31.

Ore 14,45

Gornt era seduto accanto al suo agente di cambio, Joseph Stern, in Borsa, e guardava soddisfatto il tabellone. C’era un caldo molto umido nella grande sala affollata e rumorosa: telefoni che squillavano, agenti di cambio sudati, impiegati e fattorini cinesi. Normalmente, la Borsa era calma e tranquilla. Quel giorno non lo era. Erano tutti tesi, impegnati. E irrequieti. Molti s’erano tolti la giacca.

Le azioni di Gornt erano scese di un punto, ma la cosa non lo preoccupava minimamente. Le Struan erano scese di tre e mezzo e la Ho-Pak vacillava. Ormai la Struan ha le ore contate, pensò: è tutto pronto, la manovra è incominciata. Nel giro di un’ora il denaro di Bartlett era finito nella sua banca svizzera, senza condizioni… 2 milioni trasferiti da un conto sconosciuto al suo. Sette telefonate avevano dato l’avvio alle voci. Un’altra telefonata in Giappone aveva confermato l’esattezza delle date dei pagamenti della Struan. Sì, pensò, l’attacco è incominciato.

Rivolse l’attenzione alla quotazione delle Ho-Pak, sul tabellone, mentre un agente di cambio stava scrivendo altre offerte. Non c’erano compratori.

Da quando aveva incominciato a vendere segretamente le Ho-Pak, lunedì, poco prima che la Borsa chiudesse alle tre – molto prima che incominciasse veramente l’assalto agli sportelli – aveva guadagnato vari milioni. Lunedì le azioni si vendevano a 28,60 e adesso, nonostante tutto l’appoggio di Richard Kwang, erano scese a 24,30… avevano perduto più punti di quanto si fossero mai mosse da quando era stata fondata la banca, undici anni prima.

4,30 per 500.000 fanno 2.150.000, stava pensando soddisfatto Gornt, tutti in buona moneta di Hong Kong, se volessi ricomprare adesso. Niente male per quarantotto ore di lavoro. Ma per ora non ricomprerò, oh, no. Non ancora. Ormai sono sicuro che le azioni precipiteranno, se non oggi, domani, giovedì. Se non domani, venerdì… lunedì al più tardi, perché nessuna banca al mondo può reggere a un simile assalto agli sportelli. Poi, quando crolleranno, le ricomprerò per pochi centesimi e guadagnerò mezzo milione moltiplicato venti.

“Ne venda 200.000” disse, incominciando a vendere apertamente… Le altre azioni erano scrupolosamente mimetizzate fra i suoi vari prestanome.

“Santo cielo, signor Gornt” esclamò il suo agente di cambio. “La Ho-Pak dovrà tirar fuori quasi 5 milioni per sopperire alle richieste. Farà tremare il mercato.”

“Sì” disse lui, in tono gioviale.

“Faremo una gran fatica a farci prestare le azioni.”

“E allora si muova.”

Riluttante, l’agente di cambio si accinse ad andarsene, ma uno dei telefoni squillò. “Sì? Oh, salve, Chang del turno di giorno” disse, in decente cantonese. “In cosa posso esserle utile?”

“Spero che lei possa salvare tutto il mio denaro, onorevole mediatore. A quanto vende la Nobil Casa?”

“25,30.”

Uno strillo di sbigottimento. “Guai, guai, guai, c’è soltanto mezz’ora, guai, guai, guai! Venda, la prego! Venda tutte le compagnie della Nobil Casa, subito, la Nobil Casa, Good Luck Properties e anche Golden Ferry… a quanto vende la Seconda Grande Compagnia?”

“23,30.”

Ayeeyah! Sono scese di un punto da stamattina? Tutti gli dei siano testimoni della mia cattiva sorte. Venda. La prego, venda tutto, e subito!”

“Ma, Chang del turno di giorno, il mercato è solido e…”

“Subito! Non ha sentito le voci? La Nobil Casa crollerà! Iiiih, venda e senza perdere un attimo! Aspetti un momento, la mia collega Fung-tat vuole parlarle.”

“Sì, terza cameriera Fung?”

“Proprio come Chang del turno di giorno, onorevole mediatore! Venda! Prima che io vada in malora! Venda e ci richiami per dirci i prezzi, oh, oh, oh! Si affretti, la prego!”

L’agente di cambio posò il ricevitore. Era la quinta telefonata che riceveva da vecchi clienti in preda al panico, e la cosa non gli piaceva affatto. È da stupidi cedere al panico, pensò, controllando il registro. Fra tutti e due, Chang del turno di giorno e la terza cameriera Fung avevano investito oltre 40.000 dollari di Hong Kong in varie azioni. Se avesse venduto subito, loro avrebbero guadagnato parecchio, se non ci fossero state le perdite della Struan che avrebbero assorbito buona parte dei loro utili.

Joseph Stern era il titolare dello studio Stern e Jones, che esisteva a Hong Kong da cinquant’anni. Erano diventati agenti di cambio solo dopo la guerra. Prima erano stati prestatori di denaro, cambiavalute e fornitori navali. Era un uomo piccolo, scuro di carnagione, quasi calvo, oltre la sessantina, e molti ritenevano che avesse sangue cinese nelle vene.

Si fermò davanti al tabellone, accanto alla colonna che registrava le Golden Ferry. Scrisse le offerte Chang e Fung nella colonna delle vendite. Non era un’offerta molto ingente.

“Compro io, a 30 centesimi in meno della quotazione” disse un altro agente di cambio.

“Le Golden Ferry sembrano ancora solide” rispose seccamente Stern.

“Sì, ma è una compagnia della Struan. Sì o no?”

“Sai benissimo che in questo trimestre gli utili della Golden Ferry sono in ascesa.”

“Che roba! Cristo, non fa un caldo schifoso? Non credi che potremmo permetterci l’aria condizionata, in Borsa? Allora, sì o no, vecchio mio?”

Joseph Stern rifletté un momento. Non voleva alimentare il nervosismo. Solo il giorno prima le Golden Ferry erano salite di un dollaro perché tutto il mondo degli affari sapeva che l’assemblea annuale era fissata per la settimana dopo, che era stata un’ottima annata e si diceva che ci sarebbe stato un lauto dividendo. Ma conosceva bene la prima legge di tutte le Borse: ieri non ha nulla a che vedere con oggi. Il cliente aveva detto: vendere.

“20 centesimi meno del listino?” chiese.

“30. Ultima offerta. Cosa diavolo ti importa, ci guadagnerai sempre, no? Allora 30?”

“Sta bene.” Stern proseguì lungo il tabellone, vendendo senza difficoltà quasi tutte le azioni dei due, anche se ogni volta doveva cedere qualcosa sul prezzo. Riuscì, a fatica, a procurarsi le azioni della Ho-Pak. Si fermò davanti alla colonna in cui era inclusa la banca. C’erano molti ordini di vendere. Erano quasi tutti per quantità modeste. Scrisse 200.000 in fondo all’elenco nella colonna delle offerte. Ci fu un’ondata di agitazione, nella sala. Stern non vi badò, si limitò a guardare Forsythe, l’agente di cambio di Richard Kwang. Quel giorno era l’unico che comprasse le Ho-Pak.

“Quillan sta cercando di rovinare la Ho-Pak?” chiese un altro agente di cambio.

“È già assediata. Vuoi comprare le azioni?”

“Neanche per idea! Vendi anche le Struan a breve?”

“No. No.”

“Cristo, questa faccenda non mi piace per niente.”

“Stai calmo, Harry” disse qualcun altro. “Una volta tanto la Borsa si è svegliata, è questo che conta.”

“Grande giornata, eh?” disse un altro agente di cambio. “Il crollo è incominciato? Io ho venduto tutto questa mattina. Ci sarà un crollo?”

“Non lo so.”

“Incredibile la faccenda della Struan, no?”

“Credi a tutte le voci?”

“No, naturalmente no, ma dicono che per chi vuol intendere basta una parola, eh?”

“Non ci credo.”

“Le Struan sono scese di tre punti e mezzo in una giornata, vecchio mio. Tanta gente ci crede” disse un altro. “Io ho venduto le mie Struan questa mattina. Richard ce la farà a reggere?”

“È nelle mani di…” Joseph Stern stava per dire “Dio”, ma sapeva che il futuro di Richard Kwang era nelle mani dei suoi correntisti e che quelli avevano già deciso. “È il fato” disse in tono mesto.

“Sì. Grazie a Dio, noi incassiamo le nostre commissioni in ogni caso, abbondanza o carestia, per fortuna, eh?”

“Per fortuna” gli fece eco Stern. Detestava l’accento compunto e borioso delle scuole private britanniche, le scuole esclusive che lui non aveva potuto frequentare perché era ebreo. Vide Forsythe posare il ricevitore e fissare il tabellone. Batté la mano sulla sua offerta. Forsythe lo chiamò con un cenno. Lo raggiunse passando in mezzo alla calca, seguito da molti sguardi.

“Stai comprando?” chiese.

“A tempo debito, Joseph, vecchio mio!” Forsythe soggiunse, sottovoce: “Che resti fra noi, ma non puoi toglierci di dosso Quillan? Ho motivo di credere che sia in combutta con quello zotico di Southerby.”

“È un’accusa pubblica?”

“Oh, andiamo, è solo un’opinione personale, santo cielo! Non hai letto il pezzo di Haply? Alcuni tai-pan e una grande banca che diffondono voci? Sai benissimo che Richard è solido. Richard è solido come… come i Rothschild! Sai che Richard ha più di un miliardo di ris…”

“Ho visto il crollo del ’29, vecchio mio. C’erano trilioni di riserva, allora, ma anche così andarono in malora tutti quanti. È questione di contanti, credito e liquidità. E di fiducia. Accettate la nostra offerta, sì o no?”

“Probabilmente.”

“Per quanto tempo ce la farete a continuare?”

Forsythe lo fissò. “Per sempre. Io sono soltanto un agente di cambio. Eseguo gli ordini. Vendere o comprare, ci guadagno un quarto dell’uno per cento.”

“Se il cliente paga.”

“Deve pagare. Abbiamo noi le azioni, eh? Abbiamo le nostre regole. Ma intanto che ci penso, vai all’inferno.”

Stern rise. “Sono cittadino britannico e quindi andrò in paradiso, non lo sapevi?” Irrequieto, tornò alla sua scrivania. “Credo che comprerà prima che chiuda la Borsa.”

Mancava un quarto alle tre. “Bene” disse Gornt. “Adesso asp…” S’interruppe. Si voltarono tutti e due. L’atmosfera era cambiata. Dunross stava scortando Casey e Linc Bartlett alla scrivania di Alan Holdbrook – l’agente di cambio della Struan – dall’altra parte della sala.

“Credevo che per oggi se ne fosse andato” disse Gornt con una smorfia.

“Il tai-pan non fugge mai di fronte alle difficoltà. Non è nel suo carattere.” Stern osservò pensieroso i tre. “Sembra che vadano d’amore e d’accordo. Forse le voci sono infondate e Ian concluderà l’accordo con la Par-Con ed effettuerà i pagamenti.”

“Non può. L’accordo salterà” disse Gornt. “Bartlett non è uno stupido. Sarebbe un pazzo se si mettesse con quell’impero barcollante.”

“Fino a un’ora fa non sapevo neppure che la Struan fosse indebitata con la Orlin Bank. O che i pagamenti alla Toda scadessero tra una settimana o giù di lì. O quella voce ancora più assurda, che la Victoria non sosterrà la Nobil Casa. Un mucchio di sciocchezze. Ho chiamato Havergill, e lui mi ha risposto così.”

“Che altro ha detto?”

Dopo una pausa, Stern disse: “Strano che tutte queste novità siano saltate fuori oggi.”

“Stranissimo. Venda 200.000 Struan.”

Stern spalancò gli occhi e si tirò le sopracciglia ispide. “Signor Gornt, non crede che…”

“No. La prego di fare come le ho detto.”

“Credo che questa volta lei si sbagli. Il tai-pan è troppo abile. Otterrà tutti gli appoggi di cui avrà bisogno. E lei si brucerà.”

“I tempi cambiano. La gente cambia. Se la Struan è scoperta e non potrà pagare… Bene, mio caro amico, siamo a Hong Kong, e spero che finiscano tutti a picco. Faccia 300.000.”

“A che prezzo devo vendere, signor Gornt?”

“Al prezzo corrente.”

“Ci vorrà tempo, per farmi prestare le azioni. Dovrò venderle a piccoli quantitativi. Dovrò…”

“Vuole insinuare che non ho abbastanza credito, oppure lei non è in grado di svolgere le normali funzioni di un agente di cambio?”

“No, no, naturalmente” rispose Stern, che non voleva offendere il suo più grosso cliente.

“Bene, allora venda le Struan a breve. Subito.”

Gornt lo guardò allontanarsi. Il suo cuore batteva allegramente.

Stern andò da Sir Luis Basilio, della vecchia agenzia di cambio Basilio e figli, che deteneva personalmente un grosso pacchetto di Struan, e aveva parecchi clienti che ne avevano altre. Si fece prestare il quantitativo, poi andò al tabellone e scrisse l’enorme offerta nella colonna delle vendite. Il gesso stridette rumorosamente. Poco a poco, nella sala scese il silenzio. Gli occhi si volsero verso Dunross e Alan Holdbrook e gli americani, poi su Gornt e poi di nuovo su Dunross. Gornt vide che Linc Bartlett e Casey lo guardavano, e si rallegrò che lei fosse presente. Casey portava gonna e camicetta di seta gialla, molto californiane, e una sciarpa verde che le tratteneva i capelli d’oro. Perché è così sexy? si chiese distrattamente Gornt. Sembrava emanare una strana aria invitante. Perché? Forse perché non ha ancora trovato un uomo che l’abbia soddisfatta?

Le sorrise, chinando leggermente la testa. Lei rispose con un mezzo sorriso, e Gornt ebbe l’impressione di scorgere una lieve ombra. Rivolse a Bartlett un saluto educato e ricevette una risposta altrettanto cerimoniosa. Girò gli occhi su Dunross. Si fissarono.

Il silenzio si protrasse. Qualcuno tossì nervosamente. Tutti si rendevano conto dell’enormità dell’offerta e del suo significato.

Stern batté di nuovo la mano sull’offerta. Holdbrook si protese in avanti e si consultò con Dunross che scrollò le spalle, scosse il capo e cominciò a parlare tranquillamente con Bartlett e Casey.

Joseph Stern attese. Poi qualcuno si offrì di acquistare una parte. Mercanteggiarono. Poco dopo, 50.000 azioni cambiarono mano e la nuova quotazione era scesa a 24,90. Stern cancellò 300.000, scrisse 250.000 e attese ancora. Ne vendette ancora, ma il grosso rimase. Poi, dato che non c’erano acquirenti, tornò al suo posto. Sudava.

“Se quel numero resta lì fino a domattina, non sarà una gran bella cosa per la Struan.”

“Già.” Gornt continuava a osservare Casey. Lei stava ascoltando attentamente Dunross. Gornt rifletté un momento. “Venda altre 100.000 Ho-Pak… e 200.000 Struan.”

“Buon Dio, signor Gornt, se le Struan crollano, vacillerà tutta la Borsa, e persino la sua compagnia perderà.”

“Ci sarà un assestamento, parecchi assestamenti, certo.”

“Ci sarà un massacro. Se affonda la Struan, affonderanno altre compagnie, migliaia di azionisti si ritroveranno con un pugno di mosche e…”

“Non ho bisogno di una lezione sull’economia di Hong Kong, signor Stern” disse freddamente Gornt. “Se non ha intenzione di seguire le mie istruzioni, mi cercherò un altro agente di cambio.”

Stern avvampò. “Dovrò… dovrò raccogliere le azioni, prima. Un numero così elevato… trovare una simile somma…”

“E allora le consiglio di affrettarsi! Le voglio sul tabellone oggi stesso!” Gornt lo guardò allontanarsi, godendosi immensamente quel momento. Bastardo presuntuoso, pensava. Gli agenti di cambio sono soltanto parassiti, tutti quanti. Si sentiva al sicuro. Il denaro di Bartlett era nel suo conto. Avrebbe potuto ricomprare le Ho-Pak e le Struan già in quel momento, guadagnandoci milioni. Soddisfatto, tornò a guardare Casey. Lei l’osservava. Non riuscì a leggere la sua espressione.

Joseph Stern si stava aggirando tra gli altri agenti di cambio. Si fermò di nuovo alla scrivania di Basilio. Sir Luis distolse gli occhi dal tabellone e gli sorrise. “Dunque, Joseph? Vuoi prendere a prestito altre azioni della Nobil Casa?”

“Sì, per favore.”

“Per Quillan?” chiese Sir Luis. Era un bel vecchio, minuto, elegante, esile, oltre la settantina… quell’anno era presidente della commissione che dirigeva la Borsa.”

“Sì.”

“Siediti. Parliamo un momento, vecchio mio. Quante ne vuole, adesso?”

“200.000.”

Sir Luis aggrottò la fronte. “300.000 sul tabellone… e ne vuole altre 200.000? Cos’è, un attacco in piena regola?”

“Lui… lui non l’ha detto, ma credo di sì.”

“È un vero peccato che quei due non possano riconciliarsi.”

“Sì.”

Il vecchio rifletté un momento poi disse, abbassando ancora la voce: “Sto pensando di smettere di trattare le Ho-Pak e, dopo pranzo, anche le azioni della Nobil Casa. Sono molto preoccupato. In questo momento il crollo della Ho-Pak e della Nobil Casa potrebbe rovinare completamente il mercato. Madonna, è impensabile che la Nobil Casa crolli. Trascinerebbe nell’abisso centinaia di persone, forse tutta Hong Kong. Impensabile!”

“Forse la Nobil Casa ha bisogno di una ristrutturazione. Posso prendere a prestito 200.000 azioni?”

“Prima di rispondere sì o no, e se sì, dimmi quando: dovremmo sospendere le Ho-Pak? Dovremmo sospendere le Struan? Ho consultato tutti gli altri membri della commissione, tranne te. Sono divisi più o meno in modo eguale.”

“Nessuna delle due è mai stata sospesa. Sarebbe inopportuno farlo adesso. La nostra è una società libera… nel senso migliore della parola, credo. Dovremmo lasciare che si assesti da sé, lasciare che si assestino da soli, gli Struan, i Gornt e tutti gli altri, lasciare che i migliori vincano e i peggiori…” Stern scrollò la testa, stancamente. “Ah, per me è facile parlare così, Luis. Io non ho investito grosse somme nell’una o nell’altra.”

“Come hai investito il tuo denaro?”

“In diamanti. Noi ebrei abbiamo bisogno di oggetti poco voluminosi, che si possano trasportare e nascondere e convertire facilmente.”

“Qui non hai motivo di aver paura, Joseph. Da quanti anni la tua famiglia è qui, e ha sempre prosperato? Guarda Solomon… sicuramente lui e i suoi sono i più ricchi di tutta l’Asia.”

“Per gli ebrei, vivere è aver paura. Ed essere odiati.”

Il vecchio sospirò di nuovo. “Ah, questo mondo, come potrebbe essere bello!” Un telefono squillò. Sollevò delicatamente il ricevitore con le mani minute. Il suo portoghese suonava dolce e liquido agli orecchi di Stern, sebbene non ne capisse una parola. Afferrò soltanto un “Señor Mata”, ripetuto più volte in tono deferente, ma quel nome non gli diceva nulla. Dopo un attimo, Sir Luis posò il ricevitore con aria pensierosa. “Il segretario alle finanze ha chiamato subito dopo pranzo. Era molto preoccupato. C’è qui una delegazione del Parlamento, e il crollo di una banca sarebbe una gran brutta cosa per tutti noi” disse. Sorrise, maliziosamente. “Ho suggerito di sottoporre alla firma del governatore una disposizione di legge per regolamentare le banche come avviene in Inghilterra e poco è mancato che a quel poveretto venissero le convulsioni. Davvero, non avrei dovuto prenderlo in giro.” Stern sorrise con lui. “Come se avessimo bisogno dell’intromissione del governo, qui!” Gli occhi di Sir Luis divennero più penetranti. “Allora, Joseph, voti per lasciare le cose come stanno… oppure sospendere le azioni, le une o le altre o tutte e due, e in questo caso, quando?”

Stern diede un’occhiata all’orologio. Se fosse andato subito al tabellone avrebbe avuto tutto il tempo di scrivere entrambe le offerte di vendita e di sfidare Forsythe. Era una sensazione piacevole sapere che teneva in pugno, sia pure temporaneamente, il fato della Ho-Pak e della Struan. “Forse sarebbe un bene, forse un male. Finora, gli altri come hanno votato?”

“L’ho detto, le due tendenze sono quasi pari.” Vi fu un altro trambusto e i due uomini alzarono gli occhi. Altre azioni della Struan stavano cambiando mano. La nuova quotazione era scesa a 24,70. Adesso c’era Phillip Chen, appoggiato alla scrivania di Holdbroock.

“Povero Phillip, ha l’aria di star male” disse Sir Luis, compassionevole.

“Sì. Peccato per John. Mi era simpatico. E i Lupi Mannari? Credi che i giornali stiano calcando un po’ troppo la mano?”

“No. No, non credo.” Gli occhi del vecchio scintillarono. “Come non lo credi tu, Joseph.”

“Cosa?”

“Hai deciso di passare. Vuoi aspettare l’orario di chiusura, no? È questo che vuoi, vero?”

“C’è una soluzione migliore?”

“Se non fossi così vecchio sarei d’accordo con te. Ma dato che lo sono e non so cosa mi riserba il domani, e neppure se vivrò abbastanza per arrivarci, preferisco le soluzioni immediate. Sta bene, escluderò il tuo voto, per questa volta, e adesso la commissione è in parità, quindi deciderò io, come è mio diritto. Puoi prendere a prestito 200.000 della Nobil Casa fino a venerdì, venerdì alle due. Poi può darsi che te le richieda… devo pensare alla mia Casa, eh?” Gli occhi acuti e miti, nel volto rugoso, invitarono Stern ad alzarsi. “E adesso cosa farai, amico mio?”

Joseph Stern sorrise tristemente. “Sono un agente di cambio.”

Andò al tabellone, scrisse nella colonna delle vendite delle Ho-Pak con mano ferma. Poi, in un nuovo silenzio, andò alla colonna delle Struan e scrisse chiaramente la cifra, consapevole d’essere al centro dell’attenzione. Percepiva quasi fisicamente l’odio e l’invidia. Ormai le azioni della Nobil Casa offerte in vendita erano oltre 500.000, più di quante fossero mai state offerte in qualunque momento della storia della Borsa. Ci fu un certo interesse quando Soorjani, il parsi, acquistò qualche blocco di azioni; ma si sapeva benissimo che era il prestanome di molti parenti e sostenitori degli Struan e dei Dunross. E anche se ne aveva acquistate 150.000, faceva ben poca differenza di fronte all’enormità dell’offerta di Gornt. Il silenzio era penoso. Mancava ancora un minuto.

“Compriamo noi!” La voce del tai-pan spezzò il silenzio.

“Tutte le mie azioni?” chiese rauco Stern, con il cuore che gli batteva all’impazzata.

“Sì. Le sue e tutte le altre. Al prezzo di mercato!”

Gornt balzò in piedi. “Con che cosa?” chiese in tono sardonico. “Sono quasi 9 milioni in contanti.”

Anche Dunross era in piedi, con un mezzo sorriso di sfida sulle labbra. “La Nobil Casa vale quella somma… e parecchi milioni di più. Qualcuno ne ha mai dubitato?”

“Io ne dubito… e domani venderò a breve!”

In quel momento squillò il campanello della chiusura, e la tensione si spezzò. Vi fu un ruggito d’approvazione.

“Cristo, che giornata…”

“E bravo, il tai-pan…”

“Non ce la facevo più a resistere…”

“Credete che questa volta Gornt riuscirà a batterlo…?”

“Forse tutte quelle voci sono assurde…”

“Cristo, ci ho guadagnato un patrimonio in commissioni…”

“Credo che Ian cominci ad aver paura…”

“Non dimenticare che ha cinque giorni per pagare le azioni…”

“Non potrà continuare a comprare così anche domani…”

“Cristo, domani! Chissà cosa succederà domani…”

Casey si assestò sulla sedia. Il cuore le batteva forte. Distolse gli occhi da Gornt e Dunross e guardò di nuovo Bartlett che fissava il tabellone e fischiettava stonato. Era sgomenta… sgomenta e un po’ impaurita.

Poco prima di venire alla Borsa per incontrarsi con Dunross, Linc Bartlett le aveva parlato del suo piano, della telefonata a Gornt e del suo incontro con lui. “Adesso sai tutto, Casey” aveva detto sottovoce, con un gran sorriso. “Adesso sono aizzati tutti e due, e noi controlliamo il campo di battaglia, e tutto per 2 milioni. Si sono avventati l’uno alla gola dell’altro, e mirano alla vena giugulare, pronti a divorarsi a vicenda. E adesso attendiamo. Lunedì è il giorno decisivo. Se vince Gornt, vinciamo noi. Se vince Dunross, vinciamo noi. Comunque vada, noi diventiamo la Nobil Casa.”