Ore 19,40
“Mi scusi, eccellenza, la desiderano al telefono.”
“Grazie, John.” Sir Geoffrey Allison si volse verso Dunross e gli altri. “Vogliono scusarmi un momento, signori?”
Erano nella Government House, la residenza ufficiale del governatore, sopra Central, con le porte-finestre aperte alla frescura della sera, e l’aria era pura, lavata, gli alberi e i cespugli sgocciolavano piacevolmente. Il governatore attraversò l’anticamera affollata dove venivano serviti i cocktail e gli stuzzichini: era soddisfatto per come era andata finora la serata. Sembrava che tutti si divertissero. Si conversava piacevolmente e allegramente, e non si erano ancora manifestati attriti fra i tai-pan di Hong Kong e i parlamentari. Come lui aveva chiesto, Dunross s’era dato da fare per placare Grey e Broadhurst, e persino Grey sembrava essersi un po’ addolcito.
L’aiutante chiuse la porta dello studio, lasciandolo solo. Lo studio era verde scuro, elegante, con la tappezzeria azzurra, splendidi tappeti persiani acquistati durante il suo soggiorno di due anni all’ambasciata di Teheran, cristallerie e argenti preziosi e vetrine con magnifiche porcellane cinesi. “Pronto?”
“Scusi se la disturbo, signore” disse Crosse.
“Oh, salve, Roger.” Il governatore provò un senso d’oppressione al petto. “Non mi disturba affatto” disse.
“Due notizie piuttosto buone, signore. Abbastanza importanti. Posso fare un salto da lei?”
Sir Geoffrey lanciò un’occhiata all’orologio di porcellana sulla mensola del camino. “La cena sarà servita fra un quarto d’ora, Roger. Lei dov’è, adesso?”
“A tre minuti di distanza, signore. Non le farò ritardare la cena. Ma se preferisce, potrei venire più tardi.”
“Venga subito, le buone notizie mi faranno bene. Con questa storia delle banche e la Borsa… Passi dalla porta del giardino, se vuole. John verrà ad attenderla.”
“Grazie, signore.” La comunicazione s’interruppe. Per consuetudine, il capo dell’SI aveva una chiave del cancello del giardino, che si apriva nell’alto muro di cinta.
Esattamente tre minuti dopo Crosse attraversò la terrazza, a passo svelto. Il terreno era bagnato. Si pulì scrupolosamente i piedi prima di varcare la portafinestra. “Abbiamo preso un pesce piuttosto grosso, signore, un agente nemico, e l’abbiamo beccato con le mani nel sacco” disse sottovoce. “Un maggiore del KGB, commissario politico dell’Ivanov. Lo abbiamo colto in flagrante azione di spionaggio con un esperto americano di computer, della portaerei nucleare.”
Il governatore era avvampato. “Quella maledetta Ivanov! Buon Dio, Roger, un maggiore? Ha idea della tempesta diplomatica e politica che scoppierà con l’URSS, gli Stati Uniti e Londra?”
“Sì, signore. Per questo ho ritenuto opportuno consultarmi subito con lei.”
“E cosa diavolo stava facendo quel tizio?”
Crosse gli riferì i fatti e concluse: “Adesso tutti e due sono imbottiti di sedativi e al sicuro.”
“Cosa c’era sulla pellicola?”
“Era tutta confusa, signore. E…”
“Come?”
“Sì. Naturalmente, tutti e due hanno negato che si trattasse di spionaggio. Il marinaio ha negato che ci fosse stata una consegna, ha negato tutto, ha detto che aveva vinto a poker i 2000 dollari USA che gli abbiamo trovato addosso. Molto puerile, negare quando si viene presi, molto puerile rendere le cose difficili, tanto alla fine riusciamo sempre a scoprire la verità. Pensavo che non avessimo trovato il vero rullino o che si trattasse di un micropunto. Abbiamo perquisito di nuovo i loro abiti, e ho ordinato di somministrare immediatamente gli emetici e di esaminare le feci. Il maggiore… l’agente del KGB ha evacuato il vero negativo un’ora fa.” Crosse porse una grossa busta. “Sono copie venti per venticinque, signore, fotogramma per fotogramma.”
Il governatore non aprì la busta. “Che cosa sono?”
“Una serie mostra parte del manuale del sistema di guida radar della nave.” Crosse esitò. “L’altra è una fotocopia del manifesto completo dell’arsenale della portaerei, munizioni, missili e testate. Quantità, qualità, numeri e posizione a bordo della nave.”
“Gesù Cristo! Incluse le testate atomiche? No, la prego, non mi risponda.” Sir Geoffrey fissò Crosse poi soggiunse, dopo una pausa: “Bene, Roger, per fortuna le informazioni non sono finite in mano al nemico. Mi congratulo con lei. Sarà un sollievo anche per i nostri amici americani, e le dovranno molti, grossi favori. In mani esperte quella conoscenza rivelerebbe l’intero potenziale della nave!”
“Sì, signore.” Crosse sorrise a denti stretti.
Sir Geoffrey lo scrutò.
“E adesso cosa facciamo del suo maggiore?”
“Io lo manderei a Londra con una scorta speciale, immediatamente, a bordo di un aereo della RAF. È meglio che lo interroghino là, anche se ritengo che qui siamo meglio attrezzati, più esperti e più efficienti. Il mio timore è che i suoi superiori lo sapranno sicuramente entro un’ora: e quindi potrebbero tentare di liberarlo o di neutralizzarlo. Potrebbero addirittura ricorrere a pressioni diplomatiche per costringerci a rimandarlo all’Ivanov. Inoltre, quando la Repubblica Popolare Cinese e i nazionalisti sapranno che abbiamo preso un ufficiale del suo grado, forse cercheranno di impadronirsene loro.”
“E il marinaio americano?”
“Sarebbe una buona mossa politica consegnarlo subito alla CIA, con il negativo del microfilm e queste… sono le uniche copie che ho fatto. Le ho sviluppate io stesso, per ovvie ragioni di sicurezza. Penso che Rosemont sarebbe la persona più adatta.”
“Ah, sì, Rosemont. È qui?”
“Sì, signore.”
Gli occhi di Sir Geoffrey s’indurirono. “Ha la copia dell’elenco dei miei invitati, Roger?”
“No, signore. Mezz’ora fa ho chiamato il consolato per sapere dove potevo trovarlo, e me l’hanno detto.”
Sir Geoffrey lo fissò, sotto le sopracciglia irsute: non gli credeva, era sicuro che il capo dell’SI sapeva sempre chi invitava e quando li invitava. Non importa, pensò irritato, è il suo lavoro. E scommetterei una ghinea d’oro contro una ciambella che queste non sono le uniche copie che ha fatto Roger, perché sa che anche il nostro Ammiragliato ci terrebbe a vederle, e ha il dovere di fornirgliele. “Potrebbe esserci qualche legame con la faccenda di Grant?”
“No. No, nessuno” disse Crosse, e il governatore credette di sentire una lieve incertezza nella sua voce. “Non credo che ci sia nessun legame.”
Sir Geoffrey si alzò dalla sedia e mosse qualche passo nello studio, setacciando mentalmente le possibilità. Roger ha ragione. I servizi segreti cinesi, da entrambe le parti della cortina di bambù, verranno a saperlo presto, dato che tutti i nostri poliziotti cinesi simpatizzano per la Repubblica Popolare o per i nazionalisti. Quindi è preferibile mandare lontano la spia. Così nessuno cederà alla tentazione… non qui, almeno. “Credo che dovrei parlarne subito con il ministro.”
“Forse, date le circostanze, signore, potrebbe informare il ministro di quel che ho fatto del maggiore… l’ho inviato a Londra sotto sc…”
“È già partito?”
“No, signore. Ma ho l’autorità di farlo… se lei è d’accordo.”
Pensosamente, Sir Geoffrey lanciò un’altra occhiata all’orologio. Poi disse, con l’ombra di un sorriso: “Benissimo. A Londra è ora di pranzo. Lo informerò fra circa un’ora. Le basta?”
“Oh, sì, grazie, signore. È tutto pronto.”
“L’immaginavo.”
“Respirerò molto meglio quando quell’individuo sarà in viaggio, signore. La ringrazio.”
“Sì. E il marinaio?”
“Forse lei potrebbe chiedere al ministro di approvare la consegna a Rosemont, signore.”
C’erano una dozzina di domande che Sir Geoffrey avrebbe voluto fare, ma non ne fece neppure una. La lunga esperienza gli aveva insegnato che non era un abile bugiardo e quindi meno sapeva e meglio era. “Benissimo. Ora, qual è la seconda ‘buona’ notizia? Spero che sia migliore.”
“Abbiamo preso la talpa, signore.”
“Ah! Bene. Magnifico! Molto bene! Chi?”
“Il sovrintendente Kwok.”
“Impossibile!”
Crosse nascose la sua soddisfazione. “Sono d’accordo con lei, signore. Tuttavia, il sovrintendente Kwok è una talpa comunista, una spia della Repubblica Popolare Cinese.” Crosse riferì come era stato scoperto Brian Kwok. “Proporrei un elogio per il sovrintendente Armstrong… e anche per Wu dagli Occhiali. Lo prenderò nell’SI, signore.”
Sir Geoffrey stava guardando dalla finestra, sgomento. “Santa anima mia! Il giovane Brian! Perché? Sarebbe diventato vicecommissario entro un anno o due… Non si tratterà di un errore, spero.”
“No, signore. Come ho detto, la prova è inconfutabile. Naturalmente, non sappiamo come e perché, ma lo sapremo presto.”
Sir Geoffrey sentì quel tono deciso, fissò quella faccia magra e dura e quegli occhi freddi e provò una profonda commiserazione per Brian Kwok, che conosceva da molti anni e che gli era sempre stato simpatico. “Mi tenga informato sul suo conto. Forse riusciremo a scoprire cosa induce un uomo come lui a fare una cosa simile. Buon Dio, un tipo così garbato, e un ottimo giocatore di cricket, per giunta. Sì, mi tenga informato.”
“Certamente, signore.” Crosse si alzò. “Interessante. Non ero mai riuscito a capire perché fosse sempre stato così antiamericano… era il suo unico difetto. Adesso è evidente. Avrei dovuto capirlo. Mi scusi, signore, e mi scusi di averla disturbata.”
“Le faccio le mie congratulazioni, Roger. Se l’agente sovietico viene spedito a Londra, forse sarebbe opportuno mandare anche Brian Kwok. Non valgono anche per lui le stesse ragioni?”
“No, signore. No, non credo. Possiamo occuparci di Kwok qui, molto più in fretta e molto meglio. Siamo noi che dobbiamo sapere tutto quello che sa… a Londra non capirebbero. Kwok è una minaccia per Hong Kong, non per la Gran Bretagna. È un agente della Repubblica Popolare Cinese… l’altro è sovietico. Non hanno nulla in comune.”
Sir Geoffrey sospirò; sapeva che Crosse aveva ragione. “Sono d’accordo. È stata una giornata veramente spaventosa, Roger. Prima gli assalti agli sportelli delle banche, e poi la Borsa… i morti di ieri notte, il povero Sir Charles Pennyworth e la moglie di Toxe… e questa mattina i morti per gli smottamenti di Aberdeen… la Nobil Casa che vacilla… e sembra che il fronte della perturbazione si stia sviluppando in un tifone che probabilmente rovinerà le corse di sabato… e adesso le notizie che mi ha portato, un marinaio americano che tradisce il suo paese e la sua nave e il suo onore per 2000 miserabili dollari.”
Crosse sorrise di nuovo a denti stretti. “Forse per lui 2000 dollari non sono una cifra tanto miserabile.”
Viviamo in tempi terribili, stava per dire Sir Geoffrey, ma sapeva che non erano i tempi. Gli esseri umani erano esseri umani, e l’avidità, l’orgoglio, la gelosia, la rabbia e la sete di potere e di denaro dominavano gli esseri umani e li avrebbero dominati sempre. Quasi tutti.
“Grazie di essere venuto, Roger. Mi congratulo ancora con lei. Informerò il ministro. Buona notte.”
Seguì con lo sguardo Crosse che si allontanava, alto, sicuro di sé, pericoloso. Quando il cancello del muro di cinta venne richiuso dal suo aiutante alle spalle di Crosse, Sir Geoffrey Allison lasciò che riaffiorasse il vero interrogativo, l’interrogativo che non aveva formulato.
Chi è la talpa nella mia polizia?
Il rapporto di Grant era molto chiaro. Il traditore è un agente sovietico, non della Repubblica Popolare Cinese. Brian Kwok è stato scoperto per caso. Perché Roger non ha notato un particolare così ovvio?
Sir Geoffrey rabbrividì. Se Brian può essere una talpa, può esserlo chiunque. Chiunque.