32.

Ore 15,03

Alexi Travkin, l’allenatore della scuderia da corsa della Nobil Casa, percorse il vicolo affollato che si diramava da Nathan Road, a Kowloon, ed entrò nel Green Dragon Restaurant. Portava una piccola calibro .38 sotto il braccio sinistro e camminava con un passo leggero, per un uomo della sua età.

Il ristorante era piccolo, comune e scialbo, con una dozzina di tavoli senza tovaglie. A uno di quei tavoli, quattro cinesi mangiavano rumorosamente spaghettini di riso in brodo e, quando Travkin entrò, un cameriere dall’aria annoiata che stava presso la cassa alzò la testa dal programma delle corse e accennò ad alzarsi per portargli il menù. Travkin scosse la testa e passò sotto l’arcata che dava sul retro.

Nella saletta c’erano quattro tavoli, e soltanto un uomo.

Zdravstvujte” disse pigramente Suslev. Portava un abito leggero, di buon taglio.

Zdravstvujte” rispose Travkin, socchiudendo ancora di più gli occhi di slavo. Poi continuò in russo: “Lei chi è?”

“Un amico. Altezza.”

“Non mi chiami così, la prego. Lei chi è?”

“Sempre un amico. Un tempo lei era un principe. Vuol farmi compagnia?” Suslev indicò una sedia, con un cenno educato. Sul tavolo c’erano una bottiglia di vodka e due bicchieri. “Anche suo padre Nikolaj Petrovič era un principe, e il padre di suo padre, e così via per molte generazioni. Principe di Kurgan e anche di Tobol.”

“Sta parlando per enigmi, amico” disse Travkin, esteriormente calmo, e sedette di fronte a lui. Il peso della calibro .38 attenuava un po’ la sua apprensione. “A giudicare dal suo accento, lei è moscovita… e georgiano.”

Suslev rise. “Ha un ottimo orecchio, principe Kurgan. Sì, sono moscovita, ma sono nato in Georgia. Il mio nome non ha importanza, ma sono un amico che…”

“Amico mio, della Russia o dei sovietici?”

“Di tutti e tre. Vodka?” chiese Suslev alzando la bottiglia.

“Perché no?” Travkin lo guardò riempire i due bicchieri e poi, senza esitare, prese il bicchiere che non avrebbe dovuto prendere, quello più lontano, e lo sollevò. “Salute!”

Senza esitare Suslev prese l’altro bicchiere, brindò, lo vuotò, e versò di nuovo. “Salute!”

“È stato lei a scrivermi?”

“Ho notizie di sua moglie.”

“Io non ho moglie. Che cosa vuole da me, amico?” Travkin pronunciò la parola come un insulto. Scorse il lampo di collera quando Suslev alzò gli occhi, e si preparò.

“Per questa volta posso scusare la sua scortesia, Alexi Ivanovič” disse dignitosamente Suslev. “Non ha motivo di essere maleducato con me. Nessun motivo. L’ho forse offesa?”

“Chi è lei?”

“Sua moglie si chiama Nestorova Mikail, e suo padre era il principe Anatoli Zergeyev, le cui terre abbracciavano il Karaganda, non molto lontano dalle terre della sua famiglia, a oriente degli Urali. Era un kazaki, no? Un grande principe dei kazaki, che certuni chiamano cosacchi.”

Travkin riuscì a tenere immobili le mani nodose e il viso impassibile, ma non poté impedire che il sangue gli defluisse dal volto. Riempì di nuovo i due bicchieri con la bottiglia ancora semipiena. Centellinò il liquore. “Questa vodka è ottima, non come il piscio che vendono a Hong Kong. Dove l’ha presa?”

“A Vladivostok.”

“Ah. Ci sono stato, una volta. È una città piatta e sporca, ma la vodka è buona. Dunque, qual è il suo vero nome e che cosa vuole?”

“Conosce bene Ian Dunross?”

Travkin sussultò. “Alleno i suoi cavalli… Ho… Sono tre anni. Perché?”

“Vorrebbe rivedere la principessa Nestor…”

“Dio Cristo, chiunque lei sia, le ho detto che non ho moglie. Ora, per l’ultima volta, che cosa vuole da me?”

Suslev gli riempì il bicchiere. La sua voce era ancora più gentile. “Alexi Ivanovič Travkin, la principessa sua moglie oggi ha sessantatré anni. Vive a Yakutsk sul…”

“Sul Lena? In Siberia?” Travkin ebbe la sensazione che il suo cuore stesse per scoppiare. “Che gulag è, stronzo?”

Oltre l’arcata dell’alto locale, che adesso era vuoto, il cameriere alzò fuggevolmente la testa, poi sbadigliò e continuò a leggere.

“Non è un gulag. Perché dovrebbe essere un gulag?” disse Suslev, con voce più dura. “La principessa si trasferì là spontaneamente. È sempre vissuta là da quando lasciò Kurgan. La sua…” Suslev infilò la mano in tasca e tirò fuori il portafoglio. “Questa è la sua dacia a Yakutsk” disse, posando una fotografia sul tavolo. “Credo che appartenesse alla sua famiglia.” La casetta era coperta di neve, in una bella radura; la staccionata era ben tenuta, e una nube di fumo usciva dal comignolo. Una figuretta imbacuccata agitava allegramente la mano in direzione dell’obiettivo… troppo lontana perché fosse possibile scorgerne chiaramente il viso.

“E quella è mia moglie?” disse Travkin in tono brusco.

“Sì.”

“Non le credo!”

Suslev posò sul tavolo un’altra istantanea. Un ritratto. Era una donna dai capelli bianchi, oltre la cinquantina o la sessantina, e sebbene il suo viso fosse segnato da tutti gli affanni del mondo, era ancora elegante, aristocratico. Il calore del suo sorriso lo colpì, lo piegò.

“Maledetto stronzo del KGB” disse con voce rauca, sicuro di aver riconosciuto la donna. “Lurido, sporco…”

“Perché l’ho trovata?” ribatté irosamente Suslev. “Perché ho fatto in modo che ricevesse ogni cura e venisse lasciata in pace e non fosse mandata nei… nei centri correzionali come meritavano lei e tutti quelli della vostra classe?” Si versò ancora da bere, con un gesto irritato. “Io sono russo, e ne vado fiero… lei se ne è andato. Mio padre e mio nonno erano proprietà di uno della sua classe. Mio padre morì sulle barricate nel 1916 e anche mia madre… e prima di morire avevano sofferto la fame. Loro…” S’interruppe con uno sforzo. Poi soggiunse, cambiando tono: “Lo ammetto, ci sono tante cose da perdonare e da dimenticare da entrambe le parti, e ormai appartiene tutto al passato, ma le dico che noi sovietici non siamo animali… non tutti. Non siamo tutti come Berija il Sanguinario e quell’arcidiavolo omicida di Stalin… Non tutti.” Prese il pacchetto di sigarette. “Fuma?”

“No. È del KGB o del GRU?” KGB era il Comitato per la Sicurezza dello Stato; GRU la Direzione dei Servizi Segreti dello Stato Maggiore. Non era la prima volta che uno di loro abbordava Travkin. Era sempre riuscito a liberarsene grazie alla personalità scialba e dimessa che si era inventato. Ma adesso era in trappola. Quell’uomo sapeva troppe cose sul suo conto, troppe cose vere. Chi sei, carogna? E che cosa vuoi, esattamente? pensò mentre guardava Suslev accendere una sigaretta.

“Sua moglie sa che lei è vivo.”

“Impossibile. È morta. Fu massacrata dalla folla inferocita quando il nostro pal… la nostra casa di Kargan fu saccheggiata, sventrata, incendiata… era la casa più bella e più indifesa nel raggio di cento miglia.”

“Le masse avevano il diritto di…”

“Quella non era la mia gente. Ed era condotta da trockisti venuti da fuori, che in seguito assassinarono migliaia di miei contadini… fino a quando anche loro furono epurati da altri vermi della stessa specie.”

“Forse, e forse no” disse freddamente Suslev. “Comunque, principe di Kurgan e Tobol, sua moglie fuggì con una vecchia serva, e si diresse verso est, pensando di ritrovarsi con lei, di poter attraversare la Siberia e di rifugiarsi in Manciuria. La serva proveniva dall’Austria. Si chiamava Pavchen.”

Travkin sembrava aver perduto completamente il fiato. “Altre menzogne.” Sentì la propria voce pronunciare quelle parole, ma non credeva più a ciò che diceva. Si sentiva dilaniato dal dolce sorriso della donna della fotografia. “Mia moglie è morta. Non arrivò mai al nord.”

“E invece sì. Il treno su cui viaggiava fu dirottato verso nord. Era autunno. C’erano già state le prime nevicate, e quindi fu costretta a svernare a Yakutsk. Dovette farlo…” Suslev posò sul tavolo un’altra istantanea. “… aspettava un bambino. Questo è suo figlio, con la famiglia. La foto è stata fatta lo scorso anno.” Era un bell’uomo oltre la quarantina, in divisa di maggiore dell’aeronautica sovietica, che sorrideva compunto all’obiettivo, cingendo con un braccio una bella donna sulla trentina. C’erano tre bambini, uno piccino, una ragazzina raggiante di sei o sette anni, e un ragazzetto sui dieci anni che si sforzava di restare serio. “Sua moglie lo chiamò Piotr Ivanovič, come suo nonno.”

Travkin non toccò la fotografia. Si limitò a fissarla, pallidissimo. Poi staccò gli occhi con uno sforzo, si versò da bere e, come ripensandoci, versò da bere anche per Suslev. “È… è una ricostruzione geniale” disse, cercando di darsi un tono convincente. “Geniale.”

“La piccola si chiama Victoria, la più grandicella Nichola, come sua nonna. Il ragazzetto è Alexi. Il maggiore Ivanovič è pilota di un bombardiere.”

Travkin non disse nulla. I suoi occhi tornarono a posarsi sul ritratto della bella, vecchia signora. Era sul punto di piangere, ma la sua voce era ancora controllata. “Lei sa che sono vivo, eh?”

“Sì.”

“Da quanto?”

“Da tre mesi. Circa tre mesi. Gliel’ha detto uno dei nostri.”

“I vostri… chi?”

“Vuole rivederla?”

“Perché solo tre mesi fa… perché non un anno… tre anni?”

“Soltanto sei mesi fa abbiamo scoperto chi era.”

“Come avete fatto?”

“Sperava di restare sempre nell’anonimato?”

“Se lei che sa che sono vivo e se uno dei vostri gliel’ha detto, allora mi avrebbe scritto… Sì. Le avrebbero chiesto di farlo se…” La voce di Travkin aveva un tono stranito. Si sentiva fuori di sé, in un incubo, mentre cercava di pensare con chiarezza. “Avrebbe scritto una lettera.”

“Lo ha fatto. Gliela consegnerò tra pochi giorni. Vuole rivederla?”

Travkin dominò il suo tormento. Indicò il gruppo di famiglia. “E… e anche lui sa che sono vivo?”

“No. Nessuno di loro sa. Non è stata una nostra richiesta, Alexi Ivanovič. È stata un’idea di sua moglie. Per sicurezza… per proteggerlo, ha pensato. Come se fossimo capaci di far scontare ai figli i peccati dei padri! Sua moglie attese due inverni a Yakutsk. Intanto, in Russia era venuta la pace, e perciò rimase. Ormai pensava che lei fosse morto, sebbene sperasse ancora che fosse vivo. Il ragazzo è cresciuto credendo che suo padre fosse morto, e non ha mai saputo niente di lei. Ancora non lo sa. Come può vedere, fa onore a entrambi. Era il primo della sua scuola; poi andò all’università, come tutti i giovani dotati, al giorno d’oggi… Sa, Alexi Ivanovič, ai miei tempi fui il primo di tutta la mia provincia ad andare all’università, il primo di una famiglia contadina. Oggi c’è giustizia, in Russia.”

“Su quanti cadaveri siete passati, per diventare quello che siete adesso?”

“Qualcuno” disse Suslev, cupo. “Tutti criminali o nemici della Russia.”

“Me ne parli.”

“Gliene parlerò, un giorno.”

“Ha combattuto nell’ultima guerra… oppure era commissario politico?”

“Sedicesimo corpo carri armati, Quarantacinquesima armata. Ero a Sebastopoli… e poi a Berlino. Comandante di un carro armato. Vuole rivedere sua moglie?”

“È la cosa che desidero di più nella vita, se questa è veramente mia moglie e se è vivà.”

“È viva. Si può combinare.”

“Dove?”

“A Vladivostok.”

“No. Qui a Hong Kong.”

“Mi dispiace. È impossibile.”

“Naturalmente.” Travkin rise, con amarezza. “Naturalmente, amico. Ancora?” Versò la vodka rimasta, dividendola in parti eguali. “Salute!”

Suslev lo fissò. Poi abbassò gli occhi sul ritratto e sul gruppo di famiglia e li prese, perduto nei suoi pensieri. Il silenzio si protrasse. Suslev si grattò la barba. Poi disse, deciso: “D’accordo. Qui a Hong Kong.” Il cuore di Travkin diede un balzo.

“In cambio di cosa?”

Suslev spense la sigaretta. “Informazioni. E collaborazione.”

“Cosa?”

“Voglio sapere tutto ciò che sa lei del tai-pan della Nobil Casa, tutto ciò che lei ha fatto in Cina, chi conosce, chi ha incontrato.”

“E la collaborazione?”

“Glielo dirò più tardi.”

“E in cambio porterà mia moglie a Hong Kong?”

“Sì.”

“Quando?”

“Entro Natale.”

“Come posso fidarmi di lei?”

“Non può. Ma se collabora, sua moglie sarà qui per Natale.” Travkin fissava le foto che Suslev rigirava tra le dita, poi scorse l’espressione dei suoi occhi, e lo stomaco gli si torse. “Comunque, dovrà essere onesto con me. Con o senza moglie, principe Kurgan, abbiamo sempre in ostaggio suo figlio e i suoi nipoti.”

Travkin centellinò la vodka, per farla durare più a lungo. “Adesso credo che lei sia quello che dice di essere. Da dove vuole cominciare?”

“Dal tai-pan. Ma prima vado a orinare.” Suslev si alzò, chiese al cameriere dov’era la toeletta e passò dalla cucina.

Rimasto solo, Travkin si sentì in preda alla disperazione. Prese l’istantanea della dacia che l’altro aveva lasciato sul tavolo e la guardò. Le lacrime gli riempirono gli occhi. Le asciugò e toccò la pistola annidata sotto la spalla: ma ora non gli serviva a nulla. Fece appello a tutta la sua forza d’animo, e decise di essere saggio e di non credere, ma in cuor suo sapeva di aver visto il ritratto di sua moglie, sapeva che avrebbe fatto qualunque cosa, avrebbe affrontato qualunque rischio pur di rivederla.

Per anni aveva cercato di sfuggire ai cacciatori, sapendo di essere sempre inseguito. Era stato il comandante dei Bianchi, nella sua area al di là della transiberiana, e aveva ucciso molti Rossi. Alla fine s’era stancato di uccidere e nel 1919 era partito per Sciangai, aveva trovato una nuova patria fino all’arrivo dell’esercito giapponese, e poi era fuggito per unirsi ai guerriglieri cinesi, s’era aperto la strada combattendo verso sudovest, fino a Chungking, e là si era unito ad altri, inglesi, francesi, australiani, cinesi – chiunque fosse disposto a pagare – fino alla resa incondizionata dei giapponesi, e allora era ritornato a Sciangai, ma poco dopo era stato costretto a fuggire di nuovo. Sempre in fuga, pensò.

Per il sangue di Cristo, tesoro mio, so che sei morta. Lo so. Me lo disse qualcuno che vide la folla inferocita saccheggiare il nostro palazzo, la vide assalirti…

Ma adesso?

Sei veramente viva?

Travkin guardò con odio la porta della cucina. Sapeva che l’ossessione non l’avrebbe mai abbandonato, fino a quando non fosse stato sicuro. Chi è quel mangiamerda? pensò. Come mi hanno trovato?

Attese e attese, poi, invaso da un panico improvviso, andò a cercarlo. La toeletta era vuota. Si precipitò per la strada, ma brulicava di altra gente. L’uomo era sparito.

Adesso Travkin aveva in bocca un sapore schifoso, e l’apprensione gli dava la nausea. In nome di Dio, che cosa vuole, quello, dal tai-pan?