Ore 21,30
Orlanda Ramos salì l’ampia scala dell’immenso ristorante Floating Dragon ad Aberdeen e si avviò tra la folla rumorosa degli invitati al banchetto di Sir Shi-teh T’Chung, cercando Linc Bartlett… e Casey.
Le due ore che aveva trascorso quella mattina con Linc per l’intervista erano state rivelatrici, soprattutto per quel che riguardava Casey. L’istinto le aveva detto che era meglio indurre al più presto il nemico alla battaglia. Era stato facile farli invitare tutti e due, quella sera… Shi-teh era un vecchio socio di Gornt e un vecchio amico. Gornt aveva approvato la sua idea.
Erano sul ponte superiore. Un piacevole odore di mare entrava dalle grandi finestre. Era una bella notte, anche se umida e con il cielo coperto, e tutto intorno brillavano le luci dei grattacieli e della città di Aberdeen. Più oltre, nel porto, c’erano le tetre isole di giunche parzialmente illuminate, dove vivevano 150.000 persone.
La sala scarlatta, verde e oro si estendeva per metà della lunghezza e per l’intera ampiezza del battello, dalla scala centrale. Mascheroni e unicorni e draghi di legno e di gesso spiccavano dovunque sui tre ponti e il ristorante sfolgorava di luci e brulicava di avventori. Sotto i ponti, nelle cucine affollate c’erano ventotto cuochi, un esercito di aiutanti, una dozzina di paioli enormi… vapore, sudore e fumo. Ottantadue camerieri servivano il Floating Dragon. C’erano quattrocento posti in ognuno dei primi due ponti, e duecento nel terzo. Sir Shi-teh aveva prenotato l’intero ponte superiore, che adesso era pieno d’invitati, raccolti in gruppi impazienti tra i tavoli rotondi da dodici persone.
Orlanda si sentiva in gran forma, quella sera, ed era molto sicura di sé. Ancora una volta, s’era vestita meticolosamente per Bartlett. Quella mattina, per intervistarlo, s’era messa abiti casual, all’americana, con un trucco leggero, e aveva scelto con cura la morbida camicetta di seta, perché indicasse, senza ostentarlo, il fatto che lei non portava il reggiseno. Quella nuova moda ardita le piaceva moltissimo, la rendeva ancora più consapevole della sua femminilità. Quella sera indossava un abito di seta bianca. Sapeva che la sua figura era perfetta e che destava invidia per la sua aperta, inconscia sensualità.
È stata una delle cose che Quillan ha fatto per me, pensò, tenendo la testa alta, il volto illuminato da un mezzo sorriso… una delle tante cose. Mi ha fatto comprendere la sensualità.
Havergill e sua moglie erano davanti a lei, e Orlanda vide che le fissavano il seno. Rise tra sé, consapevole del fatto che sarebbe stata l’unica, nella sala, ad avere l’ardire di essere così moderna, a emulare la moda lanciata l’anno prima dalla swinging London.
“Buonasera, signor Havergill, signora Havergill” disse cortesemente, girando intorno a loro tra la calca. Conosceva bene Havergill. Era stato invitato molte volte sullo yacht di Gornt. Qualche volta l’imbarcazione usciva dallo Yacht Club, a Hong Kong, portando a bordo soltanto lei e Quillan e gli amici di Quillan, e andava a Kowloon, alla scala bagnata dal mare accanto al terminal del Golden Ferry, dove attendevano le ragazze in prendisole o in tenuta da crociera.
Nei primi tempi della sua relazione con Quillan anche lei aveva dovuto attendere a Kowloon, in onore dell’aurea regola della colonia: la discrezione era importantissima, e quando si vive a Hong Kong ci si diverte a Kowloon, quando si vive a Kowloon, ci si diverte a Hong Kong.
Nel periodo in cui la moglie di Quillan era inchiodata a letto e Orlanda era già apertamente, sebbene ancora discretamente, l’amante di Quillan, lui la portava con sé in Giappone, a Singapore e a Formosa; mai però a Bangkok. A quei tempi Paul Havergill era Paul o, più semplicemente, Horny… Horny Hav-a-girl, l’Assatanato Prendi-una-ragazza, come lo chiamavano i suoi amici intimi. Ma anche allora, ogni volta che l’incontrava in pubblico, come quella sera, doveva chiamarlo sempre signor Havergill. Non era cattivo, si disse Orlanda, ricordando che, sebbene le sue ragazze non l’avessero mai trovato simpatico, gli correvano dietro perché era abbastanza generoso ed era sempre pronto a combinare un prestito a basso interesse per un’amica attraverso uno dei suoi amici delle varie banche… mai la Victoria.
Molto saggio, pensò lei, divertita. Ed è questione di faccia. Ah, potrei scrivere un libro su tutti quanti, se volessi. Non lo farò mai… non credo che lo farò mai. Perché dovrei? Non c’è ragione. Anche dopo Macao ho sempre mantenuto i segreti. Ecco un’altra cosa che mi ha insegnato Quillan… la discrezione.
Macao. Che spreco! Ormai non ricordo neppure che faccia avesse quel giovane, ricordo solo che era terribile sul cuscino e che, per causa sua, la mia vita è stata distrutta. Quello stupido era soltanto un capriccio improvviso e passeggero, il primo. Mi sentivo così sola perché Quillan era assente da un mese, e tutti erano via, ed era il desiderio di gioventù… solo quel corpo giovane che mi aveva attratta e che s’era rivelato così inutile. Sciocca! Che sciocca sono stata!
Il cuore cominciò a batterle più forte al pensiero di quegli incubi: essere stata scoperta, e spedita in Inghilterra, e aver dovuto tener lontano quel giovane per accontentare Quillan, e poi tornare e trovare Quillan così freddo, e non andare più sul cuscino con lui, mai più. E l’incubo ancora più grande di abituarsi a una vita senza di lui.
Quei giorni terribili. Quel desiderio spaventoso, insopprimibile. Essere sola. Essere esclusa. Tutte le lacrime e l’infelicità, e i tentativi di ricominciare, ma cautamente, sperando sempre che lui cedesse, se fossi stata paziente. Mai nessuno, a Hong Kong, sempre sola, a Hong Kong… ma quando la smania era troppo forte, andare lontano e tentare, senza trovare mai soddisfazione. Oh, Quillan, che amante eri!
Poco tempo prima sua moglie era morta e allora, al momento giusto, Orlanda era andata a trovarlo. Per sedurlo di nuovo. Quella sera aveva pensato di esserci riuscita, ma lui aveva solo giocato con lei. “Rivestiti, Orlanda. Ero curioso di rivedere il tuo corpo, di scoprire se era ancora squisito come ai miei tempi.
Sono lieto di dirti che lo è… sei ancora perfetta. Ma, mi dispiace, non ti desidero.” E tutti i suoi pianti disperati e le sue suppliche non erano serviti a nulla. Lui aveva ascoltato fumando una sigaretta, e poi l’aveva spenta. “Orlanda, ti chiedo di non tornare mai più se non sei invitata” aveva detto, senza alzare la voce. “Tu hai scelto Macao.”
E aveva ragione: gli aveva fatto perdere la faccia. Perché continua a mantenermi? si chiese, mentre il suo sguardo vagava sugli ospiti, in cerca di Bartlett. È necessario perdere qualcosa prima di scoprirne il vero valore? È questa la vita?
“Orlanda!”
Lei si fermò, trasalendo, mentre qualcuno le si parava davanti. La sua vista si annebbiò. Era Richard Hamilton Pugmire, un po’ più basso di lei. “Posso presentarti Charles Biltzmann? Viene dagli Stati Uniti” stava dicendo con un sorriso malizioso. La sua vicinanza le faceva aggricciare la pelle. “Charles sarà il… ehm, il nuovo tai-pan della General Stores. Chuck, questa è Orlanda Ramos!”
“Felice di conoscerla, signora!”
“Piacere” disse lei, educatamente. L’uomo le diventò immediatamente antipatico. “Mi scusi…”
“Mi chiami Chuck. Orlanda, eh? Ehi, è un nome molto carino, molto carino anche il vestito!” Biltzmann presentò cerimoniosamente il biglietto da visita. “Vecchia usanza cinese!”
Lei l’accettò, ma non ricambiò il gesto. “Grazie. Mi scusi, signor Biltzmann. Devo raggiungere i miei amici e…” Prima che la folla lo impedisse, Pugmire la prese per un braccio, la condusse in disparte e bisbigliò con voce gutturale: “Che ne diresti di andare a cena? Sei fantas…”
Lei svincolò il braccio, cercando di non farsi notare. “Vattene, Pug.”
“Senti, Orlan…”
“Te l’ho detto cinquanta volte con le buone di lasciarmi in pace! E adesso, dew neh loh moh a te e a tutta la tua discendenza!” disse lei, e Pugmire arrossì. Lo aveva sempre detestato, anche ai vecchi tempi. L’aveva sempre guardata con bramosia alle spalle di Quillan, e quando lei era stata abbandonata, Pugmire l’aveva assediata, le aveva tentate tutte per portarsela a letto… e continuava a insistere. “Se ti azzardi a telefonarmi ancora o a rivolgermi la parola, dirò a tutta Hong Kong la verità su di te e sulle tue strane abitudini.” Rivolse un cenno educato a Biltzmann, lasciò cadere il biglietto da visita senza farsi notare e si allontanò. Dopo un momento, Pugmire tornò dall’americano.
“Che corpo!” disse Biltzmann, seguendo Orlanda con gli occhi.
“È… è una delle nostre puttane più famose” disse Pugmire con un sogghigno. “Cristo, vorrei che si sbrigassero a farci mangiare. Sto morendo di fame.”
“È una battona?” Biltzmann lo guardò a bocca aperta.
“Qui non si può mai dire” Pugmire soggiunse, abbassando la voce: “Mi sorprende che Shitee T’Chung l’abbia invitata. Comunque, credo che ormai se ne freghi, adesso che ha avuto e pagato il suo titolo. Anni fa, Orlanda era l’amante di un amico, ma poi ha fatto il solito scherzo di vendersi di nascosto. Lui la scoprì e le diede la P maiuscola.”
“La P maiuscola?”
“La pedata… La scaricò.”
Biltzmann non riusciva a distogliere gli occhi da Orlanda. “Gesù” borbottò.
“Sulla questione della pedata non mi pronuncio, ma per il resto sarei più che favorevole.”
“È solo questione di denaro, ma posso garantirle, vecchio mio, che non ne vale la pena. Orlanda è spaventosa, a letto, lo so bene, e al giorno d’oggi non si può mai sapere chi c’è stato prima, eh?” Pugmire rise dell’espressione dell’americano. “Io non ci sono più stato, con quella, dopo la prima volta, ma se vuole intingerci la penna farà bene a prendere le sue precauzioni.”
Dunross era appena arrivato e stava ascoltando distrattamente Richard Kwang che si vantava delle misure che aveva preso per scongiurare l’assalto agli sportelli e della malvagità di coloro che mettevano in giro certe voci.
“Sono d’accordo con lei, Richard” disse Dunross, che aveva fretta di raggiungere la delegazione parlamentare in fondo alla sala. “Ci sono veramente parecchi bastardi in circolazione. Se vuole scusarmi…”
“Certo, tai-pan.” Richard Kwang abbassò la voce ma non seppe nascondere del tutto la sua ansia. “Può darsi che io abbia bisogno di una mano.”
“Qualunque cosa, naturalmente, ma non denaro.”
“Lei potrebbe parlare per me a Johnjohn, alla Victoria. Lui…”
“Non lo farebbe, lo sa, Richard. L’unica speranza, per lei, è uno dei suoi amici cinesi. E Ching il Sorridente?”
“Uh, quel vecchio disonesto… non gli chiederei mai il suo sporco denaro!” disse Richard Kwang con una smorfia. Ching il Sorridente s’era rimangiato la promessa e aveva rifiutato di prestargli denaro… e credito. “Quel vecchio truffatore dovrebbe finire in galera! C’è un assalto anche ai suoi sportelli, ma se lo merita! Credo che abbiano cominciato tutto i comunisti: stanno cercando di rovinarci. La Banca di Cina! Ha saputo delle code davanti alla Victoria, a Central? E ce ne sono anche alla Blacs. La Bank of East Asia and Japan del vecchio Tok Lingua Lunga è andata a picco. Domani non riaprirà i battenti.”
“Cristo, è sicuro?”
“Lui mi ha telefonato questa sera per chiedermi 20 milioni. Dew neh loh moh, tai-pan, se non avremo un aiuto, tutti, Hong Kong andrà a fondo. Siamo…” Poi scorse Venus Poon sulla soglia, al braccio di Wu Quattro Dita, e il suo cuore si arrestò per otto battiti. Quella sera lei si era infuriata, perché non le aveva portato la pelliccia di visone che le aveva promesso. Aveva pianto e gridato e anche la sua amah aveva piagnucolato, e avevano continuato tutte e due fino a quando lui aveva promesso che le avrebbe consegnato senza fallo il regalo prima delle corse.
“Mi porti alla festa di Shi-teh?”
“Mia moglie ha cambiato idea e viene anche lei, e quindi non posso, ma dopo andremo…”
“Dopo sarò stanca! Prima niente regalo, e adesso non posso andare alla festa! Dov’è il pendente d’acquamarina che mi avevi promesso il mese scorso? Dov’è finito il mio visone? Addosso a tua moglie, ci scommetto! Ayeeyah, la mia parrucchiera e la sua sono amiche, e così lo scoprirò. Oh, tragedia, è vero, tu non mi ami più. Dovrò uccidermi o accettare l’invito di Wu Quattro Dita.”
“Cosa?”
Richard Kwang ricordava che gli era quasi venuto un colpo, e aveva inveito e gridato e urlato che quell’appartamento gli costava un patrimonio e i vestiti gli costavano migliaia di dollari la settimana, e lei aveva inveito e gridato e urlato a sua volta: “E l’assalto agli sportelli della tua banca? Puoi pagare? E i miei risparmi? Sono al sicuro, heya?”
“Ayeeyah, miserabile puttana, quali risparmi? I risparmi che dovrò versare io a nome tuo? Uh! Certo che sono al sicuro, al sicuro come alla Banca d’Inghilterra!”
“Oh, tragedia, sono ridotta in miseria. La tua povera, povera figlia! Sarò costretta a vendermi o a suicidarmi. Sì, ecco! Il veleno… ecco! Credo che prenderò una dose mortale di… di aspirina! Ah Poo! Portami dell’aspirina!”
E lui aveva implorato e supplicato e alla fine lei aveva desistito e gli aveva permesso di portarsi via le aspirine e lui aveva promesso di precipitarsi all’appartamento appena fosse terminato il banchetto, e adesso gli occhi quasi gli schizzavano dalle orbite perché lì, sulla soglia, c’era Venus Poon al braccio di Wu Quattro Dita, tutti e due risplendenti, lui gonfio d’orgoglio, e lei tutta graziosa e innocente, con addosso l’abito che Richard Kwang aveva appena pagato.
“Cosa c’è, Richard?” chiese Dunross, allarmato.
Richard Kwang tentò di parlare senza riuscirci e si avviò barcollando verso la moglie, che staccò gli occhi minacciosi da Venus Poon e li puntò su di lui.
“Ciao, cara” disse Richard Kwang, tremando.
“Ciao, caro” rispose soavemente Mai-ling Kwang. “Chi è quella puttana?”
“Quale?”
“Quella.”
“Non è la… come si chiama… la stellina della televisione?”
“Non si chiama Prurito-nelle-Mutandine Poon, la stellina dello scolo?”
Richard Kwang finse di ridere con lei, ma avrebbe voluto strapparsi i capelli. Il fatto che la sua ultima amante fosse venuta alla festa in compagnia di un altro si sarebbe risaputo in tutta Hong Kong. E tutti l’avrebbero interpretato come un segno infallibile: lui era nei guai fino al collo, e lei aveva saggiamente abbandonato la giunca che affondava per un’imbarcazione più sicura. Ed era ancora peggio che fosse venuta con suo zio, Wu Quattro Dita. Questo avrebbe confermato che tutte le ricchezze di Wu erano state ritirate dalla Ho-Pak, e che molto probabilmente Lando Mata e il sindacato dell’oro avevano fatto altrettanto. Tutta la popolazione civile che contava qualcosa era sicura che Wu era il massimo contrabbandiere del sindacato, adesso che Mo il Contrabbandiere era morto. Oh, tragedia! I disastri non vengono mai soli.
“Eh?” chiese stancamente. “Cos’hai detto?”
“Ho detto: il tai-pan parlerà per noi alla Victoria?”
Richard Kwang passò al cantonese, perché erano circondati da europei. “Purtroppo anche quel figlio di puttana è in difficoltà. No, non ci aiuterà. Siamo in un grosso guaio, e non è colpa nostra. È stata una giornata terribile, eccettuata una cosa sola: oggi abbiamo guadagnato parecchio. Ho venduto tutte le nostre azioni della Nobil Casa.”
“Magnifico. A che prezzo?”
“Abbiamo guadagnato 2,70 per azione. Adesso è tutto convertito in oro a Zurigo. Sto versando tutto nel conto intestato a me e a te” soggiunse per prudenza, alterando la verità, mentre cercava di trovare un pretesto per allontanare la moglie dalla sala per poter abbordare Wu Quattro Dita e Venus Poon, per fingere davanti a tutti che tutto andasse per il meglio.
“Bene. Molto bene. Così mi piace.” Mai-ling giocherellava con l’enorme pendente di acquamarina. All’improvviso, Richard Kwang si sentì agghiacciare i testicoli. Era il pendente che aveva promesso a Venus Poon. Oh, tragedia…
“Ti senti bene?” chiese Mai-ling.
“Devo… ehm, devo aver mangiato qualche pesce andato a male. Devo andare in bagno.”
“È meglio che ci vada subito. Immagino che si mangerà fra poco. Shitee è sempre in ritardo!” Lei lo vide lanciare un’occhiata nervosa a Venus Poon e a zio Wu, e lo guardò di nuovo minacciosamente. “Quella puttana è davvero affascinante. Starò a guardarla fino al tuo ritorno.”
“Perché non andiamo insieme?” Richard Kwang prese la moglie per il braccio e la guidò giù per la scala che conduceva ai bagni, salutando gli amici qua e là e sforzandosi di ostentare sicurezza. Non appena lei entrò nella toeletta delle signore, risalì precipitosamente e si accostò a Zeppelin Tung. Conversò per un momento, poi finse di vedere Quattro Dita. “Oh, salve, onorevole zio” disse in tono cordiale. “Ti ringrazio di averla accompagnata. Salve, boccuccia dolce.”
“Cosa?” disse sospettoso il vecchio. “L’ho portata qui per me, non per te.”
“Sì, e non chiamarmi bocca dolce” sibilò Venus Poon. Prese il braccio del vecchio con aria decisa, e per poco Richard Kwang non ebbe uno sbocco di sangue. “Ho parlato con la mia parrucchiera! Il mio visone l’ha addosso lei! E quello è il mio pendente d’acquamarina, e lo porta lei! E pensare che questa sera quasi mi suicidavo perché pensavo di non piacere più al mio onorevole padre… e non erano mai altro che bugie, bugie, bugie. Oh, quasi quasi vorrei di nuovo suicidarmi.”
“Eh, no, non ancora, boccuccia dolce” mormorò ansioso Wu Quattro Dita, che aveva già fatto un’offerta superiore a quella di Ching il Sorridente. “Vattene, nipote, le fai venire il mal di stomaco. Non sarà in grado di esibirsi!”
Richard Kwang ostentò un sorriso vitreo e forzato, mormorò qualche convenevole e si allontanò, sconvolto. Si avviò verso la scala per aspettare la moglie e qualcuno disse: “Vedo che una certa puledra ha lasciato il pascolo per l’erba meglio concimata!”
“Che sciocchezza!” rispose prontamente Richard Kwang. “Naturalmente ho chiesto io a quel vecchio sciocco di accompagnarla, perché c’è mia moglie. Altrimenti, perché sarebbe con lui? Quel vecchio sciocco è dotato come un torello? O come un galletto? No. Ayeeyah, neppure Venus Poon, con tutte le tecniche che le ho insegnato io, riuscirebbe a far alzare quello che non ha nerbo! Lui finge che le cose stiano diversamente per non perdere la faccia, heya? Ma certo, e lei voleva vedere il suo vecchio padre e farsi vedere!”
“Iiiih, molto ingegnoso, Kwang il banchiere” disse l’uomo. Si voltò e lo riferì bisbigliando a un altro che commentò in tono caustico: “Ah, tu trangugeresti un secchio di merda se qualcuno ti dicesse che è stufato di bue in salsa di fagioli neri! Non sai che lo Stelo del vecchio Quattro Dita è nutrito dagli unguenti e dal ginseng più costosi che si possano comprare? Proprio il mese scorso la sua concubina numero sei ha partorito un figlio maschio! Iiiih, non preoccuparti per lui. Prima che abbia finito, questa notte, Venus Poon avrà un’esperienza che costringerà la sua Fossa Dorata a invocare misericordia in otto dialetti…”
“Rimane per la cena, tai-pan?” chiese Brian Kwok, intercettandolo. “Se e quando arriverà.”
“Sì. Perché?”
“Mi dispiace, ma io devo tornare al lavoro. Ma ci sarà qualcun altro che la scorterà fino a casa.”
“Per amor di Dio, Brian, non sta esagerando?” rispose Dunross, a voce bassa.
Anche Brian Kwok abbassò la voce. “Non credo. Ho appena telefonato a Crosse per vedere cos’è successo a quei due che oziavano davanti a casa sua. Quando sono arrivati i nostri, se la sono filata.”
“Forse erano delinquenti che non amano la polizia.”
Brian Kwok scosse la testa. “Crosse le chiede ancora una volta di consegnarci subito i fascicoli di Grant.”
“Venerdì.”
“Mi ha detto di riferirle che in porto c’è una nave spia sovietica. C’è già stato un morto… uno dei loro agenti. Accoltellato.”
Dunross apparve un po’ scosso. “E io cosa c’entro?”
“Lo sa meglio di noi. Lei sa cosa c’è in quei rapporti. Deve essere qualcosa di molto grosso, altrimenti non sarebbe tanto difficile… o prudente. Crosse ha detto… Be’, non importa! Ian, senta, siamo vecchi amici. Sono sinceramente preoccupato.” Brian Kwok passò al cantonese. “Anche il saggio può cadere nei rovi… rovi avvelenati.”
“Fra due giorni arriverà il mandarino della polizia. Due giorni non sono lunghi.”
“E vero. Ma in due giorni la spia può causarci danni gravissimi. Perché tentare gli dei, mi chiedo.”
“No. Mi dispiace.”
Brian Kwok s’irrigidì. In inglese, disse: “I nostri amici americani ci hanno chiesto di arrestarla per misura precauzionale.”
“Che assurdità.”
“Non è un’assurdità, Ian. Tutti sanno che lei ha una memoria fotografica. Prima consegnerà i documenti e meglio sarà. E anche dopo, dovrà essere prudente. Perché non mi dice dove sono? Penseremo noi a tutto.”
Dunross era altrettanto deciso. “È tutto sistemato, Brian. Tutto resterà come è stato stabilito.”
Il cinese sospirò. Poi scrollò le spalle. “Sta bene. Mi spiace, ma non dica che non era stato avvisato. Anche Gavallan e Jacques restano a cena?”
“No, non credo. Li ho pregati di fare una scappata qui. Perché?”
“Avrebbero potuto accompagnarla a casa. La prego, per un po’ non vada da solo in nessun posto, e non cerchi di liberarsi della sua guardia. Per il momento, se ha qualche… ehm, qualche appuntamento privato, mi chiami.”
“Io, un appuntamento privato? Qui a Hong Kong? Che idea!”
“Il nome di Jen non le dice nulla?”
Gli occhi di Dunross divennero gelidi. “State diventando troppo indiscreti.”
“E lei, a quanto pare, non si rende conto di trovarsi in un gioco sporco, in cui le regole del marchese di Queensberry non valgono.”
“Questo l’ho capito, per Dio.”
“Buonanotte, tai-pan.”
“Buonanotte, Brian.” Dunross raggiunse il gruppo della delegazione parlamentare. Erano in un angolo e parlavano con Jacques deVille. Erano soltanto quattro; gli altri avevano preferito riposare dopo il lungo viaggio. Jacques deVille li presentò. Sir Charles Pennyworth, conservatore; Hugh Guthrie, liberale; Julian Broadhurst e Robin Grey, laburisti. “Ciao, Robin” disse Dunross.
“Ciao, Ian. È passato molto tempo.”
“Sì.”
“Vi prego di scusarmi: devo andare” disse deVille, con il volto scavato dall’angoscia. “Mia moglie è via, e abbiamo un nipotino piccolo in casa.”
“Hai parlato con Susanne, in Francia?” chiese Dunross.
“Sì, tai-pan. Lei… guarirà. Grazie per aver chiamato Deland. Ci vediamo domani. Buonanotte, signori.” deVille si allontanò.
Dunross girò di nuovo gli occhi su Robin Grey. “Non sei affatto cambiato.”
“Neppure tu” disse Grey, poi si rivolse a Pennyworth. “Ian e io ci siamo conosciuti a Londra anni fa, sir Charles. Subito dopo la guerra. Io ero appena diventato delegato di reparto.” Era un uomo magro, dalle labbra sottili, radi capelli un po’ grigi e lineamenti affilati.
“Sì, è stato qualche anno fa” disse educatamente Dunross, continuando a rispettare la linea che Penelope e suo fratello avevano concordato molto tempo prima… come se non fossero parenti. “Dunque, Robin, ti fermerai per molto?”
“Solo pochi giorni” disse Grey. Il sorriso era sottile come le sue labbra. “Non ero mai stato in questo paradiso dei lavoratori, quindi voglio mettermi in contatto con qualche sindacato e vedere come vive l’altro novantacinque per cento.”
Sir Charles Pennyworth, il capo della delegazione, rise. Era un uomo florido e ben pasciuto, ex colonnello del London Scottish Regiment, decorato del Distinguished Service Order, e iscritto all’Ordine degli avvocati. “Non credo che qui abbiano molta simpatia per i sindacati, Robin. Vero, tai-pan?”
“I nostri lavoratori se la cavano benissimo senza” disse Dunross.
“E lavorano troppo, tai-pan” ribatté prontamente Grey. “Secondo certe vostre statistiche, statistiche governative.”
“Non sono le nostre statistiche, Robin, sono i vostri esperti di statistica” disse Dunross. “I nostri operai hanno le paghe più alte dell’Asia, dopo i giapponesi, e questa è una società libera.”
“Libera! Oh, smettila!” sbottò ironicamente Grey. “Vuoi dire libera di sfruttare i lavoratori. Bene, non importa, quando i laburisti andranno al potere con le prossime elezioni cambieremo tutto.”
“Suvvia, Robin” disse Sir Charles. “I laburisti non hanno nessuna probabilità di vincere.”
Grey sorrise. “Non ci conti, Sir Charles. Il popolo inglese vuole cambiare. Non abbiamo fatto la guerra per conservare il vecchio sistema marcio. Il partito laburista vuole le riforme sociali… e vuole che i lavoratori abbiano una giusta parte del profitto che creano.”
Dunross disse: “Ho sempre ritenuto ingiusto che i socialisti parlino dei ‘lavoratori’ come se tutto il lavoro lo facessero loro e noi non facessimo niente. Anche noi siamo lavoratori. Lavoriamo con lo stesso impegno, se non di più, e con orari più pesanti e…”
“Ah, ma tu sei un tai-pan e vivi in una grande casa che hai ereditato insieme al tuo potere. Tutto quel capitale è venuto dal sudore di chissà quanti poveracci, e non parlo neppure del traffico dell’oppio che ha dato l’avvio a tutto. È giusto che il capitale venga distribuito, è giusto che tutti partano dallo stesso punto. I ricchi dovrebbero essere più tassati. Dovrebbe esserci una tassa sul capitale. Prima verranno distrutti i grandi patrimoni e meglio sarà per tutti gli inglesi, eh, Julian?”
Julian Broadhurst era un uomo alto e distinto sui quarantacinque anni, sostenitore della Società Fabiana, che era il cervello intellettuale del movimento socialista. “Bene, Robin” disse con voce pigra, quasi indifferente, “di certo non sostengo che dobbiamo fare le barricate, come affermi tu, ma credo, signor Dunross, che qui a Hong Kong avreste bisogno di una federazione sindacale, una scala minima dei salari, un parlamento eletto, sindacati seri e garanzie, medicina socializzata, liquidazioni e tutte le altre innovazioni della Gran Bretagna moderna.”
“Completamente sbagliato, signor Broadhurst. La Cina non accetterebbe mai un cambiamento della nostra posizione di colonia, non tollererebbe mai una specie di città-stato ai suoi confini. In quanto al resto, chi dovrebbe pagare?” chiese Dunross. “Il nostro sistema privo di qualsiasi restrizione funziona venti volte meglio della Gran Bretagna e…”
“Pagherete voi con i vostri profitti, Ian” disse Robin Grey, con una risata. “Pagherete imposte eque, non il 15 per cento. Pagherete come noi in Gran Bretagna e…”
“Dio non voglia!” esclamò Dunross, dominandosi a stento. “Con le vostre imposte finirete per non essere più in grado di sostenere la concorrenza e…”
“Profitti?” interruppe in tono caustico l’altro parlamentare, il liberale Hugh Guthrie. “L’ultimo stramaledetto governo laburista ha spazzato via anni fa i nostri profitti con stupidi sperperi, nazionalizzazioni ridicole, cedendo l’Impero pezzo per pezzo con stupida, fatua indifferenza, distruggendo il Commonwealth e buttando la povera vecchia Inghilterra con la faccia nel fango. Ridicolo! Attlee e tutti quei cafoni!”
Robin Grey disse, conciliante: “Suvvia, Hugh, il governo laburista ha fatto quello che voleva il popolo, quello che volevano le masse.”
“Sciocchezze! Lo volevano i nemici. I comunisti! In soli diciotto anni avete rinunciato al più grande impero che il mondo avesse mai visto, ci avete ridotti a una potenza di second’ordine e avete lasciato che quei porci sovietici divorassero gran parte dell’Europa. Ridicolo!”
“Sono perfettamente d’accordo: il comunismo è spaventoso. Ma in quanto a ‘rinunciare’ al nostro impero, si trattava di un cambiamento inevitabile, Hugh” disse Broadhurst, per calmarlo. “Il colonialismo aveva finito il suo corso. Deve guardare le cose nella giusta prospettiva.”
“È quello che faccio. Siamo in alto mare e senza remi. Churchill ha ragione, ha sempre avuto ragione.”
“Il popolo non la pensava così” disse torvo Grey. “Per questo è stato sconfitto alle elezioni. È stato il voto delle forze armate, ne avevano abbastanza di lui. In quanto all’Impero, mi scusi, Hugh, vecchio mio, ma era solo un pretesto per sfruttare gli indigeni ignoranti.” Robin Grey li guardò in faccia e lesse le loro espressioni. Era abituato all’odio che lo circondava. Li odiava ancora di più, ed era sempre stato così. Dopo la guerra aveva cercato di restare nell’esercito come ufficiale di carriera, ma l’avevano respinto… allora c’era un’inflazione di capitani pieni di decorazioni e con magnifici stati di servizio, mentre lui la guerra l’aveva passata in prigionia, a Changi. E così, pieno di rabbia e di risentimento, era andato a lavorare come meccanico alla Crawley, una grande fabbrica automobilistica. Ben presto era diventato delegato di reparto e organizzatore sindacale, poi era entrato nella Segreteria Generale dei Sindacati. Cinque anni prima, era stato eletto al Parlamento nelle file laburiste, ed era tuttora un parlamentare di secondo piano, tagliente, arrabbiato, ostile, protetto del defunto socialista di sinistra Aneurin Bevan. “Sì, ci siamo sbarazzati di Churchill e quando torneremo al potere l’anno prossimo riprenderemo a togliere di mezzo il marciume del vecchio regime. Nazionalizzeremo tutte le industrie e…”
“Andiamo, Robin” disse Sir Charles, “siamo a un banchetto e non in Hyde Park. Ci eravamo ripromessi di dare un taglio alla politica durante il viaggio.”
“Ha ragione, Sir Charles. Ma è stato il tai-pan della Nobil Casa a chiedermelo.” Grey si rivolse a Dunross. “Come va, la Nobil Casa?”
“Bene. Benissimo.”
“Secondo il giornale del pomeriggio, c’è un attacco contro le vostre azioni.”
“Uno dei nostri concorrenti sta facendo qualche scherzetto, ecco tutto.”
“E gli assalti agli sportelli delle banche? Anche quelli non sono una cosa seria?”
“Lo sono.” Dunross scelse con cura le parole. Sapeva che lo schieramento anti-Hong Kong, in Parlamento, era forte, e che molti parlamentari dei tre partiti erano contrari alla sua condizione di colonia, contrari alla mancanza di elezioni e alla sua libertà… e quasi tutti invidiavano l’assenza quasi totale di tasse. Non importa, pensò. Dal 1841 siamo sopravvissuti all’ostilità del Parlamento, agli incendi, ai tifoni, alle epidemie, all’embargo, alla depressione, all’occupazione e alle convulsioni periodiche della Cina e, in un modo o nell’altro, sopravviveremo sempre.
“L’assalto agli sportelli ha colpito la Ho-Pak, una delle nostre banche cinesi” disse Dunross.
“È la più grande, non è vero?” chiese Grey.
“No. Ma è grande. Tutti noi speriamo che superi le sue difficoltà.”
“Se andrà a picco, che ne sarà del denaro dei correntisti?”
“Purtroppo lo perderanno” disse Dunross, con le spalle al muro.
“Avete bisogno delle leggi bancarie inglesi.”
“No, abbiamo constatato che il nostro sistema funziona benissimo. Che impressione vi ha fatto la Cina?” chiese Dunross.
Prima che Sir Charles potesse rispondere, Grey disse: “L’opinione della maggioranza è che sono pericolosi e ostili, che dovrebbero essere bloccati e che il confine di Hong Kong dovrebbe essere chiuso. Evidentemente intendono diventare un elemento di disturbo per il mondo e il loro tipo di comunismo è soltanto un pretesto per la dittatura e lo sfruttamento delle masse.”
Dunross e gli altri yan di Hong Kong impallidirono quando Sir Charles disse bruscamente: “Andiamo, Robin, questo è soltanto il punto di vista suo e del com… ehm, e di McLean. Io ho avuto un’impressione ben diversa. Credo che la Cina stia cercando sinceramente di risolvere i suoi problemi, che sono tremendi, monumentali e, credo, insolubili.”
“Grazie a Dio, ci saranno grossi guai, là” disse Grey con un sogghigno. “Anche i russi lo sapevano, altrimenti perché se ne sarebbero tirati fuori?”
“Perché sono nemici, e hanno in comune ottomila chilometri di confine” disse Dunross, sforzandosi di frenare la collera. “Hanno sempre diffidato gli uni degli altri. Perché gli invasori della Cina sono sempre venuti dall’ovest, e gli invasori della Russia dall’est. Il possesso della Cina è sempre stato l’ossessione della Russia.”
“Suvvia, signor Dunross” cominciò Broadhurst. “Sta esagerando, senza dubbio.”
“È nell’interesse della Russia rendere la Cina debole e divisa, e rovinare Hong Kong. La Russia ha bisogno di una Cina debole: è una base irrinunciabile della sua politica estera.”
“Almeno la Russia è civile” disse Grey. “La Cina rossa è fanatica, pericolosa e pagana, e dovrebbe essere isolata, particolarmente qui.”
“Ridicolo!” disse Dunross, a denti stretti. “La Cina è la più antica civiltà della terra. La Cina ha un bisogno disperato di fare amicizia con l’Occidente. La Cina è prima cinese e poi comunista.”
“Siete voi, i ‘mercanti’ di Hong Kong, che tenete al potere i comunisti.”
“Sciocchezze! Mao Tse-tung e Ciu En-lai non hanno bisogno di noi o dei sovietici per restare a Pechino!”
Hugh Guthrie disse: “Per quel che mi riguarda, la Cina rossa e l’Unione Sovietica sono egualmente pericolose.”
“Non c’è confronto!” disse Grey. “A Mosca mangiano con coltelli e forchette e s’intendono di cucina! In Cina non abbiamo avuto altro che vitto schifoso, alberghi schifosi e un sacco di chiacchiere ambigue.”
“Non la capisco proprio, vecchio mio” disse irritato Sir Charles. “Si è battuto come una furia per far parte della delegazione, dovrebbe essere interessato agli affari asiatici e non ha fatto altro che lamentarsi.”
“Criticare non significa lamentarsi, Sir Charles. Per essere franco, sono assolutamente contrario all’idea di dare aiuti alla Cina rossa. Assolutamente. E al mio ritorno presenterò una mozione per cambiare completamente la posizione di Hong Kong, mettere un embargo su tutte le merci in arrivo e in partenza dalla Cina rossa, tenere qui regolari elezioni, immediatamente, introdurre imposte eque, un sindacalismo vero e la giustizia sociale britannica!”
Dunross sporse il mento. “E così distruggerai la nostra posizione in Asia!”
“La posizione dei tai-pan, sì, non del popolo! L’Unione Sovietica aveva ragione a proposito della Cina.”
“Sto parlando del mondo libero! Cristo onnipotente, dovrebbe essere chiaro per tutti… l’Unione Sovietica vuole l’egemonia, vuol dominare il mondo e annientarci. La Cina, no” disse Dunross.
“Ti sbagli, Ian. Sei così incantato a guardare gli alberi che non vedi il bosco” disse Grey.
“Ascolta! Se l’Unione Sovietica…”
Broadhurst interruppe, con calma. “L’Unione Sovietica sta solo cercando di risolvere i suoi problemi, signor Dunross, e uno è la politica di contenimento degli Stati Uniti. Vuole essere lasciata in pace, e non circondata da americani sovreccitati con le mani sui pulsanti degli ordigni nucleari.”
“Balle! Gli americani sono i soli amici che abbiamo” disse irosamente Hugh Guthrie. “In quanto ai sovietici, cosa mi dice della guerra fredda? Berlino? L’Ungheria? Cuba, l’Egitto… ci stanno inghiottendo poco a poco.”
Sir Charles Pennyworth sospirò. “La vita è strana, e la memoria è così corta. Il 2 maggio del ’45, di sera, ci incontrammo con i russi a Wismar, nella Germania settentrionale. Non ero mai stato così orgoglioso e felice in vita mia, sì, orgoglioso. Cantammo e bevemmo insieme, e brindammo insieme. La mia divisione e tutti noi, in Europa, tutti gli Alleati erano stati trattenuti per settimane, per lasciare che i russi dilagassero in Germania attraverso i Balcani, la Cecoslovacchia, la Polonia e tutti gli altri posti. A quel tempo non ci pensavo molto; ero felice che la guerra fosse quasi finita e orgoglioso dei nostri alleati russi. Ma ripensandoci capisco che eravamo stati traditi, noi militari eravamo stati traditi… inclusi i soldati russi. Ci avevano fregati. Non so ancora come sia successo, Julian, ma credo veramente che siamo stati traditi dai nostri capi, dai vostri maledetti socialisti, da Eisenhower, Roosevelt e dai suoi consiglieri. Giuro che non so ancora come sia andata, ma abbiamo perduto la guerra; abbiamo vinto ma abbiamo perduto.”
“Suvvia, Charles, si sbaglia. Abbiamo vinto tutti” disse Broadhurst. “Tutti i popoli del mondo hanno vinto quando la Germania nazista è stata…” S’interruppe, stupito, nel vedere l’espressione di Grey. “Cosa c’è, Robin?”
Grey guardava fisso l’altra parte della sala. “Ian! Quell’uomo, laggiù, che parla con i cinesi… lo conosci? Quello alto, con il blazer.”
Altrettanto sorpreso, Dunross guardò nella direzione indicatagli. “Il tipo con i capelli color stoppa? Vuoi dire Marlowe, Pete…”
“Il maledetto Peter Marlowe!” borbottò Grey. “Cosa… cosa ci fa a Hong Kong?”
“E qui in visita. Dagli Stati Uniti. È uno scrittore. Mi pare che stia facendo ricerche per un libro su Hong Kong.”
“Scrittore, eh? Strano. È tuo amico?”
“L’ho conosciuto qualche giorno fa. Perché?”
“E la ragazza vicino a lui è sua moglie?”
“Sì. È Fleur Marlowe, perché?”
Grey non rispose. C’era una macchiolina di saliva all’angolo della sua bocca.
“Lo conosci, Robin?” chiese Broadhurst, inquieto.
Con uno sforzo, Grey distolse gli occhi da Marlowe. “Eravamo insieme a Changi, Julian, il campo di prigionia giapponese. Sono stato capo della polizia militare, gli ultimi due anni… responsabile della disciplina del campo.” Si asciugò il sudore dal labbro. “Marlowe era uno di quelli che facevano la borsa nera.”
“Marlowe?” Dunross era sbalordito.
“Oh, sì, il tenente pilota Marlowe, il grande gentiluomo inglese” disse Grey, rabbiosamente. “Sì. Lui e il suo socio, un americano che si chiamava King, il caporale King, erano i pezzi grossi. C’era un tale che si chiamava Timsen, un australiano… ma il più importante era l’americano, era veramente il re. Un texano. Sul suo libro paga figuravano colonnelli, tutti gentiluomini inglesi… colonnelli, maggiori, capitani. Marlowe gli faceva da interprete con le guardie giapponesi e coreane… i guardiani erano quasi tutti coreani. Erano i peggiori…” Grey tossì. “Cristo, è passato così poco tempo. Marlowe e King non si facevano mancare nulla… quei due mangiavano almeno un uovo a testa ogni giorno, mentre tutti noi soffrivamo la fame. Non puoi immaginare quanta…” Ancora una volta, Grey si asciugò il sudore dal labbro, senza accorgersene.
“Per quanto tempo è rimasto prigioniero?” chiese Sir Charles, in tono comprensivo.
“Tre anni e mezzo.”
“Terribile” disse Hugh Guthrie. “Mio cugino morì sulla linea ferroviaria della Birmania. Terribile.”
“Era tutto terribile” disse Grey. “Ma lo era molto meno per quelli che si vendevano. Sulla linea ferroviaria o a Changi!” Guardò Sir Charles con occhi straniti, iniettati di sangue. “Sono tutti i Marlowe di questo mondo che hanno tradito noialtri, la gente comune senza privilegi di nascita.” La sua voce divenne ancora più amara. “Senza offesa, ma adesso state tutti pagando la vostra prepotenza, ed è ora. Cristo, ho bisogno di bere qualcosa. Scusate un momento.” Si allontanò, avviandosi verso il bar.
“Straordinario” disse Sir Charles.
Guthrie disse, con una risatina nervosa: “Per un momento ho pensato che stesse per saltare alla gola di Marlowe.”
Lo seguirono tutti con gli occhi, poi Broadhurst notò che Dunross, con espressione fredda e dura, fissava Grey aggrottando la fronte. “Non ci faccia caso, signor Dunross. Purtroppo Grey è molto noioso, un seccatore piuttosto volgare. È… ecco, non è per nulla rappresentativo del partito laburista, grazie a Dio. Il nostro nuovo leader, Harold Wilson, quello le piacerebbe. La prossima volta che verrà a Londra sarò lieto di presentarla, se avrà tempo.”
“Grazie. Per la verità, stavo pensando a Marlowe. È difficile credere che si sia venduto o che abbia tradito qualcuno.”
“Con gli esseri umani non si sa mai, vero?”
Grey prese un whisky e soda e attraversò la sala. “Guarda guarda, il tenente pilota Marlowe!”
Peter Marlowe si voltò, trasalendo. Il suo sorriso svanì. I due uomini si fissarono. Fleur Marlowe restò immobile, agghiacciata.
“Salve, Grey” disse Marlowe, con voce secca. “Ho sentito che era a Hong Kong. Anzi, ho letto la sua intervista sul giornale del pomeriggio.” Si rivolse alla moglie. “Tesoro, questo è Robin Grey, deputato al Parlamento.” Lo presentò ai cinesi, uno dei quali era Sir Shi-teh T’Chung.
“Ah, signor Grey, è un onore averla qui” disse Shi-teh, con un perfetto accento di Oxford. Era alto, scuro di carnagione, bello, più europeo che cinese. “Spero che il suo soggiorno a Hong Kong sia piacevole. Se posso fare qualcosa per lei, non ha che da chiedermelo.”
“Grazie tante” disse Grey in tono noncurante. Tutti notarono quella scortesia. “Dunque, Marlowe! Non è cambiato molto.”
“Neppure lei. Vedo che ha fatto carriera.” Marlowe soggiunse, rivolgendosi agli altri: “Abbiamo fatto la guerra insieme. Non ci vedevamo dal ’45.”
“Eravamo prigionieri, Marlowe e io” disse Grey, e aggiunse: “Siamo su due schieramenti politici opposti.” S’interruppe e si scostò per lasciar passare Orlanda Ramos. Lei salutò Shi-teh con un sorriso e proseguì. Grey la seguì per un attimo con lo sguardo, poi tornò a voltarsi. “Marlowe, vecchio mio, è ancora in affari?” Era un insulto personale, molto inglese. Gli “affari” per uno che, come Marlowe, proveniva da una famiglia di ufficiali, indicavano tutto ciò che apparteneva alle classi inferiori.
“Faccio lo scrittore” disse Marlowe. Volse verso la moglie gli occhi sorridenti.
“Credevo che fosse ancora nella RAF, ufficiale di carriera come i suoi illustri avi.”
“Sono invalido. La malaria e tutto il resto. Piuttosto fastidioso” disse Marlowe, strascicando volutamente quel suo accento aristocratico perché sapeva che Grey si sarebbe infuriato. “E lei è in Parlamento? Molto abile. Rappresenta Streatham East? Non è nato là?”
Grey arrossì. “Sì, sì, sono nato…”
Shi-teh nascose l’imbarazzo che gli causava la tensione tra i due. “Devo, ehm, devo andare a vedere a che punto è la cena.” Si allontanò in fretta. Gli altri cinesi si scusarono e si scostarono.
Fleur Marlowe agitò il ventaglio. “Forse dovremmo cercare il nostro tavolo, Peter” disse.
“Buona idea, signora Marlowe” disse Grey. Si controllava a stento, come Peter Marlowe. “Come sta King?”
“Non so. Non l’ho più rivisto, dopo Changi.” Marlowe guardò Grey dall’alto in basso.
“Ma è in contatto con lui?”
“No. Per la verità no.”
“Non sa dove sia?”
“No.”
“È strano, dato che eravate così intimi.” Grey distolse gli occhi, lanciò un’occhiata a Fleur Marlowe e pensò che era la donna più graziosa che avesse mai visto. Così graziosa e fine e inglese e bionda, come la sua ex-moglie Trina, che se ne era andata con un americano, appena un mese dopo che lui era stato dichiarato disperso. Appena un mese. “Sapeva che a Changi eravamo nemici, signora Marlowe?” le chiese, con una gentilezza che a lei parve terrorizzante.
“Peter non parla mai di Changi con me, signor Grey. O con altri, che io sappia.”
“Strano. E stata un’esperienza tremenda, signora Marlowe. Non ho dimenticato nulla. Io… bene, scusi il disturbo…” Alzò lo sguardo verso Marlowe. Fece per dire qualcosa, ma cambiò idea e si allontanò.
“Oh, Peter, quell’uomo è spaventoso” disse Fleur. “Mi ha fatto venire i brividi.”
“Non è il caso di preoccuparsi, tesoro.”
“Perché eravate nemici?”
“Non adesso, cara, più tardi.” Marlowe le sorrise, affettuosamente. “Grey non è niente, per noi.”