58.

Ore 9,25

Dunross affrontò la curva a tutta velocità, con la Jaguar, salendo la strada tortuosa, poi svoltò in un viale e si fermò a un centimetro dal cancello. Il cancello era inserito in un muro di cinta altissimo. Dopo un attimo, un portiere cinese sbirciò dalla porticina. Quando riconobbe il tai-pan spalancò il cancello e gli accennò di passare.

Il viale s’incurvava e finiva davanti a un’elegante villa cinese. Dunross scese dalla macchina. Un altro servitore lo accolse in silenzio. Il giardino era ben tenuto e, in fondo al pendio, c’era un campo da tennis dove quattro cinesi, due uomini e due donne, facevano una partita di doppio misto. Non gli badarono, e Dunross non ne riconobbe nessuno.

“Mi segua, la prego, tai-pan” disse il servitore.

Quando venne introdotto nell’anticamera, Dunross dissimulò la curiosità. Era la prima volta, a quanto sapeva, che qualcuno era stato invitato in casa di Tiptop. L’interno della villa era lindo, pieno del solito noncurante miscuglio, strano e molto cinese, di splendidi mobili laccati antichi e di orrende cianfrusaglie moderne. Le pareti erano rivestite di pannelli e ornate di alcune brutte stampe. Sedette. Un altro servitore portò il tè e lo versò.

Dunross sentiva che lo stavano osservando, ma anche questo era normale. Quasi tutte quelle vecchie dimore avevano spioncini nelle pareti e nelle porte… ce n’erano persino nella Grande Casa.

Quando era rientrato nella Grande Casa, quella mattina verso le quattro, era andato subito nel suo studio e aveva aperto la cassaforte. Anche a un’occhiata superficiale, non c’erano dubbi: una delle due mezze monete rimaste corrispondeva alle impronte della matrice di cera che gli aveva consegnato Wu Quattro Dita. Nessun dubbio. Con dita tremanti, aveva staccato la mezza moneta dalla ceralacca che la fissava alla Bibbia di Dirk Struan e l’aveva ripulita. Corrispondeva perfettamente.

“Cristo” aveva mormorato. “E adesso?” Poi aveva messo nella cassaforte la matrice e la moneta. Aveva notato l’automatica carica e lo spazio rimasto vuoto dopo che aveva tolto i fascicoli di Grant. Inquieto, aveva richiuso la cassaforte ed era andato a letto. Sul cuscino c’era un biglietto: “Papà caro: ti dispiace svegliarmi quando te ne vai? Vogliamo andare a vedere gli allenamenti. Con affetto, Adryon. P.S. Posso invitare Martin alle corse sabato? Ti prego ti prego ti prego! P.P.S. Penso che lui sia super. P.P.P.S. Anche tu sei super. P.P.P.P.S. Stai fuori fino a tardi, eh? Sono le 3 e 16!!!!”

Dunross era andato in punta di piedi ad aprire la stanza di Adryon, ma lei dormiva profondamente. Quando era uscito, la mattina, aveva dovuto bussare due volte per svegliarla. “Adryon! Sono le sei e mezzo!”

“Oh! Piove?” aveva chiesto lei con voce assonnata.

“No. Ma pioverà presto. Devo aprire le persiane?”

“No, papà caro, grazie… non importa, Martin non… non se la prenderà.” Adryon aveva soffocato uno sbadiglio. Aveva richiuso gli occhi e si era riaddormentata quasi istantaneamente.

Divertito, Dunross l’aveva scrollata con delicatezza, ma lei non s’era risvegliata del tutto. “Non importa, papà. A Martin non…” E adesso, ricordando com’era adorabile e quello che Penn gli aveva detto della pillola, decise di informarsi seriamente sul conto di Martin Haply. Per precauzione.

“Ah, tai-pan, scusi se l’ho fatta attendere.”

Dunross si alzò, strinse la mano che gli veniva tesa. “È stato gentile a ricevermi, signor Tip. Mi dispiace del suo raffreddore.

Tip Tok-toh aveva passato la sessantina, aveva i capelli grigi e una simpatica faccia rotonda. Indossava una vestaglia, e aveva gli occhi rossi e il naso intasato, la voce un po’ rauca. “È questo clima tremendo. La settimana scorsa sono uscito in barca con Shitee T’Chung e devo aver preso freddo.” Parlava inglese con un leggero accento americano, forse canadese. Dunross e Alastair Struan non erano mai riusciti a farlo parlare del suo passato, e a Johnjohn e agli altri banchieri non risultava che fosse conosciuto negli ambienti bancari ai tempi della Cina nazionalista, prima del 1949. Neppure Shitee T’Chung e Phillip Chen, che lo invitavano abbastanza spesso e con grande sfarzo, erano riusciti a farsi dire qualcosa. I cinesi l’avevano soprannominato l’ostrica.

“Il tempo è stato veramente brutto” disse amabilmente Dunross. “Grazie a Dio, adesso piove.”

Tiptop indicò l’uomo che era entrato con lui. “Questo è un mio socio, il signor L’eung.”

Era un individuo anonimo, che portava una scialba giacca maoista e calzoni altrettanto scialbi. Il viso era freddo e guardingo. Salutò con un cenno del capo, che Dunross ricambiò. “Socio” poteva voler dire molte cose, da superiore a interprete, da commissario a guardia del corpo.

“Gradisce un caffè?”

“Grazie. Ha provato la vitamina C per guarire il raffreddore?” Paziente, Dunross attaccò le chiacchiere d’obbligo che avrebbero preceduto il vero scopo dell’incontro. La sera prima, mentre attendeva Brian Kwok al Quance Bar, aveva pensato che valesse la pena di accettare la proposta di Johnjohn e aveva telefonato a Phillip Chen, per far chiedere un appuntamento per quella mattina. Sarebbe stato altrettanto facile chiamare direttamente Tiptop, ma non sarebbe stato corretto secondo l’etichetta cinese. Il modo civile di fare le cose consisteva nel rivolgersi a un intermediario. Così, se la richiesta veniva respinta, tu non perdevi la faccia e non la perdeva l’altro, e neppure l’intermediario.

Stava ascoltando Tiptop con metà della mente, e conversava educatamente, un po’ sorpreso perché continuavano a parlare inglese in presenza di L’eung. Questo poteva significare soltanto che anche L’eung conosceva l’inglese alla perfezione e che forse, invece, non capiva né il cantonese né lo sciangaiese che Tiptop parlava e che Dunross conosceva molto bene. La schermaglia con Tiptop continuò in attesa dell’apertura che il banchiere avrebbe finito per offrirgli. E poi l’apertura arrivò.

“Il crollo delle sue azioni in Borsa deve preoccuparla molto, tai-pan.”

“Sì. Sì, ma non è un crollo, signor Tip, soltanto un assestamento. La Borsa sale e scende.”

“E il signor Gornt?”

“Quillan Gornt è Quillan Gornt, e cerca sempre di azzannarci. Tutti i corvi sotto il cielo sono neri.” Dunross mantenne un tono impassibile e si chiese cosa sapeva esattamente Tiptop.

“E il guaio della Ho-Pak? Anche quello è un assestamento?”

“No. No, quello è grave. Temo che la fortuna della Ho-Pak sia finita.”

“Sì, signor Dunross, ma la fortuna non c’entra molto. È il sistema capitalista, e l’inettitudine del banchiere Kwang.”

Dunross non disse nulla. Lanciò un’occhiata a L’eung che stava seduto immobile, rigido, attentissimo. Si concentrò, cercando di scoprire i sottintesi di ogni parola. “Io non ho nulla a che fare con l’attività del signor Kwang, signor Tip. Purtroppo, l’assalto agli sportelli della Ho-Pak si sta propagando ad altre banche, e questo è un male per Hong Kong e anche, credo, per la Repubblica Popolare Cinese.”

“Non è un male per la Repubblica Popolare Cinese. Come è possibile?”

“La Cina è la Cina, il Regno Medio. Noi della Nobil Casa abbiamo sempre considerato la Cina come la madre e il padre della nostra casa. Ora la nostra base di Hong Kong è assediata, un assedio che in realtà è insignificante… solo una mancanza temporanea di fiducia, e una scarsità di liquidi per una settimana. Le nostre banche hanno tutte le riserve e la ricchezza e la forza necessaria per fare il loro dovere… per i vecchi amici, i vecchi clienti e noi stessi.”

“E allora perché non stampano altre banconote, se la moneta è così forte?”

“È questione di tempo, signor Tip. La zecca non può stampare un quantitativo sufficiente di dollari di Hong Kong…” Con pazienza ancora più grande, Dunross rispose alle domande, sapendo che quasi tutte gli venivano rivolte per l’edificazione di L’eung, il che significava che L’eung era un superiore di Tiptop, un membro del Partito di grado più elevato, un politico, non un banchiere. “La nostra soluzione provvisoria sarebbe fare arrivare subito qualche aereo carico di sterline per coprire il bisogno di liquidi.” Vide che i due uomini socchiudevano leggermente gli occhi.

“Questo non basterebbe a sostenere il dollaro di Hong Kong.”

“Sì. Sì, i nostri banchieri lo sanno. Ma la Blacs, la Victoria e la Banca d’Inghilterra hanno deciso che sarebbe la soluzione migliore, sul momento. Non abbiamo abbastanza liquidi in valuta di Hong Kong per accontentare tutti i correntisti.”

Il silenzio divenne più pesante. Dunross attese. Johnjohn gli aveva detto che secondo lui la Banca di Cina non aveva grosse riserve di sterline a causa delle restrizioni monetarie imposte negli scambi con la Gran Bretagna, ma aveva quantitativi ingentissimi di dollari di Hong Kong, per i quali non esistevano restrizioni.

“Non sarebbe affatto un bene se il dollaro di Hong Kong s’indebolisse” disse Tip Tok-toh. Si soffiò rumorosamente il naso. “Non sarebbe un bene per Hong Kong.”

“Infatti.”

Gli occhi di Tip Tok-toh si indurirono. Si tese verso Dunross. “È vero, tai-pan, che l’Orlin Merchant Bank non le rinnoverà il fondo rotativo?”

Il cuore di Dunross batté un po’ più forte. “Sì.”

“Ed è vero che la sua banca non coprirà il prestito e non le anticiperà quanto occorrerebbe per sventare l’attacco della Rothwell-Gornt contro le sue azioni?”

“Sì.” Dunross era soddisfatto della calma che sentiva nella propria voce.

“Ed è vero che molti vecchi amici hanno rifiutato di farle credito?”

“Sì.”

“Ed è vero che il… che quella persona, Hiro Toda, arriverà questo pomeriggio e richiederà un sollecito pagamento delle navi ordinate ai suoi cantieri giapponesi?”

“Sì.”

“Ed è vero che Mata e Tung e la loro Great Good Luck Company di Macao hanno triplicato le ordinazioni di lingotti d’oro ma non l’aiuteranno direttamente?”

“Sì.” La concentrazione di Dunross, già tesa, aumentò ancora.

“Ed è vero che quei cani degli egemonisti sovietici hanno ancora, spudoratamente, molto, molto spudoratamente, chiesto la licenza di aprire una banca a Hong Kong?”

“Credo di sì. Johnjohn mi ha detto che l’hanno fatto. Non ne sono sicuro. Ma non penso che mi abbia raccontato una menzogna.”

“Che cosa le ha detto?”

Dunross riferì parola per parola e concluse: “Certo, la richiesta incontrerebbe la mia opposizione, quella di tutti i consigli d’amministrazione delle banche britanniche, di tutti i tai-pan e del governatore. Inoltre, Johnjohn ha detto che gli egemonisti hanno avuto l’impudenza di offrire un immediato e consistente quantitativo di dollari di Hong Kong per aiutarli a superare le attuali difficoltà.”

Tip Tok-toh finì il caffè. “Ne gradisce ancora?”

“Grazie.” Dunross notò che era L’eung a versare, e comprese di aver fatto un notevole passo avanti. La sera prima aveva vagamente accennato alla banca di Mosca con Phillip Chen, sapendo che Chen si sarebbe affrettato a inoltrare l’informazione; e questo, naturalmente, avrebbe fatto capire a un uomo acuto come Tiptop la vera ragione di quell’incontro urgente, e gli avrebbe dato il tempo necessario per contattare la persona che aveva il potere decisionale, perché valutasse l’importanza della situazione e le modalità per l’eventuale consenso o rifiuto. Dunross si sentiva la fronte imperlata di sudore e pregava che i due non se ne accorgessero. La sua ansia avrebbe fatto salire il prezzo… se l’accordo fosse stato possibile.

“Terribile, terribile” disse pensosamente Tiptop. “Tempi terribili! Vecchi amici che abbandonano vecchi amici, nemici accolti a braccia aperte… terribile. Oh, a proposito, tai-pan, uno dei nostri vecchi amici vorrebbe sapere se lei può procurargli una certa merce. Mi pare che sia ossido di torio.”

Con uno sforzo immane, Dunross restò impassibile. L’ossido di torio era una terra rara, ingrediente essenziale per le reticelle delle antiquate lampade a gas: era la sostanza che faceva emettere dalla reticella la brillante luce bianca. L’anno scorso, lui aveva sentito dire che Hong Kong era diventata recentemente la maggiore consumatrice, dopo gli Stati Uniti. La sua curiosità era cresciuta, perché la Struan non si era mai interessata a quello che doveva essere senza dubbio un commercio redditizio. E aveva scoperto che era relativamente facile procurarsi quel materiale e che il commercio era prodigioso, segretissimo, frazionato tra molti piccoli importatori, i quali si tenevano tutti sul vago per quanto riguardava i loro affari. In natura, il torio si trovava in vari isotopi radioattivi. Alcuni potevano venire facilmente trasformati nell’uranio 235, che era fissionabile, e lo stesso torio 232 era una sostanza preziosissima per alimentare le pile atomiche. Naturalmente, questi e altri derivati del torio erano materiali strategici coperti da restrizioni, ma Dunross era rimasto sbalordito nello scoprire che non lo erano affatto l’ossido e il nitrato, sebbene fossero facilmente convertibili.

Non era mai riuscito a sapere dove finissero di preciso gli ossidi di torio. In Cina, naturalmente. Da molto tempo, lui e altri sospettavano che la Repubblica Popolare stesse realizzando un programma atomico accelerato, benché tutti ritenessero che fosse ancora in corso di formulazione e che mancassero almeno dieci anni prima che potesse dare risultati. L’idea che la Cina potesse disporre di armi nucleari gli ispirava sentimenti contraddittori. Da una parte, ogni forma di proliferazione atomica era pericolosa; dall’altra, come potenza nucleare la Cina sarebbe diventata automaticamente una rivale formidabile per la Russia sovietica, forse addirittura sua pari, o persino una minaccia, e sicuramente invincibile… soprattutto se avesse avuto anche i mezzi per sferrare rappresaglie.

Dunross si accorse che i due cinesi lo fissavano. Sulla fronte di L’eung pulsava una venuzza, sebbene il volto restasse impenetrabile. “Forse è possibile, signor Tip. Quanto ne occorrerebbe, e per quando?”

“Immediatamente, credo, e tutto quello che si può avere. Come sa, la Repubblica Popolare sta cercando di modernizzarsi, ma gran parte della nostra illuminazione è ancora a gas.”

“Naturalmente.”

“Lei dove potrebbe procurarsi gli ossidi o i nitrati?”

“In Australia, probabilmente, si potrebbe ottenerli prima, anche se al momento non ho idea della qualità disponibile. All’infuori degli Stati Uniti” soggiunse, con delicatezza, “si trovano solo in Tasmania, Brasile, India, Sud Africa, Rhodesia e negli Urali… là ci sono grossi giacimenti.” I due cinesi non sorrisero. “Immagino che sarebbe meglio cercarli in Rhodesia o in Tasmania. Con chi dovremmo trattare io o Phillip?”

“Un certo signor Vee Cee Ng, che ha l’ufficio nel Princes Building.”

Dunross per poco non si lasciò sfuggire un fischio, quando vide un altro pezzo del rompicapo andare a posto. Il signor Vee Cee Ng, Ng il Fotografo, era un grande amico di Tsu-yan, lo scomparso Tsu-yan, suo vecchio amico e socio che era fuggito misteriosamente in Cina passando il confine a Macao. Tsu-yan era stato uno degli importatori di torio. Fino a quel momento, il nesso non gli era balzato agli occhi. “Conosco il signor Ng. A proposito, come sta il mio amico Tsu-yan?”

L’eung tradì lo stupore. Ho fatto centro, pensò cupamente Dunross; adesso si domandava come mai non avesse sospettato neppure una volta Tsu-yan di essere comunista o simpatizzante comunista.

“Tsu-yan?” Tiptop aggrottò la fronte. “Non lo vedo da una settimana o più. Perché?”

“Ho sentito dire che si è recato in visita a Pechino, passando da Macao.”

“Strano. Molto strano. Chissà perché c’è andato… un arcicapitalista come lui. Bene, le sorprese non sono mai finite. Se lei avesse la bontà di mettersi in contatto con il signor Ng, sono certo che le fornirà i particolari.”

“Provvederò questa mattina stessa. Appena rientrerò in ufficio.”

Dunross attese. Dovevano esservi altre concessioni da fare prima che gli accordassero quel che voleva… se glielo avessero accordato. La sua mente sondava i significati sottintesi di quella prima richiesta, gli ossidi di torio; avrebbe voluto sapere a che punto era arrivata la Repubblica Popolare con il suo programma atomico, ma capiva che i due non glielo avrebbero mai detto. L’eung estrasse un pacchetto di sigarette e glielo offrì.

“No, grazie” disse Dunross.

I due cinesi accesero le sigarette. Tiptop tossì e si soffiò il naso. “È strano, tai-pan” disse, “è molto strano che lei si dia tanto da fare per aiutare la Victoria e la Blacs e tutte le banche capitaliste quando, secondo le voci, non hanno nessuna intenzione di aiutarla a togliersi d’impaccio.”

“Forse si renderanno conto di aver sbagliato” disse Dunross. “Qualche volta è necessario dimenticare i vantaggi immediati per il bene comune. Sarebbe un male per il Regno Medio, se Hong Kong vacillasse.” Notò l’espressione di disprezzo di L’eung, ma non se ne preoccupò. “È un’antica dottrina cinese non dimenticare i vecchi amici fidati, e finché sarò tai-pan della Nobil Casa e avrò potere, signor Tip, io e quelli come me – il signor Johnjohn, per esempio, e il nostro governatore – avremo un’amicizia eterna per il Regno Medio e non permetteremo mai agli egemonisti di prosperare sulla nostra spoglia roccia.”

Tiptop disse seccamente: “È la nostra spoglia roccia, signor Dunross, attualmente amministrata dai britannici, no?”

“Hong Kong è ed è sempre stata terra del Regno Medio.”

“Per il momento lascerò passare la sua definizione, ma tutta Kowloon e i Nuovi Territori a nord di Boundary Road ritorneranno a noi fra trantacinque anni, no? Anche accettando i trattati ingiusti imposti a forza ai nostri antenati, e noi non li accettiamo.”

“I miei antenati hanno sempre constatato che i loro vecchi amici erano saggi, molto saggi, e non erano certo uomini disposti a tagliarsi lo Stelo per far dispetto a una Porta di Giada.”

Tiptop rise. L’eung mantenne un’espressione ostile.

“Cosa prevede che accadrà nel 1997, signor Dunross?”

“Non sono Tung, il Vecchio Cieco, e neppure un indovino, signor Tip.” Dunross scrollò le spalle. “Nel 1997 sarà quel che sarà. I vecchi amici avranno sempre bisogno dei vecchi amici. Heya?

Dopo un breve silenzio, Tiptop disse: “Se la sua banca non aiuterà la Nobil Casa, e non lo faranno i vecchi amici o la Orlin, come potrete continuare a essere la Nobil Casa?”

“Il grande e onorevole Jin-qua fece la stessa domanda al mio antenato, il Diavolo dagli Occhi Verdi, quando era assediato dai nemici, Tyler Brock e la sua feccia. E lui, semplicemente, rise e disse: ‘Neng che to lao’, un uomo capace ha molti fardelli. Dato che io sono più capace di molti altri, devo sudare più di loro.”

Tip Tok-toh sorrise con lui. “E sta sudando, signor Dunross?”

“Ecco, mettiamola così” rispose allegramente Dunross. “Sto cercando di evitare l’ottantaquattresimo. Come sa, il Buddha disse che tutti gli uomini hanno ottantatré fardelli. Se riusciamo a eliminarne uno, ce ne capita automaticamente un altro. Il segreto della vita sta nell’adattarsi a ottantatré fardelli ed evitare a ogni costo di addossarsi l’ottantaquattresimo.”

Il vecchio sorrise. “Ha mai pensato di vendere parte della sua compagnia, magari anche il 51 per cento?”

“No, signor Tip. Il Diavolo dagli Occhi Verdi lo proibì.” Le grinze intorno agli occhi di Dunross si accentuarono. “Voleva che sudassimo.”

“Speriamo che non dobbiate sudare troppo. Sì.” Tiptop spense la sigaretta. “Nei momenti difficili sarebbe bene per la Banca di Cina avere legami più stretti con il vostro sistema bancario. Allora le crisi non sarebbero così continue.”

La mente di Dunross balzò prontamente su quelle parole. “Mi chiedo se la Banca di Cina sarebbe disposta ad avere un contatto permanente insediato nella Victoria e uno equivalente nel vostro sistema.” Vide il sorriso fuggevole e si rese conto che la sua intuizione era esatta. “Questo assicurerebbe la conoscenza di ogni crisi, e vi sarebbe utile, se mai aveste bisogno di un’assistenza in campo internazionale.”

“Il presidente Mao raccomanda l’autosufficienza, ed è appunto quel che facciamo. Ma il suo suggerimento potrebbe essere interessante. Sarò ben lieto di comunicarlo a chi di dovere.”

“Sono sicuro che alla banca le sarebbero grati, se volesse indicare qualcuno come contatto con la grande Banca di Cina.”

“Sarò lieto di inoltrare anche questa proposta. Crede che la Blacs o la Victoria anticiperebbero le necessarie divise estere per le importazioni del signor Ng?”

“Sono certo che sarebbero felicissimi di rendersi utili, soprattutto la Victoria. Dopotutto, la Victoria ha rapporti con la Cina da più di un secolo. Non contribuì a procurare gran parte dei vostri prestiti all’estero, per le ferrovie e gli aerei?”

“Con suo grande profitto” disse Tiptop in tono asciutto. Lanciò un’occhiata a L’eung che fissava intento Dunross. “Profitto capitalista” soggiunse.

“Appunto” disse Dunross. “Deve scusare noi capitalisti, signor Tip. Forse la nostra unica difesa sta nel fatto che molti di noi sono vecchi amici del Regno Medio.”

L’eung parlò brevemente a Tiptop in un dialetto che Dunross non capiva. Tiptop rispose affermativamente. Entrambi tornarono a guardarlo. “Mi dispiace, ma ora dovrà scusarci, signor Dunross; devo prendere le mie medicine. Magari mi telefoni qui dopo pranzo, diciamo verso le due e mezzo.”

Dunross si alzò e tese la mano. Non sapeva se era riuscito nell’intento, ma era sicuro che avrebbe fatto bene a occuparsi del torio, e molto in fretta, certamente prima delle due e mezzo. “La ringrazio di avermi ricevuto.”

“Che mi dice della nostra quinta corsa?” Tiptop lo scrutò, mentre lo accompagnava alla porta.

“Noble Star merita una puntata. In ogni senso.”

“Ah! E Butterscotch Lass?”

“Anche.”

“E Pilot Fish?”

Dunross rise. “Lo stallone va forte ma non ha la stessa classe, a meno che non ci sia un intervento di Dio o del diavolo.”

Erano arrivati alla porta d’ingresso e un servitore l’aveva aperta. L’eung parlò di nuovo nel dialetto che Dunross non riconosceva. Tiptop rispose di nuovo affermativamente e uscì per primo. Subito, L’eung si avviò verso il campo da tennis.

“Vorrei farle conoscere un amico, un nuovo amico, signor Dunross” disse Tiptop. “Forse potrebbe concludere molti affari con lui in futuro, se lo desidera.”

Dunross vide l’espressione granitica in quegli occhi e il suo buonumore svanì.

Il cinese che stava arrivando insieme a L’eung era ben fatto, solido, sulla quarantina. Aveva i capelli nero-bluastri, spettinati, e la tenuta da tennis era moderna, elegante, americana. Sul campo, dietro di lui, gli altri tre attendevano e guardavano. Erano tutti in gran forma e ben vestiti.

“Posso presentarle il dottor Joseph Yu, arrivato dalla California? Il signor Ian Dunross.”

“Salve, signor Dunross” disse Joseph Yu, con disinvolta familiarità americana. “Il signor Tip mi ha parlato di lei e della Struan… molto lieto di conoscerla. Il signor Tip ha pensato che avremmo dovuto incontrarci prima della mia partenza… domani andremo in Cina, Betty e io, mia moglie e io.” Indicò vagamente una delle donne sul campo da tennis. “Prevediamo di non ritornare tanto presto, quindi vorrei prendere un appuntamento per incontrarla a Canton, fra un mese circa.” Si voltò a guardare Tiptop. “Non ci saranno difficoltà per i visti del signor Dunross, vero?”

“No, dottor Yu. Oh, no. Nessuna difficoltà.”

“Magnifico. Se io le telefonassi, signor Dunross, o se le telefonasse il signor Tip, potremmo combinare con un paio di giorni di preavviso?”

“Certamente, se si potranno sbrigare le formalità burocratiche.” Dunross continuò a sorridere, notando la durezza e la sicurezza del volto di Yu. “Che cosa aveva in mente?”

“Se volete scusarci” disse Tiptop, “vi lasceremo tranquilli a parlare.” Salutò con un cenno del capo e rientrò insieme a L’eung.

“Vengo dagli Stati Uniti” continuò Yu. “Sono nato in America, a Sacramento. Californiano della terza generazione benché abbia studiato anche a Canton. Ho preso il dottorato di ricerca a Stanford in ingegneria spaziale. Il mio campo sono i missili e i combustibili per missili. Ho passato i miei anni migliori alla NASA, i migliori dopo l’università.” Yu non sorrideva più. “Il materiale che ordinerò comprenderà ogni genere di sofisticata tecnologia aerospaziale. Il signor Tip ha detto che lei sarebbe stato l’importatore più adatto. I fabbricanti saranno britannici, poi i francesi e i tedeschi, forse i giapponesi. Le interessa?”

Dunross non si curò di nascondere la sua crescente preoccupazione.

“Se non si tratta di materiale strategico e soggetto a restrizioni.”

“Sarà in gran parte strategico e soggetto a restrizioni. Le interessa?”

“Perché mi sta dicendo tutto questo, dottor Yu?”

Yu sorrise, ma soltanto con le labbra. “Dovrò riorganizzare il programma spaziale della Cina.” Socchiuse ancora di più gli occhi, scrutando attentamente Dunross. “Le sembra sorprendente?”

“Sì.”

“Anche a me.” Yu lanciò un’occhiata a sua moglie, poi tornò a fissare Dunross. “Il signor Tip dice che ci si può fidare di lei. Ritiene che lei sia onesto e, poiché gli deve qualche favore, inoltrerà un messaggio per me.” La voce di Yu s’indurì. “Glielo sto dicendo perché, quando leggerà che sono morto o sono stato rapito o che ho dato segni d’improvviso squilibrio mentale, capirà che sono tutte menzogne e, come favore, passerà questo messaggio alla CIA e agli altri, per via gerarchica. La verità!” Yu trasse un profondo respiro. “Me ne vado di spontanea volontà. Con mia moglie. Per tre generazioni i nostri parenti e la mia gente, i migliori immigrati che ci siano, sono stati presi a calci dagli americani. Mio padre ha combattuto nella Prima guerra mondiale, e io ho collaborato alla fabbricazione dell’atomica, ma l’ultima goccia, quella che ha fatto traboccare il vaso, è stata due mesi fa. Il 16 giugno. Betty e io volevamo una casa a Beverly Hills. Conosce Beverly Hills, a Los Angeles?”

“Sì.”

“Ce l’hanno rifiutata perché eravamo cinesi. Quel figlio di puttana ce l’ha detto in faccia: ‘Io non vendo agli sporchi cinesi.’ Non era la prima volta, certo, ma quel figlio di puttana l’ha detto di fronte a Betty, ed è stato decisivo.” Yu torse le labbra, incollerito. “Immagina? Quello stupido bastardo? Io sono il migliore nel mio campo, e quell’idiota dice ‘Io non vendo ai cinesi’.” Yu rigirò la racchetta tra le mani. “Glielo dirà?”

“Vuole che inoltri l’informazione privatamente o pubblicamente? Se lo desidera, citerò la sua affermazione parola per parola.”

“Privatamente alla CIA, ma non prima di lunedì prossimo alle sei di sera. Okay? Poi, il mese prossimo, dopo il nostro incontro a Canton, pubblicamente. D’accordo, signor Dunross?”

“Sta bene. Può darmi il nome del proprietario della casa, la data, i particolari?”

Yu si tolse dalla tasca un foglio dattiloscritto.

Dunross gli diede un’occhiata. “Grazie.” C’erano due nomi con gli indirizzi e i numeri telefonici di Beverly Hills. “Tutti e due lo stesso rifiuto?”

“Sì.”

“Provvederò io, dottor Yu.”

“La giudica una meschinità, eh?”

“No. Per nulla. Mi dispiace che sia successo e che continui a succedere dovunque… a tanta gente. È molto deprimente.” Dunross esitò. “Succede in Cina, in Giappone, in tutto il mondo. I cinesi e i giapponesi, i vietnamiti, gente di ogni genere, dottor Yu, a volte sono altrettanto intolleranti e meschini. A volte anche molto di più. Lei sa che ci chiamano quai loh!”

“Non dovrebbe accadere negli Stati Uniti… tra americani. È questo che mi ha mandato su tutte le furie.”

“Ritiene che una volta entrato in Cina, le permetteranno di andare e venire liberamente?”

“No. Ma non m’importa nulla. Vado liberamente. Non mi hanno convinto con offerte di denaro e non mi hanno ricattato. Ci vado e basta.”

“E la NASA? Mi sorprende molto che abbiano permesso che succedesse una cosa simile.”

“Oh, ci avevano offerto una bellissima casa, ma non era lì che volevamo abitare. Betty voleva l’altra, e avevamo il denaro per pagarla, e una posizione sociale, ma non l’abbiamo avuta. Non si è trattato solo di quel figlio di puttana, ma anche del vicinato.” Yu si scostò un capello dagli occhi. “Non ci hanno voluti, e perciò io vado dove mi vogliono. Che ne direbbe se la Cina avesse una sua force de frappe per le eventuali rappresaglie? Come i francesi, eh? Lei cosa ne pensa?”

“L’idea che qualcuno abbia missili con testate nucleari mi riempie d’orrore.”

“Sono le armi del nostro tempo, signor Dunross, le armi del nostro tempo.”

“Gesù Cristo!” esclamò inorridito Johnjohn.

Havergill era altrettanto sconvolto. “Il dottor Joseph Yu è veramente un pezzo grosso, Ian?”

“Assolutamente. Ho telefonato a un amico, a Washington. Yu è uno dei due o tre maggiori esperti del mondo in fatto di missili e combustibili per missili.” Era passata l’ora di pranzo. Dunross aveva appena riferito ai due quel che era accaduto quella mattina. “È anche vero che nessuno sa che passerà il confine, e che ha lasciato le Hawaii dov’era in vacanza… mi ha detto che è venuto qui senza far nulla per mimetizzarsi.”

“Cristo” ripeté Johnjohn. “Se la Cina si procura esperti come lui…” Piegò il tagliacarte che era sulla scrivania di Havergill. “Ian, hai pensato di dirlo a Roger Crosse o a Rosemont, per impedirlo?”

“Certo, ma non posso farlo. Non posso, assolutamente.”

“Certo che Ian non può! Hai pensato alla posta in gioco?” Havergill indicò irosamente la finestra. Quattordici piani più sotto si vedeva una folla impaziente, rabbiosa, che cercava di entrare nella banca, e i poliziotti, ormai, erano pochi. “Non facciamoci illusioni. L’assalto agli sportelli c’è, e noi stiamo raschiando il fondo del barile. Abbiamo appena i liquidi necessari per oggi, appena quel che basta per pagare i dipendenti del governo. Grazie a Dio, domani è sabato! Se Ian dice che abbiamo una possibilità di ottenere i fondi dalla Cina, naturalmente non può correre il rischio di tradire una simile confidenza! Ian, hai saputo che la Ho-Pak ha chiuso i battenti?”

“No. Ho continuato a correre come un matto, dopo aver lasciato Tiptop.”

“Ha chiuso anche la Ching Prosperity, la Far East and India vacilla, la Blacs sta intaccando le riserve e, come noi, prega di poter resistere per la mezz’ora che manca alla chiusura.” Havergill spinse il telefono attraverso la scrivania immacolata. “Ian, per favore, chiama subito Tiptop, sono le due e mezzo.”

Dunross mantenne un’espressione impassibile e un tono fermo. “Prima c’è un paio di cose da sistemare, Paul. E le importazioni di torio?” Aveva riferito di essersi messo in contatto con Ng il Fotografo, il quale gli aveva ordinato di buon grado tutte le terre rare che poteva procurarsi. “Provvederete voi alla valuta estera?”

“Sì, purché non sia merce soggetta a restrizioni.”

“Dovrebbe mettermelo per iscritto.”

“Ti farò avere il documento stasera, prima della chiusura. Per favore, chiamalo subito.”

“Fra dieci minuti. È questione di faccia. Accetti di avere un contatto permanente della Banca di Cina, qui in sede?”

“Sì. Sono sicuro che loro non lasceranno mai entrare uno dei nostri nella sede loro, ma non importa.” Havergill consultò di nuovo l’orologio, poi guardò Johnjohn. “Dovremmo sorvegliare quel tizio e magari dovremmo anche cambiare qualcuna delle procedure di sicurezza, no?”

Johnjohn annuì. “Sì, ma non causerebbe problemi, Paul. Se fosse lo stesso Tiptop, sarebbe l’ideale. Ian, credi che ci sia qualche possibilità?”

“Non so. E la faccenda Yu?”

Havergill disse: “Non possiamo finanziare un’operazione di contrabbando. Dovresti arrangiarti da solo.”

“E chi ha parlato di contrabbando?”

“Già. Allora lasciami dire che dovremo considerare con attenzione la faccenda Yu, se e quando ti verrà chiesto di aiutarli.”

“Oh, andiamo, Paul, sai benissimo che fa parte dell’accordo… se l’accordo ci sarà. Perché, altrimenti, me lo avrebbero fatto conoscere?”

Johnjohn intervenne. “Perché non rimandare tutto, Ian? Noi faremo tutto il possibile per aiutarti, quando verrà il momento. Anche tu hai detto la stessa cosa a Yu… che avresti visto cosa si poteva fare, ma senza un impegno preciso, eh?”

“Ma accettate di aiutarmi in ogni modo possibile?”

“Sì, per questo e per il torio.”

“E il mio prestito?”

Paul Havergill disse: “Non posso concedertelo, Ian. Ne abbiamo già parlato.”

“Allora convoca immediatamente il consiglio d’amministrazione.”

“Ci penserò. Vediamo come vanno le cose, eh?” Paul Havergill premette un bottone e parlò nell’interfono. “La Borsa, per favore.”

Dopo un momento, si udì una voce, e un grande baccano in sottofondo. “Sì, signor Havergill?”

“Charles, le ultime novità?”

“L’intero listino è sceso di 28 punti…” I due banchieri impallidirono, e una venuzza pulsò sulla fronte di Dunross. “… E sembra che sia solo l’inizio. La banca è scesa di 7 punti, la Struan è precipitata a 11,50…”

“Cristo!” borbottò Johnjohn.

“… la Rothwell-Gornt è scesa di 7, la Hong Kong Power di 5, l’Asian Land di 11… sta franando tutto. Tutte le azioni delle banche precipitano. La Ho-Pak è stata tolta dalle contrattazioni a 12, e quando ci ritornerà scenderà a un dollaro. La Far East and India sta pagando un massimo di 1000 dollari per cliente.”

Il nervosismo di Havergill aumentò. La Far East era una delle più grosse banche della colonia.

“Non vorrei essere pessimista, ma sembra New York nel ’29! Cr…” La voce venne soffocata da un’ondata di grida. “Mi dispiace, c’è un’altra offerta colossale di Struan, 200.000 azioni…”

“Cristo, ma da dove arrivano?” chiese Johnjohn.

“Da tutti gli investitori di Hong Kong” disse freddamente Dunross. “Inclusa la Victoria.”

“Dovevamo proteggere i nostri investitori” disse Havergill, poi soggiunse, al microfono: “Grazie, Charles. Mi richiami alle tre meno un quarto.” Premette di nuovo il pulsante. “Ecco la risposta, Ian. In coscienza, non posso raccomandare al consiglio d’amministrazione di tirarti fuori dai guai con un altro prestito di 100 milioni senza garanzie.”

“Hai intenzione di convocare subito il consiglio d’amministrazione, sì o no?”

“Le tue azioni stanno precipitando. Non hai valori da impegnare per contrastare l’attacco, le tue partecipazioni della banca sono già impegnate, le tue azioni perdono valore di minuto in minuto. Lunedì o martedì, Gornt ricomprerà, e allora avrà il controllo della Struan.”

Dunross lo scrutò. “Lascerai che Gornt s’impadronisca di noi? Non ci credo.

Ricomprerai tu prima di lui. Oppure ti sei già messo d’accordo per dividere la Struan fra di voi?”

“Non c’è nessun accordo. Per ora. Ma se tu ti dimetti dalla Struan, subito, t’impegni per iscritto a venderci tutte le tue azioni che vogliamo, al prezzo di listino alla chiusura di lunedì, accetti di nominare un nuovo tai-pan scelto dal nostro consiglio d’amministrazione, annunceremo che stiamo sostenendo la Struan.”

“Quando daresti l’annuncio?”

“Lunedì alle tre e dieci.”

“In altre parole, non mi darai niente.”

“L’hai sempre detto tu che la cosa più bella di Hong Kong era il fatto che fosse un mercato libero, dove i forti sopravvivono e i deboli periscono. Perché non hai convinto Sir Luis a ritirare le tue azioni dalla Borsa?”

“Lui me l’ha proposto. Ho rifiutato.”

“Perché?”

“La Struan è più forte che mai.”

“La ragione vera non è stata la faccia… e il tuo stupido orgoglio? Mi dispiace, ma non posso far niente per evitare l’inevitabile.”

“Balle!” esclamò Dunross, e Havergill arrossì. “Puoi indire una riunione. Puoi…”

“Nessuna riunione!”

“Ian.” Johnjohn cercò di smussare l’ostilità aperta tra i due. “Senti, Paul, che ne diresti di un compromesso? Se, tramite Ian, otteniamo i contanti dalla Cina, tu indirai una riunione del consiglio, una riunione straordinaria, oggi stesso. Potresti farlo. I membri presenti in città sono in numero legale, e tutto sarà in regola. Eh?”

Havergill esitò. “Ci penserò.”

“Non basta” disse Dunross, accalorandosi.

“Ci penserò. E adesso, per favore, chiama Tiptop.”

“Quando sarà la riunione? Se ci sarà?”

“La settimana prossima.”

“No. Oggi, come ha proposto Johnjohn.”

“Ho detto che ci penserò” ribatté Havergill, scattando. “E adesso, per favore, chiama Tiptop.”

“Se mi garantisci che convocherai il consiglio d’amministrazione non più tardi di domani alle dieci!”

La voce di Havergill divenne più aspra. “Non mi lascerò ricattare come l’ultima volta. Se non vuoi chiamare Tiptop, lo farò io. Ormai posso farlo. Se vogliono prestarci quel denaro, ce lo presteranno, chiunque telefoni. Tu hai accettato di occuparti dell’affare del torio, hai accettato d’incontrarti con Yu il mese prossimo, noi ci siamo impegnati a sostenere l’accordo, chiunque controlli la Nobil Casa. Non ho il potere di concederti altri prestiti. Quindi, prendere o lasciare. Prenderò in considerazione la possibilità di convocare il consiglio prima che la Borsa riapra lunedì. Non ti prometto altro.”

Il silenzio era pesante, elettrico.

Dunross alzò le spalle. Prese il telefono e compose il numero.

Weyyyyy?” Era una voce femminile, arrogante.

“L’onorevole Tip Tok-toh, per favore” disse Dunross in cantonese. “Sono il tai-pan.”

“Ah, il tai-pan. Ah, prego, aspetti un momento.” Dunross attese. Una goccia di sudore spuntò sul mento di Johnjohn. “Weyyyy? Tai-pan, è con il dottore, sta molto male. Per favore, richiami più tardi!” La comunicazione s’interruppe prima che Dunross potesse dire qualcosa. Rifece il numero.

“Sono il tai-pan. Vorrei…”

“Questo apparecchio non funziona bene!” L’amah alzò la voce. “Sta male” gridò. “Richiami più tardi.”

Dunross richiamò dieci minuti dopo. La linea era occupata. Continuò a tentare, inutilmente.

Bussarono. Entrò il capo cassiere, stravolto. “Mi scusi, signore, ma le code continuano, e c’è ancora un quarto d’ora prima della chiusura. Proporrei di limitare i prelievi, ormai, diciamo mil…”

“No” ribatté subito Havergill.

“Ma, signore, abbiamo esaurito quasi tutto. Non cr…”

“No. La Victoria deve continuare. Dobbiamo. No. Continuate a pagare fino all’ultimo penny.”

Il cassiere esitò, poi uscì. Havergill si asciugò la fronte e Johnjohn lo imitò. Dunross chiamò di nuovo. La linea era ancora occupata. Pochi attimi prima delle tre, tentò un’ultima volta, poi chiamò la società dei telefoni, chiedendo un controllo. “L’apparecchio è temporaneamente fuori uso, signore” disse il centralino.

Dunross depose il ricevitore. “Scommetto 20 dollari contro un soldo bucato che l’ha staccato apposta.” Il suo orologio segnava le tre e un minuto. “Sentiamo come è andata la Borsa.”

Havergill si asciugò le palme delle mani. Prima che potesse fare il numero, il telefono squillò. “Qui il capo cassiere, signore. Tutto… tutto a posto. Abbiamo pagato l’ultimo cliente. Abbiamo chiuso. Anche la Blacs ce l’ha fatta a malapena, signore.”

“Bene. Controlli i liquidi rimasti nella camera blindata e mi richiami.”

“Grazie a Dio è venerdì” disse Johnjohn.

Havergill fece il numero. “Charles? Le ultime novità?”

“La Borsa è scesa di 37 punti. Le nostre azioni ne hanno perduti 8.”

“Cristo” disse Johnjohn. La banca non era mai precipitata tanto, neppure durante i disordini del ’56.

“La Struan?”

“9,50.”

I due banchieri fissarono Dunross. Era impassibile. Rifece il numero di Tiptop, mentre l’agente di cambio continuava a snocciolare i prezzi di chiusura. Ancora il segnale di occupato. “Richiamerò dall’ufficio” disse. “Vi telefonerò appena gli avrò parlato. Se non avrete il denaro dalla Cina, cosa farete?”

“Ci sono soltanto due soluzioni. O aspettiamo le sterline, e il governatore ordina che le banche restino chiuse lunedì o per tutto il tempo necessario. Oppure accettiamo l’offerta della banca commerciale di Mosca.”

“Tiptop ha detto senza mezzi termini che sarà un guaio. Metterà un bastone fra le ruote di Hong Kong, per sempre.”

“Sono le due uniche soluzioni.”

Dunross si alzò. “Ce n’è una sola. A proposito, il governatore ti ha telefonato?”

“Sì” disse Havergill. “Vuole che apriamo il sotterraneo stasera alle sei, per lui, te, Roger Crosse e un certo Sinders. Di cosa si tratta?”

“Non te lo ha detto?”

“No. Ha detto solo che riguardava la Legge sui Segreti di Stato.”

“Ci vediamo alle sei.” Dunross uscì.

Havergill si asciugò il sudore con il fazzoletto. “L’unica consolazione è che quel cafone arrogante è nei guai più di noi” borbottò rabbiosamente. Fece il numero di Tiptop. Lo rifece. Il telefono interno squillò, e Johnjohn prese la chiamata. “Sì?”

“Qui il capo cassiere, signore. Ci sono soltanto 716.027 dollari nella camera blindata. La voce tremava. “Siamo… non è rimasto altro, signore.”

“Grazie.” Johnjohn posò il ricevitore e informò Havergill. Il vicepresidente non rispose e richiamò il numero di Tiptop. Era ancora occupato. “Sarà meglio aprire un dialogo con il contatto sovietico.”

Johnjohn avvampò. “Ma è impossibile…”

Provvedi! Provvedi immediatamente!” Havergill, altrettanto incollerito, rifece il numero di Tiptop. Ancora occupato.

Dunross entrò nel suo ufficio.

“C’è qui il signor Toda con i soliti accompagnatori, tai-pan.” Claudia non nascondeva l’irritazione e il nervosismo.

“Li faccia entrare, per favore.”

“Ha chiamato due volte il signor Alastair… ha pregato di richiamarlo appena arrivato. E anche suo padre.”

“Li chiamerò più tardi.”

“Sì, signore. Ecco il telex per la Nelson Trading, dalla Svizzera, con la conferma: hanno acquistato il triplo della normale ordinazione d’oro per la Great Good Luck Company di Macao.”

“Bene. Ne mandi subito una copia a Lando e chieda i fondi.”

“Questo è il telex dell’Orlin Merchant Bank. Confermano che purtroppo non possono rinnovare il prestito e chiedono il pagamento.”

“Gli mandi un telex: ‘Grazie.’”

“Ho telefonato alla signora Dunross. Sono arrivate.”

“Bene. Si faccia dare il numero di casa dello specialista di Kathy, così potrò chiamarlo durante il weekend.”

Claudia prese un altro appunto. “Il signorino Duncan ha chiamato da Sydney per dire che ha passato una serata magnifica e che arriverà con il volo della Qantas, lunedì mattina. Ecco l’elenco delle altre telefonate.”

Dunross diede un’occhiata al lungo elenco, chiedendosi fuggevolmente se suo figlio non era più vergine, o se non lo era già prima della bella Sheila. Il pensiero di Sheila gli ricordò ancora una volta la squisita Giada di Neve. Strano, che si chiamasse Giada di Neve… mi rammentava tanto Giada Elegante, che adesso è chissà dove, a Taipei, a gestire una Casa dei Molti Piaceri. Forse è venuto il momento di cercare Giada Elegante e di ringraziarla. Ricordò per l’ennesima volta l’ammonizione del vecchio, moribondo Chen-chen. “Ascolta, figlio mio” aveva sussurrato Chen-chen, con un filo di voce, “non cercare mai di ritrovarla. Le faresti perdere la faccia e annienteresti tutta la bellezza, per lei e per te. Ormai sarà vecchia, la sua Porta di Giada sarà avvizzita, e tutti i suoi piaceri le verranno dalla buona tavola e dal buon brandy. Le figlie del Mondo del Piacere non invecchiano bene… e neppure il loro carattere. Lasciala alla sua sorte e ai suoi ricordi. Sii generoso. Sii sempre generoso con quelle che ti hanno dato la loro giovinezza e il loro yin per sostenere il tuo yang. Iiiiih, come vorrei essere ancora giovane come te…”

Dunross sospirò. La serata con Giada di Neve era stata impeccabile. E piena d’allegria.

“Non mangio il dessert” aveva risposto prontamente. “Sono a dieta.”

Oh ko, tu no, tai-pan. Ti aiuterò io a perdere peso, sta’ tranquillo.”

“Grazie. Ma niente dessert, e mai a Hong Kong.”

“Ah! Quattro Dita l’aveva detto che avresti risposto così, tai-pan, e che non avrei dovuto vergognarmi.” Sorridendo, lei gli aveva versato un whisky. “Devo rispondere: ho il passaporto e posso viaggiare.”

Avevano riso insieme. “Che altro ha detto Quattro Dita?”

Giada di Neve si era toccata le labbra con la punta della lingua. “Solo che in certe cose i diavoli stranieri sono molto strani. Per esempio, rifiutare il dessert! Come se avesse importanza!” Lo aveva fissato. “Non sono mai stata con un barbaro, prima d’ora.”

“Oh? Alcuni di noi sono abbastanza civilizzati.”

Dunross sorrise tra sé, ricordando che la tentazione era stata fortissima. E le chiacchiere e il pasto squisito, e l’atmosfera vivace e piacevole. Sì. Ma questo non basta a perdonare quel vecchio bastardo di Quattro Dita, e neppure la mezza moneta e il furto della mezza moneta, pensò cupamente, e la trappola in cui crede di avermi cacciato. Ma a questo penserò poi. Prima le cose urgenti. Concentrati, c’è parecchio da fare, prima di andare a dormire questa notte!

L’elenco che gli aveva dato Claudia era lungo, e quasi tutte le chiamate erano urgenti, e lo attendevano due ore di lavoro. Tiptop non figurava nell’elenco, e non c’erano neppure i nomi di Lando Mata, Tung Pugnostretto, Quattro Dita o Paul Choy. C’erano Casey e Bartlett. Travkin, Robert Armstrong, Jacques deVille, Gavallan, Phillip Chen, Dianne Chen, Alan Holdbrook – l’agente di cambio della Struan – Sir Luis e dozzine d’altri, sparsi in tutto il mondo. “Li chiameremo dopo che avrò parlato con Hiro Toda, Claudia.”

“Sì, signore.”

“Dopo Toda, voglio vedere Jacques… poi Phillip Chen. Si sa niente della signora Riko Gresserhoff?”

“Il suo aereo deve arrivare stasera alle sette. Le ho prenotato una camera al Victoria and Albert e la manderò a prendere. Ho fatto mettere i fiori nella sua stanza.”

“Grazie. ” Dunross entrò nel suo ufficio e guardò dalla finestra. Per il momento aveva fatto tutto il possibile per la Nobil Casa e per Hong Kong. Adesso, stava alla sorte decidere. E poi, il prossimo problema. Le navi. La sua eccitazione crebbe.

“Salve, tai-pan.”

“Salve, Hiro.” Dunross strinse con calore la mano che gli veniva tesa.

Hiro Toda, amministratore delegato della Toda Shipping Industries, aveva la stessa età di Dunross, snello, duro, piccolo di statura, con due occhi saggi e un sorriso facile, un leggero accento americano acquisito nei due anni del corso seguito all’UCLA dopo la laurea, verso la fine degli anni quaranta. “Posso presentarle i miei collaboratori? Il signor Kazunari, il signor Ebe, il signor Kasigi.”

I tre uomini più giovani s’inchinarono, e Dunross ricambiò l’inchino. Indossavano tutti abiti scuri di buon taglio, camicie bianche e cravatte poco vistose.

“Accomodatevi, prego.” Disinvolto, Dunross indicò le sedie intorno al piccolo tavolo delle conferenze. La porta si aprì, e la sua interprete-assistente giapponese, Akiko, entrò portando un vassoio con il tè, si presentò, versò il tè con delicatezza, poi sedette accanto a Dunross. Sebbene lui parlasse abbastanza bene il giapponese per sostenere una discussione d’affari, l’interprete era necessaria per la faccia.

Un po’ in giapponese e un po’ in inglese, Dunross incominciò una educata conversazione, parlando del più e del meno, secondo la consuetudine giapponese. E sempre secondo la consuetudine giapponese, alle riunioni d’affari partecipavano molti dirigenti, e più il dirigente era importante, e più il suo seguito era numeroso.

Dunross attendeva, paziente. Hiro Toda gli era simpatico. Era il titolare della grande conglomerata fondata dal suo bisnonno, quasi un secolo prima. I suoi antenati erano daimyo, signori feudali, fino a quando il feudalesimo e la classe dei samurai erano stati aboliti nel 1870 ed era nato il Giappone moderno. Nominalmente, la sua autorità sulla Toda Shipping era assoluta ma, come accadeva spesso in Giappone, il vero potere era concentrato nelle mani di suo padre che aveva settantatré anni e ufficialmente s’era ritirato dagli affari.

Alla fine Toda venne al dunque. “Questo crollo della Borsa deve essere una seria preoccupazione, tai-pan.”

“Una sfiducia temporanea. Sono sicuro che tutto si risolverà entro il weekend.”

“Ah, sì. Lo spero anch’io.”

“Per quanto si fermerà, Hiro?”

“Fino a domenica. Sì, domenica. Poi proseguirò per Singapore e Sydney. Ritornerò per concludere il nostro affare la settimana prossima. Sono lieto di annunciarle che la lavorazione delle sue navi è in anticipo sul previsto.” Toda posò sul tavolo un fascio di fogli. “Qui c’è una relazione dettagliata.”

“Magnifico!” Dunross si lanciò all’attacco, ringraziando gli dei, Grant e Kirk. Quando era rientrato a casa, quella notte, s’era improvvisamente reso conto dell’enorme importanza della chiave che Grant e Kirk gli avevano dato per realizzare un piano sul quale stava lavorando da quasi un anno. “Vorrebbe anticipare il piano dei pagamenti?”

“Ah!” L’altro mascherò la sorpresa. “Forse potrei discuterne con i miei colleghi, più tardi, ma sono lieto di sapere che tutto è sotto controllo.”

“Sun Tzu non ha detto forse: ‘Colui che non usa la preveggenza e sottovaluta gli avversari verrà sicuramente catturato da loro’? Certo, Gornt ci sta incalzando, e naturalmente l’assalto agli sportelli delle nostre banche è piuttosto grave, ma il peggio è passato. Va tutto benissimo. Non crede che dovremmo aumentare il volume dei nostri affari?”

Toda sorrise. “Due navi, tai-pan? Gigantesche, secondo i criteri attuali. In un anno? Non sarebbe una cosa da poco.”

“Potrebbe essere anche ventidue navi” disse Dunross, con ostentata noncuranza, concentrandosi al massimo. “Ho una proposta per lei, anzi, per tutti i complessi cantieristici giapponesi. Al momento, voi dovete costruire le navi e venderle ai gai-jin – gli stranieri come noi, per esempio – o ad armatori giapponesi. Se vendete ad armatori giapponesi, i costi operativi, con le alte retribuzioni degli equipaggi giapponesi che dovete imbarcare ai sensi delle vostre leggi, le navi non sono più competitive, come le navi americane con equipaggi americani. Tra breve non ce la farete a reggere la concorrenza dei greci, di altri… e la nostra, perché i nostri costi saranno molto inferiori.”

Dunross vide che ascoltavano attentamente Akiko, la quale traduceva quasi simultaneamente, e pensò a un altro detto di Sun Tzu: “In tutti i combattimenti, il metodo diretto può venire usato per attaccare battaglia, ma i metodi indiretti sono necessari per ottenere la vittoria.” Poi proseguì: “Secondo punto: il Giappone deve importare tutto ciò che gli serve per sostenere la sua economia in continuo sviluppo, e il tenore di vita e le attività industriali, e il 95 per cento dell’energia necessaria. Il petrolio è la chiave del vostro futuro. Il petrolio deve arrivarvi per mare, come tutte le materie prime… sempre trasportate da grossi mercantili. Sempre per mare. Voi costruite le grosse navi con estrema efficienza ma, come armatori, i costi operativi e la struttura fiscale nazionale vi escluderanno dal mercato. La proposta che vi faccio è semplice. Rinunciate a cercare di gestire le vostre flotte mercantili, che sono antieconomiche. Vendete le navi all’estero con il metodo lease-back.”

“Come?”

Dunross vide che tutti lo fissavano, stupiti. Attese un attimo, poi proseguì: “La vita di una nave, diciamo, è di quindici anni. Voi vendete un mercantile, poniamo a noi, ma nell’accordo vi impegnate ad affittarlo per quindici anni. Noi forniamo il comandante, l’equipaggio, la gestione. Prima di consegnare la nave, voi la noleggiate alla Mitsubishi o a un’altra delle vostre grandi compagnie per quindici anni… per trasportare carbone, minerali di ferro, riso, grano, petrolio, quel che volete. Questo sistema garantirebbe al Giappone un afflusso continuo di materie prime, deciso secondo i vostri desideri e controllato da giapponesi. La Japan Ine. può aumentarvi i finanziamenti, perché in pratica siete voi stessi a trasportare le materie prime che per voi hanno un’importanza vitale.

“Le vostre industrie possono fare piani a lungo termine. La Japan Ine. può permettersi di assistere finanziariamente gli acquirenti delle vostre navi, perché il prezzo d’acquisto è coperto agevolmente dal nolo quindicennale. E poiché le navi hanno noli a lungo termine, anche le nostre banche, come la Blacs e la Victoria, saranno ben felici di finanziare il resto. Così, tutti ci guadagnano. Voi guadagnate di più perché assicurate una catena di rifornimenti a lungo termine sotto il vostro controllo. E non ho neppure accennato ai vantaggi fiscali per voi, soprattutto per la Toda Industries!”

Dunross si alzò in un silenzio di tomba, seguito dagli sguardi degli altri, e andò alla scrivania. Prese alcuni fogli e tornò. “Ecco uno studio fiscale effettuato dai nostri in Giappone, con esempi specifici, inclusi i metodi per deprezzare il costo della nave per il profitto aggiunto. Qui viene proposto un piano per i supermercantili. Questo documenta i vari modi in cui la Struan potrebbe assistervi nei noli, se fossimo tra gli armatori stranieri prescelti. Per esempio, la Woolara Mines, in Australia, è pronta, su nostre istruzioni, a concludere un contratto con la Toda Industries, impegnandosi a fornire per cento anni il 95 per cento della sua produzione di carbone.”

Quando Akiko ebbe terminato di tradurre, Toda represse un’esclamazione, e gli altri fecero altrettanto. La Woolara Mines era un’industria mineraria enorme, estremamente efficiente e produttiva.

“Potremmo assistervi in Australia, che è la perla dell’Asia… fornisce tutto il rame, il grano, i generi alimentari, la frutta, i minerali di ferro che vi occorrono. Mi hanno detto, privatamente, che sono stati appena scoperti giacimenti immensi di minerale ad alto contenuto di ferro nell’Australia occidentale, facilmente accessibili da Perth. Ci sono petrolio, uranio, torio e altri materiali preziosi che a voi servono. Lana. Riso. Con il mio piano, voi controllerete l’afflusso delle materie prime, gli armatori stranieri avranno le navi e un introito regolare per finanziare e ordinare altre navi, da riaffittare per trasportare altre materie prime e altre automobili, televisori, materiale elettronico, e altre merci d’esportazione dirette negli Stati Uniti… e macchine per l’industria pesante in tutto il resto del mondo. Infine, torniamo alla vostra importazione più vitale: il petrolio. Qui sono suggeriti i piani per una nuova flotta di superpetroliere, da mezzo milione a un milione di tonnellate ciascuna.”

Toda represse un’altra esclamazione e terminò lui stesso la traduzione. Sbalorditi, gli altri trattennero il fiato quando annunciò il tonnellaggio.

Dunross si appoggiò alla spalliera, godendosi quella tensione. Li vide scambiarsi occhiate e poi guardare Toda, in attesa della sua reazione.

“Credo… credo che faremmo bene a studiare le sue proposte, tai-pan” disse Toda, sforzandosi di mantenere un tono calmo. “Ovviamente, sono di vasta portata. Possiamo tornare da lei più tardi?”

“Sì. Verrete alle corse, domani? Il pranzo sarà alle dodici e quarantacinque.”

“Grazie, sì, se non è troppo disturbo” disse Toda, con improvviso nervosismo. “Ma non saremo ancora in grado di darle una risposta.”

“Certo. Avete ricevuto gli inviti e i cartellini?”

“Sì, grazie. Spero, ehm, spero che tutto vada bene per lei. La sua proposta è certamente di vasta portata.”

I giapponesi uscirono. Per un momento, Dunross si concesse di godersi l’euforia. Li ho in pugno, pensò. Cristo, in un anno potremo avere la più grossa flotta di tutta l’Asia, e tutta finanziata completamente, senza rischi per il finanziatore, il costruttore, l’operatore e il fornitore, con un nucleo di petroliere, petroliere enormi… se riusciremo a superare questo tifone.

Mi basta solo un po’ di fortuna. In un modo o nell’altro, dovrò evitare il crack fino a martedì, quando firmeremo con la Par-Con. La Par-Con pagherà le nostre navi… ma la Orlin? E Gornt?

“Il signor Jacques sta salendo, tai-pan. Il signor Phillip è nel suo ufficio e salirà appena lei potrà riceverlo. Ha chiamato Roger Crosse, l’appuntamento è per le sette anziché per le sei. Ha detto che l’aereo del signor Sinders è in ritardo. Ha informato il governatore e tutti gli interessati.”

“Grazie, Claudia.” Dunross diede un’occhiata all’elenco delle telefonate. Chiamò il Victoria and Albert e chiese di Bartlett. Era uscito. “La signorina Tcholok, per favore.”

“Pronto?”

“Pronto! Sono Ian Dunross. Ho visto che mi ha cercato, e anche Linc Bartlett. Come vanno le cose?”

Una breve pausa. “Sono interessanti. Tai-pan, posso fare un salto da lei?”

“Ma certo. Possiamo trovarci al Mandarin alle sei e un quarto, per l’aperitivo. Così avrei più di mezz’ora, prima dell’appuntamento seguente. Eh?” Dunross provò una fitta d’ansia al pensiero di Crosse, di Sinders… E Grant gli aveva raccomandato di non consegnare mai i fascicoli a nessuno.

“Potrei venire nel suo ufficio? Uscirei subito e sarei lì fra mezz’ora, tre quarti d’ora al massimo. C’è una cosa di cui vorrei parlarle. Cercherò di essere molto sbrigativa.”

“Sta bene. Forse dovrò farla attendere un momento, ma venga pure.” Dunross posò il ricevitore. Che cosa avrà in mente?

La porta si aprì ed entrò Jacques deVille. Era preoccupato, stanco. “Mi volevi, tai-pan?”

“Sì, siediti, Jacques. Mi pareva che dovessi partire con l’aereo di ieri sera.”

“Ho parlato con Susanne, e lei ha detto che sarebbe meglio per Avril se aspettassi un giorno o due…”

Dunross ascoltò, affascinato, mentre cominciavano a parlare. Lo sbalordiva ancora l’idea che Jacques potesse essere un agente comunista. Ma ormai aveva considerato quella possibilità. Era facile che Jacques, giovane, idealista, nei maquis durante l’odiata, terribile occupazione nazista della Francia, avesse incanalato il suo nazionalismo e il suo antinazismo verso l’ideologia comunista… Cristo, la Russia non era nostra alleata, a quei tempi? Il comunismo non era di gran moda dovunque, allora, persino in America? Marx e Lenin non sembravano tanto razionali? Allora. Prima che sapessimo la verità su Stalin, i gulag e il KGB e lo stato di polizia e i massacri e i genocidi e l’assenza di libertà.

Ma com’è possibile che uno come Jacques abbia perseverato nell’ubriacatura comunista? Com’è possibile che uno come Jacques abbia mantenuto le sue convinzioni, e le abbia tenute nascoste per tanto tempo… se davvero è lui la talpa del Sevrin, come affermava Grant?

“Come ti è sembrato Grey?” chiese Dunross.

“Un perfetto cretin, tai-pan. Per me è troppo sinistroide. Persino Broadhurst è un po’ troppo a sinistra per i miei gusti. Dato che… dato che resto qui, per il momento, posso occuparmi di nuovo di Bartlett e Casey?”

“No, per il momento tratterò io con loro, ma tu puoi occuparti del contratto.”

“Lo stanno preparando. Ho già sentito i nostri legali. C’è una piccola difficoltà. Questa mattina Dawson s’è incontrato con il legale di Bartlett, Steigler. Il signor Steigler vuole ridiscutere le condizioni di pagamento e rimandare la firma al prossimo weekend.”

Un’ondata di furore invase Dunross, ma cercò di nasconderla. Deve essere per questo che Casey vuole vedermi, pensò. “Ci penserò io” disse, accantonando il problema per quello più pressante: Jacques deVille, che doveva essere considerato innocente fino a quando non fosse stata dimostrata la sua colpevolezza.

Lo guardò con simpatia, ricordando le belle ore che avevano trascorso insieme ad Avisyard e in Francia. Lui, Penelope, Jacques e Susanne, e i loro figli in vacanza per Natale o per l’estate, la buona cucina e il buon vino, e l’allegria, e i grandi piani per il futuro. Jacques era certo il più acuto, il più discreto, e prima dell’accusa di Grant, era stato probabilmente il futuro tai-pan. Ma adesso non lo sei, fino a quando non avrai dimostrato di essere innocente, fino a quando non sarò sicuro. Mi dispiace, amico mio, ma devo metterti alla prova.

“Sto apportando qualche cambiamento nell’organizzazione” disse. “Linbar è partito oggi per Sydney, come sai. Lo lascerò là per un mese, per cercare di concludere la fusione con la Woolara. Non ci spero molto. Voglio che tu ti occupi dell’Australia.” Vide Jacques spalancare gli occhi per un attimo, ma non riuscì a comprendere se era per l’apprensione o per la gioia. “Ho parlato a Toda del nostro piano e v…”

“Come l’ha presa?”

“Ha inghiottito tutto, esca, amo e lenza.”

Merde, è magnifico.” Dunross vide l’espressione raggiante di Jacques, e gli parve sincera. DeVille era stato uno dei principali ideatori del piano, e aveva spianato i complessi problemi dei finanziamenti. “Peccato che il povero John non sia con noi” disse Jacques.

“Sì.” John Chen aveva collaborato con Jacques deVille. “Hai visto Phillip?”

“Ho cenato con lui ieri sera. Poveraccio, è invecchiato di vent’anni.”

“Anche tu.”

DeVille scrollò le spalle. “È la vita, mon ami. Ma sì, sì, sono addolorato per la povera Avril e il povero Borge. Scusami, ti ho interrotto.”

“Mi piacerebbe che ti occupassi dell’Australasia, a partire da oggi, e ti incaricassi di realizzare tutti i nostri piani per l’Australia e la Nuova Zelanda. Tienlo per te, al momento – io lo dirò solo ad Andrew – ma organizzati e preparati a partire fra un mese.”

“Sta bene.” Jacques esitò.

“Come? A Susanne non è mai piaciuta Hong Kong… non ci saranno problemi con lei, vero?”

“Oh, no, tai-pan. Dopo l’incidente… per esser sincero, stavo per chiederti se potevo trasferirmi, per un po’. Susanne non si trova bene, qui, e… Ma volevo chiederti di mandarmi in Canada per un anno o due.”

Dunross si sorprese di quella nuova idea. “Oh?”

“Sì. Pensavo che forse là avrei potuto essere utile. Ho buoni contatti con i franco-canadesi, molto buoni. Forse potremmo trasferire la sede canadese della Struan da Toronto a Montreal o a Ottawa. Là potrei essere davvero d’aiuto. Se l’accordo con i giapponesi andrà in porto, avremo bisogno di cellulosa, legname, rame, grano, carbone e un’altra dozzina di materie prime canadesi.” DeVille sorrise stancamente, poi proseguì in fretta: “Sappiamo tutti e due che il cugino David smania dalla voglia di tornare qui, e pensavo che se mi trasferissi là lui potrebbe rientrare. Per la verità, sarebbe più adatto per occuparsi dell’Australasia, non? Parla cantonese, un po’ di giapponese, e legge e scrive il cinese, e io no. Ma fai come preferisci, tai-pan. Accetterò l’Australasia, se lo desideri. È vero che mi farebbe piacere poter cambiare.”

Dunross continuò a riflettere. Aveva deciso di isolare Jacques da Hong Kong, in attesa di accertare la verità. Sarebbe stato troppo facile dirlo in segreto a Crosse o a Sinders, e chiedere che si servissero delle loro fonti per indagare. Ma Jacques era membro della Corte Interna, e quindi era al corrente di magagne e di informazioni riservate che potevano essere pericolose. No, pensò Dunross, è molto meglio che me ne occupi io. Magari impiegherò più tempo, ma scoprirò la verità. In un modo o nell’altro, saprò la verità sul conto di Jacques deVille.

Ma il Canada?

Logicamente, Jacques si troverebbe meglio là. E anche la Struan: avrei dovuto pensarci io stesso, e non c’è mai stato motivo di dubitare del suo acume e della sua lealtà negli affari. E il buon vecchio David strilla da due anni perché vuol ritornare. Lo scambio sarebbe più semplice. Jacques ha ragione. David è più adatto per l’Australasia, e l’Australia e la Nuova Zelanda sono molto più importanti del Canada, per noi, molto più importanti… sono il tesoro di tutta l’Asia. Se Jacques è innocente, in Canada può esserci utile. Se non lo è, là potrà causarci minori danni. “Ci penserò” disse, sebbene avesse già deciso di effettuare lo scambio. “Non parlarne con nessuno e concluderemo domenica.”

Jacques si alzò e tese la mano. “Grazie, mon ami.”

Dunross gli strinse la mano. Ma in cuor suo si chiese se era la mano di un amico… o di un Giuda.

Quando rimase di nuovo solo, il peso di tutte le preoccupazioni lo schiacciò. Il telefono squillò, e lui si occupò di quel problema, e poi di un altro e di un altro ancora – il numero di Tiptop era sempre occupato – poi chiese a Phillip di salire. Aveva la sensazione di sprofondare in un abisso. Poi i suoi occhi incontrarono gli occhi di Dirk Struan che lo guardava dal ritratto a olio, con un mezzo sorriso, supremamente sicuro di sé, arrogante… il padrone dei clipper, le più belle navi che l’uomo avesse mai costruito. Come sempre, si sentì rincuorato.

Si alzò, si fermò davanti al tai-pan per antonomasia. “Cristo, non so cosa farei senza di te” disse a voce alta, rammentando che Dirk Struan era stato oppresso da pesi più gravosi, e aveva sempre vinto. E poi la tempesta, l’ira della natura lo aveva ucciso allo zenith della vita, a soli quarantatré anni, quando era l’incontrastato signore della guerra di Hong Kong e dell’Asia.

È sempre così? “Muore giovin colui che al cielo è caro?” Dirk Struan aveva la mia età quando i Venti Diabolici del Grande Tifone abbatterono la sua nuova casa a Happy Valley e lo seppellirono sotto le macerie. Era giovane o vecchio? Io non mi sento vecchio. Era quello, l’unico modo in cui Dirk poteva morire? Una morte violenta? Nella tempesta? Ucciso dalla natura? O forse il vero significato di quell’espressione è che chi è caro al cielo muore giovane di cuore?

“Non importa” disse al suo mentore e amico. “Mi sarebbe piaciuto conoscerti. Te lo dico apertamente, tai-pan, spero che ci sia un aldilà; così, in qualche luogo remoto, potrò ringraziarti personalmente.”

Con ritrovata sicurezza, tornò alla scrivania. Nel primo cassetto c’era la matrice di Wu Quattro Dita. La sfiorò, accarezzandola. Come farò a uscire da questa trappola? si chiese, cupamente.

Sentì bussare alla porta. Phillip Chen entrò. In quei pochi giorni, era molto invecchiato. “Buon Dio, tai-pan, cosa faremo? 9,50!” disse precipitosamente, con voce stridula e nervosa. “Mi strapperei i capelli! Dew neh loh moh! Per via del boom, ricordi, ho comprato a 28,90, impiegando tutto il denaro liquido che avevo e ancora di più, e Dianne ha comprato a 28,80 e ha venduto a 16,80 e pretende che le rifonda la differenza. Oh ko, cosa faremo?”

“Pregheremo… e faremo tutto quel che possiamo” disse Dunross. “Hai rintracciato Tiptop?”

“Eh… no, no, tai-pan. Ho provato e riprovato, ma il telefono ancora non funziona. La società dei telefoni dice che è staccato il ricevitore. Ho fatto controllare personalmente da mio cugino che è alla società dei telefoni. Tutti e due gli apparecchi di casa sua sono staccati.”

“Che cosa mi consigli?”

“Consigliare? Non so. Penso che dovremmo mandare un messaggero, ma non volevo farlo prima di essermi consultato con te… e con le azioni che crollano e l’assalto agli sportelli delle banche e il povero John e i giornalisti che non mi lasciano in pace… tutte le mie azioni sono crollate, tutte!” Il vecchio si lanciò in un parossismo di oscenità in cantonese, maledicendo Gornt, i suoi antenati e tutte le sue future generazioni. “Se la Victoria salta, cosa faremo, tai-pan?”

“La Victoria non salterà. Sicuramente, il governatore ordinerà di tenere le banche chiuse lunedì, se Tiptop dovesse deluderci.” Dunross aveva già riferito al compradore le sue conversazioni con Tiptop, Yu, Johnjohn e Havergill. “Avanti, Phillip, pensa!” soggiunse con ira simulata, usando di proposito un tono brusco per scuotere il vecchio. “Non posso mandargli un messaggero per dirgli ‘ha fatto apposta a staccare il telefono’!”

Phillip Chen sedette: quell’inconsueto scatto di collera lo fece ricomporre un po’. “Scusa, sì, scusa, ma tutto quello che è successo… e John, il povero John…”

“Quando è il funerale?”

“Domani, domani alle dieci, quello cristiano, e lunedì quello cinese. Mi… mi chiedevo se sei disposto a dire qualche parola, domani.”

“Certo. Certo, lo farò. Allora, per Tiptop?”

Phillip Chen si concentrò con uno sforzo doloroso. Finalmente disse: “Invitalo alle corse. Nel tuo palco. Non c’è mai stato e ci guadagnerebbe molta faccia. Questa è la strada buona. Potresti dire… No, scusa, non riesco a pensare chiaramente. È meglio, molto meglio che scriva io, tai-pan. Gli scriverò un biglietto invitandolo a nome tuo. Dirò che volevi invitarlo personalmente ma purtroppo il suo telefono non funzionava… così, se vorrà venire, o se i suoi superiori glielo vieteranno, lui avrà salvato la faccia, e anche tu. Potrei aggiungere che la Nobil Casa ha già inviato a Sydney l’ordinazione del torio…” Phillip Chen si rianimò un poco. “Sarà un ottimo affare per noi, tai-pan, al prezzo stabilito… Ho controllato i prezzi, e possiamo provvedere tranquillamente a tutte le loro esigenze e ottenere offerte competitive dalla Tasmania, dal Sud Africa e dalla Rhodesia. Ah! Perché non mandi il giovane George Trussler da Singapore a Johannesburg e a Salisbury in missione esplorativa per il torio…? Phillip Chen esitò. “… e per, ehm, per certi altri metalli e materiali per l’industria aerospaziale. Ho dato una rapida controllata tai-pan. È stata una sorpresa, tai-pan, scoprire che, all’infuori della Russia, quasi il 90 per cento delle forniture di vanadio, cromo, platino, manganese, titanio del mondo libero, tutti essenziali per l’industria aerospaziale e missilistica, viene dalla parte meridionale della Rhodesia e dal Sud Africa. Pensaci! Il 90 per cento, all’infuori della Russia. Non mi ero mai reso conto che fosse una zona così importante per il Mondo Libero, con tutto l’oro, i diamanti, l’uranio, il torio e Dio sa quante altre materie prime indispensabili. Forse Trussler potrebbe anche informarsi circa la possibilità di aprire una sede là. È un giovane sveglio e merita una promozione.” Ora che la sua mente era impegnata nel lavoro, il vecchio respirava più facilmente. “Sì. Questo affare e quello, ehm, del signor Yu, potrebbero essere preziosi per noi, tai-pan. Sono sicuro che si può provvedere con la necessaria delicatezza.” Phillip Chen alzò gli occhi verso Dunross. “Io accennerei a Trussler, nel biglietto a Tiptop, gli direi che mandiamo un dirigente, uno della famiglia, a preparare il terreno.”

“Ottima idea. Provvedi immediatamente.” Dunross premette il pulsante del citofono. “Claudia, mi chiami George Trussler, per favore.” Tornò a guardare Phillip. “Perché Tiptop si è isolato?”

“Per alzare il prezzo, per aumentare la pressione su di noi e ottenere maggiori concessioni.”

“Dobbiamo continuare a chiamarlo?”

“No. Dopo il biglietto recapitato a mano, sarà lui a chiamare noi. Sa che non siamo stupidi.”

“Quando chiamerà?”

“Quando gli daranno il permesso, tai-pan. Non prima. Ma prima delle dieci di lunedì mattina, quando dovrebbero riaprire le banche. Ti consiglio di dire a quei due pezzi di carne di cane, Havergill e Johnjohn, che non telefonino più… intorbiderebbero acque già abbastanza torbide. Non si può usare un girino per prendere uno squalo.”

“Giusto. Non preoccuparti, Phillip” disse Dunross, impietosito. “Ci tireremo fuori da questo pasticcio.”

“Non so, tai-pan. Lo spero.” Phillip Chen si stropicciò stancamente gli occhi cerchiati di rosso. “Dianne… quelle maledette azioni! Non vedo una via d’uscita dalla palude…”

Claudia interruppe, al citofono. “Il signorino Trussler sulla linea due.”

“Grazie, Claudia.” Dunross premette il bottone della linea due. “Salve, George, come va a Singapore?”

“Buonasera, tai-pan. Benissimo, fa caldo e piove” disse la voce disinvolta, allegra. “Che piacevole sorpresa. Cosa posso fare per te?”

“Voglio che tu prenda il primo aereo per Johannesburg. Parti immediatamente. Comunicami per telex il tuo volo e l’albergo e chiamami appena sarai arrivato a Johannesburg. Chiaro?”

Vi fu una leggera esitazione, e l’allegria si smorzò un poco. “Johannesburg in Sud Africa, tai-pan?”

“Sì. Con il primo aereo in partenza.”

“Parto immediatamente. C’è altro?”

“No.”

“Benissimo, tai-pan. Vado. Arrivederci!”

Dunross posò il ricevitore. Il potere è uno strumento meraviglioso, pensò soddisfatto: ma essere tai-pan è anche meglio.

Phillip si alzò. “Vado subito a scrivere la lettera.”

“Solo un momento, Phillip. Ho un altro problema, e ho bisogno del tuo consiglio.” Dunross aprì il cassetto ed estrasse la matrice. Oltre a lui e ai precedenti tai-pan che erano ancora vivi, soltanto Phillip Chen conosceva il segreto delle quattro monete. “Ecco. Me l’ha dat…”

Dunross s’interruppe, paralizzato, completamente impreparato all’effetto che la vista della matrice aveva avuto sul suo compradore. Phillip Chen la fissava, con occhi che quasi gli schizzavano dalle orbite, le labbra stirate sui denti. Come in un sogno, con movimenti al rallentatore, Phillip Chen tese la mano e prese la matrice con dita tremanti, la scrutò attentamente, muovendo le labbra senza emettere alcun suono.

Qualcosa esplose nella mente di Dunross. Comprese che la mezza moneta doveva essere appartenuta a Phillip Chen, che era stata rubata a lui. Naturalmente, avrebbe voluto gridare. Jin-qua doveva aver consegnato una delle monete a Sir Gordon Chen! Ma perché? Qual era il legame tra la famiglia Chen e un mandarino, per indurre Jin-qua a fare al figlio eurasiatico di Dirk Struan un dono tanto prezioso?

Vide, sempre al rallentatore, che il vecchio alzava la testa e lo fissava socchiudendo le palpebre. La bocca si mosse di nuovo, senza suono. Poi, in un rantolo soffocato: “Bar… Bartlett te l’ha già… te l’ha già data?”

“Bartlett?” ripeté Dunross, incredulo. “In nome di Cristo, cosa c’entra Bartlett con…” S’interruppe. Un’altra esplosione parve schiantargli la mente, e altri pezzi del rompicapo andarono di colpo a posto. Le informazioni segrete di Bartlett! Le informazioni che potevano essere venute solo da uno fra sette uomini, tutti impensabili, e Phillip Chen era il più impensabile di tutti!

Phillip Chen è un traditore! Phillip Chen è d’accordo con Bartlett e Casey… è Phillip Chen che ci ha venduti e ha consegnato tutti i nostri segreti e la moneta.

Una rabbia accecante lo sopraffece. Dovette fare appello a tutto il suo autocontrollo per dominare il furore. Vide se stesso alzarsi, andare alla finestra e guardar fuori. Non seppe per quanti minuti fosse rimasto così. Ma quando si voltò, la sua mente era purificata, e l’enorme errore di logica era ormai chiaro.

“Dunque?” Il suo tono era agghiacciante.

“Tai-pan… tai-pan…” cominciò il vecchio con voce spezzata, torcendosi le mani.

“Dimmi la verità, compradore. Subito!” Quella parola atterrì Phillip.

“È… è stato John” ansimò, tra le lacrime. “Non sono stato io, lo giu…”

“Lo so! Parla, Cristo!”

E Phillip Chen raccontò tutto, come aveva preso la chiave di suo figlio e aveva aperto la cassetta di sicurezza e aveva scoperto la corrispondenza con Bartlett e la seconda chiave e come, la sera della festa in casa del tai-pan, aveva avuto all’improvviso una premonizione circa la sua cassaforte segretissima sepolta in giardino e, dopo averla dissotterrata, aveva scoperto il peggio. Riferì persino il suo litigio con Dianne, e il sospetto che John Chen avesse avuto addosso la moneta quando l’avevano sequestrato, e disse che quando il Lupo Mannaro aveva telefonato, lei aveva suggerito di chiamare suo cugino, Wu Quattro Dita, perché lo facesse seguire dai suoi scagnozzi, che poi dovevano pedinare i sequestratori…

Dunross represse un’esclamazione, ma Phillip Chen non se ne accorse e continuò a parlare convulsamente, piangendo, e raccontò che aveva mentito alla polizia e aveva pagato il riscatto al giovane Lupo Mannaro che non avrebbe saputo riconoscere, e gli scagnozzi di Quattro Dita, che avrebbero dovuto proteggerlo, non avevano intercettato i Lupi Mannari e non avevano ritrovato John e non avevano recuperato la moneta. “È la verità, tai-pan, tutta la verità” gemette. “Non c’è altro… nient’altro. Niente fino a ieri mattina, e il cadavere di mio figlio a Sha Tin con quell’orrendo cartello sul petto…”

Sconvolto, Dunross stava cercando di chiamare a raccolta tutta la sua presenza di spirito. Non aveva mai saputo che Quattro Dita fosse cugino di Phillip, e non riusciva a capire come mai il vecchio marinaio fosse entrato in possesso della moneta… a meno che fosse il capo dei Lupi Mannari, o in combutta con loro, o magari in combutta con John Chen, che poteva aver ideato un sequestro simulato per estorcere denaro al padre odiatissimo, e poi Quattro Dita e John Chen potevano avere litigato, oppure… che cosa? “Come faceva John a conoscere i nostri segreti, per passarli a Bartlett… a sapere com’è strutturata la Nobil Casa? Eh?”

“Non lo so” mentì il vecchio.

“Devi averlo detto a John… lo sappiamo soltanto io, tu, Alastair, mio padre, Sir Ross, Gavallan e deVille. E tra tutti, solo i primi cinque conoscono la struttura!”

“Non gliel’ho detto io… lo giuro!”

La rabbia accecante assalì di nuovo Dunross; ma ancora una volta la tenne a freno.

Sii logico, si disse. Phillip è più cinese che europeo. Trattalo da cinese! Dov’è l’anello di congiunzione? Il pezzo mancante del rompicapo?

Mentre cercava di districare il problema, continuò a fissare il vecchio con occhi penetranti. Attendeva, sapendo che anche il silenzio era un’arma potente, per la difesa o per l’attacco. Qual è la spiegazione? Phillip non avrebbe mai confidato a John un simile segreto, quindi…

“Gesù Cristo!” esplose, colpito da un pensiero improvviso. “Tenevi la documentazione! Una documentazione privata! Ecco come l’ha scoperto John! Nella tua cassaforte! Eh?”

Impietrito dalla furia diabolica del tai-pan, Phillip balbettò, prima di riuscire a trattenersi: “Sì… sì… ho dovuto impegnarmi…” S’interruppe, cercando di controllarsi.

“Hai dovuto? Perché? Parla, maledizione!”

“Perché… perché mio padre, prima di… prima di passare a me la Casa e la moneta… mi fece giurare di tenere… di documentare le attività segrete della… della Nobil Casa, per proteggere la Casa di Chen. Solo per questo, tai-pan, mai per usarla contro di te o la Grande Casa, soltanto per protezione…”

Dunross lo fissò. Lo odiava, odiava John Chen che aveva venduto la Struan, odiava per la prima volta in vita sua il suo mentore Chen-chen, nauseato da tutti quei tradimenti. Poi rammentò le ammonizioni di Chen-chen, anni prima, quando lui quasi piangeva di rabbia per il modo ingiusto in cui lo trattavano suo padre e Alastair: “Non infuriarti, giovane Ian, rendigli la pariglia. Dissi la stessa cosa a Culum, e a Hag Struan quando erano giovani come te… Culum non mi ascoltò, ma Hag sì. È il sistema civile: non infuriarti, rendi la pariglia!” “Dunque Bartlett conosce la nostra struttura, i nostri bilanci. Che altro sa?”

Phillip Chen rabbrividì e lo fissò in silenzio.

“Avanti, per Dio, Phillip, pensaci! Tutti noi abbiamo scheletri nell’armadio, parecchi scheletri! Tu, e Hag, e Chen-chen, e Shitee T’Chung, e Dianne… in nome di Dio, che altri documenti può aver consegnato John?” Un’ondata di nausea lo afferrò quando ricordò la sua teoria circa i rapporti tra Banastasio, Bartlett, la Par-Con, la mafia e i fucili. Cristo, se i nostri segreti finiscono nelle mani sbagliate… “Eh?”

“Non so, non so… Cosa… cosa ha chiesto Bartlett? Per la moneta?” Poi Phillip gridò: “È mia! Appartiene a me!”

Dunross vide il tremito irrefrenabile delle mani di Phillip, il colore improvvisamente cinereo del suo viso. C’erano brandy e whisky nelle caraffe, sulla consolle, e Dunross versò un po’ di brandy e glielo porse. Il vecchio bevve, riconoscente, soffocandosi un po’. “Gra… grazie.”

“Vai a casa a prendere tutto quanto e poi…” Dunross s’interruppe e premette un pulsante del citofono. “Andrew?”

“Sì, tai-pan?” disse Gavallan.

“Puoi salire un momento? Voglio che accompagni a casa Phillip, non si sente bene, e ha certi documenti da consegnare.”

“Subito.”

Gli occhi di Dunross non si erano staccati per un istante da quelli di Phillip.

“Tai-pan, che cos’ha chiesto… che cos’ha chiesto Bar…”

“Stai alla larga da loro! E consegna tutto ad Andrew… le lettere di John, le lettere di Bartlett, tutto” disse Dunross, in tono agghiacciante.

“Tai-pan…”

“Tutto.” La testa gli doleva per la rabbia. Stava per aggiungere: Deciderò per te e per la Casa di Chen durante il weekend. Ma non lo disse. “Non infuriarti, rendi la pariglia” continuava a echeggiargli nella mente.

Casey entrò, e Dunross le andò incontro. Lei aveva un ombrello, e indossava l’abito verde che metteva in risalto i suoi occhi e i suoi capelli. Dunross notò le ombre in quegli occhi: la rendevano ancora più desiderabile. “Mi scusi se l’ho fatta attendere.” Il suo sorriso era caloroso, ma solo in apparenza. Era ancora sconvolto dal colloquio con Phillip Chen.

La mano di Casey era fresca, morbida. “Grazie di avermi ricevuto” disse lei. “So che ha molto da fare, quindi verrò subito al dunque.”

“Prima il tè. O preferisce un liquore?”

“Niente liquori, grazie. Ma non voglio darle disturbo.”

“Nessun disturbo. Stavo appunto per prendere il tè. Le quattro e quaranta: l’ora del tè.” Come per magia, la porta si aprì, e un fattorino in livrea portò un vassoio d’argento con il tè per due… sottili toast imburrati e focaccine in uno scaldavivande d’argento. Versò il tè e uscì. Era un tè scuro e forte. “È Darjeeling, uno dei miscugli della nostra Casa. Lo vendiamo dal 1830” disse Dunross, sorseggiandolo, grato come sempre allo sconosciuto genio inglese che aveva inventato il tè pomeridiano: sembrava che risolvesse le preoccupazioni della giornata e rimettesse il mondo nella giusta prospettiva. “Spero che le piaccia.”

“È squisito, forse un po’ troppo forte per me. Ne ho bevuto verso le due del mattino, e mi ha dato la sveglia.”

“Oh? Non si è ancora abituata al cambiamento dei fusi orari?”

Casey scrollò il capo e gli raccontò quello che era accaduto a Peter Marlowe.

“Oh! Che disgrazia!” Dunross premette il pulsante del citofono. “Claudia, chiami la Nathan Nursing Home e chieda come sta la signora Marlowe. E mandi un mazzo di fiori. Grazie.”

Casey aggrottò la fronte. “Come sa che è ricoverata alla Nathan?”

“Il dottor Tooley manda sempre i suoi malati in quella clinica, a Kowloon.” La scrutava attento, sorpreso che lei si mostrasse così cordiale, quando era evidente che la Par-Con stava cercando di sabotare l’accordo. Se è stata alzata quasi tutta la notte, questo spiega le ombre nei suoi occhi, pensò. Comunque, ombre o non ombre, stai in guardia, signora mia, l’accordo l’abbiamo concluso con una stretta di mano. “Un’altra tazza?” chiese premurosamente.

“No, grazie, basta così.”

“Le consiglio le focaccine. Noi le mangiamo così: un grosso fiocco di panna del Devonshire sopra, un cucchiaino di marmellata di fragole fatta in casa in mezzo alla panna e… magia! Ecco!”

Casey la prese, riluttante. La focaccina era molto piccola. Sparì in un boccone. “Fantastico!” esclamò lei, asciugandosi dalle labbra un filo di panna. “Ma quante calorie! No, davvero, basta, grazie. Da quando sono qui non ho fatto altro che mangiare.”

“Non si vede.”

“Si vedrà.” Dunross la vide ricambiare il sorriso. Si era seduta su una delle grandi poltrone di pelle, e tra loro c’era il tavolino. Accavallò di nuovo le gambe, e Dunross pensò ancora una volta che Gavallan non si era sbagliato sul suo conto… che il suo difetto era l’impazienza. “E adesso, posso incominciare?” domandò.

“Davvero non vuole ancora un po’ di tè?” chiese Dunross, per confonderla.

“No, grazie.”

“Allora procediamo. Di che si tratta?”

Casey respirò profondamente. “Pare che la Struan si sia esposta troppo e stia per andare a picco.”

“La prego di non preoccuparsi. In realtà, la Struan è floridissima.”

“Può darsi, tai-pan, ma a noi non pare. A noi e agli estranei. Mi sono informata. Quasi tutti ritengono che Gornt e la Victoria riusciranno a portare a termine il colpo. Pollice verso, in generale. Ora, il nostro accordo…”

“Il nostro accordo vige fino a martedì. È quello che avevamo deciso” disse Dunross, con voce più tagliente. “Devo intendere che lei vuole cambiarlo o rinnegarlo?”

“No. Ma nella situazione in cui si trova attualmente, procedere sarebbe una pazzia, e un pessimo affare. Quindi abbiamo due alternative: o ci mettiamo con la Rothwell-Gornt, oppure interveniamo in suo favore con un’operazione di salvataggio.”

“Oh?”

“Sì. Io ho un piano, un piano parziale che potrebbe servirle per districarsi e per far guadagnare un patrimonio a tutti noi. Okay? Lei è la scelta migliore per noi… a lungo termine.”

“Grazie” disse Dunross, senza crederle, attentissimo, consapevole che qualunque concessione offerta da Casey avrebbe avuto un prezzo proibitivo.

“Ascolti la mia proposta. La nostra banca è la First Central di New York… quella che qui tutti odiano. Smaniano dalla voglia di rimettere piede a Hong Kong, ma non otterranno mai una nuova autorizzazione, vero?”

L’interesse di Dunross si acuì, a quella nuova possibilità. “E allora?”

“Di recente, hanno acquistato una piccola banca straniera, con filiali a Tokyo, Singapore, Bangkok e Hong Kong: la Royal Belgium and Far East Bank. È molto piccola, e l’hanno pagata 3 milioni in tutto. La First Central ci ha chiesto di versare i nostri fondi tramite la Royal Belgium, se il nostro accordo andrà a buon fine. Ieri sera mi sono incontrata con Dave Murtagh, che è responsabile della Royal Belgium, e lui non faceva altro che piangere e lamentarsi perché gli affari vanno male, perché qui l’establishment li esclude da tutto e, sebbene abbiano alle spalle le enormi risorse in dollari della First Central, quasi nessuno è disposto ad aprire conti e a fare depositi in dollari di Hong Kong, che a loro servirebbero per fare i prestiti. Sa qualcosa di questa banca?”

“Sì” rispose Dunross, senza capire dove volesse arrivare Casey. “Ma non sapevo che avesse alle spalle la First Central. Non credo che sia una notizia di dominio pubblico. Quando l’hanno comprata?”

“Un paio di mesi fa. Ora, che ne direbbe se la Royal Belgium le anticipasse entro lunedì il 120 per cento del prezzo di acquisto delle due navi commissionate alla Toda?”

Dunross la guardò a bocca aperta, sconcertato. “Con quali garanzie?”

“Le navi.”

“Impossibile! Nessuna banca lo farebbe!”

“Il 100 per cento è per la Toda, il 20 per cento per coprire tutte le spese di consegna, le assicurazioni e i primi mesi di attività.”

“Senza neppure un contratto di nolo?” chiese lui, incredulo.

“Potrebbe noleggiarle entro sessanta giorni, in modo da avere un introito in liquidi sufficienti per un ragionevole piano di rimborso?”

“Con la massima facilità.” Gesù Cristo, se posso pagare subito Toda, potrò mettere in atto il mio piano di lease-back subito, con le prime due navi, senza aspettare. Dunross si aggrappò a quella speranza, chiedendosi quale sarebbe stato il prezzo, il prezzo vero. “Si tratta di una teoria, o sono davvero disposti a farlo?”

“Può darsi che lo facciano.”

“In cambio di cosa?”

“In cambio, la Struan dovrebbe depositare il 50 per cento di tutte le sue valute estere per un periodo di cinque anni, impegnarsi a tenere presso di loro un deposito dai 5 ai 7 milioni di dollari di Hong Kong… un milione e mezzo di dollari USA; inoltre, lei dovrebbe usare la Royal Belgium come sua seconda banca a Hong Kong, e la First Central come sua prima banca americana al di fuori di Hong Kong per un periodo di cinque anni. Che ne dice?”

Dunross dovette fare appello a tutto il suo autocontrollo per non gridare di gioia. “È un’offerta concreta?”

“Credo di sì, tai-pan. È un po’ fuori dal mio campo… non mi sono mai occupata di navi, ma il 120 per cento mi è sembrato fantastico, e le altre condizioni sono oneste. Non so fin dove potrei spingermi nel negoziare le condizioni, ma ho detto a Murtagh che sarà meglio per lui fare le cose pulite, o non arriverà mai in porto.”

Dunross sentì una fitta gelida nelle viscere. “Un dirigente locale non può avere l’autorità di fare un’offerta del genere.”

“Lo ha detto anche Murtagh, ma ha aggiunto che abbiamo a disposizione il weekend, e che se lei accetta l’idea, si attaccherà subito al telefono.”

Dunross si abbandonò contro la spalliera della poltrona, sbalordito. Accantonò tre interrogativi d’importanza vitale e disse: “Lasciamo in sospeso per il momento. Qual è la sua parte in tutto questo?”

“Ci arriviamo subito. L’offerta ha un’altra clausola. Per me Murtagh è matto, ma mi ha detto che cercherebbe di convincere i suoi alti papaveri a concederle un fondo rotativo di 50 milioni di dollari USA contro il valore delle azioni non emesse che sono in suo possesso. Quindi lei sarebbe a posto. Se…”

Dunross sentì il sudore scorrergli lungo la schiena e la fronte. Si rendeva conto che sarebbe stato un rischio enorme, per quanto fosse grossa la banca. Con uno sforzo, cercò di ragionare. Con le navi pagate e quel fondo rotativo, avrebbe potuto difendersi da Gornt e spezzarne l’attacco. E quando avesse neutralizzato Gornt, la Orlin sarebbe tornata docile perché lui era sempre stato un ottimo cliente… e la First Central non faceva parte del consorzio della Orlin Merchant Bank? “E il nostro accordo?”

“Quello resta com’è. Lei lo annuncerà nel momento più conveniente per entrambi, per lei e per la Par-Con, come abbiamo concordato. Se, ed è un grosso se, la First Central accetterà il rischio, voi e noi potremo fare un colpo enorme comprando le Struan a 9,50 lunedì mattina… dovranno risalire a 28, forse a 30, no? L’unica cosa che proprio non so è come risolvere il problema della corsa agli sportelli delle banche.”

Dunross estrasse il fazzoletto e si asciugò la fronte, senza vergognarsene. Poi si alzò, versò due brandy e soda. Porse un bicchiere a Casey e tornò a sedere in poltrona, con la mente in subbuglio, per un momento svuotato, un attimo dopo pervaso dalla felicità, e subito dopo agitato e soffocato dalle speranze e dalle paure, gli interrogativi, le soluzioni, i piani e i contropiani.

Cristonnipotente, pensò, cercando di calmarsi.

Il brandy aveva un buon sapore, bruciante e piacevole. Notò che Casey aveva bevuto soltanto un sorso e poi aveva posato il bicchiere e lo stava scrutando. Quando la sua mente si schiarì e fu pronta, Dunross guardò a sua volta Casey. “E tutto questo in cambio di che cosa?”

“Dovrà fissare i parametri con la Royal Belgium… questo sta a lei. Io non conosco con precisione il movimento dei liquidi della Struan. I tassi d’interesse saranno elevati, ma ne varrà la pena, per non colare a picco. Lei dovrà dare la sua garanzia personale per ogni centesimo.”

“Cristo!”

“Sì. Più la faccia.” Lui sentì la voce di Casey farsi più dura. “Perderà la faccia a trattare con quegli ‘sporchi vigliacchi’. Non è così che Lady Joanna ha chiamato quelli della First Central, con un sorriso di disprezzo e quel ‘Ma cosa ci si può aspettare, sono…’ Immagino che intendesse dire ‘americani’.” Dunross vide gli occhi di Casey incupirsi, e percepì il pericolo. “Che vecchia vipera, quella là.”

“Ma non è una vecchia vipera” disse lui. “È caustica, e brusca, ma di solito è un tipo a posto. È antiamericana, mi dispiace dirlo, in modo addirittura paranoico. Vede, suo marito, Sir Richard, fu ucciso in Italia, a Montecassino, dalle bombe americane. L’aereo aveva scambiato le truppe britanniche per i nazisti.”

“Oh” disse Casey. “Oh, capisco.”

“Che cosa vuole la Par-Con? E cosa vuole lei, e cosa vuole Linc Bartlett?”

Casey esitò, poi accantonò per un momento Lady Joanna, concentrandosi di nuovo. “La Par-Con vuole un accordo a lungo termine con la Struan… come ‘vecchi amici’.” Dunross notò lo strano sorriso. “Ho scoperto cosa significa ‘vecchio amico’, alla cinese, ed è quel che voglio per la Par-Con. La posizione di vecchio amico dal momento stesso in cui la Royal Belgium pagherà.”

“Poi?”

“Sì o no?”

“Vorrei conoscere tutte le condizioni, prima di accettarne una.”

Casey centellinò il brandy. “Linc non vuole nulla. Non sa niente di questa manovra.”

“Prego?” Ancora una volta, Dunross si sentì preso alla sprovvista.

“Linc non sa ancora nulla della Royal Belgium” disse lei, con voce normale.

“Ho ideato tutto io, oggi, insieme a Dave Murtagh. Non so se le sto facendo veramente un grosso favore perché la sua… perché dovrà esporsi lei personalmente. Ma potrebbe togliere la Struan dai guai. E allora il nostro accordo potrà funzionare a dovere.”

“Non pensa di doversi consultare con il suo intrepido capo?” chiese Dunross, cercando di scoprire i sottintesi di quella piega inaspettata degli eventi.

“Sono il vicepresidente esecutivo, e l’accordo con la Struan è mio. Noi non dobbiamo spendere null’altro che la nostra influenza per tirarla fuori dalla trappola, e l’influenza serve appunto a questo. Io voglio che il nostro accordo vada in porto, e non voglio che vinca Gornt.”

“Perché?”

“L’ho già detto. A lungo termine, è preferibile lei.”

“E lei, Ciranoush? Che cosa vuole? In cambio della sua influenza?”

Gli occhi di Casey divennero ancora più cupi, più dorati, come gli occhi di una leonessa. “L’eguaglianza. Voglio essere trattata da eguale, e non sopportata o derisa come una donna che è in affari perché si è aggrappata alla giacca di un uomo. Voglio l’eguaglianza con il tai-pan della Nobil Casa. E voglio che lei mi aiuti a procurarmi il denaro che mi serve per dire ‘crepa’ a tutto il mondo… a parte tutto quel che riguarda la Par-Con.”

“La seconda condizione è facile da soddisfare, se lei è disposta a rischiare. In quanto alla prima, io non l’ho mai sopportata o derisa e…”

“Gavallan sì, e anche gli altri.”

“… e non lo farò mai. In quanto agli altri, se non la trattano come piace a lei, lasci il tavolo delle conferenze e si ritiri in buon ordine. Non imponga loro la sua presenza. Io non posso renderla eguale. Non lo è, non lo sarà mai. È una donna e, le piaccia o no, questo è un mondo degli uomini. Soprattutto a Hong Kong. E finché avrò vita, continuerò a trattare il mondo così com’è e a trattare una donna da donna, chiunque sia.”

“Allora vada a farsi fottere!”

“Quando?” chiese lui, raggiante.

La risata improvvisa di Casey fece eco alla sua, e la tensione si dileguò. “Questa me la sono cercata” disse lei. Un’altra risata. “Me la sono cercata davvero. Mi scusi. Credo di aver perso il sedere.”

“Prego?”

Casey spiegò la sua versione di “faccia”. Dunross rise di nuovo. “Non l’ha perso. Lo ha acquistato.”

Dopo una pausa, lei disse: “Quindi, qualunque cosa io possa fare, non potrò mai ottenere l’eguaglianza?”

“Non in affari, in termini mascolini, se vuole vivere in questo mondo. Come ho detto, le piaccia o no, le cose stanno così. E credo che lei sbagli, se cerca di cambiarle. Hag Struan era indiscutibilmente la persona più potente dell’Asia. E lo diventò come donna, non come essere neutro.”

Casey prese il bicchiere di brandy, lo alzò, e Dunross vide la seta leggera della camicetta tendersi contro la curva del seno. “Come diavolo potremmo trattare una creatura attraente e in gamba quanto lei come se fosse una non-persona? Sia giusta!”

“Io non chiedo giustizia, tai-pan, soltanto eguaglianza.”

“Dovrebbe essere contenta d’essere donna.”

“Oh, lo sono. Lo sono veramente.” La voce di Casey divenne più amara. “Ma non voglio essere classificata come qualcuna che ha valore solo quand’è supina.” Bevve un ultimo sorso e si alzò. “Quindi adesso andrà avanti lei? Con la Royal Belgium? David Murtagh aspetta una sua telefonata. Non so quante probabilità ci siano, ma val la pena di tentare, no? Forse potrebbe andare a trovarlo, anziché mandarlo a chiamare… questione di faccia, eh? Avrà bisogno di tutto l’appoggio che lei potrà dargli.”

Dunross non si era alzato. “La prego, si sieda un momento, se può. Ho ancora un paio di cose.”

“Certo. Non volevo portarle via troppo tempo.”

“Innanzi tutto, che difficoltà ci sono con il vostro signor Steigler?”

“Come sarebbe a dire?”

Lui le riferì quel che aveva comunicato Dawson.

“Che figlio di puttana!” esclamò Casey, chiaramente irritata. “Io gli avevo detto di far preparare la stesura dei contratti. Ci penserò io, a lui. I legali credono sempre di avere il diritto di negoziare, di ‘migliorare l’accordo’, come dicono loro, e in realtà penso che lo facciano per lasciarci a terra. Ho perso più buoni affari per colpa loro di quanto lei possa immaginare. Seymour è meno peggio di tanti altri. Gli avvocati sono la grande piaga degli Stati Uniti. Anche Linc la pensa così.”

“E Linc?” chiese Dunross, ricordando i 2 milioni che Bartlett aveva anticipato a Gornt per attaccare le loro azioni. “Sarà consenziente al 100 per cento, a questa novità?”

“Sì” disse lei, dopo una pausa. “Sì.”

Dunross cercò di scoprire il pezzo che mancava per completare il rompicapo. “Quindi lei si occuperà di Steigler e tutto sarà come prima?”

“Dovrà preparare i titoli sulle navi, come abbiamo concordato, ma non dovrebbe essere un problema.”

“No. Posso provvedere.”

“Garantirà tutto personalmente?”

“Oh, sì” rispose Dunross, disinvolto. “Dirk lo faceva sempre. È il privilegio del tai-pan. Senta, Ciranoush, io…”

“Le dispiace chiamarmi Casey, tai-pan? Ciranoush appartiene a un’era diversa della mia vita.”

“Sta bene. Casey, sia che questa faccenda vada in porto o no, lei è una vecchia amica, e la devo ringraziare per il suo coraggio, il coraggio personale che ha dimostrato durante l’incendio.”

“Non si tratta di coraggio. Deve essere questione di ghiandole.” Lei rise. “Non dimentichi che l’epatite incombe ancora sulle nostre teste.”

“Oh. Ci ha pensato anche lei?”

“Sì.”

Casey lo stava fissando, ma Dunross non riusciva a decifrarla. “L’aiuterò a guadagnarsi il denaro per poter dire ‘crepa’” disse lui. “Quanto le occorre?”

“Due milioni, tasse escluse.”

“Le norme fiscali, negli Stati Uniti, sono severe e rigorose. È disposta ad aggirare un po’ la legge?”

Casey esitò. “Ogni americano che si rispetti ha il diritto di evitare il fisco, non di evaderlo.”

“Ho capito. Quindi, data la fascia di contribuenti cui appartiene, potrebbe aver bisogno di 4 milioni?”

“Appartengo a una fascia bassa, anche se il mio capitale è elevato.”

“46.000 dollari depositati presso la San Fernando Savings and Loan non sono molti” disse lui, divertito nel vederla impallidire. “E non sono molti neppure gli 8700 depositati sul suo conto corrente presso la Los Angeles and California.”

“Lei è una carogna.”

Dunross sorrise. “Ho amici altolocati, ecco tutto. Come lei.” Aprì la trappola, con disinvoltura. “Vuol cenare con me, stasera? Lei e Linc Bartlett?”

“Linc è impegnato” disse lei.

“Allora verrà sola? Alle otto? Troviamoci nell’atrio del Mandarin.” Dunross aveva captato il tono: quasi gli sembrava di vedere il tumulto dei pensieri di Casey. Dunque Linc è impegnato! pensò. E con chi può essere impegnato Linc Bartlett, se lei l’ha detto in quel tono? Orlanda Ramos? Dev’essere così, si disse, lieto di aver scoperto la vera ragione… la vera motivazione che l’aveva spinta a venire in suo soccorso. Orlanda! Orlanda porta a Linc Bartlett e a Gornt. Casey ha una paura atroce di Orlanda. Ha paura che ci sia Gornt, dietro l’assalto che Orlanda ha sferrato contro Bartlett… oppure è solo fuori di sé per la gelosia, e pronta a tagliare l’erba sotto i piedi di Bartlett?