39.

Ore 4,50

Un’ora prima dell’alba, sotto una pioggia torrenziale, Poon Beltempo abbassò gli occhi sul corpo seminudo di John Chen e imprecò. Aveva perquisito meticolosamente gli abiti e aveva setacciato chili e chili di fango della tomba scavata dai due giovani, Kin Pak e Chen Orecchio di Cane. Ma non aveva trovato niente… né monete, né parti di monete, né gioielli, niente. Wu Quattro Dita aveva detto: “Trova quella mezza moneta, Poon Beltempo!” Poi il vecchio gli aveva dato ulteriori istruzioni e Poon Beltempo s’era rallegrato, perché lo sollevava da ogni responsabilità, e non poteva sbagliare.

Aveva ordinato a Chen Orecchio di Cane e a Kin Pak di portare il cadavere giù per le scale, e aveva minacciato Kin il Butterato, che si stringeva la mano mutilata, di tagliargli la lingua se si fosse azzardato a gemere ancora. Avevano lasciato in un vicolo il corpo del padre Kin. Quindi Poon Beltempo aveva cercato il Re dei Mendicanti di Kowloon City che era un lontano cugino di Wu Quattro Dita. Tutti i mendicanti facevano parte della Corporazione dei Mendicanti, e c’era un re a Hong Kong, uno a Kowloon, e uno a Kowloon City. Un tempo la mendicità era stata una professione lucrosa, ma adesso non lo era più, a causa delle severe pene detentive e delle multe e dell’abbondanza di posti di lavoro remunerativi.

“Vedi, onorevole Re dei Mendicanti, questo nostro conoscente è appena morto” spiegò con pazienza Poon Beltempo al vecchio distinto. “Non ha parenti, quindi è stato abbandonato nel Vicolo dei Fioristi. Il mio Drago Supremo apprezzerebbe senza dubbio un piccolo aiuto. Forse tu potresti organizzargli una sepoltura discreta.” Contrattò educatamente, poi pagò il prezzo concordato e andò a raggiungere il tassì e la macchina che attendevano fuori dai limiti della città, certo che adesso il cadavere sarebbe scomparso per sempre, senza lasciar tracce. Kin Pak era già sul sedile anteriore del tassì. Salì al suo fianco. “Guidaci da John Chen” ordinò. “E sbrigati!”

“Prenda la strada di Sha Tin” disse Kin Pak al guidatore, con aria d’importanza. Chen Orecchio di Cane stava rannicchiato sul sedile posteriore, in mezzo ad altri scagnozzi di Poon Beltempo. Kin il Butterato e gli altri li seguivano con la macchina.

I due veicoli si avviarono verso nordovest nei Nuovi Territori, lungo la strada Sha Tin-Tai Po che si snodava attraverso i villaggi e le aree di risanamento e le baraccopoli degli abusivi, oltre il valico, costeggiando la ferrovia che proseguiva in direzione nord, verso il confine, passando davanti a ricchi orti che olezzavano di letame. Poco prima del villaggio di pescatori Sha Tin svoltarono sulla sinistra, lasciando la strada principale per una secondaria con il fondo dissestato e pieno di pozzanghere. Si fermarono in una radura e scesero.

Era caldo, sotto la pioggia, e la terra aveva un odore dolce. Kin Pak prese la vanga e si avviò per primo fra gli arbusti. Poon Beltempo tenne la torcia elettrica mentre Kin Pak, Chen Orecchio di Cane e Kin il Butterato cercavano. Nell’oscurità faticarono a trovare il punto esatto. Avevano incominciato due volte a scavare, prima che Kin Pak ricordasse che suo padre aveva contrassegnato il posto con una pietra a forma di mezzaluna. Fradici e imprecanti, alla fine trovarono la pietra e cominciarono a scavare. Sotto la superficie la terra era arida. Disseppellito il cadavere, lo avevano avvolto in una coperta. Il fetore era intenso. Sebbene Poon Beltempo avesse dato l’ordine di spogliare il cadavere e avesse cercato con diligenza, non aveva trovato niente.

“Tutto il resto l’avete mandato a Chen della Nobil Casa?” chiese di nuovo. La pioggia gli scorreva sul volto e gli infradiciava gli abiti.

“Sì” disse in tono truculento il giovane Kin Pak. “Quante fottute volte devo dirglielo?” Era esausto e bagnato fradicio e si sentiva morire.

“Toglietevi quei vestiti infestati di letame, tutti quanti. Scarpe, calze, tutto. Voglio frugarvi nelle tasche.”

Obbedirono. Kin Pak portava al collo uno spago con un cerchietto di giada da poco prezzo. In Cina, quasi tutti tenevano addosso un pezzo di giada come amuleto, perché tutti sapevano che se un dio maligno ti faceva inciampare, lo spirito della giada si metteva tra te e il dio, e assorbiva la violenza della caduta, frantumandosi ed evitando che ti frantumassi tu. E se non lo faceva, allora il Dio della Giada purtroppo dormiva, e quella era la tua sorte.

Poon Beltempo non trovò nulla nelle tasche di Kin Pak. Gli ributtò gli abiti. Ormai era inzuppato fino alle ossa e irritatissimo. “Puoi vestirti, e rivesti il cadavere. E sbrigati!”

Chen Orecchio di Cane aveva quasi 400 dollari di Hong Kong e un braccialetto di giada di buona qualità. Uno degli uomini prese il braccialetto e Poon intascò il denaro e si girò verso Kin il Butterato. Tutti sgranarono gli occhi quando videro il grosso rotolo di biglietti di banca che trovò nella tasca dei calzoni del giovane.

Poon Beltempo li riparò scrupolosamente dalla pioggia. “Dove hai preso tutto questo denaro, in nome della Puttana Celeste?”

Kin il Butterato riferì le sue estorsioni ai danni dei fortunati che uscivano dalla Ho-Pak, e gli altri risero e si complimentarono per la sua sagacia. “Molto abile, molto furbo” disse Poon. “Sei un astuto uomo d’affari. Rivestiti. Come si chiamava la vecchia?”

“Diceva di chiamarsi Ah Tam.” Kin il Butterato si asciugò la pioggia dal volto, torcendo i piedi nel fango. La mano mutilata era in fiamme e gli doleva tremendamente. “Vi porterò da lei, se volete.”

“Ehi, ho bisogno della fottuta luce!” gridò Kin Pak. Era inginocchiato e cercava di rivestire John Chen. “Qualcuno mi dia una mano!”

“Aiutatelo!”

Chen Orecchio di Cane e Kin il Butterato si affrettarono ad aiutare Kin Pak mentre Poon Beltempo teneva puntato il cono di luce sul cadavere. Il corpo era gonfio e la pioggia portava via il terriccio. La nuca di John Chen era incrostata di sangue e sfracellata, ma la faccia era ancora riconoscibile.

Ayeeyah” disse uno degli uomini di Poon, “sbrighiamoci. Sento intorno a noi gli spiriti maligni.”

“Basteranno i calzoni e la camicia” disse Poon Beltempo in tono secco. Attese che il cadavere venisse rivestito parzialmente. Poi girò gli occhi sui tre. “Chi è stato, di voi puttane senza madre, ad aiutare il vecchio a uccidere questo povero fornicatore?”

Kin Pak disse: “Ho già d…” S’interruppe quando vide gli altri due che l’additavano dicendo all’unisono: “È stato lui,” e indietreggiavano.

“L’ho sempre sospettato!” Poon Beltempo era soddisfatto di essere finalmente arrivato in fondo al mistero. Puntò l’indice tozzo verso Kin Pak. “Scendi nella fossa e stenditi.”

“Abbiamo un piano molto facile per sequestrare Chen della Nobil Casa, e ci renderà il doppio o il triplo di quel che ha portato questa volta. Vi dirò come fare, heya?”

Poon Beltempo esitò un momento, di fronte a quell’idea nuova. Poi ricordò le istruzioni di Quattro Dita. “Mettiti faccia a terra, nella fossa!”

Kin Pak guardò quegli occhi inflessibili e comprese d’essere spacciato. Alzò le spalle. “Piscio su tutte le tue generazioni” disse, e scese nella fossa e si stese.

Appoggiò la testa sulle braccia e incominciò a spegnere la luce della sua vita. Dal nulla al nulla, sempre parte della famiglia Kin in tutte le sue generazioni, viva per sempre in quel fiume perenne, da una generazione all’altra, attraverso la storia, verso l’eterno futuro.

Poon Beltempo prese una delle vanghe e, poiché il giovane s’era mostrato coraggioso, lo spacciò subito piantandogli la lama acuminata fra le vertebre e spingendo. Kin Pak morì senza accorgersene.

“Riempi la fossa!”

Chen Orecchio di Cane era impietrito, ma si precipitò a obbedire. Poon Beltempo rise e gli fece lo sgambetto e gli diede un calcio rabbioso per la sua vigliaccheria. L’uomo cadde nella fossa. Prontamente la vanga impugnata da Poon volteggiò in un arco e si abbatté sulla nuca di Chen Orecchio di Cane, che si accasciò con un sospiro addosso a Kin Pak. Gli altri risero e uno disse: “Iiiiih, hai usato la vanga come una mazza da cricket dei diavoli stranieri! Bel colpo. È morto?”

Poon Beltempo non rispose, si limitò a guardare l’ultimo Lupo Mannaro, Kin il Butterato. Anche tutti gli altri lo fissarono. Stava rigido sotto la pioggia. Fu allora che Poon Beltempo notò lo spago che portava intorno al collo. Riprese la torcia elettrica, si avvicinò e vide che l’altra estremità gli penzolava sulla schiena, appesantita da una mezza moneta perforata. Era una moneta di rame e sembrava antica.

“Che tutti gli dei spetezzino in faccia a Tsao Tsao! Questa dove l’hai presa?” chiese, incominciando a illuminarsi.

“Me l’ha data mio padre.”

“E lui dove l’aveva presa, piccolo escremento?”

“Non me l’ha detto.”

“Poteva averla presa al figlio numero uno Chen?”

Un’altra scrollata di spalle. “Non so. Non c’ero quando lo hanno ucciso. Sono innocente, lo giuro sulla testa di mia madre!”

Con un movimento improvviso, Poon Beltempo gli strappò il cordoncino.

“Portatelo in macchina” disse a due dei suoi scagnozzi. “Sorvegliatelo attentamente. Lo condurremo con noi. Sì, lo condurremo con noi. Gli altri riempiano la fossa e la mascherino come si deve.” Poi ordinò agli ultimi due uomini di prendere la coperta che avvolgeva il corpo di John Chen e di seguirlo. I due obbedirono, muovendosi impacciati nel buio.

Poon si incamminò verso la strada di Sha Tin, schivando le pozzanghere. Nelle vicinanze c’era la tettoia in rovina d’una fermata d’autobus. Quando la via fu libera, fece un cenno ai suoi uomini che rimossero la coperta e appoggiarono il cadavere in un angolo. Poi tirò fuori il cartello preparato dai Lupi Mannari e lo appuntò meticolosamente sul corpo.

“Perché lo fai, Poon Beltempo, heya? Perché…”

“Perché me l’ha detto Quattro Dita! Come posso saperlo? Tieni chiusa quella fottuta boc…”

I fari di una macchina che si avvicinava superando la curva li inondarono improvvisamente di luce. Restarono immobili e distolsero la faccia, fingendo di essere passeggeri in attesa dell’autobus. Appena la macchina fu passata oltre, si diedero alla fuga. L’alba cominciava a schiarire il cielo e la pioggia era meno intensa.

Il telefono squillò e Armstrong emerse faticosamente dal sonno. Nella semioscurità cercò a tentoni il ricevitore e lo prese. Sua moglie si agitò irrequieta e si svegliò.

“Qui il sergente maggiore divisionale Tang-po, signore, mi dispiace di averla svegliata, signore, ma abbiamo trovato John Chen. I Lupi…”

Armstrong si svegliò di colpo. “Vivo?”

Dew neh loh moh, no, signore, il cadavere è stato trovato a una fermata dell’autobus presso Sha Tin, signore, e quei fottuti Lupi Mannari gli hanno lasciato un avvertimento sul petto, signore: ‘Il figlio numero uno Chen ha commesso la stupidaggine di cercare di sfuggirci. Nessuno può sfuggire ai Lupi Mannari! Che tutta Hong Kong stia in guardia. I nostri occhi sono dovunque!’ Era…”

Armstrong ascoltò, sgomento, mentre il sergente riferiva, concitato, che la polizia di Sha Tin era stata chiamata da un passeggero, di prima mattina. Avevano subito circondato la zona e avevano telefonato al CID di Kowloon. “Cosa dobbiamo fare, signore?”

“Mandi subito una macchina a prendermi.”

Armstrong riattaccò e si soffregò gli occhi per scacciarne la stanchezza. Aveva addosso un sarong, che stava bene sulla sua figura muscolosa.

“Qualche guaio?” Mary soffocò uno sbadiglio e si stirò. Aveva quarant’anni, due meno di lui, ed era bruna, soda, con un viso gentile ma segnato dalle rughe.

Armstrong le riferì i fatti.

“Oh.” Lei era impallidita. “Terribile. Oh, terribile. Povero John!”

“Vado a preparare il tè” disse Armstrong.

“No, no, lo preparo io.” Mary scese dal letto, con fermezza. “Hai il tempo di berlo?”

“Una tazza soltanto. Senti la pioggia… era ora!” Pensieroso, Armstrong andò in bagno, si fece la barba e si vestì in fretta, come sanno fare solo i medici e i poliziotti. Inghiottì due sorsi del tè caldo e dolce, e prima ancora che potesse addentare il toast, il campanello suonò. “Ti richiamerò più tardi. Che ne diresti di andare a mangiare il curry, questa sera? Potremmo andare da Singh.”

“Sì” disse lei. “Sì, se vuoi.”

La porta si chiuse alle spalle di Armstrong.

Mary fissò l’uscio. Domani è il quindicesimo anniversario del nostro matrimonio, pensò. Chissà se lui se ne ricorderà. Probabilmente no. Le altre quattordici volte… otto volte era fuori per lavoro, una volta io ero in ospedale, e le altre… le altre sono andate bene, credo.

Andò alla finestra e scostò le tende. I torrenti di pioggia rigavano le finestre nella mezza luce, ma l’aria era fresca, gradevole. L’appartamento aveva due camere da letto, e i mobili erano loro, anche se l’appartamento stesso era stato assegnato loro dal governo.

Cristo, che vita!

Che disastro, essere la moglie di un poliziotto. Passi la vita ad aspettare che torni a casa, ad aspettare che qualche delinquente lo accoltelli o gli spari o gli faccia qualcosa… quasi tutte le notti dormi sola o vieni svegliata alle ore più impossibili per qualche maledetto guaio e lui se ne va di nuovo. Lavora troppo e lo pagano troppo poco. Oppure vai al club della polizia e ti metti là seduta in compagnia delle altre mogli mentre gli uomini si fanno massacrare e ti scambi menzogne con le altre e bevi troppi gin rosa. Almeno, loro hanno i figli.

I figli! Oh, Dio… se ne avessimo anche noi!

Ma del resto, quasi tutte le mogli si lamentano d’essere troppo stanche, dicono che i figli le sfiniscono e poi le amah e le scuole e le spese… e tutto. Cosa diavolo significa questa vita? Che spreco schifoso! Che spre…

Il telefono squillò. “Finiscila!” strillò lei, poi rise nervosamente. “Mary, Mary, calmati” si rimproverò, e prese il ricevitore. “Pronto?”

“Mary, sono Brian Kwok, mi dispiace di averti svegliata, ma c’è Rob…”

“Oh, ciao, caro. No, se ne è appena andato. Per via dei Lupi Mannari.”

“Sì, l’ho appena saputo, ho chiamato apposta. È andato a Sha Tin?”

“Sì. Vai anche tu?”

“No. Sono con il Vecchio.”

“Povero te.” Mary lo sentì ridere. Parlarono ancora per un momento, poi Brian Kwok riattaccò.

Lei sospirò e si versò un’altra tazza di tè, aggiunse il latte e lo zucchero e pensò a John Chen. Un tempo era stata pazzamente innamorata di lui. Erano stati amanti per più di due anni, e per lei era la prima volta. Erano nel campo di concentramento giapponese, nella Stanley Prison, nella parte meridionale dell’isola.

Nel 1940 lei aveva vinto un concorso statale, in Inghilterra, e pochi mesi dopo era stata mandata a Hong Kong, passando per il Capo di Buona Speranza. Era arrivata verso la fine del ’41, a diciannove anni appena compiuti, giusto in tempo per finire internata insieme a tutti i civili europei, ed era rimasta in campo di concentramento fino al 1945.

Avevo ventidue anni quando ne sono uscita, e gli ultimi due anni siamo stati amanti, John e io. Povero John, tormentato continuamente da quella carogna di suo padre, e dalla madre ammalata, senza la possibilità di sfuggire a quei due, e non c’era quasi modo di restare soli nel campo, con tutte quelle famiglie, i bambini grandi e piccoli, i mariti, le mogli, l’odio, la fame, l’invidia e così poche gioie in tutti quegli anni. L’amore per John le aveva reso sopportabile l’internamento…

Non voglio pensare a quei tempi schifosi.

O a quando, dopo il campo, lui sposò la donna scelta da suo padre, quella piccola arpia schifosa, ma che aveva denaro e influenza e parentele importanti a Hong Kong. Io non avevo niente. Avrei dovuto tornare a casa, ma non volevo… non sapevo andare. E così sono rimasta a lavorare nell’Ufficio Coloniale, e stavo bene, abbastanza bene. E poi ho conosciuto Robert.

Ah, Robert. Eri un brav’uomo e sei stato buono con me e ci siamo divertiti e sono stata una buona moglie per te, e cerco ancora di esserlo. Ma non posso avere figli e tu… e tutti e due vorremmo averli, e un giorno, qualche anno fa, hai saputo di John Chen. Non mi hai mai chiesto di lui, ma so che lo sai, e da allora l’hai sempre odiato. È successo molto tempo prima che t’incontrassi, e tu sapevi del campo ma non del mio amante. Ricordi? Prima che ci sposassimo io ti chiesi: vuoi conoscere il mio passato, tesoro? E tu mi dicesti: no, vecchia mia.

Mi chiamavi sempre “vecchia mia”. Adesso non mi chiami più in nessun modo. Soltanto “Mary”, qualche volta.

Povero Robert! Come devo averti deluso!

Povero John! Quanto hai deluso me, tu che un tempo mi eri così caro, e adesso sei morto.

Vorrei essere morta anch’io.

Si mise a piangere.