61.

Ore 21,45

Pok Liu Chau era un’isoletta a sudovest di Aberdeen, e la cena era la migliore cena cinese che Bartlett avesse mai assaggiato. Erano all’ottava portata, le ciotolette di riso. Per tradizione, il riso era l’ultima portata di un banchetto.

“Ma non devi mangiarlo, Linc!” rise Orlanda. “Serve a far capire il tuo ospite che sei pieno da scoppiare!”

“Puoi dirlo due volte, Orlanda! Quillan, è stato fantastico!”

“Sì, sì, davvero, Quillan” gli fece eco lei. “Hai scelto meravigliosamente.”

Il ristorante era situato a fianco di un piccolo molo, presso un villaggio di pescatori… era modesto, illuminato da lampadine senza paralume, con le tovaglie di tela cerata e sedie malconce e il pavimento con le piastrelle rotte. Dietro, in un vicolo, c’erano le vasche dove i pesci presi durante il giorno venivano offerti in vendita. Consigliati dal proprietario, avevano scelto quel che nuotava nelle vasche: scampi, calamari, gamberetti, aragoste, granchiolini e pesci di tutte le forme e di tutte le grandezze.

Gornt aveva discusso il menù con il proprietario, optando per i pesci che entrambi giudicavano accettabili. Erano tutti e due esperti, e Gornt era un cliente molto apprezzato. Poi si erano seduti a un tavolo nel patio, al fresco, e avevano bevuto birra tutti e tre, soddisfatti. Sapevano tutti che almeno durante la cena ci sarebbe stata una tregua.

Pochi minuti dopo era arrivato il primo piatto: montagne di succulenti gamberi fritti, freschissimi, deliziosi. Poi minuscoli polpi con aglio e zenzero e peperoncino e tutti i condimenti dell’Oriente. Poi ali di pollo fritte, accompagnate da sale marino, poi il grosso pesce bollito con soia e fette di cipolline verdi e zenzero; la guancia, la parte più delicata del pesce, era stata offerta a Bartlett, ospite d’onore. “Gesù, quando avevo visto questa topaia, scusate, questo locale, avevo pensato che voleste prendermi in giro.”

“Ah, mio caro amico” disse Gornt, “bisogna conoscere i cinesi. A loro non interessa l’ambiente, ma soltanto la cucina. Guarderebbero con sospetto un ristorante che sprecasse denaro in decorazioni e tovaglie e candele. Vogliono vedere quello che mangiano… per questo l’illuminazione è forte. I cinesi sanno mangiare. Come gli italiani. Amano ridere e mangiare e bere e ruttare…”

Avevano ordinato birra, tutti e tre. “Si accompagna meglio alla cucina cinese, anche se il tè cinese è meglio… è digestivo, e scioglie l’olio.”

“Perché sorridi, Linc?” chiese Orlanda, che era seduta tra i due uomini.

“Così, senza motivo. Certo, qui sanno mangiare. Ehi, questo cos’è?”

Orlanda scrutò il piatto di riso fritto, misto a vari tipi di pesce. “Calamaro.”

“Cosa?”

Gli altri risero e Gornt disse: “I cinesi sostengono che se il dorso è rivolto al cielo, è commestibile” Vogliamo andare?”

Appena furono ritornati a bordo, ripartirono, allontanandosi dal molo, e presero caffè e brandy. Gornt disse: “Volete scusarmi per un po’? Devo sbrigare qualche pratica. Se avete freddo, andate pure nella cabina di prua.” E scese sottocoperta.

Pensieroso, Bartlett sorseggiò il brandy. Orlanda gli stava di fronte. Erano sulla sdraio, sul ponte di poppa. All’improvviso, Bartlett si augurò che quella fosse la sua barca e che fossero soli. Orlanda lo guardava. Senza che lui le chiedesse nulla, si avvicinò e gli posò la mano sulla nuca, massaggiando i muscoli con mosse delicate, esperte.

“Magnifico” disse lui, acceso di desiderio.

“Ah” rispose Orlanda, soddisfatta. “Sono abilissima nel massaggio, Linc. Ho preso lezione da una giapponese. Ti fai massaggiare regolarmente?”

“No.”

“Dovresti farlo. È molto importante tenere ben tonificati i muscoli. Fai regolare il tuo aereo, no? E allora, perché non il tuo corpo? Domani provvederò.” Gli affondò maliziosamente le unghie nel collo. “È una donna, la massaggiatrice, ma non devi toccarla, heya!”

“Suvvia, Orlanda!”

“Ti stavo prendendo in giro, sciocco” disse subito lei, allegramente, allentando la tensione. “È cieca. Anticamente, in Cina, e ancora oggi a Taiwan, sono i ciechi che hanno il monopolio dell’arte del massaggio: hanno gli occhi nelle dita. Oh, sì. Naturalmente ci sono moltissimi ciarlatani che si fingono esperti ma non lo sono. A Hong Kong si fa presto a scoprire chi è fasullo e chi no. In fondo, è un paesino.” Si chinò, sfiorandogli il collo con le labbra.“Questo perché sei bello.”

“È una frase che dovrei dire io.” Bartlett la cinse con un braccio, incantato, e la strinse leggermente, appena appena, perché sapeva che il capitano era al timone, a tre metri da loro.

“Ti piacerebbe visitare la barca?” chiese lei.

Bartlett la fissò. “Sai anche leggere nel pensiero?”

Orlanda rise, e il suo viso rispecchiava la gioia. “Non è dovere della donna accorgersi se il suo… se il suo accompagnatore è felice o triste o vuole restare solo o altro? Ho imparato a usare gli occhi e i sensi, Linc. Cerco, cerco di leggerti nella mente, Linc, ma se sbaglio tu devi dirmelo, così potrò migliorare. Ma se non sbaglio… non è meglio per te?” E anche tanto più facile accalappiarti in modo che non mi scappi più. Tenerti stretto con un filo che tu potresti spezzare facilmente, se volessi, e usare tutta la mia arte per trasformarlo in una rete d’acciaio.

Oh, ma non è stato facile imparare! Quillan è stato un maestro crudele, oh, così crudele. Quasi tutti gli insegnamenti me li ha impartiti in collera, imprecando. “Santo cielo, ma non imparerai mai a usare gli occhi? Avresti dovuto capirlo subito, quando sono entrato, che ero di malumore e avevo passato una giornata schifosa! Perché diavolo non mi hai offerto subito da bere, perché non mi hai accarezzato subito dolcemente e poi non hai tenuto chiusa quella bocca maledetta per dieci minuti, in attesa che mi riprendessi… bastava che ti mostrassi tenera e comprensiva per dieci maledetti minuti e mi sarei ripreso!”

“Ma, Quillan” aveva protestato lei, tra le lacrime, spaventata da quella rabbia. “Eri così furioso quando sei entrato che mi hai sconvolta e…”

“Ti ho detto cinquanta volte che non devi sentirti sconvolta solo perché mi vedi di malumore! È compito tuo liberarmi dalla tensione! Adopera gli occhi e gli orecchi e il sesto senso, maledizione! Mi bastano dieci minuti per tornare docile e malleabile. Per amor di Dio, io non ti tengo sempre d’occhio? Non sto attento, non cerco di farti sbollire? Tutti i mesi, nello stesso periodo, sei sempre nervosa, eh? E io non cerco di essere calmo il più possibile, allora, per calmare anche te? Eh?”

“Sì, ma…”

“Al diavolo i tuoi ma! Per Dio, adesso sono d’umore anche peggiore di quando sono entrato! È colpa tua, perché sei stupida, poco femminile, e proprio tu dovresti capirlo!”

Orlanda ricordava che Gornt era uscito sbattendo la porta e lei era scoppiata in spianto. La cena di compleanno che aveva preparato era rovinata, la serata s’era trasformata in un disastro. Più tardi, lui era tornato, calmo, l’aveva presa fra le braccia e l’aveva tenuta stretta con tenerezza mentre lei piangeva, addolorata del litigio che, aveva ammesso, era stato inutile, e tutto per colpa sua. “Ascolta, Orlanda” le aveva detto gentilmente. “Io non sono l’unico uomo che dovrai controllare in vita tua, e non sono l’unico dal quale dipenderai… è un fatto che le donne dipendono sempre da un uomo, anche se è cattivo e prepotente e difficile. È così facile, per una donna, conservare sempre il controllo. Oh, è così facile, se adoperi gli occhi, se capisci che gli uomini sono come bambini e, di tanto in tanto, o meglio quasi sempre, sono stupidi, petulanti e insopportabili. Ma forniscono il denaro, e questo è faticoso, molto faticoso. È faticoso continuare a fornire il denaro, giorno dopo giorno, chiunque tu sia. Moh ching moh meng… niente denaro, niente vita. In cambio, la donna deve fornire l’armonia… l’uomo non può, non può farlo di continuo. Ma la donna può sempre rallegrare il suo uomo, se vuole, può sempre blandirlo. Sempre. Basta che sia calma e affettuosa e tenera e comprensiva per poco tempo. T’insegnerò il gioco della vita. Avrai una laurea in sopravvivenza, come donna, ma dovrai guadagnartela…”

Oh, come me la sono guadagnata, pensò Orlanda, ricordando tutti i suoi pianti. Ma adesso so. Adesso so fare istintivamente quello che ho dovuto imparare. “Vieni, ti mostrerò la parte anteriore della barca.” Si alzò, sentendosi addosso lo sguardo del capitano, e precedette Bartlett con passo sicuro.

Mentre si avviavano, passò il braccio sotto quello di Linc, per un momento, poi scese, appoggiandosi al corrimano della scaletta. La cabina era grande, con poltrone e comodi divani fissati al pavimento. Il mobile-bar era ben fornito. “La cambusa è a prua, con gli alloggi dell’equipaggio” spiegò. “Sono stretti, ma niente male, per Hong Kong.” C’era un passaggio che portava a prua. Quattro cabine, due con cuccette doppie, due con cuccette a castello. Tutto lindo, tirato a lucido e invitante. “A poppa c’è la cabina padronale di Quillan. È lussuosa.” Orlanda sorrise, pensierosa. “A lui piace avere sempre il meglio.”

“Sì” disse Bartlett. La baciò, e lei ricambiò il bacio, completamente. Il desiderio la rese inerte, e si abbandonò al desiderio di lui, corrispondendo la sua passione, certa che lui si sarebbe fermato, che non avrebbe dovuto essere lei stessa a fermarlo.

Il gioco era stato preordinato in quel modo.

Orlanda sentì la forza di lui. Gli premette l’inguine contro l’inguine, muovendosi leggermente. Le mani di Bartlett scorrevano sul suo corpo, e le mani di lei contraccambiavano le carezze. Era meraviglioso, tra le sue braccia, meglio che con Quillan… Quillan era sempre il maestro, sempre padrone di sé, inaccessibile. Erano sulla cuccetta, quando Bartlett si ritrasse. Il corpo di Orlanda gridava di desiderio, ma lei esultava.

“Torniamo sul ponte” lo sentì dire, con voce gutturale.

Gornt attraversò la cabina, entrò nella camera padronale e chiuse a chiave la porta. La ragazza dormiva dolcemente nel letto enorme, sotto la coperta leggera. Lui si fermò ai piedi del letto, godendosi quella vista prima di toccarla. Lei si svegliò lentamente. “Ayeeyah, dormivo così bene, onorevole signore. Il tuo letto è così invitante” disse lei in sciangaiese, con un sorriso e uno sbadiglio, e si stirò voluttuosamente come una gattina. “Hai mangiato bene?”

“Magnificamente” rispose lui, nella stessa lingua. “E la tua cena andava bene?”

“Oh, sì, era deliziosa!” disse lei, educatamente. “Lo steward Cho mi ha portato gli stessi piatti che hai mangiato tu. Mi è piaciuto soprattutto il polpo con i fagioli neri e la salsa d’aglio.” La ragazza si sollevò a sedere, nuda, appoggiandosi ai cuscini di seta. “Devo vestirmi e salire sul ponte, adesso?”

“No, gattina, non ancora.” Gornt sedette sul letto e le toccò i seni, sentì il lieve brivido che la scuoteva. Il suo nome d’arte cinese era Bellezza della Neve, e lui l’aveva ingaggiata per la serata all’Happy Hostess Night Club. Aveva pensato di portare Mona Leung, la sua amichetta fissa, ma lei era troppo indipendente per restarsene sotto coperta e salire sul ponte solo al suo ordine.

Aveva scelto con cura Bellezza della Neve. Era straordinariamente bella, viso e figura e carnagione. Aveva diciotto anni, ed era a Hong Kong da un mese appena. Un amico di Formosa gli aveva parlato di quella rarità e gli aveva detto che stava per trasferirsi all’Happy Hostess Night Club da un altro club di Formosa. Due settimane prima, Gornt era andato là, e aveva concluso un accordo che era risultato conveniente per entrambi. Quella sera, quando Orlanda gli aveva detto che avrebbe cenato con Bartlett, e lui li aveva invitati a bordo, aveva subito chiamato l’Happy Hostess e aveva ingaggiato Bellezza della Neve per tutta la notte e l’aveva fatta salire a bordo, in fretta.

“Stasera voglio fare uno scherzo a un amico” le aveva detto. “Voglio che tu resti qui, nella cabina, fino a quando ti condurrò sul ponte. Forse dovrai aspettare un’ora o due, ma dovrai stare qui, silenziosa come un topolino, fino a che ti verrò a prendere.”

Ayeeyah, in questo palazzo galleggiante, sono disposta a starci anche una settimana, e gratis. Mi basta il vitto e altro champagne… però fare l’amore sarebbe extra. Posso dormire nel letto, se voglio?”

“Certamente, ma prima fatti una doccia, per favore.”

“Una doccia? Benedetti tutti gli dei! Acqua calda e fredda? Sarà un paradiso… la scarsità d’acqua è così antigienica.”

Quella sera, Gornt l’aveva portata a bordo per punzecchiare Orlanda. Bellezza della Neve era molto più giovane, più carina, e Gornt sapeva che se Orlanda l’avesse vista con indosso una delle eleganti vestaglie portate un tempo da lei sarebbe andata in convulsioni. Durante la cena aveva riso tra sé, chiedendosi quando avrebbe dovuto mostrare la ragazza per sortire il maggiore effetto: per eccitare Bartlett e ricordare a Orlanda che era già vecchia, secondo la mentalità di Hong Kong, e che senza il suo aiuto attivo non avrebbe mai accalappiato Bartlett nel modo che lei voleva.

Voglio che sposi Bartlett? si chiese, perplesso.

No. Eppure, se Orlanda sposasse Bartlett, lui sarebbe per sempre in mio potere perché lei lo è e lo sarà sempre. Finora non l’ha dimenticato. Finora è stata obbediente e filiale. E impaurita.

Gornt rise. Oh, la vendetta sarà così dolce, quando ti sferrerò il colpo decisivo, mia cara. E lo farò, un giorno. Oh, sì, mia cara, non ho dimenticato i risolini di tutti quei bastardi… Pug, Plumm, Havergill e il maledetto Ian Dunross… quando hanno saputo che ti eri precipitata a saltare nel letto di uno stallone che aveva la metà dei miei anni.

Devo dirtelo adesso che sei la mia mui jai?

Quando Orlanda aveva tredici anni, la madre, la sciangaiese, era andata a trovarlo. “I tempi sono molto duri, signore, i nostri debiti con la compagnia sono enormi, e la sua pazienza e la sua bontà ci confondono.”

“I tempi sono duri per tutti” aveva detto lui.

“Purtroppo, dalla settimana scorsa, il settore di mio marito non esiste più. Alla fine del mese dovrà andarsene, dopo diciassette anni di servizio, e non possiamo pagarle tutto ciò che le dobbiamo.”

“Eduardo Ramos è un brav’uomo e troverà facilmente un posto migliore.”

Yin ksiao shih ta” aveva detto lei: noi perdiamo molto a causa di una piccola cosa.

“È il fato” aveva detto Gornt, sperando che la trappola fosse pronta a scattare e che i semi gettati da tempo dessero finalmente frutto.

“È il fato” aveva detto lei. “Ma c’è Orlanda.”

“Orlanda?”

“Forse potrebbe diventare una mui jai.” Una mui jai era una figlia data in perpetuo a un creditore, per sanare debiti che altrimenti non sarebbero mai stati ripagati… da allevare come il creditore desiderava, o da usare o dar via come voleva il creditore. Era un’antica consuetudine cinese, e assolutamente legale.

Gornt ricordava la gioia che aveva provato. I negoziati s’erano protratti per diverse settimane. Lui aveva accettato di annullare i debiti di Ramos – i debiti che lui stesso aveva meticolosamente incoraggiato – aveva promesso di riassumere Ramos, assegnandogli una modesta pensione garantita e aiutandolo a trasferirsi in Portogallo, e addossandosi le spese per far studiare Orlanda in America. In cambio, i Ramos s’impegnavano a consegnargli Orlanda, vergine e debitamente innamorata, al suo diciottesimo compleanno o anche prima. Non ci sarebbe stato un rifiuto. “Questo, per tutti gli dei, resterà in eterno un segreto tra noi. E credo, signore, che sarebbe meglio tenerlo nascosto anche a Orlanda, per sempre. Ma noi sappiamo e lei saprà dov’è la sua scodella di riso.”

Gornt sorrise, soddisfatto. Quegli anni piacevoli avevano ripagato tutta la pazienza e i piani e la modesta somma investita. Tutti ci avevano guadagnato, si disse, e c’era ancora da divertirsi.

Sì, pensò, e si concentrò su Bellezza della Neve. “La vita è bella” disse, accarezzandola.

“Sono felice che tu sia felice, onorevole signore. Anch’io sono felice. La tua doccia è un dono degli dei. Mi sono lavata i capelli, tutto.” Lei sorrise. “Se non vuoi ancora che faccia lo scherzo ai suoi amici, ti piacerebbe fare l’amore?”

“Sì” disse Gornt, lieto come sempre della franchezza delle cinesi. Suo padre glielo aveva spiegato molti anni prima. “Tu dai loro il denaro, e loro ti danno la loro giovinezza, le Nubi e la Pioggia e ti fanno divertire. In Asia è uno scambio equo e onorevole. Più sono giovani, più grandi sono il divertimento e la soddisfazione, e più devi pagare. È nei patti, ma non aspettarti romanticherie o vere lacrime… non fa parte dell’accordo. Solo divertimento temporaneo e il letto. Non abusare di questa onestà!”

Soddisfatto, Gornt si spogliò e si sdraiò accanto alla ragazza. Lei gli passò la mano sul petto muscoloso e villoso, e incominciò. Poco dopo, cominciò a emettere sommessi mugolii di passione, incoraggiandolo. E sebbene la mama-san le avesse detto che quel quai loh era diverso e con lui non era necessario simulare, istintivamente ricordava la prima regola, quando si teneva compagnia a uno straniero: “Non lasciarti mai coinvolgere con un cliente, perché allora non puoi compiere le tue prestazioni con garbo e ardimento. Non dimenticare mai, quando sei con un quai loh, di fingere di godere grandemente con lui, di fingere sempre di aver raggiunto le Nubi e la Pioggia, altrimenti lo riterrà un affronto per la sua mascolinità. I quai loh non sono civili e non capiranno mai che lo yin non si può comprare e che il tuo dono nell’accoppiamento è solo per il piacere del cliente.”

Quando Gornt ebbe finito e il battito del suo cuore rallentò, Bellezza della Neve scese dal letto, andò in bagno e fece un’altra doccia, cantando allegramente. Gornt si riposava, euforico, con le mani intrecciate dietro la testa. Poco dopo, la ragazza ritornò portando un asciugamani. “Grazie” disse lui, e si asciugò, mentre lei si insinuava di nuovo nel letto.

“Oh, mi sento così pulita! È meraviglioso. Dobbiamo rifarlo?”

“Adesso no, Bellezza della Neve. Adesso tu puoi riposare, e io penserò un po’. Hai accontentato molto bene lo yang. Ne informerò la mama-san.”

“Grazie” disse lei, educatamente. “Mi piacerebbe averti come cliente speciale.”

Gornt annuì, compiaciuto del suo calore e della sua sensualità. Quando sarebbe stato il momento migliore per salire sul ponte? si domandò di nuovo, sicuro che Bartlett e Orlanda erano là, adesso, e non a letto come due persone civili.

Ridacchiò tra sé.

Accanto al letto c’era un oblò, e lui poteva vedere in distanza le luci di Kowloon, e la darsena. I motori rombavano sommessamente, e dopo un momento Gornt scese dal letto e andò all’armadio. C’erano lussuose camicie da notte, e capi di biancheria, e ricche vestaglie che aveva acquistato per Orlanda. Lo divertiva conservarli e farli indossare alle altre.

“Fatti bella e metti questo.” Le porse un chong-sam lungo, di seta gialla, che era stato uno dei preferiti di Orlanda. “E sotto non mettere niente.”

“Sì, certo. Oh, com’è bello!”

Gornt cominciò a rivestirsi. “Se il mio scherzo andrà come voglio, potrai tenerlo come premio” disse.

“Oh! Oh, allora andrà tutto come desideri” disse lei fervidamente, facendolo ridere con la sua aperta avidità.

“Faremo scendere i miei passeggeri a Hong Kong.” Gornt indicò il mare.

“Vedi quel grosso mercantile, quello ormeggiato al molo, che ha la bandiera con la falce e il martello?”

“Ah, sì, signore. La nave del malaugurio? La vedo!”

“Quando saremo affiancati, sali sul ponte.”

“Capisco. Cosa devo dire?”

“Niente. Sorridi dolcemente all’uomo e alla donna, poi a me, poi scendi di nuovo qui e aspettami.”

Bellezza della Neve rise. “Tutto qui?”

“Sì. Sii dolce e bella e sorridi… soprattutto alla donna.”

“Ah! Con simpatia o con odio?” chiese prontamente la ragazza.

“Né l’una né l’altro” rispose Gornt, colpito da quell’acume, beatamente certo che si sarebbero detestate a prima vista.

Nella sua cabina, a bordo della Sovetskij Ivanov, il comandante Gregor Suslev finì di tradurre in codice il messaggio urgente, poi sorseggiò una vodka, ricontrollando il cablo. “Ivanov a Centro. Arthur riferisce che i fascicoli potrebbero essere contraffatti. Il suo amico mi fornirà le copie questa notte. Sono lieto di comunicare che l’amico di Arthur ha intercettato anche le informazioni sulla portaerei. Raccomando che gli venga pagata subito una gratifica. Ho fatto spedire altre copie per posta a Bangkok per la valigia diplomatica, e altre a Londra e Berlino per maggior sicurezza.”

Soddisfatto, rimise i codici nella cassaforte e la chiuse a chiave, poi prese il telefono. “Mi mandi il segnalatore di turno. E il primo ufficiale.” Aprì la porta della cabina, poi tornò a osservare la portaerei attraverso l’oblò. Vide passare il cruiser. Lo riconobbe: era il Sea Witch. Pigramente, prese il binocolo. Vide Gornt sul ponte di poppa, una ragazza e un altro uomo che gli voltava le spalle, seduti a un tavolo. Scrutò attentamente il cruiser, con invidia crescente. Quel bastardo sa vivere, pensò. Che meraviglia! Se potessi averne uno anch’io, sul Caspio, a Baku!

Non è poi chiedere molto, si disse, mentre guardava passare il Sea Witch… dopo tanti servigi così utili alla causa. Molti commissari ce l’hanno… se sono di grado elevato.

Puntò di nuovo il binocolo sul gruppo. Un’altra ragazza salì sul ponte, una bellezza asiatica. In quel momento bussarono educatamente alla porta.

“Buonasera, compagno comandante” disse il segnalatore. Prese il messaggio e firmò la ricevuta.

“Spediscilo immediatamente.”

“Sì, signore.”

Arrivò il primo ufficiale. Vasilij Boradinov era un uomo solido, di bell’aspetto, poco oltre la trentina, capitano del KGB, diplomato al dipartimento di spionaggio dell’Università di Vladivostok. “Sì, compagno comandante?”

Suslev gli porse un cablo decifrato, preso dal mucchio che stava sulla scrivania. Diceva: “Il primo ufficiale Boradinov assumerà i compiti di Dimitri Metkin come commissario dell’Ivanov ma il comandante Suslev avrà il comando completo a tutti i livelli fino a nuove disposizioni.”

“Congratulazioni” disse Suslev.

Boradinov sorrise, raggiante. “Sì, signore. Grazie. Cosa vuole che faccia?”

Suslev gli mostrò la chiave della cassaforte. “Se non ritornassi o non mi mettessi in contatto con lei entro domani a mezzanotte, apra la cassaforte. Le istruzioni sono nel pacchetto con la dicitura ‘Emergenza Uno’. Le diranno come procedere. Poi…” Suslev consegnò una busta chiusa. “Qui ci sono i due numeri telefonici per mettersi in contatto con me. L’apra solo in caso d’emergenza.”

“Sta bene.” Il viso del giovane era imperlato di sudore.

“Non è il caso di preoccuparsi. Lei è perfettamente in grado di prendere il comando.”

“Spero che non sia necessario.”

Gregor Suslev rise. “Lo spero anch’io, mio giovane amico. Sieda, prego.” Riempì due bicchierini di vodka. “Ha meritato la promozione.”

“Grazie.” Boradinov esitò. “Cos’è successo a Metkin?”

“Per prima cosa, ha commesso un errore stupido e inutile. Poi, è stato tradito. O si è tradito. Oppure quei maledetti dell’SI lo hanno pedinato e lo hanno colto sul fatto. O lo ha smascherato la CIA. Comunque siano andate le cose, quel povero idiota non avrebbe mai dovuto trascendere la sua autorità ed esporsi a un simile pericolo. È stato stupido a rischiare, per non parlare poi della nostra sicurezza. Stupido!”

Il primo ufficiale si agitò nervosamente sulla sedia. “Qual è il nostro piano?”

“Negare tutto. E non far nulla, per il momento. Dobbiamo partire martedì a mezzanotte. Ci atterremo al piano.”

Boradinov guardò la portaerei attraverso l’oblò, cupo in volto. “Peccato. Quel materiale ci avrebbe permesso di fare un grosso passo avanti.”

“Quale materiale?” chiese Suslev, socchiudendo gli occhi.

“Non lo sapeva, signore? Prima che Dimitri se ne andasse, quel poveraccio ha confidato che questa volta avremmo ottenuto informazioni incredibili… una copia del sistema di guida e una copia del manifesto degli armamenti, incluse le testate atomiche… per questo andava personalmente. Era troppo importante per incaricare un comune corriere. Devo confessare che mi ero offerto di andare io, al suo posto.”

Suslev mascherò lo stupore, ma era inorridito al pensiero che Metkin si fosse confidato con qualcuno. “Dove l’aveva saputo?”

Boradinov scrollò le spalle. “Non l’ha detto. Immagino che l’avesse informato il marinaio americano, quando Dimitri ha ricevuto la chiamata nella cabina telefonica per combinare la consegna.” Si asciugò una goccia di sudore. “Lo costringeranno a parlare, vero?”

“Oh, sì” disse Suslev, a denti stretti. Ci teneva a indottrinare a dovere il suo subordinato. “Sono in grado di far parlare chiunque. È per questo che dobbiamo essere preparati.” Toccò il lieve rigonfiamento della capsula di veleno, nella punta del bavero, e Boradinov rabbrividì. “È meglio fare in fretta, in casi del genere.”

“Carogne! Devono aver ricevuto una soffiata, per catturarlo prima che lui potesse farlo. Terribile. Sono bestie.”

“E… e Dimitri non aveva detto altro? Prima di andarsene?”

“No. Sperava solo che avremmo avuto tutti qualche settimana di licenza… voleva andare a trovare la famiglia, nella sua Crimea.”

Ormai sicuro di essere coperto, Suslev alzò le spalle. “Peccato. Mi era molto simpatico.”

“Sì. È un vero peccato, proprio quando stava per andare in pensione. Era un brav’uomo, anche se ha commesso un errore. Che cosa gli faranno?”

Suslev si chiese se era il caso di mostrare a Boradinov uno dei cablo decifrati, che diceva fra l’altro: “… Informi Arthur che, in seguito alla sua richiesta di un Priorità Uno per il traditore Metkin, è stata ordinata un’intercettazione immediata a Bombay.” È inutile fargli conoscere questa informazione, pensò. Meno ne sa Boradinov, e meglio è. “Scomparirà… fino a quando noi prenderemo un loro pesce ancora più grosso per fare uno scambio. Il KGB protegge i suoi” soggiunse, senza crederlo, sapendo che neppure Boradinov lo credeva. Ma era doveroso dirlo.

Se si trattasse di me dovrebbero scambiarmi, pensò soddisfatto. Sì, e anche in fretta. Conosco troppi segreti. Sono la mia unica protezione. Se non fosse per quel che so, ordinerebbero un Priorità Uno per me con la stessa rapidità con cui l’hanno ordinato per Metkin. Lo farei anch’io, al loro posto. Avrei addentato il bavero, come avrebbe dovuto fare quello stupido stronzo.

Fu scosso da un brivido. Non so.

Sorseggiò la vodka. Aveva un buon sapore. Io non voglio morire. La vita è troppo bella.

“Scende ancora a terra, compagno comandante?”

“Sì.” Suslev si concentrò. Porse a Boradinov un foglio che aveva battuto a macchina e firmato. “Passo a lei il comando. Questa è l’autorizzazione… la affigga sul ponte.”

“Grazie. Doma…” Boradinov s’interruppe, quando il citofono si accese e una voce concitata disse precipitosamente: “Qui il ponte di comando! Due auto della polizia stanno convergendo verso la passerella. Sono cariche di agenti…” Suslev e Boradinov impallidirono. “Circa una dozzina. Cosa dobbiamo fare? Fermarli, respingerli, che cosa?”

Suslev premette il pulsante. “Non fate nulla!” Esitò, poi attivò l’altoparlante. “A tutti gli uomini: Emergenza, Rosso Uno…” L’ordine voleva dire: “Stanno venendo a bordo visitatori ostili. Sala radio e radar: armare i meccanismi di distruzione di tutto l’equipaggiamento segreto.” Spense l’altoparlante e sibilò a Boradinov: “Salga sul ponte, scenda la passerella, li riceva, li trattenga per cinque minuti e poi inviti i loro capi a salire, soltanto loro, se può. Vada!

“Ma non oseranno salire a bordo per perqui…”

“Li intercetti… subito!”

Boradinov si precipitò fuori. Appena solo, Suslev armò il congegno segreto di distruzione, della cassaforte. Se qualcuno, all’infuori di lui, avesse cercato di aprirla, adesso, il napalm avrebbe annientato tutto.

Cercò di soffocare il panico. Rifletti! È tutto coperto, nell’eventualità di una perquisizione improvvisa? Sì. Sì, abbiamo fatto una dozzina di volte l’esercitazione Rosso Uno. Ma Dio maledica Roger Crosse e Arthur! Perché quel diavolo non ci ha avvertiti? Arthur è stato preso? Oppure Roger? Kristos, fai che non sia Roger! Che cosa…

I suoi occhi si posarono sul mucchio dei cablo, in codice e decifrati. Li raccolse freneticamente in un portacenere, imprecando contro se stesso perché non l’aveva fatto prima. Non sapeva se adesso ne avrebbe avuto il tempo. Prese l’accendino. Gli tremavano le dita. La fiamma scaturì mentre il citofono gracchiava: “Due uomini stanno salendo a bordo con Boradinov, due uomini, gli altri restano sul molo.”

“Bene, ma tratteneteli. Vengo sul ponte.” Suslev spense la fiamma bestemmiando e si cacciò i cablo in tasca. Afferrò una bottiglia di vodka semivuota, trasse un profondo respiro, ostentò un gran sorriso e salì sul ponte. “Ah, benvenuti a bordo! Che guai ci sono, eh?” disse, con voce un po’ impastata, simulando come al solito. “Uno dei nostri marinai si è messo nei pasticci, sovrintendente Armstrong?”

“Questo è il signor Sun. Posso parlare con lei?” disse Armstrong.

“Certo, certo!” rispose Suslev con forzata giovialità. Non aveva mai visto quel cinese. Scrutò gli occhi freddi, la faccia olivastra che irradiava odio. “Seguitemi, prego” disse, e aggiunse in russo a Boradinov, che pure parlava perfettamente l’inglese: “Anche lei.” E poi, rivolgendosi di nuovo ad Armstrong, continuando a ostentare buonumore: “Chi vincerà la quinta corsa, sovrintendente?”

“Vorrei proprio saperlo, signore.”

Suslev precedette gli altri nel piccolo quadrato adiacente alla sua cabina. “Sedetevi, sedetevi! Posso offrirvi tè o vodka? Attendente, tè e vodka!”

L’attendente li portò subito. Con gesti espansivi, Suslev versò la vodka, sebbene i due poliziotti rifiutassero educatamente. “Prosit” disse, e rise, con fare gioviale. “Ora, di cosa si tratta?”

“Sembra che un membro del suo equipaggio sia coinvolto in attività spionistiche contro il governo di Sua Maestà” disse cortesemente Armstrong.

“Impossibile, tovarišč! Perché mi prende in giro, eh?”

“Lo abbiamo preso. Il governo di Sua Maestà è veramente molto irritato.”

“Questo è un pacifico mercantile. Ci conoscete da anni. Il sovrintendente Crosse ci tiene d’occhio da anni. Noi non ci occupiamo di spionaggio.”

“Quanti uomini dell’equipaggio sono a terra, signore?”

“Sei. Mi stia a sentire, io non voglio grane. Ho già avuto abbastanza guai in questo viaggio, con uno dei miei innocenti marinai assassinato da sconosc…”

“Ah, sì, il compianto maggiore Yuri Bakyan del KGB. Molto spiacevole.”

Suslev finse di indignarsi. “Si chiamava Voranskij. Non so niente del maggiore che lei nomina. Non so niente, niente.”

“Certo. Ora, signore, quando torneranno i suoi marinai dalla franchigia a terra?”

“Domani al crepuscolo.”

“Dove sono?”

Suslev rise. “Sono a terra in franchigia. Dove potrebbero essere, se non con una ragazza o in un bar? Con una ragazza a passare il tempo allegramente, no?”

“Non tutti” disse freddo freddo Armstrong. “Almeno uno, in questo momento, non è affatto allegro.”

Suslev lo scrutò, ben lieto di sapere che Metkin era sparito per sempre e che non avrebbero potuto giocargli un bluff. “Andiamo, sovrintendente, non so niente di spionaggio, io.”

Armstrong posò sulla scrivania le fotografie venti per venticinque. Mostravano Metkin che entrava nel ristorante, e poi veniva catturato e caricato sul furgone della polizia; e un primo piano che lo ritraeva con un’espressione di terrore sul volto.

Kristos!” esclamò Suslev, da attore consumato. “Dimitri? È impossibile! Un altro arresto illegale! Chiederò al mio gov…”

“Londra ha già avvertito il suo governo. Il maggiore Nikolai Leonov ha ammesso l’atto di spionaggio.”

Questa volta, lo sbalordimento di Suslev fu autentico. Non aveva previsto che Metkin sarebbe crollato tanto in fretta. “Chi? Chi ha detto?”

Armstrong sospirò. “Il maggiore Nikolai Leonov del KGB. È il suo vero nome e il suo vero grado. Era anche il commissario politico di questa nave.”

“Sì… sì, questo è vero, ma si… si chiama Metkin, Dimitri Metkin.”

“Oh? Lei ci permette di perquisire la nave?” Armstrong accennò ad alzarsi. Suslev era inorridito, e Boradinov lo era altrettanto.

“Oh, sì, obietto” balbettò Suslev. “Sì, sovrintendente, mi dispiace, ma protesto formalmente e de…”

“Se la sua nave non svolge attività spionistiche ed è un pacifico mercantile, che cosa ha da obiettare?”

“Siamo protetti dalle norme internazionali. A meno che lei abbia un regolare mandato di perquisizione non…”

Armstrong si portò la mano in tasca, e Suslev si sentì rivoltare lo stomaco. Avrebbe dovuto piegarsi a un regolare mandato, e sarebbe stata la sua rovina, perché avrebbero trovato più prove di quanto potessero sognare. Quello stramaledetto figlio di puttana di Metkin deve aver detto loro qualcosa di vitale. Avrebbe voluto urlare di rabbia: i messaggi decifrati e in codice che aveva in tasca erano diventati di colpo letali. Era sbiancato in viso. Boradinov era paralizzato. Armstrong estrasse la mano dalla tasca, stringendo un pacchetto di sigarette. Il cuore di Suslev riprese a battere, sebbene la nausea fosse ancora soffocante. “Matyeryebyets!” borbottò.

“Prego?” chiese Armstrong con aria innocente. “Ha detto qualcosa?”

“No. No, niente.”

“Gradisce una sigaretta inglese?”

Suslev si sforzò di dominarsi. Avrebbe voluto prendere a pugni il poliziotto che l’aveva imbrogliato. Aveva la schiena e il volto madidi di sudore. Prese la sigaretta con dita tremanti. “Sono… sono cose terribili, eh? Spionaggio e perquisizioni e minacce.”

“Sì. Dovrebbe farci la cortesia di partire domani, non martedì.”

“Impossibile! Ci date la caccia come se fossimo topi?” balbettò Suslev, non sapendo fin dove poteva spingersi. “Dovrò informare il mio governo e p…”

“La prego di farlo. Dica loro che abbiamo intercettato il maggiore Leonov del KGB, lo abbiamo colto in flagrante reato di spionaggio, e lo abbiamo incriminato ai sensi della Legge sui Segreti di Stato.”

Suslev si asciugò il volto sudato, sforzandosi di restare calmo. Solo la certezza che Metkin era ormai probabilmente morto gli impediva di andare a pezzi. Ma che altro gli ha detto, stava urlando fra sé, che altro? Lanciò un’occhiata a Boradinov che era in piedi accanto a lui, pallidissimo.

“Lei chi è?” chiese bruscamente Armstrong, seguendo quell’occhiata.

“Primo ufficiale Boradinov” disse quello con voce soffocata.

“Chi è il nuovo commissario, comandante Suslev? Chi ha preso il posto del signor Leonov? Chi ha il grado più elevato nel partito, a bordo?”

Boradinov diventò cinereo e Suslev ringraziò il cielo perché la pressione non gravava più totalmente su di lui.

“Dunque?”

Suslev disse: “Lui. Il primo ufficiale Boradinov.”

Immediatamente, Armstrong piantò gli occhi gelidi sul volto del giovane. “Il suo nome completo, per favore.”

“Vasilij Boradinov, primo ufficiale” balbettò l’altro.

“Sta bene, signor Boradinov, lei ha la responsabilità di far ripartire questa nave entro la mezzanotte di domenica al più tardi. Le comunico formalmente che abbiamo motivo di ritenere che potrebbe esserci un attacco contro di voi a opera delle triadi… banditi cinesi. Secondo le voci, l’attacco è stato deciso per le prime ore di lunedì… poco dopo la mezzanotte di domenica. Sono voci attendibili. Molto. Ci sono molti banditi cinesi a Hong Kong, e i russi hanno rubato parecchia terra ai cinesi. Siamo preoccupati per la vostra sicurezza. Le consiglio di… Eh?”

Boradinov era ancora più cinereo. “Sì. Sì, capisco.”

“Ma le mie… le mie riparazioni” esordì Suslev. “Se le ripara…”

“La prego di provvedere a completarle, comandante. Se ha bisogno di aiuto o se vuol farsi rimorchiare fuori dalle acque di Hong Kong, non ha che da chiederlo. Oh, sì, e abbia la cortesia di presentarsi alla centrale di polizia domenica alle dieci… mi dispiace di rovinarle il weekend.”

Suslev sbiancò. “Eh?”

“Ecco l’invito.” Armstrong gli consegnò una lettera ufficiale. Suslev la prese e cominciò a leggerla, mentre Armstrong traeva di tasca una seconda copia e aggiungeva il nome di Boradinov. “Questa è sua, commissario Boradinov” disse, mettendogliela in mano. “Le consiglio di consegnare a bordo il resto dell’equipaggio – voi esclusi, naturalmente – e di richiamare immediatamente gli uomini in franchigia a terra. Sono sicuro che avrete molto da fare. Buonanotte!” aggiunse all’improvviso. Si alzò e uscì dal quadrato, chiudendosi la porta alle spalle.

Vi fu un silenzio sgomento. Suslev vide Malcolm Sun alzarsi e avviarsi tranquillamente verso la porta. Si alzò per seguirlo, ma si fermò, quando il cinese si voltò di scatto.

“Vi sistemeremo, tutti quanti!” esclamò Sun, con cattiveria.

“Per che cosa? Non abbiamo fatto niente” boccheggiò Boradinov. “Non ab…”

“Spionaggio. Spionaggio, eh? Voi del KGB vi credete tanto furbi, matyeryebyets!”

“Lasci immediatamente la mia nave” ringhiò Suslev.

“Vi sistemeremo tutti… e non voglio dire noi della polizia…” Di colpo, Malcolm Sun passò a un russo fluente. “Andatevene dalle nostre terre, egemonisti! La Cina è in marcia! Possiamo perdere cinquanta milioni di soldati, cento milioni, e ce ne resterà ancora il doppio. Andatevene finché siete in tempo!”

“Vi cancelleremo dalla faccia della terra!” muggì Suslev. “Butteremo bombe atomiche su tutta la Cina! Vi…” S’interruppe. Malcolm Sun gli stava ridendo in faccia.

“Le vostre atomiche! Adesso le atomiche le abbiamo anche noi! Voi cominciate, e noi finiremo. Atomiche, pugni, vomeri!” Malcolm Sun abbassò la voce. “Andatevene dalla Cina finché potete. Verremo dall’Oriente come Genghis Kan, tutti noi, Mao Tse-tung, Ciang Kai-scek, io, i miei nipoti, i loro nipoti, verremo a spazzarvi via dalla faccia del mondo e ci riprenderemo tutte le nostre terre, tutte!”

Lasci la mia nave!” Suslev sentì una fitta al petto. Quasi accecato dalla rabbia, si accinse a scagliarsi contro il cinese, mentre Boradinov faceva lo stesso.

Per nulla intimorito, Malcolm Sun tornò indietro di un passo. “‘Yeb tvoyu mai’ Teste di merda!” Poi, in inglese: “Provate a colpirmi e io vi arresto per aggressione e sequestro la nave!”

Con uno sforzo, i due si trattennero. Soffocando per la rabbia, Suslev si cacciò i pugni in tasca. “Per favore se… se ne vada. Per favore.”

Dew neh loh moh a lei, sua madre, suo padre e a tutti i suoi egemonisti sovietici mangiamerda!”

“Se… ne… vada.”

Infuriato, Sun imprecò in russo e gridò di rimando: “Verremo dall’Oriente come locuste…” Poi si sentì all’improvviso un alterco sul ponte, e un boato. Subito, Malcolm Sun si voltò e si avviò alla porta, seguito precipitosamente dagli altri.

Suslev vide con orrore che Armstrong era sulla soglia della sala radio, accanto alla sua cabina. La porta era spalancata, e i due operatori impauriti fissavano l’inglese, le guardie sembravano paralizzate. Il fumo stava già cominciando a uscire dall’apparecchio radio. Rosso Uno stabiliva che il responsabile della radio doveva attivare il meccanismo di distruzione dell’apparecchio segreto di scrambling nel momento in cui un nemico avesse aperto la porta o avesse tentato di scassinare la serratura.

Armstrong si rivolse a Suslev. “Ah, comandante, mi dispiace, sono inciampato. Mi scusi” disse con aria innocente. “Credevo fosse il cesso.”

“Cosa?”

“Il gabinetto. Ho inciampato, e la porta si è spalancata. Mi scusi.” Armstrong lanciò un’occhiata nella sala radio. “Buon Dio! Sembra un incendio. Chiamo immediatamente i vigili del fuoco. Malcolm, vada a …”

“No… no!” disse Suslev, poi ringhiò in russo a Boradinov e agli uomini: “Spegnete il fuoco!” Diede una spinta a Boradinov per indurlo a muoversi. Senza che se ne accorgesse, il polsino s’impigliò in uno dei cablo decifrati che cadde sul pavimento. Il fumo continuava a uscire dietro uno dei complessi quadri radio. Un marinaio era già accorso con l’estintore.

“Oh, santo cielo! Cosa può essere successo? È sicuro di non aver bisogno d’aiuto?” chiese Armstrong.

“No, no, grazie” rispose Suslev, paonazzo per la rabbia. “Grazie, sovrintendente. Verrò… verrò da lei domenica.”

“Buonanotte, signore. Venga, Malcolm.” Nella confusione crescente, Armstrong si avviò verso la scaletta ma si chinò e, prima che Suslev se ne rendesse conto, raccolse il pezzo di carta e passò oltre, seguito da Malcolm Sun.

Inorridito, Suslev infilò la mano in tasca. Senza pensare all’incendio, si precipitò nella sua cabina per scoprire quale cablo mancava.

Sul molo, i poliziotti in uniforme si erano disposti in modo da coprire le due passerelle. Armstrong prese posto sul sedile posteriore della macchina, accanto a Sinders. Il capo dell’MI-6 aveva gli occhi cerchiati, l’abito un po’ gualcito, ma era gelido e attento. “Bravi, tutti e due! Sì. Immagino che questo interromperà le loro comunicazioni per un giorno almeno.”

“Sì, signore.” Armstrong si frugò in tasca per cercare l’accendino, con il cuore che gli batteva forte. Sinders guardò Malcolm che prendeva posto al volante.

“Cosa c’è?” chiese impensierito, notando la sua espressione.

“Niente, signore, niente.” Malcolm Sun si voltò verso di lui, con la schiena sudata, il cuore contratto e il sapore dolciastro e nauseante della rabbia e della paura ancora in bocca. “Mentre… mentre ero impegnato nella tattica dilatoria per conto del sovrintendente, io… mi hanno fatto perdere la calma, quei due bastardi.”

“Oh? Come?”

“Hanno… hanno cominciato a imprecare e io… io ho risposto.” Sun si voltò dall’altra parte e si ricompose. Non voleva che Sinders lo guardasse negli occhi. “Ho imprecato” aggiunse, cercando di darsi un tono noncurante.

“Peccato che uno dei due non l’abbia aggredito.”

“Sì. Sì, ero pronto.”

Sinders lanciò un’occhiata ad Armstrong che fece scattare l’accendino, accese una sigaretta e, alla luce della fiammella, guardò il foglio. Sinders alzò gli occhi verso la nave. Suslev era in cima alla passerella e li osservava. “Sembra veramente furioso. Bene.” Sinders sorrise lievemente. “Molto bene.” Col beneplacito di Sir Geoffrey aveva organizzato l’improvvisa incursione e il tentativo di mettere fuori uso le comunicazioni dell’Ivanov, di fare pressione su Arthur e sulle talpe del Sevrin, nella speranza di indurli a un passo falso. “E la talpa nella nostra polizia” aveva aggiunto cupamente Sir Geoffrey. “È impossibile che Brian Kwok sia la spia indicata dai fascicoli di Grant. Eh?”

“Sono d’accordo” aveva detto Sinders.

Armstrong spense l’accendino. Esitò, nella semioscurità. “Provveda a richiamare gli uomini, Malcolm. È inutile perdere altro tempo. D’accordo, signor Sinders?”

“Sì. Sì, possiamo andare.”

Prontamente, Malcolm Sun scese. Armstrong continuava a fissare Suslev, sul ponte. “Lei, ehm, lei sa leggere il russo, vero, signore?”

“Sì. Sì, perché?”

Armstrong gli passò cautamente il foglio, tenendolo per i bordi. “È caduto dalla tasca di Suslev.”

Con eguale cautela, Sinders prese il foglio, ma i suoi occhi non lasciarono quelli di Armstrong. “Non si fida dell’agente Sun?” chiese sottovoce.

“Sì. Oh, sì. Ma i cinesi sono cinesi, e il foglio è scritto in russo. Io non so il russo.”

Sinders aggrottò la fronte. Dopo un istante annuì. Armstrong gli fece luce con l’accendino. Il capo dell’MI-6 scorse due volte il foglio e sospirò. “E un bollettino meteorologico, Robert. Mi dispiace. A meno che sia in codice, è soltanto un bollettino meteorologico.” Ripiegò accuratamente il foglio, lungo le pieghe originali. “Le impronte digitali potrebbero essere preziose. E forse è in codice. Per precauzione lo passerò ai nostri esperti.”

Sinders si assestò più comodamente. Il foglio diceva: “… Informi Arthur che, in seguito alla sua richiesta di un Priorità Uno per il traditore Metkin, è stata ordinata un’intercettazione immediata a Bombay. Secondo, l’incontro con l’americano è stato anticipato a domenica. Terzo e ultimo, i fascicoli di Grant continuano a essere Priorità Uno. Il Sevrin deve compiere ogni sforzo per raggiungere il successo. Centro.”

Quale americano? si chiese Sinders, e l’incontro avverrà con Arthur o con chi? Con il comandante Suslev? Oppure è innocente come dice di essere? Quale americano? Bartlett, la Tcholok, Banastasio o chi altri? Peter Marlowe, l’onnisciente scrittore anglo-americano che ha tante strane teorie?

Bartlett o la Tcholok hanno avuto contatti con il Centro a Mosca, lo scorso giugno, quando sono andati, con o senza Peter Marlowe, che per combinazione si trovava sul posto quando era in corso una riunione segretissima di agenti stranieri?

Oppure l’americano non è un visitatore, ma è qualcuno che vive qui a Hong Kong?

È Rosemont? O Langan? L’uno o l’altro sarebbero perfetti.

Ci sono tanti interrogativi…

Per esempio, chi è il quarto uomo? Chi è il VIP molto in alto, il superiore di Philby? Dove portano tutti questi indizi? All’annuario della nobiltà? Forse a qualche castello, o addirittura a un palazzo?

Chi è la misteriosa signora Gresserhoff che ha ricevuto la seconda telefonata di Kiernan e poi si è dissolta come uno sbuffo di fumo?

E quei maledetti fascicoli? E quel maledetto Grant e quel maledetto Dunross che crede d’essere così maledettamente furbo…?

Era quasi mezzanotte e Dunross e Casey erano seduti fianco a fianco nella sezione vetrata di prua d’un Golden Ferry diretto verso l’attracco, a Kowloon. Era una bella notte, sebbene i nuvoloni fossero ancora bassi. I teloni proteggevano ancora la parte scoperta dei ponti, ma dov’erano loro la visuale era buona, e una magnifica brezza salmastra entrava da uno dei finestrini aperti.

“Pioverà ancora?” domandò Casey, rompendo il tranquillo silenzio.

“Oh, sì, ma spero che il peggio non si scateni fino a domani sera.”

“Lei e le sue corse! Sono tanto importanti?”

“Per tutti gli yan di Hong Kong, oh, sì. Per me, sì e no.”

“Scommetterei tutto quello che ho sulla sua Noble Star.”

“Io non lo farei” disse Dunross. “Bisogna sempre andar cauti con le scommesse.”

Casey gli lanciò un’occhiata. “Per certe scommesse non ci si mette con le spalle al sicuro.”

“Per certe scommesse non è possibile farlo” disse lui, correggendola con un sorriso. Distrattamente, Dunross le passò il braccio sotto il braccio e si appoggiò la mano sulle ginocchia. Quel contatto fu piacevole per entrambi. Era la prima volta che si toccavano veramente. Durante la camminata dal Mandarin Hotel al traghetto, Casey avrebbe voluto prendergli il braccio. Ma aveva resistito all’impulso, e adesso finse di non aver notato nulla anche se, istintivamente, s’era avvicinata un pochino.

“Casey, non ha mai finito di raccontare la storia di George Toffer… lo licenziò, poi?”

“No. No, non lo feci, non come avevo pensato. Quando prendemmo il controllo, andai nel suo ufficio. Naturalmente, era fuori di sé per la rabbia, ma ormai avevo scoperto che non era l’eroe che diceva di essere… e varie altre cose. Lui si limitò a sventolare una delle lettere con le quali gli avevo chiesto il denaro che mi doveva, e gridò che non l’avrei mai avuto, mai.” Casey alzò le spalle. “Non lo ebbi, ma ebbi la sua compagnia.”

“E lui che fine fece?”

“È ancora in circolazione, e starà imbrogliando qualcun altro. Ma perché non smettiamo di parlare di lui? Mi fa venire l’indigestione.”

Dunross rise. “Dio non voglia! Bella serata, eh?”

“Sì.” Avevano cenato nella Dragon Room, all’ultimo piano del grattacielo. Tutto impeccabile, Chateaubriand, qualche patatina fritta, insalata e crème brûlée, il tutto accompagnato da uno Château Lafitte.

“È un festeggiamento?” aveva chiesto lei.

“Solo un grazie per la First Central New York.”

“Oh, Ian! Hanno accettato?”

“Murtagh ha detto che proverà.”

Dunross aveva impiegato solo pochi secondi per fissare le condizioni dell’eventuale finanziamento suggerito da Casey: il 120 per cento del costo delle due navi, un fondo rotativo di 50 milioni. “Il tutto coperto dalla sua garanzia personale?” aveva chiesto Murtagh.

“Sì” aveva risposto lui, impegnando il suo futuro e il futuro della sua famiglia.

“Noi, ehm, io credo che con la gestione della Struan lei renderà sicuri i profitti del nostro prestito e… ma, signor Dunross, dobbiamo tenerlo assolutamente segreto. Nel frattempo, farò tutto il possibile.” Murtagh cercava di nascondere il nervosismo.

“La prego, signor Murtagh. Tutto il possibile. Le andrebbe di venire alle corse con me, domani? Mi dispiace di non poterla invitare a pranzo, ho già fin troppa gente, ma eccole l’invito, se può raggiungerci dalle due e mezzo in poi.”

“Oh, Gesù, tai-pan, dice sul serio?”

Dunross sorrise tra sé. A Hong Kong, essere invitati nel palco d’uno dei commissari di gara era come essere presentati a corte… ed era altrettanto utile.

“Perché sorride, tai-pan?” domandò Casey, spostandosi leggermente, sentendo il suo calore.

“Perché per il momento tutto va bene. O almeno, tutti i vari problemi sono incasellati a dovere.” Mentre scendevano dal traghetto e uscivano dal terminal, spiegò la sua teoria. L’unico modo per trattare i problemi era il sistema asiatico: compartimentalizzarli e tirarli fuori solo quando si era pronti ad affrontarli.

“È un’ottima soluzione, quando uno ne è capace” disse Casey. Camminavano vicini, ma senza toccarsi.

“Se non ne è capace, va a fondo… ulcere, infarti, si invecchia prima del tempo, ci si rovina la salute.”

“Una donna piange: è la sua valvola di sicurezza. Piange, e dopo si sente meglio…” Casey aveva pianto, quella sera, prima di uscire dal Victoria and Albert per incontrarsi con Dunross. A causa di Linc Bartlett. Un po’ per rabbia, un po’ per frustrazione, un po’ di desiderio e di bisogno… bisogno fisico. Erano passati sei mesi da quando aveva avuto una delle sue rare, disimpegnate, brevissime avventure. Quando il bisogno diventava troppo forte, lei se ne andava per qualche giorno, a sciare o al mare, e sceglieva qualcuno da ammettere nel suo letto. E poi, altrettanto rapidamente, lo dimenticava.

“Oh, ma non è una brutta cosa, Ciran-chek?” le aveva chiesto una volta sua madre. “Essere così insensibile?”

“Oh, no, mamma cara” aveva risposto lei. “È giusto. Mi piace il sesso… voglio dire, mi piace quando sono dell’umore adatto, anche se cerco di fare in modo che capiti di rado. Io amo Linc e nessun altro. Ma p…”

“Come puoi amarlo e andare a letto con un altro?”

“Non… non è facile. Anzi, è spaventoso. Però, mamma, io lavoro per Linc tutto il giorno, domeniche comprese, lavoro con impegno per tutti noi, per te e zio Tashjian e Marian e i bambini, sono io che guadagno, adesso che Marian è rimasta sola, e mi fa piacere, lo sai. Ma qualche volta il peso è troppo grande, e allora vado. E mi trovo una compagnia. Davvero, mamma, è solo un fatto biologico, non c’è nessuna differenza tra noi e gli uomini, e adesso che abbiamo la benedetta pillola, noi possiamo scegliere. Non è più come ai tuoi tempi, cara, grazie a Dio…”

Casey si scostò per evitare una falange di pedoni che arrivavano a passo di carica e urtò leggermente Dunross. Con un gesto automatico, gli prese il braccio, e lui non si ritrasse.

Da quando gli aveva chiesto eguaglianza, quel pomeriggio, e lui aveva rifiutato… No, non è giusto, Casey, si disse. Ian non ha rifiutato, mi ha detto solo la verità dal suo punto di vista. E dal mio? Non so. Non sono sicura. Ma di certo non sono una sciocca, e perciò questa sera mi sono vestita con cura, in modo un po’ diverso dal solito, e ho messo il profumo e ho accentuato il trucco, e stasera mi sono morsa la lingua trenta volte e mi sono trattenuta, non ho ribattuto a tono, mi sono comportata in modo più convenzionale e ho detto dolcemente: “È molto interessante!”

E spesso lo era. Lui era attento, divertente e ricettivo, e io mi sentivo meravigliosamente. Ian è certo un uomo straordinario. Pericoloso, e attraente.

Davanti a loro c’era l’ampia scalinata di marmo del Victoria and Albert. Discretamente, Casey lasciò il braccio di Dunross e si sentì più vicina a lui. “Ian, lei è saggio. Crede che sia giusto fare l’amore con qualcuno… se non lo si ama?”

“Eh?” Dunross trasalì. Poi disse, in tono disinvolto: “‘Amore’ è una parola occidentale, signora. Io sono cinese!”

“Dicevo sul serio.”

Lui rise. “Non credo sia il momento di essere seri.”

“Ma ha un’opinione in proposito?”

“Sempre.”

Entrarono nel vestibolo, affollato anche quell’ora. Subito, Dunross sentì le occhiate: per quello non si era congedato da Casey sulla scalinata. Anche le piccole cose aiutano. Devo sembrare calmo e sicuro. La Nobil Casa è invincibile! Non posso e non voglio concedermi il lusso di una normale paura… si trasmetterebbe e contagerebbe gli altri e causerebbe danni incalcolabili.

“Le va di bere qualcosa?” domandò Casey. “Non ho sonno. Magari Linc ci farà compagnia, se è rientrato.”

“Buona idea. Un tè col limone andrebbe benissimo.” Il capocameriere apparve miracolosamente, sorridendo. E anche un tavolo libero. “Buonasera, tai-pan.”

“Buonasera, Gup del turno di notte.”

“Tè al limone anche per me” disse Casey. Un cameriere corse via. “Vado a controllare i messaggi.”

“Certo.” Dunross la guardò allontanarsi. Quella sera, fin dal primo momento, nel vestibolo del Mandarin, aveva notato che era molto più femminile; niente di definibile, solo un sottile cambiamento. Una donna interessante. Una sessualità in attesa di esplodere. Come diavolo posso aiutarla a procurarsi in fretta il denaro che le serve per dire “crepa” a tutto il mondo?

Gup del turno di notte continuò a ronzargli intorno. Disse sottovoce, in cantonese: “Tai-pan, noi tutti speriamo che possa risolvere le cose con la Borsa e la Seconda Grande Casa.”

“Grazie.” Dunross conversò per qualche istante, irradiando sicurezza, poi girò gli occhi verso Casey, che era ancora al banco.

I vecchi occhi furbi di Gup del turno di notte scintillarono. “Il trafficante d’armi non è in albergo, tai-pan.”

“Eh?”

“No. È uscito presto insieme a una ragazza. Verso le sette, avevo appena preso servizio” disse disinvolto il vecchio. “Il trafficante d’armi era vestito in modo sportivo. Per una gita in barca, immagino. Era con una ragazza.”

Dunross si concentrò. “A Hong Kong ci sono molte ragazze, Gup del turno di notte.”

“Non come quella, tai-pan.” Il vecchio sghignazzò scrupolosamente. “Un tempo era l’amante di Barbanera.”

“Iiiih, vecchio mio, ha gli occhi acuti e la memoria lunga. È sicuro?”

“Oh, sicurissimo!” Gup del turno di notte era felice del modo in cui era stata accolta la notizia. “Sì” aggiunse, pomposamente, “siccome abbiamo saputo che gli americani potrebbero mettersi con la Nobil Casa se lei riuscirà a districarsi da tutti quegli altri fornicatori, saperlo potrebbe esserle utile. E poi, Aureo Pelo Pubico ha cambiato sta…”

“Chi?”

Gup del turno di notte spiegò il soprannome. “Se lo immagina, tai-pan?”

Dunross sospirò, stupito come sempre della rapidità con cui circolavano i pettegolezzi. “Ha cambiato stanza?”

“Oh, sì, è in fondo al corridoio, al 276, stesso piano. Iiiih, tai-pan, ho saputo che ha pianto, due notti fa, e poi ancora questa sera prima di uscire. Sì. La terza cameriera Fung l’ha vista piangere, stasera.”

“Hanno litigato? Lei e il trafficante d’armi?”

“Oh, no, niente litigi, niente grida. Ma, oh ko, se Aureo Pelo Pubico sa di Orlanda, c’è di che far ruttare i draghi.” Gup del turno di notte sorrise a tutti denti quando Casey tornò con un fascio di cablo e di messaggi. Dunross notò che adesso aveva un’ombra negli occhi. Nessun messaggio di Linc Bartlett, immaginò, alzandosi. Gup del turno di notte si affrettò a offrirle una sedia, le versò il tè e continuò, nel suo cantonese dei bassifondi: “Non importa, tai-pan, Aureo Pelo Pubico o no, al buio sono tutte eguali, heya?” Il vecchio se ne andò ridacchiando.

Dunross lanciò un’occhiata ai fogli. “Guai?”

“Oh, no, il solito.” Casey lo guardò. “Li ho tutti incasellati per domani. Questa notte è tutta mia. Linc non è ancora tornato.” Sorseggiò il tè, apprezzandolo. “Così posso monopolizzarla.”

“Credevo di essere io a monopolizzare lei. Non è…” Dunross s’interruppe quando vide entrare Robert Armstrong e Sinders. I due si fermarono sulla soglia, cercando con gli occhi un tavolo libero.

“La polizia, qui, fa gli straordinari” disse Casey e, quando i due uomini li guardarono, salutò con la mano, svogliatamente. I due esitarono, poi si diressero verso un tavolo libero, dall’altra parte della sala. “Armstrong è simpatico” disse Casey. “Anche l’altro è della polizia?”

“Credo di sì. Dove ha conosciuto Robert?”

Casey glielo disse. “Non si sa ancora niente dei fucili di contrabbando, della loro provenienza, o altro.”

“Brutta storia.”

“Le andrebbe un brandy?”

“Perché no? Il bicchiere della staffa, poi devo andare. Cameriere!” Dunross fece l’ordinazione. “La macchina sarà qui domani a prenderla, a mezzogiorno in punto.”

“Grazie. Ian, sull’invito c’era scritto: ‘Le signore, cappello e guanti.’ Sul serio?”

“Certo.” Dunross aggrottò la fronte. “Le signore hanno sempre portato cappello e guanti, alle corse. Perché?”

“Dovrò comprare un cappello. Non lo porto da anni.”

“Per la verità, le signore con il cappello mi piacciono molto.” Dunross si guardò intorno. Armstrong e Sinders l’osservavano senza parere. È una coincidenza, il fatto che siano qui? si chiese.

“Anche lei sente gli sguardi, tai-pan? Sembra che qui la conoscano tutti.”

“Non è per me. È per la Nobil Casa e per quello che rappresento.”

Il cameriere portò i brandy. “Salute!” Brindarono.

“Adesso vuol rispondere alla mia domanda?”

“La risposta è sì.” Dunross rigirò il brandy nel bicchiere e aspirò l’aroma.

“Sì, cosa?”

Lui sorrise, improvvisamente. “Sì, niente. Sì, non è giusto, ma succede di continuo, e non intendo lanciarmi in una di quelle deliziose autoanalisi, tipo ‘Avete smesso di picchiare vostra moglie, ultimamente?’ anche se so che certe signore gradiscono farsi picchiare, qualche volta, ma con grande delicatezza, con o senza cappello!”

Casey rise, e quasi tutte le ombre svanirono. “Dipende, no?”

“Dipende!” Dunross la scrutò, con un sorriso calmo e sicuro. E tutti e due pensavano: dipende da chi e quando e dove e dal momento e dalle circostanze e dal bisogno, e adesso sarebbe magnifico.

Dunross toccò il bicchiere di Casey con il suo. “Salute” disse. “A martedì.”

Casey ricambiò il sorriso e alzò il bicchiere. Il cuore le batteva più forte. “Sì.”

“Tutto può aspettare fino a martedì. No?”

“Sì. Sì, lo spero, Ian.”

“Bene, ora vado.”

“È stato molto piacevole.”

“Anche per me.”

“Grazie dell’invito. Doma…” Casey s’interruppe nel vedere Gup del turno di notte che si avvicinava frettoloso.

“Mi scusi, tai-pan. Telefono.”

“Oh, grazie. Vengo subito.” Dunross sospirò. “Non c’è pace per i malvagi!

Casey, posso?”

“Certo, tai-pan.” Si alzò anche lei, con il cuore che le batteva forte, pervasa da un turbamento dolce e triste. “Penso io al conto!”

“Grazie, ma è già fatto. Lo manderanno in ufficio.” Dunross lasciò la mancia, l’accompagnò all’ascensore. Entrambi sentivano gli sguardi che li seguivano. Per un secondo, Dunross provò la tentazione di salire con lei, per il solo gusto di mettere in moto le malelingue. Ma sarebbe come indurre in tentazione il diavolo, e ho già abbastanza diavoli intorno, pensò. “Buonanotte, Casey. Ci vediamo domani, e non dimentichi il cocktail, domani sera dalle sette e mezzo alle nove. Mi saluti Linc!” Agitò allegramente la mano e si avviò al banco.

Lei lo guardò allontanarsi, alto, impeccabile, sicuro di sé. Le porte dell’ascensore si chiusero. Se non fossimo a Hong Kong non mi saresti scappato, questa notte, Ian Dunross. Oh, stanotte avremmo fatto l’amore. Oh, sì. Sì.

Dunross si fermò al banco e prese il ricevitore. “Pronto, qui Dunross.”

“Tai-pan?”

“Oh, salve, Lim” disse, riconoscendo la voce del suo maggiordomo. “Cosa c’è?”

“Ha appena telefonato il signor Tip Tok-toh, signore.” Il cuore di Dunross accelerò i battiti. “Mi ha chiesto di mettermi in contatto con lei e la prega di chiamarlo. Ha detto che può telefonargli in qualunque momento prima delle due, o dopo le sette.”

“Grazie. C’è altro?”

“La signorina Claudia ha chiamato alle otto, e ha detto che ha sistemato la sua ospite…” Un fruscio di carta “… la signora Gresserhoff all’albergo, e che l’appuntamento nel suo ufficio è confermato per domattina alle undici.”

“Bene. Poi?”

“Ha chiamato la signorina da Londra… tutto bene. E sempre da Londra, un certo dottor Samson.”

“Ah!” Lo specialista di Kathy. “Ha lasciato un numero?” Lim glielo diede, e Dunross lo trascrisse. “C’è altro?”

“No, tai-pan.”

“La figlia numero uno è rientrata?”

“No, tai-pan. La figlia numero uno è venuta verso le sette per pochi minuti con un giovanotto, e poi sono usciti insieme.”

“Era Martin Haply?”

“Sì. Sì, era lui.”

“Grazie, Lim. Chiamerò Tiptop, poi prenderò il traghetto e tornerò a casa.”

Riappese. Andò nella cabina telefonica accanto al banco della cartoleria. Fece il numero.

Weyyyy?

Dunross riconobbe la voce di Tiptop. “Buonasera. Sono Ian Dunross.”

“Ah, tai-pan! Un attimo solo.” Vi fu il suono di una mano che copriva il microfono e un brusio di voci smorzate. Dunross attese. “Ah, scusi se l’ho fatta attendere. Ho avuto alcune notizie preoccupanti.”

“Oh?”

“Sì. Sembra che la vostra polizia, ancora una volta, abbia polmoni di cane e cuore di lupo. Hanno ingiustamente arrestato un suo ottimo amico, il sovrintendente Brian Kwok. Lo…”

Brian Kwok?” esclamò Dunross. “Ma perché?”

“Mi risulta che sia stato falsamente accusato d’essere una spia della Repubblica Popolare, e…”

“Impossibile!”

“Sono d’accordo con lei. È ridicolo! Il presidente Mao non ha bisogno di spie capitaliste. Deve essere rilasciato immediatamente, immediatamente… e se vuol lasciare Hong Kong deve essere autorizzato a farlo, deve poter andare dove vuole… immediatamente!”

Dunross cercò di rimettere in funzione la sua mente. Se Tiptop aveva detto che Brian Kwok doveva essere immediatamente rilasciato e autorizzato a lasciare Hong Kong, allora Brian era una spia della Repubblica Popolare, una delle tante spie, e questo era impossibile impossibile impossibile. “Non… non so che dire” mormorò, offrendo a Tiptop l’occasione che quello aspettava.

“Devo fare osservare che difficilmente i vecchi amici potrebbero prendere in considerazione l’eventualità di aiutare i vecchi amici, se la loro polizia commette simili errori. Heya?

“Sono d’accordo” disse Dunross, con la dovuta premura, e la sua mente urlò: Cristo onnipotente, vogliono scambiare Brian con il denaro! “Parlerò… parlerò con le autorità domattina, per prima co…”

“Forse potrebbe fare qualcosa già questa notte.”

“Ormai è troppo tardi per chiamare il governatore, ma…” Poi Dunross ricordò Sinders e Armstrong, e il cuore gli balzò in gola. “Tenterò. Immediatamente. Sono sicuro che si è trattato di un errore, signor Tip. Sì. Dev’essere un errore Comunque, sono sicuro che il governatore interverrà. E la polizia. Senza dubbio questo… questo errore potrà essere risolto con soddisfazione di tutti, come la richiesta della Victoria per l’uso temporaneo dei contanti dell’illustre banca?”

Vi fu un lungo silenzio. “È possibile. È possibile. I vecchi amici devono aiutare i vecchi amici, e collaborare per rimediare agli errori. Sì, è possibile.”

Dunross sentì il quando che non era stato pronunciato e continuò automaticamente a negoziare, ancora sconvolto da ciò che aveva appena saputo. “Ha ricevuto il mio biglietto, signor Tip? Ho provveduto a tutto il resto. A proposito, la Victoria si occuperà certamente del finanziamento per il torio.” E soggiunse, con molto tatto: “Anche di gran parte delle altre richieste… a condizioni vantaggiose.”

“Ah, sì, la ringrazio. Sì, ho ricevuto il suo biglietto e il cortese invito. Mi dispiace, ma non mi sentivo bene. Grazie, tai-pan. Per quanto tempo servirebbero i liquidi al suo governo, se fosse possibile?”

“Immagino che trenta giorni sarebbero più che sufficienti, forse anche due settimane soltanto. Ma si tratta della Victoria, della Blacs e delle altre banche, non del governo di Hong Kong. Potrei dirglielo domani. Avremo l’onore di vederla alle corse per il pranzo?”

“Per il pranzo no, purtroppo, ma forse dopo, se è possibile.”

Dunross sorrise cupamente. Il compromesso perfetto. “Certo.”

“La ringrazio di avermi chiamato. A proposito, il signor Yu è entusiasta di lei, tai-pan.”

“La prego di salutarlo a nome mio. Spero di vederlo presto. A Canton.”

“Mi ha sorpreso molto leggere i commenti di suo cognato sul Regno Medio.”

“Sì. Ha sorpreso anche me. Mia moglie e suo fratello non si parlano da anni. Lui ha opinioni ostili e completamente sbagliate.” Dunross esitò. “Spero di riuscire a neutralizzarlo.”

“Sì. Sì, sono d’accordo con lei. La ringrazio. Buonanotte.” La comunicazione s’interruppe.

Dunross riappese. Cristo! Brian Kwok! E io che stavo quasi per dargli i fascicoli di Grant! Cristo!

Si riprese con uno sforzo, e tornò nel vestibolo. Armstrong e Sinders c’erano ancora. “Buonasera, posso sedermi un momento?”

“Certo, signor Dunross. Che piacevole sorpresa. Cosa posso offrirle?”

“Un tè. Tè cinese. Grazie.”

Il tavolo era piuttosto isolato e, quando il cameriere si fu allontanato, Dunross si tese verso Armstrong. “Robert, ho saputo che avete arrestato Brian Kwok” disse, sperando ancora che non fosse vero. I due uomini lo fissarono.

“Chi gliel’ha detto?” chiese Armstrong.

Dunross riferì la conversazione con Tiptop. I due ascoltarono senza sbilanciarsi, anche se di tanto in tanto si guardavano di sottecchi. “Evidentemente è uno scambio” concluse. “Kwok in cambio del denaro.”

Sinders sorseggiò la cioccolata calda. “Il denaro è molto importante?”

“Importantissimo, urgente, e prima lo avremo e meglio sarà.” Dunross si asciugò la fronte. “Servirà ad arrestare l’assalto agli sportelli delle banche, signor Sinders. Dobbiamo…” S’interruppe, sgomento.

“Cosa c’è?” chiese Sinders.

“Ho… ho ricordato improvvisamente quello che ha scritto Grant nel rapporto intercettato. ‘… la talpa nella polizia può essere e può non essere del Sevrin.’ Lo è?”

“Chi?”

“Dio santo, non giochi con me” disse rabbiosamente Dunross. “È una faccenda seria. Mi ha preso per uno stupido? C’è un agente del Sevrin nella Struan. Se Brian fa parte del Sevrin, ho il diritto di saperlo.”

“Sono d’accordo” disse con calma Sinders, sebbene i suoi occhi fossero diventati più duri. “Nel momento in cui scopriremo il traditore, stia certo che l’informeremo. Ha idea di chi potrebbe essere?”

Dunross scrollò il capo, dominando la collera.

Sinders lo scrutò. “Stava dicendo? ‘Dobbiamo…’ Che cosa dobbiamo, signor Dunross?”

“Dobbiamo ottenere quel denaro immediatamente. Che cos’ha fatto Brian?”

Dopo un attimo, Sinders disse: “Le banche non riapriranno fino a lunedì. Quindi lunedì è il giorno decisivo?”

“Immagino che le banche dovranno ricevere il denaro prima… per aprire e per avere i contanti in cassa. Cosa diavolo ha fatto Brian?”

Sinders si accese una sigaretta e ne accese una ad Armstrong. “Se questo Brian è stato veramente arrestato, mi sembra che la sua domanda non sia molto discreta, signor Dunross.”

“Avrei scommesso qualunque cosa” disse il tai-pan, turbato. “Qualunque cosa, ma Tiptop non avrebbe mai proposto uno scambio se non fosse vero. Mai. Brian deve essere maledettamente importante ma, Cristo, dove stiamo andando a finire? Sarà lei a occuparsi dello scambio, oppure Crosse? Immagino che sarà necessaria l’approvazione del governatore.”

Pensosamente, il capo dell’MI-6 soffiò sulla sigaretta. “Dubito che ci sarà uno scambio, signor Dunross.”

“Perché no? Quel denaro è più import…”

“È questione di punti di vista, signor Dunross, se questo Brian Kwok è stato veramente arrestato. Comunque, difficilmente il governo di Sua Maestà potrebbe piegarsi a un ricatto. Sarebbe di pessimo gusto.”

“Infatti. Ma Sir Geoffrey accetterà immediatamente.”

“Ne dubito. Mi è sembrato troppo intelligente. A proposito di scambi, signor Dunross, mi pareva che lei dovesse consegnarci i rapporti di Grant.”

Dunross sentì una fitta gelida allo stomaco. “L’ho fatto questa sera.”

“Dio santo, non giochi con me, è una faccenda seria. Mi ha preso per uno stupido?” disse Sinders esattamente nello stesso tono che aveva usato Dunross. Scoppiò a ridere, seccamente, poi continuò con la stessa calma agghiacciante: “Ci ha consegnato una versione dei rapporti, ma purtroppo non sono paragonabili per qualità a quello intercettato.” Gli occhi del capo dell’MI-6 divennero ancora più duri, stranamente minacciosi, sebbene l’espressione del volto non cambiasse. “Signor Dunross, il suo sotterfugio è stato ingegnoso, encomiabile ma inutile. Vogliamo quei rapporti. Gli originali.”

“Se quelli che ho consegnato non la soddisfano, perché non esamina le carte dì Grant?”

“L’ho fatto.” Sinders sorrise, senza allegria. “Bene, è come ai tempi dei briganti: ‘O la borsa o la vita.’ Il possesso di quei fascicoli potrebbe esserle fatale. È d’accordo, Robert?”

“Sì, signore.”

Sinders aspirò una boccata dalla sigaretta. “Dunque, signor Dunross, il suo signor Tiptop vuole uno scambio, eh? Tutti, a Hong Kong, vogliono fare scambi. Immagino che, se vuole concessioni per ottenere concessioni dal nemico… bene, tutto è lecito in amore e in guerra, dicono. Non è così?”

Dunross restò impassibile. “Dicono. Parlerò al governatore domattina, per prima cosa. Per il momento, sarà bene che resti fra noi, fino a quando avrò parlato con lui. Buonanotte.”

I due lo guardarono uscire dall’atrio e scomparire nella notte.

“Cosa ne pensa, Robert? Dunross ci ha scambiato i rapporti sotto al naso?”

Armstrong sospirò. “Non so. La sua faccia non diceva niente. L’ho osservato con attenzione. Niente. Ma è furbo come il diavolo.”

“Sì.” Sinders rifletté un istante. “Dunque il nemico vuole uno scambio, eh? Direi che avremo in mano questa particolare persona per ventiquattro ore al massimo. Quando farà il prossimo interrogatorio?”

“Domattina alle sei e mezzo.”

“Oh! Bene, se dovrà cominciare così presto, sarà meglio andare.” Sinders chiese il conto. “Mi consulterò con il signor Crosse, ma so già quel che dirà… quel che ha ordinato Londra.”

“Prego?”

“Sono molto preoccupati perché Kwok è venuto a conoscenza di troppi segreti, il corso dello Stato Maggiore, la Reale Polizia a Cavallo canadese.” Sinders esitò di nuovo. “Pensandoci meglio, Robert, indipendentemente da quello che farà il signor Dunross, l’unica cosa possibile è accelerare l’interrogatorio. Sì. Annulleremo quello delle sei e mezzo, continueremo con il programma orario, purché sia in grado di reggere dal punto di vista medico, e lo metteremo nella Camera Rossa.”

Armstrong impallidì. “Ma, signo…”

“Mi dispiace” disse Sinders, in tono gentile. “So che è suo amico, era suo amico, ma adesso il signor Tiptop e il suo signor Dunross non ci lasciano molto tempo.”