48.

Ore 19,05

Linc Bartlett scelse con cura la cravatta. Aveva indossato una camicia celeste e un abito beige chiaro, e la cravatta era beige con una striscia rossa. Sul cassettone c’era una birra aperta. La lattina era imperlata di gocce d’umidità condensata dal freddo. Per tutto il giorno aveva tentato di decidere se doveva cercare Orlanda o no, se doveva dirlo a Casey o no.

La giornata era andata benissimo, per lui. Prima la colazione con Orlanda, e poi la visita al Kai Tak per controllare il suo aereo col quale si sarebbe recato a Taipei con Dunross. Il pranzo con Casey, e poi le emozioni della Borsa. Dopo che la Borsa si era chiusa, lui e Casey avevano preso il traghetto per Kowloon. I tendoni fissati per riparare dalla pioggia nascondevano il panorama e davano una sensazione claustrofobica e la traversata non era stata piacevole. Ma era piacevole stare con Casey. Sentiva ancor più la presenza di lei, ora che pensava a Orlanda e al dilemma.

“Ian è finito, vero, Linc?”

“Direi di sì, sicuro. Ma è in gamba, e la battaglia non è ancora terminata: solo il primo attacco.”

“E come può rifarsi? Le sue azioni sono praticamente in svendita.”

“In confronto alla settimana scorsa, certo, ma non sappiamo cosa guadagnasse in passato. Questa Borsa è come uno yo-yo, l’hai detto anche tu… ed è pericolosa. In questo, Ian aveva ragione.”

“Scommetto che sa dei 2 milioni che hai messo a disposizione di Gornt.”

“Può darsi. Lui avrebbe fatto altrettanto, se avesse avuto un’occasione del genere. Vai a prendere Seymour e Charlie Forrester?”

“Sì. Il volo della Pan Am è in orario, e ho fatto venire una macchina. Me ne andrò appena saremo arrivati all’albergo. Credi che vorranno cenare?”

“No. Saranno frastornati per la differenza di orario.” Bartlett aveva sorriso. “Spero.” Seymour Steigler III, il loro legale, e Charlie Forrester, il capo della divisione poliuretano, erano due tipi difficili. “A che ora arriva il loro aereo?”

“Alle quattro e cinquanta. Saremo di ritorno verso le sei.”

Alle sei avevano parlato con Seymour Steigler… Forrester non si sentiva bene e aveva preferito andare subito a letto.

Il legale era newyorkese, un bell’uomo con i capelli neri brizzolati, gli occhi scuri, cerchiati. “Casey mi ha riferito i dettagli, Linc” disse. “Sembra che siamo a buon punto.”

In base a una decisione precedente, Bartlett e Casey avevano riferito al loro legale le condizioni delle trattative, escludendo soltanto l’accordo segreto con Dunross per le sue navi.

“C’è un paio di clausole che vorrei aggiungere per proteggerci, Linc” disse Steigler.

“Sta bene. Ma non voglio rinegoziare l’accordo. Vogliamo una stesura definitiva per martedì, esattamente come l’abbiamo preparato.”

“E la Rothwell-Gornt? È meglio che io gli tasti il polso, eh? Potremmo scaricare la Struan.”

“No” aveva detto Casey. “Lascia stare Gornt e Dunross, Seymour.” Non avevano detto nulla a Steigler neppure dell’accordo privato fra Bartlett e Gornt. “Hong Kong è più complicata di quanto pensassimo. Meglio lasciare le cose come stanno.”

“Giusto” disse Bartlett. “Lascia Gornt e Dunross a Casey e a me. Tu veditela con i loro legali.”

“Che tipi sono?”

“Inglesi. Molto corretti” disse Casey. “Ho incontrato John Dawson a mezzogiorno… è il socio anziano dello studio. Doveva esserci anche Dunross, invece ha mandato Jacques deVille. Fa parte del consiglio d’amministrazione della Struan, si occupa di tutti gli accordi societari e un po’ anche dei finanziamenti. Jacques è in gamba, ma è Dunross che dirige tutto e decide tutto. Il vertice supremo è lui.”

“E se chiamassi subito al telefono questo, ehm, questo Dawson? Lo vedrò per la prima colazione, verso le otto.”

Bartlett e Casey avevano riso. “Niente da fare, Seymour!” aveva detto lei. “Quello arriverà in ufficio alle dieci suonate, e poi si farà un pranzo di due ore. Qui mangiano e bevono a quattro palmenti, e tutto nello stile ‘vecchio mio’.”

“Allora m’incontrerò con lui dopo pranzo, quando sarà di buonumore, e magari potremo insegnargli un paio di trucchi” aveva detto Seymour Steigler, con un’espressione più dura. Soffocò uno sbadiglio. “Devo chiamare New York prima di andare a dormire. Ehi, ho qui tutti i documenti della fusione con la GXR e…”

“Li prendo io, Seymour” disse Casey.

“E ho comprato il blocco di 200.000 Rothwell-Gornt a 23,50… a quanto sono oggi?”

“21.”

“Gesù, Linc, ci hai rimesso 300.000 dollari” disse Casey, turbata. “Perché non venderle e ricomprarle? Se e quando.”

“No. Ci terremo le azioni.” Bartlett non era preoccupato per la perdita, perché aveva già guadagnato parecchio grazie all’accordo con Gornt. “Cosa ne diresti di lasciar perdere per questa sera, Seymour? Se sarai alzato, potremmo far colazione insieme, noi tre… diciamo verso le otto.”

“Buona idea. Casey, mi prendi un appuntamento con Dawson?”

“Certo. Ti riceveranno domattina. Il tai-pan… Ian Dunross li ha avvertiti che il nostro accordo ha la precedenza assoluta.”

“Logico” disse Steigler. “Il nostro anticipo basterà a togliere Dunross dai guai.”

“Se sopravviverà” disse Casey.

“Oggi siamo qui, domani non ci siamo più, quindi godiamoci la vita!”

Era uno dei detti abituali di Steigler, e risuonava ancora nella mente di Bartlett. Oggi siamo qui, domani non ci siamo più… come l’incendio di stanotte. Poteva andarmi male. Potevo fracassarmi il cranio come quel povero diavolo di Pennyworth. Non sai mai quando è il tuo turno, il tuo incidente… il tuo proiettile o il tuo atto di Dio. Dall’esterno o dall’interno. Come papà! Gesù, così sano e abbronzato, mai stato male un giorno in vita sua, e poi il dottore dice che ha il cancro, e in tre mesi se ne va, consumandosi e soffrendo come un cane.

Bartlett sentì un sudore improvviso imperlargli la fronte. Era stato un gran brutto momento, con la causa di divorzio in corso, il padre morto, e la madre disperata, e tutto che stava andando a pezzi. Poi il divorzio era stato accordato. L’accordo era stato esoso, e lui era riuscito a malapena a conservare il controllo delle sue compagnie, a liquidare sua moglie senza essere costretto a vendere. Continuava a pagare ancora adesso, sebbene lei si fosse risposata, e gli assegni per il mantenimento dei figli erano saliti ogni anno… e ogni centesimo ancora gli bruciava, non tanto per il denaro quanto per l’iniquità della legge californiana, con l’avvocato che si pappa un terzo finché morte non ci separi, fregato dal mio avvocato e dal suo. Un giorno mi vendicherò di loro, si ripromise cupamente Bartlett per l’ennesima volta. Di loro e di tutti gli altri stramaledetti parassiti.

Con uno sforzo, cercò di non pensarci più. Per quel giorno.

Oggi siamo qui, domani non ci siamo più, quindi godiamoci la vita, ripeté, mentre sorseggiava la birra, si annodava la cravatta e si guardava nello specchio. Senza vanità. Gli piaceva essere se stesso ed era in pace con se stesso: sapeva chi era e che cosa intendeva fare. La guerra l’aveva aiutato a diventare così. E sopravvivere al divorzio, sopravvivere a lei, scoprire la verità su di lei e accettarla… e Casey era stata l’unica cosa bella e pulita di quell’anno.

Casey.

Già, Casey?

Le regole del nostro gioco sono chiare, lo sono sempre state. Le ha stabilite lei: se io esco con qualcuna o lei esce con qualcuno, così sia, niente domande e niente recriminazioni.

È per questo che sono così nervoso, adesso che ho deciso di vedere Orlanda senza dir niente a Casey?

Diede un’occhiata all’orologio. Era quasi ora di andare.

Ci fu un colpetto, e subito la porta si aprì, e Song del turno di notte gli sorrise raggiante. “Signorina” annunciò il vecchio, e si scostò. Casey stava arrivando, con un fascio di documenti e un taccuino.

“Oh, ciao, Casey” disse Bartlett. “Stavo per telefonarti.”

“Ciao, Linc” rispose lei; e poi, mentre passava davanti al vecchio, disse: “Doh jeh.” Entrò a passo vivace. “Ti ho portato un po’ di roba.” Gli porse un fascio di telex e di lettere e andò al mobile bar per prepararsi un martini. Portava un paio di calzoni grigi, aderenti, scarpe grigie senza tacco e una camicetta di seta grigia. Aveva i capelli legati alla nuca e una matita infilata sopra l’orecchio era l’unico ornamento. Quella sera aveva gli occhiali, non le solite lenti a contatto. “I primi due riguardano la fusione con la GXR. Tutto firmato, controfirmato e registrato, e noi prendiamo possesso il 2 settembre. C’è una riunione del consiglio d’amministrazione confermata per le tre del pomeriggio a Los Angeles… abbiamo tutto il tempo di ritornare. Ho chiesto…”

“Preparo letto, padrone?” interruppe dalla soglia Song del turno di notte con aria d’importanza.

Bartlett stava per rispondere di no, ma Casey scrollò la testa. “Um ho” disse amabilmente in cantonese, pronunciando le parole con cura e precisione. “Cha z’er, doh jeh.” No, grazie, più tardi, per favore.

Song del turno di notte la fissò, come se non capisse. “Cosa?

Casey lo ripeté. Il vecchio sbuffò, irritato perché Aureo Pelo Pubico si permetteva di rivolgergli la parola nella sua lingua. “Preparo letto, heya? Adesso, heya?” chiese in pessimo inglese.

Casey ripeté le parole in cantonese, e ancora una volta non ottenne la minima reazione; fece per ricominciare e poi s’interruppe e disse rassegnata in inglese: “Oh, non importa! Adesso no. Potrà farlo più tardi.”

Song del turno di notte sorrise, felice di averle fatto perdere la faccia. “Sì, signorina.” Chiuse la porta, sbattendola quanto bastava per sottolineare il suo trionfo.

“Stronzo” borbottò lei. “Deve avermi capito, so che l’ho detto giusto. Linc. Perché insistono a far finta di non capire? Ho provato con la mia cameriera, e anche lei non ha detto altro che ‘cosa?’.” Rise, controvoglia, scimmiottando i rochi toni gutturali: “Cosa ha detto, heya?

Bartlett rise. “Lo fanno per dispetto. Ma dove hai imparato il cinese?”

“È cantonese. Ho trovato un insegnante… un’ora, stamattina. Pensavo che almeno dovrei essere in grado di dire Salve, Buongiorno, Mi dia il conto per favore… cose del genere. Dannazione, ma è complicato. Tutti i toni. In cantonese ci sono sette toni… sette modi di pronunciare la stessa parola. Se chiedi il conto, dici mai dati, ma se sbagli appena un po’ il tono, vuol dire uova fritte, anche quelle sono mai dan, e puoi scommettere che il cameriere ti porta proprio le uova fritte, per dispetto.” Casey centellinò il martini e aggiunse un’altra oliva. “Ne sentivo il bisogno. Vuoi un’altra birra?”

Bartlett scosse la testa. “Mi basta questa.” Aveva letto tutti i telex.

Casey sedette sul divano e aprì il taccuino. “Ha telefonato il segretario di Vincenzo Banastasio e mi ha pregato di confermare il suo appartamento per sabato e…”

“Non sapevo che venisse a Hong Kong. E tu?”

“Aveva accennato all’eventualità di venire in Asia, l’ultima volta che l’abbiamo visto, il mese scorso all’ippodromo… a Del Mar, quando c’era John Chen. Terribile, quello che è successo a John, no?”

“Spero che prendano i Lupi Mannari. Che sporche carogne, assassinarlo e lasciarlo sulla strada con quel cartello addosso.”

“Ho mandato un biglietto di condoglianze anche a nome tuo, a suo padre e alla matrigna, Dianne… ricorderai che l’abbiamo conosciuta a casa di Ian e poi ad Aberdeen… Gesù, mi sembra che sia passato un milione di anni.”

“Sì.” Bartlett aggrottò la fronte. “Comunque, non rammento che Vincenzo avesse detto niente. Scende a questo albergo?”

“No. Vuole stare a Hong Kong. Ho confermato la prenotazione all’Hilton per telefono, e domani lo farò personalmente. Arriverà sabato con il volo del mattino della JAL da Tokyo.” Casey lo sbirciò al di sopra degli occhiali. “Vuoi che combini un appuntamento?”

“Per quanto si tratterrà?”

“Per il weekend. Qualche giorno. Sai com’è sempre vago. Andrebbe bene sabato dopo le corse? Saremo a Hong Kong e ci potremo arrivare a piedi comodamente da Happy Valley, se non riusciremo a trovare un passaggio.”

Bartlett stava per dire: facciamo per domenica. Ma poi ricordò che domenica doveva andare a Taipei. “Certo, sabato dopo le corse.” Notò l’espressione di Casey. “Che c’è?”

“Mi stavo domandando che intenzioni ha Banastasio.”

“Quando ha acquistato il 4 per cento delle azioni della Par-Con” disse lui, “abbiamo fatto controllare da Seymour, dal SEC e da altri, e tutti hanno dichiarato che il suo denaro era pulito. Non è mai stato arrestato o incriminato, anche se corrono tante voci sul suo conto. Non ci ha mai dato fastidi, non ha mai preteso di entrare in qualche consiglio d’amministrazione, non si presenta mai alle assemblee degli azionisti, mi dà sempre la procura, e ci ha dato il denaro quando ne avevamo bisogno.” Fissò Casey. “E allora?”

“Allora niente, Linc. Sai cosa penso di lui. Sono d’accordo, non possiamo riprenderci le azioni. Le ha acquistate regolarmente, dopo debita richiesta, e, senza dubbio, a noi il suo denaro faceva comodo.” Casey si assestò gli occhiali e scarabocchiò una nota. “Fisserò l’appuntamento e sarò gentile come sempre. Poi: il conto della nostra compagnia presso la Victoria Bank è operante. Ho depositato 25.000 dollari, e questo è il tuo libretto degli assegni. Abbiamo creato un fondo rotativo e la First Central è pronta a trasferire i primi 7 milioni sul conto; appena lo chiederemo. Lì c’è il telex di conferma. Ho anche aperto un conto personale a tuo nome presso la stessa banca… ecco il tuo libretto con altri 25.000… 20 in buoni del tesoro di Hong Kong.” E sorrise. “Dovrebbero bastare per pagare un paio di ciotole di chop suey e un bell’oggetto di giada, anche se ho sentito dire che è molto difficile distinguere quelli veri dai falsi.”

“Niente giada.” Bartlett avrebbe voluto dare un’occhiata all’orologio, ma non lo fece e continuò a sorseggiare la birra. “Poi?”

“Poi: Clive Bersky ha telefonato e ha chiesto un favore.”

“Lo hai mandato al diavolo?”

Casey rise. Clive Bersky era il direttore della filiale della First Central di New York, presso la quale avevano il loro conto corrente. Era meticoloso e pedante e mandava in bestia Bartlett con la sua mania per le documentazioni impeccabili. “Chiede, se concludiamo l’accordo con la Struan, di versare i nostri fondi tramite la…” Casey consultò il taccuino. “… la Royal Belgium and Far East Bank di qui. ”

“Perché proprio quelle?”

“Non lo so. Sto controllando. Alle otto andrò a bere un aperitivo col direttore della filiale locale. La First Central ha appena acquistato la sua banca… ha filiali qui, a Singapore e a Tokyo.”

“Tratta tu con lui, Casey.”

“Sicuro. Posso bere qualcosa e poi scappar via. Vuoi andare a cena, dopo? Potremmo scendere all’Escoffier, oppure salire al Seven Dragons, o fare quattro passi per Nathan Road, in cerca d’un ristorante cinese. Qui vicino, però… le previsioni meteorologiche annunciano altra pioggia.”

“Grazie, ma stasera no. Vado a Hong Kong.”

“Oh? Ch…” Casey s’interruppe. “Benissimo. Quando esci?”

“Fra poco. Non c’è fretta.” Bartlett vide un sorriso disinvolto sulle labbra di lei, mentre continuava a scorrere l’elenco, ma era sicuro che aveva capito immediatamente dove sarebbe andato, e s’infuriò. Conservò un tono calmo. “Che altro c’è?”

“Nulla di urgente” disse lei, con lo stesso tono garbato. “Ho un incontro domattina presto con il comandante Jannelli per il tuo viaggio a Taipei… l’ufficio di Armstrong ha mandato la documentazione che sospende temporaneamente il sequestro dell’aereo. Basta che firmi un modulo, impegnandoti a rientrare a Hong Kong. Io ho scritto che tornerai entro martedì. Ti va bene?”

“Sicuro. Martedì è il giorno decisivo.”

Casey si alzò. “Per stasera è tutto, Linc. Mi occuperò io del banchiere e del resto.” Finì il martini e rimise il bicchiere sul mobile bar. “Ehi, la cravatta, Linc! Andrebbe meglio quella azzurra. Ci vediamo a colazione.” Gli gettò un bacio, come al solito, e se ne andò come al solito e chiuse la porta con il solito augurio: “Sogni d’oro, Linc!”

“Perché diavolo sono così furibondo?” borbottò lui, irosamente, a voce alta. “Casey non ha fatto niente. Accidenti!” Senza accorgersi, aveva stritolato la lattina vuota della birra. Accidenti! E adesso? Lascio perdere e vado, oppure…?

Casey si stava avviando verso la sua camera. Era fuori di sé. Scommetterei qualsiasi cosa che uscirà con quella stramaledetta sgualdrina. Avrei dovuto affogarla quando mi è capitata l’occasione.

Poi notò che Song del turno di notte le aveva aperto la porta, e la teneva spalancata per lasciarla passare, con un sorriso che le sembrava un ghigno.

“E anche tu puoi andare all’inferno!” gli ringhiò, prima di riuscire a trattenersi, poi sbatté la porta e gettò i fogli e il taccuino sul letto. Stava per piangere. “Non devi piangere” s’impose a voce alta, trattenendo le lacrime. “Nessun maledettissimo uomo può permettersi di farti soffrire. Nessuno!” Si guardò le dita che tremavano di rabbia.

“Oh, al diavolo tutti gli uomini!”