57.

Ore 0,35

Irritato, il banchiere Kwang premette più volte il campanello, rabbiosamente. La porta si spalancò e Venus Poon strillò in cantonese: “Come osi venire qui a quest’ora di notte senza un invito?” Sporse il mento e restò lì, con una mano sulla porta, l’altra piazzata imperiosamente sul fianco. L’abito da sera scollatissimo era sconvolgente.

“Zitta, puttana melliflua!” gridò di rimando il banchiere Kwang, e la spinse da parte, entrando nell’appartamento. “Chi è che paga l’affitto? Chi ha comprato tutti i mobili? Chi ha pagato quel vestito? Perché non sei pronta per il letto? Per…”

Zitto!” La voce di Venus Poon era penetrante, e sommergeva la sua senza difficoltà. “Tu pagavi l’affitto, ma avresti dovuto pagarlo oggi e dov’è il denaro, heyaheyaheyaheya?”

“Ecco!” Il banchiere Kwang estrasse l’assegno dalla tasca e glielo sventolò sotto il naso. “Io dimentico le mie fottute promesse?… No! Tu dimentichi le tue fottute promesse?… Sì!

Venus Poon batté le palpebre. La sua rabbia svanì, il viso cambiò espressione, la voce grondò miele. “Oh, mio padre si è ricordato? Oh, mi avevano detto che avevi abbandonato la tua povera figlia tutta sola ed eri tornato dalle puttane di Blore Street.”

“Menzogne!” Il banchiere Kwang boccheggiò, sull’orlo dell’apoplessia, sebbene fosse la verità. “Perché non sei pronta per il letto? Perché hai addosso…”

“Ma mi hanno telefonato tre persone diverse e mi hanno detto che sei andato là questo pomeriggio alle quattro e un quarto. Oh, com’è cattiva la gente” disse lei, teneramente; sapeva che c’era stato, sebbene fosse andato là solo per presentare il banchiere Ching, dal quale stava cercando di ottenere un prestito. “Oh, povero padre, com’è cattiva la gente!” Mentre parlava in tono accattivante, s’era fatta più vicina. La sua mano scattò, fulminea, afferrò l’assegno prima che Kwang potesse ritirarlo, sebbene continuasse a usare una voce dolcissima. “Oh, grazie, padre, dal profondo del cuore… oh ko!” Poi strabuzzò gli occhi, indurì la voce e riprese a strillare. “Non è firmato, sporco pezzo di carne di cane! È un altro dei tuoi trucchi da banchiere! Oh, oh, oh, credo che mi ucciderò sulla porta di casa tua… no, meglio ancora, lo farò davanti alle telecamere, dicendo a tutta Hong Kong quello che mi hai fatto… Oh, oh, oh!”

L’amah era accorsa in soggiorno, di rinforzo, e gemeva e ululava. Le due donne lo seppellirono sotto un’ondata d’invettive, sfide e accuse.

Richard Kwang, impotente, ricambiò le imprecazioni, ma quelle aumentarono il volume. Resistette ancora per un momento e poi, rassegnato, tirò fuori la stilografica, riprese l’assegno e lo firmò. Il chiasso cessò di colpo. Venus Poon afferrò l’assegno e l’esaminò attentamente. Molto attentamente. Poi lo fece sparire nella borsetta.

“Oh, grazie, onorevole padre” disse, tutta docile, e si girò di colpo verso l’amah. “Come ti permetti di intrometterti in una discussione tra l’amore della mia vita e la tua padrona, pezzo di putrida carne di cane? È tutta colpa tua, perché spargi le menzogne maligne degli altri sull’infedeltà del padre! Fuori! Porta il tè e qualcosa da mangiare! Fuori! Il padre ha bisogno di un brandy… corri a prendere un brandy, presto!”

La vecchia finse di tremare di fronte a quella collera simulata e corse via piagnucolando. Venus Poon cominciò a tubare, accarezzando teneramente il collo di Richard Kwang.

Alla fine, vinto da quella magia, lui si lasciò addolcire e bevve, con l’aiuto di Venus Poon, imprecando contro la sua cattiva sorte e i subordinati, gli amici, gli alleati e i debitori che l’avevano crudelmente abbandonato, dopo che lui solo, nell’impero della Ho-Pak, aveva lavorato fino a logorarsi le mani e i piedi per prendersi cura di tutti quanti.

“Oh, pover’uomo” disse affettuosamente Venus Poon. La sua mente lavorava in fretta, mentre le sue dita erano tenere e abili. Le restava mezz’ora soltanto per arrivare all’appuntamento con Wu Quattro Dita e, sebbene sapesse che sarebbe stato opportuno farlo attendere, non voleva neppure farlo aspettare troppo, per paura che il suo ardore si spegnesse. Il loro ultimo incontro lo aveva eccitato tanto che le aveva promesso un diamante, se la prestazione si fosse ripetuta.

“Lo garantisco, nobile signore” aveva ansimato lei, con la pelle appiccicosa per il sudore di due ore di fatiche, sprofondata nell’immensità dell’esplosione che era finalmente arrivata.

Strabuzzò gli occhi al ricordo degli sforzi prodigiosi di Wu Quattro Dita, delle sue dimensioni e della sua indubbia abilità. Ayeeyah, pensò, continuando a massaggiare il collo dell’ex amante, avrò bisogno di ogni tael d’energia e di ogni goccia di essenza dello yin per dominare lo yang urlante di quel vecchio reprobo. “Come va il tuo collo, mio carissimo amore?” tubò.

“Meglio, meglio” rispose riluttante Richard Kwang. La sua mente si era schiarita, e sapeva bene che le dita di lei erano esperte come la sua bocca e le sue parti incomparabili.

Se la tirò sulle ginocchia e con un gesto sicuro insinuò la mano nella profonda scollatura dell’abito da sera nero che le aveva regalato la settimana prima e le accarezzò i seni. Quando vide che lei non opponeva resistenza, abbassò una spallina e si complimentò con lei per le dimensioni, la morbidezza, la forma e il sapore del tutto. Il calore del contatto lo eccitò. Subito, con l’altra mano cercò lo yin ma, prima che se ne rendesse conto, lei si era abilmente svincolata dalla stretta. “Oh, no, padre! L’Onorevole Rosso mi ha fatto visita e per quanto io desi…”

“Eh?” chiese insospettito il banchiere Kwang. “L’Onorevole Rosso? L’Onorevole Rosso non deve venire prima di dopodomani!”

“Oh, no, è arrivato con il temporale e…”

“Eh? Deve venire dopodomani. Lo so. Ho consultato il mio calendario per assicurarmene, prima di venir qui. Sono forse uno sciocco? Vado a pescare una tigre in un ruscello? Abbiamo appuntamento da un pezzo per questa notte, per tutta la notte. Altrimenti, perché avrei raccontato che andavo a Formosa? Non sei mai in anticipo e…”

“Oh, no, è stato questa mattina… il trauma dell’incendio, e quello ancora più grande al pensiero che mi avessi abbandonato…”

“Vieni qui, sgualdrinella…”

“Oh, no, padre, l’Onorevole R…”

Prima che riuscisse a sfuggirgli, Richard Kwang l’afferrò e se la fece sedere di nuovo sulle ginocchia e cominciò a sollevarle il vestito, ma Venus Poon era una veterana di quel genere di guerra e una campionessa di cento scontri, sebbene avesse soltanto diciannove anni. Non resistette, anzi si strinse a lui, si contorse, gli posò una mano addosso, carezzevolmente e bisbigliò in tono gutturale: “Oh, ma padre, porta male disturbare l’Onorevole Rosso e per quanto io desideri sentire in me la tua immensità, sappiamo tutti e due che lo yin ha altri modi per solleticare il vortice vitale.”

“Ma prima vo…”

“Prima? Prima?” Soddisfatta di sé, Venus Poon lo sentì irrigidirsi. “Ah, come sei forte! È facile capire perché tutte quelle puttanelle desiderano il mio vecchio padre, ayeeyah, un uomo così forte, violento, meraviglioso!”

Con mosse esperte, scoprì lo yang. Con mosse esperte, lo dominò e lo lasciò ansimante. “A letto, amore carissimo” gracchiò lui. “Prima un brandy e poi una dormitina e…”

“Giustissimo, ma non qui, oh, no!” disse lei con fermezza, aiutandolo ad alzarsi.

“Eh? Ma ho detto che andavo a For…”

“Sì, quindi è meglio che vada al tuo club!”

“Ma io…”

“Oh, ma hai sfinito la tua povera figlia.” Venus Poon si finse stanchissima mentre lo conduceva alla porta prima ancora che lui si rendesse conto di quel che succedeva. Lo baciò appassionatamente, gli giurò eterno amore, promise che l’avrebbe visto l’indomani e gli chiuse la porta alle spalle.

Lui fissò la porta, stordito. Aveva le ginocchia deboli, la pelle sudaticcia, e avrebbe voluto tempestare l’uscio di pugni per esigere di dormire nel letto che aveva pagato. Ma non lo fece. Non aveva più forza. Barcollando, si diresse verso l’ascensore.

Mentre scendeva, sorrise all’improvviso, raggiante, soddisfatto. L’assegno che le aveva dato era soltanto per un mese di affitto. Lei aveva dimenticato che poche settimane prima le aveva promesso di aumentare la somma a 500 dollari al mese. Iiiiih, Boccuccia Meravigliosa, ridacchiò, lo yang ha battuto in astuzia lo yin! Oh, che bella dimostrazione ti ho dato questa notte, oh, le Nubi e la Pioggia! Questa notte è stata veramente la Piccola Morte e la Grande Nascita e certo non costa molto, il doppio dell’affitto di un mese, anche con l’aumento!

Venus Poon finì di lavarsi i denti e si accinse a riparare il trucco sfatto. Scorse la sua amah nello specchio del bagno. “Ah Poo” chiamò con voce stridula, “prendi il mio impermeabile, quello nero vecchio, e chiama un tassì… e sbrigati, o ti prenderò a pizzicotti sulle guance!”

La vecchia si affrettò a obbedire, felice che la sua padrona non fosse più di malumore. “Ho già telefonato per chiamare un tassì” ansimò. “Sarà giù ad aspettare all’ingresso laterale, appena la madre ci arriverà, ma è meglio che dai qualche minuto di tempo al padre, caso mai sospettasse qualcosa!”

“Uh, quel vecchio Guscio di Tartaruga non è più capace di far niente, ormai! Avrà appena la forza di buttarsi in macchina e di farsi portare al suo club!”

Venus Poon si diede gli ultimi tocchi alle labbra e sorrise alla sua immagine nello specchio, ammirandosi immensamente.

E adesso il diamante, pensò eccitata.

“Quando vedere ancora, Paw’ll?” chiese Lily Su.

“Presto. La settimana prossima ” Havergill finì di vestirsi e, di controvoglia, prese l’impermeabile. La stanza era piccola, ma pulita e simpatica, e aveva un bagno con l’acqua corrente calda e fredda che la direzione dell’albergo aveva fatto installare privatamente, con una spesa elevata e l’aiuto clandestino di alcuni esperti del consiglio d’amministrazione dell’acquedotto. “Ti chiamerò io, come al solito.”

“Perché triste, Paw’ll?”

Lui si voltò a guardarla. Non le aveva detto che presto avrebbe lasciato Hong Kong. Lei lo osservava dal letto. Aveva la pelle splendente di giovinezza. Era la sua amica ormai da quasi quattro mesi: non la sua amica esclusiva, perché non le pagava l’affitto e le altre spese. Lily Su era una ragazza della Happy Hostess Dance Hall, che era il suo ritrovo notturno preferito, dalla parte di Kowloon. Il proprietario, Pok Un Occhio, era da molti anni un vecchio e rispettato cliente della banca, e la mama-san una donna navigata che apprezzava la sua assiduità. Havergill, nel corso degli anni, aveva avuto molte amiche della Happy Hostess, molte per poche ore, alcune per un mese, pochissime per un periodo più lungo, e aveva avuto una sola esperienza sgradevole in tutti quegli anni… una ragazza aveva cercato di ricattarlo. Lui s’era subito rivolto alla mama-san. La ragazza era sparita quella stessa notte. Nessuno aveva più rivisto lei e il suo magnaccia delle triadi.

“Perché triste, heya?”

Perché presto me ne andrò da Hong Kong, avrebbe voluto risponderle. Perché vorrei un’esclusiva che non posso avere, non devo e non oso avere… e che non ho mai desiderato con nessuna, prima d’ora. Buon Dio del cielo, come ti desidero.

“Non sono triste, Lily, soltanto stanco” disse invece. I guai della banca aggravavano il peso che si sentiva addosso.

“Tutto andare bene” disse lei, in tono rassicurante. “Chiamare presto, heya?”

“Sì. Sì, presto.” L’accordo con lei era semplice: una telefonata. Se non riusciva a raggiungerla direttamente, chiamava la mama-san e quella sera andava alla sala da ballo, solo o in compagnia di amici, e lui e Lily facevano qualche ballo, per salvare la faccia, e bevevano qualcosa, e poi lei se ne andava. Dopo mezz’ora, lui pagava il conto e veniva lì… tutto pagato in anticipo. Non venivano insieme in quel luogo d’incontro perché lei non voleva farsi vedere per la strada o dai vicini insieme a un diavolo straniero. Sarebbe stato disastroso, per la reputazione di una ragazza, farsi vedere sola con un barbaro. In pubblico. Fuori dal suo posto di lavoro. Qualunque ragazza sarebbe stata considerata una puttana della peggior specie, la puttana di un diavolo straniero, disprezzata, derisa, svalutata.

Havergill lo sapeva. E non se la prendeva. A Hong Kong, era normale. “Doh jeh” disse. Grazie. L’amava e avrebbe voluto restare o condurla con sé. “Doh jeh” disse semplicemente, e uscì.

Rimasta sola, Lily Su si lasciò sopraffare dallo sbadiglio che quella sera l’aveva assalita molte volte, e si riadagiò sul letto, stiracchiandosi voluttuosamente. Il letto era in disordine, ma mille volte meglio della branda nella stanza che aveva in affitto a Tai-ping Shan.

Un colpo discreto alla porta. “Onorevole signora?”

“Ah Chun?”

“Sì.” La porta si aprì, e la vecchia entrò ciabattando. Portava gli asciugamani puliti. “Per quanto tempo resterà?”

Lily Su esitò. Secondo la consuetudine, in quell’albergo, il cliente pagava la camera per tutta la notte. E sempre per consuetudine, se la camera veniva lasciata libera prima, la direzione restituiva alla ragazza una parte del denaro. “Tutta la notte” disse lei. Voleva godersi quel lusso, perché non sapeva quando ne avrebbe avuto ancora l’occasione. Forse la settimana prossima il cliente avrà perso la sua banca e tutto il resto.

“Per favore, mettili in bagno.”

La vecchia obbedì borbottando e se ne andò. Lily Su sbadigliò di nuovo, ascoltando felice l’acqua che gorgogliava. Anche lei era stanca. Era stata una giornata faticosa. E quella sera il suo cliente aveva parlato più del solito, mentre lei gli riposava accanto e cercava di dormire, senza ascoltarlo, comprendendo solo una parola ogni tanto, ma contenta che lui parlasse. Sapeva per esperienza che era una forma di sfogo, soprattutto per un vecchio barbaro. Strano, pensò, tanta fatica e chiasso e lacrime e denaro per non ottenere che altra sofferenza, altre chiacchiere, altre lacrime. “Non badare se lo yang è debole, o se parlano o mormorano o borbottano nella loro lingua immonda o se ti piangono fra le braccia. I barbari fanno così” le aveva spiegato la sua mama-san. “Chiudi gli orecchi. E chiudi le narici all’odore di diavolo straniero e all’odore di vecchio e aiutalo a godersi un momento di piacere. È uno yan di Hong Kong, un vecchio amico, e paga bene, prontamente, e ti libererà in fretta dai debiti, e ti darà prestigio avere un cliente come quello. Perciò mostrati entusiasta, fingi che sia virile, e dagli un valore adeguato al suo denaro.”

Lily Su sapeva di dare un valore adeguato per il denaro che riceveva. Sì, ho avuto fortuna, oh, molto di più della mia povera sorella e del suo cliente. Povero Fiore Fragrante, povero figlio numero uno di Chen della Nobil Casa. Che tragedia! Che crudeltà!

Rabbrividì. Oh, quei terribili Lupi Mannari! Terribile, tagliargli l’orecchio, terribile assassinarlo e minacciare tutta Hong Kong, terribile per la mia povera sorella maggiore morire schiacciata da quei fetidi, sporchi pescatori ad Aberdeen. Oh, che sorte!

Solo quella mattina aveva visto un giornale che pubblicava una copia della lettera d’amore di John Chen, e l’aveva riconosciuta subito. Ne avevano riso per settimane, lei e Fiore Fragrante, di quella lettera e delle altre due che la sorella le aveva dato da custodire. “È un uomo così ridicolo, quasi senza yang, e non si alza quasi mai” le aveva detto la sorella maggiore. “Mi paga solo perché stia lì sdraiata a farmi baciare, e qualche volta mi chiede di ballare senza vestiti, e di promettere che dirò agli altri quanto è forte! Iiiih, mi dà denaro come fosse acqua! Da undici settimane sono ‘il suo vero amore’! Se continua per altre undici… magari mi comprerò un appartamento!”

Quel pomeriggio, spaventatissima, era andata insieme a suo padre alla stazione di polizia di East Aberdeen per identificare il cadavere. Non avevano ammesso di sapere chi era il cliente. Saggiamente, suo padre aveva deciso di tenere il segreto. “Chen della Nobil Casa preferirà sicuramente così. C’è di mezzo anche la sua faccia… e la faccia del nuovo erede, il giovane con il nome da diavolo straniero. Fra un giorno o due telefonerò a Chen della Nobil Casa e cercherò di sapere qualcosa. Dobbiamo attendere un po’. Dopo quello che i Lupi Mannari hanno fatto al figlio numero uno, nessun padre se la sentirebbe di negoziare.”

Sì, mio padre è furbo, pensò Lily Su. Non per niente i suoi compagni di lavoro lo chiamano Chu Nove Carati. Grazie a tutti gli dei, le altre due lettere le ho io.

Dopo aver identificato il cadavere di sua sorella, avevano riempito i moduli con i loro veri nomi e il vero cognome di famiglia, Chu, per poter incassare il denaro, 4360 dollari di Hong Kong a nome di Wisteria Su, 3000 dollari a nome di Fiore Fragrante Tak, tutto denaro guadagnato fuori dalla Good Luck Dance Hall. Ma il sergente di polizia era stato irremovibile. “Mi dispiace, ma adesso che sappiamo il vero nome, dobbiamo renderlo pubblico, in modo che i suoi creditori possano farsi avanti.” Neppure l’offerta generosissima del 25 per cento della somma era bastata a convincerlo a consegnare subito il denaro. Perciò se ne erano andati.

Sporco pezzo di carne di cane, schiavo dei diavoli stranieri, pensò disgustata Lily Su. Non resterà più niente, dopo che la sala da ballo avrà incassato i suoi crediti. Niente. Ayeeyah!

Ma non importa, si disse mentre si immergeva nella vasca, soddisfatta. Non importa, il segreto delle lettere varrà una fortuna per Chen della Nobil Casa.

E Chen della Nobil Casa ha più banconote rosse da 100 dollari di quanti peli abbia un gatto.

Casey era rannicchiata davanti alla finestra della sua camera, con le luci spente, eccettuata una lampadina sopra il letto. Fissava tristemente la strada, cinque piani più sotto. Anche a quell’ora, la una e mezzo del mattino, la via era ancora ingorgata dal traffico. Il cielo era basso e nebbioso, senza luna, e rendeva ancora più abbaglianti le luci delle enormi insegne al neon e delle colonne di caratteri cinesi, i rossi e gli azzurri e i verdi che si rispecchiavano nelle pozzanghere e trasformavano lo squallore in un mondo fatato. La finestra era aperta, l’aria fresca, e Casey poteva vedere le coppie che passavano in fretta tra gli autobus e i camion e i tassì. Molte erano dirette verso il vestibolo del nuovo Royal Netherlands Hotel per fare uno spuntino al caffè europeo, dove lei aveva preso l’ultimo espresso in compagnia del comandante Jannelli, il loro pilota.

Qui tutti mangiano così tanto, pensò oziosamente. Gesù, e c’è tanta gente, tanti che cercano lavoro, e i posti sono così pochi, e sono così pochi quelli al vertice, uno per ogni mucchio, sempre un uomo, e tutti lottano per arrivarci e per restarci… ma per cosa? L’auto nuova, la casa nuova, il frigorifero nuovo, il nuovo elettrodomestico o quello che è.

La vita è un unico, lungo conto da pagare. Il denaro non basta mai per saldare i conti di ogni giorno, figurarsi per uno yacht privato o un appartamento ad Acapulco o sulla Costa Azzurra e i mezzi per arrivarci… anche da turisti.

Non mi va di andare in un posto da turista. È meglio un jet privato, molto meglio, ma non voglio pensare a Linc.

Casey aveva portato Seymour Steigler a cena al ristorante dell’ultimo piano, e avevano sbrigato tutte le questioni d’affari, quasi tutti problemi legali che lui continuava a prospettare.

“Dobbiamo renderlo inattaccabile. Non si è mai troppo prudenti con gli stranieri, Casey” continuava a ripetere lui. “Non giocano secondo le buone vecchie regole americane.”

Appena terminato il pranzo, lei aveva finto di avere un mucchio di lavoro da sbrigare e l’aveva lasciato. Ma aveva già sbrigato tutto, e così s’era rannicchiata in una poltrona e aveva cominciato a leggere velocemente. Fortune, Business Week, The Wall Street Journal e riviste economiche specializzate. Poi aveva studiato un’altra lezione di cantonese, lasciando il libro per ultimo. Era il romanzo di Peter Marlowe, Changi. Aveva trovato il tascabile tutto sciupato in una delle tante bancarelle vicino all’albergo, la mattina precedente. Si era divertita a mercanteggiare sul prezzo. La vecchia aveva chiesto 22 dollari di Hong Kong. Casey aveva contrattato fino a 7,55 dollari di Hong Kong, appena 1,50 in dollari americani. Soddisfatta di se stessa e del suo acquisto, aveva continuato a guardare le vetrine. Vicino c’era una libreria moderna, con le vetrine piene di libri illustrati su Hong Kong e sulla Cina. Dietro, in un espositore, c’erano tre copie dell’edizione tascabile di Changi. Nuovo, costava 5,75 dollari di Hong Kong.

Casey aveva imprecato contro la vecchia della bancarella che l’aveva truffata. Ma la vecchia megera non ti ha truffata, si era detta. È stata più abile di te. Dopotutto, fino a un momento fa ridevi tutta contenta perché avevi ridotto a zero il suo guadagno, e Dio sa se questa gente ha bisogno di guadagnare.

Casey guardava il traffico di Nathan Road. Quella mattina aveva percorso a piedi Nathan Road fino a Boundary Road, circa due chilometri e mezzo. Era nel suo elenco delle cose che doveva vedere. Era una strada come tutte le altre, intasata di auto, affollata, sgargiante di insegne: ma tutto ciò che stava a nord di Boundary Road, fino al confine, sarebbe ritornato alla Cina nel 1997. Tutto. Nel 1898, i britannici avevano preso in affitto per novantanove anni la terra che si estendeva da Boundary Road fino al fiume Sham Chun, dove era stato fissato il nuovo confine, oltre a un numero di isole vicine. “Non è stata una sciocchezza, Peter?” aveva domandato Casey a Marlowe, quando l’aveva incontrato per caso nell’atrio dell’albergo, all’ora del tè.

“Oggi sì” aveva detto lui, pensieroso. “Allora? Be’, chi può saperlo? Allora doveva essere una cosa sensata, altrimenti non l’avrebbero fatto.”

“Sì, ma santo cielo, Peter, novantanove anni sono così pochi! Perché stabilirono un periodo tanto breve? Dovevano avere la testa… dovevano avere la testa chissà dove!”

“Sì. A lei sembra così. Adesso. Ma a quei tempi, quando bastava che il primo ministro britannico ruttasse per far tremare il mondo? La differenza sta nei rapporti di forza. A quei tempi il leone britannico era veramente il Leone. Cosa conta un pezzetto di terra per i padroni di un quarto del mondo?” Casey ricordava come aveva sorriso Marlowe. “Anche così, nei Nuovi Territori ci fu una resistenza armata da parte dei locali. Fallì, naturalmente. Il governatore di allora, Sir Henry Blake, sistemò tutto. Non combatté: si limitò a parlare con loro. Alla fine, gli anziani dei villaggi accettarono di porgere l’altra guancia, purché restassero in vigore le loro leggi e i loro costumi, purché potessero venire giudicati secondo la giustizia cinese, se volevano, e purché Kowloon City restasse cinese.”

“E gli abitanti di qui, vengono giudicati ancora secondo la legge cinese?”

“Sì. La legge storica… non quella della Repubblica Popolare: quindi sono necessari magistrati britannici che conoscano la legge confuciana. È molto diversa, davvero. Per esempio, la legge cinese parte dal presupposto che tutti i testimoni mentano, che sia loro diritto mentire ed essere reticenti, e quindi tocca al magistrato scoprire la verità. Deve essere una specie di Charlie Chan forense. Le persone civili non amano giurare di dire la verità e simili barbarie… ci considerano matti perché lo facciamo, e non sono sicuro che abbiano tutti i torti. Hanno moltissime consuetudini assurde o sensate, a seconda dei punti di vista. Sapeva che qui, in tutta la colonia, è perfettamente legittimo avere più di una moglie… se si è cinesi?”

“Accidenti a loro!”

“Avere più di una moglie presenta veramente diversi vantaggi.”

“Mi stia a sentire, Peter” aveva attaccato Casey, accalorandosi, e poi si era accorta che Marlowe voleva solo punzecchiarla. “Non ne occorre più di una. Lei ha Fleur. A proposito, come sta? Come vanno le ricerche? Crede che Fleur accetterebbe di pranzare con me, domani, se lei è troppo occupato?”

“Mi dispiace, ma è all’ospedale.”

“Dio santo! Che cos’è successo?”

Marlowe le aveva riferito quel che era accaduto la mattina. “Sono appena stato a trovarla. Non… non sta troppo bene.”

“Oh, mi dispiace. Posso fare qualcosa?”

“No, grazie. Non credo.”

“Se posso, non ha che da chiedermelo. D’accordo?”

“Grazie.”

“Linc ha fatto bene a buttarsi in acqua con lei, Peter. Davvero.”

“Oh, lo so, Casey. La prego, non deve pensare che… Linc ha fatto quello che io… ha fatto più di quanto avrei potuto far io. E anche lei. E credo che voi due abbiate anche salvato quell’altra ragazza. Orlanda. Orlanda Ramos.”

“Sì.”

“Dovrebbe esservi eternamente grata. A tutti e due. Era in preda al panico. L’ho visto troppe volte per non capirlo. Una gran bella ragazza, no?”

“Sì. Come vanno le ricerche?”

“Benissimo, grazie.”

“Una volta o l’altra mi piacerebbe uno scambio d’impressioni. Ehi, a proposito, ho trovato il suo libro… l’ho comprato. Non l’ho ancora letto ma è il primo che leggerò.”

“Oh!” Casey ricordava che Marlowe aveva cercato di darsi un tono noncurante. “Oh, spero che le piaccia. Bene, adesso devo andare, è l’ora del tè anche per le bambine.”

“Non dimentichi, Peter, se ha bisogno di qualunque cosa, mi chiami. Grazie per il tè, e faccia i miei auguri a Fleur…”

Casey si stiracchiò. Aveva la schiena indolenzita. Si allontanò dalla finestra e tornò a letto. La sua stanza era piccola, e non aveva l’eleganza del loro appartamento… l’appartamento di Linc, ormai. Lui aveva deciso di tenere anche la seconda camera da letto. “Possiamo sempre usarla come ufficio” le aveva detto. “O tenerla di riserva. Non preoccuparti, Casey, è tutto deducibile dalle tasse, e non si sa mai, potremmo aver bisogno di ospitare qualcuno.”

Orlanda? No, lei non avrebbe bisogno di quel letto!

Casey, non essere stizzosa e stupida, si disse. O gelosa. Non eri mai stata gelosa, tanto gelosa. Sei stata tu a stabilire le regole del gioco. Sì, ma sono contenta di aver cambiato camera. L’altra notte è stata dura, dura per Linc e dura per me, ma peggio ancora per lui. Orlanda gli andrà bene… oh, accidenti a Orlanda.

Si sentiva la bocca arida. Andò al frigo e prese una bottiglia di Perrier ghiacciata, e il sapore frizzante la fece sentire meglio. Chissà cosa produce tutte quelle bollicine, pensò oziosamente, sdraiandosi sul letto. Prima aveva cercato di dormire, ma la sua mente confusa non aveva voluto smettere di lavorare, c’erano troppe cose nuove… piatti nuovi, nuovi odori, l’aria, le abitudini, le minacce, la gente, la morale, le culture. Dunross. Gornt. Dunross e Gornt. Dunross e Gornt e Linc. Un Linc nuovo. E una nuova te stessa. Hai paura di una graziosa stronza… sì, stronza, se vuoi essere volgare, e anche questo è nuovo, per te. Prima che venissi qui eri sicura di te, dinamica, padrona del tuo mondo, e adesso non è più così. E tutto a causa di quella ragazza e non solo per lei, anche per quella vipera di Lady Joanna con quel suo accento inglese così aristocratico: “Non ricorda, cara, oggi c’è il pranzo del nostro Club delle Ultratrentenni. Gliel’avevo accennato al pranzo del tai-pan…”

Maledetta vecchia vipera. Ultratrentenni! Non ho neppure ventisette anni!

È vero, Casey. Ma sei furiosa come un gatto scottato, e non è solo per lei e per Orlanda, ma anche per Linc e le centinaia di ragazze disponibili che hai già visto, e non hai neppure dato un’occhiata nelle sale da ballo e nei bar e nelle case specializzate. E non ci ha pensato anche Jannelli a innervosirti?

“Gesù, Casey” aveva detto con un gran sorriso. “È come essere tornato in licenza ai tempi della guerra di Corea. Bastano 20 dollari e ti trattano come un nababbo!”

Quella sera, verso le dieci, Jannelli aveva chiamato per chiederle se voleva raggiungere lui e il resto dell’equipaggio al Royal Netherlands per uno spuntino notturno. Lei aveva sentito un tuffo al cuore, allo squillo del telefono, pensando che fosse Linc, e quando aveva scoperto che non era lui aveva finto di avere ancora molto da fare, ma poi s’era lasciata convincere, riconoscente. Al Royal Netherlands aveva ordinato uova strapazzate, pancetta e toast e caffè, anche se sapeva di non averne nessuna voglia.

Per protesta. Per protesta contro l’Asia, Hong Kong, Joanna e Orlanda e oh, Gesù, vorrei non essermi mai interessata all’Asia, non aver mai consigliato a Linc di far diventare la Par-Con una compagnia internazionale.

Perché l’hai fatto?

Perché è l’unica strada per l’industria americana… l’unica strada, l’unica per la Par-Con. Esportazioni. Multinazionale, e basata sull’esportazione. E l’Asia è il mercato più grande e meno sfruttato della terra, e questo è il secolo dell’Asia. Sì. E i Dunross e i Gornt ce l’avranno fatta – se si mettono con noi – perché noi abbiamo alle spalle il più grande mercato del mondo, tutto il denaro, la tecnologia, lo sviluppo e la competenza per riuscire.

Ma perché ti sei buttata su Hong Kong?

Per ottenere il denaro per poter dire ‘crepa’ e per occupare l’intervallo di tempo fino al mio compleanno… lo scadere del settimo anno.

Se continua così, si disse, presto non avrai più un lavoro, né un futuro, né un Linc cui rispondere sì o no. Casey sospirò. Poco prima era andata nell’appartamento e aveva lasciato a Linc un fascio di telex e di lettere da firmare, con un biglietto “spero che ti sia divertito”. Quando era tornata dallo spuntino notturno, era andata di nuovo là e aveva portato via tutto quello che gli aveva lasciato. “È Orlanda che ti dà tanto fastidio. Non illuderti” aveva detto a voce alta.

Non importa, domani è un altro giorno. Puoi liberarti facilmente di Orlanda, si disse, decisa. Adesso che aveva inquadrato la sua nemica, si sentiva meglio.

Il tascabile malconcio di Peter Marlowe attirò il suo sguardo. Lo prese, sprimacciò i cuscini per stare più comoda e cominciò a leggere. Le pagine volarono. Poi squillò il telefono. Casey era così assorta nella lettura che sussultò, pervasa da un’improvvisa, immensa felicità. “Ciao, Linc, ti sei divertito?”

“Casey, sono io, Peter Marlowe. Mi scusi se la chiamo a quest’ora, ma mi sono informato prima, e il cameriere del suo piano ha detto che aveva ancora la luce accesa… Spero di non averla svegliata.”

“Oh, no, no, Peter.” Casey sentì la delusione, forte come una nausea. “Cos’è successo?”

“Mi dispiace disturbarla a quest’ora, ma c’è un piccolo guaio, devo andare alla clinica e ho… lei mi aveva detto che potevo chiamarla. Spe…”

“Cos’è successo?” Casey, adesso, era attentissima.

“Non lo so. Mi hanno telefonato di andare immediatamente. L’ho chiamata per via delle bambine. Un cameriere andrà a dare un’occhiata di tanto in tanto, ma volevo lasciare un biglietto con il suo numero, nel caso che le piccole si svegliassero, perché possano parlare con un’amica. Quando ci siamo incontrati nell’atrio, ieri, sono rimaste entusiaste di lei. Probabilmente non si sveglieranno, ma se lo facessero, potrebbero chiamarla? Mi disp…”

“Ma naturalmente. Anzi, potrei venire addirittura lì.”

“Oh, no. Non deve disturbarsi. Se…”

“Non ho sonno, e sono a un passo di distanza. Non c’è nessuna difficoltà, Peter, arrivo subito. Lei vada pure in clinica.”

Casey impiegò un minuto solo a indossare calzoni, camicetta e un pullover di cashmere. Prima ancora che premesse il pulsante dell’ascensore, Song del turno di notte comparve, con gli occhi sgranati e indagatori. Casey non diede spiegazioni.

Scese, attraversò il vestibolo, uscì in Nathan Road, attraversò la via laterale ed entrò nell’atrio della dependance. Peter Marlowe la stava aspettando. “Questa è la signorina Tcholok” spiegò in fretta al portiere di notte. “Resterà con le bambine fino al mio ritorno.”

“Sì, signore” disse l’eurasiatico, anche lui a occhi sgranati. “Il ragazzo l’accompagnerà di sopra, signorina.”

“Spero che vada tutto bene, Peter…” Casey s’interruppe. Marlowe si era già precipitato fuori e stava cercando di fermare un tassì.

L’appartamento era piccolo, al sesto piano, con la porta socchiusa. Il cameriere del piano, Po del turno di notte, scrollò le spalle e se ne andò borbottando, imprecando contro i barbari… come se lui non fosse capace di badare a due bambine che tutte le sere giocavano a nascondino con lui.

Casey chiuse la porta e si affacciò nella piccola stanza da letto. Le due bimbe dormivano profondamente; Jane, la piccola, nel letto in alto, Alexandra in quello in basso. Si sentì intenerire. Bionde, spettinate, angeliche, con i loro orsacchiotti fra le braccia. Oh, come mi piacerebbe avere dei bambini, pensò. Figli di Linc.

Davvero? I pannolini da cambiare, sempre chiusa in casa, notti insonni, niente libertà.

Non so. Credo di sì. Oh, sì, per due bambine come queste, oh, sì.

Casey non sapeva se doveva rimboccare le lenzuola o no. Era caldo, e decise di non far nulla, per non svegliarle. Nel frigo trovò l’acqua minerale; la ristorò e calmò un po’ il suo batticuore. Poi sedette in poltrona. Dopo un momento, prese dalla borsetta il libro di Peter e ricominciò a leggere.

Marlowe ritornò due ore dopo. A Casey non era parso che fosse passato tanto tempo.

“Oh” disse, quando vide l’espressione di Marlowe. “Ha perso il bambino?”

Lui annuì, stordito. “Mi dispiace di aver tardato tanto. Gradisce una tazza di tè?”

“Certo. Peter, lasci fare a me…”

“No. No, grazie. Io so dov’è tutto quanto. Mi dispiace di averle dato tanto disturbo.”

“Non è un disturbo. Ma Fleur sta bene?”

“Dicono… dicono di sì. Sono stati i crampi allo stomaco, e l’enterite. È troppo presto per dirlo, ma secondo loro non c’è un vero pericolo. L’a… l’aborto, hanno detto che è sempre un grosso trauma, fisicamente e psicologicamente.”

“Mi dispiace moltissimo.”

Marlowe girò la testa per guardarla, e Casey vide quel viso forte, vissuto, addolorato. “Non c’è da preoccuparsi, Casey. Fleur si riprenderà” disse lui, con voce ferma. “I… i giapponesi credono che non esista nulla fin dopo la nascita, trenta giorni, trenta giorni per un maschietto e trentuno per una femminuccia, nulla, niente anima, niente personalità… fino ad allora non c’è nulla.” Si voltò, nella minuscola cucina, mise il bricco a bollire, sforzandosi di darsi un tono convincente. “E… è meglio pensarla così, eh? E come se non esistesse niente… Non esiste una persona fino a trenta e più giorni dopo la nascita, e allora è meno atroce. E sempre doloroso per la madre, ma è meno atroce. Mi scusi, non connetto molto bene.”

“Oh, tutt’altro. Mi auguro che Fleur si riprenda” disse Casey. Avrebbe voluto abbracciarlo, ma non sapeva se farlo o no. Lui sembrava così dignitoso nel suo dolore, si sforzava di apparire così calmo, ma a lei sembrava un bambino.

“I cinesi e i giapponesi hanno molto buon senso, Casey. Le loro… le loro superstizioni rendono la vita più facile. Immagino che il tasso della mortalità infantile fosse così spaventoso, anticamente, che qualche padre saggio dovette inventare questa credenza per alleviare l’angoscia di una madre.” Marlowe sospirò. “O più probabilmente, fu una madre ancora più saggia a inventarla per rincuorare un padre disperato. Eh?”

“È probabile” disse lei, frastornata, guardando le mani di Marlowe che preparavano il tè. Prima versava l’acqua bollente nella teiera, per risciacquarla e scaldarla, e poi la buttava via. Tre cucchiaini di tè e uno per la teiera, e l’aggiunta dell’acqua bollente. “Purtroppo non usiamo i sacchetti. Io non riesco ad abituarmi, anche se Fleur dice che vanno bene lo stesso e sono più puliti. Mi dispiace, ma abbiamo solo il tè.” Marlowe portò il vassoio in soggiorno e lo posò sul tavolo. “Latte e zucchero?” chiese.

“Sì, va benissimo” disse lei, anche se non aveva mai preso un tè fatto in quel modo.

Il sapore era strano, ma era forte, e rincuorante. Bevvero in silenzio. Marlowe sorrise lievemente. “Cristo, cosa si farebbe senza una tazza di tè, eh?”

“È ottimo.”

Lui vide il libro semiaperto. “Oh!”

“Quello che ho letto finora mi piace molto, Peter. È tutto vero?”

Distrattamente, Marlowe si versò un’altra tazza. “È vero per quanto può esserlo quando si racconta un avvenimento dopo quindici anni. A quanto ricordo, gli episodi sono riportati fedelmente. I personaggi del libro non sono reali, anche se persone come loro sono esistite e hanno detto e fatto cose del genere.”

“È incredibile. È incredibile che esseri umani abbiano potuto sopravvivere in quelle condizioni. Lei quanti anni aveva, allora?”

“Entrai a Changi quando avevo diciotto anni, e ne uscii a ventuno… ventuno e qualche mese.”

“Nel libro, lei chi è?”

“Forse non ci sono neppure.”

Casey preferì non insistere. Per il momento. Prima voleva finire di leggere. “Sarà meglio che vada. Deve essere esausto.”

“No. No, non sono stanco. Devo scrivere qualche appunto… dormirò quando le bambine saranno andate a scuola. Ma lei deve essere sfinita. Non saprò mai come ringraziarla, Casey. Le devo un favore.”

Lei sorrise e scrollò la testa. Dopo un breve silenzio, disse: “Peter, lei conosce bene Hong Kong. Con chi si metterebbe? Dunross o Gornt?”

“In affari, con Gornt. Per il futuro, con Dunross, se sopravviverà a questa tempesta. Ma a quanto ho sentito dire, non è probabile.”

“Perché Dunross è il futuro?”

“Questione di faccia. Gornt non ha lo stile per essere il tai-pan… e neppure le basi necessarie.”

“È tanto importante?”

“Qui, sì. Se la Par-Con prevede cento anni di sviluppo, Dunross. Se siete qui solo per un colpo, una rapida scorreria, mettetevi con Gornt.”

Casey finì il tè, pensosamente. “Cosa sa di Orlanda?”

“Parecchio” rispose subito lui. “Ma conoscere gli scandali o i pettegolezzi sul conto di una persona viva non è come conoscere i pettegolezzi e le leggende del passato. No?”

Lei lo fissò. “Neppure per un favore?”

“È diverso.” Marlowe socchiuse leggermente gli occhi. “Mi sta chiedendo un favore?”

Lei posò la tazza e scrollò il capo. “No, Peter, non adesso. Forse più tardi, ma non ora.” Lo vide aggrottare la fronte. “Cosa c’è?” chiese.

“Mi domandavo perché Orlanda può essere un pericolo per lei. Perché questa notte? Evidentemente, questo è riconducibile a Linc. E questo porta inevitabilmente alla conclusione: in questo momento, Orlanda è con lui. Il che spiega perché lei aveva un tono tanto depresso quando le ho telefonato.”

“Davvero?”

“Sì. Oh, naturalmente, avevo notato Linc che guardava Orlanda, ad Aberdeen, e lei che guardava lui, e Orlanda che guardava lei.” Marlowe bevve un sorso di tè, e il suo viso si indurì. “Quella festa. Sono incominciate molte cose, a quella festa, grandi tensioni, grandi drammi. Affascinante, se riesce a dissociarsene emotivamente. Ma è impossibile, vero?”

“Lei non fa altro che osservare e ascoltare?”

“Cerco di imparare a osservare. Cerco di usare nel modo giusto gli occhi e gli orecchi e gli altri sensi. Anche lei è così. Non le sfuggono molte cose.”

“Forse. O forse no.”

“Orlanda è stata addestrata a Hong Kong, e da Gornt, e se lei intende scontrarsi per Linc con quella ragazza, è meglio che si prepari a una grossa battaglia… se quella è decisa ad arraffare Linc, e non so ancora se è così.”

“Gornt potrebbe servirsi di lei?”

Dopo una pausa, Marlowe disse: “Immagino che l’unico custode di Orlanda sia Orlanda. Non avviene così con quasi tutte le donne?”

“Quasi tutte le donne adeguano la loro vita a un uomo, che lo vogliano o no.”

“A giudicare da quel che so sul suo conto, lei è in grado di difendersi contro qualunque avversaria.”

“Che cosa sa di me?”

“Molto.” Di nuovo quel sorriso lieve e gentile. “Fra l’altro, so che è intelligente, coraggiosa, e sa mantenere la faccia.”

“Sono così stanca di mantenere la faccia, Peter. In futuro…” Il sorriso di Casey era altrettanto spontaneo. “D’ora innanzi, per me, una persona potrà guadagnare o perdere il culo.”

Marlowe rise insieme a lei. “Nel modo come l’ha detto, sembra ancora più degno d’una signora.”

“Io non sono una signora.”

“Oh, lo è.” Marlowe soggiunse, più gentilmente. “Ho visto anche come Linc la guardava, alla festa di Dunross. L’ama. E sarebbe uno sciocco, se la lasciasse per quella.”

“Grazie, Peter.” Casey si alzò, gli diede un bacio e se ne andò rasserenata. Quando uscì dall’ascensore, al suo piano, trovò Song del turno di notte. La precedette e aprì cerimoniosamente la porta, vide gli occhi di lei volgersi verso l’altra porta, in fondo al corridoio.

“Padrone non a casa” dichiarò pomposamente. “Non ancora tornato.”

Casey sospirò. “Hai appena perso un po’ più di culo, vecchio amico.”

“Eh?”

Lei chiuse la porta, soddisfatta di sé. A letto, continuò a leggere il libro. Lo finì all’alba. Poi si addormentò.