51.

Ore 20,32

Brian Kwok si svegliò con un sussulto. Era immerso in un incubo, e dopo un attimo s’era svegliato, ma chissà come era ancora nell’abisso buio e profondo del sonno, con il cuore che martellava, la mente disorientata, incapace di distinguere fra il sonno e la veglia. Il panico l’invase. Poi si accorse che era nudo, che era ancora nell’oscurità calda della cella, e ricordò chi era e dov’era.

Devono avermi drogato, pensò. Aveva la bocca arida, la testa dolorante e giaceva su un materasso viscido. Cercò di scuotersi. Ricordava vagamente di essere stato nell’ufficio di Armstrong, e prima ancora con Crosse, a preparare il 16/2, ma poi non rammentava molto, soltanto che s’era svegliato in quell’oscurità, aveva toccato brancolando le pareti per orientarsi, le aveva sentite vicine, aveva cercato di dominare il terrore al pensiero d’essere stato tradito, di essere indifeso nelle viscere del comando della polizia, in una specie di scatola senza finestre e con una porta. Poi ho dormito, esausto e mi sono svegliato e ho sentito voci rabbiose – o forse le ho sognate – e poi ho dormito di nuovo… no, prima ho mangiato, non ho mangiato, prima?… sì, la sbobba che loro chiamavano cena e tè freddo… Avanti, pensa! È importante pensare e ricordare… Sì, ricordo, era uno spezzatino scotto e tè freddo, e poi più tardi la colazione. Uova. Prima le uova o prima lo spezzatino e… sì, le luci si sono accese per un momento ogni volta che ho mangiato, appena il tempo di mangiare… no, le luci si spegnevano e ogni volta ho finito di mangiare al buio, ricordo che ho finito al buio e non mi piaceva mangiare al buio e poi ho pisciato nel bugliolo al buio, sono tornato sul materasso e mi sono sdraiato di nuovo.

Da quanto tempo sono qui? Devo contare i giorni.

Stancamente, buttò le gambe giù dalla branda e si diresse barcollando verso una parete: le membra gli dolevano non meno della testa. Devo fare un po’ di ginnastica, pensò, devo fare in modo di liberarmi dagli effetti della droga, per avere la mente lucida ed essere pronto all’interrogatorio. Devo avere la mente lucida quando cominceranno, quando cominceranno veramente, quando penseranno che mi sia rammollito… e allora mi terranno sveglio fino a quando crollerò.

No, non riusciranno a farmi crollare. Sono forte e preparato e conosco abbastanza bene i trabocchetti.

Chi mi ha tradito?

Lo sforzo di risolvere quell’interrogativo era troppo grande, perciò chiamò a raccolta le sue forze e fece alcuni fiacchi piegamenti sulle ginocchia. Poi sentì un passo attutito che si avvicinava. Si affrettò a tornare brancolando alla branda e si sdraiò, fingendo di dormire, con il cuore che batteva dolorosamente per lo sforzo di reprimere il terrore.

I passi si arrestarono. All’improvviso, un catenaccio stridette rumorosamente e una botola si aprì. Un fascio di luce penetrò nella cella e una mano posò un piatto e una tazza di metallo.

“Mangia la colazione e sbrigati” disse la voce in cantonese. “Fra poco ricomincerà l’interrogatorio.”

“Ascolta, voglio…” gridò Brian Kwok, ma lo sportello s’era già chiuso: era solo nella tenebra, con l’eco delle sue parole.

Stai calmo, si impose. Calmati e rifletti.

Di colpo, la luce inondò la cella. Quella luce gli faceva male agli occhi. Quando si fu abituato, vide che proveniva dalle lampade appese al soffitto, in alto, e ricordò di averle già viste. Le pareti erano scure, quasi nere, e sembravano schiacciarlo. Non ci pensare, si disse. Hai già visto le celle buie e anche se non hai mai partecipato a un interrogatorio di questo genere, ne conosci i princìpi e qualche trucco.

Un’ondata di nausea gli salì alla bocca al pensiero di ciò che lo attendeva.

La porta era appena visibile, e anche lo sportello era nascosto. Sentiva gli occhi che lo fissavano, sebbene non vedesse gli spioncini. Sul piatto c’erano due uova fritte e una grossa fetta di pane. Il pane era leggermente tostato. Le uova erano fredde e untuose e poco allettanti. La tazza conteneva tè freddo. Non c’erano posate.

Bevve il tè, avidamente, cercando di farlo durare, ma lo finì prima di rendersene conto: ed era così poco che non bastò a placargli la sete. Dew neh loh moh, cosa darei per avere uno spazzolino da denti e una bottiglia di birra e…

Le luci si spensero repentinamente come s’erano accese. Impiegò molto tempo per abituarsi di nuovo all’oscurità. Stai calmo, è soltanto buio e luce, luce e buio. È solo per confonderti e disorientarti. Stai calmo. Prendi ogni giorno come viene, ogni interrogatorio come viene.

Il terrore lo riassalì. Sapeva di non essere veramente preparato, veramente esperto, anche se aveva ricevuto un certo addestramento nei corsi in cui ti insegnavano che cosa fare se il nemico ti catturava, e per nemico si intendeva la Repubblica Popolare Cinese. Ma la Repubblica Popolare Cinese non è il nemico. I veri nemici sono i britannici e i canadesi che hanno finto di essere amici.

Non pensarci, non cercare di convincere te stesso, tenta solo di convincere loro.

Devo insistere. Devo fingere che sia un errore, finché posso, e poi, poi racconterò quello che ho elaborato in tutti questi anni e li confonderò. È mio dovere.

La sete era tormentosa. E la fame.

Brian Kwok avrebbe voluto scagliare la tazza vuota e il piatto contro la parete e urlare e invocare aiuto, ma sarebbe stato un errore. Sapeva che doveva mantenere l’autocontrollo e conservare tutte le sue forze per resistere e lottare.

Usa la tua intelligenza. Usa il tuo addestramento. Metti in pratica la teoria. Pensa al corso di sopravvivenza, l’anno scorso in Inghilterra. Ora cosa devo fare?

Ricordava il suggerimento di mangiare e bere e dormire ogni volta che ne avevi la possibilità, perché non potevi mai sapere quando ti avrebbero tolto il vitto e le bevande e il sonno. E usa gli occhi e il naso e il tatto e l’intelligenza per tenere conto del tempo, al buio, e ricorda che i tuoi carcerieri, prima o poi, commetteranno un errore, e se puoi captare l’errore vuol dire che hai ancora un riferimento reale, e se hai questo puoi anche conservare l’equilibrio e ingannarli e non rivelare quello che non deve essere rivelato… i nomi esatti e i contatti veri. La regola imponeva: opponi la tua intelligenza alla loro. Mantieniti attivo, continua a osservare.

Hanno commesso qualche errore? Quei diavoli stranieri hanno commesso qualche svista, finora? Solo una volta, pensò, eccitato. Le uova! Quegli stupidi britannici e le uova per colazione!

Ora che si sentiva meglio ed era completamente desto, scese dalla branda e si mosse brancolando verso il piatto metallico, e vi depose accanto la tazza, delicatamente. Le uova erano fredde, il grasso rappreso, ma le masticò e finì il pane e dopo aver mangiato si sentì un po’ meglio. Mangiare con le dita nell’oscurità era strano e fastidioso, soprattutto perché non aveva nulla per ripulirsi le dita, solo la sua nudità.

Un brivido lo scosse. Si sentiva abbandonato e sporco. Aveva la vescica tesa, e a tentoni raggiunse il bugliolo fissato alla parete. Il bugliolo puzzava.

Con l’indice, misurò il livello del liquido nel bugliolo. Era parzialmente pieno. Si svuotò la vescica e misurò di nuovo il livello. Con la mente calcolò la differenza. Se non hanno aggiunto altro liquido per confondermi le idee, ho orinato tre o quattro volte. Due volte al giorno? O quattro volte al giorno?

Si strofinò sul petto il dito sporco, e questo lo fece sentire ancora più sudicio, ma era importante approfittare di tutto per conservare l’equilibrio e il senso del tempo. Tornò a sdraiarsi. Era terribile non avere più contatti con la luce e l’oscurità o il giorno e la notte. Un’ondata di nausea gli salì dallo stomaco, ma la dominò e si impose di ricordare il Brian Kwok che loro, i nemici, credevano fosse Brian Kar-shun Kwok e non l’altro, l’uomo quasi dimenticato il cui genitore era Wu, il nome di generazione Pah e il nome d’adulto Chu-toy.

Ricordò Ning-tok e suo padre e sua madre, e quando l’avevano mandato a scuola a Hong Kong, il giorno che aveva compiuto i sei anni, ricordò che allora voleva imparare a crescere per diventare un patriota come i suoi genitori e lo zio che aveva visto uccidere a frustate sulla piazza del villaggio perché era un patriota. Aveva imparato dai suoi parenti di Hong Kong che patriota e comunista voleva dire la stessa cosa; non era nemico dello stato. I signori del Kuomintang erano malvagi quanto i diavoli stranieri che avevano imposto alla Cina trattati iniqui, e l’unico vero patriota era chi seguiva gli insegnamenti di Mao Tse-tung. E poi era entrato nella prima di molte confraternite segrete, aveva lavorato per diventare il migliore, per la causa della Cina e di Mao, che era la Cina, e aveva imparato da insegnanti segreti, sapendo di far parte della grande ondata rivoluzionaria che avrebbe strappato il dominio della Cina ai diavoli stranieri e ai loro lacchè, e li avrebbe ributtati in mare, per sempre.

E quella borsa di studio! A dodici anni!

Oh, com’erano stati fieri i suoi insegnanti segreti! E poi era andato nelle terre dei barbari, e ormai conosceva alla perfezione la loro lingua ed era ben protetto contro i loro pensieri e il loro modo di vita malefico; era andato a Londra, la capitale dell’impero più grande che il mondo avesse mai visto, sapendo che un giorno o l’altro sarebbe stato schiacciato e diviso, ma che allora, nel 1937, era nell’ultima fioritura.

Due anni, là. Aveva odiato la scuola inglese e i ragazzi inglesi… Cin cin cinesino seduto sul codino… ma l’aveva nascosto e aveva nascosto le lacrime, e i nuovi insegnanti della Confraternita l’avevano aiutato e guidato, gli avevano mostrato le meraviglie della dialettica, della gloria di far parte della vera, indiscutibile rivoluzione. E lui non aveva mai avuto dubbi, non ne aveva mai avuti.

Poi la guerra con la Germania, e lui era stato sfollato in Canada con gli altri ragazzi della scuola, maschi e femmine, e quel periodo meraviglioso a Vancouver, nella Columbia Britannica, sulle rive del Pacifico, quell’immensità, le montagne e il mare e un prospero quartiere cinese con l’ottima cucina di Ning-tok… e una nuova filiale della Confraternita mondiale, e altri insegnanti, sempre un saggio con cui parlare, sempre qualcuno pronto a spiegare e a dare consigli… e lui, pur non essendo accettato dai compagni di scuola, li batteva ancora, nello studio, in palestra con i guantoni e nei loro sport, e giocava bene a cricket e a tennis… era parte del suo addestramento. “Devi eccellere, Chu-toy, figlio mio, devi eccellere e avere pazienza per la gloria del partito, per la gloria di Mao Tse-tung che è la Cina”… le ultime parole che gli aveva detto suo padre, le parole segrete che gli erano rimaste impresse da quando aveva sei anni… e che suo padre aveva ripetuto sul letto di morte.

Entrare nella Reale Polizia a cavallo canadese aveva fatto parte del piano. Era stato così facile eccellere nella polizia a cavallo, assegnato al quartiere cinese e al porto e agli angiporti perché parlava inglese e mandarino e cantonese – avendo seppellito il suo dialetto di Ning-tok – era stato facile diventare un ottimo poliziotto in quella grande, bella città portuale. Era diventato ben presto unico, l’esperto cinese di Vancouver, fidato, abilissimo, implacabile contro i reati di cui vivevano i gangster delle triadi di Chinatown… oppio, morfina, eroina, prostituzione e l’eterno gioco d’azzardo clandestino.

Il suo lavoro era stato elogiato sia dai superiori sia dai capi della Confraternita… anche loro erano egualmente contrari al dominio delle bande e al traffico degli stupefacenti e alla criminalità e l’avevano aiutato ad arrestare e a smascherare, perché il loro unico interesse segreto era rappresentato dagli ingranaggi interni della Reale Polizia a Cavallo canadese, alle sue procedure investigative e di vigilanza, alle sue gerarchie e strutture di potere. Poi era stato mandato da Vancouver a Ottawa per sei mesi, distaccato dal capo della polizia per collaborare a una delicata indagine su un giro cinese della droga in quella città, e aveva stabilito nuovi, importanti contatti canadesi e contatti con la Confraternita, aveva imparato ancora di più e aveva distrutto il giro della droga e ottenuto una promozione. È facile sconfiggere la delinquenza e ottenere le promozioni, se lavori e se hai centinaia di amici segreti, con occhi segreti dovunque.

E la guerra era finita e lui aveva chiesto di essere trasferito alla polizia di Hong Kong… la parte conclusiva del piano.

Ma lui avrebbe preferito non andare, non voleva andare, perché amava il Canada e amava lei, Jeannette. Jeannette deBois. Aveva diciannove anni, era franco-canadese, di Montreal, e parlava francese e inglese, e i suoi genitori erano franco-canadesi da molte generazioni e avevano simpatia per lui e non lo disapprovavano, non gli erano ostili perché era Chinois, come lo chiamavano scherzosamente. Allora lui aveva ventun anni, e già si sapeva che aveva la stoffa per diventare comandante, con una grande carriera davanti, e il matrimonio che lo attendeva, fra un anno o poco più…

Brian Kwok si girò sul materasso, stordito e angosciato. Si sentiva la pelle sudaticcia e l’oscurità ropprimeva. Chiuse le palpebre plumbee e lasciò che la mente ritornasse a Jeannette e a quei giorni, a quei giorni tristi della sua vita. Ricordava che aveva discusso con la Confraternita e il capo, e aveva detto che avrebbe potuto essere più utile in Canada che a Hong Kong, dove sarebbe stato solo uno dei tanti. Lì in Canada era unico. Entro pochi anni sarebbe entrato nella gerarchia della polizia di Vancouver.

Ma tutte le sue argomentazioni erano state vane. Sapeva che avevano ragione loro. Sapeva che, se fosse rimasto, alla fine sarebbe passato dall’altra parte, avrebbe rotto con il partito. C’erano troppi interrogativi senza risposta, ormai, perché leggeva i rapporti della Reale Polizia Canadese sui sovietici, il KGB, i gulag, e aveva troppi amici, canadesi e nazionalisti. Hong Kong e la Cina erano remote, e il suo passato era remoto. Jeannette era lì, e lui l’amava e amava la loro vita, la sua macchina con il motore truccato e il prestigio tra i suoi pari grado, e li vedeva come eguali, non più come barbari.

Il capo gli aveva ricordato il suo passato, gli aveva detto che i barbari erano soltanto barbari, che c’era bisogno di lui a Hong Kong dove la lotta stava appena incominciando, dove Mao, non ancora vittorioso, era in guerra con Ciang Kai-scek.

Aveva obbedito con amarezza, esasperato all’idea di venire costretto, sapendo di essere in loro potere e obbedendo a causa del loro potere. Ma poi c’erano stati i quattro anni inebrianti fino al 1949, e l’incredibile vittoria di Mao. E s’era infiltrato di nuovo, usando la sua intelligenza per combattere la delinquenza che gli faceva orrore e che era la vergogna di Hong Kong, e una macchia sulla faccia della Cina.

E la vita era diventata bella di nuovo. Aveva ottenuto una promozione e i britannici erano legati a lui, lo rispettavano perché era uscito da un’ottima scuola privata inglese e parlava con uno splendido accento dell’alta società inglese ed era un vero sportivo inglese, come prima di lui era sempre stata l’élite dell’Impero.

E adesso è il 1963 e io ho trentanove anni e domani… no, non domani, domenica, domenica c’è la gara in salita e sabato ci sono le corse dei cavalli e Noble Star… vincerà Noble Star o Pilot Fish di Gornt o Butterscotch Lass di Richard Kwok, no, Richard Kwang, oppure loutsider di John Chen, Golden Lady? Credo che avrei puntato su Golden Lady… fino all’ultimo penny, sì, tutti i risparmi della mia vita, e mi gioco anche la Porsche, anche se è da stupidi, ma devo farlo. Devo farlo perché l’ha detto Crosse e Robert è d’accordo e tutti e due hanno detto che devo giocarci anche la vita ma Gesù Cristo adesso Golden Lady zoppica sul paddock, ma ormai le puntate sono chiuse e adesso sono partiti e stanno correndo, forza Golden Lady, forza per amor di Mao, non importa se ci sono i nuvoloni e i lampi, forza, tutti i miei risparmi e la vita sono puntati su di te maledetta oh Gesù Presidente non mi abbandonare…

Era sprofondato nei sogni, adesso, brutti sogni ispirati dalle droghe, e Happy Valley era la Valle della Morte. I suoi occhi non percepivano le luci che si accendevano dolcemente, né la porta che si spalancava.

Era il momento di ricominciare.

Armstrong abbassò lo sguardo sull’amico, commiserandolo. Le luci erano scrupolosamente attenuate. Accanto a lui c’erano l’agente Malcolm Sun, una guardia dell’SI e il medico dell’SI. Il dottor Dorn era un ometto minuto, azzimato, quasi calvo, uno specialista vivace e animato come un uccellino. Prese il polso di Brian Kwok e misurò la pressione e auscultò il cuore.

“È in ottima forma, sovrintendente, da un punto di vista fisico” disse con un lieve sorriso. “La pressione del sangue e il ritmo cardiaco sono un po’ alti, ma c’era da aspettarselo.” Annotò i dati sulla cartella, la porse ad Armstrong che diede un’occhiata all’orologio, aggiunse l’ora e firmò.

“Può procedere” disse.

Il dottore riempì meticolosamente la siringa, fece l’iniezione nella natica di Brian Kwok con un ago nuovo. Non lasciò quasi il segno, solo una piccola goccia di sangue, e l’asciugò. “È tutto suo” disse con un sorriso.

Armstrong si limitò ad annuire. La guardia dell’SI aveva aggiunto urina nel bugliolo, e anche questo venne annotato sulla cartella. “È stato molto furbo a misurare il livello, non credevo che l’avrebbe fatto” commentò Malcolm Sun. I raggi infrarossi permettevano di seguire il minimo movimento del cliente dagli spioncini inseriti nelle lampade del soffitto. “Dew neh loh moh, chi avrebbe immaginato che la talpa era lui? Furbo. Era sempre stato fottutamente furbo.”

“Speriamo che questo poveraccio non sia troppo fottutamente furbo” disse Armstrong in tono acido. “Prima parla, e meglio è. Il Vecchio non gli darà tregua.”

Gli altri lo guardarono. La giovane guardia dell’SI rabbrividì.

Armstrong guardò di nuovo l’amico. La prima droga, nella birra, era stata somministrata verso l’una e mezzo di quel pomeriggio. Da allora, Brian Kwok era stato sottoposto alla Classificazione Due… un alternarsi chimico di sonno-veglia-sonno-veglia. Ogni due ore. Iniezioni per svegliarlo alle 4 e 30, alle 6 e 30, alle 8 e 30, e sarebbe continuato così fino alle 6 e 30 dell’indomani mattina, quando sarebbe incominciato il primo, vero interrogatorio. Dieci minuti dopo ogni iniezione, il prigioniero veniva artificialmente scosso dal sonno, con la sete e la fame accentuate dalle droghe. Divorava il cibo e ingurgitava il tè freddo e le droghe contenute nell’uno e nell’altro facevano effetto rapidamente. Sonno profondo, profondissimo, prontamente aiutato da un’altra iniezione. Alternarsi dell’oscurità e della luce cruda, alternarsi di voci metalliche e di silenzio. Poi la sveglia. Colazione. E due ore dopo, la cena, e dopo altre due ore, colazione. Per la mente sempre più disorientata dodici ore diventavano sei giorni… anche di più se il prigioniero poteva reggere, dodici giorni, un giorno ogni ora. Non era necessaria la tortura fisica, bastavano il buio e il disorientamento per scoprire quel che volevi, o per indurre il prigioniero a firmare quel che volevi fargli firmare, convinto che la tua verità fosse la sua verità.

Chiunque.

Chiunque, dopo una settimana di sonno-veglia-sonno seguita da due o tre giorni senza sonno.

Chiunque.

Oh, Cristo onnipotente, pensò Armstrong, povero disgraziato, tu cercherai di resistere e non ti servirà a niente. A niente.

E poi qualcosa nella mente di Armstrong urlò: ma non è tuo amico, è un agente nemico, un nemico che per anni ha tradito te e tutto e tutti. Probabilmente è stato lui a denunciare Fong-fong e i suoi ragazzi, che adesso sono in qualche cella fetida e schifosa e subiscono lo stesso trattamento, ma senza medici e senza controllo e senza cure. Comunque, puoi andar fiero di questo tipo di trattamento… può andarne fiero, un individuo civile?’

No. È necessario imbottire di schifose sostanze chimiche un corpo indifeso?

No… sì, sì è necessario, sì, qualche volta, e qualche volta è necessario uccidere, cani idrofobi, esseri umani… oh, sì, certi esseri umani sono malefici e i cani idrofobi sono pericolosi. Sì. Bisogna usare queste psicotecniche moderne messe a punto da Pavlov e da altri sovietici, perfezionate dai comunisti sotto il regime del KGB. Ah, ma noi dobbiamo proprio imitarli?

Cristo, non lo so, ma so che il KGB sta cercando di annientarci tutti e di trascinarci tutti al loro livello e…

Gli occhi di Armstrong si snebbiarono. Vide che tutti lo stavano fissando.

“Cosa?”

“Dobbiamo mantenere il ciclo di due ore?” ripeté il dottore, inquieto.

“Sì. Sì, e alle sei e mezzo incominceremo il primo interrogatorio.”

“Lo farà lei?”

“C’è scritto negli ordini, Dio santo” ringhiò Armstrong. “Non sa leggere?”

“Oh, mi scusi” rispose subito il dottore. Tutti sapevano che Armstrong era amico del prigioniero e che Crosse gli aveva ordinato di occuparsi degli interrogatori. “Vuole un sedativo, vecchio mio?” chiese premurosamente il dottor Dorn.

Armstrong lanciò un’imprecazione oscena e uscì, furioso per aver lasciato che il dottore gli facesse perdere la calma. Salì all’ultimo piano, alla mensa.

“Barista!”

“Subito, signore!”

Il suo solito boccale di birra arrivò prontamente, ma quella sera il liquido scuro e gradevole che gli piaceva tanto, amaro e carico di malto, non placò la sua sete, non gli pulì la bocca. S’era chiesto mille volte che cosa avrebbe fatto se fosse stato preso da loro e messo, nudo, in una cella simile, poiché conosceva quasi tutte le tecniche e le abitudini e stava in guardia. Meglio di quel povero sciagurato di Brian, pensò cupamente. Quel povero disgraziato sa così poco. Sì, ma saperne di più serve a qualcosa, quando sei il prigioniero?

Sentiva la pelle sudaticcia per il sudore della paura al pensiero di ciò che attendeva Brian Kwok.

“Barista!”

“Sì, signore, vengo subito!”

“Buonasera, Robert, posso?” chiese l’ispettore capo Donald C.C. Smyth.

“Oh, salve. Sì… siediti” disse Armstrong senza entusiasmo.

Smyth sedette sullo sgabello accanto a lui e assestò meglio il braccio che portava appeso al collo. “Come va?”

“Normale amministrazione.” Armstrong vide Smyth annuire e pensò che il soprannome gli stava a pennello. Il Serpente. Smith era un bell’uomo, levigato, sinuoso come un serpente, altrettanto pericoloso, con la stessa abitudine di leccarsi di tanto in tanto le labbra con la punta della lingua.

“Cristo! Non riesco ancora a credere che sia Brian.” Smyth era uno dei pochi che sapevano di Brian Kwok. “Sconvolgente.”

“Sì.”

“Robert, il direttore del CID” – era il superiore di Armstrong – “mi ha ordinato di occuparmi del caso dei Lupi Mannari al posto tuo, finché avrai altri impegni. E di tutti gli altri che vorrai affidarmi.”

“È tutto nei dossier. Il sergente maggiore Tang-po è il mio numero due… è un buon investigatore, abilissimo, anzi.” Armstrong trangugiò una sorsata di birra e soggiunse, cinicamente: “È ben ammanigliato.”

Smyth sorrise, soltanto con le labbra. “Bene, questo è utile.”

“Basta che non organizzi il mio distretto.”

“Non ci penso neppure, vecchio mio. East Aberdeen già richiede tutto il mio impegno. Allora, cosa mi dici dei Lupi Mannari? Devo continuare a far sorvegliare Phillip Chen?”

“Sì. E anche la moglie.”

“È interessante che prima di sposare quel vecchio avaro Dianne fosse Mai-wei T’Chung, eh? E interessante anche il fatto che uno dei suoi cugini fosse Colibrì Sung.”

Armstrong lo fissò. “Ti sei dato da fare.”

“Dovere d’ufficio!” Smyth soggiunse, rabbiosamente: “Vorrei prendere in fretta quei Lupi Mannari. Abbiamo già avuto tre chiamate, a East Aberdeen, di individui terrorizzati. Avevano ricevuto telefonate dai Lupi Mannari che chiedevano h’eung yau ‘in glan fletta’, altrimenti li avrebbero sequestrati. Ho saputo che è la stessa storia in tutta la colonia. Se tre cittadini spaventati si sono rivolti a noi, puoi scommettere che almeno trecento non ne hanno avuto il coraggio.” Smyth centellinò il whisky e soda. “Non va bene per gli affari, per niente. La vacca più di tanto grasso non può dare. Se non prendiamo in fretta i Lupi Mannari, quelli avranno una zecca personale… qualche telefonata e il denaro arriverà loro per posta, e le vittime saranno ben felici di cavarsela a buon mercato… e tutti gli altri maledetti delinquenti potranno spassarsela.”

“Sono d’accordo.” Armstrong finì la birra. “Ne vuoi un altro?”

“Offro io. Barista!”

Armstrong guardò il barista che spillava la sua birra. “Credi che ci sia qualche nesso fra John Chen e Colibrì Sung?” Ricordava Sung, il ricco armatore dalla strana reputazione, sequestrato sei anni prima, e sorrise ironicamente. “Cristo, sono anni che non pensavo a lui.”

“Anch’io. I due casi non sono simili, e poi i suoi sequestratori sono in galera dove resteranno a marcire per vent’anni, ma non si sa mai. Forse un nesso c’è.” Smyth alzò le spalle. “Dianne Chen doveva odiare John Chen, e sono sicuro che anche lui la odiava: lo sanno tutti. Idem per il vecchio Colibrì.” Rise. “L’altro soprannome, di Colibrì, nel mestiere, per così dire, è Ficcanaso.”

Armstrong borbottò. Si soffregò gli occhi per scacciare la stanchezza. “Forse è il caso di andare a parlare con la moglie di John, Barbara. Volevo farlo io domani ma… be’, potrebbe valerne la pena.”

“Ho già preso un appuntamento. E per prima cosa andrò a Sha Tin. Forse la polizia locale s’è lasciata sfuggire qualcosa, sotto la pioggia.”

“Buona idea.” Irrequieto, Armstrong guardò il Serpente che centellinava il whisky. “Che cos’hai in mente?” chiese, sapendo che c’era qualcosa.

Smyth lo guardò in faccia. “Ci sono parecchie cose che non capisco, in questo sequestro. Per esempio, perché i Draghi Supremi avevano offerto una ricompensa tanto alta per il ritrovamento di John… vivo o morto, per giunta?”

“Domandalo a loro.”

“L’ho fatto. Almeno, l’ho domandato a un tale che ne conosce uno.” Il Serpente alzò le spalle. “Niente. Niente del tutto.” Esitò. “Dovremo frugare nel passato di John.”

Armstrong provò una sensazione di gelo, ma si dominò. “Buona idea.”

“Sapevi che Mary lo conosceva? Nel campo di prigionia, a Stanley?”

“Sì.” Armstrong bevve un sorso di birra senza sentirne il sapore.

“Lei potrebbe darci una traccia… se John, diciamo, aveva a che fare con il mercato nero del campo.” Gli occhi celesti di Smyth si fissarono negli occhi celesti di Armstrong. “Potrebbe valer la pena di chiederglielo.”

“Ci penserò. Sì, ci penserò.” Armstrong non serbava rancore al Serpente. Se fosse stato al posto di Smyth, avrebbe fatto la stessa domanda. I Lupi Mannari erano un grosso guaio, e la prima ondata di terrore aveva già scosso la società cinese. Quanti altri sanno di Mary e John Chen? si chiese. E dei 40.000 dollari che stanno ancora bruciando in quel cassetto, e stanno ancora bruciando nella mia anima. “È passato molto tempo.”

“Sì.”

Armstrong alzò il boccale. “Ti fai aiutare dai tuoi ‘amici’?”

“Diciamo che si stanno pagando premi molto sostanziosi… da parte della nostra confraternita del gioco d’azzardo, mi affretto ad aggiungere.” Il sorriso sardonico e la spavalderia sparirono dal viso di Smyth. “Dobbiamo prendere in fretta quei dannati Lupi Mannari o ci rovineranno gli affari.”