi darai informazioni esatte sul sicuro vincitore. Voglio anche il vincitore!” Ching il Sorridente si raschiò la gola e sputò.
“Che tutti gli dei defechino, è quel che vogliamo tutti! Quegli sporchi allenatori, quei luridi fantini! Raggirano noi proprietari nel modo più disgustoso. Chi gli paga lo stipendio, heya?”
“Il Turf Club, i proprietari, ma soprattutto gli scommettitori che non sanno mai niente. Ho saputo che ieri sera sei stato al Vic, a cenare come i diavoli stranieri.”
Richard Kwang sorrise raggiante. La sua cena con Venus Poon era stata un enorme successo. Lei aveva sfoggiato il suo nuovo Christian Dior che le aveva regalato, seta nera aderente, e tulle. Quando l’aveva vista scendere dalla sua Rolls e salire la scalinata del Vic, il suo cuore aveva dato un tuffo, e il suo sacco segreto aveva vibrato.
Lei era stata tutta sorrisi, per l’effetto che la sua entrata aveva avuto sui presenti, aveva fatto tintinnare i pesanti bracciali d’oro e aveva preteso di salire a piedi il grande scalone, invece di prendere l’ascensore. Lui s’era sentito stringere il cuore per la gioia e il terrore. Erano passati in mezzo agli eleganti avventori, europei e cinesi, molti in abiti da sera… mariti e mogli, turisti e abitanti del luogo, uomini riuniti per cene d’affari, amanti e futuri amanti di tutte le età e di tutte le nazionalità. Lui indossava un abito scuro del cachemire più leggero e costoso acquistato in Savile Row a Londra. Mentre si avviavano verso il tavolo in ottima posizione che gli era costato una banconota rossa da 100 dollari, lui aveva rivolto cenni di saluto a molti amici, gemendo quattro volte tra sé quando aveva visto quattro dei suoi più intimi amici cinesi in compagnia delle mogli sovraccariche di gioielli. Le mogli l’avevano fissato con sguardi di disapprovazione.
Richard Kwang rabbrividì. Le mogli sono veri draghi e sono tutte eguali, pensò. Oh, oh, oh! E capiscono che le tue sono menzogne, prima ancora che tu le abbia pronunciate. Non era ancora andato a casa ad affrontare Mai-ling, che sicuramente era già stata informata da almeno tre buone amiche. Avrebbe lasciato che lei inveisse e urlasse e piangesse e si strappasse i capelli per un po’, perché si sfogasse, e le avrebbe detto che le sue nemiche le avevano riempito la testa di bile – come poteva dare ascolto a donne tanto maligne? – e poi le avrebbe parlato della nuova pelliccia di visone che aveva ordinato tre settimane prima, e che quel giorno avrebbe ritirato perché lei potesse indossarla sabato alle corse. E allora in casa sarebbe ritornata la pace… fino alla prossima volta.
Ridacchiò tra sé. Era stata una buona idea, ordinare il visone. Non lo turbava minimamente il fatto che l’avesse ordinato per Venus Poon e che quella mattina, appena un’ora prima, nel calore del suo abbraccio, glielo avesse promesso per quella sera, in modo che potesse indossarlo sabato alle corse. Tanto, è troppo bello per quella sgualdrina, stava pensando. Quella pelliccia è costata 40.000 dollari di Hong Kong. Gliene regalerò un’altra. Ah, magari potrei trovarne una di seconda mano…
Vide Ching il Sorridente che lo fissava con aria d’intesa. “Come?”
“Venus Poon, heya?”
“Sto pensando di mettermi nella produzione cinematografica e di farne una diva” disse Richard Kwang grandiosamente, fiero del pretesto che aveva inventato per giustificarsi con la moglie.
Ching il Sorridente ne fu molto colpito. “Iiiiih, ma è un’attività rischiosa, heya?”
“Sì, ma ci sono possibilità di… di garantire il rischio.” Strizzò l’occhio con aria saputa.
“Ayeeyah, vuoi dire un film porno? Oh! Fammi sapere quando incomincerai la produzione. Potrebbe interessarmi. Venus Poon nuda! Ayeeyah, tutta l’Asia pagherebbe per vederla! Com’è sul cuscino?”
“Perfetta! Ora che l’ho istruita. Era vergine quando l’ho…”
“Che fortuna!” esclamò Ching il Sorridente, poi soggiunse: “Quante volte hai scalato i bastioni?”
“Questa notte? Tre… e ogni volta con più forza!” Richard Kwang si tese verso il sesto cugino. “Il Cuore del suo Fiore è il più bello che abbia mai visto. Sì. E il suo triangolo! Meravigliosi peli di seta, e le labbra interne rosee e delicate. Iiiih, e la sua Porta di Giada… la sua Porta di Giada ha forma di cuore, e la fessura è un ovale perfetto, roseo, fragrante, e anche la Perla sullo Scalino è rosea…” Richard Kwang cominciò a sudare, ricordando che lei si era sdraiata sul divano e gli aveva consegnato una grossa lente. “Ecco” aveva detto, orgogliosamente. “Esamina la dea che il tuo monaco calvo sta per venerare.” E lui l’aveva esaminata. Meticolosamente.
“La miglior compagna da cuscino che abbia mai avuto” continuò espansivo Richard Kwang, esagerando un po’. “Stavo pensando di regalarle un anello con un grosso brillante. La povera Piccola Bocca Dolce ha pianto, questa mattina, quando ho lasciato l’appartamento che le ho regalato. Giurava che si sarebbe suicidata, perché è così ‘innamorata’ di me.”
“Iiiih, sei fortunato!” commentò Ching il Sorridente. Poi sentì che qualcuno lo fissava e girò la testa. Un po’ più in alto, nell’altra sezione della tribuna, a cinquanta metri di distanza, c’era il poliziotto diavolo straniero Grande Monte di Letame, l’odiato capo del CID di Kowloon. I freddi occhi di pesce lo fissavano. L’uomo portava il binocolo appeso al collo. Ching borbottò tra sé, pensando immediatamente ai controlli e alle trappole e agli equilibri che proteggevano la sua principale fonte di reddito.
“Eh? Cosa? Cosa stai dicendo, Ching il Sorridente?”
“Nulla. Voglio urinare, ecco tutto. Manda i documenti alle due, se vuoi il mio denaro.” Con aria seccata si avviò verso i gabinetti, chiedendosi se la polizia sapeva dell’imminente arrivo del diavolo straniero dalla Montagna d’Oro, una Tigre Suprema delle Polveri Bianche, dal nome stranissimo di Vincenzo Banastasio.
Si raschiò la gola e sputò rumorosamente. Poco importa se lo sanno. Non possono toccarmi, io sono soltanto un banchiere.
Robert Armstrong aveva notato che Ching il Sorridente stava parlando con il banchiere Kwang e sapeva con certezza che quei due non stavano combinando niente di buono. La polizia era al corrente delle voci sul conto di Ching e della sua Prosperity Bank e del traffico di droga, ma finora non aveva prove che implicassero lui o la sua banca, e neppure sufficienti indizi perché la Squadra Speciale lo arrestasse, lo interrogasse e lo deportasse sommariamente.
Bene, una volta o l’altra commetterà un errore, pensò con calma Robert Armstrong, e tornò a puntare il binocolo su Pilot Fish, poi su Noble Star, poi su Butterscotch Lass e infine su Golden Lady, la cavalla di John Chen. Quale è più in forma?
Sbadigliò e si stirò, stancamente. Era stata un’altra notte molto lunga, e lui non era ancora andato a letto. Mentre stava lasciando il comando della polizia a Kowloon, la sera prima, c’era stata una grande agitazione, perché una telefonata anonima aveva riferito che John Chen era stato visto nei Nuovi Territori, in un minuscolo villaggio di pescatori, Sha Tau Kwok, a cavallo sull’estremità est del confine.
S’era precipitato là con una squadra e aveva perquisito il villaggio, casupola per casupola. Aveva dovuto effettuare le ricerche con molta cautela, perché la zona di confine era un punto nevralgico, soprattutto nel villaggio, dove c’era uno dei tre posti di blocco della frontiera. Gli abitanti erano duri, bellicosi e intransigenti, e volevano essere lasciati in pace. Soprattutto dalla polizia dei diavoli stranieri. Ma era stato un falso allarme, anche se avevano scoperto due distillerie illegali, una piccola fabbrica che trasformava l’oppio grezzo prima in morfina e poi in eroina, e sei bische clandestine.
Quando Armstrong era ritornato al comando di Kowloon era arrivata un’altra telefonata a proposito di John Chen. Questa volta veniva dalla parte di Hong Kong, a Wanchai, presso Glessing’s Point, nella zona del molo. A quanto sembrava, avevano visto John Chen trascinato dentro un caseggiato, con una benda sporca sull’orecchio destro. Questa volta, l’uomo che aveva chiamato aveva dato il suo nome e il numero della patente, per poter reclamare la ricompensa di 50.000 dollari di Hong Kong offerti dalla Struan e da Chen della Nobil Casa. Armstrong aveva fatto circondare la zona e aveva effettuato un’altra ricerca meticolosa. Erano già le cinque del mattino, quando aveva sospeso l’operazione e lasciati liberi i suoi uomini.
“Brian, io vado a letto” aveva detto. “Un’altra notte fang-pi sprecata.”
Anche Brian Kwok aveva sbadigliato. “Sì. Ma dato che siamo da questa parte, perché non facciamo colazione al Para? E poi andiamo a dare un’occhiata all’allenamento mattutino.”
La stanchezza di Armstrong era svanita quasi completamente, come per incanto. “Ottima idea!”
Il Para Restaurant in Wanchai Road, presso l’ippodromo di Happy Valley, era sempre aperto. Si mangiava benissimo, senza spendere molto, ed era notoriamente un luogo di ritrovo per i membri delle triadi e le loro ragazze. Quando i due poliziotti erano entrati nella grande sala rumorosa era sceso un silenzio improvviso. Il proprietario, Ko Un Piede, si avvicinò zoppicando e sorridendo e li fece accomodare al tavolo migliore.
“Dew neh loh moh anche a te, vecchio amico” disse rabbioso Armstrong, e aggiunse alcune raffinate oscenità nel cantonese dei bassifondi, fissando ostinatamente il gruppo più vicino di giovani delinquenti che lo guardavano a bocca aperta e che si affrettarono a voltarsi dall’altra parte.
Ko Un Piede rise, mettendo in mostra i denti cariati. “Ah, signori, voi fate onore al mio povero locale. Dim sum?”
“Perché no?” Dim sum – piccolo cibo – era costituito da minuscoli involtini di pasta farciti di un trito di gamberetti o verdure varie o carne, e poi cotti a vapore o fritti, e mangiati con un po’ di salsa di soia, o piattini di pollo e di altre carni in varie salse, e dolciumi di ogni genere.
“Le vostre signorie vanno all’ippodromo?”
Brian Kwok annuì, sorseggiando il tè al gelsomino, scrutando gli avventori e innervosendone parecchi. “Chi vincerà la quinta corsa?” chiese.
Il ristoratore esitò, sapendo che avrebbe fatto meglio a dire la verità. Rispose cautamente in cantonese: “Dicono che finora Golden Lady, Noble Star, Butterscotch Lass e Pilot Fish non… non hanno un netto vantaggio.” Vide i freddi occhi scuri fissarsi su di lui e si sforzò di non rabbrividire. “Per tutti gli dei, è quello che dicono!”
“Bene. Verrò qui sabato mattina. Oppure manderò il mio sergente. Così potrai bisbigliargli all’orecchio se qualcuno ha in mente un gioco sporco. Sì. E se salta fuori che uno di quei cavalli è drogato o altro e io non lo so entro sabato mattina… forse le tue zuppe resteranno a irrancidire per cinquant’anni.”
Un Piede sorrise nervosamente. “Sì, signore. Adesso mi lasci andare a ordin…”
“Prima che te ne vada, qual è l’ultimo pettegolezzo sul conto di John Chen?”
“Niente. Oh, proprio niente, onorevole signore!” disse l’uomo. Il sudore gli spuntò sul labbro. “Il Porto Fragrante è privo d’informazioni su di lui come il tesoro d’una vergine. Niente, signore. Neppure un peto di cane, anche se tutti stanno cercando. Ho sentito che c’è una grande ricompensa extra.”
“Cosa? Quanto?”
“100.000 dollari extra se entro tre giorni…”
I due poliziotti fecero un fischio. “Offerti da chi?” chiese Armstrong.
Un Piede scrollò le spalle. Il suo sguardo s’indurì. “Nessuno lo sa, signore. Dicono da uno dei Draghi… o da tutti i Draghi. 100.000 e una promozione se entro tre giorni… se lo ritrovano vivo. Per favore, adesso lasciatemi andare a fare la vostra ordinazione.”
Lo seguirono con gli occhi. “Perché hai messo sotto pressione Un Piede?” chiese Armstrong.
“Sono stanco delle sue ipocrisie melliflue… e di tutti questi delinquentelli schifosi. Il gatto a nove code risolverebbe i problemi delle triadi.”
Armstrong ordinò una birra. “Quando ho fatto pressione sul sergente Tang-po non mi aspettavo di ottenere risultati così in fretta. 100.000 dollari sono tanti! Non può trattarsi di un semplice sequestro di persona. Gesù Cristo, che ricompensa! John deve avere qualcosa di speciale.”
“Sì. Se è vero.”
Ma non erano pervenuti a una conclusione e quando erano arrivati all’ippodromo, Brian Kwok aveva telefonato al comando, e adesso Armstrong teneva il binocolo puntato sulla cavalla. Butterscotch Lass stava lasciando la pista per tornare alle scuderie. Sembra in gran forma, pensò. Sembrano tutti in gran forma. Merda, chi vincerà?
“Robert?”
“Oh, salve, Peter.”
Peter Marlowe gli sorrise. “Si è alzato presto o va a letto tardi?”
“Vado a letto tardi.”
“Ha notato come si è lanciata Noble Star senza che il fantino la sollecitasse?”
“Lei ha la vista acuta.”
Peter Marlowe sorrise e scosse la testa. Indicò un gruppo di uomini intorno a uno dei cavalli. “Me l’ha detto Donald McBride.”
“Ah!” McBride era un commissario ippico popolarissimo, un costruttore eurasiatico che era venuto a Hong Kong da Sciangai nel ’49. “Le ha dato il vincitore? Se c’è qualcuno che può saperlo, è lui.”
“No, ma mi ha invitato sabato nel suo palco. Lei corre?”
“Ma le pare! Ci vedremo nel palco… io non frequento la nobiltà!”
Per un po’ osservarono entrambi i cavalli. “Golden Lady sembra in forma.”
“Lo sembrano tutti.”
“Non si sa ancora niente di John Chen?”
“Niente.” Armstrong inquadrò Dunross nel binocolo. Stava parlando con alcuni commissari di gara. Non lontano c’era l’agente dell’SI che Crosse gli aveva assegnato. Aspetta che venga venerdì, pensò Armstrong. Prima vedremo i fascicoli di Grant e meglio sarà. Provava un leggero senso di nausea e non riusciva a capire se era l’apprensione per quei rapporti o per il Sevrin, o soltanto la stanchezza. Fece per prendere una sigaretta… e si fermò. Non hai bisogno di fumare, si disse. “Dovrebbe smettere di fumare, Peter. Le fa male.”
“Sì. Sì, dovrei smettere. Lei come ha fatto?”
“Nessuna difficoltà. E questo mi ricorda una cosa, Peter. Il Vecchio ha autorizzato la sua gita lungo la strada del confine. Dopodomani, venerdì, alle sei del mattino in punto al comando di Kowloon. Le va bene?”
Il cuore di Peter Marlowe diede un balzo. Finalmente avrebbe potuto vedere la Cina comunista, l’ignoto. Lungo tutto il confine dei Nuovi Territori c’era un solo punto accessibile dal quale i turisti potevano guardare la Cina, ma la collina era così lontana che non si vedeva molto. Anche con il binocolo. “Grandioso!” esclamò, euforico. Dietro consiglio di Armstrong aveva scritto al commissario per chiedere l’autorizzazione. La strada del confine si snodava da riva a riva. Era vietata ai mezzi e alle persone… eccettuati i residenti di certe zone. Si estendeva in un vasto tratto di terra di nessuno tra la colonia e la Cina. Una volta al giorno veniva pattugliata con molta discrezione. Il governo di Hong Kong non desiderava affatto irritare la Repubblica Popolare Cinese.
“Una sola condizione, Peter. Non deve scriverne o parlarne per circa un anno.”
“Le do la mia parola.”
Armstrong represse un altro sbadiglio. “Lei sarà l’unico americano che l’avrà percorsa, per ora o magari anche per il futuro.”
“Grandioso! Grazie!”
“Perché ha preso la cittadinanza?”
Dopo un attimo di pausa, Peter Marlowe disse: “Sono scrittore. Tutti i miei introiti vengono di là, quasi tutti. La gente sta cominciando a leggere quello che scrivo. Forse mi piace avere il diritto di criticare.”
“È mai stato oltrecortina?”
“Oh, sì. Sono stato a Mosca in luglio per il festival cinematografico. Uno dei film che ho sceneggiato era presentato ufficialmente dagli Stati Uniti. Perché?”
“Niente” disse Armstrong, ricordando i visti moscoviti di Bartlett e di Casey. Sorrise. “Così.”
“Un favore ne merita un altro. Ho sentito una voce sui fucili di Bartlett.”
“Oh?” Armstrong divenne subito attento. Peter Marlowe era una rarità, a Hong Kong, perché frequentava tutti gli strati sociali ed era accolto come un amico da molti gruppi abitualmente ostili.
“Sono soltanto chiacchiere, probabilmente, ma certi miei amici hanno una teoria…”
“Amici cinesi?”
“Sì. Ritengono che i fucili fossero un campionario, destinato a uno dei nostri cittadini cinesi dediti alla pirateria – o almeno, con un passato di contrabbandieri – da inoltrare a una delle bande di guerriglieri che operano nel Vietnam del Sud e sono chiamati vietcong.”
Armstrong grugnì. “È assurdo, Peter. Hong Kong non è il posto adatto per armi ‘in transito’.”
“Sì. Ma il carico era speciale; era il primo, ed è stato richiesto in gran fretta e doveva essere consegnato in fretta. Ha sentito parlare della Forza del Delta?”
“No” disse Armstrong, sbalordito all’idea che Peter Marlowe fosse già informato di quella che, a detta di Rosemont della CIA, era un’operazione segretissima.
“Mi risulta che sia un gruppo di militari americani, addestrati appositamente, Robert, un contingente speciale che opera nel Vietnam in piccole unità sotto il controllo del Gruppo Tecnico Americano… un nome di copertura della CIA. Sembra che se la cavino molto bene e che adesso i vietcong abbiano bisogno di armi moderne ed efficienti in grandi quantità e siano disposti a pagarle profumatamente. Perciò i fucili sono stati mandati qui in fretta e furia con l’aereo di Bartlett.”
“E lui è coinvolto?”
“I miei amici ne dubitano” disse Marlowe, dopo un attimo di pausa. “Comunque, i fucili sono in dotazione all’esercito degli Stati Uniti, giusto? Bene, una volta approvato il campionario, la consegna di quantitativi ingenti sarà facile.”
“E come?”
“Gli Stati Uniti forniranno le armi.”
“Cosa?”
“Sicuro.” Peter Marlowe cambiò espressione. “È molto semplice, in effetti. E se i guerriglieri vietcong venissero informati in anticipo di tutte le date esatte di spedizione, delle quantità e dei tipi di armi – dalle armi piccole fino ai razzi – e delle date di consegna in Vietnam?”
“Cristo!”
“Sì. Lei conosce l’Asia. Un po’ di h’eung yau qua e là, e ci sarebbe una serie continua di rapine.”
“Sarebbe come se avessero un arsenale tutto loro!” esclamò Armstrong, sgomento. “E i fucili, come verrebbero pagati? Da una banda di qui?”
Peter Marlowe lo guardò. “Oppio grezzo. Consegnato qui. Una delle nostre banche locali provvede al finanziamento.”
Armstrong sospirò. Adesso si rendeva conto della perfezione del piano. “Impeccabile” disse.
“Sì. Qualche sporco bastardo traditore negli Stati Uniti passa le informazioni sulle spedizioni. Questo assicura ai nemici tutte le armi e le munizioni che occorrono per massacrare i nostri soldati. I nemici pagano le armi con un veleno che a loro non costa niente… immagino sia l’unica merce di cui dispongono in gran quantità. L’oppio viene consegnato qui dai contrabbandieri cinesi e trasformato in eroina, perché qui ci sono gli esperti. I traditori, negli Stati Uniti, si mettono d’accordo con la mafia che rivende l’eroina ad altri ragazzi, con un utile enorme, e distrugge la cosa più preziosa che abbiamo: i giovani.”
“Come ho detto, è impeccabile. Cosa non farebbe certa gente, per denaro!” Armstrong sospirò di nuovo e allentò i muscoli delle spalle. Rifletté un istante. Quella teoria collegava tutto, alla perfezione. “Il nome di Banastasio non le dice niente?”
“Sembra italiano.” Peter Marlowe conservò un’aria candida. I suoi informatori erano due giornalisti portoghesi eurasiatici che detestavano la polizia. Quando aveva chiesto loro se poteva parlare di quella teoria, da Vega aveva detto: “Certo, ma la polizia non lo crederà mai. Non dire che l’hai saputo da noi e non fare nomi: né Wu Quattro Dita, né Mo il Contrabbandiere, né la Ching Prosperity Bank, né Banastasio, né altri.”
Dopo una pausa, Armstrong chiese: “Che altro ha saputo?”
“Parecchio, ma per oggi basta così… oggi tocca a me far alzare le bambine, preparare la colazione e mandarle a scuola.” Peter Marlowe accese una sigaretta e ancora una volta Armstrong sentì tormentosamente nei polmoni la smania di fumare. “Ma c’è una cosa, Robert. Un mio amico giornalista ha saputo che presto ci sarà una riunione dei pezzi grossi della droga a Macao e mi ha pregato di riferirglielo.”
Gli occhi azzurri di Armstrong si socchiusero. “Quando?”
“Non lo so.”
“Che genere di riunione?”
“I pezzi grossi. ‘Fornitori, importatori, esportatori, distributori’, mi è stato detto.”
“A Macao, dove?”
“Non me l’ha detto.”
“Nomi?”
“Nessuno. Ha aggiunto che alla riunione parteciperà un VIP venuto dagli Stati Uniti.”
“Bartlett?”
“Cristo, Robert, non lo so. Lui non ha detto questo. Linc Bartlett sembra un tipo simpatico, e a posto. Credo siano tutti pettegolezzi e invidia, un tentativo d’implicarlo.”
Armstrong sorrise, con aria saputa. “Sono un poliziotto sospettoso. Ci sono delinquenti anche molto in alto, non soltanto nelle fogne. Peter, vecchio mio, riferisca questo al giornalista suo amico: se vuole darmi informazioni, telefoni a me direttamente.”
“Ha paura di lei. E anch’io!”
“Figuriamoci se le faccio paura!” Armstrong sorrise. Marlowe gli era simpatico, ed era ben contento di ricevere quelle informazioni e di sapere che Marlowe era un tramite sicuro, capace di tenere la bocca chiusa. “Peter, gli domandi dove e quando e chi…” Colto da un pensiero improvviso, chiese, sparando alla cieca: “Peter, se lei dovesse scegliere il posto più adatto della colonia per far entrare e uscire merce di contrabbando, quale indicherebbe?”
“Aberdeen o Mirs Bay. Questo lo sanno anche gli stupidi… sono i posti che sono sempre stati usati, da quando esiste Hong Kong.”
Armstrong sospirò. “Sono d’accordo.” Aberdeen, pensò. Quale contrabbandiere di Aberdeen? Uno qualunque tra quei duecento. Wu Quattro Dita sarebbe la prima scelta. Quattro Dita con la sua grossa Rolls nera e la targa con l’8 della fortuna, quel maledetto gorilla di Tok Due Accette e quel suo giovane nipote con il passaporto americano, arrivato da Yale… era Yale? Sì, Quattro Dita sarebbe stato la prima scelta. Poi Poon Beltempo, Ta Sap-fok Pok il Pescatore… Cristo, l’elenco è interminabile, e sono soltanto quelli che conosciamo. E a Mirs Bay, a nordest, vicino ai Nuovi Territori? I fratelli Pa, Fang Lingua Lunga e mille altri…
“Bene” disse, ben lieto di quell’informazione… Qualcosa gli suggeriva Wu Quattro Dita, anche se nessuno aveva mai insinuato che fosse implicato nel traffico d’eroina. “Un favore ne merita un altro: dica al giornalista suo amico che i nostri membri del Parlamento, quelli della delegazione commerciale, arrivano oggi da Pechino… Cosa c’è?”
“Niente” disse Peter Marlowe, sforzandosi di restare impassibile. “Stava dicendo?”
Armstrong lo scrutò attentamente, poi soggiunse: “La delegazione arriverà con il treno del pomeriggio da Canton. Saranno al confine e trasborderanno alle 4 e 32… siamo stati informati di un cambiamento del programma solo ieri sera, quindi forse il suo amico potrebbe ottenere un’intervista in esclusiva. Sembra che abbiano fatto buoni progressi.”
“Grazie. A nome del mio amico. Sì, grazie. Gli passerò subito la notizia. Bene, ora devo andare…”
Brian Kwok venne correndo verso di loro. “Salve, Peter.” Ansimava. “Robert, mi dispiace, ma Crosse vuole vederci subito.”
“All’inferno!” disse stancamente Armstrong. “Te l’avevo detto che era meglio aspettare prima di telefonare. Quello non dorme mai.” Si massaggiò il viso per scacciare la stanchezza. Aveva gli occhi arrossati. “Vai a prendere la macchina, Brian, ti aspetto all’uscita principale.”
“Bene.” Brian Kwok scappò via. Armstrong lo seguì con lo sguardo, preoccupato.
Peter Marlowe chiese, scherzando: “Sta andando a fuoco il municipio?”
“Nel nostro mestiere, il municipio va sempre a fuoco, amico mio.” Armstrong studiò attentamente Peter Marlowe. “Prima che me ne vada, Peter, vorrei sapere perché la delegazione commerciale è tanto importante per lei.”
Dopo una pausa, l’uomo dagli occhi penetranti disse: “Conoscevo uno di loro, durante la guerra. Il tenente Robin Grey. Era capo della polizia militare di Changi, durante gli ultimi due anni.” La sua voce era secca, adesso, più secca e gelida di quanto Armstrong avesse ritenuto possibile. “Lo odiavo, e lui mi odiava. Spero di non incontrarlo, ecco tutto.”
Al di là del tondino del dissellaggio, Gornt teneva il binocolo puntato su Armstrong che andava a raggiungere Brian Kwok. Poi, pensosamente, lo girò su Peter Marlowe che si stava dirigendo verso un gruppo di allenatori e di fantini.
“Ficcanaso!” esclamò Gornt.
“Eh? Chi? Oh, Marlowe?” Sir Dunstan Barre ridacchiò. “Non è un ficcanaso. Vuole solo sapere tutto di Hong Kong. È il tuo tenebroso passato che l’affascina, vecchio mio, il tuo passato e quello del tai-pan.”
“Tu non hai scheletri nell’armadio, Dunstan?” chiese sottovoce Gornt. “Vuoi affermare che tu e la tua famiglia siete candidi come gigli?”
“Dio non voglia!” Barre si affrettò a diventare affabile, per trasformare in miele l’improvvisa velenosità di Gornt. “Buon Dio, no! Gratta un inglese e troverai un pirata. Siamo tutti sospetti! È la vita, no?”
Gornt non disse nulla. Disprezzava Barre, ma aveva bisogno di lui. “Darò una festicciola sul mio yacht, domenica, Dunstan. Vuoi venire? Lo troverai interessante.”
“Oh? Chi è l’ospite d’onore?”
“Pensavo a una festicciola per uomini soli… niente mogli, eh?”
“Ah! Conta su di me” disse subito Barre, illuminandosi. “Potrei portare un’amica?”
“Portane anche due se vuoi, vecchio mio. Più sono e meglio è. Sarà un gruppo poco numeroso, selezionato e sicuro. Plumm, è un buon diavolo, e la sua amichetta è divertente.” Gornt vide Marlowe cambiare direzione, chiamato da un gruppo di commissari di gara in cui troneggiava Donald McBride. Poi, colto da un pensiero improvviso, aggiunse: “Credo che inviterò anche Marlowe.”
“Perché, se lo giudichi un ficcanaso?”
“Potrebbe interessargli qualche vera storia sugli Struan, i nostri pirati fondatori e quelli di oggi.” Gornt sorrise soltanto con le labbra e Barre si chiese quale diavoleria stava tramando.
Sir Dunstan si asciugò il viso rubizzo. “Cristo, vorrei che piovesse. Sai che Marlowe era negli Hurricane…? Ha abbattuto tre maledetti Boches nella battaglia d’Inghilterra prima che lo mandassero a Singapore, in quell’inferno. Non perdonerò mai a quei maledetti giapponesi quello che hanno fatto ai nostri ragazzi, là, qui, a Sciangai e in Cina.”
“Neppure io” confermò cupamente Gornt. “Sapevi che il mio vecchio era a Nanchino nel ’37, quando devastarono la città?”
“No, Cristo. E come ne uscì?”
“Alcuni dei nostri lo nascosero per qualche giorno… avevamo soci, là, da intere generazioni. Poi raccontò ai giapponesi che era un corrispondente del Times di Londra, che simpatizzava per loro, e così riuscì ad arrivare a Sciangai. Ancora adesso quei ricordi gli danno gli incubi.”
“A proposito di incubi, vecchio mio, hai cercato di farli venire a Ian ieri sera, andando alla sua festa?”
“Pensi che lui mi abbia reso la pariglia manomettendo la mia macchina?”
“Eh?” Barre era inorridito. “Buon Dio! Vuoi dire che la tua macchina è stata manomessa?”
“Il cilindro della pompa del freno era spezzato da un colpo. Il meccanico ha detto che potrebbe essere stato rotto con una pietra.”
Barre lo fissò e scrollò la testa. “Ian non è uno stupido. È spietato, sì, ma non stupido. Sarebbe tentato omicidio.”
“Non sarebbe la prima volta.”
“Se fossi in te, non lo direi in pubblico, vecchio mio.”
“Tu non sei il pubblico, vecchio mio. No?”
“No. Natur…”
“Bene.” Gornt fissò su di lui gli occhi scuri. “In momenti come questi, gli amici devono essere solidali.”
“Oh?” Istantaneamente, Barre fu in guardia.
“Sì. La Borsa è molto nervosa. Questa storia della Ho-Pak potrebbe rovinare molti dei nostri piani.”
“La mia Hong Kong and Lan Tao Farms è solida come il Peak.”
“Certamente, purché i tuoi banchieri svizzeri continuino a concederti la nuova linea di credito.”
La faccia florida di Barre sbiancò. “Eh?”
“Senza il loro prestito non potrai impadronirti della Hong Kong Docks and Wharves, della Royal Insurance of Hong Kong and Malaya, espanderti a Singapore e portare a termine parecchi degli altri piani che avete in programma… tu e quel tuo nuovo amico, Mason Loft, il ragazzo prodigio di Threadneedle Street. Giusto?”
Barre lo fissò, con il sudore freddo che gli scorreva lungo la schiena, inorridito nello scoprire che Gornt era a conoscenza dei suoi segreti. “E questo dove l’hai saputo?”
Gornt rise. “Ho amici in alto loco, vecchio mio. Non preoccuparti, le tue debolezze, con me, sono al sicuro.”
“Non… non corriamo nessun pericolo.”
“No, naturalmente.” Gornt puntò di nuovo il binocolo sul suo cavallo. “Oh, a proposito, Dunstan, può darsi che alla prossima riunione, alla banca, io abbia bisogno del tuo voto.”
“A proposito di che?”
“Ancora non lo so.” Gornt volse gli occhi verso di lui. “Mi basta sapere che posso contare su di te.”
“Sì. Sì, naturalmente.” Barre si stava chiedendo, innervosito, che cosa aveva in mente Gornt, e dove c’era stata la fuga di notizie. “È sempre un piacere accontentarti, vecchio mio.”
“Grazie. Stai vendendo le Ho-Pak a breve?”
“Certo. Ieri ho ritirato tutti i miei depositi, grazie a Dio. Perché?”
“Ho sentito dire che l’accordo fra Dunross e la Par-Con non andrà in porto. Sto pensando di vendere a breve anche le azioni della Struan.”
“Oh? L’accordo non andrà in porto? Perché?”
Gornt ebbe un sorriso sarcastico. “Perché, Dunstan…”
“Salve, Quillan, Dunstan, scusate se vi disturbo” disse Donald McBride, avvicinandosi con aria indaffarata, seguito da altri due uomini. “Posso presentarvi il signor Charles Biltzmann, vicepresidente dell’American Superfoods. Dirigerà la nuova compagnia unificata General Stores-Superfoods, e d’ora innanzi farà base nella colonia. Il signor Gornt e Sir Dunstan Barre.”
L’americano, alto, con i capelli chiari, portava un abito grigio, cravatta grigia, e un paio d’occhiali non cerchiati. “Lieto di conoscervi. Bell’ippodromo, il vostro.”
Gornt gli strinse la mano senza entusiasmo. Accanto a Biltzmann c’era Richard Hamilton Pugmire, attuale tai-pan della Hong Kong General Stores, commissario del Turf Club, un uomo basso, arrogante, sulla cinquantina, che portava la sua piccola statura come una sfida perenne. “Salve, voi due! Bene, chi è il vincitore della quinta?”
Gornt torreggiava davanti a lui. “Te lo dirò dopo la corsa.”
“Oh, andiamo, Quillan, sai benissimo che sarà tutto deciso prima ancora che sfilino i cavalli.”
“Se riesci a dimostrarlo, sono sicuro che a tutti noi interesserebbe saperlo. A me interesserebbe di certo, e a te no, Donald?”
“Sono certo che Richard stava scherzando” rispose Donald McBride. Aveva passato la sessantina; il viso eurasiatico aveva un’espressione amabile e un sorriso caloroso. Soggiunse, rivolgendosi a Biltzmann: “Circolano sempre voci su intrallazzi di questo genere, ma noi facciamo tutto il possibile, e quando cogliamo qualcuno sul fatto… via la testa! O almeno, lo buttiamo fuori dal giro delle corse.”
“Diavolo, anche negli Stati Uniti molte corse sono truccate, ma credo che qui, dove è roba per dilettanti, debba essere ancora più facile” disse allegramente Biltzmann. “Il suo stallone, Quillan. È australiano con pedigree parziale, no?”
“Sì” disse seccamente Gornt, irritato da quella familiarità.
“Don mi stava spiegando i regolamenti delle vostre corse. Mi piacerebbe entrare nel vostro circolo… come socio con diritto di voto.”
Il Turf Club era molto esclusivo e rigorosamente controllato. C’erano duecento soci con diritto di voto e quattromila senza diritto di voto. Solo quelli con diritto di voto potevano prender posto nel palco. Soltanto loro potevano essere proprietari di cavalli. Soltanto loro potevano proporre due persone l’anno come candidati a soci senza diritto di voto… la decisione dei commissari, positiva o negativa, era definitiva, e veniva presa con scrutinio segreto. E soltanto loro potevano diventare commissari.
“Sì” ripeté Biltzmann. “Sarebbe magnifico.”
“Sono sicuro che si potrebbe vedere” disse McBride con un sorriso. “Il Club cerca sempre sangue nuovo… e nuovi cavalli.”
“Ha intenzione di stabilirsi a Hong Kong, signor Biltzmann?” chiese Gornt.
“Mi chiami Chuck. Sì, sono qui in pianta stabile” rispose l’americano. “Mi si potrebbe definire il nuovo tai-pan della Superfoods d’Asia. Suona bene, no?”
“Meravigliosamente” disse Barre, in tono gelido.
Biltzmann continuò tutto beato, incapace di percepire il sarcasmo inglese: “Sono il rappresentante del nostro consiglio d’amministrazione di New York. Come disse quel tale del Missouri, qui il caprone si ferma.” Sorrise, ma nessuno sorrise con lui. “Resterò qui almeno un paio d’anni, e l’idea mi entusiasma. Ci stiamo già preparando a insediarci. La mia sposa arriva domani e…”
“Si è appena sposato, signor Biltzmann?”
“Oh, no, è solo un’espressione americana. Siamo sposati da vent’anni. Appena la nostra nuova casa sarà sistemata come vuole lei, saremo lieti se vorrete venire a cena. Magari per un barbecue. Ci siamo organizzati per le bistecche, tutte di prima scelta. Ci arriveranno in aereo una volta al mese. E patate dell’idaho” aggiunse orgoglioso Biltzmann.
“Mi rallegro per le patate” disse Gornt, e gli altri attesero, sapendo che disprezzava la cucina americana… soprattutto le bistecche cotte sulla carbonella e gli hamburger e le “schifose patate al forno”. “Quando verrà conclusa la fusione?”
“Alla fine del mese. La nostra offerta è stata accettata. Tutto sistemato. Spero proprio che il nostro know-how americano vada bene per questa piccola grande isola.”
“Immagino che si farà costruire una casa.”
“Nossignore. Dickie, qui” continuò Biltzmann, e tutti rabbrividirono, “Dickie ci ha procurato l’attico del palazzo della compagnia a Blore Street, così siamo in città.”
“Molto appropriato” disse Gornt. Gli altri repressero una risata. La più vecchia e famosa delle Case della Facile Virtù, nella colonia, aveva sempre avuto sede in Blore Street, al numero uno. Era stata aperta da una delle “signorine” di madama Fotheringill, Nellie Blore, poco dopo il 1860, con il denaro che, a quanto si diceva, le era stato dato da Culum Struan, e funzionava tuttora secondo il regolamento originale… solo ragazze europee o australiane, e non erano ammessi stranieri né indigeni.
“Molto appropriato” ripeté Gornt. “Ma non credo che lei sarebbe qualificato.”
“Prego?”
“Niente. Sono sicuro che Blore Street le si addica molto.”
“La vista è magnifica, ma l’impianto idraulico non va” disse Biltzmann. “Ci penserà la mia sposa a sistemarlo.”
“Sua moglie è esperta d’idraulica?” chiese Gornt.
L’americano rise. “No, diavolo, ma in casa si destreggia mica male.”
“Se vuole scusarmi, devo vedere il mio allenatore.” Gornt salutò gli altri con un cenno e si voltò per andarsene. “Donald, hai un momento? È per via di sabato.”
“Certo. Torno subito, signor Biltzmann.”
“Sicuro. Ma mi chiami Chuck. Buona giornata!”
McBride si avviò a fianco di Gornt. Quando furono soli, Gornt chiese: “Non vorrai davvero proporre di farlo diventare socio con diritto di voto?”
“Be’, sì.” McBride aveva l’aria impacciata. “È la prima volta che una grossa compagnia americana si è offerta di venire a Hong Kong. Per noi, quell’uomo potrebbe essere molto importante.”
“Non è una buona ragione per fargli una concessione simile, vero? Fallo diventare socio senza diritto di voto. Così potrà andare in tribuna. E se vuoi invitarlo nel tuo palco, è affar tuo. Ma socio con diritto di voto? Dio buono, sarebbe capace di scegliere come colori della scuderia quelli della Superfoods!”
“È appena arrivato ed è come un pesce fuor d’acqua, Quillan. Sono sicuro che imparerà. È abbastanza presentabile, anche se fa qualche gaffe. È molto ricco e…”
“Da quando il denaro è l’apriti sesamo per il Turf Club? Dio buono, Donald, se fosse così, tutti i cinesi arricchiti speculando in Borsa o sui terreni ci sommergerebbero. Non avremmo neppure posto per fiatare.”
“Non sono d’accordo. Forse la soluzione sarebbe aumentare il numero dei soci con diritto al voto.”
“No. Assolutamente no. Naturalmente, voi commissari farete come volete. Ma ti consiglio di ripensarci.” Gornt era socio con diritto di voto, ma non era commissario. Ogni anno i duecento soci aventi diritto al voto eleggevano a scrutinio segreto i dodici commissari. Ogni anno il nome di Gornt figurava nell’elenco pubblico dei candidati alla carica di commissario e ogni anno non riusciva a ottenere i voti necessari. Molti commissari venivano rieletti automaticamente fino a quando si ritiravano, anche se di tanto in tanto c’era qualche manovra di corridoio.
“Sta bene” disse McBride, “quando verrà proposto il suo nome, dirò che tu ti opponi.”
Gornt sorrise a denti stretti. “E così verrà eletto.”
McBride ridacchiò. “Non credo, Quillan. Questa volta no. Pug mi ha pregato di presentarlo in giro. Devo riconoscere che ogni volta parte con il piede sbagliato. L’ho presentato a Paul Havergill e Biltzmann ha subito cominciato a confrontare le procedure bancarie di qui con quelle degli Stati Uniti, e in un modo non molto simpatico. E con il tai-pan…” McBride inarcò le sopracciglia grigie. “Gli ha detto che era ben felice di conoscerlo perché voleva sapere tutto di Hag Struan e di Dirk Struan e di tutti gli altri pirati e contrabbandieri d’oppio della sua famiglia!” Sospirò. “Ian e Paul voteranno sicuramente contro di lui, quindi non credo che tu abbia molto da preoccuparti. Davvero, non capisco perché Pug si sia venduto a quella gente.”
“Perché non è suo padre. Da quando è morto il vecchio Sir Thomas, la General Stores ha cominciato a declinare. Comunque, Pug ci guadagna personalmente 6 milioni di dollari USA e ha un contratto di ferro per cinque anni… quindi lui ha tutte le soddisfazioni e neppure un grattacapo, e la sua famiglia è a posto. Vuole ritirarsi in Inghilterra. Ascot e via di seguito.”
“Ah! Un ottimo affare per il vecchio Pug!” McBride divenne più serio. “Quillan, la quinta corsa… c’è un interesse enorme. Temo che ci saranno interferenze. Intensificheremo la sorveglianza per tutti i cavalli. Corre voce che…”
“Si parla di droga?”
“Sì.”
“Ci sono sempre voci del genere, e qualcuno ci si proverà sempre. Secondo me, i commissari fanno un ottimo lavoro.”
“Ieri sera, i commissari hanno deciso di istituire un nuovo regolamento. In futuro ci saranno analisi chimiche obbligatorie, prima e dopo ogni corsa, come fanno nei principali ippodromi in Inghilterra e in America.”
“Farete in tempo per sabato? E come?”
“Il dottor Meng, il perito patologo della polizia, ha accettato di occuparsene… in attesa che troviamo un esperto.”
“Buona idea” disse Gornt.
McBride sospirò. “Sì, ma il Potente Drago non è abbastanza forte per il Serpente Locale.” E si allontanò.
Gornt esitò un attimo, poi raggiunse il suo allenatore che stava accanto a Pilot Fish e parlava con il fantino, un altro australiano, Bluey White. Ufficialmente, Bluey White era dirigente d’una delle divisioni armatoriali di Gornt… il titolo gli era stato conferito perché potesse figurare come dilettante.
“’giorno, signor Gornt” dissero i due. Il fantino si portò la mano al ciuffo.
“Buongiorno.” Gornt li guardò un momento, poi disse tranquillamente: “Bluey, se vince, avrà una gratifica di 5000 dollari. Se finisce dietro Noble Star, la licenzierò.”
L’ometto impallidì. “Sì, capo!”
“Adesso vada a cambiarsi” disse Gornt, congedandolo.
“Vincerò” disse Bluey White, andandosene.
L’allenatore disse, impacciato: “Pilot Fish è in ottima forma, signor Gornt. Cercherà di…”
“Se vince Noble Star, licenzierò anche lei. E la licenzierò se Noble Star finisce davanti a Pilot Fish.”
“Parola d’onore, signor Gornt.” L’uomo si asciugò il sudore improvviso dalla bocca. “Non posso…”
“Non le suggerisco di fare qualcosa. Le ho solo detto quello che le capiterà.” Gornt lo salutò con un cenno e si allontanò. Andò al ristorante del Club, affacciato sulla pista, e ordinò la sua colazione preferita, uova Benedict con la speciale salsa olandese che tenevano per suo uso esclusivo, e il caffè giavanese, egualmente fornito da lui.
Al terzo caffè, si avvicinò il cameriere. “Mi scusi, signore, è desiderato al telefono.”
Andò al telefono. “Gornt.”
“Buongiorno, signor Gornt, sono Paul Choy… il nipote del signor Wu… Spero di non disturbarla.”
Gornt mascherò il suo stupore. “Mi ha chiamato molto presto, signor Choy.”
“Sì, signore, ma ho voluto arrivare presto al lavoro, il primo giorno” disse precipitosamente il giovane. “Così ero solo, qui, pochi minuti fa, quando è squillato il telefono. Era il signor Bartlett. Linc Bartlett, sa, quello dei fucili di contrabbando, il milionario.”
Gornt era sbalordito. “Bartlett?”
“Sì, signore. Ha detto che voleva parlare con lei, ha fatto capire che era molto urgente, e l’aveva cercata anche a casa. Ho pensato che lei poteva essere andato all’allenamento e che avrei fatto bene a rintracciarla. Spero di non averla disturbata.”
“No. Che cosa le ha detto?” chiese Gornt.
“Solo che voleva parlare con lei. Ha chiesto se era in città. Ho risposto che non lo sapevo, ma che avrei controllato e lasciato un messaggio, e poi l’avrei richiamato.”
“Da dove telefonava?”
“Dal Victoria and Albert, Kowloon, 662233, interno 773… è l’interno dell’ufficio, non dell’appartamento.”
Gornt era impressionato. “In una bocca chiusa non entrano mosche, signor Choy.”
“Gesù, signor Gornt, è l’unica cosa di cui non dovrà mai preoccuparsi” disse con fervore Paul Choy. “Mio zio Wu ce lo ha cacciato bene in testa, a tutti noi.”
“Bene. Grazie, signor Choy. Ci vediamo fra poco.”
“Sì, signore.”
Gornt riattaccò, rifletté un momento, poi fece il numero dell’albergo. “Il 773, per favore.”
“Qui Linc Bartlett.”
“Buongiorno, signor Bartlett, sono Gornt. In cosa posso esserle utile?”
“Ehi, grazie di avermi richiamato. Ho avuto notizie preoccupanti legate a quello di cui abbiamo discusso.”
“Oh?”
“Sì. La Toda Shipping non le dice niente?”
L’interesse di Gornt ingigantì. “La Toda Shipping è una colossale conglomerata giapponese, cantieri navali, acciaierie, industria pesante. La Struan ha commissionato due navi, due grossi mercantili, mi pare. Perché?”
“Sembra che la Toda debba ricevere presto alcuni pagamenti dalla Struan, 6 milioni di dollari in tre rate, il primo, l’undici e il quindici del mese prossimo, e altri 6 milioni tra novanta giorni. E il giorno otto c’è un’altra scadenza di 6,8 milioni, da versare all’Orlin International Bank… la conosce?”
Con uno sforzo, Gornt conservò un tono impassibile. “Ne ho sentito parlare” disse, sbalordito al pensiero che l’americano conoscesse quei dettagli. “Allora?” chiese.
“Allora ho sentito dire che la Struan ha solo 1,3 milioni in contanti, senza riserve liquide, e il movimento non basta a coprire i pagamenti. Non sono previsti forti incassi fino a quando riceveranno 17 milioni, la loro parte dell’attività della Kowloon Investments, da pagarsi in novembre, e sono scoperti del 20 per cento presso la Victoria Bank.”
“Sono… sono informazioni molto riservate” mormorò Gornt, mentre il cuore gli martellava e il colletto minacciava di soffocarlo. Sapeva dello scoperto del 20 per cento… glielo aveva detto Plumm, e tutti i membri del consiglio d’amministrazione della banca dovevano saperlo. Ma non i dettagli sui liquidi e neppure sul movimento.
“Perché mi sta dicendo tutto questo, signor Bartlett?”
“Lei come sta a liquidità?”
“Gliel’ho già detto. Sono venti volte più forte della Struan” disse automaticamente Gornt, mentendo con disinvoltura, rimuginando sulle possibilità meravigliose che quelle informazioni gli schiudevano. “Perché?”
“Se concluderò l’accordo con la Struan, lui userà il mio anticipo in contanti per pagare la Toda e la Orlin… se la sua banca non gli estende il credito.”
“Sì.”
“La Victoria lo sosterrà?”
“Lo ha sempre fatto. Perché?”
“Se non lo sosterrà, lui si troverà nei guai.”
“La Struan è una grossa azionista. La banca è obbligata a sostenerla.”
“Ma lui è scoperto e Havergill lo odia. Tra le azioni di Chen, della Struan e dei vari prestanome, hanno il 21 per cento…”
Per poco, Gornt non si lasciò sfuggire il ricevitore. “Dove diavolo si è procurato queste informazioni? Nessun estraneo potrebbe conoscerle!”
“È vero” disse calmissimo l’americano. “Ma è così. Lei potrebbe coalizzare l’altro 79 per cento?”
“Cosa?”
“Se io avessi un socio in grado di mettergli contro la banca per questa volta e lui non riuscisse a trovare credito altrove… per dirla francamente: è questione di tempismo. Dunross è pericolosamente scoperto, e questo significa che è vulnerabile. Se la sua banca non gli fa credito, sarà costretto a vendere qualcosa… o a trovare un credito nuovo. In entrambi i casi, non è in condizioni di difendersi da un attacco, e dovrà cedere a prezzi di svendita.”
Gornt si asciugò la fronte, stordito. “Dove diavolo si è procurato tutte queste informazioni?”
“Glielo dirò più tardi, non adesso.”
“Quando?”
“Quando saremo alle battute finali.”
“È… è certo che le sue cifre siano esatte?”
“Certissimo. Abbiamo i suoi bilanci degli ultimi sette anni.”
Nonostante i suoi proponimenti, Gornt si lasciò sfuggire un’esclamazione. “È impossibile!”
“Vuole scommettere?”
Gornt era veramente scosso, e cercava di rimettere in funzione la sua mente. Sii cauto, si disse. Per amor del cielo, controllati. “Se… se conosce davvero tutto questo e se si procurasse un ultimo dato… la loro struttura corporativa… se conoscesse anche quella, potremmo fare della Struan quel che vogliamo.”
“Abbiamo anche quella. Vuole entrarci anche lei?”
Sebbene non si sentisse affatto calmo, Gornt sentì la propria voce dire, tranquilla: “Naturalmente. Quando potremmo incontrarci? A pranzo?”
“Le andrebbe adesso? Ma non qui, e non nel suo ufficio. È meglio far le cose con discrezione.”
Gornt sentiva una fitta al cuore, sentiva un sapore amaro in bocca e si chiedeva fino a che punto poteva fidarsi di Bartlett. “La… la manderò a prendere. Potremmo parlare in macchina.”
“Buona idea, ma potrei venire io a Hong Kong. Al terminal del Golden Ferry, fra un’ora.”
“Benissimo. La mia macchina è una Jaguar… la targa è 8888. Sarò vicino alla fermata dei tassì.”
Gornt riattaccò, fissò per un momento il telefono, poi tornò al suo tavolo.
“Non erano brutte notizie, spero, signor Gornt.”
“Eh? No, no, affatto. Grazie.”
“Un altro po’ del suo caffè speciale? È appena fatto.”
“No. No, grazie. Vorrei mezza bottiglia di Taittinger Blanc de Blanc. Del ’55.” Sedette. Si sentiva strano. Aveva quasi in pugno il suo nemico… se quei dati erano veri, e se poteva fidarsi dell’americano, se quello non era segretamente in combutta con Dunross.
Il vino arrivò, ma lui l’assaggiò appena. Era completamente concentrato, impegnato a setacciare i fatti e a prepararsi.
Gornt vide l’americano avanzare tra la folla e per un momento gli invidiò la figura magra e snella, l’abbigliamento disinvolto – jeans, camicia aperta, giacca sportiva – e la sua tranquilla sicurezza. Vide la macchina fotografica, sorrise ironicamente e cercò Casey con gli occhi. Quando si accorse che Bartlett era solo, si sentì deluso. Ma la delusione non intaccava la splendida euforia che l’aveva pervaso da quando aveva riattaccato il telefono.
Gornt si piegò e aprì la portiera. “Benvenuto sull’isola di Hong Kong, signor Bartlett” disse con giovialità forzata, avviando il motore. Imboccò la Gloucester Road, verso Glessing’s Point e lo Yacht Club. “Le sue informazioni riservate sono sorprendenti.”
“Senza spie non si può andare avanti, no?”
“Si può, ma da dilettanti. Come sta la signorina Casey? Pensavo che fosse con lei.”
“Casey non c’entra in questa faccenda. Non ancora.”
“Oh.”
“No. No, nell’attacco iniziale non c’entra. Sarà più utile, se non sa niente.”
“Non sa niente di tutto questo? Neppure della sua telefonata?”
“No. Niente del tutto.”
Dopo una pausa, Gornt disse: “Mi pareva che fosse il suo vicepresidente esecutivo… l’ha definita il suo braccio destro.”
“Lo è. Ma alla Par-Con sono io che comando, signor Gornt.”
Gornt guardò quegli occhi impassibili e, per la prima volta, comprese che era vero, e che la sua valutazione iniziale era sbagliata. “Non ne ho mai dubitato” dichiarò, attendendo, teso.
Poi Bartlett disse: “Possiamo parcheggiare da qualche parte? Ho qualcosa che vorrei mostrarle.”
“Certamente.” Gornt procedeva su Gloucester Road, lungo il mare, nel solito traffico intenso. Dopo un po’, trovò un posto per fermarsi presso il rifugio antitifone di Causeway Bay, con le isole galleggianti di barche, di tutte le dimensioni.
“Ecco.” Bartlett gli porse un fascicolo dattiloscritto. Era una copia particolareggiata del bilancio della Struan, per l’anno prima che la compagnia diventasse pubblica. Gli occhi di Gornt corsero sulle cifre. “Cristo” mormorò. “Dunque la Lasting Cloud gli è costata 12 milioni?”
“È mancato poco che li mettesse sul lastrico. Sembra che avesse a bordo un carico pazzesco. Motori a reazione per la Cina, e non assicurati.”
“Logico che non fossero assicurati… come diavolo si può assicurare un carico di contrabbando?” Gornt stava cercando di assimilare tutte quelle cifre complicate. “Se avessi saputo anche solo la metà di tutto questo, l’ultima volta li avrei avuti in pugno. Posso tenerlo?”
“Quando avremo concluso un accordo gliene darò una copia.” Bartlett riprese il fascicolo e gli consegnò un foglio. “Provi questo, per farsi un’idea.” Il foglio mostrava, in un grafico, le partecipazioni azionarie della Struan nella Kowloon Investments ed esponeva dettagliatamente come, tramite compagnie prestanome, il tai-pan della Struan esercitava il controllo completo sull’enorme compagnia che si occupava di assicurazioni, di proprietà immobiliari e di magazzini portuali e che ufficialmente era una compagnia a sé, come tale quotata in Borsa.
“Meraviglioso” disse Gornt con un sospiro pieno d’ammirazione. “La Struan, ufficialmente, ha solo una piccola parte delle azioni, ma ha il controllo al cento per cento, e la segretezza perpetua.”
“Negli Stati Uniti chi avesse ideato un marchingegno simile finirebbe in galera.”
“Grazie a Dio, le leggi di Hong Kong sono diverse, e tutto è perfettamente legale, anche se un po’ tortuoso.” I due uomini risero.
Bartlett intascò il foglio. “Ho gli stessi dettagli sul resto delle loro partecipazioni azionarie.”
“Mi dica, signor Bartlett: che cosa ha in mente?”
“Un attacco congiunto contro la Struan, a partire da oggi. Un blitzkrieg. Ci divideremo il bottino, cinquanta e cinquanta. Lei avrà la Grande Casa sul Peak, il prestigio, lo yacht… e il cento per cento del palco al Turf Club, inclusa la carica di commissario.”
Gornt gli lanciò un’occhiata. Bartlett sorrise. “Sappiamo che per lei è importante. Ma per tutto il resto faremo a metà.”
“Eccettuata la gestione del Kai Tak. Ne ho bisogno per la mia linea aerea.”
“Sta bene. Ma allora io voglio la Kowloon Investments.”
“No” disse Gornt, immediatamente in guardia. “Quella dovremmo dividerla cinquanta e cinquanta, e tutto cinquanta e cinquanta.”
“No. Lei ha bisogno del Kai Tak, io ho bisogno della Kowloon Investments. Sarà un ottimo punto di partenza per il grande balzo della Par-Con in Asia.”
“Perché?”
“Perché tutti i grandi patrimoni di Hong Kong sono basati sulle proprietà immobiliari. La Kowloon Investments mi darà la base ideale.”
“Per altri colpi di mano?”
“Sicuro” rispose disinvolto Bartlett. “Il secondo dell’elenco è il suo amico Jason Plumm. Potremmo fagocitare facilmente le sue Asian Properties. Cinquanta e cinquanta. Le sta bene?”
Gornt tacque a lungo. “E dopo di lui?”
“Hong Kong and Lan Tao Farms.”
Ancora una volta, il cuore di Gornt diede un tuffo. Aveva sempre odiato Dunstan Barre, e l’odio era triplicato l’anno prima, quando Barre era stato nominato baronetto in occasione del compleanno della Regina… un onore ottenuto, Gornt ne era sicuro, grazie a oculati contributi al partito conservatore. “E lui, come lo inghiottirebbe?”
“C’è sempre un momento in cui qualunque esercito, qualunque paese, qualunque compagnia è vulnerabile. Ogni generale o presidente di compagnia deve correre rischi, qualche volta, per restare in testa. È necessario, per restar in testa. C’è sempre qualche nemico che cerca di azzannarle i polpacci, che vuole il suo posto al sole, il suo territorio. Quando si è vulnerabili, è necessario essere prudenti.”
“Lei è vulnerabile, adesso?”
“No. Due anni fa lo ero, ma adesso no. Adesso ho la forza di cui ho bisogno… di cui abbiamo bisogno. Se lei ci sta.”
Numerosi uccelli marini si tuffavano e volteggiavano e strillavano, lassù. “Cosa vuole che faccia?”
“Lei è la punta avanzata. Io difendo la retroguardia. Quando avrà aperto una falla nelle difese di Dunross, io darò il colpo decisivo. Vendiamo le Struan a breve… mi pare che lei abbia già preso posizione per la faccenda della Ho-Pak.”
“Ho venduto a breve, sì. Modestamente.” Gornt mentì con disinvoltura.
“Bene. Negli Stati Uniti sarebbe facile convincere i loro stessi contabili a soffiare i dati sul movimento liquidi ai chiacchieroni più qualificati. E presto tutta la città lo saprebbe. Qui sarebbe possibile fare altrettanto?”
“Probabilmente. Ma non riuscirebbe mai a indurre i loro contabili a fare una cosa simile.”
“Neppure a un giusto prezzo?”
“No. Ma si può mettere in circolazione qualche voce.” Gornt sorrise cupamente. “È molto scorretto, da parte di Dunross, nascondere la sua situazione agli azionisti. Sì. Si può fare. E poi?”
“Lei vende le Struan a breve, appena apre la Borsa. Grossi quantitativi.”
Gornt accese una sigaretta. “Io vendo a breve, e lei cosa fa?”
“Apertamente, nulla. È il nostro asso nella manica.”
“Forse lo è davvero, e lei mi mette in difficoltà” disse Gornt.
“E se coprissi io tutte le perdite? Le basterebbe, per provarle che sono dalla sua parte?”
“Cosa?”
“Coprirò tutte le perdite, e prenderò metà degli utili per oggi, domani e venerdì. Se non l’abbiamo messo al tappeto per venerdì pomeriggio, lei ricomprerà, poco prima della chiusura, e ammetteremo di aver fallito il colpo. Se daremo l’impressione di averlo in pugno, venderemo quantitativi ingenti, al limite, poco prima della chiusura. Così lui suderà freddo per tutto il weekend. Lunedì io darò uno strattone al tappeto, e il nostro blitzkrieg sarà compiuto. È un sistema infallibile.”
“Sì. Se posso fidarmi di lei.”
“Depositerò 2 milioni di dollari nella banca svizzera che lei mi indicherà, entro le dieci di oggi. Sono 10 milioni di dollari di Hong Kong, e senza dubbio basteranno a coprire le eventuali perdite che lei potrebbe subire. 2 milioni senza condizioni, senza impegni, senza niente di scritto, solo la sua parola, che serviranno a coprire le eventuali perdite, e se vinceremo divideremo gli utili e il resto secondo l’accordo… cinquanta e cinquanta eccettuate la Kowloon Investments per me, la gestione dell’aeroporto Kai Tak per lei, e per Casey e per me l’iscrizione al Turf Club con diritto di voto. Lo metteremo per iscritto martedì… dopo che lui sarà crollato.”
“Lei depositerà 2 milioni di dollari USA, e starà a me decidere quando comprare, per coprire le eventuali perdite?” Gornt era incredulo.
“Sì. 2 milioni è il limite del mio rischio. Quindi, lei che danno potrebbe subire? Nessuno. E dato che Dunross sa quali sono i suoi sentimenti, se lei lancerà l’attacco non si aspetterà un’azione di fiancheggiamento da parte mia.”
“Tutto sta a vedere se le sue cifre sono esatte… l’ammontare e le date.”
“Controlli. Deve esserci un modo per riuscire… così si convincerà.”
“Perché questo cambiamento improvviso, signor Bartlett? Aveva detto che avrebbe aspettato fino a martedì… forse oltre.”
“Abbiamo fatto qualche accertamento, e i dati che ho scoperto non mi piacciono. Non dobbiamo niente a Dunross. Saremmo pazzi a metterci con lui mentre è così debole. Le propongo un vero affare: la Nobil Casa contro 2 miserabili milioni. Se vinciamo, diventeranno centinaia di milioni.”
“E se perdiamo?”
Bartlett scrollò le spalle. “Forse tornerò a casa. Forse concluderemo un accordo fra la Rothwell-Gornt e la Par-Con. Qualche volta si vince e molte volte si perde. Ma questo colpo è troppo bello per non tentare. Senza di lei non riuscirebbe. Ho visto abbastanza, a Hong Kong, per capire che ha le sue regole speciali. Non ho il tempo di impararle. Perché dovrei farlo… quando ho lei?”
“O Dunross?”
Bartlett rise, con aria sincera. “Lei non è scoperto, non è vulnerabile, lui sì… peggio per lui. Cosa ne dice? Partiamo all’attacco?”
“Lei mi sembra molto convincente. Chi le ha dato le informazioni… e i documenti?”
“Glielo dirò martedì. Quando la Struan sarà crollata.”
“Ah, c’è un compenso per il signor X?”
“C’è sempre un compenso. Verrà dagli utili, ma non più del 5 per cento… se sarà di più, verrà dalla mia parte.”
“Venerdì alle due, signor Bartlett? Sarà allora che deciderò di ricomprare e magari di perdere i suoi 2 milioni… oppure ci consulteremo e continueremo l’attacco?”
“Venerdì alle due.”
“Se continueremo durante il weekend, lei coprirà ogni eventuale rischio con altri fondi?”
“No. Non ne avrà più bisogno. 2 milioni è il massimo. Entro venerdì pomeriggio le azioni della Struan staranno andando a picco e avremo terrorizzato il tai-pan, oppure non ci sarà niente da fare. Non è un colpo a lungo termine, organizzato con cura. È un tentativo unico di dare scaccomatto a un avversario.” Bartlett sorrise allegramente. “Io rischio 2 miserabili milioni per una partita che finirà sui libri di storia. In meno di una settimana, stenderemo la Nobil Casa dell’Asia!”
Gornt annuì, incerto. Fino a che punto posso fidarmi di te, signor Razziatore che hai la chiave per arrivare al Diavolo Dunross? Guardò dal finestrino e vide una bambina che remava fra le giunche, tranquilla e sicura sul mare come se fosse sulla terraferma. “Penserò a quel che mi ha detto.”
“Fino a quando?”
“Fino alle undici.”
“Mi dispiace. Questo è un colpo di mano, non una proposta d’affari. Subito… o niente!”
“Perché?”
“C’è molto da fare, signor Gornt. Voglio che si decida subito, o non se ne fa nulla.”
Gornt diede un’occhiata all’orologio. C’era tutto il tempo. Una telefonata a un certo giornale cinese, e dopo un’ora quello che lui avrebbe detto sarebbe apparso in bella mostra nelle edicole. Sorrise tra sé, cupamente. Il suo asso nella manica era Havergill. Tutto quadrava alla perfezione.
Un uccello marino gracchiò e volò verso l’interno, facendosi portare verso il Peak dalle correnti termiche. Gornt lo seguì con gli occhi. Poi notò la Grande Casa sulla cresta, bianca nel verde dei pendìi.
“D’accordo” disse, e tese la mano.
Bartlett gliela strinse. “Magnifico. Resta tra noi due?”
“Sì.”
“Dove vuole che depositi i 2 milioni?”
“La Banca di Svizzera e Zurigo, a Zurigo, conto numero 181819.” Gornt si frugò in tasca, e si accorse che gli tremavano le dita. “Glielo scrivo.”
“Non occorre. Il conto è a suo nome?”
“Buon Dio, no! Canberra Limited.”
“La Canberra Limited si è arricchita di 2 milioni! E fra tre giorni, con un po’ di fortuna, lei sarà il tai-pan della Nobil Casa. Che ne dice?” Bartlett aprì la portiera e scese. “Ci vediamo.”
“Aspetti” disse Gornt. “Posso lasciarla dove…”
“No, Grazie. Devo trovare un telefono. Poi alle nove e un quarto ho un’intervista con la sua amica Orlanda, la signorina Ramos… ho pensato che non ci fosse niente di male. Poi, forse, andrò a fare qualche fotografia.” Salutò allegramente con la mano e si allontanò.
Gornt si asciugò le mani sudate. Prima di lasciare il Club aveva chiamato Orlanda per dirle di telefonare a Bartlett e di prendere l’appuntamento. Molto bene, pensò, ancora scosso. Lei lo terrà d’occhio, quando diventeranno amanti; e lo diventeranno, Casey o no. Orlanda ha troppo da guadagnare.
Seguì Bartlett con gli occhi invidiandolo. Dopo pochi istanti, l’americano sparì tra la folla di Wanchai.
Gornt si sentì improvvisamente molto stanco. È tutto troppo comodo, troppo bello, troppo facile, si disse. Eppure… eppure! Accese una sigaretta con mani tremanti. Dove ha preso quei documenti, Bartlett?
Inesorabilmente, il suo sguardo ritornò alla Grande Casa sul Peak. Era ossessionato da quella casa e da un odio così immenso da riportare i suoi pensieri agli antenati, a Sir Morgan Brock che gli Struan avevano rovinato, a Gorth Brock che Dirk Struan aveva assassinato, a Tyler Brock che era stato tradito dalla propria figlia. Senza volerlo, rinnovò il giuramento di vendetta che aveva fatto a suo padre, e che suo padre aveva fatto al suo… fino a Sir Morgan Brock che, in miseria, rovinato dalla sorella, Hag Struan, paralizzato e ridotto a una larva, aveva invocato vendetta a nome di tutti gli spettri dei Brock contro la Nobil Casa e tutti i discendenti dell’uomo più malvagio che fosse mai vissuto.
Oh, dei, datemi la forza, pregò Quillan Gornt. Fate che l’americano abbia detto la verità. Avrò la mia vendetta.