44.

Ore 11,30

La macchina della polizia che portava il sovrintendente Armstrong avanzava lentamente tra la folla brulicante e rabbiosa che si era riversata sulla strada davanti alla banca Ho-Pak, dirigendosi verso la stazione di polizia di East Aberdeen. C’erano altre folle che intasavano le Vic davanti a tutte le altre banche della zona, grandi e piccole – persino la Victoria di fronte alla Ho-Pak – e tutti erano impazienti di ritirare il loro denaro.

Dovunque gli umori erano incostanti e pericolosi, e l’acquazzone accresceva la tensione. Le barriere erette per incanalare la gente che entrava e usciva dalle banche erano presidiate da poliziotti altrettanto ansiosi e irritati… venti contro mille, e armati soltanto di sfollagente.

“Grazie a Dio piove” borbottò Armstrong.

“Prego?” chiese l’autista. Lo stridore esasperante dei tergicristalli mal regolati quasi sommerse la sua voce.

Armstrong ripeté il commento, più forte, e aggiunse: “Se fosse caldo e umido, questo maledetto posto sarebbe in rivolta. La pioggia è un dono di Dio.”

“Sì, signore. Sì, è vero.”

Più oltre, l’auto della polizia si fermò davanti alla stazione. Armstrong entrò in fretta. L’ispettore capo Donald C.C. Smyth lo stava aspettando. Aveva il braccio al collo.

“Scusa il ritardo” disse Armstrong. “Il traffico è intasato per chilometri.”

“Non importa. Mi dispiace, ma sono un po’ a corto di uomini, vecchio mio. West Aberdeen collabora e anche Central, ma anche loro hanno problemi. Accidenti alle banche! Dovremo arrangiarci con un agente sul retro della casa – è già piazzato, nell’eventualità che uno di quei delinquenti cerchi di scappare – e noi, con Wu dagli Occhiali, che saliremo dall’ingresso principale.” Smyth spiegò ad Armstrong il suo piano.

“Bene.”

“Vogliamo andare? Preferirei non stare via molto.”

“Certo. Fuori non promette troppo bene.”

“Spero che questa maledetta pioggia continui fino a quando le maledette banche chiuderanno i battenti o pagheranno l’ultimo penny. Ti sei fatto liquidare?”

“Stai scherzando? Per quella miseria che ho in banca!” Armstrong si stirò per alleviare il mal di schiena. “Ah Tam è in casa?”

“A quanto ne sappiamo, sì. Lavora per la famiglia Ch’ung. Lui è uno spazzino.

Potrebbe esserci anche uno dei Lupi Mannari, quindi dobbiamo entrare in fretta. Il commissario mi ha autorizzato a portare una pistola. Ne vuoi una anche tu?”

“No. No, grazie. Andiamo.”

Smyth era più basso di Armstrong, ma aveva una bella figura e l’uniforme gli stava bene. Goffamente, a causa del braccio al collo, prese l’impermeabile e si avviò, poi si fermò di colpo. “Caspita, m’ero dimenticato! Scusami, l’SI, Brian Kwok ti ha cercato. Ha lasciato detto di chiamarlo. Vuoi farlo dal mio ufficio?”

“Grazie. C’è un po’ di caffè? Mi andrebbe una tazza.”

“Subito.”

L’ufficio era lindo, efficiente e anonimo, ma Armstrong notò le poltrone eleganti e la scrivania e la radio. “Regali di clienti grati” disse disinvolto Smyth. “Ti lascio per un paio di minuti.”

Armstrong annuì e fece il numero. “Sì, Brian?”

“Oh, ciao, Robert! Come va? Il Vecchio dice che devi portarla al comando, non interrogarla a East Aberdeen.”

“D’accordo. Stiamo per muoverci. Al comando, eh? Come mai?”

“Lui non me l’ha detto, ma oggi è di buon umore. Sembra che questa sera avremo un 16/2.”

L’interesse di Armstrong si acuì. Nel gergo dell’SI, un 16/2 voleva dire che avevano identificato una spia nemica e stavano per arrestarla. “Qualcosa che ha a che fare con il nostro problema?” chiese guardingo, alludendo al Sevrin.

“Può darsi.” Una pausa. “Ricordi quello che dicevo della nostra talpa? Sono più che mai convinto di avere ragione.” Brian Kwok passò al cantonese, usando frasi oblique e allusioni, nell’eventualità che qualcuno ascoltasse. Armstrong divenne sempre più preoccupato, via via che il suo migliore amico gli riferiva quello che era successo all’ippodromo, il lungo incontro a quattr’occhi fra Crosse e Suslev.

“Ma non vuol dir niente. Crosse conosce quel tipo. Anch’io ho bevuto con lui un paio di volte, per sondarlo.”

“Può darsi. Ma se Crosse è la nostra talpa, sarebbe nel suo stile avere un colloquio in pubblico. Heya?

Armstrong era in preda alla nausea per l’apprensione. “Adesso non è il momento, vecchio mio” disse. “Appena arriverò al comando, dovremo fare quattro chiacchiere. Magari andare a pranzo insieme per parlarne.”

Un’altra pausa. “Il Vecchio vuole che ti presenti da lui appena porti qui l’amah.”

“Sta bene. Ci vediamo.”

Armstrong depose il ricevitore. Smyth rientrò. Gli porse il caffè. “Brutte notizie?”

“Niente altro che guai” disse acido Armstrong. “Sempre guai.” Sorseggiò il caffè. La tazza era di porcellana bellissima, e il caffè fresco, di prima scelta e delizioso. “Ottimo! Buonissimo. Crosse vuole che la porti direttamente al comando, non qui.”

Smyth inarcò le sopracciglia. “Cristo, cos’ha di tanto importante quella vecchia megera?” chiese, bruscamente. “È nella mia giurisdiz…”

“Cristo, non lo so! Non me ne fr…” Armstrong si trattenne. “Scusami, non ho potuto dormire molto in questi ultimi giorni. Non sono io che do gli ordini. Crosse ha detto di portarla al comando. Niente spiegazioni. Lui può passare sopra la testa di chiunque. L’SI può passare sopra la testa di chiunque, lo sai!”

“Quel bastardo arrogante!” Smyth finì il caffè. “Grazie a Dio, io non sono nell’SI. Non sopporterei di avere a che fare tutti i giorni con quel tipo.”

“Io non sono nell’SI, eppure continua a causarmi guai.”

“Era per via della nostra talpa?”

Armstrong alzò gli occhi di scatto. “Quale talpa?”

Smyth rise. “Andiamo, per amor del cielo! Fra i Draghi corre voce che i nostri intrepidi superiori abbiano avuto l’ordine di trovare lo spione molto in fretta. Sembra addirittura che il ministro stia facendo pressioni sul governatore. A Londra sono così inferociti che mandano qui il capo dell’MI-6… immagino tu sappia che Sinders arriverà domani con il volo della BOAC.”

Armstrong sospirò. “Dove diavolo si procurano tutte queste informazioni?”

“Telefonisti, amah, spazzini… chissà. Ma puoi scommetterci, vecchio mio, che almeno uno di loro sa tutto. Conosci Sinders?”

“No, non l’ho mai visto.” Armstrong sorseggiò il caffè, godendosi il ricco sapore che gli dava una nuova forza. “Se sanno tutto, allora chi è la talpa?”

Dopo una pausa, Smyth disse: “Questo tipo d’informazione costerebbe salato. Devo chiedere il prezzo?”

“Sì. Ti prego.” Armstrong posò la tazza. “La talpa non ti dà fastidio, vero?”

“No, per niente. Io faccio il mio lavoro, mille grazie, e non è compito mio preoccuparmi delle talpe o cercare di acchiapparle. Appena metti le mani su quel tipo, ci sarà qualcun altro che verrà convertito o infiltrato; e noi facciamo lo stesso con loro, chiunque essi siano. Intanto, se non fosse per questa maledetta storia della Ho-Pak, la mia stazione sarebbe ancora la migliore, e la mia zona di East Aberdeen la più tranquilla della colonia, e questa è la sola cosa che m’interessa.” Smyth presentò un lussuoso portasigarette d’oro. “Fumi?”

“No, grazie. Ho smesso.”

“Buon per te. No, purché mi lascino in pace fino a quando andrò in pensione fra quattro anni, per me il mondo sta bene com’è.” Smyth accese la sigaretta con un accendino d’oro, e Armstrong l’odiò ancora di più. “A proposito, credo che tu sia uno stupido a non prendere la busta che viene lasciata tutti i mesi nella tua scrivania.”

“Lo sai?” L’espressione di Armstrong s’indurì.

“Sì. Non è necessario che tu faccia niente, in cambio. Niente di niente. Garantito.”

“Ma quando ne hai accettata una, ti trovi in alto mare senza remi.”

“No. Siamo in Cina, e non è la stessa cosa.” Anche gli occhi azzurri di Smyth s’indurirono. “Ma questo lo sai meglio di me.”

“Uno dei tuoi ‘amici’ ti ha detto di riferirmi il messaggio?”

Smyth scrollò le spalle. “Ho sentito dire un’altra cosa. La tua parte della ricompensa offerta dai Draghi per aver trovato John Chen ammonta a 40.000 dollari di Hong Kong e…”

“Non l’ho trovato io!” La voce di Armstrong era aspra.

“Comunque, la somma sarà in una busta nella tua scrivania questa sera. Così ho sentito dire, vecchio mio. È solo una voce, naturalmente.”

Armstrong stava analizzando quell’informazione. 40.000 dollari di Hong Kong coprivano esattamente, magnificamente, il debito più pressante che lui doveva saldare entro lunedì, le perdite in Borsa… “Ecco, davvero, vecchio mio, dovrebbe pagare. Ormai è più di un anno e abbiamo certe regole. Anche se non voglio insistere, davvero, devo sistemare la cosa…”

Smyth ha ragione anche stavolta, pensò senza amarezza. Questi bastardi sanno tutto, e per loro deve essere stato facile scoprire i miei debiti. E allora, prenderò la busta o no?

“Solo quaranta?” chiese con un sorriso forzato.

“Immagino che siano sufficienti per far fronte al tuo problema più assillante” disse Smyth, con la stessa espressione dura negli occhi. “Non è così?”

Armstrong non era incollerito perché il Serpente sapeva tante cose della sua vita privata. Io ne so altrettante della sua, anche se non so quanto denaro ha e dove lo tiene. Ma sarebbe facile scoprirlo, sarebbe facile rovinarlo se volessi. Molto facile. “Grazie per il caffè. Non ne bevevo uno così da molti anni. Vogliamo andare?”

A fatica, Smyth infilò l’impermeabile d’ordinanza sull’uniforme ben tagliata, si assestò la fascia che gli sosteneva il braccio, si calcò il berretto sulla testa e si avviò. Durante il tragitto, Armstrong si fece ripetere da Wu tutto quello che era successo, e quel che era stato detto dal giovane che affermava d’essere uno dei Lupi Mannari e, più tardi, dalla vecchia amah. “Molto bene, Wu” disse Armstrong quando il giovane ebbe finito. “Un ottimo esempio di vigilanza e d’indagine. Eccellente. L’ispettore capo Smyth mi ha detto che vorresti entrare nell’SI.”

“Sì, signore.”

“Perché?”

“È importante, un ramo importante dell’SB, signore. Ho sempre provato interesse per la sicurezza, per tenere lontani i nostri nemici e proteggere la colonia, e credo che sarebbe molto interessante e importante. Vorrei rendermi utile se fosse possibile, signore.”

Per un momento, ascoltarono l’ululato lontano delle sirene dei vigili del fuoco, che scendevano dal fianco della collina.

“Qualche stupido bastardo avrà rovesciato un altro fornello” commentò in tono acido Smyth. “Cristo, grazie a Dio piove!”

“Sì” disse Armstrong; poi soggiunse, rivolgendosi a Wu: “Se quel che hai riferito è esatto, ti raccomanderò all’SB o all’SI.”

Wu dagli Occhiali non riuscì a trattenere un sorriso raggiante. “Sì, signore. Grazie, signore. Ah Tam viene veramente dal mio villaggio. Sì, signore.”

Svoltarono nel vicolo. Folle di acquirenti e di bottegai, sotto gli ombrelloni e i tendoni, li spiavano con sospettoso malumore. Smyth era il quai loh più conosciuto e temuto di Aberdeen.

“È quella, signore” bisbigliò Wu. Come era stato deciso in anticipo, Smyth si fermò distrattamente davanti a un banchetto, da un lato del portone, fingendo di guardare le verdure e provocando un trauma al bottegaio. Armstrong e Wu passarono oltre l’entrata, poi tornarono indietro, mentre anche Smyth convergeva verso di loro. Salirono in fretta le scale, e nello stesso istante due agenti in uniforme che li avevano seguiti a distanza di sicurezza si materializzarono per bloccare l’ingresso. Poi uno dei due corse in un vicolo ancora più stretto e girò dietro la casa per assicurarsi che l’agente in borghese fosse ancora piazzato a sorvegliare l’unica uscita posteriore: quindi ritornò precipitosamente alle barricate davanti alla Victoria, che erano a corto di uomini.

L’interno del caseggiato era squallido e sudicio quanto l’esterno, e i rifiuti si ammucchiavano su ogni pianerottolo. Smyth, che procedeva in testa, si fermò al terzo ballatoio, aprì la fondina e si fece da parte. Senza esitare, Armstrong spinse la fragile porta, fece saltare la serratura ed entrò. Smyth si affrettò a seguirlo. Wu dagli Occhiali, nervosamente, restò di guardia all’ingresso. Era una stanza squallida, con divani vecchi e vecchie sedie e vecchie tende sporche, e nell’aria c’era l’odore dolciastro e fetido dell’oppio e dell’olio fritto. Una matrona tozza di mezz’età li guardò a bocca aperta e lasciò cadere il giornale. I due uomini si precipitarono verso le porte interne. Smyth ne spalancò una e trovò una camera da letto in disordine, un’altra rivelò un bagno sporco, una terza un’altra stanza da letto, con quattro brande sfatte. Armstrong aprì l’ultima porta. Dava in una cucina minuscola, sudicia e ingombra, dove Ah Tam stava china sull’acquaio lurido. La vecchia lo fissò, stordita. Dietro di lei c’era un’altra porta. Prontamente, Armstrong passò oltre e la spalancò. Era più un ripostiglio che una stanza, vuota, senza finestre, con uno sfiatatoio nel muro e lo spazio appena sufficiente per una brandina senza materasso e un cassettone traballante.

Armstrong tornò in soggiorno, mentre Ah Tam lo seguiva ciabattando. Adesso respirava normalmente e il suo cuore stava ritrovando il ritmo normale. Avevano impiegato solo pochi secondi. Smyth estrasse i documenti e disse gentilmente: “Ci scusi per il disturbo, signora, ma abbiamo un mandato di perquisizione.”

“Cosa?”

“Traduci, Wu” ordinò Smyth, e subito il giovane agente ripeté quello che era stato detto e, come avevano concordato in anticipo, cominciò a comportarsi come se fosse l’interprete dei due stupidi poliziotti quai loh che non parlavano cantonese.

La donna restò a bocca aperta. “Perquisizione!” strillò. “Per che cosa? Qui siamo rispettosi della legge! Mio marito lavora per il governo e ha amici importanti e se state cercando la scuola di gioco d’azzardo noi non c’entriamo: è al quarto piano sul retro e noi non sappiamo niente di quelle puzzolenti puttane del 16 che lavorano a tutte le ore e danno fastidio a noi persone per…”

“Basta così” disse bruscamente Wu. “Siamo della polizia e abbiamo una missione importante! Questi signori della polizia sono importanti! Lei è la moglie di Ch’ung lo spazzino?”

“Sì” rispose cupa la donna. “Cosa volete da noi? Non abbiamo fatto nien…”

“Basta così!” interruppe Armstrong in inglese, con studiata arroganza. “Quella è Ah Tam?”

“Lei! Lei è Ah Tam?”

“Eh, io? Cosa?” La vecchia amah si tirò nervosamente il grembiule. Non aveva riconosciuto Wu.

“Dunque lei è Ah Tam! La dichiaro in arresto.”

Ah Tam sbiancò, e l’altra donna imprecò precipitosamente: “Ah! Dunque cercano te! Ah, noi non sappiamo niente di lei, l’abbiamo solo raccolta per la strada qualche mese fa e le abbiamo dato una casa e uno sti…”

“Wu, dille di tacere!”

Wu glielo ordinò sgarbatamente. La donna obbedì, ancora più torva. “Questi signori vogliono sapere se qui c’è qualcun altro.”

“Non c’è nessuno. Sono ciechi? Non hanno fatto irruzione in casa mia come assassini, non hanno visto con i loro occhi?” disse in tono truculento la donna. “Io non so niente di niente.”

“Ah Tam! Questi signori vogliono sapere dov’è la sua camera.”

L’amah ritrovò la voce e cominciò a farfugliare: “Cosa vuole da me, onorevole poliziotto? Non ho fatto niente, non sono una clandestina, ho i documenti fin dall’anno scorso. Non ho fatto niente. Sono una persona civile che obbedisce alla legge e che ha lavorato per tutta la vi…”

“Dov’è la sua camera?”

La padrona di casa tese il braccio. “Là!” disse con quella sua voce stridula. “Dove dovrebbe essere la sua camera? Naturalmente è lì, vicino alla cucina! Questi diavoli stranieri sono stupidi? Dove vivono le cameriere? E tu, tu… vecchio verme! Mettere nei guai la gente onesta! Che cos’ha fatto? Se ha rubato la verdura, io non c’entro!”

“Zitta, o la porteremo al comando, e senza dubbio il giudice la farà arrestare! Zitta!”

La donna cominciò a imprecare, poi si trattenne.

Armstrong disse: “E adesso, che cosa…” Poi notò che parecchi cinesi stavano curiosando sul pianerottolo. Li guardò e avanzò di un passo verso di loro. I cinesi sparirono. Chiuse la porta, nascondendo il suo divertimento. “Adesso, chiedi a tutte e due che cosa sanno dei Lupi Mannari.”

La donna guardò Wu a bocca aperta. Ah Tam divenne ancor più cinerea.

“Eh, io? Lupi Mannari? Niente! Perché dovrei sapere qualcosa di quegli sporchi sequestratori? Che cos’hanno a che fare con me? Niente, proprio niente!”

“E lei, Ah Tam?”

“Io? Niente del tutto” disse la vecchia in tono querulo. “Io sono una rispettabile amah che fa il suo lavoro e nient’altro!”

Wu tradusse le loro risposte. Armstrong e Smyth notarono che la traduzione era esatta, rapida e agile. Con pazienza, continuarono il gioco che avevano fatto tante altre volte. “Dille che farà meglio a confessare subito la verità.” Armstrong la guardò minaccioso. Non provava malevolenza verso di lei, e lo stesso si poteva dire di Smyth. Volevano soltanto la verità. La verità poteva portare all’identificazione dei Lupi Mannari, e prima quei delinquenti fossero stati impiccati per omicidio, e più sarebbe stato facile controllare Hong Kong, e i cittadini ligi alla legge, inclusi loro stessi, avrebbero potuto dedicarsi ai loro affari e ai loro svaghi… far quattrini o giocare alle corse o andare a puttane. Sì, pensò Armstrong, commiserando la vecchia. Scommetto 20 dollari contro uno spillone rotto che quella megera non sa niente, ma sono convinto che Ah Tam ne sappia più di quanto ci dirà mai.

“Voglio la verità. Diglielo!” esclamò.

“Verità? Quale verità, onorevole signore? Come potrebbe questa povera vecchia sapere qual…”

Armstrong alzò la mano, con gesto teatrale. “Basta!” Era un altro segnale prestabilito. Subito, Wu dagli Occhiali passò al dialetto di Ning-tok che gli altri non capivano. “Sorella maggiore, le consiglio di parlare subito e apertamente. Sappiamo già tutto!”

Ah Tam lo fissò a bocca aperta. Aveva solo due denti storti nella gengiva inferiore. “Eh, fratello minore?” rispose nello stesso dialetto, colta alla sprovvista. “Cosa vuole da me?”

“La verità! So tutto di lei!”

La vecchia lo scrutò, senza riconoscerlo. “Quale verità? Non l’ho mai visto in tutta la mia vita!”

“Non si ricorda di me? Al mercato del pollame? Mi ha aiutato a comprare un pollo e poi abbiamo preso il tè. Ieri. Non ricorda? Mi ha parlato dei Lupi Mannari, mi ha detto che le avrebbero regalato una somma enorme…”

Tutti e tre scorsero il lampo fuggevole negli occhi di Ah Tam. “I Lupi Mannari?” cominciò lei in tono querulo. “Impossibile! Era qualcun’altra! È un’accusa falsa. Dica ai nobili signori che non l’ho mai vista…”

“Zitta, vecchia megera!” disse brusco Wu, e imprecò. “Ha lavorato per Wu Ting-top e il nome della sua padrona era Fan-ling, ed è morta tre anni fa, ed erano proprietari della farmacia al crocicchio! Conosco benissimo quel posto!”

“Menzogne… menzogne…”

“Dice che sono tutte menzogne, signore.”

“Bene. Dille che la porteremo alla stazione di polizia. Là si deciderà a parlare.”

Ah Tam cominciò a tremare. “Tortura? Torturerete una povera vecchia? Oh, oh, oh…”

“Quando ritorna il Lupo Mannaro? Questo pomeriggio?”

“Oh, oh, oh… non lo so… aveva detto che ci saremmo visti, ma quel ladro non è più tornato. Gli ho prestato 5 dollari per andare a casa e…”

“Dove abitava?”

“Eh? Chi? Oh, lui… lui, ha detto che era un parente di un parente e… non ricordo. Mi sembra che avesse detto North Point… non ricordo niente…”

Armstrong e Smyth attesero e sondarono, e ben presto si resero conto che la vecchia non sapeva molto, anche se cercava di evitare le domande e le sue menzogne diventavano sempre più fiorite.

“La fermeremo comunque” disse Armstrong.

Smyth annuì. “Puoi arrangiarti da solo fino a quando potrò mandarti due uomini? Dovrei tornare al mio lavoro.”

“Certo. Grazie.”

Smyth se ne andò. Armstrong disse a Wu di ordinare alle due donne di mettersi sedute e di stare zitte, mentre lui effettuava la perquisizione. Quelle obbedirono, spaventate. Armstrong andò in cucina e chiuse la porta. Subito Ah Tam si tirò la lunga treccia striminzita. “Fratello minore” bisbigliò furtivamente, sapendo che la sua padrona non capiva il dialetto di Ning-tok, “io non ho nessuna colpa. Ho conosciuto per caso quel giovane diavolo, come ho conosciuto lei. Non ho fatto niente. La gente dello stesso villaggio deve essere solidale, heya? Un bel giovane come lei ha bisogno di denaro… per le ragazze o per la moglie. È sposato, onorevole fratello minore?”

“No, sorella maggiore” disse educatamente Wu, gettando l’esca come gli era stato ordinato.

Armstrong, sulla soglia della stanzetta di Ah Tam, si chiese per la milionesima volta perché i cinesi trattassero così male la servitù, perché i servitori lavorassero in quelle condizioni di miseria e di sporcizia, perché servissero fedelmente per tutta la vita in cambio di salari miserevoli, pochissimo rispetto e nessuna gentilezza.

Ricordava che l’aveva chiesto al suo istruttore. Il vecchio poliziotto aveva risposto: “Non lo so, ragazzo mio, ma credo sia perché diventano parte della famiglia. Di solito è un lavoro che dura tutta la vita. E spesso anche i loro congiunti entrano a farne parte. I servitori apprezzano molto l’idea di ‘appartenere’ a una famiglia, e poi gli how chew – i vantaggi – sono molti. È superfluo dire che tutti i servitori si prendono una percentuale del denaro per le spese di casa, dei generi alimentari, delle bevande, del materiale per le pulizie, di tutto quanto, e naturalmente i datori di lavoro lo sanno e approvano, purché non si superi il livello accettabile… altrimenti come potrebbero pagarli così poco, se i servitori non potessero fare la cresta?”

Forse la spiegazione è questa, pensò Armstrong. È vero che prima di accettare un lavoro, qualunque lavoro, un cinese considera con estrema attenzione gli how chew, e il valore degli how chew costituisce sempre il fattore decisivo.

La stanzetta puzzava, e Armstrong cercò di ignorare il lezzo. Dallo sfiatatoio entravano spruzzi d’acqua piovana, e il suono della pioggia continuava a martellare, e tutto il muro era muffito e macchiato da mille temporali. Cercò metodicamente, scrupolosamente, con tutti i sensi tesi. C’era pochissimo spazio per nascondere qualcosa. Il letto e le lenzuola erano relativamente puliti, anche se c’erano molte pulci negli angoli. Sotto il letto non c’era niente, solo un vaso da notte scheggiato e fetido e una valigia vuota. Alcuni vecchi sacchetti e una borsa non contenevano nulla. Nel cassettone c’erano alcuni capi di vestiario, qualche gingillo da poco prezzo, un braccialetto di giada di qualità scadente. Sotto alcuni abiti era nascosta una borsetta ricamata, piuttosto fine. E dentro c’erano alcune vecchie lettere. Un ritaglio di giornale. E due fotografie.

Armstrong ebbe la sensazione che gli si fermasse il cuore.

Di lì a poco passò nella cucina, dove la luce era migliore, e scrutò di nuovo le foto, ma non si era sbagliato. Lesse il ritaglio, stordito. C’era una data nel ritaglio e c’era una data su una delle fotografie.

Nel labirinto sotterraneo della Centrale di Polizia, Ah Tam era seduta su uno sgabello scomodo al centro di una grande stanza isolata acusticamente, illuminata a giorno e dipinta di bianco, pareti bianche e soffitto bianco e pavimento bianco, con un’unica porta bianca che quasi scompariva nella parete. Persino lo sgabello era bianco. Era sola, terrorizzata, e adesso parlava senza riserve.

“E cosa sa del barbaro sullo sfondo della fotografia?” chiese da un altoparlante nascosto la voce secca e metallica di Wu, nel dialetto di Ning-tok.

“L’ho detto e l’ho ridetto e non c’è… non lo so, signore” piagnucolò la vecchia. “Voglio tornare a casa… gliel’ho detto, il diavolo straniero l’ho visto appena… che io sappia, venne a trovarci solo quella volta, signore… non ricordo, è stato un anno fa, oh, adesso posso andare? Ho detto tutto, tutto…”

Armstrong la spiava attraverso il falso specchio, nella buia sala d’osservazione, e Wu gli stava accanto. I due uomini erano cupi, a disagio. Il sudore imperlava la fronte di Wu, sebbene nella stanza ci fosse la piacevole frescura dell’aria condizionata. Un registratore girava in silenzio. Dietro di loro c’erano i microfoni, e una serie di apparecchiature elettroniche.

“Credo che ci abbia detto quello che abbiamo bisogno di sapere” disse Armstrong. La vecchia gli faceva pena.

“Sì, signore.” Wu cercava di nascondere il nervosismo. Era la prima volta che partecipava a un interrogatorio dell’SL. Era spaventato ed eccitato, e gli doleva la testa.

“Chiedile ancora come ha avuto la borsa.”

Wu obbedì. La sua voce era calma e autoritaria.

“Ma l’ho già detto e ripetuto” piagnucolò la vecchia. “Per favore, posso and…”

“Ce lo dica di nuovo, e poi potrà andare.”

“Va bene… va bene… lo dirò di nuovo… Era della mia padrona, che me l’ha regalata sul letto di morte… me l’ha regalata, lo giuro e…”

“L’ultima volta ha detto che gliel’ha regalata il giorno prima di morire. Qual è la verità?”

Ah Tam si tirò la treccia striminzita. “Non… non ricordo, signore. È stato sul letto di… è stato quando è morta… non ricordo.” La vecchia mosse le labbra senza che ne uscisse alcun suono, e poi disse con voce querula, precipitosamente: “L’ho presa e l’ho nascosta dopo che lei è morta e c’erano dentro quelle vecchie foto… non avevo nessun ritratto della mia padrona, e così ho preso anche quelle e c’era anche un tael d’argento, e mi è servito per pagare in parte il viaggio a Hong Kong durante la carestia. L’ho presa perché nessuno dei suoi figli o delle sue figlie o degli altri familiari che la odiavano e odiavano anche me mi avrebbe dato niente, e così l’ho presa quando nessuno vedeva… è stata lei a darmela prima di morire, e io l’ho nascosta, è mia, me l’ha regalata lei…”

I due ascoltarono, mentre la vecchia continuava: la lasciarono parlare. L’orologio a muro segnava la 1 e 45. La stavano interrogando da mezz’ora. “Per adesso basta, Wu. Lo ripeteremo fra tre ore, per sicurezza, ma credo che ci abbia detto tutto.” Stancamente, Armstrong prese un telefono e fece un numero. “Fatela star comoda e occupatevi di lei, e dite al medico di visitarla di nuovo.” Secondo la procedura normale dell’SI, i prigionieri venivano visitati prima e dopo ogni interrogatorio. Il medico aveva detto che Ah Tam aveva il cuore e la pressione d’una ventenne.

La porta bianca, seminascosta, si aprì. Una donna poliziotto dell’SI chiamò Ah Tam gentilmente, con un cenno. La vecchia uscì, barcollando. Armstrong spense le luci e fece riavvolgere il nastro del registratore. Wu si asciugò la fronte.

“Te la sei cavata benissimo, Wu. Impari in fretta.”

“Grazie, signore.”

Il sibilo del registratore divenne più acuto. Armstrong lo fissava in silenzio, ancora sconvolto. Il suono cessò, e l’inglese prese il nastro. “Noi segnamo sempre la data, l’ora e la durata esatta dell’interrogatorio e usiamo un nome in codice per il sospetto. Per sicurezza e per segretezza.” Cercò un numero in un registro, contrassegnò il nastro, poi prese un modulo. “Controlliamo con questo modulo. Lo codifichiamo come interrogatorio e mettiamo qui la sigla in codice di Ha Tam… V-11-3. È segretissimo e va chiuso in cassaforte.” Il suo sguardo s’indurì e Wu si sentì tremare. “Ripeto: mettiti in testa che in una bocca chiusa non entrano mosche e che tutto, nell’SI, tutto quello cui hai partecipato oggi è segretissimo.”

“Sì, signore. Sì, può contare su di me, signore.”

“Inoltre, farai bene a ricordare che l’SI risponde esclusivamente a se stessa, al governatore e al ministro, a Londra. Esclusivamente. Il buon vecchio diritto inglese e il fair play e i normali regolamenti di polizia non valgono per l’SB e l’SIhabeas corpus, processi pubblici e appello. In un caso dell’SI non c’è processo, non c’è appello, e c’è un ordine di deportazione nella Repubblica Popolare Cinese o a Formosa. Chiaro?”

“Sì, signore. Io voglio entrare nell’SI, signore, quindi può credermi. Non sono il tipo che si toglie la sete con il veleno” gli assicurò Wu, stordito dalla speranza.

“Bene. Per i prossimi giorni resterai consegnato in questo Comando.”

Wu lo guardò a bocca aperta. “Ma, signore, i miei… sì, signore.”

Armstrong uscì, precedendolo, poi chiuse la porta. Consegnò la chiave e il modulo a un agente dell’SI che era di guardia all’ingresso. “Per il momento terrò la registrazione. Ho firmato la ricevuta.”

“Sì, signore.”

“Si occupi dell’agente Wu. Sarà nostro ospite per un paio di giorni. Cominci a farsi dare i suoi precedenti… ci è stato molto utile. Lo raccomanderò all’SI.”

“Sì, signore.”

Armstrong li lasciò, prese l’ascensore e uscì al suo piano. Aveva in bocca il sapore dolciastro e nauseante dell’apprensione. Gli interrogatori dell’SI erano una maledizione. Li detestava, sebbene fossero rapidi, efficienti, e sempre fruttuosi. Lui preferiva un’antiquata lotta d’astuzia, il ricorso alla pazienza, anziché a quei moderni strumenti psicologici. “È maledettamente pericoloso, se volete sapere quel che penso io” borbottò mentre percorreva il corridoio, e il lieve odore di muffa del comando gli aggrediva le narici. Odiava Crosse e l’SI e tutto ciò che rappresentava, odiava ciò che aveva scoperto. La porta del suo ufficio era aperta. “Oh, salve, Brian” disse, chiudendola, cupo in volto. Brian Kwok aveva i piedi sulla scrivania e leggeva oziosamente uno dei giornali comunisti cinesi del mattino. Dietro di lui, le finestre erano striate di pioggia. “Cosa c’è di nuovo?”

“C’è un pezzo sull’Iran” disse il suo amico, assorto nella lettura. “Dice ‘i guerrafondai capitalisti della CIA, in collaborazione con il tirannico scià, hanno stroncato una guerra rivoluzionaria del popolo in Azerbaijan, i morti si contano a migliaia’ e così via. Non credo a tutto quello che dicono, ma sembra che la CIA e la Novantaduesima divisione aviotrasportata abbiano riportato l’ordine nella zona, e che una volta tanto gli americani ne abbiano fatta una giusta.”

“Come se servisse a qualcosa!”

Brian Kwok alzò la testa e il suo sorriso si dileguò. “Cos’è successo?”

“Mi sento male.” Armstrong esitò. “Ho ordinato due birre, poi andremo a pranzo. Ti andrebbe un curry?”

“Certo, ma se ti senti male, saltiamo il pranzo.”

“No, non è mal di stomaco. È che… detesto questi interrogatori… mi fanno venire i brividi.”

Brian Kwok lo fissò. “Avete portato qui la vecchia amah? E perché diavolo?”

“Ordine di Crosse. È una carogna!”

Brian Kwok posò il giornale. “Sì, e sono sicuro di non sbagliarmi sul suo conto” disse sottovoce.

“Adesso no, Brian. A pranzo magari sì, ma non adesso. Cristo, ho bisogno di bere qualcosa! Maledetto Crosse, e maledetta l’SI! Non sono dell’SI, eppure lui si comporta come se fossi uno dei suoi.”

“Oh? Ma parteciperai al 16/2 di questa sera. Credevo che ti avessero distaccato in quel settore.”

“Lui non me l’ha detto. Di cosa si tratta?”

“Se lui non te l’ha detto, è meglio che non te lo dica neanch’io.”

“Certo.” Era la procedura normale dell’SI, per motivi di sicurezza, limitare la diffusione delle informazioni, in modo che neppure gli agenti più fidati incaricati del caso fossero al corrente di tutto. “Non ho nessuna intenzione di farmi distaccare” disse torvo Armstrong, sebbene sapesse che, se Crosse l’avesse ordinato, lui non avrebbe potuto far nulla per impedirlo. “L’intercettazione ha a che fare con il Sevrin?”

“Non so. Lo spero.” Brian Kwok lo scrutò, poi sorrise. “Su col morale, Robert, ho buone notizie per te” disse, e Armstrong notò ancora una volta la bellezza del suo amico, i denti candidi e robusti, la carnagione dorata, il mento energico, gli occhi vivaci, una sicurezza sfrontata.

“Hai un aspetto niente male” disse. “Quali buone notizie? Hai fatto pressione su Un Piede al ristorante Para e lui ti ha dato i vincitori delle prime quattro corse di sabato?”

“Illuso! No, si tratta dei dossier che hai prelevato ieri nell’ufficio di Lo Denti di Coniglio e hai passato all’Anticorruzione. Ricordi? Ng il Fotografo?”

“Oh? Oh, sì.”

“Sembra che il nostro caro ospite cino-americano Thomas K.K. Lim, che ‘si trova in Brasile’, sia un personaggio interessante. I suoi dossier sono d’oro. Veramente d’oro! E in inglese, così i nostri ragazzi dell’Anticorruzione li hanno esaminati a gran velocità. Hai trovato un tesoro!”

“È collegato a Tsu-yan?” chiese Armstrong, subito attentissimo.

“Sì. E a parecchia altra gente. Gente molto importante, mol…”

“Banastasio?”

Brian Kwok sorrise, ma solo con le labbra. “Vincenzo Banastasio in persona. E questo collega magnificamente John Chen, i fucili, Tsu-yan, Banastasio e la teoria di Peter Marlowe.”

“Bartlett?”

“Non ancora. Però Marlowe conosce qualcuno il quale sa troppe cose che noi ignoriamo. Credo che dovremmo fare qualche indagine sul suo conto. Sei d’accordo?”

“Oh, sì. Che altro c’era in quelle carte?”

“Thomas K.K. Lim è cattolico, cino-americano della terza generazione, ed è una vera gazza. Fa collezione di corrispondenze scottanti d’ogni genere: lettere, biglietti, memorandum eccetera.” Brian Kwok sorrise di nuovo, un sorriso amaro. “I nostri amici americani sono peggiori di quanto pensassimo.”

“Per esempio?”

“Per esempio, una certa notissima e illustre famiglia del New England è coinvolta con certi generali americani e vietnamiti nella costruzione di alcune basi aeree molto grandi e molto inutili nel Vietnam… ma anche molto redditizie… per loro.”

“Alleluia! Ci sono i nomi?”

“Nomi, gradi e numero di serie. Se gli interessati sapessero che l’amico Thomas ha tutta la documentazione, correrebbe un brivido di orrore nel Sacro Famedio, nel Pentagono e in parecchie, lussuose stanze piene di fumo.”

Armstrong borbottò: “Lui è il mediatore?”

“Si qualifica come imprenditore. Oh, è in ottimi rapporti con parecchi notabili. Americani, italiani, vietnamiti, cinesi dalle due parti della barricata. Le sue carte documentano l’intera truffa. Un altro progetto prevede di incanalare vari milioni del governo americano in un altro programma fasullo di aiuti al Vietnam. 8 milioni, per l’esattezza… uno è già stato versato. L’amico Lim ha discusso persino il modo di dirottare quel h’eung yau d’un milione in Svizzera.”

“Potremmo provarlo?”

“Oh, sì, se prendiamo Thomas K.K. Lim e se abbiamo voglia di provarlo. L’ho chiesto a Crosse, ma lui si è limitato ad alzare le spalle e ha detto che non era affar nostro, e se gli americani vogliono truffare il loro governo, facciano pure.” Brian Kwok sorrideva, ma i suoi occhi erano cupi. “Sono informazioni esplosive, Robert. Se diventassero di dominio pubblico anche solo in parte, creerebbero uno scandalo enorme, su su, fino ai vertici.”

“Crosse ha intenzione di passarle a Rosemont?”

“Non lo so. Non credo. In un certo senso ha ragione. Non ci riguarda. Che maledetto stupido, quello, a mettere tutto per iscritto! Stupido! Se le meritano, certe fregature! Quando hai un momento, leggi quei documenti, sono sensazionali.”

“C’è qualche rapporto fra Lim e quegli altri delinquenti? Lo Denti di Coniglio e l’altro? È vero che rubano i fondi del CARE?”

“Oh, sì, deve essere così, ma tutti i loro documenti sono in cinese, e ci vorrà più tempo per inchiodarli.” Brian Kwok soggiunse, stranamente: “È curioso che Crosse abbia fiutato questa storia, come se sapesse che c’era un collegamento.” Abbassò la voce. “So di aver ragione sul suo conto.”

Il silenzio si prolungò. Armstrong si sentiva la bocca arida. Distolse lo sguardo dalla pioggia e fissò Brian Kwok.

“Che cos’hai?”

“Conosci quel viceconsole americano… l’omosessuale, quello che vende i visti?”

“E allora?”

“Il mese scorso, Crosse ha cenato con lui. Nel suo appartamento.”

Armstrong si massaggiò la faccia, nervosamente. “Non è una prova. Senti, domani avremo i dossier. Domani Sind…”

“Forse noi non potremo leggerli.”

“Personalmente, non me ne frega nulla. È un affare che riguarda l’SI e io sono del CID e quindi…”

Bussarono. La porta si aprì. Entrò un cameriere cinese con un vassoio e due boccali di birra gelata e fece un gran sorriso. “Buon pomeriggio, signore” disse, offrendone uno a Brian Kwok. Porse l’altro ad Armstrong e uscì.

“Buona fortuna” disse Armstrong. In quel momento si odiava. Bevve una lunga sorsata, poi andò alla cassaforte e ripose il nastro.

Brian Kwok lo studiò. “Sei sicuro di sentirti bene, vecchio mio?”

“Sì. Sì, certo.”

“Cos’ha detto la vecchia?”

“All’inizio, una quantità di bugie. E poi la verità. Tutta. Te lo racconterò a pranzo, Brian. Sai com’è… alla fine individui le bugie, se hai pazienza. Sono stufo di bugie.” Armstrong finì la birra. “Cristo, ne avevo proprio bisogno.”

“Vuoi anche la mia? Prendila.”

“No, no, grazie, ma voglio un whisky e soda prima del curry, e magari due. Bevi, e andiamo.”

Brian Kwok posò il boccale semivuoto. “Per me basta.” Accese una sigaretta. “Come ti trovi, a non fumare?”

“Male.” Armstrong lo guardò aspirare una boccata. “Niente su Voranskij? O sui suoi assassini?”

“Spariti. Abbiamo le loro fotografie, quindi li prenderemo, a meno che abbiano passato il confine.”

“O che siano già a Formosa.”

Dopo una pausa, Brian Kwok annuì. “O a Macao o nella Corea del Nord, nel Vietnam o chissà dove. Il ministro è furibondo con Crosse per via di Voranskij, come pure lo sono l’MI-6 e la CIA. Il pezzo più grosso della CIA a Londra ha strapazzato il ministro, e così lui passa la sfuriata. Sarà meglio che prendiamo quei tizi prima di Rosemont, o perderemo la faccia. Anche Rosemont è sotto tiro e deve riuscire ad acciuffarli. Ho saputo che ha mandato in giro tutti i suoi uomini, convinto che la faccenda abbia a che vedere con il Sevrin e la portaerei. Ha il terrore che ci sia un incidente con la portaerei nucleare.” Brian Kwok soggiunse, in tono più duro: “È stata una mossa estremamente stupida offendere la Repubblica Popolare Cinese portandola qui. Quel mostro è un richiamo sfacciato per tutti gli agenti dell’Asia.”

“Se io fossi sovietico, cercherei d’infiltrarmi. L’SI probabilmente sta tentando di farlo in questo momento. Crosse ci terrebbe moltissimo ad avere un agente a bordo. Perché no?” Armstrong guardò le spire di fumo. “Se fossi nazionalista, forse ci metterei qualche mina e poi darei la colpa alla Repubblica Popolare… o viceversa, e in questo caso darei la colpa a Ciang Kai-scek.”

“E la CIA lo farebbe per montare tutti contro la Cina.”

“Oh, piantala, Brian!”

Brian Kwok bevve un ultimo sorso e si alzò. “Per me basta così. Andiamo.”

“Un momento solo.” Armstrong fece un numero. “Qui Armstrong, preparate un’altra seduta alle diciassette per V-ll-3. Avrò bisogno di…” S’interruppe, vedendo lo sguardo dell’amico farsi vitreo. Lo sostenne mentre si accasciava e lo lasciò afflosciarsi sulla sedia. Fuori di sé, quasi sentendosi estraneo a se stesso, posò il ricevitore sulla forcella. Ormai non doveva far altro che attendere.

Il mio lavoro l’ho fatto, pensò.

La porta si aprì ed entrò Crosse. Dietro di lui entrarono tre agenti dell’SI in borghese, tutti britannici, tutti veterani, tesi e cupi. Prontamente, uno di loro infilò un cappuccio nero sulla testa di Brian Kwok, lo sollevò senza fatica e uscì, seguito dagli altri.

Adesso che era fatta, Robert Armstrong non provava nulla, né rimorso, né sgomento, né collera. Nulla. La mente gli diceva che non si era sbagliato, ma gli diceva anche che il suo amico di un ventennio non poteva assolutamente essere una talpa comunista. Ma lo era. La prova era inconfutabile. La prova che aveva trovato dimostrava al di là di ogni dubbio che Brian Kwok era il figlio di Fang-ling Wu, la vecchia padrona di Ah Tam, mentre secondo il certificato di nascita e il fascicolo personale sua madre e suo padre avevano portato il cognome Kwok ed erano stati assassinati dai comunisti a Canton nel ’43. Una delle fotografie mostrava Brian Kwok accanto a una minuta signora cinese davanti a una farmacia, al crocicchio di un villaggio. La foto era mal riuscita, ma abbastanza nitida perché fosse possibile leggere i caratteri dell’insegna e riconoscere una faccia… la sua faccia. Sullo sfondo c’era una vecchia automobile. Dietro la macchina c’era un europeo, con la testa voltata. Wu dagli Occhiali aveva riconosciuto la farmacia al crocicchio di Ning-tok, di proprietà della famiglia di Tok-ling Wu. Ah Tam aveva identificato nella donna la sua padrona.

“E l’uomo? Chi è l’uomo che le sta vicino?”

“Oh, quello è suo figlio, signore, l’ho già detto. È il secondo figlio Chu-toy. Adesso vive tra i diavoli stranieri, al di là del mare, al nord, a nord della Terra delle Montagne d’Oro” aveva piagnucolato la vecchia nella camera bianca.

“Sta mentendo di nuovo.”

“Oh, no, signore, è suo figlio, Chu-toy. È il secondo figlio, ed è nato a Ning-tok, e io l’ho aiutato a venire al mondo, con queste mani. Era il secondogenito e partì da bambino…”

“Partì? E dove andò?”

“Nel… nel Paese della Pioggia, e poi in quello delle Montagne d’Oro. Adesso ha un ristorante e due figli maschi… È un uomo d’affari, ed è venuto a trovare il padre… il padre stava morendo, e lui è venuto da figlio premuroso, ma poi è ripartito, e la madre ha pianto e ha pianto…”

“Veniva spesso a trovare i genitori?”

“Oh, una volta sola, signore, solo quella volta. Adesso vive così lontano, così lontano, però è venuto da figlio premuroso e poi è ripartito. È stato un caso che io l’abbia visto, signore. La madre mi aveva mandata a trovare certi parenti nel villaggio vicino, ma mi sentivo così sola e sono tornata presto, e l’ho visto… È stato poco prima che ripartisse. Il giovane padrone se ne è andato con una macchina dei diavoli stranieri…”

“Dove aveva preso l’automobile? Era sua?”

“Non lo so, signore. Non c’erano automobili a Ning-tok. Non l’aveva neppure il comitato del villaggio, neppure il padre che era il farmacista, povero padre che ha sofferto tanto prima di morire. Faceva parte del comitato… Ci lasciavano in pace, quelli del presidente Mao, i forestieri… sì, ci lasciavano in pace anche se il padre era un intellettuale e un farmacista, perché era sempre stato un sostenitore segreto di Mao, e io non l’avevo mai saputo, signore, lo giuro, non l’avevo mai saputo. Quelli del presidente Mao ci lasciavano in pace, signore.”

“Come si chiamava, il figlio della sua padrona? L’uomo della foto?” aveva ripetuto Armstrong, cercando di sconcertarla.

“Chu-toy, signore, era il suo secondogenito… ricordo quando lo mandarono da Ning-tok a… a questo posto immondo, questo Porto Fragrante. Aveva cinque o sei anni e lo mandarono qui da uno zio e…”

“Come si chiamava lo zio?”

“Non lo so, signore, non me lo hanno mai detto. Ricordo solo che la madre piangeva e piangeva, quando il padre lo mandò lontano a scuola… E adesso posso tornare a casa? Sono così stanca, per favore…”

“Quando ci avrà detto quel che vogliamo sapere. Se ci dice la verità.”

“Oh, sto dicendo la verità, tutta, tutta…”

“Lo mandarono a scuola a Hong Kong? Dove?”

“Non lo so, signore, la mia padrona non l’ha mai detto: solo a scuola, diceva, e poi non ha pensato più a lui, e anch’io ho fatto lo stesso, ed era meglio così, lo sa, i secondi figli devono sempre andar via…”

“E Chu-toy Wu quando è tornato a Ning-tok?”

“È stato qualche anno fa, quando il padre stava per morire. E tornato solo quella volta, solo quella volta, signore, non ricorda che l’ho già detto? Io ricordo di averlo detto. Sì, è stata la volta della fotografia. La madre ha insistito per fare quella foto e lo ha supplicato di farsi fotografare insieme a lei… Di certo lei si sentiva addosso la mano della morte, dopo che il padre se ne era andato, e lei era tanto sola… Oh, piangeva e piangeva, e allora Chu-toy ha fatto come voleva lei, da figlio premuroso, e la mia padrona era così contenta…”

“E il barbaro della foto, chi è?” L’uomo era sullo sfondo e di profilo ed era difficile identificarlo, se non lo si conosceva. Era fermo accanto alla macchina parcheggiata davanti alla farmacia. Era alto, europeo, con gli abiti stazzonati, anonimi.

“Non lo so, signore. Guidava lui e ha portato via Chu-toy, ma il comitato del villaggio e anche Chu-toy gli facevano molti inchini, e dicevano che era molto importante. Era il primo diavolo straniero che avessi mai visto, signore…”

“E le persone dell’altra fotografia? Chi sono?” Era una vecchia foto, quasi color seppia, e mostrava una coppia di sposi intimiditi, in abiti nuziali troppo grandi, che fissavano storditi l’obiettivo.

“Oh, naturalmente sono il padre e la madre, signore. Non ricorda che l’ho già detto? Gliel’ho detto molte volte. Sono la madre e il padre. Lui si chiamava Ting-top Wu e la sua tai-tai, la mia padrona, si chiamava Fang-ling…”

“E il ritaglio di giornale?”

“Non so, signore, era attaccato alla fotografia, e l’ho lasciato lì. L’aveva incollato la madre, e l’ho lasciato dov’era. Cosa avrei potuto capire della scrittura dei diavoli stranieri…”

Robert Armstrong sospirò. Il ritaglio ingiallito proveniva da un quotidiano cinese di Hong Kong, in data 16 luglio 1937. Parlava di tre giovani cinesi che avevano superato gli esami con ottimi voti e avevano ottenuto borse di studio del governo di Hong Kong per frequentare una scuola privata inglese. Il primo nominato era Kar-shun Kwok. Kar-shun era il nome ufficiale cinese di Brian Kwok.

“S’è comportato benissimo, Robert” disse Crosse, scrutandolo.

“Davvero?” disse Armstrong, perduto nella nebbia dell’angoscia.

“Sì, benissimo. È venuto subito a portarmi le prove, ha seguito perfettamente le istruzioni, e adesso la nostra talpa è addormentata e al sicuro.” Crosse accese una sigaretta e sedette alla scrivania. “Sono lieto che abbia bevuto la birra giusta. Lui ha sospettato qualcosa?”

“No. No, non credo.” Armstrong cercò di scuotersi. “Se vuole scusarmi, signore. Mi sento immondo. Devo… devo fare una doccia. Mi scusi.”

“Si sieda un momento, per favore. Sì, deve essere stanco. Questo genere di cose è sfibrante.”

Cristo, avrebbe voluto urlare Armstrong, è tutto impossibile! È impossibile che Brian sia un agente infiltrato, ma tutto quadra. Perché avrebbe un nome completamente diverso, altrimenti, un diverso certificato di nascita? Perché avrebbe una copertura costruita così meticolosamente… i genitori uccisi a Canton durante la guerra, assassinati dai comunisti? Perché avrebbe corso il rischio di tornare di nascosto a Ning-tok, mettendo in pericolo tutto quello che aveva costruito in più di trent’anni, se suo padre non fosse stato moribondo? E se tutto questo è vero, il resto consegue automaticamente: deve essere stato in contatto continuo con la Cina comunista per sapere che il padre stava per morire, e come sovrintendente della polizia di Hong Kong doveva essere una persona molto gradita alla Repubblica Popolare Cinese, per essere autorizzato a entrare e a uscire in segreto dal paese. E se era una persona molto gradita, allora deve essere uno di loro, istruito e addestrato per anni. “Cristo” borbottò Armstrong, “sarebbe diventato facilmente vicecommissario, forse addirittura commissario…”

“Adesso cosa propone, Robert?” chiese Crosse, sottovoce.

Armstrong ripensò al presente, e la preparazione professionale ebbe la meglio sulla sua angoscia. “Controllare a ritroso. Troveremo l’anello di congiunzione. Sì. Suo padre era una minuscola rotella dell’ingranaggio comunista, ma doveva essere una rotella, a Ning-tok, e quindi doveva esserlo anche il parente di Hong Kong. Avranno fatto pressioni su Brian in Inghilterra, in Canada, qui, dappertutto… è così facile riuscirci, così facile alimentare l’odio per i quai loh, è così facile per un cinese nascondere quest’odio. Non è il popolo più paziente della terra, il più amante del segreto? Sì, basta risalire nel tempo per trovare l’anello di congiunzione e scoprire la verità.”

“Robert, ha ragione anche in questo. Ma prima cominci a interrogarlo.”

Armstrong sentì una gelida morsa allo stomaco. “Sì” disse.

“Sono lieto di dirle che l’onore spetta a lei.”

“No.”

“Sovrintenderà all’interrogatorio. Niente cinesi, solo funzionari britannici. Eccettuato Wu, Wu dagli Occhiali. Sì, lui sarà d’aiuto… lui solo. È in gamba, quel ragazzo.”

“Non posso… non voglio.”

Crosse sospirò e aprì la grossa busta che aveva portato. “Cosa ne pensa di questo?”

Con mani tremanti, Armstrong prese la foto. Era un ingrandimento, venti per venticinque, di un particolare della fotografia di Ning-tok: la testa dell’europeo che appariva sullo sfondo, accanto alla macchina. Il volto dell’uomo era parzialmente voltato e sfuocato, impastato dall’ingrandimento. “Direi… direi che aveva visto la macchina fotografica e che si è voltato o che si stava voltando per non farsi fotografare.”

“È quel che penso anch’io. Lo riconosce?”

Armstrong scrutò la faccia, tentando di snebbiarsi la mente. “No.”

“Vorankij? Il nostro defunto amico sovietico?”

“Forse. No, non credo.”

“Potrebbe essere Dunross, Ian Dunross?”

Ancora più scosso, Armstrong portò la foto alla luce. “È possibile ma… improbabile. Se… se è Dunross, allora… crede che sia lui, la talpa del Sevrin? Impossibile.”

“Improbabile, ma non impossibile. È molto amico di Brian.” Crosse riprese la foto e l’esaminò. “Chiunque sia, mi sembra di conoscerlo, per quel che si vede di lui. Ma non riesco a identificarlo, né a ricordare dove l’ho visto. Per ora. Bene, non importa. Brian lo ricorderà. Sì.” La voce di Crosse divenne melliflua. “Oh, non si preoccupi Robert. Le preparerò Brian, ma toccherà a lei dargli il colpo di grazia. Voglio sapere chi è quest’uomo, e presto; anzi, voglio sapere tutto quel che sa Brian, molto, molto in fretta.”

“No. Chiami qualcun al…”

“Oh, Robert, non sia così maledettamente noioso! Chu-toy Wu, alias Brian Kar-shun Kwok, è una talpa nemica che ci è sfuggita per anni, ecco tutto.” La voce di Crosse era tagliente, adesso. “A proposito, lei prenderà parte al 16/2 questa sera alle sei, ed è distaccato nell’SI. Ho già parlato con il commissario.”

“No, e non posso interrog…”

“Oh, mio caro amico, lei può farlo e lo farà. È l’unico che può farlo. Brian è troppo furbo per farsi cogliere come un dilettante. Naturalmente, il fatto che lui sia la talpa mi sorprende quanto sorprende lei o il governatore!”

“La prego. Non…”

“È stato lui a tradire Fong-fong, un altro suo amico, eh? Deve aver dato notizia del rapporto di Grant. Deve essere stato lui che ha fornito tutti i nostri dossier al nemico e tutte le altre informazioni. Dio sa a quali dati ha avuto accesso durante il corso dello Stato Maggiore e tutti gli altri corsi.” Crosse lanciò uno sbuffo di fumo dalla sigaretta, impassibile. “Nell’SI ha le massime garanzie di sicurezza e ammetto che lo stavamo preparando per un alto incarico… stavo per fare di lui il mio numero due! Quindi è meglio scoprire tutto sul suo conto, il più presto possibile. Strano, stavamo cercando una talpa sovietica, e invece scopriamo che è della Repubblica Popolare Cinese.” Spense la sigaretta. “Ho ordinato d’incominciare subito un interrogatorio di Classificazione Uno.”

Armstrong impallidì e fissò Crosse senza nascondere il suo odio. “Lei è una carogna, una lurida, fetente carogna.”

Crosse fece un riso sommesso. “È vero.”

“È invertito anche lei?”

“Può darsi. Forse solo occasionalmente e solo quando mi fa piacere. Forse.” Crosse lo scrutò, calmissimo. “Suvvia, Robert, crede davvero che potrei essere ricattato? Io? Ricattato? Davvero, Robert, lei non capisce la vita! So che l’omosessualità è molto normale, anche in alto loco.”

“Davvero?”

“Al giorno d’oggi, sì, normalissima, quasi di moda, per certuni. Oh, sì, sì, mio caro amico, e viene praticata, di tanto in tanto, da numerosi VIP, dovunque. Persino a Mosca.” Crosse accese un’altra sigaretta. “Naturalmente, è necessario essere discreti, selettivi e preferibilmente senza legami, ma una tendenza verso i gusti particolari può comportare parecchi vantaggi nella nostra professione. No?”

“Quindi lei giustifica ogni sorta di porcheria, omicidi, truffe, menzogne, in nome della stramaledetta SI… non è vero?”

“Robert, io non giustifico niente. So che lei è addolorato, ma penso che sia ora di smetterla.”

“Non può costringermi a lavorare per l’SI. Darò le dimissioni.”

Crosse rise, sprezzante. “Ma, mio caro amico, e i suoi debiti? I 40.000 dollari che deve pagare entro lunedì?” Si alzò. I suoi occhi erano di granito. La sua voce non era quasi cambiata, ma adesso aveva una sfumatura maligna. “Tutti e due abbiamo passato i ventun anni, Robert. Lo faccia crollare, e molto in fretta.”