Ore 17,45
Jacques deVille salì le scale marmoree del Mandarin Hotel, fino al mezzanino pieno di gente che prendeva il tè.
Si tolse l’impermeabile e passò in mezzo alla folla. Si sentiva molto vecchio. Aveva appena parlato con sua moglie Susanne, a Nizza. Lo specialista venuto da Parigi aveva visitato Avril e pensava che le lesioni interne fossero meno gravi di quanto si era temuto all’inizio.
“Dice che dobbiamo avere pazienza” gli aveva detto Susanne nel suo torrenziale francese parigino. “Ma, Madre di Dio, com’è possibile? Quella povera piccola è disperata, sta perdendo la ragione. Continua a ripetere: ‘Ma guidavo io, guidavo io, mamma, io, se non fosse stato per me il mio Borge sarebbe ancora vivo…’ Ho paura per lei, chéri!”
“Lei non sa ancora… delle lesioni interne?”
“No, non ancora. Il dottore raccomanda di non dirle nulla fino a che non si saprà di sicuro.” Susanne era scoppiata in pianto.
Angosciato, deVille aveva cercato di calmarla e le aveva promesso di ritelefonarle dopo un’ora. Per un po’ si era chiesto cosa doveva fare, e poi, dopo aver dato le necessarie disposizioni, aveva lasciato l’ufficio ed era venuto lì.
La cabina telefonica accanto al banco dei giornali era occupata; perciò acquistò un giornale del pomeriggio e diede una scorsa ai titoli. Venti persone uccise dalle frane nella zona sopra Aberdeen… La pioggia continuerà… Le corse di sabato verranno rimandate… Kennedy ammonisce i sovietici di non intervenire nel Vietnam… Il trattato per la messa al bando degli esperimenti atomici firmato a Mosca da Dean Rusk, Andrej Gromiko e Sir Alec Douglas-Home, la Francia e la Cina non si associano… Nuova offensiva dei comunisti in Malaysia… Morto il secondogenito di Kennedy, nato prematuro… Continua la caccia agli autori della Grande Rapina del Treno, in Gran Bretagna… Lo scandalo Profumo danneggia i conservatori…
“Mi scusi, signore, sta aspettando di telefonare?” chiese dietro di lui un’americana.
“Oh, oh sì, grazie, mi scusi! Non avevo visto che era libero.” Entrò nella cabina, chiuse la porta, inserì la moneta e fece il numero. Sentì gli squilli, e la sua ansia crebbe.
“Sì?”
“Il signor Lop-sing, per favore” disse, non avendo ancora riconosciuto la voce.
“Qui non c’è nessun signor Lop-ting. Mi dispiace, ha sbagliato numero.”
“Voglio lasciare un messaggio” disse deVille, riconoscendo con sollievo la voce di Suslev.
“Ha sbagliato numero. Controlli sull’elenco.”
Quando lo scambio in codice fu completato, deVille esordì: “Mi dispiace dist…”
“Qual è il tuo numero?” l’interruppe bruscamente Suslev.
Jacques glielo diede.
“È una cabina?”
“Sì.” Immediatamente la comunicazione s’interruppe. Mentre riattaccava, sentì di avere le mani coperte di sudore. Il numero di Suslev poteva venire usato solo in caso d’emergenza, ma quella era un’emergenza. Fissò l’apparecchio.
“Mi scusi, signore” lo chiamò l’americana attraverso la porta a vetri. “Posso telefonare? È questione di un momento.”
“Oh! Oh, mi scu… un secondo solo” disse Jacques, sconcertato. Vide che tre cinesi attendevano impazienti dietro l’americana e lo fissavano torvi. “Solo… solo un secondo.” Richiuse la porta, sudato. Attese e attese e attese e poi il telefono squillò. “Pronto?”
“Di che emergenza si tratta?”
“Ho… ho appena ricevuto una chiamata da Nizza.” Cautamente, Jacques riferì a Suslev la sua conversazione con la moglie, senza far nomi. “Parto con il volo di questa sera… ho pensato di avvertirti personalmente in modo che…”
“No, questa sera è troppo presto. Prenota per domani, il volo della sera.”
Jacques sentì il mondo crollare intorno a lui. “Ma ho parlato con il tai-pan pochi minuti fa e mi ha detto che potevo partire questa sera. Ho già prenotato. Posso tornare fra tre giorni. Lei era disperata. Non cre…”
“No!” disse Suslev, ancora più bruscamente. “Ti chiamerò questa sera come d’accordo. Avresti potuto aspettare allora a dirmelo. Non usare mai più questo numero, se non si tratta d’una vera emergenza!”
Jacques aprì la bocca per ribattere, ma la comunicazione s’era già interrotta. Aveva sentito il tono incollerito. Ma questa è un’emergenza, si disse, infuriandosi, e cominciò a rifare il numero. Susanne e Avril hanno bisogno di me. E il tai-pan è d’accordo.
“Buona idea, Jacques” aveva detto subito Dunross. “Puoi star via tutto il tempo necessario. Andrew ti sostituirà.”
E adesso… Merde, che cosa faccio? Suslev non è il mio guardiano!
Oppure sì?
DeVille smise di comporre il numero, agghiacciato, e riappese.
“Ha finito, signore?” chiese l’americana con un sorriso insistente. Aveva passato la cinquantina e i suoi capelli erano sfumati d’azzurro, secondo la moda. “C’è una fila di gente che aspetta.”
“Oh… oh, sì, scusi.” DeVille aprì la porta.
“Ha dimenticato il giornale, signore” disse educatamente l’americana.
“Oh, oh, grazie.” Jacques deVille lo prese e uscì, avvilito. Subito tutti i cinesi, tre uomini e una donna, si fecero avanti, scostando a gomitate lui e la signora americana. Una matrona atticciata raggiunse per prima la porta e se la sbatté alle spalle, mentre gli altri si accalcavano.
“Ehi… toccava a me!” esclamò irritata l’americana, ma quelli non le badarono, si limitarono a inveire contro di lei e i suoi antenati, e con la massima volgarità.
Suslev era nel lurido appartamento di Kowloon, uno dei “rifugi” di Arthur, e il cuore gli batteva ancora forte per la telefonata inattesa. Nella stanza c’era un vecchio odore umido e soffocante di cucina. Fissò il telefono, infuriato con Jacques deVille. Stupido stronzo senza madre. Jacques sta diventando pericoloso. Stasera dirò ad Arthur quel che si dovrebbe fare di lui. E prima è, meglio è! Sì, e prima ti calmi, meglio è, si disse. Chi è in collera commette errori. Devi dominare la collera.
Ci riuscì, con uno sforzo, e uscì sul pianerottolo semibuio e scrostato, chiudendo a chiave la porta. Un’altra chiave aprì la porta di Ginny Fu, accanto alla sua.
“Tu vuoi vodka?” chiese lei, con un sorriso provocante.
“Sì.” Suslev ricambiò il sorriso, guardandola soddisfatto. Era seduta a gambe incrociate sul vecchio divano, e portava addosso soltanto quel sorriso. Si stavano baciando quando il suo telefono aveva squillato la prima volta. C’erano due telefoni, nell’appartamento di Ginny, il suo e l’altro, quello segreto, nella credenza, che usava soltanto lui. Arthur gli aveva detto che era sicuro, installato clandestinamente, non figurava nell’elenco ed era impossibile intercettare le conversazioni. Ma anche così, Suslev usava l’altro appartamento e il relativo telefono, per le chiamate d’emergenza.
Matyeryebyets, Jacques, pensò, ancora scosso dallo squillo improvviso del suo telefono privato.
“Bevi, tovarišč” disse Ginny, porgendogli il bicchiere. “Poi bevi me, heya?”
Suslev sorrise, prese la vodka e passò la mano sul grazioso didietro di Ginny. “Ginny, golubuška, sei una brava ragazza.”
“Tu scommette! Io ragazza migliore per te.” Ginny tese la mano per accarezzargli l’orecchio. “Noi jig-jig, heya?”
“Perché no?” Lui bevve parsimoniosamente il liquore bruciante, per farlo durare mentre le dita agili e minute di Ginny gli slacciavano la camicia. La trattenne per un momento e la baciò, e lei ricambiò il bacio. “Aspetta che vestiti via, heya?” ridacchiò Ginny.
“La prossima settimana io vado, lo sapevi?” disse lui, stringendola in un abbraccio. “Vorresti venire anche tu, eh? La vacanza che ti ho promesso da tanto tempo?”
“Oh? Oh davvero?” Il sorriso di lei era immenso. “Quando? Quando? Tu non prendi in giro?”
“Puoi venire con me. Ci fermeremo a Manila; la prima tappa è Manila. Poi a nord, e fra un mese torneremo qui.”
“Oh, un mese vero… oh, Gregy!” Ginny l’abbracciò con tutte le sue forze. “Io sarò migliore ragazza di capitano di nave di tutta Cina!”
“Sì, sì, certo.”
“Quando andiamo… quando andiamo?”
“La settimana prossima. Te lo dirò io.”
“Bene. Domani io vado e prende passaporto e…”
“No, niente passaporto, Ginny. Non te lo darebbero mai. Quei viblyadok ti fermerebbero. Non ti lascerebbero mai venir via con me… oh, no, golubuška, quegli sporchi poliziotti non ti lascerebbero mai venire con me.”
“Allora io cosa fare, heya?”
“Ti porterò a bordo di nascosto dentro un baule!” Suslev rise, rumorosamente. “O magari su un tappeto magico. Eh?”
Ginny lo scrutò, con gli occhi scuri sgranati, ansiosi. “Vero tu porta me? Vero? Un mese su tua nave, heya?”
“Un mese almeno. Ma non dirlo a nessuno. I poliziotti mi sorvegliano di continuo e, se lo sapessero, tu non potresti più venire con me. Capito?”
“Tutti dei testimoni che io non dice nessuno, neanche mia madre” giurò con veemenza Ginny, poi lo abbracciò di nuovo, con il trasporto della felicità. “Iiiiih, io acquista grande faccia come signora di capitano!” Un altro abbraccio, e poi lei fece vagare le dita e Suslev trasalì involontariamente. Ginny rise e ricominciò a spogliarlo. “Io fa divertire te tanto tanto.”
Ginny usò le dita e le labbra, da esperta, accarezzando e toccando e ritraendosi e strusciandosi contro di lui, concentrandosi con impegno fino a quando lui gridò e si sentì simile agli dei, nelle Nuvole e nella Pioggia. Le mani e le labbra di lei restarono sul suo corpo, non si staccarono finché rimase l’ultima, minuscola frazione di piacere. Allora smise e si raggomitolò contro di lui, ascoltando il suo respiro profondo, contenta di aver fatto bene il suo lavoro. Lei non aveva sentito le Nuvole e la Pioggia, sebbene avesse simulato parecchie volte, per accrescere il piacere di lui. Solo due volte, in tutto il tempo che erano stati insieme, aveva raggiunto lo zenith, ed entrambe le volte lui era molto ubriaco, e non aveva saputo se lei l’avesse raggiunto o no. Solo con il terzo vicecuoco del turno di notte Tok del Victoria and Albert, lei raggiungeva ogni volta lo zenith. Tutti gli dei benedicano la mia sorte, pensò Ginny, soddisfatta. Con un mese di vacanza e il denaro che Gregor mi darà in più, e con un po’ di fortuna ancora un anno insieme a lui, avremo quanto basta per aprire un ristorante nostro e potrò avere figli e nipoti e sarò beata come gli dei. Oh, come sono fortunata!
Era stanca, adesso, perché aveva dovuto lavorare con impegno, e si raggomitolò ancora più comodamente contro di lui, e chiuse gli occhi, ringraziando gli dei perché l’avevano aiutata a vincere il disgusto per le sue dimensioni e la sua pelle bianca di rospo e il suo odore rancido. Grazie a tutti gli dei, pensò felice, mentre scivolava nel sonno.
Suslev non dormiva. Seguiva i suoi pensieri, rasserenato nel corpo e nella mente. Era stata una buona giornata, con pochi guai. Dopo l’incontro con Crosse all’ippodromo era tornato alla sua nave, atterrito all’idea che sull’Ivanov ci fosse una falla nella sicurezza. Aveva tradotto in codice le informazioni di Crosse sull’Operazione Dry Run e tutto il resto e le aveva trasmesse, nell’isolamento della sua cabina. I messaggi in arrivo gli avevano comunicato che Voranskij non sarebbe stato rimpiazzato fino alla prossima visita della Sovetsky Ivanov, che l’esperto di psicochimica, Koronski, era disponibile e sarebbe arrivato da Bangkok in dodici ore, se fosse stato necessario, e che lui, Suslev, doveva assumere direttamente la direzione del Sevrin e i collegamenti con Arthur. “E si procuri infallibilmente copie dei fascicoli di Grant.”
Ricordava il brivido che l’aveva scosso a quell’“infallibilmente”. Pochi fallimenti e tanti successi: ma solo i fallimenti venivano ricordati. Chi era responsabile della fuga di notizie a bordo? Chi ha letto il fascicolo di Grant, oltre a me? Solo Dimitri Metkin, il mio secondo. Non può essere stato lui. La responsabilità deve essere di qualcun altro.
Fino a che punto ci si può fidare di Crosse?
Non molto, ma quell’uomo è chiaramente l’asso più prezioso che abbiamo nel campo capitalista in Asia, e deve essere protetto a tutti i costi.
Il contatto di Ginny era piacevole. Lei respirava lievemente, sussultando un poco di tanto in tanto, e il suo seno si sollevava e si abbassava. Attraverso la porta, Suslev guardò il vecchio orologio su uno degli scaffali della cucina, fra tutte le bottiglie semivuote, le scatole e i barattoli. La cucina era installata in una rientranza del soggiorno. Lì, nell’unica camera, il letto era enorme e la riempiva quasi completamente. L’aveva comprato per Ginny quando s’era messo con lei due, quasi tre anni prima. Era un letto comodo, pulito, morbido ma non troppo, un cambiamento piacevole dopo la cuccetta, a bordo.
E anche Ginny era piacevole. Condiscendente, docile, non piantava mai grane. I capelli nerobluastri tagliati corti, lisci sulla fronte alta, come piaceva a lui… Che contrasto con Vertinskaya, la sua amante di Vladivostok, con gli occhi nocciola a mandorla, i lunghi capelli bruni ondulati e il temperamento d’una gatta selvatica. Sua madre era un’autentica principessa Zergeyev e suo padre un insignificante bottegaio, un mezzosangue cinese che aveva comprato la madre all’asta quando lei aveva tredici anni. Lei era stata a bordo d’uno dei carri bestiame pieni di bambini che avevano cercato di fuggire dalla Russia dopo l’olocausto del ’17.
Liberazione, non olocausto, si disse, soddisfatto. Ah, ma è così piacevole portarsi a letto la figlia d’una principessa Zergeyev, quando sei nipote d’un contadino delle terre degli Zergeyev.
Il pensiero degli Zergeyev gli rammentò Alexi Travkin. Sorrise fra sé. Povero Travkin, che stupido! Lasceranno davvero che la principessa Nestorova, sua moglie, arrivi a Hong Kong per Natale? Ne dubito. O forse lo faranno e allora il povero Travkin morirà per il trauma, nel vedere quella piccola, vecchia megera delle nevi, sdentata, rattrappita e artritica. Meglio risparmiargli la sofferenza, pensò pietosamente. Travkin è russo e non è un cattivo diavolo.
Suslev guardò di nuovo l’orologio. Segnava le 6 e 20. Sorrise fra sé. Per qualche ora non aveva altro da fare che dormire, mangiare, pensare e fare i suoi piani. Poi l’incontro segreto con il parlamentare inglese e poi, sul tardi, un nuovo incontro con Arthur. Ridacchiò. Lo divertiva molto conoscere segreti che Arthur ignorava. Ma del resto anche Arthur serbava qualche segreto, pensò, senza rancore. Forse sa già dei parlamentari. È furbo, molto furbo, e non si fida di me.
È la legge fondamentale. Non fidarti mai di nessuno, uomo, donna o bambino, se vuoi restare vivo e al sicuro e non finire nelle grinfie dei nemici.
Io sono al sicuro perché conosco la gente, so tenere la bocca chiusa, e l’attuazione della politica dello Stato rientra nello schema generale della mia vita.
Tanti piani meravigliosi da realizzare. Tanti colpi esaltanti da provocare e da favorire. E poi c’è il Sevrin…
Ridacchiò di nuovo, e Ginny si mosse. “Dormi, principessina” mormorò lui, suadente, come se parlasse a una bimba. “Dormi.”
Obbediente, lei non si svegliò neppure, si scostò i capelli dagli occhi e si strinse a lui, ancora più comodamente.
Suslev chiuse gli occhi. Il corpo di Ginny era dolce e morbido contro il suo. Le abbandonò il braccio sull’inguine. La pioggia s’era attenuata un po’ durante il pomeriggio. Adesso, notò, era cessata. Sbadigliò e si addormentò, sapendo che il temporale non aveva ancora completato la sua opera.