34.

Ore 19,58

Era caldo e umido nello studio di Phillip Chen, e lui era seduto accanto al telefono e lo fissava nervosamente. La porta si spalancò, facendolo sussultare. Entrò Dianne.

“È inutile continuare ad attendere, Phillip” disse lei, irritata. “Sarebbe meglio che andassi a cambiarti. Quel diavolo di Lupo Mannaro non chiamerà, questa sera. Deve essere successo qualcosa. Vieni!” Portava un chong-sam da sera all’ultima moda, aveva i capelli cotonati ed era ingioiellata come un albero di Natale. “Sì. Deve essere successo qualcosa. Forse la polizia… ah, è troppo sperare che l’abbiano preso. Più probabilmente quel diavolo fang pi sta giocando con noi. Vai a cambiarti, o arriveremo tardi. Se ti sbrighi…”

“Non voglio andare” ribatté lui. “Shitee T’Chung è noioso, e adesso che è Sir Shitee lo è il doppio.” Anni prima, il nome di Shi-teh era diventato Shitee, per gli amici intimi. “Comunque, non sono ancora le otto e il pranzo è alle nove e mezzo e lui arriva sempre tardi, i suoi banchetti di solito cominciano con almeno un’ora di ritardo. Per amor di Dio, vai tu!”

Ayeeyah, devi venire. È questione di faccia” replicò lei, altrettanto stizzita. “Mio Dio, dopo quello che è successo oggi in Borsa… se non andiamo, non salveremo la faccia, e le azioni scenderanno ancora di più! Tutta Hong Kong riderà di noi. Non ne vedono l’ora. Diranno che non abbiamo il coraggio di mostrarci in pubblico perché la Casa non può pagare i conti. Ah! E in quanto alla nuova moglie di Shitee, Constance, quella puttana dalla bocca dolce non sogna altro che di vedermi umiliata!” Dianne stava quasi strillando. Quel giorno aveva perduto più di 100.000 dollari dei suoi fondi segreti. Quando Phillip l’aveva chiamata dalla Borsa, subito dopo le tre, per riferirle quello che era accaduto, per poco non era svenuta. “Oh ko, devi venire anche tu, o saremo rovinati!”

Desolato, suo marito annuì. Sapeva che al banchetto ci sarebbero stati molti pettegoli. Per tutto il giorno era stato assalito da domande, gemiti e panico. “Credo che abbia ragione tu.” Quel giorno aveva perduto quasi un milione di dollari, e se la tendenza fosse continuata e se Gornt avesse vinto, sapeva che per lui sarebbe stata la rovina. Oh, oh, oh, perché mi sono fidato di Dunross e ho comprato tanto? si domandava. Era così furioso che aveva voglia di prendere a calci qualcuno. Guardò sua moglie e provò una stretta al cuore, riconoscendo i segni del suo tremendo disgusto verso il mondo in generale e verso di lui in particolare. Si sentì tremare. “D’accordo” disse, docilmente. “Torno subito.”

Era arrivato alla porta quando il telefono squillò. Provò un’altra stretta al cuore, un’altra fitta di nausea. C’erano state quattro telefonate, intorno alle sei. Tutte telefonate riguardanti la sorte delle azioni, in cui gli si chiedeva se le voci erano vere e oh ko, Phillip, sarà meglio che io venda… e ogni volta era stato peggio. “Weyyyy?” chiese, rabbiosamente.

Vi fu una breve pausa e poi una voce altrettanto sgarbata disse, in rozzo cantonese: “Ha un gran brutto carattere, chiunque lei sia! Dov’è la sua fottuta educazione?”

“Chi è? Ehi, chi parla?” chiese Phillip, in cantonese.

“Qui è il Lupo Mannaro! Il Lupo Mannaro capo, per tutti gli dei! Lei chi è?”

“Oh!” Il sangue defluì dal volto di Phillip Chen. In preda al panico, chiamò la moglie con un cenno. Lei si precipitò e si chinò per ascoltare, dimenticando tutto, tranne la salvezza della Casa. “Sono… sono l’onorevole Chen” disse lui, guardingo. “Per favore, qual è… qual è il suo nome?”

“Ha le orecchie piene di cera? Ho detto che sono il Lupo Mannaro. Sono tanto stupido da dirle il mio nome?”

“Mi… mi dispiace, ma come posso sapere che… che mi dice la verità?”

“E come posso sapere chi è lei? Forse è un poliziotto mangialetame. Chi è?”

“Sono Chen della Nobil Casa, lo giuro!”

“Bene. Dunque, le ho scritto una lettera per dirle che avrei telefonato oggi verso le sei. Non l’ha ricevuta?”

“Sì, sì, l’ho ricevuta” disse Phillip Chen, sforzandosi di dominare il sollievo che si mescolava alla rabbia, alla frustrazione e al terrore. “Mi faccia parlare con il mio figlio numero uno, per favore.”

“Questo non è possibile, no, non è possibile! Può una rana pensare di mangiare un cigno? Suo figlio si trova in un’altra parte dell’isola… anzi è nei Nuovi Territori, lontano dal telefono, ma al sicuro, Chen della Nobil Casa, oh, sì, al sicuro. Non gli manca niente. Ha il denaro del riscatto?”

“Sì… almeno, ho potuto raccogliere soltanto 100.000 dollari. Il…”

“Tutti gli dei siano testimoni della mia fottuta pazienza!” disse irosamente l’uomo. “Sa benissimo che ne abbiamo chiesti 500.000! Mezzo milione o uno, per lei, sono sempre come un pelo per dieci buoi!”

“Menzogne!” urlò Phillip Chen. “Sono tutte menzogne diffuse dai miei nemici! Non sono tanto ricco… Non ha saputo di quel che è successo oggi in Borsa?” Phillip Chen prese una sedia, brancolando, mentre il cuore gli martellava nel petto, e sedette continuando a tenere il telefono in modo che anche Dianne potesse sentire.

Ayeeyah, la Borsa! Noi poveri contadini non giochiamo in Borsa! Vuole anche l’altro orecchio?”

Phillip Chen sbiancò. “No. Ma dobbiamo trattare. 500.000 è troppo. Posso arrivare fino a 150.000.”

“Se mi accontentassi di una cifra simile diventerei lo zimbello di tutta la Cina! Mi sta accusando di esporre una testina di agnello e di vendere carne di cane? 150 per il figlio numero uno di Chen della Nobil Casa? Impossibile! È questione di faccia! Senza dubbio lo capisce anche lei.”

Phillip Chen esitò. “Bene” disse in tono ragionevole, “ha ragione. Prima voglio sapere quando riavrò mio figlio.”

“Appena avrà pagato il riscatto! Lo prometto sulle ossa dei miei antenati!

Poche ore dopo che avrò ricevuto il denaro, lui verrà rilasciato sulla strada principale di Sha Tin.”

“Ah, adesso è a Sha Tin?”

Ayeeyah, non mi prenderà in trappola, Chen della Nobil Casa. Sento puzza di letame in questa conversazione. I fottuti poliziotti stanno ascoltando? Il cane si fa feroce perché il suo padrone è in ascolto? Ha chiamato la polizia?”

“No, lo giuro. Non ho chiamato la polizia e non sto cercando di prenderla in trappola, ma per favore, ho bisogno di garanzie, garanzie ragionevoli.” Phillip Chen era in un bagno di sudore. “Non corre pericoli, ha la mia parola. Non ho chiamato la polizia. Perché dovrei farlo? Se la chiamo, come possiamo negoziare?”

Vi fu un’altra lunga esitazione e poi l’uomo disse, un po’ raddolcito: “D’accordo. Ma noi abbiamo suo figlio, quindi se succede qualche guaio la colpa è sua e non nostra. D’accordo, sarò anch’io ragionevole. Mi accontenterò di 400.000, ma li voglio stanotte!”

“È impossibile! Mi sta chiedendo di pescare una tigre in mare! Ho ricevuto la sua lettera quando le banche erano già chiuse, ma ho 100.000 dollari in biglietti di piccolo taglio…” Dianne gli diede una gomitata e alzò due dita. “Ascolti, onorevole Lupo Mannaro, forse posso farmi prestare altro denaro, questa sera. Forse… senta, questa sera posso dargliene 200.000. Sono sicuro di poterli trovare entro un’ora. 200.000!”

“Che tutti gli dei mi facciano morire se mi svendo per una fottuta miseria. 350.000!”

“200.000 entro un’ora!”

“L’altro orecchio entro due giorni o 300.000 stanotte!”

Phillip Chen gemette e supplicò e adulò e imprecò, e continuarono a mercanteggiare. Erano entrambi esperti. Ben presto si lasciarono prendere in quella battaglia d’astuzia, usando ognuno le proprie armi, il rapitore le minacce, Phillip Chen l’acume, l’adulazione e le promesse. Finalmente, Phillip Chen disse: “Lei è troppo abile per me, è un negoziatore troppo furbo. Pagherò 200.000 dollari stanotte e altri 100.000 entro quattro mesi.”

“Entro un mese!”

“Tre!” Phillip Chen ascoltò sbigottito il torrente di oscenità che seguì la sua proposta e si chiese se avesse sbagliato nel giudicare l’avversario.

“Due!”

Dianne gli diede un’altra gomitata, annuendo. “Sta bene” disse lui. “Sono d’accordo. Altri 100.000 fra due mesi.”

“Bene!” esclamò l’uomo, soddisfatto; poi aggiunse: “Penserò a quel che mi ha detto e richiamerò.”

“Ma aspetti un momento, onorevole Lupo Mannaro. Quando…”

“Entro un’ora.”

“Ma…” La comunicazione s’interruppe. Phillip Chen imprecò, poi si asciugò di nuovo la fronte. “Credevo di averlo in pugno. Dio maledica quell’escremento di cane senza madre!”

“Sì.” Dianne era euforica. “Ti sei comportato benissimo, Phillip! Soltanto 200 subito e altri 100 fra due mesi! Perfetto! In due mesi può succedere di tutto. Forse quegli sporchi poliziotti li prenderanno, e non dovremo pagare gli altri 100.000!” Soddisfatta, prese un fazzolettino di carta e si asciugò il sudore sul labbro. Poi il suo sorriso svanì. “E Shitee T’Chung? Dobbiamo andare, ma tu devi aspettare.”

“Ah, ho trovato! Tu vai con Kevin, io verrò più tardi. Ci sarà posto anche per me quando arriverò. Io… io aspetterò che richiami.”

“Magnifico! Come sei abile! Dobbiamo riavere la nostra moneta. Oh, molto bene! Forse la nostra sorte è cambiata e ci sarà il boom come ha predetto Tung, il Vecchio Cieco. Kevin è tanto preoccupato per te, Phillip. Quel povero ragazzo è così addolorato per tutti i tuoi dispiaceri! È molto in pensiero per la tua salute.” Dianne uscì in fretta, ringraziando gli dei; sapeva che sarebbe rientrata molto prima che J ohn tornasse a casa sano e salvo. Perfetto, stava pensando; Kevin può mettere il nuovo smoking bianco. È ora che cominci a mostrarsi all’altezza della sua nuova posizione. “Kevinnnnn!”

La porta si chiuse. Phillip Chen sospirò. Quando ebbe ripreso un po’ di forza, andò alla credenza e si versò un brandy. Dopo che Dianne e Kevin furono usciti, se ne versò un secondo. Alle nove meno un quarto il telefono squillò di nuovo.

“Chen della Nobil Casa?”

“Sì… sì, onorevole Lupo Mannaro?”

“Accettiamo. Ma deve essere stanotte!”

Phillip Chen sospirò. “Sta bene. Dove…”

“Può portare tutto il denaro?”

“Sì.”

“In biglietti da 100 come avevo chiesto?”

“Sì. Ne ho qui 100.000 e posso averne altri 100 da un amico…”

“Lei ha amici molto ricchi” disse l’uomo, in tono sospettoso. “Mandarini.”

“È un allibratore” disse prontamente Phillip Chen, maledicendosi per quella gaffe. “Quando lei ha riappeso ho… ho preso accordi. Per fortuna, era una delle sue serate buone.”

“Sta bene. Ascolti: prenda un tassì…”

“Oh, ma ho la macchina e…”

“Lo so che ha una fottuta macchina e conosco anche il numero di targa” disse sgarbatamente l’uomo, “e sappiamo tutto di lei e se cerca di consegnarci alla polizia, non rivedrà più suo figlio, e poi sarà il primo del nostro elenco! Capito?”

“Sì… sì, certo, onorevole Lupo Mannaro” disse docilmente Phillip Chen. “Devo prendere un tassì… per andare dove?”

“Al giardino triangolare a Kowloon Tong. C’è una strada, Essex Road. C’è un muro, e nel muro c’è un buco. Tracciata sul fondo stradale c’è una freccia, con la punta che indica il buco. Lei infili la mano dentro al buco e troverà una lettera. La legga; poi i nostri uomini ravvicineranno e le diranno ‘Tin koon chi fook’ e lei consegnerà la borsa.”

“Oh! Non c’è il rischio che la consegni all’uomo sbagliato?”

“No. Ha capito la parola d’ordine e tutto il resto?”

“Sì… sì.”

“Quanto tempo impiegherà ad arrivare?”

“Posso venire subito. Por… passerò a prendere il resto del denaro lungo la strada. Posso venire subito.”

“Allora venga immediatamente. Venga solo, non può farsi accompagnare. Sarà sorvegliato dal momento in cui uscirà dalla porta.”

Phillip Chen si asciugò la fronte. “E mio figlio? Quando lo…”

“Obbedisca alle istruzioni! E ricordi di venire solo!”

La comunicazione s’interruppe. Con mano tremante, Phillip Chen prese il bicchiere e finì il brandy. Ne sentì il calore, ma non bastò a disperdere la sua apprensione. Quando si riprese, chiamò un numero molto privato. “Voglio parlare con Wu Quattro Dita” disse nel dialetto di Wu.

“Un momento, prego.” Vi fu un suono confuso di voci, in haklo, poi: “È il signor Chen? Il signor Phillip Chen?” chiese la voce in inglese con accento americano.

“Oh!” esclamò lui, sbalordito. Poi soggiunse, guardingo: “Chi parla?”

“Sono Paul Choy, signor Chen. Il nipote del signor Wu. Mio zio è dovuto uscire ma mi ha detto di attendere la sua telefonata. Ha preso vari accordi per lei. È il signor Chen?”

“Sì. Sì, sono io.”

“Ah, benissimo. Ha avuto notizie dei sequestratori?”

“Sì, sì.” Phillip Chen si sentiva imbarazzato all’idea di parlare con uno sconosciuto, ma non aveva scelta. Riferì a Paul Choy le istruzioni che aveva ricevuto.

“Un momento, signore.”

Sentì una mano posarsi sul microfono e altre voci smorzate e indistinte in dialetto haklo. “È tutto a posto, signore. Manderemo un tassì a casa sua… sta chiamando da Struan’s Lookout?”

“Sì… sì, sono a casa.”

“Il conducente è uno dei nostri. Ci saranno altri, ehm, altri uomini di mio zio sparsi per Cowloon Tong, quindi non deve preoccuparsi: sarà tenuto d’occhio per ogni metro del percorso. Basterà che lei consegni il denaro e loro… ehm, provvederanno a tutto. Il luogotenen… ehm, l’aiutante di mio zio dice di non preoccuparsi, riempiranno l’intera zona… signor Chen?”

“Sì, la sto ascoltando. Grazie.”

“Il tassì arriverà fra venti minuti.”

Paul Choy posò il ricevitore. “Chen della Nobil Casa ti ringrazia, onorevole padre” disse in tono suadente a Wu Quattro Dita nel loro dialetto, tremando sotto quello sguardo di pietra. Cercava inutilmente di nascondere agli altri la sua paura. C’era un caldo soffocante nella cabina affollata della vecchia giunca ormeggiata perennemente a un molo altrettanto vecchio, in uno dei tanti estuari di Aberdeen. “Posso andare anch’io con i tuoi combattenti?”

“Si può mandare un coniglio contro un drago?” ringhiò Wu Quattro Dita. “Sei addestrato come combattente da strada? Io sono uno sciocco come te? Un traditore come te?” Puntò il pollice calloso verso Poon Beltempo. “Mettiti alla testa dei nostri uomini!” L’uomo uscì in fretta e gli altri lo seguirono.

Nella cabina rimasero loro due soli.

Il vecchio era seduto su un bariletto. Accese un’altra sigaretta, aspirò a fondo, e sputò rumorosamente sul ponte. Paul Choy lo guardava, e il sudore gli scorreva lungo la schiena, più per la paura che per il caldo. Intorno a loro c’erano vecchie scrivanie, schedari, sedie traballanti e due telefoni: quello era l’ufficio e il centro comunicazioni di Wu Quattro Dita. Era da lì che inviava messaggi alle sue flotte. Quasi tutti i suoi affari erano regolari trasporti di merce e dovunque batteva la bandiera del Loto d’Argento, l’ordine ai capitani era: qualunque cosa, spedita dovunque, in qualunque momento, al giusto prezzo.

Il vecchio tossì di nuovo e lo squadrò minacciosamente sotto le sopracciglia ispide. “Ti hanno insegnato sistemi strani nella Montagna d’Oro, heya?”

Paul Choy non disse nulla e attese, con il batticuore, augurandosi di non essere mai venuto a Hong Kong, di essere ancora negli Stati Uniti, o meglio ancora a Honolulu, a praticare il surf o a starsene sdraiato sulla spiaggia con la sua ragazza. Gli si stringeva il cuore, quando pensava a lei.

“T’insegnano a mordere la mano che ti nutre, heya?”

“No, onorevole padre, mi dis…”

“T’insegnano che il mio denaro è tuo, la mia ricchezza è tua e il mio sigillo è tuo e tu puoi usarlo come vuoi, heya?”

“No, onorevole signore, mi dispiace di averti offeso” mormorò Paul Choy, piegato sotto il peso della paura.

Quella mattina presto, quando Gornt era entrato in ufficio tutto soddisfatto dopo l’incontro con Bartlett, le segretarie non erano ancora arrivate, e Paul Choy gli aveva chiesto se poteva essergli utile. Gornt gli aveva detto di chiamare al telefono parecchie persone. Altre le aveva chiamate personalmente sulla sua linea privata. Al momento, Paul Choy non vi aveva prestato attenzione, fino a quando aveva sentito, per caso, una parte di quelle che erano evidentemente informazioni riservatissime sulla Struan, confidate sottovoce per telefono. La sua curiosità era cresciuta… ricordava la chiamata di Bartlett, aveva dedotto che l’americano e Gornt s’erano incontrati – era stato un incontro riuscito, a giudicare dal buonumore di Gornt – e aveva capito che Gornt stava riferendo le stesse confidenze a tutti i suoi interlocutori. Più tardi, aveva sentito Gornt dire al suo legale: “… vendere a breve… No, non ti preoccupare, non succederà niente prima che io sia coperto, non prima delle undici… Certamente. Ti manderò l’ordine sigillato non appena…”

Poi Gornt gli aveva detto di chiamare il direttore della Banca di Svizzera e di Zurigo, e Paul Choy aveva ascoltato, con discrezione. “… Questa mattina, entro le undici, dovrei ricevere un grosso accredito in dollari USA. Mi telefoni nel momento preciso in cui sarà sul mio conto…”

Perplesso, Paul Choy aveva messo insieme le varie parti dell’equazione e ne aveva tratto una teoria: se Bartlett aveva concluso all’improvviso un’alleanza segreta con Gornt, il nemico dichiarato della Struan, per lanciare uno dei suoi attacchi, se Bartlett s’era addossato una parte del rischio, o quasi tutto – trasferendo in segreto grosse somme su uno dei conti numerati di Gornt in Svizzera per coprire le eventuali perdite – e infine, se aveva convinto Gornt a fungere da facciata mentre lui dirigeva lo spettacolo dietro le quinte, la faccenda avrebbe fatto scalpore in Borsa e le azioni delle Struan sarebbero scese.

E questo aveva portato a una decisione immediata: intervieni subito e vendi a breve le Struan prima che comincino a farlo i pezzi grossi, e guadagneremo una barca di quattrini.

Ricordava che s’era quasi lasciato sfuggire un gemito, perché non aveva denaro né credito né azioni né il modo per farsele prestare. Poi ricordò quello che aveva continuato a ripetere uno dei suoi insegnanti alla Facoltà di Economia e Commercio di Harvard: un cuore pavido non ha mai conquistato una bella dama. Perciò era entrato in un ufficio privato e aveva telefonato al suo nuovo amico Ishwar Soorjani, il prestatore di denaro e cambiavalute che aveva conosciuto tramite il vecchio eurasiatico della biblioteca. “Senta, Ishwar, suo fratello è il titolare della Soorjani Stockbrockers, no?”

“No, signorino. Arjan è mio primo cugino. Perché?”

“Se volessi vendere a breve un certo quantitativo di azioni, lei mi sosterrebbe?”

“Certamente, come le ho detto prima, per vendere o comprare la sosterrei fino in fondo, se ha denaro sufficiente per coprire le eventuali perdite… o l’equivalente. Lei non ha né contanti né equivalenti, quindi dolentissimo.”

“E se avessi informazioni scottanti?”

“La via per l’inferno e la prigione per i debitori è inondata d’informazioni scottanti, signorino. Le sconsiglio di dar retta alle informazioni scottanti.”

“Accidenti” aveva detto Paul, con rammarico, “potrei far guadagnare a tutti e due almeno 100.000 dollari prima delle tre.”

“Oh? Le dispiacerebbe mormorare l’illustre nome di quelle azioni?”

“E lei mi sosterrebbe per… per 20.000 dollari USA?”

“Ah, dolentissimo, signorino, io il denaro lo presto, non lo regalo. I miei antenati lo vietano!”

“20.000 dollari di Hong Kong?”

“Neanche 10 dollari.”

“Accidenti, Ishwar, non mi è di grande aiuto.”

“Perché non lo chiede al suo illustre zio? Basterebbe il suo sigillo… e io mi esporrei immediatamente fino a mezzo milione. Di dollari di Hong Kong.”

Paul Choy sapeva che tra i contanti e i titoli trasferiti dalla Ho-Pak alla Victoria c’erano parecchi certificati azionari e un elenco dei valori tenuti da vari agenti di cambio. Uno riguardava 150.000 azioni della Struan. Gesù, pensò, se ho ragione io, il vecchio potrebbe finire a gambe all’aria. Se Gornt insiste nel suo attacco, il vecchio potrebbe andarci di mezzo.

“Buona idea, Ishwar. La richiamerò!” Aveva telefonato subito a suo padre, ma non era riuscito a trovarlo. Aveva lasciato messaggi un po’ dovunque ed era rimasto in attesa. La sua ansia cresceva. Poco prima delle dieci aveva sentito la segretaria di Gornt rispondere al telefono. “Sì?… oh, un momento, prego… Signor Gornt? Una chiamata personale da Zurigo… È in linea.”

Ancora una volta, Paul Choy aveva cercato di mettersi in contatto con suo padre. Poi Gornt l’aveva chiamato. “Signor Choy, porti questa al mio legale, immediatamente.” Gli aveva consegnato una busta chiusa. “La dia a lui personalmente.”

“Sì, signore.”

Così Paul Choy era uscito dall’ufficio. A ogni telefono, s’era fermato e aveva cercato di rintracciare suo padre. Poi aveva recapitato la busta personalmente, scrutando con attenzione la faccia del legale. Vi aveva letto la soddisfazione. “C’è risposta, signore?” aveva chiesto educatamente.

“Riferisca soltanto che tutto sarà fatto secondo gli ordini.” Erano le dieci passate da pochi minuti.

Mentre usciva dall’ufficio e scendeva in ascensore, Paul Choy aveva soppesato i prò e i contro. Con una stretta fastidiosa allo stomaco, s’era fermato al telefono più vicino. “Ishwar? Senta, ho un ordine urgente da parte di mio zio. Vuole vendere le sue Struan. 150.000 azioni.”

“Ah, saggio, molto saggio, stanno circolando voci terribili.”

“Gli ho suggerito di affidare l’incarico a lei e alla Soorjani. 150.000 azioni. Vuol sapere se potete farlo immediatamente. È possibile?”

“Immediatamente. Per lo stimatissimo Quattro Dita siamo pronti a esporci come se fossimo i Rothschild! Dove sono le azioni?”

“Nel sotterraneo della banca.”

“Ho bisogno subito del suo sigillo.”

“Sto andando a prenderlo, ma lui ha detto di vendere immediatamente. Ha detto di vendere a piccoli quantitativi per non mettere in allarme la Borsa. Vuole ottenere il prezzo migliore. Venderà subito?”

“Sì, non abbia paura, subito. E spunteremo il prezzo migliore!”

“Bene. E soprattutto, lui ha raccomandato di tenere il segreto.”

“Signorino, può fidarsi di noi implicitamente. E le azioni che lei voleva vendere a breve?”

“Oh, quelle… bene, dovranno aspettare… fino a quando avrò credito, heya?”

“Saggio, molto saggio.”

Paul Choy rabbrividì. Adesso il cuore gli martellava nel silenzio, e lui fissava la sigaretta di suo padre, non la faccia irosa. Sapeva che quei freddi occhi neri lo trafiggevano, decidendo la sua sorte. Ricordava che quasi aveva gridato per l’esaltazione, quando le azioni avevano incominciato a precipitare quasi immediatamente, e lui le aveva seguite momento per momento, e poi aveva ordinato a Soorjani di ricomprare poco prima della chiusura, inebriato ed euforico. Aveva subito telefonato alla sua ragazza, spendendo circa 30 dei suoi preziosi dollari USA per dirle che quella era stata una giornata fantastica e che sentiva tremendamente la sua mancanza. Lei aveva risposto che anche lui le mancava molto e gli aveva chiesto quando sarebbe tornato a Honolulu. La ragazza si chiamava Mika Kasunari ed era sansei, americana di discendenza giapponese della terza generazione. I genitori di lei lo odiavano perché era cinese, e Paul Choy sapeva che suo padre l’avrebbe odiata perché era giapponese; ma erano americani tutti e due, e s’erano conosciuti a scuola e s’erano innamorati.

“Prestissimo, tesoro” aveva promesso, estatico. “Garantito entro Natale! Dopo quel che è successo oggi, mio zio mi darà sicuramente una gratifica…”

Aveva sbrigato spensieratamente il lavoro che Gornt gli aveva assegnato per il resto della giornata. Nel pomeriggio inoltrato Poon Beltempo aveva telefonato per dirgli che suo padre l’aspettava ad Aberdeen alle sette e mezzo. Prima di andarci aveva ritirato l’assegno di Soorjani intestato a suo padre, 615.000 dollari di Hong Kong, meno la commissione.

Pieno di euforia, era andato ad Aberdeen e aveva consegnato l’assegno e quando aveva spiegato quel che aveva fatto era rimasto agghiacciato dalla violenza della collera di suo padre. La tirata era stata interrotta dalla telefonata di Phillip Chen.

“Sono profondamente addolorato di averti offeso, onor…”

“Dunque il mio sigillo è tuo, la mia ricchezza è tua, heya!” gridò all’improvviso Wu Quattro Dita.

“No, onorevole padre” ansimò Paul Choy, “ma l’informazione era così preziosa, e volevo proteggere le tue azioni e farti guadagnare.”

“Non l’hai fatto per te stesso, heya?”

“No, onorevole padre, l’ho fatto per te. Per farti guadagnare e contribuire a ripagarti di tutto il denaro che hai speso per me… le azioni erano tue, e il denaro è tuo. Ho cercato di…”

“Questa non è una fottuta giustificazione! Vieni con me!”

Paul Choy si alzò tremando e seguì il vecchio sul ponte. Wu Quattro Dita allontanò imprecando la sua guardia del corpo e puntò l’indice tozzo verso le acque sudice e fangose del porto. “Se non fossi mio figlio” sibilò, “se non fossi mio figlio, saresti laggiù a sfamare i pesci, con una catena ai piedi, in questo preciso momento.”

“Sì, padre.”

“Se ti azzardi ancora una volta a usare il mio nome, il mio sigillo, qualunque cosa che mi appartenga, senza la mia approvazione, sei morto.”

“Sì, padre” mormorò Paul Choy, impietrito, poiché sapeva che suo padre aveva i mezzi, la volontà e l’autorità per mettere in atto la minaccia senza paura di rappresaglie. “Perdonami, padre. Giuro che non lo farò mai più.”

“Bene. Se avessi perso anche una sola moneta di bronzo adesso saresti laggiù. È solo perché hai fottutamente guadagnato che sei ancora vivo.”

“Sì, padre.”

Wu Quattro Dita fissò minaccioso il figlio e continuò a nascondere la sua felicità per quell’enorme guadagno inaspettato. 615.000 dollari di Hong Kong, meno pochi dollari. Incredibile! E tutto con qualche telefonata e qualche informazione riservata, pensava. È miracoloso, come se dieci tonnellate d’oppio saltassero a riva passando sopra le vedette della Dogana! Il ragazzo ha ripagato venti volte le spese per i suoi studi, ed è qui da meno di tre settimane. È abilissimo… ma è anche pericoloso!

Rabbrividì al pensiero che altri subordinati cominciassero a prendere decisioni. Dew neh loh moh, allora sarei in loro potere e finirei sicuramente in prigione per i loro errori, non per i miei. Eppure, si disse rassegnato, è così che si comportano i barbari, negli affari. Il figlio numero sette si è abituato a comportarsi come un barbaro. Tutti gli dei mi siano testimoni, io non volevo farne una vipera!

Guardò suo figlio: non lo conosceva, detestava il suo modo di parlare così diretto, così barbaro, non allusivo e obliquo come quello delle persone civili.

Eppure… eppure aveva guadagnato più di 600.000 dollari di Hong Kong in un giorno solo. Se gli avessi parlato prima non avrei acconsentito, e avrei perduto tutto questo guadagno! Ayeeyah! Sì, le mie azioni sarebbero precipitate enormemente in una sola giornata… oh, oh, oh!

Cercò a tentoni una cassa e sedette: il cuore gli martellava a quel pensiero spaventoso.

Scrutò il figlio. Cosa devo fare? si chiese. Sentiva il peso dell’assegno nella tasca. Sembrava incredibile che suo figlio avesse potuto fargli guadagnare tutto quel denaro in poche ore, senza spostare le azioni dal loro nascondiglio.

“Spiegami perché quel diavolo straniero dalla faccia nera e dal nome immondo mi deve tanto denaro!”

Paul Choy spiegò pazientemente il meccanismo, smanioso di placarlo.

Il vecchio rifletté. “Allora domani dovrei fare la stessa cosa e guadagnare altrettanto?”

“No, onorevole padre. Prendi quel che hai guadagnato e te lo tieni. Oggi era praticamente una certezza. È stato un attacco improvviso. Non sappiamo come reagirà domani la Nobil Casa, o se Gornt intende veramente continuare l’attacco. Potrebbe ricomprare e guadagnare. Sarebbe pericoloso imitare Gornt domani, molto pericoloso.”

Wu Quattro Dita buttò via la sigaretta. “E allora domani cosa dovrei fare?”

“Aspettare. La Borsa è nervosa, e nelle mani dei diavoli stranieri. Ti consiglio di aspettare, di stare a vedere cosa succede alla Ho-Pak e alla Victoria. Posso usare il tuo nome per chiedere al diavolo straniero Gornt qualche indiscrezione sulla Ho-Pak?”

“Come?”

Paziente, Paul Choy ricordò al padre l’assalto agli sportelli della banca e le possibili manovre sulle azioni.

“Ah, sì, capisco” disse il vecchio in tono altezzoso. Paul Choy non disse nulla; sapeva che non aveva capito. “Allora noi… allora io devo solo aspettare?”

“Sì, onorevole padre.”

Quattro Dita tirò fuori l’assegno con aria disgustata. “E questo fottuto pezzo di carta? Che me ne faccio?”

“Convertilo in oro, onorevole padre. Il prezzo non cambia quasi mai. Potrei parlarne io a Ishwar Soorjani, se vuoi. Lui è cambiavalute.”

“E l’oro, dove dovrei tenerlo?” Una cosa era contrabbandare l’oro altrui, un’altra era doversi preoccupare del proprio.

Paul Choy spiegò che essere proprietari dell’oro non significava averlo fisicamente in proprio possesso.

“Ma non mi fido delle banche” disse irosamente il vecchio. “Se l’oro è mio, è mio e non di una banca!”

“Sì, padre. Ma sarebbe una banca svizzera, non di Hong Kong, e assolutamente sicura.”

“Lo garantisci con la tua vita?”

“Sì, padre.”

“Bene.” Il vecchio prese una penna e girò l’assegno, aggiunse l’ordine a Soorjani di convertirlo subito in oro. Lo consegnò al figlio. “Ne rispondi con la tua testa, figlio mio. E domani aspettiamo? Domani non guadagnamo altro denaro?”

“Potrebbe esserci qualche occasione di guadagnare ancora, ma non lo garantisco. Forse lo saprò verso mezzogiorno.”

“Chiamami a mezzogiorno.”

“Sì, padre. Naturalmente, se avessimo una Borsa nostra potremmo trattare centinaia di azioni diverse…” Paul Choy si limitò a lanciare l’idea.

“Cosa?”

Meticolosamente, il giovane cominciò a spiegare che sarebbe stato facile istituire una loro Borsa, una Borsa dominata dai cinesi, e che avrebbe dato possibilità illimitate di guadagno. Parlò per un’ora, acquistando sicurezza di minuto in minuto e spiegandosi nel modo più semplice.

“Se è così facile, figlio mio, perché non l’hanno fatto Tung Pugnostretto… o Sung Lingua Lunga… o Ng Sacchi di Denaro… o quel mezzo barbaro di contrabbandiere d’oro di Macao… o Kwang il Banchiere o dozzine di altri, heya?”

“Forse non hanno mai avuto l’idea o il coraggio. Forse vogliono lavorare entro il sistema dei diavoli stranieri… il Turf Club, il Cricket Club, i titoli nobiliari e tutte le altre stupidaggini inglesi. Forse hanno paura di andare controcorrente, oppure non hanno la competenza necessaria. Noi abbiamo la competenza e gli esperti. Sì. E ho un amico nella Montagna d’Oro, un buon amico, che studiava con me e che…”

“Quale amico?”

“È sciangaiese, ed è un drago in fatto di Borsa, adesso è agente di cambio a New York. Insieme, con un appoggio in liquidi, potremmo farlo. Lo so.”

Ayeeyah! Con un barbaro settentrionale?” Wu Quattro Dita sbuffò, sprezzante. “Come potrei fidarmi di lui?”

“Credo che potresti fidarti, onorevole padre… naturalmente tu sapresti come contenere le erbacce, come fa un abile ortolano.”

“Ma a Hong Kong tutto il potere nel campo degli affari è nelle mani dei diavoli stranieri. Le persone civili non potrebbero sostenere una Borsa in opposizione a loro.”

“Forse hai ragione, onorevole padre” ammise prudentemente Paul Choy, nascondendo l’eccitazione. “Ma tutti i cinesi amano giocare d’azzardo. Eppure al momento non c’è neppure un agente di cambio civile! Perché i diavoli stranieri ci escludono? Perché saremmo più abili di loro. Per noi la Borsa è la più grande professione del mondo. Appena i nostri compatrioti di Hong Kong vedranno che la nostra Borsa è aperta alle persone civili e alle loro compagnie, accorreranno da noi. E i diavoli stranieri saranno costretti ad aprirci la loro Borsa. Siamo giocatori migliori di loro. Dopotutto, onorevole padre…” Paul Choy indicò con un gesto la riva, i palazzi e le barche e le giunche e i ristoranti galleggianti, “tutto questo potrebbe essere tuo! È per mezzo delle azioni e della Borsa che l’uomo moderno ha il potere del suo mondo.”

Quattro Dita fumava tranquillamente. “Quanto costerebbe la tua Borsa, figlio numero sette?”

“Un anno di tempo. Un investimento iniziale di… non so, esattamente.” Il giovane provò un tuffo al cuore. Sentiva l’avidità di suo padre. Le prospettive di una Borsa cinese in quella società capitalista senza regole erano così sterminate che si sentiva svenire. Sarebbe stato così facile, se avesse avuto il tempo e… e quanto denaro? “Potrei presentarti un preventivo entro una settimana.”

Quattro Dita girò i vecchi occhi astuti sul figlio e lesse la sua eccitazione, la sua avidità. Vuole il denaro oppure il potere? si chiese.

L’uno e l’altro, concluse. Questo giovane sciocco non sa che sono la stessa cosa. Pensò al potere di Phillip Chen e al potere della Nobil Casa e al potere della mezza moneta rubata da John Chen. Anche Phillip Chen e sua moglie sono sciocchi, pensò. Dovrebbero ricordare che i muri hanno sempre orecchi e che quando una madre invidiosa viene a conoscere un segreto, non è più un segreto. E i segreti non si possono conservare negli alberghi, tra i diavoli stranieri, i quali credono sempre che i servitori non sappiano parlare la lingua dei barbari, e non abbiano orecchi lunghi e occhi acuti.

Ah, i figli, pensò. I figli sono senza dubbio la ricchezza di un padre… ma qualche volta causano la sua morte.

Un uomo è sciocco se si fida del figlio. Completamente. Heya?

“Sta bene, figlio mio” disse tranquillamente. “Fammi avere il tuo piano, per iscritto, e il preventivo del costo. E poi deciderò.”

Phillip Chen scese dal tassì al triangolo erboso in Kowloon Tong, stringendo al petto la borsa. Il conducente abbassò il tassametro e lo guardò. Segnava 17,80 dollari di Hong Kong. Se Phillip avesse potuto fare quel che voleva, non avrebbe usato lo stesso tassì per l’intero percorso da Struan’s Lookout, perché così si doveva prendere il traghetto per i tassì, con il tassametro che continuava a girare. No. Lui avrebbe attraversato il porto con il Golden Ferry per 15 centesimi, e avrebbe preso un altro tassì a Kowloon risparmiando almeno 8 dollari. Denaro sprecato, pensò.

Contò meticolosamente 18 dollari. Poi, ripensandoci, aggiunse 30 centesimi di mancia: si sentiva generoso. L’uomo ripartì, lasciandolo accanto al triangolo erboso.

Kowloon Tong era uno dei sobborghi di Kowloon, una fitta rete di palazzi, slums, vicoli, gente e traffico. Trovò Essex Road, che sfiorava il giardino, e l’attraversò. Gli sembrava che la borsa diventasse sempre più pesante, e aveva la certezza che tutti sapessero che conteneva 200.000 dollari di Hong Kong. Il suo nervosismo cresceva. In una zona come quella si poteva comprare la morte di un uomo per poche centinaia di dollari, se si sapeva a chi rivolgersi… e per quella somma si sarebbe potuto ingaggiare un esercito. Teneva gli occhi fissi sull’asfalto sconnesso. Aveva fatto il giro quasi completo del triangolo quando vide sull’asfalto la freccia che indicava il muro. Il cuore gli pesava nel petto, dolorosamente. Era molto buio, in quel tratto: c’erano pochi lampioni. Il buco era stato aperto dalla caduta di alcuni mattoni. All’interno, si vedeva qualcosa che sembrava un giornale ripiegato. Lo tirò fuori, si assicurò che nel buco non ci fosse altro, poi andò a sedere su una panchina, sotto un lampione. Quando il cuore ebbe rallentato un po’ i battiti e il suo respiro si fu calmato, aprì il giornale. Dentro c’era una busta. Vide che la busta era piatta, e la sua ansia diminuì. Aveva temuto di trovarci l’altro orecchio.

Il biglietto diceva: “Vada a piedi a Waterloo Road. Prosegua verso nord, in direzione dell’accampamento dell’esercito, tenendosi sul lato ovest della strada. Stia in guardia, la stiamo sorvegliando.”

Fu scosso da un brivido e si guardò intorno. Sembrava che nessuno lo sorvegliasse. Né amici né nemici. Ma sentiva le occhiate. La borsa divenne ancora più plumbea.

Che tutti gli dei mi proteggano, pregò fervidamente, cercando di trovare il coraggio per proseguire. Dove diavolo sono gli uomini di Wu Quattro Dita?

Waterloo Road era vicina: un viale ampio molto frequentato. Phillip Chen non badava alla folla, continuava a procedere verso nord, senza vedere nessuno. I negozi erano tutti aperti, i ristoranti pieni, i vicoli più affollati. Sulla banchina un treno merci fischiava lugubre, diretto verso nord, e il fischio si mescolava allo strombazzare indiscriminato del traffico. Era una notte cupa, con il cielo coperto, e molto umida.

Phillip Chen camminò stancamente per quasi un chilometro, incrociando strade laterali e vicoli. Con un gruppetto di persone si fermò per lasciar passare un camion, poi attraversò l’imboccatura di un altro vicolo stretto, deviando da una parte e dall’altra per non farsi urtare. All’improvviso due giovani apparvero davanti a lui, sbarrandogli la strada, e uno sibilò: “Tin koon chi fook!

“Eh?”

Avevano tutti e due i berretti calcati sulla fronte, e gli occhiali neri, e le due facce si somigliavano. “Tin koon chi fook!” ripeté in tono malevolo Kin il Butterato. “Dew neh loh moh, mi dia la borsa!”

“Oh!” Stordito, Phillip Chen gliela consegnò. Kin il Butterato l’afferrò. “Non si volti e continui a camminare verso nord!”

“D’accordo, ma per favore, mantenete la prom…” Phillip Chen s’interruppe. I due giovani s’erano dileguati. Gli sembrava che fossero rimasti davanti a lui soltanto per un secondo. Ancora traumatizzato, mosse i piedi con uno sforzo di volontà, cercando di imprimersi nella memoria quel poco che aveva veduto delle loro facce. Poi una donna che stava venendo verso di lui lo urtò di malgarbo, e Phillip Chen imprecò, le facce sbiadirono nella sua memoria. E qualcuno lo afferrò, brutalmente.

“Dov’è quella fottuta borsa?”

“Cosa?” ansimò lui, abbassando gli occhi sull’individuo dall’aria infame che era Poon Beltempo.

“La sua borsa… dov’è finita?”

“Due giovani…” Indicò alle sue spalle, rassegnato. L’uomo bestemmiò e tornò indietro correndo, passando in mezzo alla folla, si portò le dita alle labbra e fischiò. Nessuno gli badò. Altri tipi duri cominciarono a convergere verso di lui, e poi Poon Beltempo scorse i due giovani con la borsa che abbandonavano la strada illuminata e svoltavano in un vicolo. Si mise a correre, seguito dagli altri.

Kin il Butterato e il fratello minore procedevano tra la folla senza affrettarsi. Il vicolo era buio, rischiarato soltanto dalle lampadine dei chioschi e delle botteghe luride. Si scambiarono un gran sorriso. Ormai completamente tranquilli, si tolsero gli occhiali e i berretti e li infilarono in tasca. Si somigliavano molto – sembravano quasi gemelli – e si mimetizzavano benissimo tra la folla rauca dei compratori.

Dew neh loh moh, quel vecchio bastardo sembrava spaventato a morte!” ridacchiò Kin il Butterato. “Con un passo abbiamo raggiunto il cielo!”

“Sì. E la settimana prossima, quando sequestreremo lui, pagherà con la stessa facilità con cui spetezza un vecchio cane!”

Risero e si soffermarono un momento nella luce di un chiosco e sbirciarono dentro la borsa. Quando videro il fascio di biglietti di banca sospirarono. “Ayeeyah, abbiamo veramente raggiunto il cielo con un passo, fratello maggiore. Peccato che il figlio sia morto e sepolto.”

Kin il Butterato scrollò le spalle mentre proseguivano, svoltando in un vicolo ancora più stretto, e poi in un altro, procedendo sicuri in quel labirinto sempre più buio. “L’onorevole padre ha ragione. Abbiamo trasformato in fortuna la malasorte. Non è stata colpa tua se quel bastardo aveva la testa così fragile! Oh, no! Quando lo riesumeremo e lo lasceremo sulla strada di Sha Tin con il biglietto sul petto…” Si interruppe per un momento; si scostarono, nella folla in movimento, per lasciar passare un camioncino carico e scalcinato. Mentre attendevano, Kin il Butterato si guardò indietro. Scorse in fondo al vicolo tre uomini che, vedendolo, cambiarono direzione e si lanciarono verso di lui.

Dew neh loh moh, siamo stati traditi” esclamò. Poi si fece largo a spintoni e si mise a correre, seguito dal fratello.

I due giovani si muovevano velocissimi. Il terrore prestava destrezza ai loro passi mentre si precipitavano tra la folla che imprecava, aggirando le inevitabili buche e i banchetti con l’aiuto dell’oscurità. Kin il Butterato precedeva il fratello. S’infilò fra alcuni chioschi e fuggì lungo lo stretto passaggio buio, stringendo convulsamente la borsa. “Vai a casa per un’altra strada, fratello minore” ansimò.

Al primo angolo, Kin si precipitò a sinistra, mentre il fratello proseguiva correndo. Anche i tre inseguitori si divisero; due rincorsero lui. Era quasi impossibile vedere qualcosa, ormai, e i vicoli si snodavano tortuosi, non finivano mai davanti a un muro cieco. Ansimava, ma aveva un buon vantaggio sugli inseguitori. Si lanciò in una scorciatoia ed entrò subito in un misero emporio che, come tutti gli altri, fungeva anche da abitazione. Senza curarsi della famiglia raccolta intorno a un televisore strepitante, passò in mezzo e uscì dalla porta posteriore, poi tornò indietro, fino alla fine del vicolo. Sbirciò oltre l’angolo, guardingo. Alcune persone lo guardarono incuriosite, ma passarono oltre, senza soffermarsi per fare acquisti: non volevano immischiarsi in un tafferuglio.

Allora, sperando di essere ormai al sicuro, Kin il Butterato si perse di nuovo tra la folla e si allontanò a passo normale, a testa bassa. Ansimava ancora e nella mente gli turbinavano imprecazioni oscene; giurò di vendicarsi di Phillip Chen che li aveva traditi. Tutti gli dei siano testimoni, pensò furibondo, quando lo sequestreremo la settimana prossima, prima di lasciarlo andare gli taglierò il naso! Come ha osato tradirci con la polizia? Ehi, un momento, ma quelli erano della polizia?

Kin il Butterato rifletté, mentre procedeva in mezzo alla marea di gente, tornando indietro di tanto in tanto, per prudenza. Ma ormai era sicuro che non lo seguissero. Pensò al denaro e sorrise, raggiante. Vediamo, cosa farò con i miei 50.000? Ne investirò 40 in un appartamento e l’affitterò subito. Ayeeyah, sono un proprietario! Mi comprerò un Rolex e una pistola e un nuovo coltello. Regalerò a mia moglie un braccialetto o due, e un paio li regalerò a Rosa Bianca, al Postribolo dei Mille Piaceri. Questa notte faremo festa…

Continuò per la sua strada, felice. A una bancarella comprò una valigetta da poco prezzo e poi, in un vicolo, vi trasferì il denaro. Più avanti, in un altro vicolo, vendette la lussuosa borsa di Phillip Chen a un venditore ambulante per una bella somma, dopo aver mercanteggiato per cinque minuti. Poi, soddisfatto, prese l’autobus per Kowloon City, dove suo padre aveva preso in affitto un appartamentino sotto falso nome. Era uno dei loro nascondigli, lontano dalla loro vera casa di Wanchai, presso Glessing’s Point. Non notò Poon Beltempo che saliva dopo di lui, né gli altri due uomini, e neppure il tassì che seguiva l’autobus.

Kowloon City era un caos putrescente di slums e di fogne scoperte e di tuguri. Kin il Butterato sapeva che lì era al sicuro. La polizia ci veniva raramente. Quando la Cina aveva ceduto in affitto per novantanove anni i Nuovi Territori, nel 1898, aveva mantenuto la sovranità perpetua su Kowloon City. In teoria, quei quattro chilometri quadrati erano territorio cinese. Le autorità britanniche lasciavano in pace la zona, purché non desse noie. Era una massa brulicante di fumerie d’oppio, scuole di gioco d’azzardo illegale, sedi delle triadi, e un rifugio per i delinquenti. Di tanto in tanto, la polizia veniva a fare una retata. Il giorno dopo, Kowloon City ridiventava quello che era sempre stata.

La scala che portava all’appartamento al quinto piano era traballante e lurida, con l’intonaco scrostato e ammuffito. Kin il Butterato era stanco. Bussò alla porta, con il segnale segreto. La porta si aprì.

“Salve, padre, salve, Chen Orecchio di Cane” disse allegramente. “Ecco i contanti!” Poi vide il fratello minore. “Oh, bene, sei scappato anche tu?”

“Ma certo! Poliziotti mangialetame in borghese! Dovremmo ammazzarne uno o due per punirli della loro impertinenza.” Kin Pak agitò una calibro .38. “Dovremmo vendicarci!”

“Forse hai ragione, adesso che abbiamo avuto la prima rata del riscatto” disse il padre.

“Io non credo che dovremmo uccidere i poliziotti, andrebbero su tutte le furie” disse Chen Orecchio di Cane con voce tremante.

Dew neh loh moh a tutta la polizia!” disse il giovane Kin Pak e intascò la pistola.

Kin il Butterato alzò le spalle. “Adesso che abbiamo il dena…”

In quel momento la porta si spalancò. Poon Beltempo e tre dei suoi uomini entrarono nella stanza, con i coltelli sguainati. Tutti restarono immobili. All’improvviso il padre di Kin estrasse un coltello dalla manica e si piegò verso sinistra ma, prima che potesse lanciarlo, il coltello di Poon Beltempo saettò nell’aria e gli affondò nella gola. Il padre l’afferrò per strapparlo, mentre cadeva riverso. Chen Orecchio di Cane e i due fratelli non si erano mossi. Lo guardarono morire. Sussultò, i muscoli si contrassero convulsamente per un momento. Poi restò immobile.

“Dov’è il figlio numero uno Chen?” chiese Poon Beltempo. Aveva in pugno un secondo coltello.

“Non conosciamo nessun fi…”

Due degli uomini si avventarono su Kin il Butterato, gli sbatterono le mani sul tavolo e le tennero bloccate. Poon Beltempo si chinò e gli tagliò l’indice sinistro. Kin il Butterato diventò cinereo. Gli altri due erano paralizzati dalla paura.

“Dov’è il figlio numero uno Chen?”

Kin il Butterato fissava stordito il dito reciso e il sangue che fiottava sul tavolo. Mentre Poon Beltempo si muoveva di nuovo, gridò: “No, no!” implorò. “È morto… è morto e l’abbiamo sepolto, lo giuro!”

“Dove?”

“Vicino alla stra… la strada di Sha Tin. Ascoltate” urlò, disperatamente, “divideremo il denaro con voi. Di…” Tacque e restò immobile, quando Poon Beltempo gli mise in bocca la punta del coltello.

“Rispondi alle domande e basta, fottuto escremento di puttana, o ti taglierò la lingua. Dov’è la roba del figlio numero uno? La roba che aveva addosso?”

“Abbiamo… abbiamo mandato tutto a Chen della Nobil Casa, tutto, tranne il denaro che aveva, lo giuro.” Kin il Butterato piagnucolò per il dolore. All’improvviso i due uomini gli premettero un gomito, e lui gridò: “Tutti gli dei mi sono testimoni che è la verità!” Urlò quando la giuntura si fratturò, e svenne. In un angolo, Chen Orecchio di Cane gemeva di paura. Fece per gridare, ma uno degli uomini lo colpì in faccia. Urtò violentemente la testa contro la parete e si accasciò, privo di sensi.

Tutti gli occhi si puntarono su Kin Pak. “È vero” ansimò atterrito Kin Pak. “Tutto quello che vi ha detto. È vero!”

Poon Beltempo imprecò. Poi chiese: “Avete frugato Chen della Nobil Casa, prima di seppellirlo?”

“Sì, signore, ma non l’ho fatto io, è stato…” Tremante, Kin Pak indicò il fratello. “È stato lui.”

“Tu c’eri?”

Il giovane esitò. Immediatamente Poon saettò verso di lui, muovendosi con una sveltezza incredibile in un vecchio. Il coltello scalfì la guancia di Kin Pak, vicinissimo all’occhio e restò in quella posizione. “Bugiardo!”

“Io ero presente” balbettò il giovane. “Stavo per dirglielo, signore, c’ero. Non le mentirei mai, lo giuro!”

“La prossima volta che menti, toccherà al tuo occhio sinistro. C’eri, heya?”

“Sì… sì, signore!”

“Lui c’era?” chiese Poon Beltempo, indicando Kin il Butterato.

“No, signore.”

“Lui?”

“Sì. Orecchio di Cane c’era!”

“Avete frugato il cadavere?”

“Sì, signore, sì. Ho aiutato nostro padre.”

“Tutte le tasche, tutto?”

“Sì, sì, tutto.”

“Carte? Taccuino, agenda? Gioielli?”

Il giovane esitò, frenetico, sforzandosi di pensare, sempre col coltello accanto al volto. “Niente, signore, che io ricordi. Abbiamo mandato tutte le sue cose a Chen della Nobil Casa tranne… tranne il denaro. Abbiamo tenuto il denaro. E il suo orologio… avevo dimenticato l’orologio! È… è quello!” Indicò l’orologio al polso di suo padre.

Poon Beltempo imprecò di nuovo. Wu Quattro Dita gli aveva detto di ritrovare John Chen, di riprendere tutti gli oggetti in mano ai sequestratori, in particolare tutte le monete o parti di monete, e poi, senza far chiasso, togliere di mezzo i rapitori. Sarà meglio che gli telefoni fra un momento, pensò: devo chiedere altre istruzioni. Non voglio commettere errori.

“Cosa avete fatto del denaro?”

“Lo abbiamo speso, signore. Erano solo poche centinaia di dollari e qualche spicciolo. L’abbiamo speso.”

Uno degli uomini disse: “Credo che stia mentendo.”

“No, signore, lo giuro!” Kin Pak proruppe in pianto. “No. Per fa…”

“Stai zitto! Devo tagliargli la gola?” chiese giovialmente l’uomo, indicando Kin il Butterato che era ancora svenuto sul tavolo, nella pozza di sangue che si coagulava.

“No, no, non ancora. Tienilo lì.” Poon Beltempo si grattò e rifletté un momento. “Andremo a dissotterrare il figlio numero uno Chen. Sì, ecco quel che faremo. Dunque, piccolo escremento, chi lo ha ucciso?”

Subito Kin Pak indicò il cadavere del padre. “Lui. È stato terribile. È nostro padre e l’ha colpito con un badile… l’ha colpito con un badile quando ha cercato di scappare, la notte… la notte che l’abbiamo preso.” Il giovane rabbrividì, cereo, divorato dalla paura del coltello puntato sotto l’occhio. “Non… non è stata colpa mia, signore.”

“Come ti chiami?”

“Soo Tak-gai, signore” rispose immediatamente lui, usando il nome preordinato per i casi d’emergenza.

“E lui?” Il dito indicò suo fratello.

“Soo Tak-tong.”

“E lui?”

“Wu-tip Sup.”

“E lui?”

Il giovane guardò il cadavere di suo padre. “Era Soo Dente d’Oro, signore. Era molto cattivo ma noi… noi… noi dovevamo obbedirgli. Dovevamo obbedirgli, era nostro… nostro padre.”

“Dove avete portato il figlio numero uno Chen prima di ucciderlo?”

“A Sha Tin, signore, ma non l’ho ucciso io. L’abbiamo preso a Hong Kong, l’abbiamo caricato su una macchina rubata e siamo andati a Sha Tin. C’è una vecchia baracca che nostro padre aveva preso in affitto appena fuori dal villaggio… era stato lui a fare tutti i piani. Noi dovevamo obbedirgli.”

Poon grugnì e fece un cenno ai suoi uomini. “Prima cercheremo qui.” Quelli mollarono Kin il Butterato, che stramazzò sul pavimento, lasciando una scia di sangue. “Tu, legagli il dito!” Kin Pak si affrettò a prendere un vecchio strofinaccio e, reprimendo a fatica i conati di vomito, cominciò a legare un laccio rudimentale intorno al moncherino.

Poon sospirò. Non sapeva cosa fare, per prima cosa. Dopo un momento aprì la valigia. Tutti gli occhi si volsero sulla montagna di banconote. Tutti provarono la stessa avidità. Poon si passò il coltello nell’altra mano e chiuse la valigia. La lasciò al centro del tavolo e cominciò a perquisire il lurido appartamentino. C’erano soltanto un tavolo, qualche sedia e un vecchio letto di ferro con un materasso sporco. La tappezzeria si staccava dalle pareti, le finestre erano quasi tutte senza vetri, chiuse da assi inchiodate. Poon girò il materasso, lo frugò, ma non c’era niente. Entrò nella sudicia cucina semivuota e accese la luce. Poi nella toeletta fetida. Kin il Butterato piagnucolò, riprendendo i sensi.

In un cassetto, Poon Beltempo trovò alcuni fogli, inchiostro e pennello. “Questo a cosa serve?” chiese, mostrando uno dei fogli. C’era scritto, a grossi caratteri: ‘Il figlio numero uno Chen ha commesso la stupidaggine di cercare di sfuggirci. Nessuno può sfuggire ai Lupi Mannari! Che tutta Hong Kong stia in guardia! I nostri occhi sono dovunque!’ “A cosa serve, heya?”

Kin Pak alzò gli occhi dal pavimento, disperatamente sollecito. “Non potevamo restituirlo vivo a Chen della Nobil Casa e così nostro padre aveva ordinato di… di disseppellire il figlio numero uno stanotte e di mettergli quello sul petto e lasciarlo vicino alla Sha Tin Road.”

Poon Beltempo lo fissò. “Quando comincerai a scavare farai bene a trovarlo subito, al primo colpo” disse, minaccioso. “Sì. O i tuoi occhi, piccolo escremento, non saranno più in nessun posto.”