Ore 23,30
Dall’altra parte dell’isola il vecchio tassì arrancava lungo la stretta strada sopra West Point, ai Mid Levels, portando Suslev stravaccato e sbronzo sul sedile posteriore. Era una notte buia e Suslev cantava una mesta ballata russa al tassista sudato, con la cravatta sghemba, la camicia striata di sudore. Le nubi s’erano fatte più dense e più basse, l’umidità era più forte, l’aria soffocante.
“Matyeryebyets!” borbottò Suslev, maledicendo il caldo, poi sorrise, compiaciuto di quell’oscenità. Guardò dal finestrino. Le luci della città e del porto, laggiù, erano annebbiate da veli di nuvole, e Kowloon era quasi oscurata. “Pioverà presto, compagno” disse al tassista in un inglese farfugliante, senza curarsi che l’uomo capisse o no.
Il vecchio tassì ansimava. Il motore tossì all’improvviso ricordando a Suslev la tosse di Arthur e l’incontro imminente. La sua eccitazione divenne più intensa.
Il tassì l’aveva caricato al terminal del Golden Ferry, era salito fino ai Mid Levels, sul Peak, poi aveva svoltato verso ovest, costeggiando il palazzo dove abitava il governatore e l’Orto Botanico. Passando davanti al palazzo, Suslev si era chiesto distrattamente quando la bandiera con la falce e il martello avrebbe sventolato sull’asta vuota. Presto, aveva pensato, contento. Con l’aiuto di Arthur e del Sevrin… molto presto. Fra pochi anni.
Guardò l’orologio. Sarebbe arrivato un po’ tardi, ma non se ne preoccupava. Arthur era sempre in ritardo, mai meno di dieci minuti, mai più di venti. È pericoloso essere un abitudinario nella nostra professione, pensò. Ma, pericoloso o no, Arthur è prezioso e il Sevrin, la sua creazione, è uno strumento geniale, importantissimo nell’armamento del KGB, infiltrato così a fondo, in attesa paziente, come tutti gli altri Sevrin in tutto il mondo. Noi ufficiali del KGB siamo poco più di novantamila, eppure quasi dominiamo il mondo intero. L’abbiamo già cambiato, cambiato definitivamente, siamo già padroni della metà della Terra… e in così poco tempo, soltanto dal 1917.
Noi siamo così pochi, e loro sono tanti. Ma adesso i nostri tentacoli arrivano in tutti gli angoli. I nostri eserciti di collaboratori… gli informatori, gli sciocchi, i parassiti, i traditori, gli illusi e i credenti che reclutiamo con tanta cura sono ovunque, e si nutrono uno dell’altro da quei vermi che sono, animati dai loro desideri egoistici e dalle loro paure, tutti sacrificabili, prima o poi. E dovunque, uno di noi, uno dell’élite, gli ufficiali del KGB, al centro di ogni ragnatela, a controllare, guidare, eliminare. Tante ragnatele, una dentro l’altra, su su fino al Presidium dei Soviet, ormai intessute così strettamente nella trama della Madre Russia da essere indistruttibili. Noi siamo la Russia moderna, pensò con orgoglio. Siamo la punta avanzata di cui parlava Lenin. Senza di noi e le nostre tecniche e il nostro uso ben orchestrato del terrore, non ci sarebbero l’Unione Sovietica e l’impero sovietico, la forza che conserva onnipotenti i capi del partito… e sulla Terra non esisterebbe un solo stato comunista. Sì, noi siamo l’élite.
Il suo sorriso si allargò.
C’era un caldo afoso a bordo del tassì, anche con i finestrini aperti, mentre saliva serpeggiando attraverso quella zona residenziale, con i lunghi nastri di caseggiati senza giardini, sui gradini ricavati nel fianco della montagna. Una goccia di sudore gli colò lungo la guancia; l’asciugò. Si sentiva tutto appiccicoso.
Vorrei fare una doccia, si disse, inseguendo i suoi pensieri vagabondi. Una doccia di fresca acqua georgiana, non lo schifo salmastro che circola nelle condutture di Hong Kong. Vorrei essere nella dacia vicino a Tiflis, oh, sarebbe magnifico! Sì, nella dacia, con mio padre e mia madre, e nuotare nel ruscello che scorre attraverso la nostra terra e asciugarmi al sole, con un ottimo vino georgiano in fresco nel ruscello e le montagne tutto intorno. Quello è il paradiso terrestre, se mai il paradiso terrestre è esistito. Monti e pascoli, viti e grano e l’aria così pura.
Ridacchiò, ricordando la menzogna sul suo passato che aveva raccontato a Travkin. Quel parassita! Un altro sciocco, un altro strumento da usare e da gettar via appena si fosse spuntato.
Suo padre era stato comunista fin dall’inizio… prima nella Cèka, in segreto, e poi nel KGB da quando era stato istituito nel 1917. Adesso, oltre la settantina, era ancora alto e diritto e in pensione, viveva come un principe all’antica, con servitori e cavalli e guardie del corpo. Suslev era sicuro che a tempo debito avrebbe ereditato la stessa dacia, la stessa terra, gli stessi onori. E poi sarebbe toccato a suo figlio, novellino nel KGB, se il suo stato di servizio avesse continuato a essere eccellente. Il suo lavoro lo meritava; i risultati ottenuti erano lusinghieri, e aveva solo cinquantadue anni.
Sì, si disse, fiducioso, fra tredici anni andrò in pensione. Altri tredici anni magnifici, sempre all’attacco, senza desistere mai, qualunque cosa facciano i nemici.
E chi sono i nemici, i veri nemici?
Tutti coloro che ci disobbediscono, tutti coloro che rifiutano la nostra supremazia… i russi soprattutto.
Suslev scoppiò in una risata.
Il giovane tassista dalla faccia seccata e stanca alzò per un attimo gli occhi sullo specchietto retrovisore e continuò a guidare, augurandosi che il passeggero fosse abbastanza ubriaco per sbagliare la lettura del tassametro e lasciargli una grossa mancia. Fermò all’indirizzo che il cliente gli aveva dato.
Rose Court, in Kotewall Road, era un moderno palazzo di quattordici piani. Sotto c’era un garage a tre piani, e intorno uno stretto nastro di cemento e, ancora più sotto, ai piedi di una scarpata di cemento, c’erano Sinclair Road e le Sinclair Towers e altri grattacieli annidati sul fianco della montagna. Era una zona elegante. Il panorama era magnifico, gli appartamenti erano più in basso delle nubi che spesso velavano la parte più alta del Peak, dove i muri trasudavano, la biancheria ammuffiva, e dovunque regnava un’umidità perenne.
Il tassametro indicava 8,70 dollari di Hong Kong. Suslev scrutò un mazzo di banconote, diede al tassista un biglietto da 100 anziché uno da 10 e scese, pesantemente. Una cinese si stava facendo vento, spazientita. Suslev si avviò barcollando verso il citofono del palazzo. La donna disse al tassista che dovevano aspettare suo marito e rivolse a Suslev un’occhiata di disgusto.
Malfermo sulle gambe, Suslev trovò il bottone che cercava e lo premette: Ernest Clinker, Esq., Custode.
“Sì?”
“Ernie, sono io, Gregor” disse Suslev con voce impastata, ruttando. “Ci sei?”
La voce rise, poi disse, con un forte accento cockney: “Certo che ci sono, amico! Sei in ritardo! A sentirti parlare, devi aver fatto il giro di tutti i bar! La birra è pronta, la vodka è pronta, e Mabel e io siamo qui ad aspettarti!”
Suslev si diresse verso l’ascensore. Premette il pulsante della chiamata. Al piano più basso uscì nel garage aperto e l’attraversò. La porta dell’appartamento era già aperta e un ometto dalla brutta faccia rubizza, oltre la sessantina, gli tese la mano. “Accidentaccio” disse Clinker, con un gran sorriso che metteva in mostra i denti falsi, “sei un po’ andato, eh?” Suslev lo abbracciò. Entrarono.
L’appartamento comprendeva due piccole stanze da letto, soggiorno, cucina e bagno. Il mobilio non era ricco ma simpatico, e l’unico vero lusso era un piccolo mangianastri che suonava rumorosamente un brano d’opera.
“Birra o vodka?”
Suslev sorrise e ruttò. “Prima una pisciata e poi vodka e poi… e poi un’altra e poi… e poi a letto.” Ruttò rumorosamente, avviandosi barcollando verso il bagno.
“Giusto, capitano, vecchio mio! Ehi, Mabel, saluta il capitano!” Il vecchio bulldog sdraiato sulla stuoia rosicchiata aprì per un attimo un occhio, abbaiò e si riaddormentò. Clinker andò al tavolo, versò un’abbondante dose di vodka e un bicchiere d’acqua. Senza ghiaccio. Bevve un po’ di birra Guinness poi gridò: “Per quanto tempo ti fermi, Gregor?”
“Solo per questa notte, tovarišč. Forse anche domani notte. Domani… domani devo essere di nuovo a bordo. Ma domani notte… magari, eh?”
“E Ginny? Ti ha buttato fuori di nuovo…?”
A bordo di un furgone molto anonimo fermo in fondo alla strada, Roger Crosse, Brian Kwok e il radiotecnico della polizia ascoltavano quella conversazione attraverso un altoparlante: la qualità dell’intercettazione era buona, con poche scariche, e il furgone era pieno di apparecchiature. Sentirono Clinker ridacchiare e ripetere: “Ti ha buttato fuori, eh?”
“Abbiamo fatto jig-jig tutta la sera e lei… e lei mi ha detto vai a stare da Ernie e lasciami… lasciami dormire!”
“Fortunato. È una principessa, quella. Portala qui, domani.”
“Sì… sì, la… la porterò. Sì, è la migliore.”
Sentirono Suslev versare un secchio d’acqua nel gabinetto e ritornare in soggiorno.
“Qua, vecchio mio!”
“Grazie.” Il suono di Suslev che beveva avidamente. “Credo… credo che… Vorrei sdraiarmi per… sdraiarmi. Qualche minuto…”
“Qualche ora, probabilmente! Non darti pensiero, preparerò io la colazione. Ecco qua, vuoi bere ancora qualcosa…?”
I poliziotti, nel furgone, ascoltavano attentamente. Crosse aveva ordinato d’introdurre la microspia nell’appartamento di Clinker due anni prima. Le intercettazioni venivano ascoltate periodicamente, e sempre quando c’era Suslev. Suslev, che veniva tenuto sotto discreta sorveglianza, aveva conosciuto Clinker in un bar. Erano tutti e due ex sommergibilisti e avevano fatto amicizia. Clinker l’aveva invitato a stare da Lui, e di tanto in tanto Suslev ci andava. Crosse aveva fatto subito controllare Clinker, ma non era stato scoperto nulla di sospetto. Per vent’anni aveva prestato servizio come marinaio nella Marina Reale. Dopo la guerra era passato da un lavoro all’altro nella marina mercantile, in tutta l’Asia, ed era arrivato fino a Hong Kong, dove s’era stabilito quando era andato in pensione. Era un uomo tranquillo che viveva da solo, e ormai da cinque anni era il custode di Rose Court. Suslev e Clinker erano due amiconi bene assortiti che bevevano parecchio, se la spassavano e si raccontavano storielle. In tutte le lunghe ore di ascolto, le loro conversazioni non avevano prodotto nulla d’interessante.
“Quello ha fatto il pieno come al solito, Brian” disse Crosse.
“Sì, signore.” Brian Kwok si annoiava e cercava di nasconderlo.
Nel piccolo soggiorno, Clinker aiutò Suslev ad alzarsi. “Su, vai a fare la nanna.” Calpestò il bicchiere e condusse Suslev nella stanza da letto. Suslev si sdraiò pesantemente e sospirò.
Clinker tirò le tende, poi andò a un altro piccolo registratore e l’accese. Dopo un attimo, dall’apparecchio uscì un respiro pesante, poi un ronfamento. Suslev si alzò senza far rumore, abbandonando l’ubriachezza simulata. Clinker s’era già messo carponi. Scostò una stuoia e aprì la botola. Silenziosamente, Suslev si calò. Con un gran sorriso, Clinker gli diede una manata sulle spalle e richiuse dietro di lui la botola ben oliata. I gradini portavano a una rozza galleria che poco dopo sì immetteva nel grande scolmatore asciutto per l’acqua piovana. Suslev avanzò guardingo nella luce della torcia elettrica che aveva trovata appesa a un gancio ai piedi della scala. Dopo qualche istante sentì, sopra la sua testa, un’automobile sfrecciare rumorosamente per Sinclair Road. Ancora qualche gradino e si trovò sotto le Sinclair Towers. Un’altra botola conduceva in un ripostiglio, e il ripostiglio dava su una scala di servizio in disuso. Suslev cominciò a salire.
Roger Crosse stava ancora ascoltando il respiro pesante mescolato alla musica operistica. Il furgone era soffocante, e tutti avevano le camicie incollate addosso dal sudore. Crosse fumava. “A quanto sembra, ha intenzione di dormire tutta la notte” disse. Sentirono Clinker canticchiare e muoversi per raccogliere i frammenti del bicchiere. Sul quadro della radio lampeggiò una spia rossa. L’operatore accese la trasmittente.
“Auto 1423, sì?”
“Il comando per il sovrintendente Crosse. Urgente.”
“Qui Crosse.”
“Ufficio Servizio, signore. E appena arrivata la notizia di un incendio al ristorante Floating Dragon…” Brian Kwok soffocò un’esclamazione. “… Le autopompe sono già sul posto e l’agente ha riferito che almeno venti persone sono morte. Sembra che l’incendio sia scoppiato in cucina, signore. Ci sono state diverse esplosioni. Hanno sfondato lo scafo e… Un momento, signore, c’è un altro rapporto in arrivo dalla polizia marittima.”
Attesero. Brian Kwok ruppe il silenzio. “Dunross?”
“La festa era sul ponte superiore?” chiese Crosse.
“Sì, signore.”
“Quello è troppo in gamba per morire bruciato… o annegato” disse sottovoce Crosse. “L’incendio è stato accidentale o doloso?”
Brian Kwok non rispose.
La voce riprese a parlare. “La polizia marittima riferisce che il battello si è capovolto. Dicono che è stato un disastro, e sembra che diverse persone siano state risucchiate sott’acqua.”
“Il nostro agente era con il nostro VIP?”
“No, signore, stava aspettando sul molo, vicino alla macchina. Non ha avuto il tempo di raggiungerlo.”
“E le persone rimaste bloccate sul ponte superiore?”
“Attenda un attimo, m’informo…”
Un altro silenzio. Brian Kwok si asciugò il sudore.
“… Dicono che venti o trenta persone si sono buttate in acqua, signore. Purtroppo molti hanno abbandonato il battello troppo tardi, poco prima che si capovolgesse. La polizia marittima non sa quanti siano annegati.”
“Resti in linea.” Crosse rifletté un momento. Poi parlò di nuovo nel microfono. “Mando subito il sovrintendente Kwok con questo mezzo. Mandategli incontro una squadra di sommozzatori. Chiedete la collaborazione della Marina, priorità assoluta. Se c’è bisogno di me, mi troverete a casa.” Spense la radio poi disse a Brian Kwok: “Tornerò a casa a piedi. Mi chiami non appena sa qualcosa di Dunross. Se è morto, andremo immediatamente a fare una visita ai sotterranei della banca e al diavolo le conseguenze. E adesso vada!”
Crosse scese. Il furgone ripartì. Aberdeen era al di là della cresta delle montagne, direttamente a sud. Crosse lanciò un’occhiata a Rose Court, poi un’altra alle Sinclair Towers, sulla strada più in basso. Una delle sue squadre stava ancora sorvegliando l’entrata, aspettando con pazienza il ritorno di Tsu-yan. Dov’è quel bastardo? si chiese, irritato.
S’incamminò, preoccupato, scendendo la collina. Cominciò a piovere. Crosse allungò il passo.
Suslev prese una birra ghiacciata dal frigorifero modernissimo e l’aprì. Bevve, soddisfatto. L’appartamento 32 delle Sinclair Towers era spazioso, ricco, pulito e ben arredato, con tre stanze da letto e un grande soggiorno. Era all’undicesimo piano. C’erano tre appartamenti per ogni piano, intorno ai due ascensori e alla scala. John Chen e sua moglie abitavano al 31. Il 33 apparteneva a un certo signor K.V. Lee. Arthur aveva detto a Suslev che K.V. Lee era un nome di copertura di Ian Dunross che, seguendo l’esempio dei suoi predecessori, aveva accesso esclusivo a tre o quattro appartamenti privati sparsi qua e là per la colonia. Suslev non aveva mai conosciuto John Chen e Dunross, sebbene li avesse visti molte volte, alle corse e altrove.
Se dovessimo interrogare il tai-pan, cosa sarebbe più conveniente? si chiese, cupo. E usando Travkin come esca alternativa…
Una raffica improvvisa di vento agitò le tende tirate davanti alle finestre aperte. Suslev sentì il rumore della pioggia. Chiuse le finestre e guardò fuori. Le grosse gocce scorrevano sui vetri, e la strada e i tetti erano già bagnati. Un lampo serpeggiò nel cielo, seguito dal rombo del tuono. La temperatura era già scesa di qualche grado. Sarà un bel temporale, si disse soddisfatto, lieto di non essere nel minuscolo appartamentino di Ginny Fu, al quinto piano, a Mong Kok, e altrettanto lieto di non essere in casa di Clinker.
Era stato Arthur a organizzare tutto: Clinker, Ginny Fu, quella casa, la galleria, con la stessa efficienza con cui avrebbe potuto farlo lui stesso a Vladivostok. Clinker, ex sommergibilista, era un tipico cockney, la cui unica eccentricità consisteva nell’aver sempre detestato la casta degli ufficiali. Arthur aveva detto che era stato facile convertire Clinker alla causa, sfruttando la sua natura sospettosa e i suoi odi innati e la sua mania di segretezza. “Ernie sa pochissimo di te, Gregor… naturalmente, sa che sei russo e che comandi l’Ivanov. In quanto alla galleria, gli ho raccontato che hai una relazione con una signora residente nelle Sinclair Towers, moglie di un tai-pan del governo. Gli ho detto che la registrazione della russata e la segretezza sono necessari perché gli sporchi peelers ti cercano e si sono infilati di nascosto in casa sua e hanno piazzato le microspie.”
“I peelers?”
“È il soprannome cockney dei poliziotti. Deriva da Sir Robert Peel, il primo ministro inglese che fondò la polizia. I cockney hanno sempre odiato i peelers ed Ernie è felicissimo di fregarli. Basta che ti mostri entusiasta della Marina Reale, e sarà il tuo schiavo fino alla morte…”
Suslev sorrise. Clinker non è cattivo, pensò: è soltanto una noia.
Tornò in soggiorno, centellinando la birra. Trovò il giornale del pomeriggio, l’edizione straordinaria del Guardian, con un titolo che urlava FIORE FRAGRANTE MASSACRATA DALLA FOLLA, e una buona fotografia dei disordini. Sedette in poltrona e lesse, rapidamente.
Poi sentì fermarsi l’ascensore. Andò al tavolo accanto alla porta e tirò fuori l’automatica con il silenziatore. Intascò la pistola carica e sbirciò dallo spioncino.
Il campanello trillò sommessamente. Suslev aprì e sorrise. “Avanti, vecchio amico.” Abbracciò calorosamente Jacques deVille. “Quanto tempo è passato.”
“Sì. Sì, compagno” disse deVille, con lo stesso calore. L’ultima volta aveva visto Suslev a Singapore, un incontro segreto organizzato da Arthur subito dopo che deVille s’era fatto convincere a entrare nel Sevrin. Lui e Suslev s’erano incontrati altrettanto segretamente, la prima volta, in Francia nel giugno del ’41, pochi giorni prima che la Germania nazista invadesse la Russia sovietica, quando i due paesi, ufficialmente, erano ancora alleati. A quel tempo deVille era nei maquis e Suslev era il secondo ufficiale e il commissario politico segreto di un sommergibile sovietico in sosta per riparazioni dopo una crociera nell’Atlantico. Era stato allora che aveva chiesto a deVille se era disposto a combattere la vera guerra, la guerra contro il nemico capitalista, come agente segreto dopo la sconfitta dei fascisti.
DeVille aveva accettato di tutto cuore.
Per Suslev era stato facile convertirlo. In considerazione della potenziale importanza di deVille dopo la guerra, il KGB lo aveva fatto denunciare segretamente alla Gestapo, e poi l’aveva fatto salvare dai partigiani comunisti. I partigiani gli avevano fornito le prove false che era stato tradito per denaro da uno dei suoi uomini. Allora deVille aveva trentadue anni e, come molti, era infatuato del socialismo e degli insegnamenti di Marx e Lenin. Non si era mai iscritto al partito comunista francese ma adesso, grazie alla sua appartenenza al Sevrin, era capitano onorario del KGB.
“Mi sembri stanco, Frederick” disse Suslev, chiamando deVille con il suo nome di copertura. “Dimmi, cos’è successo?”
“Solo una questione di famiglia.”
“Dimmi.”
Suslev ascoltò attentamente, mentre deVille raccontava l’incidente capitato alla figlia e al genero. Da quando si erano incontrati nel 1941, Suslev aveva il compito di sorvegliare deVille. Nel 1947 gli aveva ordinato di trasferirsi a Hong Kong e di entrare nella Struan. Prima della guerra, deVille e suo padre erano proprietari di una fiorente azienda d’import-export strettamente legata alla Struan – oltre ai vincoli di parentela – e il cambiamento era stato facile e ben accetto. L’incarico segreto di deVille consisteva nel diventare membro della Corte Interna e, con il tempo, tai-pan.
“E adesso dov’è tua figlia?” chiese Suslev, premurosamente.
DeVille glielo disse.
“E il guidatore dell’altra macchina?” Suslev mandò a memoria nome e indirizzo. “Lo farò sistemare.”
“No” disse subito deVille. “È… è stato un incidente. Non possiamo punire un uomo per un incidente.”
“Era ubriaco. Guidare in stato di ubriachezza non ha giustificazione. Comunque, tu sei importante per noi. E ci prendiamo cura dei nostri amici. Lo sistemerò io.”
DeVille sapeva che era inutile discutere. Uno scroscio di pioggia batté contro le finestre. “Merde, meno male che piove. La temperatura deve essere scesa di cinque gradi. Durerà?”
“Dicono che il fronte della perturbazione è molto ampio.”
DeVille guardò le gocce che rotolavano lungo il vetro e si chiese perché era stato convocato. “Come ti vanno le cose?”
“Molto bene. Bevi qualcosa?” Suslev andò al mobile bar. “C’è un’ottima vodka.”
“La vodka va benissimo, grazie. Ma poca.”
“Se Dunross si ritirasse, tu diventeresti il tai-pan?”
“Credo che lo diventerebbe uno di noi quattro: Gavallan, David MacStruan, io e Linbar Struan.”
“Nell’ordine da te indicato?”
“Non so. A parte il fatto che Linbar sarebbe probabilmente l’ultimo. Grazie.” DeVille prese il bicchiere. Brindarono, l’uno alla salute dell’altro. “Io scommetterei su Gavallan.”
“Chi è questo MacStruan?”
“Un lontano cugino. Ha fatto i suoi cinque anni come addetto al commercio con la Cina. Al momento dirige la nostra espansione in Canada… stiamo cercando di diversificare, di entrare in vari settori, cellulosa, rame, tutti i minerali canadesi, soprattutto della Columbia Britannica.”
“È efficiente?”
“Molto efficiente. Molto duro. E pronto a giocare sporco. Quarantun anni, ex tenente dei paracadutisti. Durante un lancio in Birmania, la mano sinistra gli si impigliò nelle corde del paracadute e venne quasi strappata via. Lui si legò un laccio al polso e continuò a combattere. Per quell’episodio è stato insignito d’una croce al merito. Se fossi il tai-pan, sceglierei lui.” DeVille scrollò le spalle.
“Secondo la legge della nostra compagnia soltanto il tai-pan ha il diritto di nominare il suo successore. Può farlo quando vuole, anche nel testamento, se gli va. Comunque venga fatto, la scelta è vincolante per la Nobil Casa.”
Suslev lo fissò. “Dunross ha fatto testamento?”
“Ian è molto efficiente.”
Il silenzio si protrasse.
“Un’altra vodka?”
“Non, merci. Mi basta questa. Arthur verrà qui?”
“Sì. Come potremmo fare per migliorare le probabilità in tuo favore?”
DeVille esitò, poi scrollò le spalle.
Suslev si versò ancora da bere. “Sarebbe facile screditare quel MacStruan e gli altri. Sì. Sarebbe facile eliminarli.” Suslev si voltò e lo guardò. “Anche Dunross.”
“No. Non è la soluzione.”
“Ce n’è un’altra?”
“Avere pazienza.” DeVille sorrideva, ma aveva gli occhi stanchissimi, velati. “Non vorrei essere la causa della… della sua eliminazione o di quella degli altri.”
Suslev rise. “Non è necessario uccidere per eliminare! Siamo barbari? No, naturalmente.” Stava scrutando con attenzione il suo protetto. DeVille ha bisogno di diventare più duro, pensò. “Parlami dell’americano, Bartlett, e dell’accordo fra la Struan e la Par-Con.”
DeVille gli riferì tutto quel che sapeva. “Il denaro di Bartlett ci darà ciò che ci occorre.”
“E quel Gornt può impadronirsi della compagnia?”
“Sì e no. Forse. È duro e ci odia veramente. È una rivalità che risa…”
“Sì, lo so.” Suslev era sorpreso perché deVille continuava a ripetere informazioni che lui conosceva già. È un brutto segno, pensò, e diede un’occhiata all’orologio. “Il nostro amico è in ritardo di venticinque minuti. È insolito.” Erano entrambi troppo esperti per preoccuparsi. Quelle riunioni non erano mai certissime, perché non sempre era possibile controllare l’imprevisto.
“Hai saputo dell’incendio ad Aberdeen?” chiese deVille, colpito da un pensiero improvviso.
“Che incendio?”
“Hanno trasmesso un comunicato alla radio, poco prima che salissi.” DeVille e sua moglie avevano l’appartamento 20, al sesto piano. “È bruciato il ristorante Floating Dragon ad Aberdeen. Forse Arthur era là.”
“Lo hai visto?” Suslev si allarmò immediatamente.
“No, ma potrebbe essermi sfuggito. Me ne sono andato prima che venisse servita la cena.”
Suslev centellinò la vodka, pensieroso. “Ti ha per caso detto chi sono gli altri del Sevrin?”
“No. Ho provato a chiederglielo, come mi avevi ordinato, ma lui non ha…”
“Ordinato? Io non ti dò ordini, tovarišč. Soltanto suggerimenti.”
“Certo. Lui ha detto solo: ‘C’incontreremo tutti a tempo debito.’”
“Lo sapremo presto tutti e due. Ha tutte le ragioni di essere prudente.” Suslev l’aveva fatto per mettere alla prova deVille e Arthur. Era una delle regole fondamentali del KGB: non si è mai troppo cauti con le proprie spie, per quanto siano importanti. Ricordava che il suo istruttore aveva continuato a ribadire un altro brano dell’Arte della guerra di Sun Tzu, una lettura d’obbligo per tutti i militari sovietici: “Ci sono cinque categorie di spie: spie locali, spie interne, spie convertite, spie condannate e spie sopravvissute. Quando le cinque categorie operano di concerto, lo stato è sicuro e l’esercito invitto. Le spie locali sono abitanti locali. Le spie interne sono funzionari del nemico. Le spie convertite sono le spie del nemico che voi avete convertito. Le spie condannate sono quelle cui vengono date informazioni false e che vengono segnalate al nemico, il quale strappa loro con la tortura le informazioni false e si fa ingannare. Le spie sopravvissute sono quelle che portano notizie dal campo nemico. Ricordate, in tutto l’esercito nessuno dovrebbe essere retribuito più munificamente. Ma se una notizia segreta viene divulgata da una spia prima che i tempi siano maturi, costui o costei deve essere messo a morte, insieme alla persona cui è stato rivelato il segreto.”
Se gli altri rapporti di Grant sono come quello già scoperto, pensò spassionatamente Suslev, allora Dunross è spacciato.
Osservava deVille, lo valutava e lo approvava, lieto che avesse superato di nuovo quell’esame… lui e Arthur. L’ultimo capoverso dell’Arte della guerra – un testo tanto importante per l’élite sovietica che molti lo conoscevano a memoria – gli tornò alla mente: “Solo il sovrano illuminato e il generale saggio useranno le migliori risorse dell’esercito ai fini dello spionaggio. Le spie sono il fattore più importante in guerra perché da loro dipende la capacità di movimento dell’esercito.”
È quel che fa il KGB, pensò soddisfatto. Cerchiamo sempre i talenti migliori fra tutti i sovietici. Noi siamo l’élite. Abbiamo bisogno di spie di tutte le cinque categorie. Abbiamo bisogno di questi uomini, di Jacques e di Arthur e di tutti gli altri.
Sì, abbiamo veramente bisogno di loro.
“Arthur non mi ha mai dato nessuna indicazione sull’identità degli altri. Niente” stava dicendo deVille. “Soltanto che siamo sette.”
“Dobbiamo avere pazienza” disse Suslev. Era un sollievo che Arthur fosse così cauto, perché parte del piano consisteva appunto nel fatto che i sette non dovevano mai conoscersi, non dovevano mai sapere che Suslev era il controllore del Sevrin e il superiore di Arthur. Suslev conosceva l’identità di tutte le talpe del Sevrin. Insieme ad Arthur li aveva approvati tutti, durante gli anni, mettendoli continuamente alla prova, affinando la loro devozione, eliminandone alcuni, sostituendoli con altri. È necessario metterli sempre alla prova e, nel momento in cui una spia esita, bisogna neutralizzarla o eliminarla, prima che quella neutralizzi o elimini te. Persino Ginny Fu, pensò, anche se non è una spia e non sa niente. Non puoi mai fidarti di nessuno, escluso te stesso… il nostro sistema sovietico lo insegna. Sì. È ora che la porti a fare il viaggio che le ho sempre promesso. Un breve viaggio, la settimana prossima. A Vladivostok. Quando sarà là, potrà essere ripulita e riabilitata e utilizzata, e qui non tornerà più.
Sorseggiò la vodka, rigirando sulla lingua il liquido bruciante. “Daremo ad Arthur mezz’ora. Prego” disse, indicando una poltrona.
DeVille tolse il giornale e sedette. “Hai letto degli assalti agli sportelli delle banche?”
Suslev sorrise. “Sì, tovarišč. Meraviglioso.”
“È un’operazione del KGB?”
“No, che io sappia” disse giovialmente Suslev. “Se lo è, c’è una promozione in vista per qualcuno.” Era una delle direttive chiave del leninismo seguire con particolare attenzione le banche occidentali che erano il cuore della potenza capitalista, infiltrarle al massimo livello, incoraggiare e aiutare altri a fomentare crolli delle monete occidentali, ma nel contempo farsi prestare denaro da loro nella misura massima, a qualunque interesse, e quanto più a lungo termine era il prestito, tanto meglio era, facendo in modo che i sovietici ripagassero puntualmente i prestiti, a qualunque costo. “Il crollo della Ho-Pak ne farà cadere altre, sicuramente. I giornali dicono che potrebbe esserci addirittura un assalto agli sportelli della Victoria, eh?”
DeVille rabbrividì involontariamente e Suslev se ne accorse. La sua preoccupazione si aggravò. “Merde, ma questo rovinerebbe Hong Kong” disse deVille. “Oh, lo so che prima succede e meglio è, ma… ma, sono infiltrato così a fondo che qualche volta dimentico chi sono in realtà.”
“Non è il caso di preoccuparsi. Succede a tutti noi. Sei agitato per tua figlia. Quale padre non lo sarebbe? Passerà.”
“Quando potremo far qualcosa? Sono stanco, così stanco di aspettare.”
“Presto. Ascolta” disse Suslev per incoraggiarlo. “In gennaio ho partecipato a una riunione ad alto livello, a Mosca. Le banche figuravano in uno dei primi posti dell’elenco. Secondo l’ultimo conteggio, siamo indebitati con i capitalisti per quasi 30 miliardi… soprattutto con l’America.”
DeVille esclamò: “Madonna, non sapevo che vi fosse andata così bene.”
Il sorriso di Suslev si allargò. “E questo riguarda solo l’Unione Sovietica! I paesi satelliti hanno debiti per altri 6 miliardi e 300 milioni. La Germania Est ha appena ottenuto un altro miliardo e 300 milioni per acquistare dai capitalisti macchinari, computer e parecchie altre cose che ci occorrono.” Rise, vuotò il bicchiere e lo riempì di nuovo. Il liquore gli lubrificava la lingua. “Davvero non li capisco, i capitalisti. Si illudono. Noi siamo apertamente impegnati a distruggerli ma loro ci danno i mezzi per farlo. Sono incredibili. Se avremo tempo, fra vent’anni – vent’anni al massimo – il nostro debito sarà salito a 60 o 70 miliardi e per quel che li riguarda saremo ancora un rischio minimo, perché non avremo mai mancato un solo pagamento… in guerra, in pace o in una depressione.” Suslev proruppe in una risata. “Come diceva quel banchiere svizzero? ‘Presta poco e avrai un debitore… presta molto e avrai un socio!’ 70 miliardi, Jacques, vecchio amico, e li avremo in pugno. 70 miliardi e potremo manovrare la loro politica come ci fa comodo e poi, quando noi lo decideremo, lo scherzetto finale: ‘Spiacenti, signor banchiere capitalista e sionista, spiacenti ma siamo al verde! Oh, ci dispiace tanto, ma non possiamo più rimborsare i prestiti, neppure gli interessi sui prestiti. Ci dispiace tanto ma da questo momento tutta la nostra moneta non ha più valore. La nostra nuova moneta è il rublo rosso, e un rublo rosso vale 100 dollari capitalisti…’”
Suslev rise, felice. “… e per quanto siano ricche collettivamente, le banche non saranno mai in condizioni di mettere una croce sopra 70 miliardi. Mai. 70 e più, con tutti i miliardi del Blocco Orientale! E se l’annuncio improvviso verrà dato opportunamente durante una delle loro inevitabili recessioni capitalistiche, come infatti avverrà… si troveranno nella merda fino al naso dei loro banchieri ebrei, e ci imploreranno di salvare loro la pelle.” Poi soggiunse, sprezzante: “Quegli stupidi bastardi meritano di perdere! Perché dovremmo combatterli, quando si autodistruggono con la loro avidità e la loro stupidità, eh?”
DeVille annuì, a disagio. Suslev gli faceva paura. Sto invecchiando, pensò. Nei primi tempi era così facile credere nella causa delle masse. Le grida degli oppressi erano così forti e chiare, allora. Ma adesso? Adesso non sono più tanto chiare. Sono ancora impegnato, profondamente impegnato. Non rimpiango nulla. Per la Francia sarà un vantaggio diventare comunista.
Ma lo sarà davvero?
Non lo so più, non lo so con certezza, come un tempo. È un peccato per tutti che debba esistere un “ismo” o l’altro, si disse, cercando di soffocare l’angoscia. Sarebbe meglio se non ci fosse nessun “ismo”, ma solo la mia amata Costa Azzurra per crogiolarsi al sole.
“Te lo dico io, amico, Stalin e Berija erano geni” stava dicendo Suslev. “Sono i russi più grandi che siano mai esistiti.”
DeVille stentò a nascondere un’espressione scandalizzata. Ricordava l’orrore dell’occupazione tedesca, l’umiliazione della Francia, ricordava che Hitler non avrebbe mai osato attaccare la Polonia e dare l’avvio alla guerra se non avesse concluso il patto di non aggressione con Stalin per proteggersi le spalle. Senza Stalin non ci sarebbe stata la guerra, non ci sarebbe stato l’olocausto, e staremmo meglio tutti. “Venti milioni di russi, e innumerevoli milioni di altri” disse.
“Un prezzo modesto.” Suslev versò di nuovo, tutto preso dallo zelo e dalla vodka. “Grazie a Stalin e a Berija abbiamo tutta l’Europa orientale dal Baltico ai Balcani… Estonia, Lituania, Lettonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, tutta la Polonia, la Prussia, metà Germania, la Mongolia.” Suslev ruttò, felice. “La Corea del Nord, e appoggi dovunque. La loro Operazione Leone ha distrutto l’Impero britannico. Grazie al loro appoggio sono nate le Nazioni Unite per darci l’arma più potente del nostro arsenale. E poi c’è Israele.” Scoppiò a ridere. “Mio padre era uno dei controllori di quel programma.”
DeVille si sentì accapponare la pelle. “Cosa?”
“Israele fu un colpo monumentale di Stalin e Berija! Chi l’aiutò a nascere, apertamente e segretamente? Chi lo riconobbe immediatamente? Noi, e perché?” Suslev ruttò di nuovo. “Per piazzare nelle viscere dell’Arabia un cancro eterno, che si incancrenirà e distruggerà gli uni e gli altri e farà crollare la potenza industriale dell’Occidente. Ebrei contro maomettani contro cristiani. Quei fanatici non vivranno mai in pace gli uni con gli altri, anche se potrebbero farlo facilmente. Non seppelliranno mai le loro divergenze, anche se costerà loro la vita.” Rise e fissò il bicchiere con occhi vitrei, facendo vorticare il liquore. DeVille lo guardava, detestandolo. Avrebbe voluto contraddirlo e non osava farlo: sapeva d’essere completamente in potere di Suslev. Una volta, qualche anno prima, aveva esitato a inoltrare certe cifre d’ordinaria amministrazione della Struan a una casella postale di Berlino. Il giorno dopo, uno sconosciuto gli aveva telefonato a casa. Non aveva mai ricevuto una simile telefonata. Era amichevole. Ma lui aveva capito.
DeVille represse un brivido e restò impassibile, mentre Suslev alzava gli occhi verso di lui.
“Non sei d’accordo, tovarišč” chiese l’agente del KGB, con un sorriso raggiante. “Non capirò mai i capitalisti, lo giuro. Inimicarsi quattrocento milioni di arabi che hanno tutte le riserve di petrolio del mondo di cui un giorno loro avranno un bisogno disperato. E presto prenderemo l’Iran e il golfo Persico e lo stretto di Hormuz. Allora avremo in mano il rubinetto dell’Occidente, e li avremo in pugno, e non sarà necessaria una guerra… sarà soltanto un’esecuzione.” Suslev scolò la vodka e ne versò dell’altra.
DeVille lo scrutava, odiandolo, interrogandosi disperatamente sul proprio ruolo. È per questo che da sedici anni sono una talpa quasi perfetta, senza che nessuno mi sospetti? Persino Susanne non sospetta nulla, e tutti credono che io sia anticomunista, fedelissimo alla Struan, che è la creazione arcicapitalista dell’intera Asia. Siamo permeati dal pensiero di Dirk Struan. Profitto. Profitto per il tai-pan e la Nobil Casa e poi Hong Kong, nell’ordine, e al diavolo tutto il resto escluse la Corona, l’Inghilterra e la Cina. E anche se non diventerò tai-pan, posso ancora fare in modo che il Sevrin distrugga la Cina, come vogliono Suslev e Arthur. Ma io lo voglio, adesso? Adesso che per la prima volta, ho visto veramente dentro questo… questo mostro e tutta la loro ipocrisia?
“Stalin” disse, quasi rabbrividendo sotto lo sguardo di Suslev. “Lo… lo hai mai incontrato?”
“Una volta mi sono trovato vicino a lui. A tre metri. Era piccolo, ma sentivi il suo potere. Fu nel 1953, a una festa offerta da Berija ad alcuni ufficiali superiori del KGB. Mio padre fu invitato, e io fui autorizzato ad andare con lui.” Suslev si versò un’altra vodka, quasi senza vedere deVille, tutto preso dal passato e dalla partecipazione della sua famiglia al movimento. “C’erano Stalin, Berija, Malenkov… Sapevi che il vero nome di Stalin era Iosif Vissarionovič Dugašvili? Era figlio d’un calzolaio di Tiflis, la mia città, destinato al sacerdozio, ma fu espulso dal seminario. Strano, strano, strano!”
Brindarono.
“Non è necessario che tu abbia quell’aria solenne, compagno” disse, fraintendendo l’espressione di deVille. “Qualunque cosa abbia perso. Fai parte del futuro, della marcia verso la vittoria!” Suslev vuotò il bicchiere. “Stalin deve essere morto felice. Magari fossimo tanto fortunati anche noi, eh?”
“E Berija?”
“Berija cercò troppo tardi di prendere il potere. Non ci riuscì. Noi del KGB siamo d’accordo con i giapponesi, in questo: l’unico peccato è l’insuccesso. Ma Stalin… mio padre racconta che a Yalta, quando Roosevelt, senza chiedere in cambio nessuna concessione, accettò di lasciare a Stalin la Manciuria e le isole Kuriles che ci assicuravano il controllo sulla Cina e il Giappone e tutte le acque asiatiche, a Stalin venne un’emorragia per lo sforzo di soffocare le risate, e poco mancò che ne morisse!”
Dopo una pausa, deVille chiese: “E Solženicyn e i gulag?”
“Siamo in guerra, amico mio, ci sono traditori in patria. Senza il terrore, com’è possibile che i pochi dominino i molti? Stalin lo sapeva. Era un uomo veramente grande. Persino la sua morte ci è servita. È stata un’idea geniale, da parte di Chruščëv, usarlo per ‘umanizzare’ l’URSS.”
“E stato un altro trucco?” chiese deVille, scosso.
“Dovrebbe essere un segreto di stato.” Suslev represse un rutto. “Non importa, presto Stalin verrà restituito alla gloria che merita. Dunque, cosa mi dici di Ottawa?”
“Oh. Mi sono messo in contatto con Jean-Charles e…” Il telefono squillò all’improvviso. Un solo squillo. Lo fissarono, trattenendo il respiro. Dopo una ventina di secondi venne un secondo squillo. I due uomini si rilassarono leggermente. Ancora venti secondi e risuonò il terzo squillo prolungato. Uno squillo significava: pericolo, andatevene immediatamente; due, la riunione era stata annullata; tre, chi aveva chiamato sarebbe arrivato di lì a poco; il terzo squillo prolungato consentiva di parlare senza rischi. Suslev sollevò il ricevitore. Sentì un respiro, poi Arthur chiese con quel suo accento curioso: “C’è il signor Lopsing?”
“Qui non c’è nessun Lop-ting, ha sbagliato numero” disse Suslev con voce diversa, concentrandosi a fatica.
Continuarono meticolosamente con il codice; e Suslev fu ancora più rassicurato dalla fossetta secca di Arthur. Poi Arthur disse: “Questa notte non posso venire alla riunione. Andrebbe bene venerdì alle tre?” Venerdì significava giovedì – il giorno dopo – mercoledì stava per martedì, e così via. Il tre indicava il luogo dell’incontro: l’ippodromo di Happy Valley per l’allenamento del mattino.
Domani all’alba!
“Sì.”
Ci fu lo scatto del microfono riagganciato. Rimase solo il segnale di “libero”.