41.

Ore 8,29

Claudia raccolse un fascio di appunti, di lettere e di risposte dal cestino della posta in partenza e cominciò a sfogliarlo. La pioggia e le nubi basse oscuravano il panorama, ma la temperatura era scesa ed era gradevole, dopo l’umidità afosa delle ultime settimane. L’orologio antico montato in argento, sulla mensola, suonò le otto e mezzo.

Uno dei telefoni squillò. Claudia lo guardò ma non andò a rispondere. Continuò a suonare per un po’, poi smise. Sandra Yi, la segretaria di Dunross, entrò con un altro fascio di documenti e di posta e riempì il cestino della posta in arrivo. “La prima è la bozza del contratto con la Par-Con, sorella maggiore. Questo è l’elenco degli appuntamenti per oggi, almeno quelli che risultano a me. Il sovrintendente Kwok ha telefonato dieci minuti fa.” Arrossì sotto lo sguardo di Claudia. Indossava un chong-sam aderente e con la spaccatura altissima e il colletto alto. “Cercava il tai-pan, non me, sorella maggiore. Ha chiesto se il tai-pan può richiamarlo.”

“Ma spero che tu abbia parlato a lungo con l’onorevole Giovane Stallone, sorella minore, e che sia stata meravigliosamente svenevole e sospirosa” rispose Claudia in cantonese; poi passò all’inglese senza accorgersene, continuando a sfogliare gli appunti, dividendoli in due mucchietti. “Dopotutto, è bene che venga accalappiato e che resti al sicuro in famiglia, prima che lo catturi qualche Boccuccia Dolce di un altro clan.”

“Oh, sì. Ho persino acceso cinque candele in cinque templi diversi.”

“Spero che lo abbia fatto nelle ore di libertà e non durante l’orario d’ufficio.”

“Oh, sì.” Risero. “Ma abbiamo un appuntamento… domani a cena.”

“Eccellente! Sii pudibonda, vestiti austeramente, ma senza reggiseno, come Orlanda.”

“Oh, allora è vero! Oh, oh, me lo consigli sul serio?” Sandra Yi era scandalizzata.

“Per il giovane Brian, sì.” Claudia ridacchiò. “Quello ha un naso fino!”

“Il mio indovino ha detto che questo sarà per me un anno meraviglioso. Terribile, l’incendio, vero?”

“Sì.” Claudia esaminò l’elenco degli appuntamenti. Linbar tra pochi minuti, Sir Luis Basilio alle 8 e 45. “Quando arriva Sir Luis lo…”

“Sir Luis sta aspettando nel mio ufficio. Sa di essere in anticipo… gli ho offerto il caffè e i giornali del mattino.” Sandra Yi assunse un’espressione preoccupata. “Che cosa succederà alle dieci?”

“Aprirà la Borsa” disse sbrigativamente Claudia e le porse il fascio più voluminoso. “Tu occupati di questa corrispondenza, Sandra. Oh, ecco qui, il tai-pan ha cancellato un paio di consigli d’amministrazione e il pranzo, ma a questi penserò io.” Alzarono la testa quando Dunross entrò.

“Buongiorno” disse. Il suo viso era più serio del solito, e i lividi ne accentuavano la durezza.

Sandra Yi disse garbatamente: “Sono tutti molto felici che non le sia successo nulla, tai-pan.”

“Grazie.”

Sandra uscì. Dunross notò la sua camminata, poi l’espressione di Claudia e perse un po’ quell’aria grave. “Niente di meglio d’una bella ragazza, no?”

Claudia rise. “Prima che lei arrivasse il suo telefono privato ha suonato due volte.” Era un apparecchio che non figurava sugli elenchi e, di regola, soltanto Dunross rispondeva alle chiamate. Il numero era noto solo ai familiari e a pochissime altre persone.

“Grazie. Disdica tutti gli impegni fino a mezzogiorno, esclusi Linbar, il vecchio Sir Luis Basilio e la banca. Si assicuri che Penn e la signorina Kathy abbiano un trattamento da VIP. Gavallan la sta accompagnando all’aeroporto. Per prima cosa mi chiami Tung Pugnostretto. E anche Lando Mata… gli chieda se posso vederlo oggi, preferibilmente alle dieci e venti al Coffee Place. Ha visto il mio biglietto a proposito di Zep?”

“Sì. Terribile. Provvederò a tutto. Ha chiamato l’aiutante del governatore. Voleva sapere se lei andrà alla riunione di mezzogiorno.”

“Sì.” Dunross prese il telefono e fece un numero mentre Claudia usciva, chiudendosi la porta alle spalle.

“Penn? Avevi bisogno di me?”

“Oh, Ian, sì, ma non ti ho telefonato, se è questo che vuoi dire.”

“Credevo fossi tu sulla linea privata.”

“Oh, ma… oh, sono così contenta che mi abbia chiamata. Ho saputo dell’incendio dal giornale radio e… e non ero sicura se avevo sognato o no che eri rientrato questa notte. Ero… ero molto preoccupata, scusami. Ah Tat ha detto che eri uscito presto, ma non mi fido di quella vecchia megera… qualche volta è svanita. Scusami. È stato terribile?”

“No. No, per la verità.” Dunross glielo riferì brevemente. Adesso che sapeva che a Penn non era accaduto nulla, era ansioso di interrompere la comunicazione. “Ti farò un resoconto completo quando verrò a prenderti per portarti all’aeroporto. Ho controllato e il volo partirà in orario…” Il citofono ronzò. “Aspetta un momento, Penn… Sì, Claudia?”

“Il sovrintendente Kwok sulla linea due. Dice che è importante.”

“Sta bene. Scusa, Penn, devo andare, verrò a prenderti in tempo per il tuo aereo. Ciao, tesoro… C’è altro, Claudia?”

“L’aereo di Bill Foster da Sydney ha un’altra ora di ritardo. Il signor Havergill e Johnjohn l’aspettano alle nove e mezzo. Ho telefonato per confermare. Ho saputo che sono alla banca dalle sei di questa mattina.”

L’inquietudine di Dunross crebbe. Aveva cercato di parlare con Havergill dalle tre del pomeriggio precedente, ma il vicepresidente era sempre introvabile, e la sera prima non era stato il momento più adatto. “Brutto segno. C’era già una folla davanti alla banca quando sono arrivato alle sette e mezzo.”

“La Victoria non fallirà, vero?”

Dunross sentì l’ansia nella voce di Claudia. “Se fallisce saremo tutti nei guai.” Premette il pulsante della linea due. “Salve, Brian, cosa c’è?” Brian Kwok gli riferì il ritrovamento di John Chen.

“Gesù Cristo, povero John! Dopo il pagamento del riscatto, ieri sera, credevo… che bastardi! È morto da qualche giorno?”

“Sì. Almeno tre.”

“Bastardi! Lo ha detto a Phillip o a Dianne?”

“Non ancora. Prima ho voluto dirlo a lei.”

“Vuole che li chiami io? Phillip è a casa, adesso. Dopo il pagamento, ieri sera, gli ho detto di saltare la riunione di questa mattina alle otto. Lo chiamerò subito.”

“No, Ian, è compito mio. Mi dispiace di averle dato una brutta notizia, ma pensavo che avesse il diritto di saperlo.”

“Sì… sì, vecchio mio, grazie. Senta, ho un impegno dal governatore in serata, ma per le dieci e mezzo avrò finito. Le andrebbe di bere qualcosa o di fare uno spuntino?”

“Sì. Buona idea. Ci troviamo al Quance Bar del Mandarin?”

“Alle dieci e tre quarti?”

“Bene. A proposito, ho lasciato ordini perché la sua tai-tai passi direttamente attraverso l’Immigrazione. Mi dispiace per la brutta notizia. Arrivederci.”

Dunross posò il ricevitore e guardò dalla finestra. Il citofono ronzò, ma lui non lo sentì. “Povero diavolo!” mormorò. “Che peccato!”

Bussarono con discrezione, poi la porta si aprì appena appena. Claudia disse: “Mi scusi, tai-pan, Lando Mata sulla linea due.”

Dunross sedette sul bordo della scrivania. “Salve, Lando, possiamo vederci alle dieci e venti?”

“Sì. Sì, certo. Ho saputo di Zeppelin. Spaventoso! Mi sono salvato appena in tempo! Maledetto incendio! Comunque, ce la siamo cavata, eh? Il destino!”

“Si è già messo in contatto con Pugnostretto?”

“Sì. Arriverà con il prossimo traghetto.”

“Bene. Lando, può darsi che oggi abbia bisogno del suo appoggio.”

“Ma, Ian, ne abbiamo già parlato ieri sera. Pensavo di aver…”

“Sì. Ma oggi voglio il suo appoggio.” La voce di Dunross s’era fatta più dura.

Ci fu una lunga pausa. “Ne… ne parlerò a Pugnostretto.”

“Gli parlerò anch’io. Intanto vorrei sapere subito se ho il suo appoggio.”

“Ha riesaminato la nostra proposta?”

“Ho il suo appoggio, Lando? O no?”

Un’altra pausa. La voce di Mata era più tesa. “Glielo… glielo dirò quando ci vedremo alle dieci e venti. Mi dispiace, Ian, ma prima devo parlare con Pugnostretto. Ci vediamo per il caffè. A fra poco!”

La comunicazione s’interruppe. Dunross posò delicatamente il ricevitore e mormorò: “Dew neh loh moh, Lando, vecchio amico.”

Rifletté un momento poi fece un numero. “Il signor Bartlett, per favore.”

“Nessuna risposta suo telefono. Vuole messaggio?” disse il centralinista.

“Allora mi passi la signorina K.C. Tcholok.”

“Come?”

“Casey… la signorina Casey.”

Il telefono riprese a squillare e Casey rispose con voce assonnata. “Pronto?”

“Oh, mi scusi, la richiamerò più tardi…”

“Ian? No… no, non si preoccupi, avrei… avrei dovuto alzarmi da un pezzo.” Dunross la sentì soffocare uno sbadiglio. “… Gesù, come sono stanca. L’incendio non l’ho sognato, vero?”

“No. Ciranoush, volevo solo sapere se stavate bene tutti e due. Come si sente?”

“Non in gran forma. Credo di essermi stirata qualche muscolo… non so se per il gran ridere o per il vomito. Lei sta bene?”

“Sì. Per ora. Non ha la febbre o altro? Il dottor Tooley ci ha raccomandato di stare attenti.”

“Non credo. Non ho ancora visto Linc. Ha parlato con lui?”

“No… non risponde. Senta, volevo invitarvi tutti e due per l’aperitivo, alle sei.”

“D’accordissimo.” Un altro sbadiglio. “Mi fa piacere sentire che sta bene.”

“La richiamerò più tardi per…”

Di nuovo il citofono. “Il governatore sulla linea due, tai-pan. Gli ho detto che andrà alla riunione di mezzogiorno.”

“Sta bene. Allora, Ciranoush, cocktail alle sei, e se non sarà per il cocktail, magari sarà per cena. La richiamerò per la conferma.”

“Sicuro, Ian. E… Ian, grazie di avermi chiamata.”

“Di niente. Arrivederci.” Dunross premette il pulsante della linea due. “Buongiorno, signore.”

“Mi dispiace disturbarla, Ian, ma devo parlarle di quel maledetto incendio” disse Sir Geoffrey. “È un miracolo che i morti non siano stati di più, il ministro è furibondo per la morte del povero Sir Charles Pennyworth, e inferocito perché le nostre misure di sicurezza hanno permesso che succedesse una cosa simile. Il Gabinetto è stato informato, quindi possiamo aspettarci ripercussioni ad alto livello.”

Dunross gli riferì la sua idea per le cucine dei battelli ristoranti, fingendo che fosse di Shi-teh T’Chung.

“Eccellente! Shitee è ingegnoso! Un buon inizio. Intanto Robin Grey e Julian Broadhurst e gli altri parlamentari hanno già chiesto un incontro per protestare contro i nostri regolamenti antincendio. Il mio aiutante mi ha detto che Grey era fuori dalla grazia di Dio.” Sir Geoffrey sospirò. “A ragione, forse. Comunque, quel signore scatenerà un putiferio, se potrà. Ho saputo che ha fissato una conferenza stampa per domani, insieme a Broadhurst. Ora che il povero Sir Charles è morto, Broadhurst diventa automaticamente il capo delegazione e Dio solo sa cosa può succedere se quei due si mettono a sparlare della Cina.”

“Chieda al ministro di zittirli, signore.”

“Gliel’ho chiesto e lui ha detto: ‘Buon Dio, Geoffrey, far star zitto un membro del Parlamento? Sarebbe peggio che tentare di dar fuoco al Parlamento stesso.’ È molto fastidioso, davvero. Pensavo che forse lei potrebbe riuscire a calmare un po’ il signor Grey. Lo farò sedere accanto a lei, questa sera.”

“Non credo che sia una buona idea, signore. Quell’uomo è un esaltato.”

“Completamente d’accordo, Ian, ma le sarei davvero grato se tentasse. È l’unico di cui posso fidarmi. Quillan lo prenderebbe a pugni: ha già telefonato per rifiutare l’invito, e tutto a causa di Grey. E forse lei potrebbe anche invitare quel signore alle corse di sabato.”

Dunross ricordò Peter Marlowe. “Perché non invita Grey e gli altri nel suo palco? Mi occuperò di lui per un po’ di tempo.” Grazie a Dio Penn non ci sarà, pensò.

“Molto bene. Poi: Roger mi ha pregato di trovarmi con lei alla banca, domani alle sei.”

Dunross lasciò che il silenzio si protraesse.

“Ian?”

“Sì, signore?”

“Alle sei. A quell’ora, Sinders dovrebbe essere arrivato.”

“Lei lo conosce, signore? Personalmente?”

“Sì. Perché?”

“Volevo solo esserne sicuro.” Dunross ascoltò il silenzio del governatore e la sua tensione aumentò.

“Bene. Alle sei. Poi: ha saputo del povero John Chen?”

“Sì, signore, pochi minuti fa. Che disgrazia.”

“Sono d’accordo. Poveraccio! Questa storia dei Lupi Mannari non poteva capitare in un momento peggiore. Diventerà sicuramente una cause célèbre per tutti i nemici di Hong Kong. Una maledetta seccatura, a parte la tragedia. Poveri noi! Bene, almeno viviamo in tempi interessanti, densi di problemi.”

“Sì, signore. La Victoria è in difficoltà?” Dunross fece la domanda in tono disinvolto; ma ascoltava attentamente e percepì un’esitazione lievissima prima che Sir Geoffrey rispondesse: “Buon Dio, no! Mio caro amico, che idea sorprendente! Bene, grazie, Ian, tutto il resto può aspettare fino alla riunione di mezzogiorno.”

“Sì, signore.” Dunross posò il ricevitore e si asciugò la fronte. Quell’esitazione era di cattivo augurio, si disse. Se c’è qualcuno che può sapere fino a che punto la situazione è grave, quello è Sir Geoffrey.

Una raffica di pioggia martellò le finestre. C’erano tante cose da fare. Dunross guardò l’orologio. Adesso Linbar, poi Sir Luis. Aveva già deciso quel che voleva dal presidente della Borsa, quel che doveva ottenere da lui. Non ne aveva parlato alla riunione della Corte Interna, quella mattina. Gli altri l’avevano irritato. Tutti – Jacques, Gavallan, Linbar – erano convinti che la Victoria avrebbe sostenuto la Struan al limite. “E se non lo facessero?” aveva chiesto.

“Abbiamo l’accordo con la Par-Con. È inconcepibile che la Victoria non ci aiuti!”

“Se non lo facessero?”

“Forse, dopo quel che è successo questa notte, Gornt non continuerà a vendere.”

“Venderà. Cosa facciamo?”

“Se non riusciamo a fermarlo o a rinviare i pagamenti alla Toda e alla Orlin, saremo veramente nei guai.”

Non possiamo rimandare i pagamenti, pensò di nuovo Dunross. Senza la banca o Mata o Pugnostretto… neppure l’accordo con la Par-Con fermerà Quillan. Quillan sa di avere a disposizione tutta la giornata di oggi e tutto venerdì per vendere e vendere e vendere, e io non posso comprare tutto…

“Il signorino Linbar, tai-pan.”

“Lo faccia entrare.” Dunross guardò l’orologio. Linbar Struan entrò e chiuse la porta. “Sei in ritardo di quasi due minuti.”

“Oh? Chiedo scusa.”

“Sembra che non riesca a farti capire l’importanza della puntualità. È impossibile dirigere sessantatré compagnie senza puntualità. Se dovesse capitare un’altra volta, perderai la gratifica annuale.”

Linbar arrossì. “Chiedo scusa.”

“Voglio che tu sostituisca Bill Foster nella nostra filiale di Sydney.”

Linbar Struan si rianimò. “Sì, certamente. Mi piacerebbe molto. Da tempo desideravo dirigere una filiale.”

“Bene. Vorrei che prendessi il volo della Qantas domani e…”

“Domani? Impossibile!” sbottò Linbar. La sua felicità era svanita. “Avrò bisogno di un paio di settimane per…”

La voce di Dunross divenne così gentile e così tagliente che Linbar impallidì. “Me ne rendo conto, Linbar. Ma io voglio che tu parta domani. Resterai là due settimane e poi tornerai e mi farai una relazione. Capisci?”

“Sì. Capisco. Ma… ma, e sabato? E le corse? Voglio veder correre Noble Star.”

Dunross lo guardò. “Voglio che tu vada in Australia. Domani. Foster non è riuscito a impadronirsi della Woolara Properties. Senza la Woolara non abbiamo un nolo per le nostre navi. Senza il nolo i nostri attuali accordi con le banche non hanno valore. Hai tempo due settimane per rimediare al fiasco e ritornare.”

“E se non lo facessi?” chiese Linbar, esasperato.

“Santo cielo, non stare a perdere tempo! Conosci già la risposta. Se non ce la farai, non sarai più nella Corte Interna. E se non prendi quell’aereo domani, sei fuori dalla Struan fino a quando io sarò il tai-pan.”

Linbar Struan fece per dire qualcosa, ma cambiò idea.

“Bene” disse Dunross. “Se riesci con la Woolara, ti raddoppierò lo stipendio.”

Linbar Struan si limitò a ricambiare l’occhiata. “C’è altro? Signore?”

“No. Arrivederci, Linbar.”

Linbar lo salutò con un cenno e uscì. Quando la porta si chiuse, Dunross si concesse l’ombra di un sorriso. “Giovane bastardo presuntuoso” mormorò. Si alzò e andò di nuovo alla finestra. Si sentiva irrequieto, e avrebbe voluto essere là fuori, su un motoscafo veloce o meglio sulla sua macchina, a prendere le curve un po’ troppo forte, a spingere la macchina e se stesso un po’ di più a ogni giro, per sgombrarsi la mente. Con un gesto distratto raddrizzò un quadro e guardò le gocce di pioggia, pensieroso, rattristato per John Chen.

Una goccia scivolò lungo il vetro e sparì, venne sostituita da un’altra e da un’altra ancora. Non si vedeva niente, e la pioggia cadeva a dirotto.

Il telefono privato squillò.

“Sì, Penn?” disse Dunross.

Una voce sconosciuta chiese: “Il signor Dunross?”

“Sì. Chi parla?” disse lui, sbalordito, incapace di riconoscere la voce e l’accento di quell’uomo.

“Mi chiamo Kirk, Jamie Kirk, signor Dunross. Sono, ehm, sono un amico del signor Grant, Alan Medford Grant…” Per poco, Dunross non lasciò cadere il ricevitore. “Pronto? Signor Dunross?”

“Sì. Continui, la prego.” Dunross aveva superato il trauma. Grant era uno dei pochissimi cui aveva dato quel numero, precisandogli di usarlo solo in casi d’emergenza, e di non comunicarlo ad altri, se non per una ragione molto grave. “In che cosa posso esserle utile?”

“Vengo, ehm, da Londra; per l’esattezza dalla Scozia. Alan mi ha detto di chiamarla appena arrivato a Hong Kong. Mi ha, ehm, mi ha dato il suo numero. Spero di non disturbarla.”

“No, non mi disturba affatto, signor Kirk.”

“Alan mi ha dato un pacco da consegnarle, e poi voleva che parlassi con lei. Io e mia, ehm, mia moglie resteremo a Hong Kong per tre giorni e così io, ehm, io mi sono chiesto se avremmo potuto incontrarci.”

“Ma certo. Dove è alloggiato?” chiese Dunross, calmissimo, sebbene il cuore gli battesse forte.

“Al Nine Dragons a Kowloon, stanza 455.”

“Quando ha visto Alan per l’ultima volta, signor Kirk?”

“Quando siamo partiti da Londra. È stato, ehm, due settimane fa. Sì, due settimane esatte. Siamo, ehm, siamo stati a Singapore e in Indonesia. Perché?”

“Le andrebbe bene dopo pranzo? Mi dispiace, ma sono impegnatissimo fino alle tre e venti. Potremmo vederci allora, se per lei va bene.”

“Alle tre e venti. Benissimo.”

“La manderò a prendere con una macchina e…”

“Oh, non c’è, ehm, non c’è bisogno. Possiamo farcela da soli ad arrivare al suo ufficio.”

“Non è un disturbo. La macchina verrà a prenderla alle due e mezzo.”

Dunross depose il ricevitore, perduto nei suoi pensieri.

L’orologio suonò le 8 e 45. Bussarono. Claudia aprì la porta. “Sir Luis Basilio, tai-pan.”

Alla Victoria Bank, Johnjohn stava urlando al telefono, “… non m’importa un accidente di quel che pensate voialtri bastardi a Londra, ti sto dicendo che qui abbiamo l’inizio di un assalto agli sportelli, e la cosa puzza parecchio. Io… Cosa? Parla più forte! Si sente malissimo… Cosa? Non m’importa niente se è la una e mezzo del mattino… e poi, dove diavolo eri, prima…? Sono quattro ore che cerco di mettermi in contatto con te!… Cosa? Il compleanno di chi? Cristo onnipotente…” Inarcò le sopracciglia biondastre e si dominò con uno sforzo. “Senti, domattina per prima cosa vai alla City e alla Zecca e informali… Pronto?… Sì, informali che tutta questa maledetta isola rischia di restare a corto di denaro e… Pronto?… Pronto?… Oh, santo Dio! ” Cominciò a battere sulla forcella. “Pronto!” Poi sbatté il ricevitore, imprecò per un momento e premette il pulsante del citofono. “Signorina Mills, mi hanno interrotto. Lo richiami immediatamente.”

“Subito” disse la voce impassibile, molto inglese. “C’è qui il signor Dunross.”

Johnjohn diede un’occhiata all’orologio e sbiancò. Erano le 9 e 33. “Oh, Cristo! Tenga… sì, tenga in sospeso la chiamata. Io…” Depose precipitosamente il ricevitore, corse alla porta, si ricompose e aprì con forzata disinvoltura. “Mio caro Ian, scusami se ti ho fatto attendere. Come va?”

“Benissimo. E tu?”

“Magnificamente! ”

“Magnificamente? Davvero? Deve esserci già una coda di sei o settecento clienti spazientiti, e manca mezz’ora all’apertura. Ce n’è qualcuno persino davanti alla Blacs.”

“Più di qualcuno…” Johnjohn si trattenne in tempo. “Non è il caso di preoccuparsi. Vuoi un caffè o dobbiamo salire subito nell’ufficio di Paul?”

“Andiamo da Paul.”

“Bene.” Johnjohn lo precedette nel corridoio. “No, non ci sono problemi, solo qualche cinese superstizioso… lo sai come sono, quelli, con le voci che circolano e tutto il resto. Mi è dispiaciuto per l’incendio. Ho saputo che Casey si è spogliata e si è tuffata al salvataggio. Sei andato all’ippodromo questa mattina? Era ora che piovesse, no?”

L’inquietudine di Dunross crebbe. “Sì. Ho sentito dire che ci sono code davanti a quasi tutte le banche della colonia. Esclusa la Banca di Cina.”

La risata di Johnjohn suonò falsa. “I nostri amici comunisti non si rassegnerebbero a un assalto ai loro sportelli. Manderebbero qui le truppe!”

“Allora l’assalto agli sportelli è in atto?”

“Alla Ho-Pak, sì. Noi? No. Comunque, noi non siamo esposti come Richard Kwang. So che ha fatto certi prestiti molto pericolosi. E temo che anche la Ching Prosperity non sia in buone condizioni. Comunque, Ching il Sorridente si merita una bella legnata dopo che per tanti anni si è barcamenato in attività tanto discutibili.”

“Droga?”

“Non posso confermarlo ufficialmente. Ma le voci sono insistenti.”

“Però affermi che l’assalto agli sportelli non si estenderà anche a voi?”

“No certo. Se avvenisse… bene, sono sicuro che tutto andrà per il meglio.” Johnjohn proseguì per l’ampio corridoio dai pannelli di legno e dai folti tappeti, che ostentava ricchezza, solidità e sicurezza. Salutò con un cenno l’anziana segretaria inglese, passò oltre e aprì la porta con la scritta PAUL HAVERGILL, VICEPRESIDENTE. Era un ufficio grande, con le pareti rivestite di pannelli di quercia; la scrivania era enorme e sgombra. Le finestre guardavano sulla piazza.

“Ian, carissimo.” Havergill si alzò e tese la mano. “Mi dispiace di non averti potuto vedere ieri, e la festa di ieri sera non era la circostanza più adatta per parlare d’affari, eh? Come stai?”

“Bene, credo. Per ora. Tu?”

“Un po’ di diarrea, ma Constance sta benissimo, grazie a Dio. Appena arrivati a casa abbiamo preso una dose abbondante del buon vecchio Rimedio del dottor Colicos.” Era un elisir inventato dal dottor Colicos durante la guerra di Crimea per guarire i disturbi di stomaco delle decine di migliaia di militari britannici che morivano di febbre tifoide e di colera e di dissenteria. La formula era ancora un segreto.

“È roba tremenda! Il dottor Tooley l’ha fatta bere anche a noi.”

“Peccato per gli altri, no? La moglie di Toxe, eh?”

Johnjohn disse, gravemente: “Ho saputo che l’hanno trovata questa mattina sotto il pontile. Se non avessi avuto un biglietto rosa, ci saremmo stati anche Mary e io.” Un “biglietto rosa” indicava il permesso della moglie per uscire la sera senza di lei, per andare a giocare a carte con gli amici, o al Club, oppure in giro per la città in compagnia di qualche ospite o qualunque altra cosa… ma con il suo benevolo permesso.

“Oh?” Havergill sorrise. “Chi era la fortunata?”

“Ero al club a giocare a bridge con McBride.”

Havergill rise. “Bene, la discrezione è preziosa e noi dobbiamo pensare alla reputazione della banca.”

Dunross sentì la tensione tra i due. Sorrise educatamente e attese.

“Cosa posso fare per te, Ian?” chiese Havergill.

“Voglio un credito di altri 100 milioni per trenta giorni.”

Vi fu un silenzio di tomba. I due lo fissarono. Dunross ebbe l’impressione di scorgere l’ombra di un sorriso negli occhi di Havergill. “Impossibile!” lo sentì dire.

“Gornt sta montando un attacco contro di noi, questo è evidente. Voi due sapete che siamo solidi, sicuri, e in ottima forma. Ho bisogno del vostro appoggio palese e massiccio: così lui non avrà il coraggio d’insistere, e io non avrò veramente bisogno di quel denaro. Ma ho bisogno del vostro impegno. Subito.”

Un altro silenzio. Johnjohn attendeva, vigile. Havergill accese una sigaretta. “A che punto è l’accordo con la Par-Con, Ian?”

“Martedì firmiamo.”

“Puoi fidarti dell’americano?”

“Abbiamo concluso l’accordo.”

Un altro silenzio. A disagio, Johnjohn lo spezzò. “È un ottimo accordo, Ian.”

“Sì. Con il vostro appoggio, Gornt e la Blacs desisteranno dall’attacco.”

“Ma 100 milioni sono al di là delle nostre possibilità” dichiarò Havergill.

“Ho detto che non avremo bisogno dell’intera somma.”

“Questa è un’ipotesi, mio caro. Potremmo trovarci coinvolti in un grosso gioco di potere contro la nostra volontà. Ho sentito dire che Quillan può contare su finanziamenti esterni, tedeschi. Non possiamo correre il rischio di metterci contro un consorzio di banche tedesche. Voi siete già oltre il limite del vostro credito rotativo. E le 500.000 azioni che hai comprato oggi dovranno essere pagate lunedì. No, mi dispiace.”

“Presenta la proposta al consiglio d’amministrazione.” Dunross sapeva di avere abbastanza voti per spuntarla nonostante l’opposizione di Havergill.

Un altro silenzio. “D’accordo. Lo farò senz’altro… alla prossima riunione del consiglio.”

“No. Mancano ancora tre settimane. Convoca una riunione d’emergenza.”

“Mi dispiace, no.”

“Perché?”

“Non sono tenuto a spiegarti le mie ragioni, Ian” disse seccamente Havergill. “La Struan non possiede questo istituto, anche se voi avete grossi interessi con noi, e noi con voi, e siete i nostri migliori clienti. Sarò ben lieto di presentare la richiesta alla prossima riunione del consiglio. La convocazione di riunioni d’emergenza è a mia esclusiva discrezione.”

“Lo so. E anche la concessione del credito. Non hai bisogno di nessuna riunione. Potresti farlo anche subito.”

“Sarò lieto di presentare la richiesta alla prossima riunione del consiglio. C’è altro?”

Dunross dominò l’impulso di cancellare la malcelata soddisfazione dal volto del nemico. “Ho bisogno del credito per sostenere le mie azioni. Subito.”

“Certo, e Bruce e io sappiamo benissimo che l’anticipo della Par-Con ti assicurerà il finanziamento per completare le transazioni con i cantieri ed effettuare un pagamento parziale alla Orlin.” Havergill tirò una boccata dalla sigaretta. “A proposito, ho saputo che la Orlin non rinnoverà… dovrai saldare completamente entro trenta giorni, secondo le condizioni del contratto.”

Dunross avvampò. “Questo dove l’hai sentito?”

“Me l’ha detto il presidente, è ovvio. Gli ho telefonato ieri sera per chiedere se…”

“Che cosa hai fatto?”

“Certo. Mio caro amico” disse Havergill, godendosi apertamente lo stupore scandalizzato di Dunross e di Johnjohn, “abbiamo tutto il diritto di informarci. Dopotutto, siamo i banchieri della Struan e dobbiamo sapere. Se fallite, anche le nostre azioni ordinarie sono in pericolo.”

“E tu contribuirai a fare in modo che succeda?”

Havergill spense la sigaretta, immensamente soddisfatto. “Non abbiamo interesse che fallisca una grossa azienda della colonia, tanto meno la Nobil Casa. Oh, santo cielo, no! Non devi preoccuparti. Al momento giusto interverremo e acquisteremo le vostre azioni. Non permetteremo mai che la Nobil Casa fallisca.”

“Quando sarà il momento giusto?”

“Quando le azioni arriveranno alla quotazione che consideriamo adeguata.”

“Quale?”

“Dovrei accertarlo, Ian.”

Dunross comprese di essere stato battuto, ma non lo lasciò trapelare. “Lascerai che le azioni scendano fino a quotazioni stracciate e allora comprerai il pacchetto di controllo.”

“Ormai la Struan è una compagnia pubblica, anche se le varie compagnie sono strettamente legate le une alle altre” disse Havergill. “Forse sarebbe stato meglio dare ascolto ad Alastair e a me… noi ti avevamo indicato i rischi che avresti corso come compagnia pubblica. E forse avresti dovuto consultarci prima di comprare quella quantità enorme di azioni. Evidentemente, Quillan pensa di averti in pugno, e per la verità tu sei un po’ troppo esposto, vecchio mio. Bene, non aver paura, Ian, non permetteremo che la Nobil Casa fallisca.”

Dunross rise e si alzò. “La colonia starà molto meglio quando tu te ne sarai andato.”

“Ah sì?” scattò Havergill. “Il mio mandato scade il 23 novembre. Può darsi che tu debba lasciare la colonia prima di me!”

“Non pensi che…” cominciò Johnjohn, sbigottito dalla furia di Havergill, ma s’interruppe quando il vicepresidente si girò verso di lui.

“Il tuo mandato incomincia il 24 novembre. Purché l’assemblea generale annuale confermi la nomina. Fino a quel momento, la Victoria la dirigo io.”

Dunross rise di nuovo. “Non esserne troppo sicuro.” E uscì.

Rabbiosamente, Johnjohn ruppe il silenzio. “Potresti facilmente indire una riunione d’emergenza. Potresti…”

“La faccenda è chiusa! Hai capito? Chiusa!” Furiosamente, Havergill accese un’altra sigaretta. “Prima dobbiamo risolvere i nostri problemi. Ma se questa volta quel bastardo riesce a cavarsela mi sorprenderei moltissimo. È in una posizione pericolosa, molto pericolosa. Non sappiamo niente di quel maledetto americano e della sua ragazza. Sappiamo che Ian è recalcitrante, arrogante e non è più all’altezza della situazione. Non è l’uomo adatto.”

“Questo non…”

“Noi siamo un istituto con fini di lucro, non un’opera pia, e per troppi anni i Dunross e gli Struan hanno avuto anche troppa voce in capitolo nei nostri affari. Se possiamo acquisire il controllo, noi diventiamo la Nobil Casa dell’Asia… noi! Riavremo il suo blocco delle nostre azioni. Silureremo tutti gli amministratori delegati e insedieremo subito una nuova gestione, raddoppieremo il nostro denaro, e io lascerò alla banca un’eredità duratura. Siamo qui per questo… guadagnare per la nostra banca e per i nostri azionisti! Ho sempre considerato il tuo amico Dunross un rischio altissimo, e adesso sta andando a picco. E se potrò contribuire a mettergli la corda al collo, lo farò!”

Il dottore stava contando le pulsazioni di Fleur Marlowe con l’antiquato cronometro d’oro. Centotré. Troppe, pensò tristemente. Depose sulla coperta il polso delicato. Peter Marlowe uscì dal piccolo bagno dell’appartamento.

“Non va bene, eh?” chiese burbero Tooley.

Peter Marlowe sorrise stancamente. “Piuttosto fastidioso. Ho i crampi e non viene fuori altro che un po’ di liquido.” Posò gli occhi sulla moglie che giaceva, pallida, sul letto matrimoniale. “Come va, tesoro?”

“Bene” disse lei. “Bene, grazie, Peter.”

Il dottore prese la borsa antiquata e ripose lo stetoscopio. “C’erano tracce di sangue, signor Marlowe?”

Peter Marlowe scosse la testa e sedette stancamente. Lui e la moglie non avevano dormito molto. I crampi erano incominciati verso le quattro del mattino ed erano continuati fino a quel momento, con intensità crescente. “No, almeno non ancora” disse. “Sembra un comune attacco di dissenteria… crampi e poche evacuazioni.”

“Comune? Ha avuto la dissenteria? Quando? Di che genere?”

“Credo che fosse enterica. Ero… ero prigioniero a Changi nel ’45… anzi tra il ’42 e il ’45, per un po’ a Giava, ma soprattutto a Changi.”

“Oh, capisco. Mi dispiace.” Il dottor Tooley ricordava tutte le storie orribili che s’erano diffuse dopo la guerra sul trattamento inflitto dai giapponesi ai militari britannici e americani. “Mi sono sempre sentito tradito, stranamente” disse il dottore in tono triste. “I giapponesi erano sempre stati nostri alleati… sono una nazione insulare, come noi. Ottimi combattenti. Ero con i Chindits. Mi sono lanciato due volte con Wingate.” Wingate era un eccentrico generale britannico che aveva inventato un piano di battaglia poco ortodosso per mandare colonne di soldati britannici, chiamati Chindits in codice, a compiere azioni di disturbo dall’India alle giungle birmane dietro le linee giapponesi, rifornendole con lanci aerei. “Ho avuto fortuna… l’intera operazione Chindit era piuttosto rischiosa” disse. Mentre parlava teneva d’occhio Fleur, soppesando i sintomi, facendo appello alla sua esperienza, cercando di scoprire la malattia e di isolare il vero nemico tra le miriadi di possibilità prima che potesse danneggiare il feto. “Quei dannati aerei continuavano a sbagliare i lanci.”

“Ho conosciuto un paio dei suoi compagni a Changi.” Peter Marlowe cercò di mettere a fuoco i ricordi. “Nel ’43 o ’44, non ricordo esattamente quando. E non ricordo neppure i nomi. Li avevano catturati e mandati a Changi.”

“Deve essere stato nel ’43.” Il dottore s’era incupito. “Un’intera colonna era caduta in un’imboscata, nei primi mesi dell’anno. Quelle giungle sono incredibili, per chi non c’è mai stato. Molto spesso, non sapevamo neppure noi cosa diavolo stavamo facendo. Purtroppo, molti dei ragazzi non sopravvissero abbastanza a lungo per finire a Changi.” Il dottor Tooley era un bel vecchio con il naso grosso, i capelli radi e le mani calde. Sorrise a Fleur. “Dunque, cara signora” disse con voce burbera e affettuosa. “Lei ha un po’ di feb…”

“Oh… mi scusi, dottore” disse lei precipitosamente, interrompendolo e sbiancando in viso. “Credo…” Si alzò e corse goffamente in bagno. La porta si chiuse alle sue spalle. C’era una macchiolina di sangue sulla parte posteriore della camicia da notte.

“Come sta?” chiese Marlowe, teso.

“La temperatura è trentanove, il polso molto alto. Potrebbe essere una semplice gastroenterite…” Il dottore lo guardò.

“Potrebbe essere epatite?”

“No. È troppo presto. Il periodo d’incubazione va dalle sei settimane ai due mesi. Temo che questo spettro aleggi sulla testa di tutti. Mi dispiace.” Uno scroscio di pioggia investì le finestre. Le guardò e aggrottò la fronte, ricordando che non aveva messo in guardia Dunross e gli americani contro il pericolo dell’epatite. Forse sarà meglio aspettare e avere pazienza. “Due mesi, per stare tranquilli. Voi due siete stati vaccinati, quindi non dovrebbe esserci il pericolo della febbre tifoide.”

“E il bambino?”

“Se i crampi peggiorano è possibile che sua moglie abortisca, signor Marlowe” disse sottovoce il dottore. “Mi dispiace, ma è meglio che lo sappia. In ogni caso, non sarà facile per lei… Dio solo sa quali virus e batteri ci sono ad Aberdeen. È una fogna, è così da un secolo. È una vergogna, ma non possiamo farci niente.” Si frugò in tasca, cercando il ricettario. “È impossibile cambiare i cinesi e le abitudini secolari. Mi dispiace.”

“È il fato” disse Peter Marlowe, depresso. “Ci ammaleremo tutti? Dovevamo essere quaranta o cinquanta, in acqua… era impossibile non bere un po’ di quello schifo.”

Il dottore esitò. “Su cinquanta, probabilmente cinque si ammaleranno gravemente, cinque staranno benone, e gli altri… una via di mezzo. Gli yan di Hong Kong, gli abitanti della colonia, dovrebbero risentirne meno dei visitatori. Ma, come ha detto lei, è soprattutto questione di fato.” Il dottore trovò il ricettario. “Le prescriverò un nuovo antibiotico intestinale, ma continueremo con il Rimedio del dottor Colicos… vi rimetterà a posto la pancia. Tenga d’occhio sua moglie. Ha il termometro?”

“Oh, sì. Con i…” Un crampo passeggero scosse Peter Marlowe. “Quando si viaggia con i bambini piccoli bisogna portarsi dietro una cassetta di pronto soccorso.” I due uomini si sforzavano di non guardare la porta del bagno. La sentivano gemere nella morsa dei dolori.

“Quanti anni hanno i suoi figli?” chiese distrattamente il dottor Tooley, cercando di nascondere la preoccupazione mentre scriveva la ricetta. Quando era entrato aveva notato l’allegro disordine nella minuscola stanza da letto che si apriva sul piccolo, anonimo soggiorno… ci stavano appena i due letti a castello e una quantità di giocattoli. “Le mie sono grandi, ormai. Tre femmine.”

“Come? Oh, le nostre hanno quattro e otto anni.”

“Avete un’amah?”

“Oh, sì. Sì. Ha accompagnato le piccole a scuola, stamattina, con questa pioggia. Attraversano il porto e prendono un bo-pi.” Un bo-pi era un tassì abusivo: di tanto in tanto, tutti se ne servivano. “La scuola è vicino a Garden Road. Molto spesso insistono per andarci da sole. Non ci sono pericoli.”

“Oh, sì. Sì, certo.”

Tutti e due tendevano l’orecchio verso i lamenti di Fleur. Ogni gemito soffocato li scuoteva.

“Bene, non si preoccupi” disse esitando il dottore. “Le farò mandare l’antibiotico… c’è una farmacia nell’albergo. Lo farò segnare sul suo conto. Tornerò questa sera alle sei, cercherò d’essere puntuale. Se ci fosse qualche complicazione…” Porse gentilmente una ricetta. “Qui c’è il mio numero di telefono. Mi chiami, eh?”

“Grazie. Il suo onorario…”

“Non si preoccupi, signor Marlowe. L’importante è rimettervi in sesto.” Il dottor Tooley fissava intanto la porta. Aveva paura di andarsene. “Lei era nell’esercito?”

“No. Aeronautica.”

“Ah! Anche mio fratello. Precipitò a…” Il dottore s’interruppe.

Fleur Marlowe chiamò dal bagno, esitante. “Dottore… può… può… per favore…”

Tooley andò alla porta. “Sì, signora Marlowe? Come sta?”

“Può… può… per favore…”

Tooley aprì la porta ed entrò, richiudendola.

Il fetore acido e dolciastro del bagno era pesante, ma non vi badò.

“Io… è…” Un altro crampo la fece contorcere.

“Su, non si preoccupi” disse lui, calmandola. Le posò una mano sulla schiena e l’altra sullo stomaco, per sostenere i muscoli addominali, massaggiando delicatamente. “Su, su! Si rilassi. La sosterrò io.” Sentì i muscoli contratti sotto le sue dita, cercò di trasmetterle la sua forza. “Lei ha all’incirca l’età di mia figlia, la più giovane. Ne ho tre, e la maggiore ha due bambini… Su, si rilassi, pensi che i dolori passeranno e presto starà meglio…” Poco a poco, i crampi passarono.

“Io… Dio, mi scu… mi scusi.” La giovane donna cercò brancolando la carta igienica, ma i crampi la riassalirono. C’era poco spazio, ma il dottor Tooley l’aiutò e la sostenne come meglio poteva. Un dolore gli trafisse la schiena.

“Adesso… adesso va meglio” disse lei. “Grazie.”

Il dottore sapeva che non andava meglio. Fleur Marlowe era coperta di sudore. Le terse la faccia con la spugna. Poi l’aiutò ad alzarsi, sorreggendola premurosamente. La pulì. Sulla carta c’erano chiazze di sangue, e nell’acqua sporca della tazza c’eraho tracce di muco sanguinolento, ma non si trattava ancora di un’emorragia. Sospirò di sollievo. “Si riprenderà benissimo” le disse. “Ecco, si alzi un momento. Non abbia paura!” Guidò le mani della giovane donna verso il bordo del lavabo. Piegò prontamente un asciugamani asciutto, nel senso della lunghezza e glielo avvolse intorno allo stomaco, rimboccando i lembi perché restasse a posto. “È il sistema migliore, in questi casi. Sostiene il ventre e lo tiene caldo. Anche mio nonno era medico, nell’esercito dell’India, e giurava che era il sistema migliore.” La guardò, attentamente. “Lei è una donna coraggiosa. Si riprenderà benissimo. Pronta?”

“Sì. Mi scu… mi scusi per…”

Il dottore aprì la porta. Peter Marlowe si precipitò ad aiutarlo. La misero a letto.

Lei restò immobile, esausta, con una ciocca di capelli madidi sulla fronte. Il dottor Tooley li scostò e la guardò, pensieroso. “Credo, signora mia, che per un giorno o due sarà meglio ricoverarla in clinica.”

“Oh, ma… ma…”

“Non è il caso di preoccuparsi. Ma è meglio offrire una possibilità al piccino, eh? E con due bambine, qui, non starebbe tranquilla. Due giorni di riposo basteranno.” La voce burbera li commosse e li calmò entrambi. “Vado a telefonare. Tornerò fra un quarto d’ora.” Guardò Peter Marlowe, sotto le sopracciglia irsute. “La clinica è a Kowloon, quindi le risparmierà un lungo tragitto fino all’Isola. Molti di noi ci vanno ed è ottima, pulita, attrezzata per ogni emergenza. Può prepararle una valigetta?” Scrisse l’indirizzo e il numero di telefono. “Dunque, signora mia, tornerò fra qualche minuto. Sarà meglio così: non dovrà preoccuparsi per le bambine. So che è un problema, quando si sta male.” Sorrise a tutti e due. “Non si preoccupi di niente, eh, signor Marlowe? Parlerò al cameriere e gli chiederò di dare una mano per tenere tutto in ordine, qui. E non si preoccupi per la spesa.” Le rughe intorno ai suoi occhi si fecero ancora più profonde. “Siamo filantropi, qui a Hong Kong, con i nostri giovani ospiti.”

Il dottor Tooley uscì. Peter Marlowe sedette sul letto. Sconsolato.

“Spero che le bambine siano arrivate bene a scuola” disse Fleur.

“Oh, sì. Ah Sop sa il fatto suo.”

“Come farai a cavartela?”

“Sarò un portento nelle mie funzioni di madre. Si tratta solo di un giorno o due.”

Lei si mosse, stancamente, appoggiandosi su una mano e guardando la pioggia e il grigio spento dell’albergo al di là della strada stretta che odiava tanto perché nascondeva il cielo. “Spero… spero che non… non verrà a costare troppo” disse con un filo di voce.

“Non preoccuparti, Fleur. Andrà tutto bene. Pagherà l’Associazione degli Scrittori.”

“Davvero? Scommetto di no, Peter, non pagherà in tempo. Accidenti! Siamo già così a corto.”

“Posso sempre farmi fare un prestito sull’assegno dell’anno prossimo Non…”

“Oh, no! No, non possiamo farlo, Peter. Non dobbiamo. Eravamo d’accordo. Altri… altrimenti sarai di nuo… di nuovo in trappola.”

“Qualcosa salterà fuori” disse lui, con sicurezza. “Il mese prossimo il tredici cade di venerdì, e ci ha sempre portato fortuna.” Il suo romanzo era uscito un giorno tredici, e un giorno tredici era entrato nell’elenco dei bestseller. Quando lui e sua moglie erano al verde, tre anni prima, un altro giorno tredici lui aveva concluso un ottimo contratto per una sceneggiatura. La sua prima regia gli era stata confermata un giorno tredici. E l’aprile precedente, venerdì tredici, una casa cinematografica di Hollywood gli aveva acquistato i diritti del romanzo per 157.000 dollari. L’agente s’era preso il suo 10 per cento e Peter Marlowe aveva suddiviso il resto del pagamento in cinque annualità anticipate. Cinque anni durante i quali la famiglia avrebbe avuto a disposizione il denaro per poter dire “crepa”. 25.000 dollari all’anno, ogni gennaio. Quanto bastava, con un po’ di oculatezza, per pagare le scuole e le cure mediche e l’ipoteca e la macchina e le altre rate… cinque splendidi anni di libertà, senza le solite preoccupazioni. E la libertà di rifiutare una sceneggiatura e una regia per venire a Hong Kong per un anno, senza retribuzione, libero di fare ricerche per il secondo libro. Oh, Cristo, pensò Peter Marlowe, improvvisamente agghiacciato. Cosa diavolo sto cercando? Cosa diavolo ci faccio qui? “Cristo” disse, avvilito, “se non avessi insistito per andare a quella festa, tutto questo non sarebbe successo.”

“Il fato” Fleur sorrise, debolmente. “Il fato, Peter. Ricordalo… me lo ripeti sempre. Il fato, solamente il fato, Peter. Oh, Cristo, come sto male.”