55.

Ore 23,35

Suslev era seduto nella semioscurità del loro “rifugio” al numero 32 delle Sinclair Towers. Aveva spostato l’appuntamento con Arthur per via dell’incontro con Grey.

Sorseggiò il liquore, al buio. Accanto a lui, sul tavolino, c’erano una bottiglia di vodka, due bicchieri e il telefono. Il cuore gli batteva forte, come sempre quando era in attesa di un incontro clandestino. Non mi abituerò mai? si chiese. No. Questa sera sono stanco, anche se tutto è andato magnificamente. Ormai Grey è programmato. Quel povero stupido, spinto dall’odio, dall’invidia e dalla gelosia! Il Centro dovrà mettere di nuovo in guardia i dirigenti del BCP, sul conto di quel tipo… è potenzialmente troppo vulnerabile. E Travkin, che un tempo era un principe e adesso non è niente, e Jacques deVille, quell’incompetente impetuoso… e tutti gli altri.

Non importa! Va tutto benissimo. È tutto pronto per domani e per l’arrivo di quel Sinders. Un brivido involontario scosse Suslev. Non vorrei che mi prendessero in trappola. Quelli dell’MI-6 sono pericolosi, fanatici e ostili a noi quanto la CIA, ma ancora peggio. E se mai si attuerà il piano della CIA e dell’MI-6, nome in codice Anubis, per unire in un’alleanza Giappone, Cina, Inghilterra, Canada e America, la Madre Russia sarà rovinata per sempre. Ah, il mio paese, il mio paese! Quanto mi manca la Georgia, così bella e dolce e verdeggiante.

Le canzoni della sua infanzia, i canti popolari della Georgia, lo riportarono al passato. Si asciugò una lacrima al pensiero di tanta bellezza, e della lontananza. Non importa, presto andrò in licenza. E tornerò a casa. E mio figlio tornerà in licenza da Washington nello stesso tempo con la giovane moglie e il figlioletto, nato così opportunamente in America. Per lui non ci saranno difficoltà per il passaporto. Sarà la nostra quarta generazione a servire la causa. Facciamo progressi.

L’oscurità gli gravava addosso. Su richiesta di Arthur, per maggiore sicurezza aveva abbassato le tende e aveva tenuto chiuse le finestre anche se lì era impossibile che li vedessero. L’appartamento aveva l’aria condizionata ma, sempre per motivi di sicurezza, gli era stato chiesto di lasciarla spenta, come le luci. Era stata una mossa saggia lasciare l’appartamento di Finn prima di Grey, nell’eventualità che i piani fossero cambiati e che ci fosse un uomo dell’SI a pedinarlo. Crosse gli aveva detto che non ci sarebbe stato, quella notte, anche se l’indomani gli avrebbe assegnato un altro uomo.

Aveva preso un tassì e s’era fermato al Golden Ferry a comprare i giornali della sera, fingendo di barcollare un po’ come un ubriaco, nel caso qualcuno lo tenesse d’occhio, e poi era andato a Rose Court, nell’appartamento di Clinker, ed era passato attraverso la galleria sotterranea, e adesso era lì. C’era un agente dell’SI piazzato davanti a Rose Court. Era ancora là fuori. Chissà se se ne sarebbe andato? Non aveva importanza.

Il telefono squillò. Il suono lo fece sobbalzare, sebbene la suoneria fosse prudentemente regolata al minimo. Tre squilli, poi silenzio. Il suo cuore riprese a battere. Arthur sarebbe arrivato tra poco.

Suslev tastò l’automatica nascosta dietro un cuscino. Ordini del Centro. Era uno dei molti ordini che lui disapprovava. Non gli piacevano le pistole. Le pistole potevano sbagliare, il veleno non sbagliava mai. Sfiorò la fialetta nascosta nel bavero, abbastanza vicina da poter essere raggiunta con la bocca. Come sarebbe stata la vita senza la morte a portata di mano?

Si rilassò, concentrò i sensi come un radar, per percepire la presenza di Arthur prima che arrivasse. Arthur sarebbe entrato dalla porta principale o da quella di servizio?

Dal punto dove stava seduto poteva vederle tutte e due. I suoi orecchi si fecero attenti: aprì la bocca, leggermente, per accrescerne la sensibilità. Il ronzio dell’ascensore. Il suo sguardo puntò sulla porta, ma il ronzio cessò qualche piano più sotto. Attese. La porta di servizio si aprì prima che lui potesse percepire qualcosa. Si sentì torcere le viscere: non riconosceva quella sagoma scura. Per il momento restò paralizzato. Poi la sagoma raddrizzò una spalla, e la leggera gibbosità sparì.

Kristos!” borbottò Suslev. “Mi hai fatto prendere uno spavento!”

“Fa parte del mestiere, vecchio mio.” Le parole nette e sommesse erano alternate alla secca tosse simulata. “Sei solo?”

“Naturalmente!”

La sagoma entrò in soggiorno, senza far rumore. Suslev vide che metteva via la pistola e allentò la stretta sulla sua automatica, ma la lasciò pronta nel nascondiglio. Si alzò e tese calorosamente la mano. “Per una volta sei puntuale.”

Si strinsero la mano. Jason Plumm non si tolse i guanti. “È mancato poco che non arrivassi” disse con voce normale, e un sorriso che toccava solo la superficie del volto.

“Cos’è successo?” chiese il russo, interpretando quel sorriso. “E perché mi avete chiesto di tirare le tende e tenere chiuse le finestre?”

“Penso che l’appartamento possa essere sorvegliato.”

“Eh?” L’inquietudine di Suslev ingigantì. “Perché non l’hai detto prima?”

“Ho detto: penso che lo sia. Non ne sono certo. Ci siamo dati parecchio da fare per farne un rifugio e non voglio che lo scoprano per nessuna ragione.” La voce dell’inglese aveva un tono tagliente. “Ascolta, compagno, s’è scatenato l’inferno. L’SI ha preso un tale della tua nave, un certo Metkin. Ha…”

“Cosa?” Suslev lo fissò, fingendosi inorridito.

“Metkin. Dicono che è il commissario polit…”

“Ma è impossibile” disse Suslev con voce tremante, recitando con abilità consumata, nascondendo la gioia nell’apprendere che Metkin era caduto nella sua trappola. “Metkin non sarebbe mai andato di persona a ritirare qualcosa!”

“Comunque, I’SI l’ha preso! Armstrong ha preso lui e un americano della portaerei. Li hanno colti sul fatto. Metkin sa del Sevrin?”

“No, assolutamente.”

“Sei sicuro?”

“Sì. Neppure io lo sapevo fino a pochi giorni fa, quando il Centro mi ha detto di sostituire Voranskij” disse Suslev, alterando con disinvoltura la verità.

“Sei sicuro? Roger è andato su tutte le furie! Metkin sarebbe il tuo commissario politico, e un maggiore del KGB. È esatto?”

“Sì, ma è ridic…”

“Perché diavolo lui o tu o qualcun altro non ci avete detto che avevate un’operazione in corso, in modo che fossimo preparati nel caso che qualcosa andasse male? Io sono il capo del Sevrin, e adesso voi agite qui senza collegamenti e senza tenermi informato. Prima era diverso. Voranskij ci avvertiva sempre in anticipo.”

“Ma, compagno” disse Suslev, cercando di calmarlo, “io non sapevo che dovesse esserci una consegna. Metkin fa quello che vuole. Lui è il capo, ha il grado più elevato, a bordo della nave. Io non vengo informato di tutto… lo sai benissimo!” Suslev aveva assunto il dovuto tono di scusa e d’irritazione, attenendosi alla perpetua copertura, secondo la quale non era il vero arbitro del Sevrin. “Non so proprio che cosa sia venuto in mente a Metkin, per andare di persona. Che stupido! Doveva essere ammattito! Grazie a Dio è un uomo devoto, e ha il veleno nel bavero e quindi non ci sono…”

“Lo hanno preso vivo.”

Suslev represse un’esclamazione. Adesso era veramente inorridito. Si aspettava che Metkin fosse ormai morto. “Sei sicuro?”

“Lo hanno preso vivo. Conoscono il suo vero nome, il grado e il numero di serie e in questo momento è a bordo di un aereo da trasporto della RAF, sotto scorta, diretto a Londra.”

Per un momento, nella mente di Suslev ci fu il vuoto. Aveva congegnato le cose in modo che Metkin si sostituisse all’agente che avrebbe dovuto ricevere la consegna. Da mesi, ormai, Metkin era sempre più critico nei suoi confronti, troppo ficcanaso, e quindi pericoloso. Per tre volte, durante l’ultimo anno, aveva intercettato rapporti privati al Centro, scritti dal suo numero due, che criticavano i modi disinvolti con cui comandava la sua nave ed eseguiva il suo lavoro, e la sua relazione con Ginny Fu. Suslev era sicuro che Metkin gli stesse preparando una trappola, e magari cercasse di guadagnarsi il pensionamento in Crimea – una posizione magnifica – combinando qualche colpo di mano, per esempio riferendo al Centro che, secondo lui, a bordo dell’Ivanov c’era una falla nel sistema di sicurezza, e che quella falla doveva essere Suslev.

Suslev rabbrividì. Non era necessario che Metkin, il Centro o qualcun altro avesse le prove: sarebbe bastato il sospetto a rovinarlo.

“Sei sicuro che Metkin sia vivo?” chiese, pensando a quel nuovo problema.

“Sì. E tu sei sicuro che non sappia niente del Sevrin?”

“Sì. Sì, te l’ho già detto.” La voce di Suslev divenne più brusca. “Tu sei l’unico che conosce tutti i membri del Sevrin, eh? Persino Crosse non li conosce tutti, no?”

“No.” Plumm andò al frigorifero e prese la bottiglia d’acqua. Suslev si versò una vodka, lieto che il Sevrin avesse tante valvole di sicurezza: Plumm non sapeva che Roger Crosse stesso era un informatore del KGB… Crosse era l’unico a conoscere la vera posizione di Suslev in Asia, ma né Crosse né Plumm sapevano del suo lungo legame con deVille… tutti gli altri membri non sapevano l’uno dell’altro… e nessuno di loro sapeva di Banastasio e dei fucili e della vera capillarità della penetrazione sovietica nell’Estremo Oriente.

Tante ruote del meccanismo, una dentro l’altra, e adesso Metkin, una delle ruote difettose, era stato tolto di mezzo per sempre. Era stato facile convincerlo che l’acquisizione del manifesto dell’armamento della portaerei avrebbe comportato la promozione per l’agente che l’avesse compiuta. “Mi sorprende che l’abbiano preso vivo” disse, convinto.

“Roger mi ha riferito che gli hanno bloccato le braccia e il collo prima che quel poveraccio potesse affondare i denti nel bavero.”

“Gli hanno trovato addosso qualche prova?”

“Roger non l’ha detto. Ha dovuto agire con una fretta dannata. Abbiamo pensato che la cosa migliore da farsi fosse portare Metkin lontano da Hong Kong il più presto possibile. Avevamo il terrore che sapesse di noi, dato il suo grado. Sarà più facile occuparsi di lui quando sarà a Londra.” Il tono di Plumm era grave.

“Ci penserà Crosse a risolvere il problema Metkin.”

“Può darsi.” A disagio, Plumm bevve un altro sorso d’acqua.

“Come ha fatto l’SI a essere informato della consegna?” chiese Suslev. Voleva scoprire cosa sapeva Plumm. “Dev’esserci un traditore a bordo della mia nave.”

“No. Roger ha detto che la soffiata è arrivata da un informatore che l’MI-6 ha a bordo della portaerei. Persino la CIA non ne sapeva niente.”

Kristos! Ma che bisogno aveva Roger di essere così efficiente?”

“È stato Armstrong. Ma se Metkin non sa nulla, non è una tragedia.”

Suslev sentiva che l’inglese lo stava scrutando. Conservò un’espressione sincera. Plumm non era uno stupido. Era forte, astuto, implacabile: era stato scelto da Philby. “Sono sicuro che Metkin non sa nulla che possa danneggiarci. Ma anche così, il Centro deve essere informato immediatamente. Loro possono sistemare tutto.”

“L’ho già fatto. Ho chiesto aiuto, Priorità Uno.”

“Bene” disse Suslev. “Hai fatto benissimo, compagno. Tu e Crosse. L’acquisizione di Crosse alla causa è stata un colpo geniale. Devo congratularmi con te ancora una volta.” Il complimento di Suslev era sincero. Roger Crosse era un professionista, non un dilettante come Plumm e tutti gli altri del Sevrin.

“Forse sono stato io ad acquisire lui, forse è stato lui ad acquisire me. Qualche volta non ne sono ben sicuro” disse pensieroso Plumm. “Non sono sicuro neppure di te, compagno. Voranskij lo conoscevo. Avevamo lavorato insieme per anni: ma tu sei un’incognita.”

“Sì. Per te deve essere difficile.”

“Non mi sembra che la perdita del tuo superiore ti abbia sconvolto.”

“Infatti. Devo confessarlo. Metkin è stato un pazzo a correre un simile pericolo. Era assolutamente contrario agli ordini. Per essere sincero… temo che ci sia stata qualche fuga di notizie dall’Ivanov. Metkin era l’unico membro di vecchia data dell’equipaggio, oltre a Voranskij, che avesse libero accesso a terra. Era considerato irreprensibile, ma non si sa mai. Forse ha commesso altri errori, magari ha chiacchierato troppo in un bar, eh?”

“Cristo ci protegga dagli sciocchi e dai traditori. Dove prendeva le sue informazioni Grant?”

“Non lo sappiamo. Appena l’avremo saputo, tapperemo anche quella falla.”

“Sarai tu il sostituto fisso di Voranskij?”

“Non lo so. Non me l’hanno detto.”

“Non mi piacciono i cambiamenti. Sono pericolosi. Chi l’ha ucciso?”

“Domandalo a Crosse. Vorrei saperlo anch’io.” Suslev fissò Plumm. Lo vide annuire, apparentemente convinto. “E Sinders e i rapporti di Grant?” chiese.

“Roger ha provveduto a tutto. Non c’è da preoccuparsi. È sicuro che potremo leggerli. Domani avrai la tua copia.” Plumm tornò a scrutarlo. “E se nei rapporti ci fossero i nostri nomi?”

“Impossibile! Dunross l’avrebbe detto immediatamente a Roger… o a uno dei suoi amici della polizia, probabilmente Chop Suey Kwok” disse Suslev con una smorfia. “E se non a lui, al governatore. E automaticamente Roger l’avrebbe saputo. Siete tutti al sicuro.”

“Forse, e forse no.” Plumm andò alla finestra e guardò il cielo minaccioso. “Non c’è mai nulla di sicuro. Prendi Jacques, per esempio. Adesso è un rischio. Non diventerà mai tai-pan.”

Suslev aggrottò la fronte e poi, come se gli fosse venuta all’improvviso un’idea, disse: “Perché non spedirlo lontano da Hong Kong? Suggerisci a Jacques di chiedere un trasferimento… diciamo alla sede della Struan in Canada. Potrebbe prendere come pretesto la disgrazia che ha appena avuto in famiglia. In Canada sarà fuori dall’occhio del ciclone e finiremo per lasciarlo perdere. Eh?”

“È un’ottima idea. Sì, dovrebbe essere facile. E in Canada, lui ha parecchi contatti che potrebbero essere utili.” Plumm annuì. “Mi sentirò più tranquillo quando avremo letto quei rapporti, e ancora di più quando riuscirete a sapere come diavolo aveva fatto Grant a scoprirci.”

“Grant ha scoperto il Sevrin, non voi. Ascolta, compagno, ti assicuro che puoi continuare senza pericoli il tuo importantissimo lavoro. Continua a fare tutto il possibile per aggravare la crisi delle banche e il crollo della Borsa.”

“Non c’è di che preoccuparsi. Tutti noi vogliamo che succeda.”

Il telefono squillò. I due uomini lo fissarono. Suonò una volta sola. Uno squillo. Il significato in codice, pericolo, balzò alla loro mente. Inorridito, Suslev afferrò la pistola nascosta, ricordando che c’erano le sue impronte digitali, e si lanciò verso la porta di servizio, attraverso la cucina, seguito da Plumm. Spalancò la porta, e lasciò che Plumm uscisse per primo sul pianerottolo. In quel momento si sentì un suono precipitoso di passi, un tonfo contro la porta d’ingresso, che resse, ma si incurvò leggermente. Suslev chiuse l’uscio della cucina senza far rumore, bloccandola con il catenaccio. Un altro schianto. Sbirciò attraverso una fessura. Un altro schianto. La serratura della porta d’ingresso cedette. Per un istante, scorse le figure di quattro uomini profilate contro la luce del corridoio, poi fuggì. Plumm aveva già sceso le scale e lo copriva dall’altro pianerottolo, con l’automatica in pugno. Suslev scese i gradini a tre per volta, lo superò, arrivò al pianerottolo più in basso, poi si fermò per coprirlo a sua volta. Di sopra, la porta di servizio sussultò. In silenzio, Plumm lo superò, e poi si fermò di nuovo per coprirlo, mentre fuggivano verso il pianerottolo più in basso. Poi Plumm scostò alcune casse dalla falsa uscita che si diramava da quella principale. Dal pianterreno, un suono rumoroso di passi salì verso di loro. Un altro tonfo contro la porta di servizio, in alto. Suslev restò di guardia, mentre Plumm si insinuava nell’apertura buia e lo seguì, chiudendosi la porta alle spalle. Plumm aveva già preso la torcia elettrica appesa al gancio. I passi si avvicinarono precipitosamente. Plumm cominciò a scendere guardingo; si muovevano entrambi senza far rumore. I passi si allontanarono, accompagnati da un suono di voci soffocate. Si fermarono entrambi per un attimo, cercando di ascoltare. Ma il suono era troppo indistinto e smorzato, e non si capiva neppure se fosse inglese o cinese.

Plumm riprese a scendere. Si muovevano in fretta ma con estrema prudenza per non far rumore. Arrivarono all’uscita segreta. Senza esitare, sollevarono il falso pavimento e si calarono nell’umida frescura dello scolmatore. Quando furono al sicuro, si fermarono per riprendere fiato, con il cuore che martellava.

Appena fu in grado di parlare, Suslev bisbigliò: “Kuomintang?”

Plumm si limitò ad alzare le spalle. Si asciugò il sudore. Una macchina passò rombando sopra di loro. Puntò il raggio della torcia verso il soffitto sgocciolante. C’erano molte crepe, e in quel momento caddero altre pietre, altro fango. Il pavimento era già allagato da una trentina di centimetri d’acqua che arrivava oltre le caviglie.

“È meglio separarci, vecchio mio” disse sottovoce Plumm, e Suslev notò che, sebbene sudasse, conservava un tono di gelida calma, e il raggio della lampada non tremava. “Dirò a Roger di occuparsi immediatamente dei responsabili di questo scherzo. È una maledetta seccatura.”

Il cuore di Suslev si stava calmando. Ma le parole uscirono a fatica. “Dove c’incontreremo domani?”

“Te lo farò sapere.” Il volto dell’inglese era impenetrabile. “Prima Voranskij, poi Metkin e adesso questo. Troppe falle.” Indicò il soffitto con il pollice. “Questa volta c’è mancato poco. Forse il tuo Metkin ne sapeva molto più di quanto tu immaginassi.”

“No. Ti dico che non sapeva niente del Sevrin, niente, e non sapeva niente di questo appartamento e di Clinker e di tutto il resto. Gli unici a saperlo eravamo io e Voranskij. Non ci sono state fughe di notizie dalla nostra parte.”

“Mi auguro che tu abbia ragione.” Plumm soggiunse, cupamente: “Lo scopriremo. Roger lo scoprirà, in un modo o nell’altro, prima o poi, e allora che Dio aiuti il traditore!”

“Bene. Anch’io vorrei mettergli le mani addosso.”

Dopo una pausa, Plumm disse: “Chiamami ogni mezz’ora da cabine telefoniche diverse, a partire dalle sette e mezzo di sera, domani.”

“D’accordo. Se ci fosse qualche problema imprevisto, io sarò da Ginny, dalle undici in poi. Un’ultima cosa. Se non riusciremo a vedere i rapporti di Grant, cosa ne pensi di Dunross?”

“Ha una memoria incredibile.”

“Allora lo isoliamo e lo sottoponiamo a un interrogatorio col pentotal?”

“Perché no?”

“Bene, tovarišč. Mi occuperò dei preparativi.”

“No. Lo prenderemo noi e te lo consegneremo. Sull’Ivanov?”

Suslev annuì, poi gli riferì il suggerimento di far ricadere la colpa sui Lupi Mannari, senza aggiungere che era stata un’idea di Metkin. “Eh?”

Plumm sorrise. “Ingegnoso! Ci vediamo domani.” Consegnò a Suslev la torcia elettrica, estrasse dalla tasca una minuscola lampadina e si avviò lungo lo scolmatore, con i piedi immersi nell’acqua. Suslev lo seguì con lo sguardo fino a quando scomparve. Lui non aveva mai percorso lo scolmatore fino in fondo. Plumm gli aveva detto di non farlo, perché c’era pericolo di frane.

Trasse un profondo respiro. Ormai aveva superato la paura. Un’altra macchina passò sopra di lui, con un rombo pesante. Probabilmente è un camion, pensò distratto. Altro fango e un pezzo di cemento caddero con un tonfo e uno spruzzo, facendolo sussultare. Suslev attese, poi cominciò a risalire cautamente il pendio. Un’altra minuscola valanga. All’improvviso, Suslev odiò quel condotto sotterraneo. Lo faceva sentire insicuro, minacciato.