Ore 23,01
La cena comprendeva dodici portate. Abaloni stufati con germogli di soia, fegatini di pollo e pernice in salsa, zuppa di pinne di pescecane, pollo allo spiedo, cavolo cinese, piselli e broccoli e altre cinquanta verdure con polpa di granchio, pelle d’anatra di Pechino arrosto con salsa di prugne e cipolline affettate e focaccine sottilissime, funghi a vapore e interiora di pesce, pesce affumicato con insalata, riso alla Yangchow, spaghettini di farina di riso… e poi il dessert della felicità, semi di loto dolci e gigli in crema di riso. E tè, continuamente.
Mata e Orlanda aiutarono Casey e Bartlett. Fleur e Peter Marlowe erano gli altri europei al loro tavolo. I cinesi presentarono i biglietti da visita e ne ricevettero altri in cambio. “Oh, sapete usare i bastoncini!” Tutti i cinesi si mostrarono stupiti, poi ripresero tranquillamente a parlare in cantonese. Le donne ingioiellate facevano commenti su Casey e Bartlett e i Marlowe. Le loro osservazioni erano abbastanza caute solo perché c’erano Lando Mata e Orlanda.
“Cosa stanno dicendo, Orlanda?” chiese sottovoce Bartlett in mezzo a quella esuberanza chiassosa, soprattutto da parte dei cinesi.
“Si meravigliano di lei e della signorina Casey” rispose Orlanda, altrettanto guardinga. Non tradusse i commenti maliziosi sul seno di Casey, le ipotesi sulla provenienza del suo vestito e sul relativo prezzo, e perché non portava gioielli, e che impressione doveva fare essere così alta. Parlavano poco di Bartlett: si chiedevano soltanto, a voce alta, se davvero apparteneva alla mafia come aveva insinuato uno dei quotidiani cinesi.
Orlanda era sicura che non avesse nulla a che fare con la mafia. Ma era altrettanto sicura che avrebbe dovuto essere molto circospetta in presenza di Casey, né troppo sfacciata né troppo riservata, e che non avrebbe mai dovuto toccarlo. E mostrarsi molto dolce con lei, per cercare di sbilanciarla.
I piatti per ogni portata venivano posati rumorosamente, quelli usati venivano portati via. I camerieri correvano ai portavivande nella sezione centrale della scala per deporre i piatti sporchi e prendere quelli fumanti.
Le cucine, tre ponti più sotto, erano un inferno, con gli enormi wok di ferro larghi più di un metro, alimentati dal gas che arrivava attraverso le tubature. C’erano wok per la cottura a vapore, altri per soffriggere, altri per la frittura, altri ancora per gli stufati, e molti per il riso bianco. E c’era un barbecue scoperto, a legna. L’esercito degli aiutanti dei ventotto cuochi preparava le carni e le verdure, spennava i polli, uccideva i pesci e le aragoste e i granchi e li puliva, svolgendo i mille compiti necessari per la cucina cinese… dato che ogni piatto viene preparato al momento per ogni cliente.
Il ristorante apriva alle dieci del mattino e la cucina chiudeva alle dieci e tre quarti di sera… qualche volta più tardi, quando c’era un banchetto. Se l’anfitrione era abbastanza ricco, potevano esserci un ballo e uno spettacolo. Quella sera, anche se non c’era un turno fino a tardi, né uno spettacolo né un ballo, tutti sapevano che la loro parte della mancia del banchetto di Shitee T’Chung sarebbe stata ragguardevole. Shitee T’Chung era un anfitrione generoso, anche se molti di loro erano convinti che gran parte del denaro che raccoglieva per beneficenza finisse nel suo stomaco o nello stomaco dei suoi amici o sulle spalle delle sue amiche. Inoltre, aveva fama di essere spietato con i detrattori, avaro con la famiglia, e vendicativo con i nemici.
Non importa, pensò il capocuoco. In questo mondo, un uomo deve avere labbra morbide e denti duri, e tutti sanno che cosa durerà più a lungo. “Sbrigatevi!” urlò. “Posso aspettare per tutta la notte? I gamberi! Portate i gamberi!” Un aiutante sudato, con un paio di calzoni laceri e una vecchia maglietta macchiata, accorse con un piatto di bambù, pieno di gamberi appena pescati e sgusciati. Il cuoco li buttò nell’enorme wok, aggiunse una manciata di glutammato monosodico, li rimescolò un paio di volte e li tirò fuori, dispose una manciata di piselli fumanti su due piatti e suddivise in parti eguali i gamberi rosei e lucenti.
“Che tutti gli dei urinino su tutti i gamberi!” disse in tono acido. L’ulcera lo tormentava, aveva i polpacci indolenziti dal turno di dieci ore. “Mandateli di sopra prima che si rovinino! Dew neh loh moh, sbrigatevi… è il mio ultimo piatto. È ora di andare a casa!”
Altri cuochi stavano gridando le ultime ordinazioni e imprecavano mentre cucinavano. Erano tutti impazienti di andarsene. “Sbrigatevi!” Poi un giovane aiutante che portava una pentola di grasso usato inciampò e il grasso piovve su uno dei fornelli a gas, s’incendiò con una vampata, e di colpo si scatenò il finimondo. Un cuoco urlò, quando le fiamme l’avvolsero e cercò di spegnerlo a manate, con la faccia e i capelli strinati. Qualcuno buttò un secchio d’acqua sul fuoco, che si sparse con violenza. Le fiamme salirono fino alle travi, tra nubi vorticose di fumo. I cuochi, nel tentativo di sfuggire all’incendio, stavano causando un imbottigliamento. Il fumo nero, acre e oleoso, cominciò a riempire l’aria.
L’uomo che si trovava più vicino all’unica, stretta scala del primo ponte afferrò uno dei due estintori, premette lo stantuffo e puntò la canna verso le fiamme. Non accadde nulla. Ripeté il gesto, e poi qualcuno gli strappò l’estintore dalle mani con una bestemmia, tentò invano di farlo funzionare e lo buttò via. Anche l’altro estintore non funzionava. Il personale non s’era mai preso il disturbo di collaudarli.
“Che tutti gli dei defechino sulle invenzioni di questi diavoli stranieri senza madre!” gemette un cuoco, preparandosi a fuggire mentre le fiamme si avvicinavano. Un coolie terrorizzato, soffocato dal fumo nell’angolo opposto della cucina, indietreggiò davanti a una lingua di fiamma, urtò contro alcuni barattoli e li rovesciò. Alcuni contenevano uova di mille anni, altri olio di sesamo. L’olio inondò il pavimento e s’incendiò. Il coolie sparì nella vampata improvvisa. Ormai il fuoco aveva invaso metà della cucina.
Erano già passate le undici, e quasi tutti gli avventori se ne erano andati. Il ponte superiore del Floating Dragon era ancora semipieno. Quasi tutti i cinesi, inclusi Wu Quattro Dita e Venus Poon, stavano uscendo o se ne erano già andati perché l’ultima portata era stata servita da un pezzo, e il galateo cinese imponeva di andarsene appena finito l’ultimo piatto, tavolo per tavolo. Soltanto gli europei indugiavano ancora davanti al cognac o al porto, fumando sigari.
In tutto il battello, i cinesi stavano piazzando i tavoli da mah-jong, e si incominciava a sentire il tintinnio delle tessere d’avorio sbattute sui tavoli.
“Gioca a mah-jong, signor Bartlett?” chiese Mata.
“No. La prego, mi chiami Linc.”
“Dovrebbe imparare… è meglio del bridge. Lei gioca a bridge, Casey?”
Linc Bartlett rise. “È un asso. Lando. Non giochi a denaro con lei.”
“Forse faremo una partita, prima o poi. Tu sai giocare, vero, Orlanda?” chiese Mata, ricordando che Gornt era un bridgista provetto.
“Sì, un po’” disse sottovoce Orlanda, e Casey pensò, cupamente: scommetto che anche quella è un asso.
“Una partita la farei volentieri” disse dolcemente Casey.
“Bene” disse Mata. “Un giorno, la settimana prossima… oh, salve, tai-pan!”
Dunross li salutò tutti con il suo sorriso. “Vi è piaciuta la cena?”
“Fantastica!” disse Casey, felice di vederlo, notando che in smoking appariva magnifico. “Viene a tenerci compagnia?”
“Grazie, ma…”
“Buonanotte, tai-pan” disse Dianne Chen, avvicinandosi, seguita dal figlio Kevin… un giovane basso, tozzo, con i capelli scuri e ricciuti e le labbra carnose.
Dunross li presentò. “Dov’è Phillip?”
“Doveva venire, ma ha telefonato per avvertire che era impegnato. Buonanotte…” Dianne sorrise, anche Kevin sorrise, e si avviarono verso la porta, mentre Casey e Orlanda guardavano a occhi spalancati i gioielli di Dianne.
“Bene, devo andare anch’io” disse Dunross.
“Com’era la sua tavolata?”
“Piuttosto esasperante” disse Dunross, con la sua risata contagiosa. Aveva cenato con i parlamentari, insieme a Gornt, a Shi-Teh e a sua moglie al tavolo numero uno… e c’erano state sporadiche esplosioni tra l’acciottolio dei piatti. “Robin Grey è piuttosto brutale e male informato, e alcuni di noi se la sono presa. Una volta tanto, Gornt e io eravamo dalla stessa parte. Devo confessare che il nostro tavolo è stato servito per primo perché il povero vecchio Shi-teh e sua moglie potessero fuggire. È scappato come una lepre un quarto d’ora fa.”
Tutti risero con lui. Dunross teneva d’occhio Marlowe. Si chiese se sapesse che Grey era suo cognato. “Sembra che Grey la conosca molto bene, signor Marlowe.”
“Ha un’ottima memoria, tai-pan, anche se ha pessime maniere.”
“Questo non lo so, ma se la spunterà in Parlamento, che Dio aiuti Hong Kong. Bene, volevo solo salutarvi tutti quanti.” Sorrise a Bartlett e a Casey. “Che ne direste se pranzassimo insieme domani?”
“Benissimo” disse Casey. “Perché non viene al Vic?” Si accorse che Gornt, in fondo alla sala, si stava alzando per andarsene, e ancora una volta si chiese chi avrebbe vinto. “Poco prima di cena, Andrew stava dicendo…”
Poi, come tutti gli altri, sentì le urla lontane. Nel silenzio improvviso, tutti rimasero in ascolto.
“Al fuoco!”
“Cristo! Guardate!” Tutti guardarono il portavivande. Ne stava uscendo il fumo. Poi una piccola lingua di fiamma.
Un secondo d’incredulità, poi tutti balzarono in piedi. Quelli che erano più vicini alla scala principale si precipitarono verso la porta mentre altri ripetevano il grido. Bartlett scattò, trascinando Casey. Mata e altri invitati corsero verso l’uscita.
“Fermi!” ruggì Dunross, con voce più alta del chiasso. Tutti si fermarono. “Abbiamo tutto il tempo. Non correte!” ordinò lui. “Non c’è bisogno di correre, fate con calma. Non c’è ancora pericolo!” Le sue parole calmarono i più spaventati. Cominciarono a uscire alla spicciolata dal vano sovraffollato della porta. Ma sotto, sulle scale, le urla e l’isterismo erano più forti.
Non tutti erano corsi via al primo allarme. Gornt non s’era mosso. Fumava il sigaro, completamente concentrato. Havergill e sua moglie erano andati alle finestre a guardar fuori. Altri li imitarono. Si vedeva la folla che brulicava intorno all’ingresso principale, due ponti più sotto. “Non credo che dobbiamo preoccuparci, mia cara” disse Havergill. “Appena il grosso se ne sarà andato, potremo uscire tranquillamente.”
Lady Joanna, che era accanto a loro, disse: “Avete visto com’è scappato Biltzmann? Che cafone!” Si guardò intorno e vide Bartlett e Casey dall’altra parte della sala, fermi vicino a Dunross. “Oh, credevo che fossero scappati anche loro.”
Havergill disse: “Andiamo, Joanna, non tutti gli yankee sono vigliacchi!”
Dal portavivande eruttò all’improvviso una colonna di fiamme e di denso fumo nero. Le grida ricominciarono.
Dall’altra parte della sala, più vicino alle fiamme, Bartlett chiese, concitato: “Ian, c’è un’altra uscita?”
“Non so” disse Dunross. “Dia un’occhiata fuori. Io resterò qui a guardia della fortezza.” Bartlett si avviò in fretta verso la porta che conduceva al ponte di mezzo, e Dunross si voltò verso gli altri. “Non c’è ragione di preoccuparsi” disse, calmandoli e valutandoli rapidamente. Fleur Marlowe era molto pallida ma si controllava benissimo, Casey fissava traumatizzata la gente che bloccava la porta, Orlanda era impietrita, sul punto di crollare. “Orlanda! Va tutto bene” le disse. “Non c’è nessun pericolo…”
Dall’altra parte della sala, Gornt si alzò e si avvicinò alla porta. Vide la calca e comprese che le scale, più sotto, dovevano essere bloccate. Le grida e le urla aggravavano la paura, ma Sir Charles Pennyworth era accanto alla soglia e cercava di organizzare un ripiegamento ordinato. Dal portavivande eruttò altro fumo, e Gornt pensò: Cristo onnipotente, un maledetto incendio, cinquanta persone e un’unica uscita. Poi notò il bar abbandonato. Lo raggiunse, imponendosi la calma, e si versò un whisky e soda; ma il sudore gli scorreva lungo la schiena.
Più sotto, sul secondo ponte, Lando Mata incespicò e trascinò nella caduta un gruppo di persone, inclusi Dianne Chen e Kevin, creando un’ostruzione nell’unica via d’uscita. Uomini e donne urlavano impotenti, schiacciati sul pavimento, mentre gli altri cadevano o inciampavano su di loro, nella fuga precipitosa verso la salvezza. Più in alto, sulla scala, Pugmire si teneva aggrappato alla ringhiera e riusciva appena a reggersi in piedi, usando tutte le sue forze per respingere la gente con la schiena e impedire altre cadute. Accanto a lui Julian Broadhurst, altrettanto impaurito ma padrone di sé, lo aiutava sfruttando la sua statura e il suo peso. Insieme, riuscirono a tenere temporaneamente la breccia, ma poco a poco l’impatto di quelli che stavano più indietro li sopraffece. Pugmire non riuscì più a mantenere la presa. Dieci gradini più in basso, Mata si rialzò, calpestò alcune persone finite a terra, e riprese precipitosamente a scendere, con la giacca quasi strappata di dosso. Dianne Chen si rimise in piedi facendosi largo a unghiate, trascinandosi dietro Kevin. In quella massa brulicante, non si accorse che una donna le strappava il pendente di diamanti e l’intascava per poi farsi largo a spintoni giù per la scala. Il fumo che saliva a ondate dal ponte inferiore accresceva l’orrore. Pugmire non ce la fece più. Venne buttato contro la parete dalla marea umana, e Broadhurst perse l’equilibrio. Cominciò un’altra piccola valanga di corpi umani. Adesso le scale erano intasate su entrambi i piani.
Wu Quattro Dita era sul primo pianerottolo insieme a Venus Poon quando s’era levato il primo grido: aveva sceso precipitosamente l’ultima rampa di scale e s’era spinto sul ponte levatoio che portava al molo. Venus Poon, terrorizzata, lo seguiva a pochi passi di distanza. Quando fu al sicuro sul molo, Wu si voltò a guardare con il cuore in gola e il respiro pesante. Uomini e donne uscivano barcollando dall’enorme portale intagliato, e le fiamme fuoriuscivano dagli oblò sopra la linea di galleggiamento. Un poliziotto che stava facendo la ronda nei pressi accorse, guardò inorridito per un momento, poi si diresse a precipizio verso il telefono più vicino. Wu stava ancora cercando di riprendere fiato quando vide Richard Kwang e sua moglie correre fuori come due disperati. Scoppiò a ridere e si sentì molto meglio. Anche Venus Poon pensava che quella gente era molto buffa. I curiosi si stavano raccogliendo, lì al sicuro, senza far nulla per aiutare gli altri, limitandosi a guardare a occhi sgranati… ed è giusto, pensò fuggevolmente Wu. Non bisogna mai intromettersi nelle decisioni degli dei. Gli dei hanno le loro regole del gioco e decidono la sorte degli umani. Questa notte, tocca a me scampare e godermi questa puttana. Tutti gli dei mi aiutino a mantenere ben saldo il mio Ferro Imperiale fino a quando lei invocherà misericordia.
“Vieni, boccuccia dolce” disse Quattro Dita, sghignazzando. “Possiamo lasciarli tranquillamente alla loro sorte. Non perdiamo tempo.”
“No, padre” disse prontamente lei. “Da un momento all’altro arriveranno la televisione e la stampa… dobbiamo pensare alla nostra immagine, heya?”
“Che immagine? Il cuscino e la Fossa Affasci…”
“Più tardi!” disse imperiosamente lei, e Wu si rimangiò l’imprecazione che stava per lanciare. “Non vuoi essere acclamato come un eroe?” disse bruscamente Venus Poon. “Forse ti daranno addirittura un titolo come a Shitee, heya?” In fretta, si sporcò le mani e la faccia, si strappò meticolosamente una spallina sopra il seno e si avvicinò alla passerella, dove poteva vedere e farsi vedere. Quattro Dita la guardava stordito. Un’onorificenza dei quai loh, come Shitee? Pensò meravigliato. Iiiiih, perché no? La seguì, guardingo, attento a non avvicinarsi troppo al pericolo.
Videro una lingua di fiamma scaturire dal comignolo sul ponte superiore e gente spaventata che si affacciava alle finestre dei tre ponti. Sul molo si stava radunando una folla. Altri si mettevano in salvo, barcollanti e isterici, tossendo per il fumo che cominciava a invadere tutto il ristorante. Ci fu un’altra mischia urlante sulla porta: alcuni caddero, altri sgattaiolarono carponi sotto il movimento convulso dei piedi, mentre quelli più indietro gridavano a chi li precedeva di sbrigarsi; e ancora una volta Quattro Dita e molti altri curiosi scoppiarono a ridere.
Sul ponte superiore, Bartlett si sporse dal parapetto, guardò il battello e il molo sottostante. Vide la folla sul molo, la gente brulicante e isterica che lottava all’ingresso. Non c’erano altre scale o scalette a pioli o altre Vic di fuga, da nessuna parte. Il cuore gli martellava in petto, ma non aveva paura. Non c’è ancora un vero pericolo, pensò. Possiamo lanciarci in acqua. Semplice. Saranno nove, dodici metri… nessuna difficoltà, se non dai una panciata. Ritornò indietro di corsa, lungo il ponte che occupava metà della lunghezza del battello. Dai comignoli uscivano fumo nero, scintille e qualche lingua di fiamma.
Aprì la porta del ponte superiore e si affrettò a richiuderla per non creare altre correnti. Il fumo era più fitto e le fiamme, adesso, uscivano ininterrottamente dal pozzo del portavivande. Nell’aria c’era un odore acre di fumo, il fetore di carne bruciata. Quasi tutti erano affollati intorno alla porta di fronte. Gornt stava in disparte e li guardava, sorseggiando il whisky. Gesù, pensò Bartlett, che sangue freddo ha quel bastardo! Girò prudentemente intorno al portavivande, con gli occhi che bruciavano per il fumo, e per poco non fece cadere Christian Toxe che stava chino sul telefono e gridava, più forte del chiasso: “… non me ne frega niente, manda immediatamente un fotografo e poi telefona ai vigili del fuoco!” Rabbioso, Toxe sbatté il ricevitore e borbottando “Stupidi bastardi!” tornò dalla moglie, una cinese matronale che lo fissava stordita. Bartlett si affrettò a raggiungere Dunross. Il tai-pan stava immobile accanto a Peter e Fleur Marlowe, Orlanda e Casey, e fischiettava stonato.
“Niente, Ian” disse, e si accorse che la sua voce aveva un suono strano. “Un accidente di niente. Neppure scalette a pioli, niente. Ma possiamo buttarci in acqua, se è necessario.”
“Sì. È una fortuna che siamo su questo ponte. Può darsi che gli altri siano meno fortunati.” Dunross guardò il fumo e il fuoco che scaturivano dal pozzo del portavivande, vicino alla porta d’uscita. “Dovremo far presto a decidere da che parte andare” disse gentilmente. “Le fiamme potrebbero isolarci dall’esterno. Se usciamo non ce la faremo a rientrare, e dovremo lanciarci. Se restiamo qui, potremo passare soltanto dalla scala.”
“Gesù” mormorò Casey. Stava cercando di dominare i battiti del cuore e il senso di claustrofobia che l’assaliva. Aveva la pelle coperta di sudore viscido, e il suo sguardo saettava di continuo dall’uscita alla porta e dalla porta all’uscita. Bartlett la cinse con un braccio. “Sta’ tranquilla, possiamo tuffarci quando vogliamo.”
“Sì, certo, Linc.” Casey si dominava con uno sforzo.
“Sa nuotare, Casey?” domandò Dunross.
“Sì. Io… mi sono trovata in un incendio, una volta. Da allora, ne ho sempre avuto una paura tremenda.” Era accaduto qualche anno prima, quando la sua casetta, sulle Hollywood Hills di Los Angeles, s’era trovata sul percorso di uno degli improvvisi incendi estivi, e lei era rimasta imbottigliata, mentre la strada in fondo al canyon tortuoso stava già bruciando. Aveva aperto tutti gli innaffiatori e con un tubo aveva cominciato a irrorare d’acqua il tetto. Il calore graffiante del fuoco l’aveva assalita. Poi le fiamme s’erano innalzate in una cresta, balzando dalla sommità di una valle alla parte opposta, cominciando a devastare i due lati e scendendo verso il fondovalle, sotto le sferzate delle raffiche da centosessanta chilometri orari generate dall’incendio stesso. Le vampate ruggenti annientavano alberi e case e si avvicinavano, e non c’erano Vic d’uscita. Terrorizzata, lei aveva continuato a innaffiare il tetto. I cani e i gatti che erano fuggiti dalle ville più in alto passavano correndo davanti a lei e un alsaziano dagli occhi stravolti s’era acquattato al riparo della sua casa. Il calore, il fumo e il terrore la circondavano; ed era continuato così, per un’eternità, ma da quella parte l’incendio s’era arrestato a quindici metri dal suo giardino. Senza una ragione. Più in alto, tutte le case lungo la sua strada erano andate distrutte. E quasi tutto il canyon. Una striscia ampia poco più di mezzo chilometro e lunga tre aveva continuato a bruciare per tre giorni tra le colline che tagliavano in due la città di Los Angeles.
“Tutto a posto, Linc” disse, con voce tremante. “Credo… credo che preferirei essere fuori. Andiamocene di qui. Molto meglio farci una nuotata.”
“Io non so nuotare!” Orlanda tremava. Poi si precipitò verso la scala.
Bartlett l’afferrò. “Andrà tutto bene. Gesù, da quella parte non ce la farà mai. Li sente quei poveracci là sotto? Loro sì che sono nei guai. Stia qui, eh? Lasci perdere la scala.” Orlanda si aggrappò a lui, impietrita.
“Vedrà che andrà tutto bene” disse Casey, impietosita.
“Sì” disse Dunross, fissando il fuoco e il fumo turbinante.
Marlowe disse: “Qui, ehm, qui siamo al sicuro, no, tai-pan? Sì. L’incendio deve essere scoppiato nelle cucine. Lo domeranno. Fleur, tesoro, non sarà necessario che ci tuffiamo.”
“Non ci saranno difficoltà” gli assicurò Bartlett. “C’è una quantità di sampan, qualcuno ci raccoglierà.”
“Oh, sì, ma anche mia moglie non sa nuotare.”
Fleur posò la mano sul braccio del marito. “L’hai sempre detto che dovevo imparare, Peter.”
Dunross non ascoltava. Era divorato dalla paura e cercava di dominarla. Aveva le narici sature del fetore di carne bruciata che conosceva anche troppo bene, e stava per vomitare. Gli sembrava di essere sul suo Spitfire in fiamme, colpito da un Messerschmitt 109 sopra la Manica, e le scogliere di Dover erano troppo lontane, e sapeva che il fuoco lo avrebbe divorato prima che potesse sbloccare il tettuccio danneggiato e incastrato per lanciarsi, e intorno a lui c’era l’odore terribile della carne bruciata, la sua carne. In preda al terrore, aveva sferrato un pugno contro il perspex del tettuccio, con l’altra mano aveva cercato di spegnere le fiamme intorno ai piedi e alle ginocchia, soffocando per il fumo acre che gli aveva invaso i polmoni… semiaccecato. Poi all’improvviso c’era stato un rombo, e il tettuccio era stato strappato via, un inferno di fiamme l’aveva avviluppato e, chissà come, s’era trovato fuori, precipitando, lontano dal fuoco, senza sapere se la sua faccia era stata divorata, e la pelle delle mani e dei piedi, gli stivali e la tuta fumavano ancora. Poi lo strattone brusco, nauseante quando il paracadute s’era aperto, e la sagoma scura dell’aereo nemico che si avventava verso di lui, sfrecciando dal bagliore del sole; e aveva visto le mitragliatrici scintillare, e un proiettile tracciante gli aveva squarciato un parte del polpaccio. Non ricordava nulla di quel che era accaduto dopo… tranne l’odore della carne bruciata, che era lo stesso, come ora.
“Cosa pensa, tai-pan?”
“Come?”
“Dobbiamo restare o andarcene?” ripeté Marlowe.
“Restiamo, per il momento” disse Dunross, e tutti si meravigliarono della sua calma. “Quando le scale saranno sgombre potremo uscire. Non c’è ragione di fare un bagno se possiamo evitarlo.”
Casey gli sorrise, esitante. “Questi incendi scoppiano spesso?”
“Qui no, ma a Hong Kong capitano di frequente, purtroppo. I nostri amici cinesi non rispettano le norme antincendio…”
Erano trascorsi soltanto pochi minuti da quando la prima, violenta vampata s’era scatenata nella cucina, ma adesso il fuoco l’aveva invasa e, attraverso il pozzo del portavivande, s’era propagato nelle parti centrali dei tre ponti sovrastanti. Le fiamme nella cucina isolavano metà del locale dall’unica scala. Venti uomini terrorizzati erano prigionieri. Il resto del personale era fuggito, raggiungendo la folla sul ponte immediatamente superiore. C’era una mezza dozzina di oblò, ma erano piccoli e bloccati dalla ruggine. In preda al panico, uno dei cuochi si avventò verso la barriera di fuoco, urlò quando le fiamme l’avvolsero, quasi riuscì a passare, ma scivolò e continuò a urlare, a lungo. Dagli altri si levò un gemito inorridito. Non c’erano altre possibilità di fuggire.
Anche il capocuoco era prigioniero. Era un uomo corpulento, che si era trovato in molti incendi e quindi non aveva ceduto al panico. Ripensò a tutti gli altri incendi, cercando disperatamente un’idea. Poi ricordò.
“Presto!” gridò. “Prendete i sacchi di farina di riso… riso… presto!”
Gli altri lo fissarono senza muoversi, paralizzati dall’orrore. Il capocuoco li spinse a pugni nella dispensa, afferrò un sacco da venti chili e l’aprì con uno strappo. “Fottuti tutti gli incendi, sbrigatevi ma aspettate fino a quando ve lo dirò io” ansimò, soffocato e semiaccecato dal fumo. Uno degli oblò andò in frantumi e il tiraggio improvviso risucchiò le fiamme verso di loro. Atterriti, presero un sacco per ciascuno, tossendo in mezzo al turbinio del fumo.
“Via!” ruggì il capocuoco e scagliò il sacco nel corridoio in fiamme, tra i fornelli. Il sacco esplose, e le nubi di farina spensero parzialmente il fuoco. Altri sacchi volarono nello stesso punto, inghiottendo altre fiamme. Un’altra raffica di farina piovve sui banconi incendiati, spegnendoli. Il passaggio era momentaneamente sgombro. Il capocuoco si lanciò subito, tra le fiamme superstiti, e tutti gli altri lo seguirono alla rinfusa, scavalcando i due cadaveri carbonizzati, e raggiunsero la scala prima che le fiamme ritornassero a chiudere il varco. Gli uomini si precipitarono su per la scaletta, arrivarono all’aria più respirabile del pianerottolo, raggiungendo la folla brulicante che spingeva, urlava e tossiva, lottando nel fumo nero per arrivare all’aperto.
Quasi tutti i visi erano rigati di lacrime. Il fumo era ormai molto denso, sui ponti inferiori. Poi la paratia dietro il primo pianerottolo in corrispondenza del pozzo del portavivande, incominciò a piegarsi e ad annerirsi. All’improvviso esplose, scagliando intorno i mascheroni scolpiti, e le fiamme divamparono. Quelli che si trovavano sulla scala più in basso si spinsero avanti, in preda al panico, quelli sul pianerottolo indietreggiarono barcollando. Poi, quando si accorsero d’essere così vicini alla salvezza, le prime file si avventarono, girando intorno a quell’inferno, scendendo a balzi, due gradini per volta. Hugh Guthrie, uno dei parlamentari, vide cadere una donna. Si aggrappò alla ringhiera e si fermò per aiutarla, ma quelli che gli stavano dietro lo travolsero. Cadde insieme ad altri. Si rialzò, bestemmiando, si fece largo lottando quel tanto che bastava per rimettere in piedi la donna, poi fu inghiottito di nuovo dalla folla, sospinto giù per gli ultimi scalini, fino all’ingresso, al sicuro.
Metà del pianerottolo tra il ponte inferiore e il secondo era ancora libera dalle fiamme, sebbene l’incendio continuasse ad alimentarsi. La folla s’era un po’ diradata, anche se più di cento persone intasavano ancora le scale e le porte più in alto. La gente, lassù, si agitava convulsamente, imprecando, senza vedere nulla.
“Perché siamo bloccati, santo Dio…”
“La scala è ancora sgombra…”
“Cristo, andate avanti…”
“Fa un caldo infernale, quassù…”
“Che schifo…”
Grey era tra quelli bloccati sulla scala del secondo ponte. Vedeva le fiamme uscire dalla parete più avanti e sapeva che quella accanto a lui si sarebbe incendiata da un momento all’altro. Non riusciva a decidere se doveva ritirarsi o avanzare. Poi vide un bambino rannicchiato sui gradini, sotto la ringhiera. Riuscì a prenderlo in braccio e avanzò, imprecando contro quelli che stavano davanti, girò correndo intorno al fuoco, verso la via della salvezza che, più sotto, era ancora intasata.
Sul ponte superiore Gornt e altri ascoltavano quel pandemonio. Erano rimasti in poco più di trenta. Finì di bere, posò il bicchiere e raggiunse il gruppo che circondava Dunross… Orlanda era ancora seduta e rigirava il fazzoletto tra le mani, Fleur e Peter Marlowe apparivano sempre calmi, e Dunross, come sempre, aveva il controllo della situazione. Bene, pensò, benedicendo la sua eredità e la sua educazione. Era la tradizione britannica: nel pericolo, anche se sei terrorizzato, se lo mostri perdi la faccia. E poi, rammentò, tanti di noi, per tanto tempo, si sono trovati sotto i bombardamenti, in battaglia, nei campi di prigionia, o in qualche servizio speciale. La sorella di Gornt era stata ausiliaria in marina, sua madre nell’antiaerea, suo padre nell’esercito, suo zio era morto a Montecassino, e lui aveva combattuto insieme agli australiani in Nuova Guinea, dopo essere fuggito da Sciangai e, sempre combattendo, s’era aperto la strada attraverso la Birmania fino a Singapore.
“Ian” disse, mantenendo un tono debitamente noncurante, “sembra che l’incendio sia arrivato al primo pianerottolo. Proporrei una nuotata.”
Dunross si voltò a guardare le fiamme accanto alla porta. “Diverse signore non sanno nuotare. Aspettiamo un paio di minuti.”
“Sta bene. Penso che quelli disposti a tuffarsi dovrebbero uscire sul ponte. Questo incendio è molto seccante.”
Casey disse: “Io non lo trovo per niente seccante.”
Risero tutti. “È solo un modo di dire” spiegò Marlowe.
Un’esplosione nella stiva fece ondeggiare leggermente il battello. Poi uno strano silenzio.
In cucina il fuoco era dilagato nei magazzini e stava circondando i quattro rimanenti bidoni d’olio. Quello che era esploso aveva aperto uno squarcio nel pavimento, inclinando sul fianco il battello. Braci e olio incendiato e acqua di mare si riversarono negli ombrinali. La violenza dello scoppio aveva schiantato alcune delle grosse travi della chiglia e l’acqua filtrava dalle commessure. Orde di ratti correvano in cerca d’una via di scampo.
Un altro pesante bidone metallico esplose e aprì un’enorme breccia nella fiancata del battello poco sotto la linea di galleggiamento, spargendo il fuoco in tutte le direzioni. La gente sul molo gridò; molti indietreggiarono, sebbene non ci fosse pericolo. Altri risero nervosamente. Un altro bidone esplose e un’altra colonna di fiamme dilagò. I sostegni del soffitto, indeboliti e intrisi d’olio, s’incendiarono. Sul primo ponte, i piedi di coloro che fuggivano echeggiavano pericolosamente.
Poco sopra il primo pianerottolo, Grey teneva ancora il bambino in braccio. Si teneva aggrappato alla ringhiera con una mano, impaurito, spingendo quelli che stavano davanti e dietro a lui. Attese il suo turno e poi, riparando alla meglio il piccolo, aggirò le fiamme sul pianerottolo e scese a precipizio le scale: il percorso era quasi completamente libero. Il tappeto davanti alla soglia cominciava a fumare. Un uomo corpulento inciampò, facendo tremare il pavimento.
“Venite” gridò disperatamente Grey a quelli più indietro. Raggiunse la soglia, seguito e preceduto da altri. Nell’attimo in cui arrivava al ponte levatoio scoppiarono gli ultimi due barili d’olio, e il pavimento dietro di lui sparì. Grey, il bambino e molti altri furono gettati in avanti come una manciata di pula.
Hugh Guthrie si affrettò a uscire dal gruppo degli astanti e li trascinò al sicuro. “Tutto bene, vecchio mio?” chiese, concitato.
Grey era semistordito e ansimava per riprendere fiato. I suoi abiti avevano in parte preso fuoco, e Guthrie l’aiutò a spegnerli a manate. “Sì… sì, credo di sì…” disse, stravolto.
Guthrie gli tolse delicatamente dalle braccia il bambino privo di sensi e lo scrutò. “Povero piccino!”
“È morto?”
“Non credo. Ecco…” Guthrie passò il piccolo cinese a uno dei curiosi. Insieme a Grey, tornò correndo all’entrata per aiutare gli altri ancora storditi dall’esplosione. “Dio Cristo onnipotente!” esclamò quando vide che ormai l’ingresso era intransitabile. Tra il rombo delle fiamme, sentì l’ululato delle sirene che si avvicinavano.
Sul ponte superiore, vicino all’uscita, le fiamme divampavano sempre più rabbiose. La gente, impaurita, riaffluiva tossendo nella sala, costretta a ripiegare dal fuoco che ormai aveva invaso il ponte sottostante. Il chiasso era tremendo e nell’aria aleggiava, pesante, il fetore della paura.
“Ian, è meglio che ce ne andiamo in fretta” disse Bartlett.
“Sì. Quillan, per favore, vai avanti sul ponte” disse Dunross. “Io terrò a bada la gente da questa parte.”
Gornt si voltò e ruggì: “Tutti qua! Sul ponte sarete al sicuro… uno alla volta…” Aprì la porta, si piazzò accanto al passaggio e tentò di dare una parvenza d’ordine a quella ritirata precipitosa… c’erano alcuni cinesi, ma i britannici erano più numerosi. Quando si trovarono all’aperto, tutti si tranquillizzarono un po’, sollevati di non trovarsi più in mezzo al fumo.
Bartlett, che attendeva ancora nella sala, era emozionato ma non aveva paura: sapeva che avrebbe potuto sfondare una finestra e lanciarsi in mare insieme a Casey. La gente gli passava accanto barcollando. Le fiamme che uscivano dal pozzo del portavivande ingigantirono e vi fu un’esplosione sorda, in basso.
“Come va, Casey?”
“Tutto bene.”
“Vai fuori!”
“Quando vai tu.”
“Sicuro.” Bartlett le rivolse un gran sorriso. La sala si stava sfollando. Aiutò Lady Joanna a uscire, poi Havergill che zoppicava, e la moglie.
Casey vide che Orlanda era ancora inchiodata sulla sedia. Povera ragazza, pensò pietosamente, ricordando il terrore assoluto che aveva provato lei, nel ‘suo’ incendio. La raggiunse. “Venga” disse gentilmente e l’aiutò ad alzarsi. A Orlanda tremavano le ginocchia. Casey la cinse con un braccio.
“Ho… ho perduto… la borsetta” balbettò Orlanda.
“No, eccola.” Casey la prese dalla sedia, e continuò a sorreggere la ragazza, sospingendola oltre le fiamme, all’aperto. Il ponte era affollato ma, appena fuori, Casey si sentì subito meglio.
Peter Marlowe guidò la moglie sul ponte, poi si avvicinò. “Tutto bene, Casey?”
“Sicuro. Come va, Fleur?”
“Bene. Bene. Sì… si sta meglio fuori, no?” disse Fleur Marlowe, debole e impaurita, agghiacciata dalla prospettiva di buttarsi da quell’altezza. “Crede che pioverà?”
“Prima piove e meglio è.” Casey si sporse dal parapetto. Sull’acqua torbida, nove metri più sotto, cominciavano a raccogliersi i sampan. Tutti i barcaioli sapevano che quelli lassù sarebbero stati costretti a tuffarsi, molto presto. Dal basso, potevano vedere che il fuoco aveva invaso gran parte del primo e del secondo ponte. C’erano ancora poche persone intrappolate là dentro; poi un uomo scagliò una sedia contro una finestra, sfondò il vetro, s’infilò nel varco e cadde in mare. Un sampan avanzò prontamente e gli gettò una cima. Anche gli altri che erano intrappolati si buttarono. Una donna non ritornò a galla.
La notte era buia sebbene le fiamme illuminassero ogni cosa intorno, formando ombre bizzarre. La folla sul molo si aprì per lasciar passare i mezzi antincendio che arrivavano a sirene spiegate. Immediatamente, i vigili del fuoco cinesi e gli ufficiali britannici srotolarono i tubi. Un altro gruppo li collegò a un idrante e quando il primo getto d’acqua piombò sulle fiamme si levò un’acclamazione. In pochi secondi sei pompe entrarono in funzione e due vigili del fuoco, con le tute di asbesto, le maschere e i respiratori, accorsero all’entrata e cominciarono a trascinare in salvo quelli che giacevano svenuti sul pavimento. Un’altra esplosione immane li innaffiò di braci ardenti. Uno dei vigili del fuoco spruzzò tutti quanti con un getto d’acqua, poi lo diresse di nuovo verso l’entrata.
Sul ponte superiore erano rimasti soltanto Bartlett, Dunross e Gornt. Sentirono la tolda oscillare e quasi persero l’equilibrio. “Gesù Cristo” ansimò Bartlett. “Stiamo per affondare?”
“Può darsi che le esplosioni abbiano sfondato la chiglia” disse Gornt, incalzante. “Venite!” Uscì in fretta, seguito da Bartlett.
Dunross rimase solo. Il fumo era terribile, e il caldo e il fetore lo nausearono. Si impose di non fuggire, dominando il terrore. A un pensiero improvviso, riattraversò correndo la sala, fino alla porta della scala, per assicurarsi che non vi fosse rimasto nessuno. Poi vide sui gradini la figura esanime di un uomo. Si sentì riassalire dalla paura, ma ancora una volta la represse, si lanciò avanti e cominciò a trascinare l’uomo su per gli scalini. Il cinese era pesante, e Dunross non sapeva se era vivo o morto. Il calore era insopportabile: sentì di nuovo l’odore della carne bruciata e un fiotto di bile gli salì alla gola. Poi Bartlett lo raggiunse; insieme, portarono l’uomo attraverso la sala, fuori, sul ponte.
“Grazie” ansimò Dunross.
Quillan Gornt si avvicinò, si chinò e girò l’uomo. La faccia era parzialmente bruciata. “Potevi risparmiarti questo gesto eroico. È morto.”
“Chi è?” chiese Bartlett.
Gornt alzò le spalle. “Non so. Tu lo conosci, Ian?”
Dunross fissava il cadavere. “Sì. È Zep… Zeppelin Tung.”
“Il figlio di Pugnostretto?” Gornt era sorpreso. “Mio Dio, è ingrassato. Non l’avrei mai riconosciuto.” Si rialzò. “Diciamo agli altri di tenersi pronti a buttarsi. Questo battello è un cimitero.” Vide Casey accanto al parapetto. “Tutto bene?” chiese, avvicinandosi.
“Sì, grazie. Lei?”
“Oh, sì.”
Orlanda era ancora accanto a Casey, e fissava l’acqua con gli occhi vacui. La gente si aggirava disordinatamente sul ponte. “È meglio che li aiuti a organizzarsi” disse Gornt. “Tornerò fra un attimo.” Si allontanò.
Un’altra esplosione squassò di nuovo il battello. Lo sbandamento si accentuò. Parecchi scavalcarono il parapetto e si buttarono. I sampan si mossero per ripescarli.
Christian Toxe, con un braccio intorno alla vita della moglie cinese, fissava l’acqua con aria esitante.
“Deve buttarsi, Christian” disse Dunross.
“Nel porto di Aberdeen? Ha voglia di scherzare, vecchio mio! C’è da prendersi il colera.”
“O ci buttiamo, o ci bruciamo la coda” gridò qualcuno, ridendo.
In fondo al ponte, Sir Charles Pennyworth, aggrappandosi al parapetto, avanzava facendo coraggio a tutti. “Venga, signorina” disse a Orlanda. “È un salto da niente.”
Lei scrollò la testa, impietrita. “No… no, non ancora… non so nuotare.”
Fleur Marlowe le passò un braccio intorno alle spalle. “Non si preoccupi. Neppure io so nuotare. Resterò anch’io.”
Bartlett disse: “Peter, la prenda per mano. Non succederà niente. Basterà che trattenga il fiato, Fleur.”
“Non può buttarsi” disse sottovoce Marlowe. “Almeno, non fino all’ultimo momento.”
“Non c’è nessun pericolo.”
“Lo so, ma per lei sì. È incinta.”
“Cosa?”
“Fleur aspetta un bambino. È incinta di tre mesi.”
“Oh, Gesù.”
Le fiamme salivano ruggendo al cielo da uno dei fumaioli. Nella sala del ponte superiore i tavoli bruciavano e i grandi paraventi scolpiti, sul fondo, divampavano allegramente. Vi fu un grande zampillo di scintille quando la scala centrale interna crollò. “Gesù, il battello è completamente in fiamme. E quelli che erano sotto?” domandò Casey.
“Se ne sono andati tutti da un pezzo” disse Dunross, tutt’altro che convinto. Adesso, all’aperto, si sentiva benissimo. La vittoria sulla paura lo rendeva euforico. “Il panorama è splendido, non le pare?”
Pennyworth gridò in tono gioviale: “Siamo fortunati! Il battello si sta inclinando da questa parte, e quando affonderà non correremo rischi. A meno che si capovolga. Come ai vecchi tempi.” Poi aggiunse: “Mi hanno affondato tre volte, nel Mediterraneo.”
“Anch’io” disse Marlowe. “Ma nello stretto di Bangka, al largo di Sumatra.”
“Non lo sapevo, Peter” disse Fleur.
“È stata una cosa da niente.”
“Quanto è profonda l’acqua in questo punto?” chiese Bartlett.
“Dev’essere sei metri o più” disse Dunross.
“Sarà ab…” Con un ululato convulso di sirene, la lancia della polizia saettò negli strettì passaggi fra le isole di barche, girando qua e là il riflettore. Quando fu quasi affiancata al Floating Dragon, il megafono gridò, prima in cinese: “A tutti i sampan, sgomberare, sgomberare…” Poi in inglese: “Quelli sul ponte superiore si preparino ad abbandonare il battello! La chiglia è sfondata, prepararsi ad abbandonare il battello!”
Christian Toxe borbottò in tono acido, senza rivolgersi a nessuno in particolare: “Mi venga un colpo se ho intenzione di rovinare il mio unico smoking.”
La moglie lo tirò per un braccio. “Tanto non ti è mai piaciuto, Chris.”
“Adesso mi piace, vecchia mia.” Toxe si sforzò di sorridere. “Neppure tu sai nuotare.”
Lei alzò le spalle. “Scommetto 50 dollari che tu e io sappiamo nuotare come due anguille.”
“Signora Toxe, accetto la scommessa. Però bisogna che ci buttiamo per ultimi. Dopotutto, mi serve il racconto di un testimone oculare.” Toxe si frugò in tasca, pescò le sigarette, ne porse una alla moglie, cercando di farsi coraggio, ma timoroso per lei. Cercò un fiammifero e non lo trovò. Lei aprì la borsetta e rovistò. Finalmente trovò l’accendino. Lo accese al terzo tentativo. Entrambi sembravano dimentichi delle fiamme che ruggivano a tre metri da loro.
Dunross disse: “Lei fuma troppo, Christian.”
Il ponte s’inclinò vertiginosamente. Il battello cominciò ad affondare. L’acqua penetrava dal grande squarcio sulla fiancata. I vigili del fuoco usavano le pompe con coraggio e abilità, ma non riuscivano a domare l’incendio. Un mormorio passò tra la folla quando il battello tremò. Due dei cavi d’ormeggio si spezzarono.
Pennyworth era appoggiato alla frisata e aiutava gli altri a lanciarsi. Ormai erano parecchi a buttarsi in acqua. Lady Joanna cadde goffamente. Paul Havergill aiutò la moglie a scavalcare il parapetto. Quando la vide riemergere si buttò a sua volta. La lancia della polizia stava ancora barrendo in cantonese l’ordine di sgombrare. I marinai gettavano in acqua i salvagenti, mentre altri calavano una barca. Poi, guidati da un giovane ispettore della polizia marittima, sei marinai si tuffarono per aiutare quelli in difficoltà, uomini, donne, qualche bambino. Un sampan si mosse velocemente per raccogliere Lady Joanna, Havergill e la moglie che si inerpicarono con sospiri di sollievo sull’imbarcazione. Altri si lanciarono dal ponte superiore.
Il Floating Dragon sbandava paurosamente. Qualcuno slittò sul ponte e urtò Pennyworth, facendogli perdere l’equilibrio. Il parlamentare piombò nel vuoto, riverso, prima di potersi aggrappare a qualcosa. Cadde come un masso. Batté la testa contro la poppa del sampan, spezzandosi il collo, scivolò in acqua e affondò. Nel caos, nessuno se ne accorse.
Casey stava aggrappata al parapetto insieme a Bartlett, Dunross, Gornt, Orlanda e i Marlowe. Accanto a loro, Toxe fumava a grandi boccate, cercando di chiamare a raccolta tutto il suo coraggio. La moglie spense scrupolosamente la sigaretta. Le fiamme scaturivano dalle prese d’aria, dai lucernari e dalla porta. Poi la nave sussultò pesantemente, mentre un altro cavo d’ormeggio si spezzava. Gornt perse l’appiglio, piombò con la testa contro il parapetto e rimase stordito. Toxe e sua moglie persero l’equilibrio e caddero malamente fuoribordo. Peter Marlowe tenne stretta la moglie, e riuscì appena a evitare che andasse a sbattere contro una paratia mentre Bartlett e Casey, barcollando e reggendosi a stento, caddero ammucchiati contro il parapetto: Bartlett cercò di proteggerla come meglio poteva.
In acqua i marinai aiutavano la gente a salire sulla barca di salvataggio. Uno di loro vide Toxe e la moglie riemergere per un istante e quindici metri più in là; ansimarono, sputarono e poi, agitando disperatamente le braccia, affondarono di nuovo. Il marinaio si tuffò per soccorrerli e, dopo un’eternità, afferrò per il vestito la donna semiannegata e la spinse alla superficie. Il giovane tenente raggiunse a nuoto il punto dove aveva visto Toxe e s’immerse, ma nell’oscurità non riuscì a trovarlo. Risalì per respirare e tornò a immergersi nel buio, brancolando. Quando ormai i polmoni stavano per scoppiargli, sentì sotto le dita un indumento, lo afferrò e risalì scalciando. Toxe si aggrappò, in preda al panico, soffocato e stravolto dalla nausea per tutta l’acqua marina che aveva inghiottito. Il giovane tenente si svincolò, girò Toxe e lo rimorchiò fino alla barca.
Il battello era inclinato pericolosamente. Dunross si rialzò. Vide Gornt accasciato, inerte, e lo raggiunse vacillando. Tentò di sollevarlo e non ci riuscì.
“Non… non è niente” ansimò Gornt, riprendendo i sensi. Poi scrollò la testa come un cane. “Cristo, grazie…” Alzò gli occhi e vide Dunross. “Grazie” disse. Sorrise cupamente mentre si rialzava tremando. “Domani continuerò a vendere e la settimana prossima sarai fregato.”
Dunross rise. “Buona fortuna! L’idea di morire bruciato o annegato insieme a te mi riempie di eguale dispiacere.”
A dieci metri da loro, Bartlett stava aiutando Casey a rialzarsi. Il ponte era pericolosamente inclinato, ormai, e l’incendio era ancora più furioso. “Questa maledetta bagnarola potrebbe capovolgersi da un momento all’altro.”
“E loro?” chiese sottovoce lei, accennando a Fleur e Orlanda.
Bartlett rifletté un attimo poi disse, in tono deciso: “Buttati prima tu e aspetta!”
“Capito!” Casey gli porse la borsetta. Bartlett se la cacciò in tasca e corse via, mentre lei si sfilava le scarpe scalciando, faceva scorrere la chiusura lampo del vestito e lo lasciava cadere. Prontamente, raccolse la seta leggera, l’arrotolò e se la legò intorno alla vita, scavalcò il parapetto e rimase in bilico sull’orlo per un momento, valutò scrupolosamente il punto d’entrata in acqua e si lanciò con un perfetto tuffo a cigno. Gornt e Dunross la guardarono, dimenticando il pericolo immediato.
Bartlett era accanto a Orlanda. Vide Casey fendere la superficie e prima che Orlanda potesse fare qualcosa, la sollevò oltre il parapetto e disse: “Trattenga il fiato, tesoro” e la lasciò cadere delicatamente. Tutti la guardarono. Piombò giù in piedi e finì in acqua a pochi metri da Casey che aveva previsto il punto della caduta e si era immersa. Afferrò Orlanda senza difficoltà, risalì scalciando verso la superficie; Orlanda riprese a respirare quasi ancor prima di accorgersi che non era più sul ponte. Casey la tenne saldamente e nuotò a bracciate energiche verso la barca.
Gornt e Dunross acclamarono a gran voce. Il battello sobbalzò di nuovo. Conservarono a fatica l’equilibrio, mentre Bartlett si avvicinava incespicando ai Marlowe.
“Peter, come se la cava a nuotare?” chiese Bartlett.
“Mediocremente. ”
“Mi affidi sua moglie. Ho fatto il bagnino per anni.”
Prima che Marlowe potesse rifiutare, Bartlett sollevò Fleur tra le braccia, scavalcò il parapetto e si tenne in bilico per un secondo. “Trattenga il fiato!” Fleur gli passò un braccio intorno al collo, si tappò il naso, e Bartlett mosse un passo nel vuoto, tenendola stretta, saldamente. Piombò dritto in mare, proteggendola dall’urto con le gambe e il corpo e risalì verso la superficie. Lei era rimasta con la testa immersa solo per pochi secondi, e non sputava neppure acqua, sebbene il cuore le battesse all’impazzata. Dopo pochi istanti, era alla barca. Fleur si aggrappò alla fiancata, e insieme si voltarono a guardare.
Quando Peter Marlowe la vide in salvo, il suo cuore ricominciò a battere. “Oh, bene” mormorò.
“Ha visto il tuffo di Casey?” domandò Dunross. “Fantastico!”
“Cosa? Oh, no, tai-pan.”
“Soltanto reggiseno e mutandine con le calze attaccate e nient’altro e un tuffo da manuale. Cristo, che figura splendida!”
“Oh, è un collant” disse distrattamente Marlowe, guardando l’acqua e chiamando a raccolta tutto il suo coraggio. “Li hanno appena lanciati, negli Stati Uniti, sono di gran moda…”
Dunross l’ascoltava appena. “Dio Cristo, che figura splendida.” “Ah, sì” gli fece eco Gornt. “E che cojones.”
Il battello scricchiolò quando si spezzò l’ultimo cavo d’ormeggio. Il ponte s’inclinò vertiginosamente.
I tre uomini piombarono insieme in acqua. Dunross e Gornt si tuffarono, Marlowe si buttò. I tuffi furono notevoli, ma i due uomini sapevano che non erano perfetti come quello di Casey.