Ore 17,50
“Ciao, Ian” disse Penelope. “Sei tornato presto! Come è andata, oggi?”
“Bene, bene” rispose distrattamente Dunross. Oltre a tutti gli altri disastri, poco prima di uscire dall’ufficio aveva ricevuto una telefonata di Brian Kwok il quale gli aveva detto, fra l’altro, che probabilmente Grant era stato assassinato e gli aveva consigliato di prendere molte precauzioni.
“Oh, è stata una di quelle giornatacce, no?” disse subito Penelope. “Vuoi bere qualcosa? Sì. Ti va lo champagne?”
“Buona idea.” Poi notò il sorriso di lei, lo ricambiò e si sentì molto meglio. “Penn, tu leggi nel pensiero!” Buttò la borsa su una mensola e la seguì in uno dei salotti della Grande Casa. Lo champagne era già stappato nel secchiello, con due bicchieri parzialmente pieni e un altro che lo attendeva in mezzo al ghiaccio.
“Kathy è di sopra. Sta leggendo una favola a Glenna” disse Penelope, versandogli lo champagne. “Mi… mi ha appena detto della… della malattia.”
“Oh.” Dunross prese il bicchiere. “Grazie. Come l’ha presa Andrew? Oggi non mi ha detto niente.”
“Kathy glielo dirà stasera. Lo champagne doveva servire a darle un po’ di coraggio.” Penelope alzò gli occhi verso di lui, angosciata. “Si riprenderà, vero, Ian?”
“Credo di sì. Ho parlato a lungo con il dottor Tooley. Era ottimista, mi ha dato i nomi dei tre migliori esperti in Inghilterra e di altri tre in America. Ho fissato appuntamenti per cablo con i tre specialisti inglesi, e il dottor Ferguson ha spedito subito per via aerea le cartelle cliniche… saranno già là al vostro arrivo.”
Penelope sorseggiò lo champagne. Una brezza leggera alleviava la giornata afosa. Le porte-finestre del giardino erano spalancate. Erano quasi le sei. “Credi che dovremmo partire subito? Pochi giorni possono fare qualche differenza?”
“Non credo.”
“Ma dovremmo andare?”
“Se fossi tu, Penn, saremmo partiti con il primo aereo, immediatamente.”
“Sì. Se io te l’avessi detto.”
“Me l’avresti detto.”
“Sì. Credo di sì. Ho fatto le prenotazioni per domani. Anche Kathy pensa che sia bene così. Il volo della BOAC.”
Dunross la guardò sorpreso. “Claudia non me l’ha detto.”
Lei sorrise. “Le ho fatte personalmente. So essere efficiente. Ho prenotato per Glenna, me e Kathy. Potremmo portare con noi le cartelle cliniche. Ho pensato che Kathy non dovesse trascinarsi dietro i figli. Staranno benissimo con le amah.”
“Sì, è molto meglio. Il dottor Tooley ha insistito molto: deve stare tranquilla. È la cosa più importante, ha detto. Deve riposare molto.” Dunross le sorrise. “Grazie, Penn.”
Lei stava fissando le goccioline di vapore acqueo condensate sulla bottiglia e sul secchiello del ghiaccio. “È terribile, vero?”
“Terribile, Penn. Non c’è rimedio. Lui pensa… pensa che le cure arresteranno la malattia.” Finì di bere e versò di nuovo, per tutti e due. “Qualche telefonata?”
“Oh, scusami! Sì, gli appunti sono sulla mensola. Un momento fa è arrivata un’internazionale da Marsiglia.”
“Susanne?”
“No. Un certo signor Deland.”
“È il nostro agente.”
“Mi dispiace per Borge.”
“Sì.” Dunross diede un’occhiata agli appunti. Johnjohn alla banca, Holdbrook, Phillip Chen e l’inevitabile “per favore chiamare Claudia”. Sospirò. Aveva lasciato l’ufficio da mezz’ora soltanto e avrebbe dovuto chiamarla comunque. Non c’è pace per i malvagi, pensò, e sorrise tra sé.
Gli aveva fatto piacere battere Gornt, alla Borsa. Non era preoccupato, anche se al momento non aveva il denaro per pagare le azioni. Ci sono cinque giorni, pensò. Verrà coperto tutto… con un po’ di fortuna.
Da quando il suo agente di cambio l’aveva chiamato in preda al panico, pochi minuti dopo le dieci, per parlargli delle voci che correvano in Borsa e delle fluttuazioni delle loro azioni, aveva rafforzato le difese contro quell’attacco improvviso e inaspettato. Insieme a Phillip Chen, Holdbrook, Gavallan e deVille aveva chiamato tutti i principali azionisti e aveva detto loro che le voci secondo le quali la Struan non era in grado di far fronte agli obblighi erano assurde, aveva consigliato loro di rifiutarsi di prestare a Gornt grossi quantitativi di azioni della Struan, ma di tenerlo in sospeso, lasciandogli poche azioni di tanto in tanto. Aveva detto ai pochi eletti, in tutta segretezza, che l’accordo con la Par-Con era firmato e stava per essere suggellato, e che quella era un’occasione meravigliosa per annientare definitivamente la Rothwell-Gornt.
“Se Gornt vende a breve, lasciatelo fare. Fingeremo di essere vulnerabili, ma sosterremo le azioni. Poi venerdì daremo l’annuncio, le nostre azioni saliranno alle stelle e lui ci rimetterà anche la camicia” aveva detto a tutti. “Ci riprenderemo la nostra compagnia aerea insieme alla sua, e con le sue navi e le nostre, domineremo tutto il traffico commerciale aereo e marittimo dell’Asia.”
Se riuscissimo veramente a schiacciare Gornt, pensò con fervore, saremmo al sicuro per parecchie generazioni. E potremo farlo, se avremo fortuna, la Par-Con e ancora fortuna. Cristo, ma sarà molto rischioso!
Aveva irradiato sicurezza tutto il giorno, sebbene non si sentisse per nulla sicuro. Molti dei suoi azionisti più grossi avevano telefonato, innervositi, ma li aveva tranquillizzati. Tung Pugnostretto e Wu Quattro Dita possedevano forti quantitativi di azioni, tramite numerosi prestanome. Aveva telefonato a tutti e due, quel pomeriggio, per farsi promettere che non avrebbero prestato né venduto i pacchetti più consistenti per una settimana. Avevano accettato entrambi, ma non era stato facile convincerli.
Nel complesso, pensò Dunross, ho respinto l’assalto iniziale. Domani saprò la verità… o venerdì: Bartlett è un nemico, un amico o un Giuda?
Sentì la collera ingigantirsi, ma la represse. Stai calmo, si disse, rifletti. Sì, ma è maledettamente strano che tutto quello che Bartlett ha detto la sera della festa – gli stessi segreti che aveva sbandierato così all’improwiso per annientare le mie difese – sia dilagato in Borsa, oggi, come un tifone. Chi è la spia? Chi gli ha dato le informazioni? Anche lui è una spia del Sevrin? Bene, per il momento non importa, è tutto al coperto. Credo.
Dunross andò al telefono e chiese una comunicazione personale con il signor Deland.
“Susanne sarà già arrivata?” chiese Penelope.
“Penso di sì. Se l’aereo era in orario. A Marsiglia sono quasi le undici, quindi non dovrebbero esserci difficoltà. Che peccato per Borge! Mi era simpatico.”
“Cosa farà Avril?”
“Andrà tutto bene, vedrai. Tornerà a casa per tirare su il bambino, e poi troverà un altro principe azzurro e, quando sarà il momento, suo figlio entrerà nella Struan, e nel frattempo lei sarà protetta e non le mancherà nulla.”
“Lo credi veramente, Ian… quello che hai detto del principe azzurro?”
“Sì” disse lui, con fermezza. “Credo che tutto si aggiusterà. Si aggiusterà, Penn, per lei, per Kathy, per… per tutti.”
“Non addossarti la responsabilità per tutti, Ian.”
“Lo so. Ma a nessuno, nella nostra famiglia, dovrà mancare niente, finché io sono vivo, e così sarà per sempre.”
Sua moglie lo guardò e rammentò la prima volta che l’aveva visto, un giovane simile a un dio, sul suo caccia semidistrutto che avrebbe dovuto precipitare e che, miracolosamente, non era precipitato. Ian seduto ai comandi… e poi scendeva, dominando il terrore, e lei vedeva per la prima volta, nei suoi occhi, che cosa significava la morte, ma lui la dominava, e si riprendeva, e accettava la tazza di tè e diceva: “Oh, bene, grazie. Lei è nuova, vero?” con quell’incantevole accento aristocratico, così lontano dal mondo in cui lei era cresciuta.
Tanto tempo fa, mille anni fa, un’altra vita, pensò Penelope. Quei giorni meravigliosi atroci terribili bellissimi tormentosi: oggi morirà o ritornerà? E io morirò, oggi, sotto il bombardamento della mattina o sotto quello della sera? Dove sono papà e mamma, e il telefono è fuori uso per le bombe, come al solito, oppure la casetta di Streatham è sparita insieme a migliaia di altre tutte eguali?
Un giorno quella casa era sparita, e da allora lei non aveva più avuto un passato. Soltanto Ian e le sue braccia, la sua forza e la sua sicurezza, e lei aveva il terrore che finisse come tutti gli altri. Quella era la cosa peggiore, si diceva. Attendere e immaginare e sapere che tutti erano mortali. Mio Dio, come abbiamo dovuto diventare adulti in fretta!
“Spero che sia per sempre, tesoro” disse con voce serena, cercando di nascondere l’immensità del suo amore. “Sì. Voglio che tu sia immortale!”
Lui le sorrise, teneramente. “Sono immortale, Penn, stai tranquilla. Anche quando sarò morto continuerò a vegliare su di te e Glenna e Duncan e Adryon e tutti gli altri.”
Penelope lo scrutò. “Come Dirk Struan?”
“No” disse lui, ridiventando serio. “Dirk è una presenza che non potrò mai eguagliare. Lui è perpetuo… io sono temporaneo.” Ora la stava guardando negli occhi. “Sei piuttosto seria questa sera, no?”
“Sei piuttosto serio questa sera, no?”
Risero.
Lei disse: “Stavo appunto pensando com’è fuggevole la vita, e violenta, inaspettata, crudele. Prima John Chen e adesso Borge, Kathy…” Un lieve brivido la scosse: l’idea di poterlo perdere la paralizzava, sempre. “Ora a chi toccherà?”
“A uno di noi. Ma sii cinese. Ricorda che sotto il cielo tutti i corvi sono neri. La vita è bella. Gli dei commettono errori e si addormentano, quindi cerchiamo di fare del nostro meglio, e non fidarti mai di un quai loh!”
Lei rise, rasserenata. “Qualche volta, Ian Struan Dunross, mi sei veramente simpatico. Credi che…” Squillò il telefono e lei s’interruppe e pensò: Dio maledica quel telefono. Se fossi onnipotente vieterei tutte le telefonate dopo le sei di sera, ma allora il povero Ian impazzirebbe, e la maledetta Nobil Casa crollerebbe ed è la vita del povero Ian. Io vengo al secondo posto, e anche i nostri figli, ed è così che dev’essere. O no?
“Oh, salve, Lando” stava dicendo Dunross. “Che c’è di nuovo?”
“Spero di non disturbare, tai-pan.”
“Oh, no, affatto” rispose lui, concentrando tutte le sue energie. “Sono appena rientrato. Cosa posso fare per lei?”
“Mi dispiace, ma devo ritirare l’appoggio di 15 milioni che avevo promesso per domani. Temporaneamente. La situazione della Borsa mi ha innervosito.”
“Non è il caso di preoccuparsi” disse Dunross, con una stretta allo stomaco. “Gornt sta ricominciando con i suoi trucchi. Tutto qui.”
“Sono veramente preoccupato. Non si tratta solo di Gornt. C’è la Ho-Pak, e la reazione di tutta la Borsa” disse Mata. “Con l’assalto agli sportelli che si estende anche alla Ching Prosperity e persino alla Victoria… sono tutti gran brutti segni, quindi preferisco aspettare e stare a vedere.”
“Domani è la giornata decisiva, Lando. Domani. Contavo su di lei.”
“Ha triplicato la nostra prossima consegna d’oro come le avevo chiesto?”
“Sì, ho provveduto personalmente. Ho le conferme via telex da Zurigo, con il solito codice.”
“Magnifico, magnifico!”
“Domani avrò bisogno della sua lettera di credito.”
“Naturalmente. Se manda subito un fattorino a casa mia le darò un assegno per l’intera somma.”
“Un assegno personale?” Dunross mascherò lo stupore. “Su che banca?”
“La Victoria.”
“Cristo, è un importo molto grosso per ritirarlo in questo momento.”
“Non lo ritiro, mi limito a pagare l’oro. Preferirei avere parte dei miei fondi in oro fuori da Hong Kong, per la prossima settimana, e questo è il momento ideale. Può avvertirli di spedire il telex domattina per prima cosa. Per prima cosa. Sì. Non sto ritirando fondi, Ian. Sto solo pagando l’oro. Se fossi in lei, cercherei di farmi liquidare.”
Di nuovo la stretta allo stomaco. “Che cos’ha saputo?” chiese con voce controllata.
“Mi conosce. Sono semplicemente più cauto di lei, tai-pan. Il mio denaro mi costa parecchio.”
“Non più del mio.”
“Sì. Ci consulteremo domani, poi vedremo. Ma non faccia conto sui nostri 15 milioni. Mi dispiace.”
“Deve aver saputo qualcosa. La conosco troppo bene. Di che si tratta? Chi pao pu chu huo.” Letteralmente, la carta non può avvolgere un fuoco… un segreto non può essere tenuto per sempre.
Vi fu una lunga pausa, poi Mata abbassò la voce. “In confidenza, Ian, il vecchio Pugnostretto sta vendendo a tutto spiano. Si prepara a scaricare tutte le sue partecipazioni azionarie. Quel vecchio diavolo sarà moribondo, ma è sensibile come sempre all’odore della perdita di un soldino, e non mi risulta che si sia mai sbagliato.”
“Tutte le sue partecipazioni azionarie?” chiese bruscamente Dunross. “Quando ha parlato con lui?”
“Siamo rimasti in contatto tutto il giorno. Perché?”
“Gli ho telefonato dopo pranzo e mi ha promesso che non avrebbe venduto né prestato le Struan. Ha cambiato idea?”
“No. Sono sicuro che non ha cambiato idea. Non può. Non ha azioni della Struan.”
“Ne ha 400.000!”
“Le aveva, tai-pan, anche se in effetti erano quasi 600.000… Sir Luis aveva pochissime azioni sue, è uno dei tanti prestanome di Pugnostretto. Le ha scaricate tutte oggi.”
Dunross trattenne un’imprecazione oscena. “Oh?”
“Mi ascolti, amico mio, glielo dico in tutta confidenza, ma è bene che sia preparato. Pugnostretto ha ordinato a Sir Luis di vendere o prestare tutte le sue azioni della Nobil Casa non appena sono incominciate le voci questa mattina. 100.000 erano divise tra gli agenti di cambio e sono state vendute immediatamente, le altre… il mezzo milione d’azioni che lei ha comprato da Gornt era di Pugnostretto. Appena è diventato evidente che c’era un assalto contro la Grande Casa e che Gornt vendeva a breve, Pugnostretto ha detto a Sir Luis di prestare tutte le azioni, tranne 1000, che ha tenuto. Per salvare la faccia. A lei. Alla chiusura della Borsa, Pugnostretto era soddisfattissimo. Oggi ha guadagnato quasi 2 milioni.”
Dunross era immobile. Pur parlando con voce normale e perfettamente controllata, era traumatizzato. Se Pugnostretto aveva venduto, avrebbero venduto anche i Chin, e una dozzina di altri amici avrebbe seguito il suo esempio, e sarebbe stato il caos. “Vecchio imbroglione!” esclamò, senza rancore. Era colpa sua: non aveva raggiunto Pugnostretto in tempo. “Lando, e le sue 300.000 azioni?”
Sentì il portoghese esitare, e il suo stomaco si contrasse di nuovo. “Le ho ancora. Le comprai a 16 quando la Struan diventò pubblica, quindi non sono ancora preoccupato. Forse Alastair Struan aveva ragione, quando sconsigliò di rendere pubblica la Nobil Casa… è questo che la rende vulnerabile.”
“Il nostro tasso di sviluppo è cinque volte superiore a quello di Gornt, e se la Struan non fosse diventata pubblica non avremmo potuto superare i disastri che io avevo ereditato. La Victoria ci sostiene. Abbiamo ancora le azioni della banca e la maggioranza in consiglio d’amministrazione, quindi deve sostenerci. Siamo fortissimi, in realtà, e quando questa situazione temporanea sarà finita saremo la più grossa conglomerata dell’Asia.”
“Può darsi. Ma forse avrebbe fatto meglio ad accettare la nostra proposta, invece di esporsi continuamente al rischio di colpi di mano o di disastri in Borsa.”
“Allora non potevo. Non posso neppure adesso. Non è cambiato niente.” Dunross sorrise, cupo. Lando Mata, Tung Pugnostretto e Chin il Biscazziere gli avevano offerto collettivamente il 20 per cento del reddito del traffico dell’oro e del gioco d’azzardo per il 50 per cento della Struan… se lui avesse mantenuta privata la compagnia.
“Avanti, tai-pan, sia ragionevole! Pugnostretto e io le daremo 100 milioni in contanti oggi stesso per una proprietà al 50 per cento. Dollari USA. La sua posizione come tai-pan resterà immutata, sarà a capo del nuovo sindacato e gestirà i nostri monopoli dell’oro e del gioco d’azzardo, segretamente o apertamente… con il 10 per cento di tutti gli utili come onorario personale.”
“Chi nominerà il prossimo tai-pan?”
“Lei… dopo una consultazione.”
“Ecco, vede! È impossibile. Il controllo del 50 per cento vi dà potere sulla Struan, e io non sono autorizzato a concederlo. Annullerebbe il legato di Dirk, invaliderebbe il mio giuramento e mi farebbe perdere il controllo assoluto. Mi dispiace, ma non è possibile.”
“Per un giuramento a un dio ignoto e inconoscibile in cui non crede… in nome di un pirata morto da più di cent’anni?”
“Quale che sia la ragione, la risposta è: no, grazie.”
“Potrebbe perdere facilmente l’intera compagnia.”
“No. Tra gli Struan e i Dunross abbiamo il 60 per cento dei voti, e io voto per l’intero pacchetto di azioni. Quel che perderei sarebbe tutto ciò che possediamo, e il rango di Nobil Casa: e questo, per il Signore Iddio, non succederà.”
Vi fu un lungo silenzio. Poi Mata disse, con lo stesso tono amichevole: “La nostra offerta vale per due settimane. Se la fortuna non le arride e lei fallisce, resterà valida l’offerta di dirigere il nuovo sindacato. Venderò o presterò le mie azioni a 21.”
“Sotto i 20… non a 21.”
“Scenderanno tanto?”
“No. È soltanto una mia abitudine. 20 è meglio di 21.”
“Sì. Sta bene. Allora vediamo cosa succederà domani. Le auguro buona fortuna. Buonanotte, tai-pan.”
Dunross posò il ricevitore e finì di sorseggiare lo champagne. Era in alto mare e senza remi. Quel vecchio imbroglione di Pugnostretto, pensò di nuovo, ammirandone l’astuzia… accettare con tanta riluttanza di non vendere o prestare le azioni della Struan, sapendo che gliene restavano soltanto 1000 e che aveva già incassato i proventi delle altre 600.000. Quel vecchio bastardo è un grande negoziatore. Molto abili, Lando e Pugnostretto, a fare adesso la loro offerta. 100 milioni! Gesù Cristo, almeno Gornt la smetterebbe! Potrei usare quel denaro per farlo a pezzi, e impadronirmi in pochissimo tempo dell’Asian Properties e costringere Dunstan a ritirarsi. Poi potrei passare la Casa a Jacques o Andrew in ottime condizioni e…
E poi che cosa? Cosa potrei fare? Ritirarmi nella brughiera e andare a caccia di galli cedroni? Dare feste suntuose a Londra? Oppure entrare in Parlamento e dormicchiare sugli ultimi banchi mentre quei maledetti socialisti consegnano il paese ai comunisti? Cristo, morirei di noia! Sarebbe…
“Come?” Dunross si scosse. “Oh, scusami, Penn, che cosa hai detto?”
“Ho detto che mi sembravano brutte notizie.”
“Sì. Sì, infatti.” Poi Dunross sorrise e la sua ansia sparì. “È la sorte! Sono il tai-pan” disse allegramente. “C’è da aspettarselo.” Prese la bottiglia. Era vuota. “Credo che ne meritiamo un’altra… No, tesoro, la prendo io.” Andò al frigorifero nascosto in un enorme armadio cinese, laccato di rosso.
“Come fai, Ian?” chiese lei. “Voglio dire, sembra che da quando sei diventato tai-pan tutto stia precipitando… e ogni telefonata significa un disastro, lavori continuamente, non ti prendi mai una vacanza… mai, da quando siamo tornati a Hong Kong. Prima tuo padre e poi Alastair e poi… Non smetterà mai di diluviare?”
“No, naturalmente… è così che vanno le cose.”
“Ne vale la pena?”
Dunross si concentrò sul tappo, sapendo che era inutile parlare. “Naturalmente.”
Per te sì, Ian, pensò lei. Ma non per me. Dopo un momento disse: “Allora posso partire?”
“Sì, sì, certo. Terrò d’occhio Adryon; e non preoccuparti per Duncan. Divertiti e torna presto.”
“Farai la corsa in salita, domenica?”
“Sì. Poi andrò a Taipei e tornerò martedì. Accompagno Bartlett.”
Penelope pensò a Taipei e si chiese se là c’era una ragazza, una ragazza speciale, una cinese che aveva metà dei suoi anni, con la splendida pelle morbida e calda… non più morbida e calda di lei, ma molto più giovane, con il sorriso facile, non piegata dagli anni come lei… i tremendi anni in cui sono diventata adulta, gli anni belli e tremendi della guerra, e gli anni passati a mettere al mondo i figli e ad allevarli, e la pesante realtà del matrimonio, anche con un buon marito.
Chissà chissà chissà. Se fossi un uomo… ci sono tante bellezze qui intorno, così ansiose di piacere, così disponibili. Se credi anche solo a una decima parte di quello che dicono gli altri.
Guardò il marito che versava il vino spumeggiante, il viso forte e scolpito e si chiese: una donna riesce mai a possedere un uomo per più di qualche anno?
“Come?” chiese lui.
“Niente” disse lei, affettuosamente. Toccò il suo bicchiere. “Sii prudente nella corsa.”
“Certo.”
“Come riesci a essere tai-pan, Ian?”
“Come riesci a dirigere una casa, allevare i figli, alzarti a tutte le ore, anno dopo anno, mantenere un’atmosfera serena, e tutte le altre cose che devi fare? Io non ce la farei. Non ce la farei mai. Avrei reso l’anima già da tanto tempo. In parte è abitudine, in parte è quello che si è nati per fare.”
“Allora il posto di una donna è in casa?”
“Non so come sia per gli altri, Penn, ma finché in casa mia ci sei tu, nel mio mondo tutto va bene.” Dunross fece saltare il tappo.
“Grazie, caro” disse lei e sorrise. Poi aggrottò la fronte. “Ma temo di non avere molta scelta, di non averne mai avuta. Certo, adesso è diverso, e la nuova generazione è fortunata. Loro cambieranno le cose, cambieranno tutto, e daranno agli uomini il fatto loro, una volta per sempre.”
“Oh” disse lui, pensando soprattutto a Lando Mata e all’indomani, e al modo di ottenere quei 100 milioni senza cedere il controllo.
“Oh, sì. Le ragazze della nuova generazione non sopporteranno più i concetti tipo ‘il posto della donna è ai fornelli’. Dio, come odio i lavori di casa. Tutte le donne li odiano. Le nostre figlie cambieranno tutto, Adryon, per esempio. Mio Dio, non mi piacerebbe essere al posto di suo marito.”
“Ogni generazione è convinta di poter cambiare il mondo” disse Dunross, versando. “Questo champagne è ottimo. Ricordi cosa facevamo noi? Ricordi come criticavamo la mentalità dei nostri genitori… e lo facciamo ancora?”
“È vero. Ma le nostre figlie hanno la pillola, ed è tutto diverso e…”
“Eh?” Dunross la fissò, scandalizzato. “Vuoi dire che Adryon prende la pillola? Gesù Cristo, da quanto tempo… vuoi dire che…”
“Calmati, Ian, e ascolta. La pillola ha liberato per sempre le donne dalla paura… anche gli uomini, in un certo senso. Penso che ben pochi si rendano conto che causerà un’enorme rivoluzione sociale. Ora le donne possono fare l’amore senza la paura di avere figli, possono usare il loro corpo come fanno gli uomini, per la gratificazione, per il piacere, e senza vergognarsi.” Penelope lo guardò, attenta. “In quanto a Adryon, prende la pillola da quando aveva diciassette anni.”
“Cosa?”
“Naturalmente. Preferiresti che restasse incinta?”
“Gesù Cristo, Penn, no, no certo” balbettò Dunross. “Ma Gesù Cristo, chi? Vuoi… vuoi dire che ha una relazione, che ha avuto relazioni o…”
“L’ho mandata dal dottor Tooley. Ho pensato che fosse meglio.”
“Che cosa?”
“Sì. Aveva diciassette anni quando mi ha chiesto cosa doveva fare. Mi ha detto che quasi tutte le sue amiche prendevano la pillola. Dato che ce ne sono di vari tipi, volevo che sentisse il parere di un esperto. Il dottor Too… Perché sei così rosso in faccia, Ian? Adryon ha ormai diciannove anni, compirà i venti il mese prossimo, è molto normale.”
“Non lo è, per Dio! Non lo è!”
“Och, laddie, lo è” disse lei, imitando l’accento scozzese di nonna Dunross, che lui aveva adorato. “E quel che volevo chiarire è che le ragazze d’oggi sanno quello che fanno e tu non azzardarti a riferire a Adryon che te l’ho detto, altrimenti povero te!”
Dunross la fissò.
“Salute!” Penelope alzò soddisfatta il bicchiere. “Hai visto l’edizione straordinaria del Guardian, questo pomeriggio?”
“Non cambiare discorso, Penn. Non credi che dovrei parlarle?”
“Assolutamente no. No. È… è una cosa molto intima. Davvero, si tratta del suo corpo e della sua vita e qualunque cosa tu dica, Ian, lei ha il diritto di fare ciò che vuole, e quello che puoi dire tu non cambierà niente. Sarebbe soltanto imbarazzante per tutti e due. È questione di faccia” soggiunse Penelope, fiera della propria astuzia. “Oh, naturalmente Adryon ti ascolterà e terrà conto delle tue opinioni: ma devi imparare a essere adulto e moderno… per il tuo bene e non soltanto per il suo.”
All’improvviso, un’ondata inarrestabile di calore gli salì al viso.
“Cosa c’è?” chiese lei.
“Pensavo a… niente, pensavo.”
“A chi è stato o a chi può essere l’amante di Adryon?”
“Sì.”
Penelope Dunross sospirò. “Per la tua buona pace, Ian, non chiedertelo! Lei ha molto buon senso, ha diciannove anni compiuti… bene, ha molto buon senso. Ora che ci penso, non l’ho vista in tutto il giorno. Quella piccola disgraziata è scappata via con la mia sciarpa nuova prima che potessi fermarla. Ricordi la camicetta che le ho prestata? L’ho trovata tutta gualcita sul pavimento del suo bagno! Sarò ben felice quando se ne andrà a vivere per conto suo, in un suo appartamento.”
“È troppo giovane, per amor di Dio!”
“Non sono d’accordo, caro. Come dicevo, non puoi far niente per arrestare il progresso, e la pillola è un meraviglioso, fantastico, incredibile passo avanti. Davvero, devi essere più ragionevole. Ti prego.”
“È… Cristo, è un colpo improvviso, ecco.”
Lei scoppiò a ridere. “Se stessimo parlando di Glenna, potrei capi… Oh, per amor del cielo, Ian, sto solo scherzando! Davvero, non immaginavo che non avresti considerato che Adryon è una giovane donna molto sana ed equilibrata, anche se ha un caratteraccio, è esasperante e frustrata… e quasi tutte le sue frustrazioni derivano dal tentativo di assecondare le nostre idee antiquate.”
“Hai ragione.” Dunross cercò di assumere un tono convincente, ma non ci riuscì e continuò, acido: “Comunque hai ragione… hai ragione tu.”
“Laddie, non credi che dovresti andare a far visita al nostro Albero degli Urli?” chiese lei con un sorriso. Era un’antica consuetudine dei clan, nel loro paese d’origine; vicino alla casa della donna più anziana della famiglia del laird c’era l’Albero degli Urli. Quando Ian era un ragazzo, nonna Dunross era la più vecchia, e il suo cottage era in una radura, tra le colline dietro Kilmarnock, nell’Ayrshire, dov’erano le terre degli Struan. L’albero era una grande quercia. E chi aveva il diavolo addosso – come diceva nonna Dunross – andava presso quell’albero e urlava tutte le maledizioni che voleva, “… e allora, ragazza mia” le aveva raccontato la vecchia, “c’è pace in famiglia, e nessuno inveisce mai contro il marito o la moglie o l’innamorato o un figlio. Aye, è solo un albero, e un albero può sopportare tutte le maledizioni inventate dal diavolo…”
Penelope ricordava che la vecchia nonna Dunross l’aveva accolta nel suo cuore e nel clan fin dal primo momento. Lei e Ian s’erano sposati da poco, ed erano andati a trovarla per la seconda volta, quando Ian era in licenza di convalescenza e camminava ancora con le grucce, e le sue gambe gravemente ustionate stavano guarendo, e per il resto era intatto nonostante il terribile atterraggio tra le fiamme, e lui era divorato dalla rabbia al pensiero di essere a terra per sempre, e lei era segretamente felice e ringraziava Dio per quella fortuna.
“Ma, lassie” aveva aggiunto nonna Dunross con una risatina, quella sera mentre i venti invernali gemevano sulla brughiera, e fuori nevicava, e si stava piacevolmente caldi davanti al grande fuoco, al sicuro dai bombardamenti, ben nutriti e senza altro pensiero che quello di poter vedere Ian guarito in fretta, “… una volta, questo Dunross, a sei anni, och aye, e anche allora aveva un caratteraccio e suo padre Colin era lontano, come sempre in quelle terre pagane, e questo Dunross veniva in vacanza ad Ayr dal collegio. Aye, e qualche volta veniva a trovarmi e io gli raccontavo le storie del clan e di suo nonno e del suo bisnonno, ma quella volta non c’era niente che servisse a scacciare il diavolo che aveva addosso. Era una notte come questa e io lo mandai fuori, povero piccolino, lo mandai all’Albero degli Urli…” La vecchia aveva ridacchiato, sorseggiando il whisky, e poi aveva continuato. “Aye, e quel piccolo diavolo uscì come un galletto, con la tempesta sotto il kilt, e maledisse l’albero. Och aye, sicuramente le bestiole della foresta scapparono via davanti alla sua collera, e poi tornò indietro. ‘Gli hai fatto una bella sfuriata?’ gli domandai io. ‘Sì’ mi disse lui con quella sua vocina. ‘Sì, nonna, gli ho fatto una bella sfuriata, la più bella che abbia mai fatto.’
“‘Bene’ dissi io. ‘E adesso sei tranquillo!’
“‘Ecco, nonna, non proprio, ma sono stanco.’ E allora, lassie, in quel momento ci fu uno schianto tremendo e tutta la casa tremò e io pensai che fosse la fine del mondo, ma il piccolino scappò fuori a vedere cos’era successo e un fulmine aveva fatto a pezzi l’Albero degli Urli. ‘Och aye, nonna’ mi disse con quella sua vocina pigolante quando tornò in casa, con gli occhi sgranati. ‘È stata davvero la più bella sfuriata che abbia mai fatto. Posso farlo ancora?’”
Ian aveva riso. “È tutta una storia. Io non me lo ricordo. Ti stai inventando tutto, nonna!”
“Zitto, tu! Avevi cinque o sei anni e il giorno dopo andammo nella radura e scegliemmo l’albero nuovo, quello che vedrai domani, lassie, e io lo benedissi in nome del clan e raccomandai al piccolo Ian di andarci più piano, la prossima volta!”
Avevano riso insieme e poi, quella notte, lei s’era svegliata e aveva visto che Ian non c’era e non c’erano neppure le sue grucce. Lei aveva atteso, sveglia. Ian, al ritorno, era fradicio di pioggia, ma stanco e rasserenato. Lei aveva finto di dormire fino a che lui era tornato a letto. Poi s’era girata verso di lui e gli aveva dato tutto il calore di cui era capace.
“Ricorda, lassie” le aveva detto a quattr’occhi nonna Dunross, il giorno che erano ripartiti, “se vuoi che il tuo matrimonio vada sempre bene, assicurati che questo Dunross abbia sempre un Albero degli Urli nelle vicinanze. Non aver paura. Scegline uno, scegline sempre uno, dovunque andiate. Questo Dunross ha bisogno d’aver vicino un Albero degli Urli, anche se non l’ammetterà mai e lo userà soltanto raramente. È come il Dirk. È troppo forte…”
Perciò, dovunque fossero andati, avevano sempre avuto un Albero degli Urli. Penelope aveva insistito. Una volta, a Chungking, dove Dunross era stato mandato come ufficiale di collegamento degli Alleati, quando era guarito, lei aveva scelto come Albero degli Urli un bambù. Lì a Hong Kong era un enorme jacaranda che dominava tutto il giardino. “Non credi che dovresti andare a fargli una visitina?” L’albero era sempre femminile per lui, e maschile per lei. Tutti dovrebbero avere un Albero degli Urli, pensò Penelope. Tutti.
“Grazie” disse lui. “Adesso va tutto benissimo.”
“Come faceva, nonna Dunross, a essere così saggia e restare così meravigliosa dopo tutte le tragedie della sua vita?”
“Non so. Forse ai suoi tempi le fabbricavano più forti.”
“Mi manca molto.” Nonna Dunross era morta a ottantacinque anni. Si chiamava Agnes Struan e aveva sposato suo cugino, Dirk Dunross… Dirk McCloud Dunross, che sua madre Winifred, l’unica figlia di Dirk Struan, aveva chiamato così in ricordo di suo padre. Dirk Dunross era stato il quarto tai-pan ed era scomparso in mare con la Sunset Cloud, mentre ritornava in patria. Lui aveva solo quarantadue anni, quando era morto, e lei trentuno. Non si era risposata. Avevano avuto tre figli maschi e una femmina. Due dei figli erano morti nella Prima guerra mondiale, uno a Gallipoli a ventun anni, l’altro ucciso dai gas asfissianti a Ypres, nelle Fiandre, a diciannove. La figlia, Anne, aveva sposato Gaston deVille, il padre di Jacques. Anne era morta sotto un bombardamento, a Londra, dove s’erano rifugiati tutti i deVille, eccettuato Jacques che era rimasto in Francia a combattere i nazisti con le formazioni partigiane. Colin, l’ultimo dei figli maschi, il padre di Ian, aveva avuto anche lui tre maschi e una femmina, Kathren. E due figli erano morti nella Seconda guerra mondiale. Il primo marito di Kathren, comandante della squadriglia di Ian, era stato ucciso nella Battaglia d’Inghilterra. “Tante morti, tante morti violente” disse tristemente Penelope. “Vederli nascere e morire… è terribile. Povera nonna! Eppure, quando è morta, sembrava che se ne andasse in pace, con quel suo sorriso meraviglioso.”
“È il fato. Come lo è stato per gli altri. Hanno fatto solo quel che dovevano fare, Penn. Dopotutto, è normale per la nostra famiglia. Siamo britannici. Da secoli, la guerra è un modo di vivere. Guarda la tua famiglia… uno dei tuoi zii era in marina e fu disperso in mare nella Grande Guerra, un altro è morto a El Alamein nell’ultima, i tuoi genitori sono stati uccisi dai bombardamenti… tutto molto normale.” La voce di Dunross s’indurì. “Non è facile spiegarlo a un estraneo, vero?”
“No. Abbiamo dovuto diventare adulti così in fretta, no, Ian?” Lui annuì e dopo un attimo Penelope disse: “Va’ a vestirti per il pranzo, caro, o farai tardi.”
“Suvvia, Penn, santo cielo, tu impieghi sempre un’ora più di me. Faremo una scappata e ce ne andremo subito dopo aver mangiato. Do…” Il telefono squillò e Dunross sollevò il ricevitore. “Sì? Oh, salve, signor Deland.”
“Buonasera, tai-pan. Volevo darle notizie della figlia di Mme deVille e del genero, M. Escary.”
“Sì, prego, mi dica.”
“Sono dolente di doverle dare delle brutte notizie. L’incidente è stato, come dire, un urto di striscio sulla parte alta della Corniche, appena fuori Eze. Il guidatore dell’altra macchina era ubriaco. Erano circa le due del mattino e quando è arrivata la polizia M. Escary era già morto, e la moglie era svenuta. Il dottore dice che guarirà perfettamente, ma teme che gli… gli organi interni, gli organi della riproduzione abbiano subito lesioni permanenti. Forse dovrà subire un’operazione. Il dottore…”
“Lei ne è al corrente?”
“No, m’sieu, non ancora, ma Mme deVille lo sa, gliel’ha detto il dottore. Sono andato a prenderla, come lei mi aveva ordinato, e ho provveduto a tutto. Ho chiamato uno specialista da Parigi per un consulto all’ospedale di Nizza. Arriverà questo pomeriggio.”
“Ci sono altre lesioni?”
“Esterne, non. Un polso fratturato, qualche taglio, cose da nulla. Ma… la povera signora è disperata. È stato… è stato un sollievo che sia venuta la madre, per lei è un grande aiuto morale. È alloggiata in un appartamento al Métropole e sono andato a prenderla all’aeroporto. Naturalmente mi terrò sempre in contatto.”
“Chi era al volante?”
“Mme Escary.”
“E nell’altra macchina?”
Vi fu un’esitazione. “Il guidatore si chiama Charles Sessonne. È un fornaio di Eze e stava tornando a casa dopo aver passato la serata con gli amici a giocare a carte. La polizia ha… Mme Escary giura che l’altra macchina aveva invaso la sua corsia. Lui non ricorda niente. Naturalmente è molto addolorato e la polizia l’ha denunciato per guida in stato di ubriachezza e…”
“È la prima volta?”
“Non. Non, già una volta l’avevano fermato e multato.”
“Cosa succederà, secondo la legge francese?”
“Ci sarà il processo e poi… non so, m’sieu. Non c’erano altri testimoni. Forse una multa, forse il carcere; non so. Forse lui ricorderà che era sulla parte giusta della strada, chissà? Mi dispiace.”
Dunross rifletté un momento. “Dove abita quest’uomo?”
“Rue de Verte 14, Eze.”
Dunross ricordava bene quel paesetto, non lontano da Montecarlo, lassù, affacciato sulla Costa Azzurra. Si vedeva l’Italia, oltre Montecarlo, e fino a Nizza, oltre Cap Ferrat. “Grazie, signor Deland, le ho mandato per telex 10.000 dollari USA per le spese di Mme deVille e qualunque cosa possa occorrere. Qualunque cosa sia necessaria, la prego di provvedere. Mi chiami subito se ci fosse qualcosa… sì, e preghi lo specialista di telefonarmi immediatamente, appena avrà visitato Mme Escary. Ha parlato con il signor Jacques deVille?”
“No, tai-pan. Lei non me l’aveva detto. Devo telefonargli?”
“No, lo chiamerò io. Grazie ancora.” Dunross riattaccò e riferì tutto a Penelope. Le tacque soltanto il particolare delle lesioni interne.
“Spaventoso! E… e assurdo!”
Dunross guardava il tramonto. Era stato lui a suggerire alla giovane coppia di andare a Nizza e a Montecarlo, dove lui e Penelope s’erano divertiti tanto, avevano mangiato splendidamente e bevuto ottimi vini e avevano giocato d’azzardo. Il fato, pensò; poi aggiunse: Dio Cristo onnipotente!
Chiamò Jacques deVille a casa, ma non lo trovò. Gli lasciò detto di richiamarlo. “Lo vedrò stasera al pranzo” disse. Lo champagne, adesso, non aveva più sapore. “Bene, sarà bene che andiamo a cambiarci.”
“Io non vengo, caro.”
“Oh, ma…”
“Ho molto da fare, per essere pronta a partire domani. Scusati per me… naturalmente tu devi andare. Io avrò parecchio da sistemare. La roba di Glenna per la scuola… e Duncan torna lunedì e devo preparare anche la sua roba per la scuola. Dovrai provvedere tu a caricarlo sull’aereo, assicurarti che abbia il passaporto… Non dovrebbe esserti difficile giustificare la mia assenza, stasera, dato che sto per partire.”
Dunross sorrise, appena appena. “Certo, Penn, ma qual è la vera ragione?”
“Sarà una grande festa. Ci sarà inevitabilmente anche Robin.”
“Ma torneranno solo domani!”
“No, c’era sull’edizione straordinaria del Guardian. Sono arrivati questo pomeriggio. L’intera delegazione. Di sicuro, saranno tutti invitati.” Il banchetto era offerto da un impresario edile multimilionario, Sir Shi-teh T’Chung, in parte per festeggiare il cavalierato che aveva appena ricevuto, ma soprattutto per lanciare la raccolta di fondi per la nuova ala dell’Elizabeth Hospital. “Davvero, non ho nessuna voglia di andarci, e dato che ci sarai tu, sarà tutto regolare. E poi, davvero, questa sera vorrei andare a letto presto. Ti prego.”
“D’accordo. Sbrigherò queste telefonate, poi andrò. Comunque, ci vediamo prima di uscire.” Dunross salì nel suo studio. Lim stava montando di guardia. Portava una giacca bianca, calzoni neri e scarpe morbide. “Sera, Lim” disse Dunross in cantonese.
“Buonasera, tai-pan.” In silenzio, il vecchio gli indicò la finestra. Dunross vide due cinesi, che oziavano sulla strada, oltre l’alto muro che circondava la Grande Casa, presso il cancello aperto. “Sono lì da un po’ di tempo, tai-pan.”
Dunross li guardò per un momento, inquieto. La sua guardia se ne era appena andata e Brian Kwok, anch’egli invitato quella sera alla festa di Sir Shi-teh, sarebbe venuto a prenderlo fra poco. “Se non se ne vanno prima che faccia buio, chiama l’ufficio del sovrintendente Crosse.” Scrisse il numero poi soggiunse in cantonese, con voce improvvisamente dura: “Adesso che ci penso, Lim, se voglio che sia manomessa la macchina di un diavolo straniero, lo ordino io.” Gli occhi del vecchio lo fissavano impassibili. Lim Chu era con la famiglia fin da quando aveva sette anni, come suo padre e come suo nonno che un tempo, prima ancora della fondazione di Hong Kong, era stato il boy numero uno e s’era preso cura della casa degli Struan, a Macao.
“Non capisco, tai-pan.”
“Non puoi avvolgere un fuoco con la carta. Quelli della polizia sono furbi, e il vecchio Barbanera è un grande amico della polizia. Gli esperti possono esaminare i freni e scoprire molte cose.”
“Io non so niente della polizia.” Il vecchio alzò le spalle e poi sorrise, raggiante. “Tai-pan, io non mi arrampico sugli alberi per trovare un pesce. E neppure lei. Posso dire che la notte non riuscivo a dormire e sono venuto qui. C’era un’ombra sul balcone. Appena ho aperto la porta dello studio, l’ombra è scesa lungo la grondaia ed è sparita fra i cespugli.” Il vecchio mostrò un brandello di stoffa. “Questo era rimasto impigliato alla grondaia.” La stoffa era irriconoscibile.
Dunross la studiò, turbato. Guardò il ritratto di Dirk Struan sopra il camino. Era perfettamente al suo posto. Lo scostò e vide che il capello messo delicatamente in equilibrio su un cardine della cassaforte c’era ancora. Soddisfatto, rimise a posto il quadro, poi controllò le serrature delle porte-finestre. I due uomini erano ancora lì. Per la prima volta, Dunross si rallegrò di avere una guardia dell’SI.