Ore 18,58
Il governatore era fuori di sé per la collera. Scese dalla macchina e si avviò verso la porta laterale della banca, dove Johnjohn lo stava attendendo.
“Ha letto?” Il governatore sventolò l’edizione serale del Guardian nell’aria buia. Il titolo a caratteri di scatola diceva: I PARLAMENTARI ACCUSANO LA REPUBBLICA POPOLARE. “Maledetti idioti incompetenti, eh?”
“Sì, signore.” Johnjohn era altrettanto furioso. Precedette il governatore oltre il portiere gallonato, nella grande anticamera. “Non si potrebbe impiccarli tutti e due?”
Durante la conferenza stampa di quel pomeriggio, Grey e Broadhurst avevano proclamato pubblicamente tutte le convinzioni che lui, Johnjohn, Dunross e gli altri tai-pan ritenevano contrarie agli interessi della Gran Gretagna, di Hong Kong e della Cina. Grey si era diffuso a lungo nell’esposizione delle sue opinioni personali, dichiarando che secondo lui la Cina rossa era intenzionata a soggiogare il mondo e doveva essere trattata come la grande nemica della pace. “Ho già ricevuto una protesta ufficiosa molto ufficiale.”
Johnjohn rabbrividì. “Oh, Dio, non da Tiptop!”
“Da Tiptop, naturalmente. Ha detto, con quella sua voce tranquilla e vellutata: ‘Eccellenza, quando i nostri colleghi di Pechino leggeranno il giudizio di questi importanti membri del vostro grande Parlamento inglese sul Regno Medio, credo che si inquieteranno moltissimo.’ Direi che le speranze di poter usare temporaneamente i loro liquidi, adesso, si siano ridotte a zero.”
Johnjohn si sentì pervadere da un’altra ondata di furore.
“Quel maledetto ha dato l’impressione che le sue opinioni fossero condivise dall’intera delegazione, e questo è completamente falso! È ridicolo stuzzicare la Cina, in ogni caso! Senza la benevolenza della Repubblica Popolare, la nostra posizione qui è assolutamente insostenibile. Assolutamente! Quel maledetto idiota! E noi che ci eravamo affannati a spiegare come stavano le cose!” Il governatore tirò fuori il fazzoletto e si soffiò il naso. “Dove sono gli altri?”
“Il sovrintendente Crosse e il signor Sinders sono nel mio ufficio. Ian sta arrivando. E quella storia di Ian e Grey, signore? Il fatto che Grey sia il cognato di Ian? Eh?”
“Straordinario.” Da quando Grey l’aveva dichiarato, rispondendo alla domanda di un giornalista, quel pomeriggio, il governatore aveva ricevuto una dozzina di telefonate. “È strano che Ian non ne avesse mai parlato.”
“E neppure Penelope! Molto strano. Crede che…” Johnjohn alzò gli occhi e s’interruppe. Dunross veniva verso di loro.
“Buonasera, signore.”
“Salve, Ian. Ho spostato l’appuntamento alle sette per avere la possibilità di vedere Sinders e Stanley Rosemont.” Il governatore mostrò il giornale. “L’ha visto?”
“Sì, signore. I giornali cinesi della sera sono così furiosi che mi stupisce che ogni copia non sprizzi fiamme e non abbia incendiato tutto Central.”
“Io li manderei sotto processo per tradimento” disse Johnjohn, scuro in volto. “Cosa diavolo possiamo fare, Ian?”
“Pregare! Ho già parlato con Guthrie, il parlamentare liberale, e con qualcuno dei conservatori. Uno dei più importanti giornalisti del Guardian li sta intervistando in questo momento, e le loro opinioni, diametralmente opposte, saranno pubblicate nell’edizione di domattina, per confutare tutte queste idiozie.” Dunross si asciugò le mani. Sentiva il sudore colargli lungo la schiena. Grey, Tiptop, Jacques, Phillip Chen, la moneta e i fascicoli di Grant… tutto sembrava congiurare per sconvolgerlo. Gesù Cristo, pensò, cosa manca ancora? L’incontro con Murtagh della Royal Belgium era andato come aveva previsto Casey… era una possibilità remota, ma buona. Quando era uscito dalla banca, qualcuno gli aveva passato i giornali del pomeriggio e la certezza che quei commenti avventati avrebbero fatto esplodere una bomba lo aveva sconvolto. “Dovremo liquidare pubblicamente l’intera faccenda, e lavorare privatamente come pazzi per assicurarci che la proposta di legge di Grey per ridurre Hong Kong al livello della Gran Bretagna non arrivi mai al voto, o venga respinta, e che i laburisti non arrivino al potere.” Dunross sentiva in bocca il sapore della bile. “Broadhurst è stato addirittura peggio!”
“Ian, hai parlato con Tiptop?”
“No, Bruce. Il suo numero è ancora occupato, ma gli ho mandato un messaggio a mano.” Riferì quello che aveva concordato con Phillip Chen. Poi il governatore gli disse della protesta che aveva ricevuto da Tiptop. Dunross inorridì. “Quando ha telefonato, signore?”
“Poco prima delle sei.”
“Doveva avere già ricevuto il nostro messaggio.” Dunross provò una stretta al cuore. “Dopo questo… dopo questo disastro, è molto probabile che non vedremo il denaro della Cina.”
“Sono d’accordo.”
Dunross aveva notato che non gli avevano parlato della sua parentela con Grey. “Robin Grey è più che idiota” disse, pensando che tanto valeva affrontare l’argomento. “Il mio stramaledetto cognato non avrebbe potuto fare un favore più grosso ai sovietici neppure se fosse stato membro del Politburo. E anche Broadhurst. Che idioti!”
Dopo una pausa, il governatore commentò: “Come dicono i cinesi: ‘È il diavolo che vi dà i parenti, ma grazie a tutti gli dei gli amici potete sceglierli voi.’”
“Verissimo. Per fortuna, la delegazione partirà domenica. Con le corse di domani e tutto il… e tutti gli altri problemi, forse la faccenda verrà insabbiata in fretta.” Dunross si asciugò la fronte. “Si soffoca qui dentro, no?”
Il governatore annuì, poi soggiunse, irritato: “È tutto pronto, Johnjohn?”
“Sì, signore. Il sot…” Nel corridoio, l’ascensore si aprì e uscirono Roger Crosse e Edward Sinders, il capo dell’MI-6.
“Ah, Sinders” disse il governatore, quando i due arrivarono nell’anticamera, “vorrei presentarle il signor Dunross.”
“Lieto di conoscerla, signore.” Sinders strinse la mano a Dunross. Era un tipo anonimo, di mezza età e di media statura, con gli abiti gualciti. Il viso era magro e incolore, la barba lunga e grigiastra. “La prego di scusarmi, signore. Sono impresentabile, ma non sono ancora andato in albergo.”
“Mi dispiace” rispose Dunross. “Senza dubbio, avremmo potuto attendere fino a domani. Buonasera, Roger.”
“Buonasera, signore. Buonasera, Ian” disse Crosse in tono deciso. “Visto che ci siamo tutti, perché non procediamo?”
Johnjohn si mosse prontamente, ma Dunross disse: “Un momento. Bruce, puoi scusarci un attimo?”
“Oh, certo.” Johnjohn mascherò la sua sorpresa, chiedendosi cosa significasse quella storia e chi diavolo fosse Sinders. Ma era troppo prudente per domandarlo. Sapeva che glielo avrebbero detto, se avessero voluto informarlo. La porta si chiuse dietro di lui.
Dunross guardò il governatore. “Signore, lei attesta ufficialmente che questo è Edward Sinders, il capo dell’MI-6?”
“Sì.” Il governatore gli porse una busta. “Credo che volesse una dichiarazione scritta.”
“Grazie, signore.” Dunross si rivolse a Sinders: “Mi scusi, ma capirà la mia riluttanza.”
“Naturalmente. Bene, allora è tutto sistemato. Vogliamo andare, signor Dunross?”
“Chi è Mary McFee?”
Sinders sussultò. Crosse e il governatore lo fissarono, sconcertati, poi guardarono Dunross. “Lei ha amici altolocati, signor Dunross. Posso chiederle chi glielo ha detto?”
“Dolente.” Dunross continuò a tenergli gli occhi addosso. Alastair Struan aveva avuto quell’informazione da un VIP della Banca d’Inghilterra, che a sua volta l’aveva saputo da un membro altolocato del governo. “Vogliamo solo essere sicuri che Sinders sia quel che dice di essere.”
“Mary McFee è un’amica” rispose Sinders, impacciato.
“Mi dispiace, ma non basta.”
“Una cara amica.”
“Mi dispiace, ma non basta neppure questo. Qual è il suo vero nome?”
Sinders esitò e poi, pallidissimo, prese Dunross per il braccio e lo condusse nell’angolo opposto dell’anticamera, gli accostò le labbra all’orecchio. “Anastasia Kelikova, prima segretaria dell’ambasciata cecoslovacca a Londra” mormorò, voltando le spalle a Crosse e al governatore.
Dunross annuì, soddisfatto, ma Sinders continuò a stringergli il braccio con sorprendente energia e soggiunse, abbassando ancora la voce: “Farà bene a dimenticare quel nome. Se il KGB sospettasse che lo conosce, la costringerebbero a rivelarlo. Allora Mary McFee sarebbe morta, io sarei morto, e sarebbe morto anche lei.”
Dunross annuì. “È giusto.”
Sinders trasse un profondo respiro, poi si voltò e fece un cenno a Crosse. “E adesso sbrighiamoci, Roger. Eccellenza?”
Lo seguirono tutti, innervositi. Johnjohn li aspettava all’ascensore. I sotterranei erano tre piani più sotto. Due guardie in borghese attendevano nel corridoio davanti al pesante cancello di ferro: un uomo del CID e uno dell’SI. Entrambi salutarono. Johnjohn aprì il cancello, fece entrare tutti, eccettuate le guardie, poi chiuse di nuovo a chiave. “È la consuetudine della banca.”
“Avete mai avuto uno scasso?” chiese Sinders.
“No, anche se i giapponesi forzarono la porta quando le chiavi, ehm, si erano perdute.”
“Lei c’era, signore?”
“No. Sono stato fortunato.” Dopo che Hong Kong s’era arresa, nel Natale 1941, le due banche britanniche, la Blacs e la Victoria, erano diventate obiettivi primari per i giapponesi, e avevano ricevuto l’ordine di liquidare. Tutti i dirigenti erano stati tenuti sotto sorveglianza e costretti a collaborare alle procedure. Durante i mesi e gli anni dell’occupazione erano stati sottoposti a forti pressioni. Erano stati costretti a emettere banconote illegali. E poi la Kampeitai, l’odiata e temuta polizia segreta giapponese, era entrata in scena. “La Kampeitai giustiziò molti nostri colleghi e rese la vita impossibile agli altri” disse Johnjohn. “Il solito trattamento: fame, percosse, privazioni… Li tenevano chiusi nelle gabbie. Alcuni morirono di denutrizione… di fame, per l’esattezza, e la Blacs e noi perdemmo i massimi dirigenti.” Johnjohn aprì un altro cancello. C’erano file e file di cassette di sicurezza, nelle cantine comunicanti di cemento armato. “Ian?”
Dunross estrasse la chiave. “È la 16.85.94.”
Johnjohn lo precedette e, irrequieto, inserì nella serratura la chiave della banca. Dunross fece lo stesso con la sua. Le girarono. La serratura si aprì con uno scatto. Tutti gli sguardi erano fissi sulla cassetta. Johnjohn ritrasse la sua chiave. “Vado… vado ad attendere al cancello” disse, lieto di aver finito, e se ne andò.
Dunross esitò. “Qui ci sono altre cose, documenti privati. Volete scusarmi un momento?”
Crosse non si mosse. “Mi dispiace, ma io o il signor Sinders dobbiamo assicurarci che ci vengano consegnati tutti i fascicoli.”
Dunross notò che entrambi sudavano. Anche lui aveva la schiena madida. “Eccellenza, le dispiace assistere?”
“Sta bene.”
Riluttanti, gli altri due indietreggiarono. Dunross attese che si fossero allontanati, poi aprì la cassetta. Era piuttosto grande. Sir Geoffrey spalancò gli occhi. Conteneva soltanto i fascicoli azzurri. Li ricevette, senza dir nulla. Erano otto. Dunross richiuse lo sportello, e la serratura scattò.
Crosse si fece avanti, tendendo la mano. “Devo prenderli io, signore?”
“No.”
Crosse si fermò, sbalordito, e soffocò un’imprecazione. “Ma, eccell…”
“Il ministro ha stabilito una procedura, approvata dai nostri amici americani e accettata da me” disse Sir Geoffrey. “Ora torneremo nel mio ufficio. Assisteremo tutti alla fotocopiatura. Due sole copie. Una per il signor Sinders, una per il signor Rosemont. Ian, il ministro mi ha ordinato personalmente di consegnare una copia al signor Rosemont.”
Dunross alzò le spalle, cercando di apparire noncurante. “Se è questo che vuole il ministro, a me sta bene. Quando avrà fotocopiato gli originali, signore, la prego di bruciarli.” Vide che lo guardavano, ma lui stava osservando Crosse, e gli parve di notare un moto di soddisfazione. “Se questi fascicoli sono tanto importanti, è meglio che non esistano più… e che restino solo all’MI-6 e alla CIA. Certo, io non dovrei averne una copia. Se non sono importanti… allora, pazienza. Molte delle cose segnalate dal povero Grant erano troppo assurde, e adesso che lui è morto, devo confessare che non considero tanto importanti i fascicoli, dato che sono nelle sue mani. La prego di bruciarli o di farli a pezzi, eccellenza.”
“Sta bene.” Il governatore girò gli occhi celesti su Roger Crosse. “Sì, Roger?”
“Niente, signore. Vogliamo andare?”
Dunross disse: “Giacché sono qui, devo prendere alcuni documenti della compagnia. Non è necessario che mi aspettiate.”
“D’accordo. Grazie, Ian” disse Sir Geoffrey e uscì insieme agli altri due.
Quando rimase solo, Dunross si avvicinò a un’altra fila di cassette, nel sotterraneo vicino. Estrasse il portachiavi e scelse due chiavi, ben sapendo che a Johnjohn sarebbe venuto un colpo se avesse sospettato che lui aveva una copia della chiave generale. La serratura scattò silenziosamente. Era una delle dozzine di cassette che la Nobil Casa aveva sotto nominativi diversi. Dentro c’erano mazzette di banconote americane da 100 dollari, vecchi atti di proprietà e documenti. Sopra al mucchio c’era un’automatica carica. Come sempre, Dunross si sentì sconvolto: odiava le armi da fuoco, odiava Hag Struan quanto la ammirava. Nelle sue “Istruzioni ai tai-pan”, scritte poco prima di morire nel 1917, che facevano parte del suo testamento ed erano custodite nella cassaforte del tai-pan, lei aveva fissato altre leggi, e una di queste stabiliva che doveva esserci sempre una consistente somma in contanti a uso del tai-pan, a portata di mano, e che dovevano esserci almeno quattro pistole cariche perpetuamente disponibili in nascondigli segreti. Aveva scritto: “Io aborrisco le armi da fuoco ma so che sono necessarie. La vigilia della festa di san Michele, nel 1916, quando ero inferma e sofferente, mio nipote Kelly O’Gorman, quarto tai-pan (soltanto di nome), credendo che io fossi in punto di morte, mi costrinse a lasciare il letto e ad aprire la cassaforte della Grande Casa per prendere il sigillo della Nobil Casa… per assegnargli il potere assoluto come tai-pan. Invece, io presi la pistola nascosta nella cassaforte e gli sparai. Sopravvisse per due giorni e poi morì. Io sono timorata di Dio e aborrisco le armi da fuoco e certe uccisioni, ma Kelly era divenuto un cane idrofobo ed è dovere del tai-pan proteggere la successione. Non ho alcun rimorso per la sua morte. Tu che mi leggi, ricorda: i parenti aspirano al potere quanto gli altri. Non esitare a usare qualunque mezzo per proteggere il legato di Dirk Struan…”
Una goccia di sudore colò lungo la guancia di Dunross. Ricordava che gli si erano rizzati i capelli, quando aveva letto per la prima volta le istruzioni, la notte in cui aveva assunto la carica di tai-pan. Aveva sempre creduto che il cugino Kelly – figlio maggiore dell’ultimogenita di Hag Struan, Rose – fosse morto di colera durante una delle grandi epidemie che spazzavano perpetuamente l’Asia.
Hag Struan aveva narrato altre mostruosità. “Nel 1894, l’anno più terribile, mi fu portata la seconda delle monete di Jin-qua. Fu l’anno che la peste, la peste bubbonica, giunse a Hong Kong. Tra i nostri cinesi pagani, i moribondi si contavano a decine di migliaia. Anche la nostra popolazione fu egualmente devastata, e la peste colpì ovunque, la cugina Hannah e tre figli, due dei figli di Chen-chen, cinque nipoti. La leggenda aveva predetto che la peste bubbonica sarebbe stata portata dal vento. Altri pensavano che fosse la maledizione di Dio, oppure come la malaria, l’‘aria cattiva’ di Happy Valley. Poi il miracolo! I medici ricercatori giapponesi Vitasato e Aoyama che portammo a Hong Kong isolarono il bacillo della peste e dimostrarono che il contagio era portato dalle pulci e dai ratti, e che l’igiene e l’eliminazione dei ratti avrebbero liquidato per sempre la maledizione. L’orrenda collina di Tai-ping Shan, di proprietà di Gordon – Gordon Chen, figlio del mio amato tai-pan – dove vivevano quasi tutti i nostri pagani, era un calderone fetido, putrido, sovraffollato, infestato dai ratti, un focolaio di tutte le pestilenze, e per quanto le autorità pregassero, ordinassero e minacciassero, i superstiziosi abitanti non volevano credere e non facevano nulla per migliorare la loro sorte, sebbene continuassero a morire. Persino Gordon, che ormai era un vecchio sdentato, non poteva far nulla… si strappava i capelli al pensiero delle pigioni perdute, e risparmiava le sue energie per le quattro giovani donne della sua casa.
“Nel fetore della tarda estate, quando sembrava che la colonia fosse di nuovo spacciata, e i morti aumentavano ogni giorno, feci incendiare di notte Tai-ping Shan, l’intera, mostruosa, fetida montagna. Il fatto che alcuni abitanti morissero nell’incendio ricade sulla mia coscienza, ma senza il fuoco purificatore la colonia sarebbe stata condannata, e sarebbero morte altre centinaia di migliaia di persone. Io feci incendiare Tai-ping Shan, ma così facendo tenni fede a Hong Kong. Tenni fede al Legato. E tenni fede alla seconda delle mezze monete.
“Il venti aprile un uomo chiamato Chiang Wu-tah presentò la mezza moneta al mio caro giovane cugino, Dirk Dunross, terzo tai-pan, il quale la portò a me, non conoscendo il segreto delle monete. Mandai a chiamare l’uomo Chiang, che parlava inglese. Il favore che chiedeva era che la Nobil Casa accordasse immediato asilo e soccorso a un giovane cinese educato in Occidente, un rivoluzionario chiamato Sun Yat-sen; che aiutassimo questo Sun Yat-sen con vari fondi, e che continuassimo ad aiutarlo, al limite del nostro potere, finché fosse vissuto nella sua lotta per rovesciare la dinastia mancese, la dinastia straniera della Cina. Sostenere un rivoluzionario contro la dinastia regnante della Cina, con la quale avevamo rapporti cordiali e dalla quale dipendeva gran parte del nostro commercio e dei nostri introiti, era contro i miei princìpi, e in apparenza contro gli interessi della Casa. Dissi di no, non avrei contribuito a rovesciare l’imperatore. Ma Chiang Wu-tah disse: ‘Questo è il favore richiesto alla Nobil Casa.’
“E così fu fatto.
“A grande rischio, fornii i fondi e la protezione. Il mio caro Dirk Dunross portò di nascosto il dottor Sun da Canton alla colonia, e da qui all’estero, in America. Io avrei voluto che il dottor Sun accompagnasse il giovane Dirk in Inghilterra… partì con la marea, al comando del nostro vapore Sunset Cloud. Fu la settimana in cui avrei voluto cedergli il potere come vero tai-pan, ma lui disse: ‘No, solo al mio ritorno.’ Non ritornò più. Lui e tutti gli uomini morirono in mare, nell’oceano Indiano. Oh, quale perdita tremenda per me, per noi!
“Ma la morte fa parte della vita, e noi vivi abbiamo il nostro dovere da compiere. Non so ancora a chi dovrò lasciare il potere. Doveva essere Dirk Dunross, che portava il nome di suo nonno. I suoi figli sono troppo giovani, nessuno dei Cooper o dei deVille è qualificato, Daglish è un possibile candidato, nessuno dei MacStruan è ancora pronto. Forse Alastair Struan, ma in lui c’è una debolezza che gli viene da Robb Struan.
“Non mi vergogno di confessare a te, futuro tai-pan, che sono mortalmente stanca. Tuttavia non sono ancora pronta a morire. Prego Dio di darmi la forza per qualche anno ancora. Non c’è nessuno della mia discendenza o della discendenza del mio amato Dirk Struan che sia degno del potere. E ora c’è questa Grande Guerra di cui debbo vedere la conclusione, la Casa da ricostruire, la nostra flotta mercantile da ricreare… finora gli U-boat tedeschi hanno affondato trenta delle nostre navi, quasi l’intera flotta. Sì, e c’è il favore della seconda moneta da adempiere. Questo dottor Sun Yat-sen deve essere sostenuto fino a quando morirà, e lo sarà, perché possiamo mantenere la nostra faccia in Asia…”
E l’abbiamo fatto, pensò Dunross. La Nobil Gasa lo ha sostenuto in tutte le sue difficoltà, persino quando cercò di allearsi con la Russia sovietica, fino alla sua morte nel 1925, e Ciang Kai-scek, il suo luogotenente addestrato dai sovietici, prese il suo posto e lanciò la Cina verso il futuro… fino a quando il suo vecchio alleato ma antico nemico Mao Tse-tung gli sottrasse il futuro per salire sul Trono del Drago a Pechino con le mani sporche di sangue, primo di una nuova dinastia.
Dunross estrasse un fazzoletto e si asciugò la fronte.
L’aria nel sotterraneo era secca e polverosa e lo fece tossire. Aveva le mani sudate, e un brivido gli scorreva lungo la schiena. Frugò meticolosamente sul fondo della cassetta metallica e prese il sigillo della compagnia, di cui avrebbe avuto bisogno durante il weekend se l’accordo con la Royal Belgium e la First Central fosse andato in porto. Se si concluderà, dovrò indubbiamente a Casey più di un favore, si disse.
Il cuore gli diede un tuffo, e non seppe resistere all’impulso di accertarsi. Con estrema cautela, sollevò il doppio fondo segreto della cassetta di sicurezza. Nei cinque centimetri di spazio, lì sotto, c’erano otto fascicoli dalle copertine azzurre, i veri fascicoli di Grant. Quelli che aveva consegnato a Sinders pochi minuti prima venivano dal pacco sigillato che Kirk e sua moglie gli avevano portato il giorno prima… otto fascicoli falsificati e una lettera: “Tai-pan, sono terribilmente preoccupato, e temo che lei e io siamo stati traditi, e che le informazioni contenute nei precedenti fascicoli possano cadere in mani sbagliate. I fascicoli acclusi sono molto simili e non sono pericolosi. In essi sono stati omessi i nomi e le informazioni vitali. Potrà consegnare questi, se verrà costretto a farlo, ma soltanto in questo caso. In quanto agli originali, dovrebbe distruggerli dopo aver visto Riko. Certe pagine contengono scritte in inchiostro invisibile. Riko le darà la chiave. La prego di perdonare queste tattiche diversive, ma lo spionaggio non è una cosa per bambini: è mortale, nel presente e nel futuro. La nostra amata Gran Bretagna è piena di traditori, e il male si aggira sulla terra. Per essere franco, la libertà è assediata come non era mai avvenuto nel corso della storia. La prego di emulare il suo illustre antenato. Lui si batté per la libertà di commerciare, di vivere e di praticare la religione. Mi dispiace, ma non credo che sia morto in una tempesta. Non sapremo mai la verità, ma credo che sia stato assassinato, come lo sarò io. Non si preoccupi, mio giovane amico, ho fatto il mio dovere, in vita mia. Ho piantato parecchi chiodi nella bara del nemico, più della mia parte… le chiedo di fare altrettanto.”
La lettera era firmata: “Con ossequi.”
Povero diavolo, pensò tristemente Dunross.
Il giorno prima aveva portato di nascosto i fascicoli contraffatti nel sotterraneo, riponendo gli originali nell’altra cassetta. Avrebbe voluto distruggere gli originali, ma non poteva farlo senza pericolo, e comunque doveva attendere di incontrarsi con la giapponese. E più sicuro lasciarli dove sono per il momento, si disse. Ho tutto il tem…
All’improvviso sentì lo sguardo. La sua mano guizzò verso l’automatica. Quando l’ebbe stretta fra le dita, si girò. Gli parve che lo stomaco si rivoltasse. Crosse lo stava osservando. E Johnjohn. Erano sulla soglia del sotterraneo.
Dopo un attimo, Crosse disse: “Volevo solo ringraziarla per la collaborazione, Ian. Il signor Sinders e io gliene siamo molto grati.”
Dunross sospirò di sollievo. “Bene. Lieto di essere stato utile.” Cercando di mostrarsi disinvolto, lasciò ricadere l’automatica. Il doppio fondo ricadde silenziosamente. Vide che Crosse lo scrutava, ma scrollò le spalle. Dal punto dove stava, il sovrintendente non poteva aver visto i fascicoli autentici. Dunross benedisse la sorte che gli aveva evitato di estrarne uno per sfogliarlo. Richiuse con noncuranza la cassetta e riprese a respirare. “Si soffoca veramente qui dentro, no?”
“Sì. Ancora grazie, Ian.” Crosse se ne andò.
“Come hai aperto quella cassetta?” chiese freddamente Johnjohn.
“Con una chiave.”
“Due chiavi, Ian. È contro i regolamenti.” Johnjohn tese la mano. “Posso avere quella che appartiene a noi, per favore?”
“Dolente, vecchio mio” disse calmissimo Dunross. “Non appartiene a voi.”
Johnjohn esitò. “Abbiamo sempre sospettato che avessi un duplicato della chiave generale. Paul ha ragione in una cosa: hai troppo potere, consideri tua questa banca, tuoi i nostri fondi, tua la colonia.”
“Abbiamo avuto una lunga e felice collaborazione, e solo in questi ultimi anni, da quando Paul Havergill ha acquistato un certo potere, io ho avuto difficoltà, io personalmente e la mia Casa. Ma c’è di peggio: Havergill è troppo antiquato, e ho votato contro di lui per questa sola ragione. Tu no, tu sei moderno. Sarai più imparziale, lungimirante, meno emotivo.”
Johnjohn scrollò la testa. “Ne dubito. Se mai diventerò il tai-pan della banca, farò in modo che sia interamente di proprietà degli azionisti, e controllata dal consiglio d’amministrazione nominato da loro.”
“È già così. Noi siamo proprietari del 21 per cento della banca.”
“Eravate proprietari del 21 per cento. Ma le azioni sono state date in garanzia del tuo fondo rotativo, che probabilmente non verrà mai rimborsato. Inoltre, il 21 per cento non è il pacchetto di controllo, grazie a Dio.”
“Lo è, quasi.”
“È appunto quel che intendevo.” La voce di Johnjohn era metallica. “È pericoloso per la banca, molto pericoloso.”
“Io non lo credo.”
“Io sì. Rivoglio l’11 per cento.”
“Niente da fare, vecchio mio.”
“Quando sarò io il tai-pan, vecchio mio, l’avrò con le buone o con le cattive.”
“Vedremo.”
“Quando sarò il tai-pan, introdurrò molti cambiamenti. Cambierò tutte queste serrature, per esempio. Non ci saranno chiavi generali di proprietà privata.”
“Vedremo.” Dunross sorrise.
A Kowloon, Bartlett saltò dal molo sul motor cruiser ondeggiante e aiutò Orlanda. Automaticamente, lei si tolse scalciando le scarpe dai tacchi alti per non scalfire lo splendido ponte di teak.
“Benvenuto a bordo del Sea Witch, signor Bartlett. Buonasera, Orlanda” disse Gornt con un sorriso. Era al timone, e subito fece segno al marinaio di sciogliere gli ormeggi dal molo che era vicino al terminal dei traghetti. “Sono lieto che abbia accettato il mio invito a cena, signor Bartlett.”
“Non sapevo di essere stato invitato fino a quando me l’ha detto Orlanda mezz’ora fa… ehi, ma è una barca magnifica!”
Giovialmente, Gornt accese i motori, facendo indietreggiare adagio il motor cruiser. “Fino a un’ora fa non sapevo che sareste andati a cena da soli. Ho pensato che lei non aveva mai visto il porto di Hong Kong di notte, e ho deciso di modificare il suo programma. C’era un paio di cose che volevo discutere privatamente, così ho chiesto a Orlanda se potevo permettermi di invitarla.”
“Spero non sia stato un disturbo venire fino a Kowloon.”
“Nessun disturbo, signor Bartlett. È normale venire qui a prendere gli ospiti.” Gornt sorrise, pensando a Orlanda e a tutte le altre che aveva preso a bordo a quel molo di Kowloon, in tutti quegli anni. Con destrezza, fece allontanare a ritroso il battello dal molo presso il terminal del Golden Ferry, dove le onde sferzavano pericolosamente il molo. Regolò le leve avanti mezza e girò il timone verso tribordo per tenersi nelle Vic d’acqua, su una rotta verso ovest.
Il motor cruiser era lungo ventun metri, agile, elegante, scintillante e maneggevole come un motoscafo. Erano sul ponte di comando, tutto a vetri, aperto verso poppa, con i tendoni tesi che schioccavano nella brezza. Gornt indossava rozzi abiti da marinaio, una giacca leggera e un berretto con lo stemma dello yacht club. L’abbigliamento e la barba nera screziata di grigio gli si addicevano. Ondeggiava leggermente con il movimento della barca, a suo agio.
Bartlett l’osservava: anche lui era a suo agio, con i mocassini e la maglietta. Orlanda gli stava accanto, e lui la sentiva, sebbene non sì toccassero. Lei portava un abito da sera lungo, con i calzoni, e uno scialle per proteggersi dal fresco, e si lasciava cullare dal mare, disinvolta, con il vento nei capelli, più piccola senza le scarpe.
Bartlett guardò a prua, il porto, i traghetti, le giunche, le navi di linea e la mole immensa, grigia, della portaerei nucleare, con i ponti illuminati dai riflettori e la bandiera che svolazzava orgogliosamente. Un jet salì sibilando nel cielo notturno, dal Kai Tak, mentre altri aerei si avvicinavano a Kowloon.
Da quel punto non poteva vedere l’aeroporto e il suo aereo, ma sapeva dov’era parcheggiato. Quel pomeriggio l’aveva visitato, con l’autorizzazione della polizia, per controllare e prendere documenti e provviste.
Orlanda lo toccò casualmente e Bartlett la guardò. Lei gli rivolse un sorriso che gli riscaldò il cuore.
“Magnifico, no?”
Lei annuì, felice. Non era necessario che rispondesse. Entrambi sapevano.
“Davvero” disse Gornt, pensando che Bartlett parlasse con lui, e si voltò a guardarlo. “È magnifico navigare di notte, con la propria barca. Andremo verso ovest, poi quasi direttamente a sud, girando intorno a Hong Kong… circa tre quarti d’ora.” Chiamò con un cenno il capitano che era lì vicino, uno sciangaiese agile e taciturno, vestito di bianco.
“Shey-shey” grazie, disse l’uomo, prendendo il timone.
Gornt indicò le seggiole a poppa, intorno a un tavolo. “Prego.” Lanciò un’occhiata a Orlanda. “Sei molto carina, Orlanda.”
“Grazie” disse lei.
“Non hai troppo freddo?”
“Oh, no, Quillan, grazie.”
Uno steward in livrea salì sul ponte, portando un vassoio con canapés caldi e freddi. Nel secchiello del ghiaccio, accanto al tavolo, c’era una bottiglia già aperta di vino bianco, quattro bicchieri, due lattine di birra americana e qualche bottiglietta di bibite analcoliche. “Cosa posso offrirle, signor Bartlett?” chiese Gornt. “Il vino è Frascati, ma ho saputo che preferisce la birra gelata in lattina.”
“Questa sera, Frascati… la birra più tardi.”
“Orlanda?”
“Vino, per favore, Quillan” disse lei, calma, sapendo che lui sapeva che preferiva il Frascati a ogni altro vino. Dovrò essere molto prudente, questa sera, pensò, molto forte e molto prudente e molto furba. Aveva accettato subito la proposta di Gornt perché anche lei amava il mare di notte, e il ristorante era uno dei suoi preferiti, anche se le avrebbe fatto più piacere restare sola con Linc Bartlett. Ma era chiaramente un… No, pensò, correggendosi. Non era un ordine, era una richiesta. Quillan è dalla mia parte. E questa volta, lui e io abbiamo un obiettivo in comune: Linc. Oh, come mi piace, Linc!
Quando lo guardò, vide che lui stava osservando Gornt. Il cuore le batté più forte. Ricordò la volta che Gornt l’aveva portata in Spagna e lei aveva visto un mano a mano. Sì, questi due uomini sono come matadores, questa sera. So che Quillan mi desidera ancora, qualunque cosa dica. Gli sorrise, eccitata. “Il vino va benissimo.”
Sul ponte era piuttosto buio, l’illuminazione era discreta, intima. Lo steward versò; il vino, come sempre, era ottimo, delicato, secco e inebriante. Bartlett aprì una borsa da viaggio che aveva portato. “È una vecchia usanza americana, portare un dono la prima volta che si visita una casa… credo che questa sia come una casa.” Posò sul tavolo la bottiglia di vino.
“Oh, è stato molto gen…” Gornt s’interruppe. Prese con delicatezza la bottiglia, la fissò, poi si alzò e la guardò controluce. Tornò a sedere. “Non è un dono, signor Bartlett: questa è magia in bottiglia. Quasi non credevo ai miei occhi.” Era uno Château Margaux, uno dei grandi rossi premier cru del Médoc, nella provincia di Bordeaux. “Non ho mai avuto il ’49. È stato un anno di sogno per i rossi. Grazie. Mille grazie.”
“Orlanda mi ha detto che lei preferisce il rosso al bianco, ma ho pensato che forse avremmo mangiato pesce.” Bartlett posò la seconda bottiglia accanto alla prima, con un gesto disinvolto.
Gornt lo fissò. Era uno Château Haut-Brion. Nelle buone annate, il rosso Château Haut-Brion reggeva il confronto con tutti i grandi Médoc, ma il bianco – secco, delicato e poco noto a causa della sua rarità – era considerato uno dei migliori Bordeaux bianchi. Era del ’55.
Gornt sospirò. “Se conosce così bene i vini, signor Bartlett, perché beve birra?”
“Mi piace la birra con la pasta, signor Gornt… e prima di pranzo. Ma il vino con i secondi.” Bartlett sorrise. “Martedì prossimo, berremo birra con la pasta, poi Frascati o Verdicchio o Casale Umbro con… con che cosa?”
“La piccata?”
“Magnifico” disse Bartlett, che non voleva altre piccate che quelle di Orlanda. “È il mio piatto preferito.” Continuò a fissare Gornt e non guardò Orlanda, ma sapeva che lei aveva capito. Sono contento di averla messa alla prova, pensò.
“Oh, ti sei divertito?” gli aveva chiesto lei, quando era andata a prenderlo quella mattina all’alberghetto di Sunning Road. “Oh, lo spero tanto, Linc, tesoro.”
L’altra ragazza era bella, ma lui non aveva provato altra sensazione che la libidine, e la soddisfazione dell’accoppiamento era stata minima. L’aveva detto a Orlanda.
“Oh, allora è colpa mia. Abbiamo scelto male” aveva detto lei, rattristandosi.
“Questa sera andremo a cena e poi proveremo altrove.”
Involontariamente, Bartlett sorrise e la guardò. La brezza marina la rendeva più bella. Poi notò che Gornt li osservava. “Stasera mangiamo pesce?”
“Oh, sì. Orlanda, hai parlato al signor Bartlett di Pok Liu Chau?”
“No, Quillan, gli ho detto solo che eravamo stati invitati per un giro in barca.”
“Bene. Non sarà un banchetto, ma là il pesce è ottimo, signor Bartlett. Si può sce…”
“Perché non mi chiama Linc e non lascia che io la chiami Quillan? Quel ‘signore’ mi fa venire l’indigestione.”
Risero tutti. Gornt disse: “Linc, con il suo permesso, questa sera non apriremo le sue bottiglie. La cucina cinese non è fatta per questi grandi vini, non si armonizzano bene. Posso tenerli per la cena di martedì?”
“Naturalmente.”
Vi fu un breve silenzio, nel rombo smorzato dei motori diesel. Intuendo immediatamente che Gornt voleva restare solo con Bartlett, Orlanda si alzò con un sorriso. “Scusatemi un secondo. Voglio incipriarmi il naso.”
“Usa le cabine anteriori, la scaletta di prua, Orlanda” disse Gornt, guardandola.
“Grazie” disse lei, e se ne andò, un po’ lieta e un po’ offesa. Le cabine anteriori erano per gli ospiti. Lei sarebbe scesa automaticamente dalla prima scaletta, per andare nella toelette della camera padronale… la camera che un tempo era la loro. Non importa. Il passato è passato, e adesso c’è Linc, pensò, avviandosi verso prua.
Bartlett sorseggiò il vino, chiedendosi perché Orlanda avesse esitato un momento. Si concentrò su Gornt. “Quante persone possono dormire a bordo?”
“Dieci, comodamente. C’è un equipaggio regolare di quattro persone… il capitano-macchinista, un marinaio, il cuoco e lo steward. Dopo gliela farò visitare, se vuole.” Gornt accese una sigaretta. “Non fuma?”
“No. No, grazie.”
“Possiamo navigare per una settimana senza rifornirci di carburante. Se fosse necessario. Sempre d’accordo per concludere il nostro accordo martedì?”
“È sempre il giorno decisivo.”
“Ha cambiato idea? Sulla Struan?”
“Lunedì si deciderà la battaglia. Lunedì alle tre del pomeriggio. Quando chiuderà la Borsa, lei avrà vinto o perso contro Ian, e saremo di nuovo al punto di partenza.”
“Questa volta no. È rovinato.”
“Sicuro come l’oro, sembra che sia proprio così.”
“Andrà egualmente a Taipei con lui?”
“I piani non sono cambiati.”
Gornt trasse una lunga boccata dalla sigaretta. Controllò con gli occhi l’assetto del motor cruiser. Ormai erano nel canale. Si alzò, si accostò per un momento al capitano, ma anche il capitano aveva visto la piccola giunca a luci spente, più avanti, e la evitò senza difficoltà. “Avanti tutta” disse Gornt, e tornò indietro. Riempì di nuovo i bicchieri, scelse un dim sum fritto e guardò l’americano. “Linc, posso essere franco?”
“Sicuro.”
“Orlanda.”
Bartlett socchiuse gli occhi. “Allora?”
“Come probabilmente sa già, io e lei eravamo buoni amici. Ottimi amici. Hong Kong è una città molto pettegola, e lei sentirà voci di ogni genere; ma siamo ancora amici, anche se non siamo più insieme da tre anni.” Gornt lo scrutò, sotto le irsute sopracciglia brizzolate. “Volevo solo dir questo: non voglio che soffra.” I denti balenarono in un sorriso, nella luce della lampada sopra il tavolo. “È una cara persona, la migliore compagna che si possa trovare.”
“Sono d’accordo.”
“Mi scusi, non voglio essere noioso, desideravo solo chiarire tre cose, da uomo a uomo. Questa era la prima. La seconda è che Orlanda è la donna più discreta che abbia mai conosciuto. La terza è che non ha nulla a che vedere con gli affari… non mi sto servendo di lei, non è un premio né un’esca né niente del genere.”
Bartlett lasciò che il silenzio si protraesse. Poi annuì. “Certo.”
“Non mi crede?”
Bartlett rise. “Diavolo, Quillan, siamo a Hong Kong! Mi sento un pesce fuor d’acqua. Non so neppure se Pok Liu Chau è il nome del ristorante, un quartiere di Hong Kong o se è nella Cina comunista.” Bevve il vino, apprezzandolo. “In quanto a Orlanda, è magnifica, e lei non ha motivo di preoccuparsi. Ho capito.”
“Spero non le dispiaccia che io ne abbia parlato.”
Bartlett scrollò il capo. “Ha fatto bene.” Esitò poi, dato che l’altro si mostrava così aperto, decise di parlar chiaro. “Orlanda mi ha detto della bambina.”
“Bene.”
“Perché ha aggrottato la fronte?”
“Mi sorprende che gliene abbia parlato. Orlanda deve avere una grande simpatia per lei.”
Bartlett sentì la forza degli occhi che lo scrutavano, e cercò di capire se mostravano un’ombra di invidia. “Lo spero. Mi ha detto che è stato molto generoso con lei, dopo che vi siete lasciati. E con i suoi.”
“Sono persone a posto. È difficile in Asia tirar su cinque figli, tirarli su bene. La nostra compagnia ha sempre aiutato le famiglie, nella misura del possibile.” Gornt centellinò il vino. “La prima volta che vidi Orlanda aveva dieci anni. Un sabato alle corse, a Sciangai. Allora, tutti indossavano gli abiti migliori e passeggiavano sul paddock. Era la sua prima uscita ufficiale. Il padre era un direttore della nostra divisione armatoriale… un brav’uomo, Eduardo Ramos, terza generazione a Macao, e sua moglie una sciangaiese purosangue. Ma Orlanda…” Gornt sospirò. “Orlanda era la bambina più graziosa che avessi mai veduto. Era vestita di bianco… Non ricordo di averla più vista, dopo, fino a quando tornò, al termine dei suoi studi. Allora aveva quasi diciotto anni e… ecco, m’innamorai pazzamente di lei.” Gornt alzò lo sguardo dal bicchiere. “Non so dirle quanto mi sentivo fortunato, in tutti gli anni passati con lei.” I suoi occhi s’indurirono. “Le ha detto come ho rovinato l’uomo che l’aveva sedotta?”
“Sì.”
“Bene. Allora sa tutto.” Gornt aggiunse, con grande dignità: “Volevo solo dirle queste tre cose.”
Bartlett provò un improvviso senso di simpatia. “Capisco.” Si tese, per accettare ancora un po’ di vino. “Perché non lasciamo le cose come stanno? Martedì prossimo tutti i debiti e le amicizie verranno cancellati e ripartiremo da zero. Tutti noi.”
“Nel frattempo, lei da che parte sta?” chiese Gornt, con un gran sorriso.
“Per quanto la riguarda, sono decisamente per l’attacco!” disse pronto Bartlett. “Per l’insediamento della Par-Con in Asia? Sono a mezza strada. Aspetto il vincitore. Preferisco lei, e spero che esca vincitore, ma aspetto.”
“Non è la stessa cosa?”
“No. Avevo stabilito chiaramente le regole per l’attacco. Avevo detto che l’attacco era un’operazione unica, irripetibile.” Bartlett sorrise. “Sicuro, Quillan, sono con lei al cento per cento nell’attacco… non le ho messo a disposizione i 2 milioni senza sigillo, senza impegni scritti, solo una stretta di mano?”
Dopo una pausa, Gornt disse: “A Hong Kong, qualche volta una stretta di mano è più importante. Non ho le cifre esatte ma così, a occhio, abbiamo guadagnato fra i 24 e i 30 milioni di dollari di Hong Kong.”
Bartlett alzò il bicchiere. “Alleluia! Ma intanto, come va l’assalto agli sportelli delle banche? In che misura influirà su di noi?”
Gornt aggrottò la fronte. “Non credo che influirà. La nostra Borsa è molto volubile, ma la Blacs e la Victoria sono solide, indistruttibili, e il governo deve sostenerle entrambe. Secondo una voce, il governatore ordinerà di tenere chiuse le banche lunedì e per tutto il tempo necessario… è solo questione di tempo, prima che siano disponibili i liquidi per bloccare la crisi di sfiducia. Nel frattempo, parecchi si bruceranno e parecchie banche finiranno male, ma questo non dovrebbe influire sul nostro piano.”
“Quando ricomprerà?”
“Dipende da quando lei scaricherà la Struan.”
“Andrebbe bene lunedì a mezzogiorno? Così prima della chiusura della Borsa, ci sarà tutto il tempo per comprare, per lei e per i suoi prestanome, quando la notizia si diffonderà e le azioni precipiteranno ancora.”
“Magnifico. I cinesi si basano molto sulle voci, quindi la Borsa può passare dal boom al crack o viceversa con estrema facilità. A mezzogiorno andrà benissimo. Lo farà a Taipei?”
“Sì.”
“Avrò bisogno di un telex di conferma.”
“Glielo darà Casey.”
“Casey lo sa? Del piano?”
“Sì. Adesso lo sa. Quante azioni le occorrono per avere il controllo?”
“È un’informazione che dovrebbe avere lei.”
“Ma è l’unico pezzo mancante.”
“Quando compreremo, avremo quanto basta per darci almeno tre seggi nel consiglio di amministrazione, e Ian sarà finito. Quando saremo nel consiglio, la Struan sarà in nostro potere; e poi, molto presto, opererò la fusione della Struan con la Rothwell-Gornt.”
“E sarà il tai-pan della Nobil Casa.”
“Sì.” A Gornt brillarono gli occhi. Riempì di nuovo i bicchieri. “Salute!”
“Salute!”
Bevvero, soddisfatti dell’accordo. Ma in fondo, nessuno dei due si fidava dell’altro. Entrambi erano ben lieti di avere pronti piani di riserva… in caso di necessità.
Torvi in volto, i tre uomini uscirono da Government House e salirono sulla macchina di Crosse. Crosse guidava. Sinders era seduto al suo fianco, Rosemont sul sedile posteriore, e tutti e due tenevano strette le copie dei fascicoli di Grant che non avevano ancora letto. La notte era buia, il cielo coperto, e il traffico era più intenso del solito.
Rosemont disse: “Credete che il governatore leggerà gli originali prima di strapparli?”
“Io lo farei” rispose Sinders, senza voltarsi.
“Sir Geoffrey è troppo intelligente per farlo” disse Crosse. “Non strapperà gli originali prima che la sua copia sia al sicuro nelle mani del ministro, nell’eventualità che lei non arrivi a destinazione. Ma è troppo intelligente per leggere qualcosa che potrebbe causare imbarazzo al plenipotenziario di Sua Maestà e quindi al governo.”
Un altro silenzio.
Poi, incapace di trattenersi, Rosemont chiese freddamente: “E Metkin? Eh? Dove è stato combinato il guaio, Rog?”
“A Bombay. L’aereo deve essere stato sabotato là, se si è trattato di sabotaggio.”
“Dio santo, Rog, deve essere così. Naturalmente, qualcuno è stato avvertito. Dov’è la falla? È ancora la vostra maledetta talpa?” Rosemont attese, ma gli altri due non risposero. “E l’Ivanov, Rog? Ha intenzione di sequestrarla e di perquisirla di sorpresa?”
“Il governatore si è consultato con Londra, dove ritengono poco consigliabile creare un incidente.”
“Cosa diavolo sanno quegli imbecilli?” ribatté rabbiosamente Rosemont. “È una nave spia, santo cielo! Scommetto 50 dollari contro uno spillo rotto che potremmo mettere le mani sui codici in uso, i migliori strumenti di sorveglianza dell’Unione Sovietica e cinque o sei esperti del KGB. Eh?”
“Lei ha ragione, naturalmente, signor Rosemont” disse Sinders con voce tesa. “Ma non possiamo farlo, senza la necessaria approvazione.”
“E allora lasciate che io e i miei rag…”
“Assolutamente no!” Irritato, Sinders estrasse le sigarette. Il pacchetto era vuoto. Crosse offrì il suo.
“Quindi gliela lascerete passare?”
“Domani inviterò al quartier generale il comandante, Suslev, e gli chiederò spiegazioni” disse Sinders.
“Mi piacerebbe essere presente.”
“Ci penserò.”
“Riceverà l’approvazione ufficiale prima delle nove di domattina.”
Sinders scattò: “Mi dispiace, signor Rosemont, ma se voglio posso ignorare qualunque direttiva dei suoi superiori, finché sono qui.”
“Ma siamo alleati, per Dio!”
Crosse disse seccamente: “E allora perché ha fatto l’incursione al numero 32 delle Sinclair Towers senza che nessuno glielo chiedesse?”
Rosemont, con un sospiro, glielo spiegò.
Sinders sbirciò pensosamente Crosse, poi si voltò verso Rosemont. “Chi le aveva detto che era un ‘rifugio’ del nemico, signor Rosemont?”
“Abbiamo una vasta rete d’informatori. È stata una segnalazione. Non posso dirle chi è stato, ma se vuole, riceverà le copie delle impronte digitali trovate sul bicchiere.”
Sinders disse: “Ci sarebbero molto utili. Grazie.”
“Ma questo non l’assolve da un’incursione avventata e non autorizzata” disse freddamente Crosse.
“Mi sono già scusato, okay?” Rosemont s’irritò e strinse i denti. “Tutti commettiamo errori. Come Philby, Burgess e Maclean! A Londra sono tanto furbi, eh? Noi abbiamo saputo che avete un quarto uomo… ancora più in alto, altrettanto ben piazzato, e occupatissimo a ridere di voi.”
Crosse e Sinders trasalirono e si scambiarono un’occhiata. Poi Sinders si girò. “Chi?”
“Se lo sapessi, l’avrebbero già beccato. Philby si è portato via tanta roba nostra che ci è costato milioni riorganizzarci e rifare i codici.”
Sinders disse: “Mi scuso per la faccenda di Philby. Sì, nel suo caso abbiamo fatto una pessima figura.”
“Tutti facciamo errori, e l’unico peccato è l’insuccesso, giusto? Se ieri notte avessi beccato un paio di agenti nemici, adesso mi fareste i complimenti. E invece ho fallito. Ho chiesto scusa, okay? La prossima volta domanderò prima l’autorizzazione, okay?”
Crosse disse: “Non lo farà, ma ci risparmierebbe un sacco di dispiaceri se lo facesse.”
“Che cosa ha saputo del quarto uomo?” chiese Sinders, pallidissimo. La barba lunga lo faceva sembrare più sporco di quanto fosse in realtà.
“Il mese scorso abbiamo scoperto un’altra organizzazione comunista, negli Stati Uniti. Merda, sono come gli scarafaggi. La cellula era formata da quattro individui, due a New York, due a Washington. Il tizio di New York era Ivan Egorov, un altro funzionario della segreteria delle Nazioni Unite.” Rosemont aggiunse, rabbiosamente: “Gesù, perché i nostri non aprono gli occhi e non si accorgono che l’ONU brulica di agenti nemici, ed è la migliore arma dei sovietici da quando ci hanno rubato la stramaledetta bomba? Abbiamo pescato Ivan Egorov e sua moglie Alexandra mentre passavano segreti industriali. I tizi di Washington avevano assunto i nomi di due cittadini americani che erano morti: un prete cattolico e una donna del Connecticut. Quei quattro bastardi erano collegati a un funzionario dell’ambasciata sovietica, un addetto che era il loro controllore. Lo abbiamo sorpreso in flagrante mentre cercava di convincere uno della CIA a spiare per loro. Sicuro. Ma prima di rispedirlo fuori dagli Stati Uniti, lo abbiamo spaventato quanto bastava perché rivelasse le coperture degli altri quattro. E uno di loro ci ha detto che Philby non era il pezzo più grosso, che c’era un quarto uomo.”
Sinders tossì e accese una sigaretta con il mozzicone di quella che aveva appena finito di fumare. “Che cos’ha detto? Esattamente?”
“Solo che la cellula di Philby era formata da quattro elementi. Il quarto è l’uomo che aveva convinto gli altri, il controllore della cellula, e il collegamento principale con i sovietici. A quanto si dice, è molto in alto, un VIP molto in alto.”
“Di che categoria? Politica? Ministero degli Esteri? Aristocrazia?”
Rosemont scrollò le spalle. “Un VIP molto in alto.”
Sinders lo fissò, poi si richiuse nel suo guscio. Crosse svoltò in Sinclair Road e si fermò al suo appartamento per fare scendere Sinders, poi proseguì fino al consolato, che si trovava presso Government House. Rosemont si fece consegnare una copia delle impronte digitali e poi condusse Crosse nel suo ufficio. Era un ufficio grande, ben fornito di liquori. “Scotch?”
“Vodka con una spruzzata di succo di limone” disse Crosse, adocchiando i fascicoli di Grant che Rosemont aveva deposto con noncuranza sulla scrivania.
“Salute.” Brindarono. Rosemont bevve una lunga sorsata di scotch. “Che cos’ha in mente, Rog? È tutto il giorno che si agita come un gatto su un tetto rovente.”
Crosse indicò i fascicoli con un cenno del capo. “Sono quelli. Voglio prendere la talpa. Voglio annientare il Sevrin.”
Rosemont aggrottò la fronte. “Okay” disse dopo un attimo, “vediamo di cosa si tratta.”
Prese il primo fascicolo, appoggiò i piedi sulla scrivania e cominciò a leggere. Impiegò appena un paio di minuti per finire, e poi lo passò a Crosse che lo lesse altrettanto rapidamente. Esaminarono in fretta tutti i dossier, uno a uno. Crosse chiuse l’ultimo e lo restituì. Accese una sigaretta.
“Il materiale è troppo vasto per fare commenti immediati” borbottò Rosemont in tono assente.
Crosse captò un significato sottinteso nel tono dell’americano, e si chiese se lo stesse mettendo alla prova. “C’è una cosa che balza agli occhi” disse, fissando Rosemont. “Questi non sono della stessa qualità dell’altro, quello che abbiamo intercettato.”
Rosemont annuì. “C’ero arrivato anch’io, Rog. Come se lo spiega?”
“Mi sembrano insipidi. Ci sono interrogativi d’ogni genere che restano senza risposta. Non si parla del Sevrin, e neppure della talpa.” Crosse si gingillò con la vodka, prima di finirla. “Sono piuttosto deluso.”
Rosemont ruppe il silenzio. “Quindi, quello che abbiamo intercettato era unico nel suo genere, diverso, scritto in modo diverso, oppure questi sono falsi o fasulli?”
“Sì.”
Rosemont esalò un respiro. “Il che ci riporta a Ian Dunross. Se questi sono falsi, lui è ancora in possesso di quelli autentici.”
“Sì. Materialmente, oppure li conosce a memoria.”
“Cosa intende dire?”
“Sembra che Dunross possieda una memoria fotografica. Può aver distrutto i fascicoli autentici e preparato questi, ma ricorda perfettamente gli altri.”
“Ah, e quindi sarebbe possibile farlo parlare se… se ci avesse imbrogliati.”
Crosse accese un’altra sigaretta. “Sì. Se i potenti decidessero che è necessario.” Alzò gli occhi verso Rosemont. “Naturalmente, un interrogatorio del genere sarebbe molto pericoloso, e potrebbe venire ordinato solo ai sensi della Legge sui Segreti di Stato.”
Il volto sciupato di Rosemont divenne ancora più torvo. “Allora devo buttarmi io?”
“No. Prima dobbiamo essere sicuri. Dovrebbe essere relativamente semplice.” Crosse lanciò un’occhiata al mobile bar. “Posso?”
“Sicuro. Io prendo un altro po’ di whisky.”
Crosse gli porse il bicchiere, dopo averlo riempito. “Le propongo un patto: lei collabora davvero, completamente, non fa nulla senza avvertirmi in anticipo, niente segreti, niente colpi di testa…”
“In cambio di che?”
Crosse sorrise a denti stretti ed estrasse alcune fotocopie. “Le piacerebbe influenzare o forse controllare addirittura certi aspiranti alla presidenza, o magari addirittura un’elezione?”
“Non la seguo.”
Crosse gli passò le lettere di Thomas K.K. Lim che Armstrong e i suoi uomini avevano scoperto due giorni prima nell’ufficio di Lo Dente di Coniglio. “Sembra che certe famiglie americane molto ricche e molto ben ammanigliate siano in combutta con certi generali per costruire diversi aeroporti, grandi ma assolutamente inutili, nel Vietnam, per interesse personale. Questo documenta come, quando e chi.” Crosse spiegò dove erano stati trovati gli incartamenti, e soggiunse: “Il senatore Wolf Tillman, quello che si trova qui adesso, non aspira alla presidenza? Immagino che sarebbe disposto a nominarla direttore della CIA, in cambio di questo materiale… se lei volesse consegnarglielo. Questi due documenti sono ancora più piccanti.” Crosse li posò sulla scrivania. “Provano come certi politicanti ben ammanigliati e le stesse famiglie citate prima hanno ottenuto dal Congresso l’autorizzazione a convogliare milioni di dollari in un programma truffaldino di aiuti al Vietnam. Sono già stati pagati 8 milioni.”
Rosemont lesse le lettere e sbiancò in viso. Prese il telefono. “Mi chiami Ed Langan.” Attese un momento, poi, di colpo, divenne paonazzo. “Non me ne frega niente!” gracchiò. “Si muova e mi mandi qui Ed, e subito.” Sbatté il ricevitore sulla forcella, bestemmiando, aprì un cassetto della scrivania, prese una boccetta di pillole e ne inghiottì tre. “Se continua così, non arriverò ai cinquant’anni” borbottò. “Rog, questo tizio, Thomas K.K. Lim… potremmo averlo?”
“Se riesce a trovarlo, faccia pure. È da qualche parte, in Sud America.” Crosse posò un altro foglio sulla scrivania. “Questo è il rapporto confidenziale dell’Anticorruzione. Non dovrebbe fare molta fatica a rintracciarlo.”
Rosemont lesse il documento. “Gesù.” Dopo una pausa, soggiunse: “Possiamo fare in modo che resti fra noi? Una cosa del genere farebbe saltare il tetto d’un paio di nostri monumenti nazionali.”
Certamente. Allora siamo d’accordo? Niente segreti, da una parte e dall’altra?”
“Okay.” Rosemont andò alla cassaforte e l’aprì. “Un favore ne merita un altro.” Trovò il fascicolo che cercava, estrasse alcuni fogli, rimise a posto il fascicolo e richiuse la cassaforte. “Ecco, queste sono fotocopie. Può tenerle.”
Le fotocopie erano intestate Freedom Fighter, e portavano la data di quel mese e del mese precedente. Crosse le lesse rapidamente, lanciando di tanto in tanto un fischio. Erano rapporti spionistici di ottima qualità. Riguardavano tutti Canton, gli avvenimenti che si erano svolti nell’importantissima capitale della provincia del Kwantung o nei dintorni: movimenti di truppe, promozioni, nomine ai presidi locali e nel partito comunista, inondazioni, carenze di generi alimentari, quantità e qualità dei materiali tedesco-orientali e cecoslovacchi esistenti nei magazzini. “Dove li ha avuti?” chiese.
“Abbiamo una cellula che opera a Canton. Quello è uno dei rapporti che riceviamo ogni mese. Ne vuole una copia?”
“Sì. Sì, grazie. Farò effettuare un riscontro attraverso le nostre fonti, per accertare se sono esatti.”
“Sono esatti, Rog. Naturalmente, mi raccomando il segreto, eh? Non voglio che i miei vengano presi come Fong-fong. Deve restare fra noi due, okay?”
“D’accordo.”
L’americano si alzò e tese la mano. “E… Rog, le chiedo scusa per quell’incursione.”
“Sì.”
“Bene. In quanto a quel Lim, lo troveremo.” Rosemont si stirò, stanco, andò a versarsi ancora da bere. “Rog?”
“No, grazie, devo andare” disse Crosse.
Rosemont puntò l’indice tozzo sulle lettere. “E grazie per queste. Già, grazie, ma…” S’interruppe. Era sul punto di piangere per la rabbia. “Qualche volta ho una tale nausea di quello che i nostri sono disposti a fare per il denaro, anche se si tratta di un maledetto mucchio d’oro, che vorrei morire. Capisce come voglio dire?”
“Oh, sì.” Crosse usò un tono di voce gentile, ma stava pensando: quanto sei ingenuo, Stanley!
Dopo un momento uscì, andò al comando di polizia e controllò le impronte digitali nei suoi schedari privati, poi risalì in macchina e si diresse verso West Point. Quando fu certo che nessuno lo seguisse, si fermò alla prima cabina telefonica e fece un numero. All’altro capo del filo, qualcuno sollevò il ricevitore. Non ci fu risposta, solo un respiro. Crosse fece un colpo di tosse secca, come quella di Arthur e parlò, imitando perfettamente la voce di Arthur. “Il signor Lop-sing, per favore.”
“Qui non c’è nessun signor Lop-ting. Mi dispiace, ha sbagliato numero.”
Soddisfatto, Crosse riconobbe Suslev. “Voglio lasciare un messaggio” disse, continuando il codice con la stessa voce che usavano al telefono lui e Jason Plumm, perché ritenevano utile fingere di essere entrambi Arthur, quando era necessario, per coprire meglio le loro vere identità.
Quando il codice fu completato, Suslev chiese: “Allora?”
Crosse sorrise a denti stretti, lieto di riuscire a ingannare Suslev. “Ho letto il materiale. L’ha letto anche il nostro amico.” Nostro amico era il nome in codice che Arthur usava per se stesso, Roger Crosse.
“Ah! E allora?”
“E allora riteniamo che sia eccellente.” Eccellente era una parola in codice che significava “contraffatto” o “falso”.
Una lunga pausa. “Quindi?”
“Il nostro amico può mettersi in contatto con lei sabato alle quattro?” Roger Crosse può mettersi in contatto con te stasera alle dieci, a uno dei numeri telefonici sicuri?”
“Sì. Grazie di avermi chiamato.” Sì. Messaggio compreso.
Crosse riagganciò.
Estrasse un’altra moneta e fece un altro numero.
“Pronto?”
“Pronto, Jason, sono Roger Crosse” disse in tono affabile.
“Oh, salve, sovrintendente, che piacevole sorpresa” rispose Plumm. “La nostra partita di bridge è sempre per domani?” Hai intercettato i fascicoli di Grant?
“Sì.” disse Crosse, poi aggiunse, disinvolto: “Ma anziché alle sei, possiamo fare alle otto?” Sì, ma siamo al sicuro, non c’erano nomi.
Un gran respiro di sollievo. Poi Plumm chiese: “Devo dirlo agli altri?” Ci incontriamo stasera come d’accordo?
“No, non occorre disturbarli stasera, possiamo farlo domani.” No. C’incontreremo domani.
“Benissimo. Grazie per la telefonata.”
Crosse ritornò sulla strada affollata. Soddisfatto, risalì in macchina e accese una sigaretta. Chissà cosa penserebbero Suslev e i suoi capi se sapessero che il vero Arthur sono io, e non Jason Plumm. Segreti e segreti e segreti, e Jason è l’unico a sapere chi è veramente Arthur!
Rise tra sé.
Al KGB andrebbero su tutte le furie. Non amano i segreti dei quali non sono a conoscenza. E sarebbero ancora più furiosi se sapessero che sono stato io a reclutare Plumm e a formare il Sevrin, e non viceversa.
Era stato tutto facile. Quando Crosse era nella Military Intelligence in Germania, alla fine della guerra, gli era stato riferito privatamente che Plumm, un esperto di segnalazioni, faceva funzionare una trasmittente clandestina per i sovietici. Entro un mese s’era incontrato con Plumm e aveva accertato che l’informazione era vera, ma la guerra era finita quasi subito. Perciò aveva accantonato quel dato per servirsene in futuro… per un baratto, o per il momento in cui avrebbe eventualmente deciso di cambiar bandiera. Nello spionaggio non puoi mai sapere quando ti raggirano o ti tradiscono o ti vendono in cambio di qualcosa o di qualcuno più prezioso. Hai sempre bisogno di possedere segreti da barattare, e più i segreti sono importanti e più sei protetto, perché non sai mai quando tu, o un superiore, o un subordinato commetterete l’errore che ti lascerà scoperto e impotente come una farfalla infilzata. Come Voranskij. Come Metkin. Come Dunross con i suoi fascicoli fasulli. Come Rosemont con il suo ingenuo idealismo. Come Gregor Suslev, con le impronte digitali sul bicchiere finite negli schedari della CIA, e quindi cacciato in una trappola scelta da me.
Crosse rise, rumorosamente. Rimise in moto la macchina e si inserì nel traffico. Cambiare bandiera e giocarli tutti uno contro l’altro rende eccitante la vita, pensò. Sì, i segreti rendono la vita davvero eccitante.