53.

Ore 22,03

“Ebbene, cosa diavolo intendete fare, Paul?” chiese il governatore a Havergill. Johnjohn era con loro, sulla terrazza di Government House, dopo cena, accanto alla bassa balaustrata. “Buon Dio! Se anche la Victoria rimanesse senza liquidi, per l’intera isola sarebbe la rovina, no?”

Havergill si guardò intorno per assicurarsi che nessuno potesse sentirli e abbassò la voce. “Ci siamo messi in contatto con la Banca d’Inghilterra, signore. Entro la mezzanotte di domani, ora di Londra, partirà da Heathrow un aereo da trasporto della RAF carico di banconote da 5 e da 10 sterline.” Aveva ritrovato l’abituale sicurezza. “Come ho detto, la Victoria è solidissima, non ha problemi di liquidità, e la nostra disponibilità finanziaria, qui e in Inghilterra, è abbastanza sostanziosa per coprire tutte le eventualità… be’, diciamo, quasi tutte le eventualità.”

“Ma nel frattempo è possibile che non abbiate un quantitativo di dollari di Hong Kong sufficiente per superare l’assalto agli sportelli?”

“No, se… ehm, il problema continuasse. Ma sono sicuro che andrà tutto bene, signore.”

Sir Geoffrey lo fissò. “Come diavolo abbiamo fatto a cacciarci in questo pasticcio?”

“Il fato” disse stancamente Johnjohn. “Purtroppo la zecca non è in grado di stampare in tempo una quantità sufficiente di banconote di Hong Kong. Ci vorrebbero settimane per stampare e spedire la somma enorme di cui abbiamo bisogno, e non sarebbe salutare ritrovarci con tutte quelle banconote in più nel nostro sistema economico. La moneta britannica farà da tappabuchi, signore. Possiamo semplicemente annunciare che la… ehm, che la zecca sta lavorando per sopperire alle nostre esigenze.”

“Di quanto abbiamo bisogno, esattamente?” Il governatore vide che Paul Havergill e Johnjohn si scambiavano un’occhiata, e si sentì ancora più inquieto.

“Non sappiamo, signore” disse Johnjohn. “In tutta la colonia, oltre a noi, tutte le banche dovranno impegnare i loro valori, come abbiamo fatto temporaneamente anche noi con la Banca d’Inghilterra, per ottenere i contanti necessari. Se tutti i correntisti della colonia rivolessero fino all’ultimo dollaro…” Il viso del banchiere era imperlato di sudore. “È impossibile sapere quanto sono esposte le altre banche, o l’ammontare dei loro depositi. Nessuno lo sa.”

“Un aereo da trasporto della RAF sarà sufficiente?” Sir Geoffrey si sforzò di non sembrare sarcastico. “Voglio dire, ecco, un miliardo di sterline in biglietti da 5 e da 10? Come diavolo faranno a raccogliere un quantitativo del genere?”

Havergill si asciugò la fronte. “Non sappiamo, signore, ma hanno promesso che la prima spedizione arriverà qui, al più tardi lunedì notte.”

“Non prima?”

“No, signore. Prima è impossibile.”

“Non possiamo fare nient’altro?”

Johnjohn deglutì. “Avevamo pensato di chiederle di dare l’ordine di tenere chiuse le banche per un giorno, per arginare la marea, ma poi, ehm, abbiamo concluso – e la Banca d’Inghilterra ci ha dato ragione – che se questo avvenisse, l’isola esploderebbe.”

“Non c’è da preoccuparsi, signore.” Havergill cercò di darsi un tono convincente. “Entro la fine della settimana prossima, tutto sarà dimenticato.”

“Io non lo dimenticherò, Paul. E dubito molto che lo dimenticheranno i cinesi… o i nostri amici parlamentari laburisti. Potrebbero avere in mano un argomento valido per proporre qualche forma di controllo sulle banche.”

I due banchieri inorridirono. Paul Havergill disse, in tono spregiativo: “Quei due cafoni non sono capaci di distinguere il loro didietro da un buco nel muro! È tutto sotto controllo.”

Sir Geoffrey stava per ribattere, poco convinto, ma aveva appena visto Rosemont, il vicedirettore della CIA, e Ed Langan, l’uomo dell’FBI, che uscivano sulla terrazza. “Tenetemi informato. Voglio un rapporto completo della situazione per mezzogiorno. E ora, vi prego di scusarmi un momento. Bevete ancora qualcosa.”

Si allontanò per andare incontro a Rosemont e Langan. “Come va?”

“Benone, grazie, signore. Gran bella serata.” I due americani seguirono con gli occhi Havergill e Johnjohn che rientravano. “Come vanno i nostri amici banchieri?” chiese Rosemont.

“Benissimo, benissimo.”

“Quel parlamentare laburista, Grey, sta senza dubbio sul gozzo a Havergill!”

“E anche al tai-pan” soggiunse Ed Langan, ridendo.

“Oh, non saprei” disse in tono disinvolto il governatore. “Un po’ di opposizione non fa mai male, no? Non è forse il culmine della democrazia?”

“Come va la Vic, signore? E l’assalto agli sportelli?”

“Non ci sono problemi che non si possano risolvere” rispose Sir Geoffrey in tono scherzoso. “Non è il caso di preoccuparsi. Vuol scusarci un momento, signor Langan?”

“Certo, signore.” L’americano sorrise. “Stavo appunto per andarmene.”

“Non dalla mia festa, spero! Voleva andare solo a prendere qualcosa da bere?”

“Sì, signore.”

Sir Geoffrey si avviò nel giardino, seguito da Rosemont. I rami degli alberi sgocciolavano ancora e la notte era buia. Percorsero un vialetto pieno di pozzanghere e di fango. “Abbiamo un piccolo problema, Stanley. L’SI ha appena catturato uno dei marinai della vostra portaerei mentre passava materiale segreto a uno del KGB. Tut…”

Rosemont si fermò, sgomento. “Dell’Ivanov?”

“Sì.”

“Suslev? Il comandante Suslev?”

“No. No, il nome non è quello. Le consiglio di cercare subito Roger. Sono stati arrestati tutti e due, ai sensi della Legge sui Segreti di Stato, ma ho interpellato il ministro a Londra, e lui è d’accordo che dovete occuparvi subito del vostro uomo… un po’ meno imbarazzante, no? È… ehm, è un addetto ai computer, credo.”

“Figlio di puttana!” borbottò Rosemont, poi si passò la mano sul volto per tergersi un sudore improvviso. “Che informazioni ha passato?”

“Non so esattamente. Roger potrà fornirle i particolari.”

“Possiamo interrogare il… possiamo parlare anche con l’uomo del KGB?”

“Perché non ne discute con Roger? Il ministro è in contatto diretto anche con lui.” Sir Geoffrey esitò. “Sono, ehm, sono sicuro che lei si renderà conto…”

“Sì, certo, le chiedo scusa, signore. Sarà… sarà meglio che vada subito.” Pallidissimo, Rosemont si allontanò in fretta, facendo cenno a Langan di seguirlo.

Sir Geoffrey sospirò. Maledette spie, maledette banche, maledette talpe e maledetti idioti socialisti che non sanno niente di Hong Kong. Diede un’occhiata all’orologio. Era ora di concludere la festa.

Johnjohn stava attraversando l’anticamera. Dunross era accanto al bar. “Ian?”

“Oh, salve. Il bicchiere della staffa?” chiese Dunross.

“No, grazie. Posso parlarti in privato?”

“Certo. Ma un po’ in fretta, stavo per andarmene. Ho promesso che avrei accompagnato i nostri amici parlamentari al traghetto.”

“Anche tu hai un ‘biglietto rosa’?”

Dunross sorrise lievemente. “Per la verità, vecchio mio, ce l’ho quando voglio, ci sia o non ci sia Penn.”

“Sì. Sei fortunato, tu! Hai sempre organizzato la tua vita alla perfezione” disse Johnjohn con aria tetra.

“È il fato.”

“Lo so.” Johnjohn lo precedette sul balcone. “Peccato per John Chen, eh?”

“Sì. Phillip l’ha presa molto male. Dov’è Havergill?”

“Se n’è andato pochi minuti fa.”

“Ah, è per questo che hai parlato di ‘biglietto rosa’? Va a divertirsi?”

“Non so.”

“E Lily Su di Kowloon?”

Johnjohn lo fissò.

“Ho sentito dire che Paul è innamorato cotto.”

“Ma come fai a sapere sempre tante cose?”

Dunross alzò le spalle. Era stanco e inquieto, e quella sera aveva dovuto dominarsi continuamente per non perdere la calma, quando Grey s’era trovato al centro di altre discussioni accanite con alcuni tai-pan.

“A proposito, Ian, ho cercato di convincere Paul a convocare il consiglio d’amministrazione, ma non vuol saperne.”

“Naturale.” Erano in un’anticamera più piccola: splendidi dipinti cinesi su seta e altri magnifici tappeti persiani, altra argenteria. Dunross notò che l’intonaco si stava scrostando negli angoli e sulle fini modanature del soffitto, e quella vista lo irritò. Questo è il dominio britannico, e il colore non dovrebbe scrostarsi.

Il silenzio si protrasse. Dunross finse di esaminare alcune splendide boccette allineate su uno scaffale.

“Ian…” Johnjohn s’interruppe e cambiò idea. Ricominciò. “Resti fra noi. Tu conosci molto bene Tiptop Toe, vero?”

Dunross lo fissò. Tiptop Toe era il nomignolo che davano à Tip Tok-toh, un uomo di mezz’età dell’Hunan, la provincia natale di Mao Tse-tung, che era arrivato durante l’esodo del 1950. Sembrava che nessuno sapesse niente di lui. Non dava fastidio a nessuno, aveva un ufficetto nel Princes Building, e viveva bene. Nel corso degli anni era diventato evidente che aveva contatti molto speciali con la Banca di Cina, e che doveva essere una specie di intermediario non ufficiale della banca. Nessuno sapeva quale fosse la sua posizione nella gerarchia, ma secondo alcune voci era molto elevata. La Banca di Cina era l’unico ramo commerciale della Repubblica Popolare al di fuori del territorio cinese, quindi tutte le cariche e tutti i contatti erano rigorosamente sotto il controllo della gerarchia suprema di Pechino.

“Che c’entra Tiptop?” chiese Dunross, mettendosi in guardia. Tiptop gli era simpatico… un uomo tranquillo e simpatico che amava il cognac e parlava l’inglese alla perfezione anche se, secondo la consuetudine, si serviva di un interprete. I suoi abiti erano d’ottimo taglio, sebbene indossasse spesso una casacca alla Mao Tse-tung; somigliava un po’ a Ciu En-lai ed era altrettanto abile. L’ultima volta che Dunross aveva trattato con lui era stato a proposito di alcuni aerei civili richiesti dalla Repubblica Popolare. Tip Tok-toh aveva fornito le lettere di credito e il finanziamento in ventiquattro ore, tramite varie banche svizzere e straniere. “Tiptop è abilissimo, Ian” gli aveva detto molte volte Alastair Struan. “Devi stare molto attento, ma è con lui che devi trattare. Direi che occupa una posizione molto elevata nel partito, a Pechino. Molto elevata.”

Dunross scrutò Johnjohn, dominando l’impazienza. Il banchiere aveva preso in mano una delle boccette. Erano minuscole, di ceramica o di giada o di vetro… molte erano splendidamente dipinte allinterno del vetro: paesaggi, danzatrici, fiori, uccelli, marine, addirittura poesie scritte in una calligrafia incredibilmente delicata. “Ma come fanno, Ian? A dipingere così all’interno?”

“Oh, adoperano pennellini finissimi. Il manico è piegato a novanta gradi. In mandarino la chiamavano li myan huai, ‘pittura della faccia interna’.” Dunross prese una boccetta ellittica: c’era un paesaggio da una parte, un ramo di camelie dall’altra, e scritte minutissime sui dipinti.

“Sbalorditivo! Che pazienza! Cosa dice lo scritto?”

Dunross scrutò la minuscola colonna di caratteri. “Ah, è uno dei detti di Mao: ‘Conosci te stesso, conosci il tuo nemico; cento battaglie, cento vittorie.’ Per la precisione, il presidente l’ha preso da Sun Tzu.”

Johnjohn esaminò pensosamente la boccetta. Dietro di lui, le finestre erano aperte, e una brezza leggera agitava le tende. “Te la sentiresti di parlare per noi a Tiptop?”

“Di che cosa?”

“Vogliamo chiedere un prestito alla Banca di Cina.”

Dunross lo guardò a bocca aperta. “Eh?”

“Sì, per una settimana o poco più. Sono sepolti fino al collo nei dollari di Hong Kong, e non hanno assalti agli sportelli, loro. Nessun cinese oserebbe mettersi in coda davanti alla Banca di Cina. Incassano dollari di Hong Kong nel quadro degli scambi con l’estero. Pagheremmo un buon interesse per il prestito e offriremmo tutte le garanzie che potrebbero desiderare.”

“È una richiesta ufficiale della Victoria?”

“No. Non può essere ufficiale. È un’idea mia, non ne ho neppure parlato con Paul… soltanto con te. Lo faresti?”

L’eccitazione di Dunross crebbe. “Avrò il mio prestito di 100 milioni entro le dieci di domattina?”

“Mi dispiace, ma non posso.”

“Però può farlo Paul.”

“Può farlo, ma non lo farà.”

“E allora perché dovrei aiutarti io?”

“Ian, se la banca non rimane solida come il Peak, la Borsa crollerà, e con la Borsa anche la Nobil Casa.”

“Se io non ottengo in fretta un finanziamento, sono comunque nella merda.”

“Farò quello che posso, ma tu t’impegni a parlare subito con Tiptop? Chiediglielo. Non posso rivolgermi a lui… nessuno può farlo, ufficialmente. Renderesti un grande servigio alla colonia.”

“Garantiscimi il prestito e gli parlerò questa sera stessa. Occhio per occhio e prestito per prestito.”

“Se puoi assicurarci la sua promessa di un prestito fino a mezzo miliardo in contanti entro le due del pomeriggio di domani, ti farò avere l’appoggio che ti serve.”

“Come?”

“Non so!”

“Mettimelo per iscritto e fammelo avere entro domattina alle dieci, firmato da te, da Havergill e dalla maggioranza del consiglio di amministrazione, e io andrò a parlare con Tiptop.”

“Non è possibile.”

“Peccato. Occhio per occhio e prestito per prestito.” Dunross si alzò. “Perché la Banca di Cina dovrebbe tirare fuori dai guai la Victoria?”

“Noi siamo Hong Kong” disse Johnjohn, in tono sicuro. “Noi siamo Hong Kong. Siamo la Victoria Bank di Hong Kong e di Cina! Siamo vecchi amici della Cina. Senza di noi non resterebbe più niente… la colonia andrebbe a pezzi, e anche la Struan, e di conseguenza quasi tutta l’Asia.”

“Non ci contare!”

“Senza le banche, e soprattutto senza di noi, la Cina si ridurrebbe male. Siamo in affari con la Cina da anni.”

“E allora chiedilo tu a Tiptop.”

“Non posso.” Johnjohn strinse i denti. “Sapevi che la Banca Commerciale di Mosca ha chiesto di nuovo la licenza per aprire una filiale a Hong Kong?”

Dunross soffocò un’esclamazione. “Se mettono radici qui, siamo tutti incastrati.”

“Ci hanno offerto, privatamente, parecchi dollari di Hong Kong, e subito.”

“Il consiglio d’amministrazione voterà contro.”

“Il fatto è, caro mio, che se tu non sei più nel consiglio, il consiglio può fare quello che vuole” disse semplicemente Johnjohn. “Se il ‘nuovo’ consiglio accetta, sarà facile convincere il governatore e l’Ufficio Coloniale. Sarebbe un prezzo irrisorio da pagare… per salvare il nostro dollaro. E quando qui ci sarà una banca ufficiale sovietica, che altre diavolerie potranno combinare, eh?”

“Tu sei anche peggio di Havergill!”

“No, vecchio mio, meglio!” L’espressione scherzosa sparì dal volto del banchiere. “Basta che avvenga un grosso cambiamento, e noi diventeremo la Nobil Casa, ti piaccia o no. Molti membri del nostro consiglio d’amministrazione preferirebbero toglierti di mezzo, a qualunque costo. Ti sto solo chiedendo di fare un favore a Hong Kong, e quindi a te stesso. Non dimenticare. Ian, la Victoria non andrà a picco: ne risentiremo, ma non andremo in rovina.” Johnjohn si asciugò una goccia di sudore. “Niente minacce, Ian, ma ti sto chiedendo un favore. Un giorno potrei diventare presidente della Vic, e non dimenticherò.”

“In un senso o nell’altro.”

“Naturalmente, vecchio mio” disse dolcemente Johnjohn e si avviò verso il mobile bar. “Ti andrebbe un bicchiere della staffa, adesso? Brandy?”

Robin Grey era sul sedile posteriore della Rolls di Dunross, con Hugh Guthrie e Julian Broadhurst, Dunross era davanti accanto all’autista in uniforme. I finestrini erano appannati. Pigramente, Grey passò un dito sul vetro, godendosi il lusso del cuoio profumato.

Fra poco ne avrò una anch’io, pensò. Una Rolls tutta mia. Con autista. E presto tutti questi bastardi strisceranno davanti a me, incluso il maledetto Ian Dunross. E Penn! Oh, sì, la mia cara, dolce, altezzosa sorella vedrà l’umiliazione dei potenti.

“Pioverà ancora?” stava chiedendo Broadhurst.

“Sì” rispose Dunross. “Pare che il temporale si stia sviluppando in un vero e proprio tifone… almeno, è quello che ha detto l’ufficio meteorologico. Questa sera ho ricevuto un rapporto della Eastern Cloud, un nostro mercantile che sta venendo qui e che ha appena lasciato Singapore. Diceva che il mare era brutto persino laggiù.”

“Il tifone colpirà Hong Kong, tai-pan?” chiese Guthrie, il parlamentare liberale.

“Non si sa mai con certezza. Può puntare su di noi e poi deviare all’ultimo momento. O viceversa.”

“Ricordo di aver letto di Wanda, il tifone Wanda, l’anno scorso. È stato tremendo, no?”

“Il peggiore che abbia mai visto. Più di duecento morti, migliaia di feriti, decine di migliaia di senzatetto.” Dunross teneva il braccio sulla spalliera ed era semivoltato all’indietro. “Tai-fun, i Venti Supremi, soffiavano a 250 chilometri orari al Royal Observatory, a 300 a Tate’s Cairn. L’occhio del ciclone ci è passato addosso all’alta marea, e in certi punti la marea era sette metri più del normale.”

“Cristo!”

“Sì. A Sha Tin, nei Nuovi Territori, le raffiche hanno spinto la marea su per il canale, hanno sfondato i frangiflutti e spinto i pescherecci per quasi un chilometro nell’entroterra sulla strada principale, e sommerso quasi tutto il villaggio. Almeno mille pescherecci sono spariti, otto mercantili si sono arenati, danni per milioni di dollari, quasi tutti gli insediamenti abusivi finiti in mare.” Dunross alzò le spalle. “Il fato. Ma considerando l’enormità del tifone, i danni causati dal mare, qui, sono stati incredibilmente modesti.” Teneva le dita posate sulla spalliera, e Grey notò il pesante anello, d’oro ed eliotropio, con lo stemma dei Dunross. “Un vero tifone ti fa capire quanto sei insignificante, in fondo” disse Dunross.

“In questo caso, è un peccato che non ci sia un tifone tutti i giorni” disse Grey, incapace di trattenersi. “Sarebbe bello vedere i potenti di Whitehall umiliati due volte al giorno.”

“Lei è veramente noioso, Robin” disse Guthrie. “È proprio necessario fare ogni volta un commento acido?”

Grey riprese a rimuginare, senza ascoltare più la conversazione. Al diavolo tutti quanti, pensò.

Poco dopo la Rolls si fermò davanti al Mandarin. Dunross scese. “La macchina vi porterà al Victoria and Albert. Ci vediamo sabato, se non prima. Buonanotte.”

La macchina ripartì. Girò intorno all’enorme albergo e si diresse verso il traghetto delle auto, un po’ più a est del Golden Ferry Terminal, lungo Connaught Road. Al terminal c’era una lunga fila di automobili e di camion in attesa. Grey scese. “Preferisco sgranchirmi le gambe. Tornerò a piedi fino al Golden Ferry, e traverserò con uno dei traghetti” disse, con forzata bonomia. “Ho bisogno di fare un po’ di moto. Buonanotte.”

S’incamminò per il lungomare di Connaught Road, a passo svelto, contento che fosse stato così facile liberarsi di loro. Maledetti stupidi, pensò, sempre più eccitato. Bene, non passerà molto tempo prima che abbiano tutti il fatto loro, Broadhurst in particolare.

Quando fu sicuro di essersi allontanato abbastanza si fermò sotto un lampione, creando un piccolo ingorgo nella massa dei pedoni che procedevano svelti nelle due direzioni, e chiamò un tassì. “Ecco” disse, consegnando al tassista un pezzo di carta con un indirizzo battuto a macchina.

Il tassista lo prese, lo fissò e si grattò la testa, imbronciandosi.

“È in cinese. Dietro è in cinese” disse Grey.

Il tassista non gli badò, si limitò a fissare l’indirizzo in inglese, senza capire. Grey allungò la mano e girò il foglietto, mostrandogli i caratteri. “Ecco!”

Subito il tassista tornò a girare con insolenza il foglietto e fissò di nuovo la scritta in inglese. Poi ruttò, innestò di scatto la marcia e si inserì nella corrente del traffico.

Cafone, pensò Grey, improvvisamente infuriato.

Con un continuo stridore del cambio, il tassì si addentrò nella città, ritornando indietro per strade a senso unico e vicoletti fino a raggiungere di nuovo Connaught Road.

Finalmente si fermarono davanti a un vecchio, lurido caseggiato in una strada stretta e sudicia. L’asfalto era dissestato e pieno di pozzanghere, e le macchine più indietro strombazzavano nervosamente perché il tassì impediva loro di proseguire. La casa non aveva numero. Grey scese, disse al tassista di aspettarlo e tornò indietro a piedi, fino a una porticina. C’era un vecchio, seduto su una sedia scassata; fumava e leggeva un giornale d’ippica sotto una lampadina nuda.

“È questo il 68 di Kwan Yik Street in Kennedy Town?” chiese educatamente Grey.

Il vecchio lo fissò come se fosse un mostro venuto dallo spazio, poi proruppe in un torrente querulo di cantonese.

“Il 68 di Kwan Yik Street” ripeté Grey, più lentamente e a voce più alta. “Ken-ne-dy Town?”

Un altro torrente di cantonese gutturale e poi un cenno insolente in direzione di una porticina. Il vecchio si raschiò la gola e sputò, poi tornò a immergersi nel suo giornale, sbadigliando.

“Sporco bastardo” borbottò Grey, sempre più furioso. Aprì la porta. C’era un minuscolo vestibolo lurido, con l’intonaco scrostato, una squallida fila di cassette per la posta, con i nomi. Con grande sollievo, vide il nome che cercava.

Tornò al tassì, estrasse il portafoglio e controllò meticolosamente l’importo indicato dal tassametro prima di pagare.

L’ascensore era piccolissimo, soffocante, sporco, e scricchiolava mentre saliva. Al quarto piano, Grey uscì e premette il campanello del numero 44. La porta si aprì.

“Signor Grey, signore, è un onore! Molly, è arrivata sua signoria!” Sam Finn sorrise, raggiante. Era un uomo grande e grosso e florido dello Yorkshire, con gli occhi celesti, ex minatore e dirigente sindacale con amici importanti nel partito laburista e nel sindacato. La faccia era segnata da rughe profonde e butterata, con i pori intasati da granelli di vecchia polvere di carbone. “Perdiana, è un piacere!”

“Grazie, signor Finn. Anch’io sono lieto di conoscerla. Ho sentito parlare molto di lei.” Grey si tolse l’impermeabile e accettò una birra.

“Si accomodi.”

La stanza era piccola, pulitissima, arredata modestamente. C’era un odore di salsicce fritte, di patate fritte e di pane fritto. Molly Finn uscì dalla cucina. Era bassa e rotonda, veniva dalla stessa cittadina mineraria del marito; aveva la stessa età, sessantacinque anni, ed era altrettanto robusta. “Perdiana” disse calorosamente. “Quasi ci è venuto un accidente quando abbiamo saputo che veniva a trovarci.”

“I nostri comuni amici volevano sapere di prima mano come va.”

“Magnificamente. Andiamo magnificamente” disse Finn. “Certo non è come a casa nello Yorkshire e sentiamo la mancanza degli amici e del sindacato ma abbiamo un letto e da mangiare.” Si sentì il rumore dello sciacquone, nel bagno. “Abbiamo qui un amico che mi piacerebbe farle conoscere” disse Finn, con un altro sorriso.

“Oh?”

“Sì” disse Finn.

La porta del bagno si aprì. L’uomo grande grosso e barbuto tese calorosamente la mano. “Sam mi ha parlato molto di lei, signor Grey. Sono il comandante Gregor Suslev della marina sovietica. La mia nave è l’Ivanov… stiamo facendo fare qualche riparazione in questo porto capitalista.”

Grey gli strinse la mano. “Lieto di conoscerla.”

“Abbiamo qualche amico in comune, signor Grey.”

“Oh?”

“Sì, Zdenek Hanzolova di Praga.”

“Oh! Oh, sì!” Grey sorrise. “L’ho conosciuto quando sono stato in Cecoslovacchia l’anno scorso con una delegazione commerciale del parlamento.”

“Le è piaciuta Praga?”

“Molto interessante. Molto. Però non mi è piaciuta la repressione… o la presenza sovietica.”

Suslev rise. “Sono stati loro a invitarci. Ci teniamo ad aver cura dei nostri amici. Ma anch’io non approvo molte cose che succedono, là in Europa. Persino nella Madre Russia.”

Sam Finn disse: “Sedetevi, prego, sedetevi.”

Sedettero intorno al tavolo del soggiorno, coperto da una linda tovaglia bianca, con un’aspidistra in vaso al centro.

“Naturalmente, lei sa che non sono comunista, non lo sono mai stato” disse Grey. “Non approvo lo stato di polizia. Sono completamente convinto che il socialismo democratico britannico sia la strada del futuro… il parlamento, le cariche elettive e tutto il resto, anche se molte delle idee marxiste-leniniste hanno i loro meriti.”

“Politica!” esclamò Gregor Suslev in tono spregiativo. “Dovremmo lasciare la politica ai politici.”

“Il signor Grey è uno dei nostri migliori portavoce in parlamento, Gregor.” Molly Finn si rivolse a Grey. “Anche Gregor è un buon figliolo, signor Grey. Non è una di quelle carogne.” Sorseggiò il tè. “Gregor è un buon figliolo.”

“Proprio vero, ragazza mia” disse Finn.

“Non troppo buono, spero” disse Grey. Risero tutti. “Come mai è venuto a stabilirsi qui, Sam?”

“Quando siamo andati in pensione, la signora Finn e io, volevamo vedere un po’ il mondo. Avevamo da parte un po’ di quattrini e abbiamo riscosso una piccola polizza assicurativa delle cooperative e ci siamo imbarcati su un mercantile…”

“Oh, ci siamo divertiti tanto” l’interruppe Molly Finn. “Siamo stati in tanti posti. È stato bellissimo. Ma poi quando siamo venuti qui, Sam non stava tanto bene, e così ci siamo fermati per ripartire con lo stesso mercantile quando tornava indietro.”

“Giusto, ragazza mia” disse Sam. “Poi ho conosciuto un tale molto per bene che mi ha offerto un lavoro.” Sorrise raggiante, massaggiandosi i pori neri della faccia. “Dovevo fare da consulente per certe miniere di cui lui era il sovrintendente, in un posto che si chiama Formosa. Ci siamo stati una volta ma non c’era bisogno che restavamo e così siamo tornati qui. Ecco tutto, signor Grey. Facciamo un po’ di quattrini, e la birra è buona, e così io e la signora Finn abbiamo pensato di restare. I ragazzi ormai sono grandi…” Finn sorrise di nuovo, mettendo in mostra i denti finti. “Adesso siamo hongkonghesi.”

Chiacchierarono piacevolmente. Grey si sarebbe lasciato convincere dal racconto di Finn, se non avesse letto il suo dossier prima di lasciare Londra. Pochissimi sapevano che da anni Finn era iscritto al BCP, il partito comunista britannico. Quando era andato in pensione era stato inviato a Hong Kong da uno dei comitati segreti, con l’incarico di fornire informazioni su tutto ciò che riguardava la burocrazia di Hong Kong.

Pochi minuti più tardi, Molly Finn soffocò uno sbadiglio. “Oh, oh, come sono stanca! Se volete scusarmi, credo che andrò a letto.”

Sam disse: “Vai pure, vecchia mia.”

Parlarono del più e del meno ancora per un po’, poi anche Sam Finn sbadigliò. “Se volete scusarmi, credo che andrò a letto anch’io.” Poi si affrettò ad aggiungere: “Non vi muovete, parlate pure quanto volete. Ci vedremo prima che lei riparta da Hong Kong, signor Grey… Gregor.”

Strinse la mano a entrambi e si chiuse alle spalle la porta della camera da letto.

Suslev andò al televisore e l’accese, ridendo. “Ha visto la TV di Hong Kong? La pubblicità è molto divertente.”

Regolò il sonoro in modo che potessero parlare senza che nessuno sentisse quel che dicevano. “La prudenza non è mai troppa, eh?”

“Le porto saluti fraterni da Londra” disse Grey, abbassando la voce. Era comunista dal 1947, e apparteneva a una cerchia ancora più segreta di Finn. La sua vera identità in Inghilterra, era nota a non più di cinque o sei persone.

“Li ricambio.” Suslev indicò con il pollice la porta chiusa. “Loro che cosa sanno?”

“Soltanto che sono di sinistra, simpatizzante del partito.”

“Benissimo.” Suslev si rilassò. Il Centro aveva organizzato quell’incontro privato con estrema abilità. Roger Crosse, che non sapeva nulla dei suoi rapporti con Grey, gli aveva già detto che l’SI non pedinava i parlamentari. “Qui siamo al sicuro. Sam è molto in gamba. Riceviamo le copie dei suoi rapporti. E non fa domande. Voi britannici sapete tenere la bocca chiusa e siete molto efficienti, signor Grey. Mi congratulo.”

“Grazie.”

“Com’è andato l’incontro a Pechino?”

Grey gli porse un fascio di fogli. “Questa è una copia delle nostre relazioni al parlamento, pubbliche e private. La legga prima che me ne vada… il rapporto completo lo riceverà per normale via gerarchica. Per riassumere, ritengo che i cinesi siano totalmente ostili e revisionisti. Quel pazzo di Mao e il suo servo Ciu En-lai sono nemici implacabili del comunismo internazionale. La Cina è debole in tutto, ma è pronta a combattere. Combatteranno fino all’ultimo per difendere la loro terra. Più attenderete e più sarà difficile tenerli a freno, ma finché non avranno armi nucleari e missili a lunga gittata, non rappresenteranno un pericolo.”

“Sì. E il commercio? Che cosa hanno chiesto?”

“Industria pesante, raffinerie di petrolio, impianti per le trivellazioni petrolifere, stabilimenti chimici, acciaierie.”

“E come pagherebbero?”

“Sostengono di avere valuta straniera in abbondanza. In gran parte proveniente da Hong Kong.”

“Hanno chiesto armi?”

“No. Direttamente no. Sono furbi, e non sempre i nostri incontri sono avvenuti in gruppo. Erano molto ben informati su me e Broadhurst, e non ci mostravano simpatia… né fiducia. Forse hanno parlato privatamente con Pennyworth o con uno degli altri conservatori… anche se questo non servirà a molto. Ha saputo che è morto?”

“Sì.”

“Tanto meglio. Era un nemico.” Grey sorseggiò la birra. “La Repubblica Popolare Cinese vuole armi, ne sono sicuro. Un branco di delinquenti maniaci della segretezza.”

“Che tipo è Julian Broadhurst?”

“Un intellettuale che si crede socialista. Un poco di buono, ma utile al momento. Il tipo di aristocratico che porta la cravatta con i colori della vecchia scuola” disse Grey con una smorfia. “Per questo diventerà una potenza nel prossimo governo laburista.”

“I laburisti vinceranno le prossime elezioni, signor Grey?”

“No, non credo, anche se stiamo lavorando parecchio per aiutare laburisti e liberali.”

Suslev aggrottò la fronte. “Perché aiutare i liberali? Sono capitalisti.”

Grey rise, sardonicamente. “Lei non capisce il sistema britannico, comandante Suslev. Siamo molto fortunati: tre partiti si dividono i voti in un sistema bipartitico. I liberali sottraggono voti ai conservatori, e questo torna a nostro favore. Dobbiamo incoraggiarli.” Finì la birra, soddisfatto, e ne prese altre due dal frigorifero. “Se non ci fossero i liberali, i laburisti non sarebbero mai arrivati al governo, mai! E non ci arriverebbero mai più.”

“Non capisco.”

“Nel migliore dei casi, i laburisti ottengono solo il 45 per cento dei voti, un po’ meno del 45 per cento. I conservatori ottengono all’incirca la stessa percentuale, di solito un po’ di più. Quasi tutti gli altri elettori, il 10 per cento e più, votano liberale. Se non ci fosse un candidato liberale, i conservatori avrebbero la maggioranza. Sono tutti stupidi” disse, compiaciuto. “I britannici sono stupidi, compagno, e il partito liberale è il passaporto perpetuo per il potere, per i laburisti… e quindi per noi. Ben presto il partito comunista britannico controllerà i sindacati e quindi i laburisti, nel modo più completo… in segreto, naturalmente.” Bevve una lunga sorsata. “Il grosso pubblico britannico è stupido, il ceto medio è stupido, la classe dirigente è stupida… non c’è quasi soddisfazione. Sono tanti lemming. Solo pochissimi credono nella socialdemocrazia. E comunque” aggiunse, con estremo compiacimento, “abbiamo distrutto il loro sporco Impero e gli abbiamo pisciato addosso con l’Operazione Leone.” L’Operazione Leone era stata formulata fin da quando i bolscevichi avevano preso il potere. Lo scopo era la distruzione dell’Impero britannico. “In soli diciotto anni, dal 1945, il più grande impero che il mondo avesse mai visto è stato annientato.”

“Ma rimane Hong Kong.”

“Presto sparirà.”

“Non so dirle quanto i miei superiori considerino importante il suo lavoro” disse Suslev, simulando un’aperta ammirazione. “Lei e tutti i nostri fratelli britannici.” Aveva l’ordine di mostrarsi deferente con quell’uomo, farsi riferire i risultati della missione in Cina, e passargli le istruzioni. E adularlo. Aveva letto il dossier di Grey e quelli dei Finn. Robin Grey aveva una classificazione 4/22/a del KGB dei tempi di Berija: “Un importante traditore britannico ufficialmente ligio agli ideali marxisti-leninisti. Da utilizzare, ma senza concedergli fiducia. Se il partito comunista britannico dovesse arrivare al potere, dovrà essere liquidato immediatamente.”

Suslev scrutò Grey. Grey e i Finn non conoscevano la sua vera posizione; sapevano soltanto che era un membro non molto importante del partito comunista di Vladivostok… e questo figurava anche nel dossier dell’SI.

“Ha qualche informazione per me?” chiese Grey.

“Sì, tovarišč, e con il suo permesso, anche qualche domanda. Mi è stato detto di chiederle notizie dei vostri adempimenti per quanto riguarda la Direttiva 72/Praga.” Era una direttiva segretissima che prevedeva l’infiltrazione di esperti clandestini come delegati sindacali in tutte le industrie automobilistiche degli Stati Uniti e dell’Occidente… perché l’industria automobilistica, grazie a tutte le altre cui era collegata, era il nucleo delle società capitaliste.

“Stiamo procedendo benissimo” gli disse Grey, di slancio. “Gli scioperi selvaggi sono la strada del futuro. Con gli scioperi selvaggi possiamo aggirare le gerarchie senza disgregare il sindacalismo esistente. I nostri sindacati sono divisi. Di proposito. Cinquanta uomini possono formare un sindacato indipendente che può dominare migliaia di individui… e finché non ci saranno votazioni segrete, i pochi governeranno sempre i molti!” E rise. “Siamo addirittura in anticipo sul programma. E adesso abbiamo fratelli in Canada, Nuova Zelanda, Rhodesia, Australia… soprattutto in Australia. Entro pochi anni avremo agitatori ben preparati in tutti i sindacati metalmeccanici importanti, nel mondo anglofono. Ci sarà un britannico a guidare i lavoratori dovunque ci sia uno sciopero… Sydney, Vancouver, Johannesburg, Wellington. Un britannico!”

“E lei è uno dei leader, tovarišč! Magnifico!” Suslev lo lasciò continuare, dandogli l’imbeccata, disgustato al pensiero che fosse tanto facile lusingarlo. I traditori sono spaventosi, si disse. “Presto si realizzerà il paradiso democratico che lei desidera, e ci sarà la pace sulla terra.”

“Non ci vorrà molto tempo” disse Grey, fervidamente. “Abbiamo ridotto le forze armate, e l’anno prossimo le ridurremo ancora di più. La guerra è finita, per sempre. A questo ha provveduto l’atomica. Sono soltanto quei porci americani, con la loro corsa agli armamenti, a ostacolarci, ma presto costringeremo anche loro a deporre le armi, e saremo tutti eguali.”

“Lei sapeva che l’America sta armando in segreto i giapponesi?”

“Eh?” Grey lo guardò sbalordito.

“Oh, non lo sapeva?” Suslev era al corrente dei tre anni e mezzo che Grey aveva passato in un campo di prigionia giapponese. “Non sapeva che gli Stati Uniti hanno inviato una missione militare per chiedere se accetterebbero le armi nucleari?”

“Non oserebbero mai.”

“Però lo hanno fatto, signor Grey” disse Suslev, mentendo con disinvoltura. “Naturalmente, è un segreto.”

“Può fornirmi i dettagli che potrei usare in parlamento?”

“Bene, chiederò ai miei superiori di fornirglieli, se pensa che potrebbe essere utile.”

“La prego. Il più presto possibile. Bombe atomiche… Cristo!”

“E i vostri esperti sono infiltrati anche nelle centrali nucleari britanniche?”

“Eh?” Grey si concentrò con uno sforzo, distogliendo il pensiero dal Giappone. “Centrali nucleari?”

“Sì. State infiltrando i vostri uomini?”

“Ecco, no, ci sono soltanto una o due centrali nel Regno Unito, e non sono importanti. Davvero gli yankee stanno armando i giapponesi?”

“Il Giappone non è un paese capitalista? Non è protetto dagli Stati Uniti? Non stanno costruendo centrali nucleari anche là? Se non fosse per l’America…”

“Quei porci americani! Grazie a Dio, anche voi avete le atomiche, altrimenti dovremmo prosternarci tutti!”

“Forse dovreste occuparvi delle vostre centrali nucleari, eh?” disse in tono suadente Suslev, meravigliandosi della credulità di Grey.

“Perché?”

“È appena uscito un nuovo studio di un suo compatriota. Philby.”

“Philby?” Grey ricordò il turbamento e la paura che aveva provato quando Philby era stato scoperto ed era fuggito, e il sollievo perché Philby e gli altri se ne erano andati senza dover consegnare gli elenchi segreti del BCP, che indubbiamente avevano. “Come sta?”

“Ho sentito dire che sta benissimo. Lavora a Mosca. Lo conosceva?”

“No. Era del ministero degli Esteri. Nella stratosfera. Nessuno di noi sapeva che fosse dei nostri.”

“In questo studio, fa notare che se una centrale nucleare è autofertilizzante, può produrre combustibile per se stessa e per altre. Quando una centrale nucleare entra in funzione, in pratica è quasi perpetua, richiede solo pochissimi tecnici altamente specializzati per funzionare, e niente operai, a differenza delle centrali termoelettriche alimentate a carbone o nafta. In questo momento, tutta l’industria occidentale dipende dal petrolio o dal carbone. Philby suggerisce che la nostra politica dovrebbe incoraggiare l’uso del petrolio, non del carbone, e scoraggiare completamente l’energia nucleare. Eh?”

“Ah, capisco!” Il volto di Grey s’indurì. “Farò in modo di entrare nella commissione parlamentare per lo studio dell’energia atomica.”

“Sarà così facile?”

“Fin troppo facile, compagno! I britannici sono pigri, non vogliono avere problemi, vogliono lavorare il meno possibile e guadagnare il più possibile, per andare al pub e alle partite di calcio il sabato… e niente lavori non retribuiti, niente commissioni noiose fuori orario, niente discussioni. È troppo facile… dato che noi abbiamo un piano e loro no.”

Suslev sospirò, soddisfatto. Aveva quasi concluso il suo compito. “Un’altra birra? No, lasci che la prenda io: l’onore tocca a me, signor Grey. Conosce per caso uno scrittore che si trova qui al momento, un cittadino americano, Peter Marlowe?”

Grey alzò la testa di scatto. “Marlowe. Lo conosco molto bene, ma non sapevo che fosse cittadino americano. Perché?”

Suslev nascose accuratamente il suo interesse e alzò le spalle. “Mi è stato detto di chiederglielo, dato che lei è inglese, e Marlowe era inglese.”

“È un porco dell’alta borghesia, con la morale di un venditore ambulante. Non lo vedevo da anni, dal ’45. E poi l’ho trovato qui. Anche lui era a Changi. Fino a ieri non sapevo che facesse lo scrittore e lavorasse nel cinema. Perché è importante?”

“È uno scrittore” disse prontamente Suslev. “Lavora nel cinema. Con la televisione, oggi gli scrittori possono raggiungere milioni di persone. Il Centro tiene sempre d’occhio gli scrittori occidentali. Oh, sì, nella Madre Russia sappiamo che gli scrittori sono importanti. I nostri ci hanno sempre indicato la strada, signor Grey, hanno plasmato il nostro pensiero e i nostri sentimenti, Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Bunin…” E soggiunse, con orgoglio: “Da noi gli scrittori aprono la strada. Per questo, oggi dobbiamo guidare la loro formazione e controllare le loro opere o insabbiarle.” Fissò Grey. “Anche voi dovreste fare altrettanto.”

“Noi sosteniamo gli scrittori simpatizzanti, comandante, e cerchiamo di danneggiare gli altri come possiamo, pubblicamente e privatamente. Quando tornerò in patria, metterò Marlowe nella lista nera ufficiale del BCP. Sarà facile osteggiarlo… abbiamo molti amici nei mass-media.”

Suslev accese una sigaretta. “Ha letto il suo libro?”

“Quello su Changi? No, non l’ho letto. Non ne avevo neppure sentito parlare prima di arrivare qui. Probabilmente non è mai stato pubblicato in Inghilterra. Del resto, non ho molto tempo per leggere narrativa, e se l’ha scritto lui sarà la solita merda borghese e… bene, Changi è Changi, ed è meglio dimenticarlo.” Fu scosso da un brivido, senza rendersene conto. “Sì, meglio dimenticarlo.”

Ma non posso, avrebbe voluto urlare. Non posso dimenticare ed è ancora un incubo interminabile, quei giorni al campo, un anno dopo l’altro, le decine di migliaia che morivano, e noi che cercavamo di far rispettare la legge, cercavamo di difendere i deboli dal mercato nero che prosperava alle loro spalle, e tutti soffrivano la fame e non c’era speranza di uscirne mai, e io lì a marcire e avevo solo ventun anni e niente donne e niente divertimenti e niente da mangiare e niente da bere, solo ventun anni quando mi presero a Singapore nel 1942, e ventiquattro, quasi venticinque quando avvenne il miracolo, e sopravvissi e tornai in Inghilterra… e la casa non c’era più, i miei genitori non c’erano più, il mio mondo non c’era più, e la mia unica sorella s’era venduta al nemico, e adesso parlava come i nemici, mangiava come loro, viveva come loro, aveva sposato uno di loro, e si vergognava del nostro passato, voleva seppellire il passato, avrebbe voluto che fossi morto anch’io, e nessuno se ne curava e, oh, Cristo, il cambiamento. Ritornare alla vita dopo la non-vita di Changi, e tutti gli incubi e le notti insonni, il terrore della vita, l’incapacità di parlarne, e piangevo e non sapevo perché piangevo, cercavo di adattarmi a quella che gli stupidi chiamavano normalità. E alla fine mi sono adattato, ma a che prezzo, oh, caro buon Gesù, a che prezzo…

Piantala!

Con uno sforzo, Grey si strappò al gorgo di Changi.

Basta con Changi. Changi è morto. Lascia che resti morto. È morto… Changi deve restare morto. Ma Ch…

“Cosa?” disse, riportato di nuovo al presente.

“Ho detto: il vostro governo attuale è ormai completamente vulnerabile.”

“Oh? Perché?”

“Ricorda lo scandalo Profumo? Il vostro ministro della Guerra?”

“Certo. Perché?”

“Qualche mese fa, l’MI-5 ha incominciato un’indagine molto riservata e approfondita sui presunti legami tra l’ormai famosa squillo Christine Keeler, e il comandante Yevgenij Ivanov, il nostro addetto navale, e altri personaggi della società londinese.”

“È terminata?” chiese Grey, improvvisamente attento.

“Sì. E documenta le conversazioni tra la donna e il comandante Ivanov. Ivanov le aveva chiesto di farsi dire da Profumo quando sarebbero state consegnate armi nucleari alla Germania. Secondo i risultati dell’indagine” disse Suslev, mentendo deliberatamente, “Profumo era stato avvertito dall’MI-5 qualche mese prima dello scandalo… che il comandante Ivanov era del KGB e per giunta l’amante della ragazza.”

“Oh, Cristo! E il comandante Ivanov lo conferma?”

“Oh, no. Assolutamente no. Non sarebbe corretto… e neppure necessario. Ma il rapporto dell’MI-5 riferisce esattamente i fatti.” Suslev continuò a mentire con disinvoltura. “Il rapporto dice la verità!”

Grey scoppiò a ridere. “Oh, Cristo, questo farà cadere il governo e ci saranno nuove elezioni generali!”

“E i laburisti vinceranno!”

“Sì! Per cinque anni meravigliosi, saranno al governo! Oh, sì, e quando ci saremo… oh, mio Dio!” Grey scoppiò in un’altra risata. “Prima quello aveva mentito sulla Keeler! E adesso lei mi dice che sapeva di Ivanov! Oh, Cristo, sì, questo farà cadere il governo! Varrà la pena di aver sopportato per tanti anni tutto quello che abbiamo dovuto sopportare da quei cafoni della borghesia! È sicuro?” chiese con ansia improvvisa. “È proprio vero?”

“Crede che le mentirei?” Suslev rise tra sé.

“Me ne servirò. Oh, Dio, se me ne servirò. ” Grey era fuori di sé per la gioia. “È assolutamente sicuro? Ma Ivanov… che ne è stato di lui?”

“Ha avuto una promozione, naturalmente, per la manovra brillante e il discredito gettato su un governo nemico. Se la sua opera contribuirà a far cadere i conservatori, riceverà una decorazione. Attualmente è a Mosca in attesa di un nuovo incarico. A proposito, nella conferenza stampa di domani, ha intenzione di parlare di suo cognato?”

Grey fu immediatamente in guardia. “Come sapeva di lui?”

Suslev ricambiò l’occhiata, calmissimo. “I miei superiori sanno tutto. Mi è stato detto di suggerirle la possibilità di accennare alla vostra parentela durante la conferenza stampa, signor Grey.”

“Perché?”

“Per rafforzare la sua posizione, signor Grey. Una parentela così stretta con il tai-pan della Nobil Casa darebbe un maggior peso alle sue parole, qui. Non crede?”

“Ma se sa di lui” disse Grey, con voce dura, “allora sa anche dell’accordo tra me e mia sorella, l’impegno a non parlarne mai. È una questione di famiglia.”

“Le faccende che riguardano lo Stato hanno la precedenza sulle questioni di famiglia, signor Grey.”

“Chi è lei?” Grey s’insospettì di colpo. “Chi è, veramente?”

“Solo un messaggero, signor Grey, veramente.” Suslev posò le grosse mani sulle spalle di Grey, stringendo affettuosamente. “Tovarišč, sa bene che dobbiamo usare tutto ciò che abbiamo a disposizione, per il trionfo della causa. Sono sicuro che i miei superiori pensavano soltanto al suo futuro. Una stretta parentela con una famiglia capitalista tanto importante potrebbe esserle utile in parlamento. Non crede? Quando i laburisti arriveranno al potere, l’anno prossimo, avranno bisogno di uomini e donne con relazioni importanti, eh? Per entrare nel governo bisogna averle, l’ha detto lei stesso. E potrà aiutarci a contenere la Cina, a rimetterla sulla strada giusta, e a mandare Hong Kong e tutta la gente di Hong Kong dove meritano… nella fogna. Eh?”

Grey rifletté, mentre il cuore gli batteva forte. “Potremmo annientare Hong Kong?”

“Oh, sì.” Suslev sorrise. Il sorriso si allargò. “Non deve preoccuparsi, non dovrebbe dire niente del tai-pan e neppure infrangere la promessa fatta a sua sorella. Posso fare in modo che le venga rivolta una domanda. Eh?”