47.

Ore 18,25

Robert Armstrong finì la birra. “Un’altra” ordinò con voce rauca, simulando l’ubriachezza. Era nel Good Luck Girlfriend, un affollato, rumoroso bar di Wanchai, sul lungomare, pieno di marinai della portaerei nucleare americana. Le entraineuses cinesi facevano bere i clienti e accettavano in cambio le chiacchiere e le carezze e le bevande annacquate e costosissime. Di tanto in tanto, una di loro ordinava un vero whisky e lo esibiva al compagno per dimostrare che quello era un bar onesto e lì non si truffava nessuno.

Sopra il bar c’erano le camere, ma per i marinai non era prudente salire. Non tutte le ragazze erano sane e prudenti, non per scelta, ma per ignoranza. E a notte inoltrata poteva capitare una rapina, anche se venivano derubati solo quelli che erano molto ubriachi. Dopotutto, non ce n’era bisogno: i marinai erano ben disposti a spendere tutto il denaro che avevano.

“Tu vuoi jig-jig?” chiese una bambina stradipinta.

Dew neh loh moh a tutti i tuoi antenati, avrebbe voluto rispondere Armstrong. Dovresti essere a casa, a letto, a studiare. Ma non lo disse. Sarebbe stato inutile. Probabilmente i genitori della ragazzina erano stati ben felici di trovarle quel lavoro, perché l’intera famiglia potesse sopravvivere un po’ meglio. “Vuoi bere?” disse invece, nascondendole il fatto che sapeva il cantonese.

“Scozzese, scozzese!” ordinò imperiosamente la ragazza.

“Perché non prendi un tè? Tanto, il denaro te lo darò lo stesso” disse lui, in tono seccato.

“Fottuti tutti dei e madri di dei, io non imbrogliona!” Altezzosamente, la bambina offrì il bicchiere sporco che il cameriere aveva sbattuto sul tavolo. Conteneva whisky scadente, ma autentico. Lei lo trangugiò, senza una smorfia. “Cameriere! Un altro scozzese e un’altra birra! Tu beve, io beve, poi noi jig-jig ” Armstrong la guardò. “Come ti chiani?”

“Lily. Lily Chop. 25 dollari per una corta.”

“Quanti anni hai?”

“Tanti. Quanti anni tu?”

“Diciannove.”

“Uh, poliziotti sempre dice bugie.”

“Come fai a sapere che sono un poliziotto?”

“Padrona detto me. Solo 20 dollari, heya?”

“Chi è la padrona? Qual è?”

“Lei. Dietro banco. Lei mama-san.”

Armstrong sbirciò attraverso il fumo. La donna era magra e rinsecchita, oltre la cinquantina, e sudava e sgobbava, continuando a conversare con chiassosa volgarità insieme ai marinai, mentre serviva. “E lei come sa che sono un poliziotto?”

Lily scrollò di nuovo le spalle. “Ascolta, lei detto me farti contento, o io finisce per strada. Adesso noi andare di sopra, heya? Offre la casa, no 20 dollari.” La bambina si alzò. Armstrong si accorse che era spaventata.

“Siediti” ordinò.

Lei sedette, ancora più impaurita. “Se io non piace, lei butta me per…”

“Mi piaci.” Armstrong sospirò. Era un trucco vecchio. Se andavi, pagavi, se non andavi, pagavi lo stesso, e il padrone mandava sempre una ragazza giovanissima. Le porse 50 dollari. “Ecco. Vai a darli alla mama-san con i miei ringraziamenti. Dille che non posso fare jig-jig adesso perché ho le mie cose! L’Onorevole Rosso!”

Lily lo guardò a occhi sgranati, poi sghignazzò come una vecchia. “Iiiiih, fottuti tutti dei, questa buona!” Si allontanò, camminando a fatica sui tacchi altissimi, nello sfacciato chong-sam con una spaccatura che mostrava le gambe esilissime e le natiche.

Armstrong finì la birra, pagò e si alzò. Subito il tavolo venne occupato. Si fece largo fra i marinai sudati e urlanti, verso la porta.

“Lei sempre benvenuto” gridò la mama-san, quando le passò davanti.

“Ma certo” rispose Armstrong, senza malanimo.

La pioggia, ormai, era un’acquerugiola rada, e il cielo si stava facendo buio. Pei la strada c’erano molti altri marinai rauchi, tutti americani… i marinai britannici avevano avuto l’ordine di tenersi lontani da quella zona, per i primi giorni. Armstrong si sentiva sudato sotto l’impermeabile. Lasciò Gloucester Road e il lungomare e passò tra la folla di O’Brien Road, tra le pozzanghere: la città aveva un buon odore fresco e pulito. All’angolo svoltò in Lochart Road, e finalmente trovò il vicolo che cercava. Come al solito era affollato, con le botteghe e le bancarelle e i cani ossuti, i polli ammucchiati nelle stie, le anitre fritte e i pezzi di carne appesi ai ganci, le verdure e la frutta. Quasi all’inizio del vicolo c’era un chioschetto con gli sgabelli, protetto da un tendone che lo riparava dalla pioggerella. Armstrong fece un cenno al padrone, scelse un angolo in ombra, ordinò una scodella di spaghettini di Singapore, sottili e fritti, simili ai vermicelli, con peperoncino e spezie e trito di gamberetti e di verdure fresche, e attese.

Brian Kwok.

Sempre Brian Kwok.

E sempre i 40.000 dollari in banconote vecchie che aveva trovato nel cassetto della scrivania, il cassetto che teneva chiuso a chiave.

Concentrati, si disse, o sbaglierai. Commetterai un errore, e non puoi permettertelo!

Era sfinito, e si sentiva sporco, d’un sudiciume che il sapone e l’acqua calda non potevano togliere. Con uno sforzo, impose ai propri occhi di cercare la preda, agli orecchi di ascoltare i rumori della strada, al naso di apprezzare il cibo.

Aveva appena terminato di mangiare quando vide il marinaio americano. Era magro, occhialuto, e torreggiava fra i cinesi sebbene camminasse un po’ curvo. Con un braccio cingeva una ragazza di strada. Lei teneva l’ombrello aperto, e lo trascinava.

“No, no questa parte, baby” implorava lei. “Mia stanza altra parte… capito?”

“Sicuro, tesoro, ma prima andiamo da questa parte e poi andremo dalla parte tua. Eh? Vieni, tesoro?”

Armstrong si ingobbì ancor più nell’ombra. Li guardò avvicinarsi, domandandosi se era proprio quello. L’uomo aveva un accento dolce, del sud, e dimostrava poco meno di trent’anni. Camminava per la viuzza affollata guardandosi intorno per orientarsi. Poi Armstrong lo vide adocchiare la sartoria all’angolo del vicolo, Pop-ting, Abiti su misura, e proprio di fronte un piccolo ristorante illuminato da lampadine nude, e con un’insegna scritta rozzamente e inchiodata a un palo: BENVENUTI MARINAI AMERICANI. La colonna di neri caratteri cinesi sopra l’entrata diceva: “Mille anni di salute al Mao Tse-tung Restaurant”.

“Vieni, tesoro” disse il marinaio, illuminandosi. “Beviamo una birra.”

“Posto no buono, baby, meglio venire mio bar, heya? Mi…”

“Maledizione, berremo una birra qui.” Il marinaio, ravvolto nel larghissimo impermeabile, entrò e sedette a uno dei tavolini di plastica. La ragazza lo seguì, imbronciata. “Birra. Due birre! San Miguel, eh? La conosci, eh?”

Dal punto in cui era seduto, Armstrong li vedeva chiaramente, tutti e due. Uno dei tavoli era occupato da quattro coolie che sorbivano rumorosamente spaghettini e brodo. Lanciarono un’occhiata al marinaio e alla ragazza. Uno fece un commento osceno e gli altri risero. La ragazza arrossì e voltò loro le spalle. Il marinaio canticchiò, guardandosi intorno attentamente e sorseggiando la birra, poi si alzò. “Devo andare al cesso.” Senza esitazioni, entrò nel retro passando oltre la tenda di perle di vetro, mentre il cameriere lo guardava con aria sprezzante. Armstrong sospirò e si rilassò. La trappola era scattata.

Il marinaio tornò dopo un momento. “Vieni” disse. “Andiamocene.” Scolò la birra, pagò, e se ne andarono, a braccetto, nella direzione dalla quale erano arrivati.

“Vuole ancora spaghettini?” chiese sgarbatamente il padrone ad Armstrong, socchiudendo gli occhi con aria ostile.

“No, grazie. Solo un’altra birra.”

“Niente birra.”

“Fottuto tu e tutti i tuoi antenati” sibilò Armstrong, nel più perfetto cantonese dei bassifondi. “Sono uno sciocco venuto dalla Montagna d’Oro? No, sono ospite del tuo fottuto ristorante. Dammi una fottuta birra o dirò ai miei uomini di tagliarti il Sacco Segreto e di gettare in pasto al primo cane che passa quelle noccioline che tu chiami il tuo tesoro!”

L’uomo non disse nulla. Con aria seccata, andò al chiosco vicino, prese una San Miguel, la portò nel suo locale, la posò sul banco e l’aprì. Gli altri avventori stavano ancora guardando Armstrong a bocca aperta. Bruscamente, lui si raschiò la gola, sputò, e fissò i freddi occhi azzurri sull’uomo più vicino. Lo vide rabbrividire e distogliere lo sguardo. Anche gli altri, impacciati, tornarono a occuparsi delle loro scodelle, messi a disagio dalla presenza d’un poliziotto barbaro che aveva il cattivo gusto di inveire nella loro lingua.

Armstrong si assestò più comodo sullo sgabello, poi scrutò la strada e il vicolo, aspettando con pazienza.

Non dovette attendere molto prima di vedere il piccolo, grasso europeo che avanzava nel vicolo, tenendosi su un lato, e si fermava a sbirciare in una bottega di scarpe dietro i chioschetti lungo la viuzza.

Ah, è un professionista, pensò Armstrong, soddisfatto: sapeva che l’uomo usava la vetrina come uno specchio per scrutare il ristorante. Lo sconosciuto se la prendeva comoda. Portava un impermeabile informe, di plastica, un cappello, e aveva l’aria molto anonima. Per un momento restò nascosto quando un coolie gli passò davanti ondeggiando, portando sulle spalle una pertica di bambù con due enormi fardelli. Armstrong notò i polpacci nodosi, sfigurati dalle vene varicose, mentre fissava gli occhi dell’altro uomo. Quei piedi si mossero; l’uomo uscì dal vicolo dietro al coolie, e continuò a procedere per la strada.

È molto abile, pensò con ammirazione Armstrong, seguendolo con gli occhi. Ha fatto altre volte queste manovre. Dev’essere del KGB per essere così furbo. Bene, ormai non ci vorrà molto, caro mio, prima di prenderti all’amo, pensò senza rancore, come un pescatore che vede una grossa trota avvicinarsi all’esca.

L’uomo aveva ripreso a guardare la vetrina. Vieni, pesciolino.

Si comportava proprio come una trota. Passò diverse volte e si allontanò e tornò indietro, ma sempre con estrema prudenza, senza attirare l’attenzione. Finalmente entrò nel ristorante, sedette e ordinò una birra. Armstrong sospirò di nuovo: di soddisfazione, questa volta.

Sembrò che trascorresse un tempo interminabile prima che anche l’uomo si alzasse, chiedesse dov’era la toeletta, passasse fra i pochi avventori e varcasse la tenda di perle. Poi ritornò al suo posto. Subito i quattro coolie che sedevano al tavolo accanto gli piombarono alle spalle, bloccandogli le braccia e immobilizzandolo, mentre un altro lo afferrava alla gola. Gli altri clienti, veri avventori e non agenti travestiti dell’SI, guardarono a bocca aperta. Uno lasciò cadere i bastoncini, due scapparono via e gli altri restarono immobili, come paralizzati.

Armstrong lasciò lo sgabello e si avvicinò a passo tranquillo. Vide il cinese dall’aria dura che stava dietro il banco togliersi il grembiule e dire, in russo, “Zitto, bastardo” all’uomo che imprecava e si dibatteva invano, “’sera, sovrintendente” soggiunse, rivolgendosi ad Armstrong con un sorriso ironico. Era Malcolm Sun, agente dell’SI, il cinese di grado più elevato di quel 16/2. Era lui che aveva organizzato l’intercettazione e aveva pagato il cuoco di quel turno, per prenderne il posto.

“’sera, Malcolm. Molto bene.” Armstrong rivolse l’attenzione all’agente nemico. “Come si chiama?” chiese gentilmente.

“Chi è lei? Lasciatemi andare… lasciatemi!” disse l’uomo in un inglese dal forte accento russo.

“È tutto suo, Malcolm” disse Armstrong.

Subito, Sun disse in russo: “Ascolta, mangiamadre, sappiamo che sei dell’Ivanov, sappiamo che sei un corriere e hai appena ritirato il materiale lasciato dall’americano della portaerei nucleare. Abbiamo già arrestato quel bastardo ed è meglio per te…”

“Balle! È un errore” proruppe l’uomo, in russo. “Non ho visto nessun americano. Lasciatemi andare!”

“Come ti chiami?”

“È un errore. Lasciatemi andare!” Il ristorante era ormai circondato da una folla di curiosi.

Malcolm Sun si rivolse ad Armstrong. “È maturo, signore. Non capisce il russo. Temo che dovremo portarlo via” disse con un sorriso sardonico.

“Sergente, faccia venire il furgone.”

“Sì, signore.” Un altro agente si allontanò in fretta, mentre Armstrong si avvicinava. Il russo aveva i capelli grigi, la figura tozza, gli occhietti rabbiosi. Lo tenevano in modo da impedirgli di fuggire o di mettere una mano in tasca o in bocca per distruggere le prove o per uccidersi.

Armstrong lo perquisì. Niente manuali, niente rullini di pellicola. “Dove l’ha messo?” chiese.

“Io non capisco!”

L’odio di quell’uomo non preoccupava Armstrong. Non ce l’aveva con lui: era solo un bersaglio preso in trappola. Chissà chi ha mandato questo poveraccio che è spaventato a morte, e giustamente, e adesso è rovinato agli occhi del KGB e dei suoi, per sempre, e forse è spacciato. Chissà perché il colpo l’abbiamo fatto noi e non il vecchio Rosemont e i suoi ragazzi della CIA? Come mai siamo stati noi, e non gli yankee, a sapere della consegna? Come mai Crosse l’ha saputo? Crosse gli aveva detto soltanto dove e come, e che la consegna sarebbe stata effettuata da un marinaio della portaerei a qualcuno dell’Ivanov.

“Deve occuparsene lei, Robert, e per favore non combini un pasticcio.”

“D’accordo. Ma la prego, chiami qualcun altro per Brian K…”

“Per l’ultima volta, Robert, l’interrogatorio di Kwok lo fa lei, ed è distaccato presso l’SI fino a quando io non la lascerò libero. E se protesta ancora una volta, la farò cacciare dalla polizia e da Hong Kong, le farò togliere la pensione, e non ho bisogno di ricordarle che l’SI può arrivare dovunque. Non credo che potrà più lavorare, a meno che non si dedichi a qualche attività criminosa, e allora Dio abbia pietà di lei. È chiaro?”

“Sì, signore.”

“Bene. Brian sarà pronto domattina alle sei.”

Armstrong rabbrividì. Che fortuna sfacciata abbiamo avuto, a prenderlo! Se Wu dagli Occhiali non fosse venuto da Ning-tok… se la vecchia amah non avesse parlato con il Lupo Mannaro… se l’assalto agli sportelli della banca… Cristo, quanti “se”. Ma è così che si prende un pesce, un pesce grosso. È quasi sempre fortuna. Gesù Cristo, Brian Kwok! Povero diavolo!

Rabbrividì di nuovo.

“Tutto bene, signore?” chiese Malcolm Sun.

“Sì.” Armstrong guardò di nuovo il russo. “Dove ha messo la pellicola, il rullino?”

L’uomo lo fissò con aria di sfida. “Non capisco!”

Armstrong sospirò. “Mi capisce anche troppo bene.” Il grande furgone nero passò tra la folla dei curiosi e si fermò. Ne scesero altri agenti dell’SI. “Caricatelo e non mollatelo” disse Armstrong agli uomini che avevano immobilizzato il russo. I curiosi guardarono, parlottarono e fecero smorfie mentre l’uomo veniva trascinato al furgone. Armstrong e Sun salirono dopo di lui e chiusero lo sportello.

“Via, autista” ordinò Armstrong.

“Sì, signore.” L’autista innestò la prima, passando tra la folla, e si immise nel traffico congestionato, dirigendosi verso il comando.

“Bene, Malcolm, può cominciare.”

L’agente cinese tirò fuori un coltello affilato come un rasoio. Il sovietico impallidì.

“Come si chiama?” chiese Armstrong, sedendo sulla panca di fronte a lui.

Malcolm Sun ripeté la domanda in russo.

“D… Dimitri Metkin” mormorò l’uomo, che era ancora tenuto dai quattro e non poteva muovere un dito. “Marinaio scelto.”

“Bugiardo” disse tranquillamente Armstrong. “Proceda, Malcolm.”

Malcolm Sun accostò il coltello all’occhio sinistro del prigioniero, che sembrava sul punto di svenire. “Questo verrà dopo, spia” disse Sun in russo, con un sorriso agghiacciante. Con mosse esperte e con manifesta ferocia, Sun tagliò rapidamente l’impermeabile. Armstrong lo frugò con estrema cura, mentre Sun usava destramente il coltello per tranciare la giubba e gli altri indumenti del prigioniero, lasciandolo nudo. Il coltello non l’aveva tagliato, neppure scalfito. Una scrupolosa perquisizione non rivelò nulla. Non c’era nulla neppure nelle suole e nei tacchi delle scarpe.

“A meno che sia un micropunto che finora ci è sfuggito, deve averlo dentro” disse Armstrong.

Prontamente, gli uomini che tenevano il russo lo piegarono in avanti, e Sun prese i guanti di gomma e l’unguento, e frugò. L’uomo si dibatteva e gemeva: lacrime di dolore gli colavano dagli occhi.

Dew neh loh moh” disse soddisfatto Sun. Estrasse un rotolino avvolto nel cellofan.

“Non lasciatelo!” gridò Armstrong.

Quando fu certo che l’uomo era tenuto saldamente, scrutò il minuscolo cilindro. Nell’interno si intravvedeva un rullino di pellicola. “Sembra una Minolta” disse, distrattamente.

Avvolse il rotolo di cellofan in alcuni fazzolettini di carta e sedette di nuovo di fronte all’uomo. “Signor Metkin, ai sensi della Legge sui Segreti di Stato, l’accuso di aver partecipato a un’azione di spionaggio contro il governo di Sua Maestà e i suoi alleati. Tutto ciò che dirà verrà usato contro di lei. Ormai, signore” continuò gentilmente, “è nelle nostre mani. Siamo tutti della Special Intelligence e quindi non soggetti alle leggi normali, come non lo è il suo KGB. Non intendiamo farle male, ma se vogliamo possiamo trattenerla in eterno, anche in isolamento… se vogliamo. Gradiremmo un po’ di collaborazione. Alcune risposte ad alcune domande. Se rifiuta, le strapperemo le informazioni che ci interessano. Usiamo molte tecniche del KGB e qualche volta sappiamo anche fare di meglio.” Vide un lampo di terrore negli occhi dell’uomo, ma qualcosa gli diceva che sarebbe stato difficile farlo parlare.

“Qual è il suo vero nome? Il suo nome ufficiale nel KGB?”

L’uomo lo fissò.

“Qual è il suo grado nel KGB?”

L’uomo continuò a fissarlo.

Armstrong sospirò. “Posso lasciar fare ai miei amici cinesi, vecchio mio, se preferisce. Non hanno nessuna simpatia per lei. Le armate sovietiche hanno invaso il villaggio di Malcolm Sun in Manciuria, e l’hanno distrutto, e hanno annientato tutta la sua famiglia. Mi dispiace, ma devo conoscere il suo nome ufficiale nel KGB, il suo grado a bordo della Sovetskij Ivanov e la sua posizione ufficiale.”

Un altro silenzio ostile.

Armstrong scrollò le spalle. “Proceda, Malcolm.”

Sun alzò il braccio e staccò dal gancio il piede di porco, e quando i quattro uomini girarono brutalmente Metkin sullo stomaco, tenendolo inchiodato, Sun inserì la punta. L’uomo urlò. “Fermo… fermo…” ansimò nel suo inglese gutturale. “Fermo… sono Dimitri…” Un altro urlo. “Nikolai Leonov, maggiore, commissario politicoooo…”

“Basta così, Malcolm” disse Armstrong, sbalordito dal grado della loro preda.

“Ma, signore…”

“Basta così” disse Armstrong, assumendo un atteggiamento protettivo mentre Sun, con fare ostile e rabbioso, riappese il piede di porco. “Tiratelo su” ordinò. Quell’uomo gli faceva pena. Ma sapeva che quel trucco non aveva mai mancato una sola volta di produrre il vero nome e il vero grado, se veniva eseguito subito. Era un trucco, perché non andavano mai a fondo, e il primo urlo era sempre di panico, non di dolore. A meno che l’agente nemico fosse crollato subito, smettevano sempre e poi, al comando, lo sottoponevano a un regolare interrogatorio. La tortura non era necessaria, anche se qualche agente troppo zelante l’usava nonostante gli ordini. È una professione pericolosa, pensò cupamente. I metodi del KGB sono più brutali, e i cinesi hanno una mentalità diversa nei confronti della vita e della morte, dei vincitori e dei vinti, della sofferenza e del piacere… e del valore di un urlo.

“Non se la prenda a male, maggiore Leonov” disse gentilmente, quando gli altri lo ebbero rimesso a sedere sulla panca, continuando a tenerlo stretto. “Non vogliamo farle male… o permettere che ne faccia a se stesso.”

Metkin gli sputò contro e cominciò a bestemmiare, mentre lacrime di terrore e di rabbia e di frustrazione gli colavano sul viso. Armstrong fece cenno a Malcolm Sun che tirò fuori il tampone già pronto e lo posò con fermezza sul naso e sulla bocca di Metkin.

L’odore pesante e dolciastro del cloroformio saturò l’atmosfera viziata. Metkin si dibattè invano per un momento, poi si accasciò. Armstrong gli esaminò gli occhi e gli tastò il polso per assicurarsi che non fingesse di aver perso i sensi. “Potete lasciarlo, adesso” disse. “Vi siete comportati tutti benissimo. Provvederò a fare aggiungere una nota di merito ai vostri fascicoli. Malcolm, sarà bene tenerlo d’occhio. Potrebbe suicidarsi.”

“Sì.” Sun sedette insieme agli altri, nel furgone sussultante che avanzava con esasperante lentezza nel traffico congestionato, fermandosi e ripartendo. Un poco più tardi disse quello che pensavano tutti: “Dimitri Metkin, alias Nikolai Leonov, maggiore del KGB, commissario politico dell’Ivanov. Perché hanno mandato un pesce così grosso a fare un lavoretto di così poco conto?”