Ore 9,32
Il jet della JAL in arrivo da Tokyo si avvicinò a bassa quota, sul mare, e atterrò impeccabilmente al Kai Tak lanciando uno sbuffo di fumo dalle ruote. Subito i motori invertirono la spinta e, ululando, l’aereo si diresse decelerando verso il complesso aeroportuale.
Passeggeri, visitatori e membri dei vari equipaggi brulicavano nel terminal affollato, alla Dogana, all’Immigrazione, nelle sale d’attesa. Per quelli che partivano, era tutto semplice. Per quelli che arrivavano, ancora più semplice. Esclusi i cittadini giapponesi. I cinesi hanno la memoria lunga. Gli anni dell’occupazione giapponese della Cina e di Hong Kong erano troppo vicini e troppo terribili perché fosse possibile dimenticarli. O perdonarli. I cittadini giapponesi venivano controllati molto più scrupolosamente. Persino i membri dell’equipaggio della JAL venivano sottoposti alla trafila, persino le graziose, cortesi hostess, alcune delle quali erano appena nate quando l’occupazione era finita: e anche a loro venivano restituiti i documenti di viaggio accompagnati da occhiate gelide.
Dietro di loro, in coda, c’era un americano. “Buongiorno” disse, consegnando il passaporto al funzionario.
“Buongiorno.” Il giovane cinese aprì il libretto e diede un’occhiata alla fotografia, una all’uomo, poi sfogliò per cercare il visto. Senza farsi notare, premette con il piede un pulsante nascosto. Il segnale mise in allarme Crosse e Sinders che si trovavano in un ufficio vicino. Andarono al falso specchio e scrutarono l’uomo che attendeva in prima fila di una delle sei code di passeggeri.
Il passaporto, rilasciato un anno prima, diceva: “Vincenzo Banastasio, maschio, nato a New York City, 16 agosto 1910. Capelli grigi, occhi castani.” Distrattamente, il funzionario controllò gli altri visti, i timbri: Inghilterra, Spagna, Italia, Olanda, Messico, Venezuela, Giappone. Timbrò il libretto grigio e lo restituì con aria indifferente.
Banastasio passò alla Dogana, portando sotto il braccio una lussuosa borsa di coccodrillo, uno sgargiante contenitore di plastica con i liquori esenti da tassa d’importazione in una mano, la macchina fotografica a tracolla.
“Un bell’uomo” disse Sinders. “Si mantiene molto bene.” Lo videro sparire tra la folla. Crosse premette il pulsante della radio portatile. “Lo state sorvegliando?” chiese.
“Sì, signore” fu la risposta immediata.
“Resterò su questa frequenza. Tenetemi informato.”
“Sì, signore.”
Crosse si rivolse a Sinders. “Non avremo problemi per pedinarlo.”
“No. Sono contento di averlo visto. Mi fa sempre piacere vedere un nemico in carne e ossa.”
“È un nemico?”
“Sì, secondo il signor Rosemont. Lei non la pensa così?”
“Mi riferivo ai nostri veri nemici. Sono sicuro che è un delinquente, ma… volevo dire, non sono sicuro che sia immischiato con lo spionaggio.”
Sinders sospirò. “Ha controllato i microfoni?”
“Sì.” La notte prima, una squadra di esperti dell’SI aveva piazzato segretamente i microfoni nella camera da letto che Banastasio aveva prenotato all’Hilton. E nell’ufficio e nell’appartamento privato di Ng il Fotografo, Vee Cee Ng.
Attesero pazientemente. Sul tavolo, la ricetrasmittente sibilava e crepitava.
Dopo una pausa, Sinders chiese in tono distratto: “E l’arrestato?”
“Chi? Kwok?”
“Sì. Quanto tempo pensa che ci vorrà?”
“Non molto.” Crosse sorrise tra sé.
“Quando lo metterà nella Camera Rossa?”
“Verso mezzogiorno. Anche prima, se è pronto.”
“L’interrogatorio lo condurrà Armstrong?”
“Sì.”
“Armstrong è efficiente. Si è comportato molto bene, sull’Ivanov.”
“La prossima volta le dispiacerebbe tenermi informato? Dopotutto, è la mia zona.”
“Certo, Roger. È stata una decisione improvvisa di Londra.”
“Che cosa intende fare? Per le convocazioni di domenica?”
“Il ministro manderà istruzioni speciali.” Sinders aggrottò la fronte. “Secondo quel che sappiamo, Brian Kwok è forte. Non abbiamo molto tempo. Doveva essere indottrinato a dovere, per restare infiltrato così bene e così a lungo.”
“Oh, sì. Ma io sono sicuro. Dopo aver fatto costruire la camera l’ho sperimentata personalmente tre volte. Sono riuscito a restarci al massimo per cinque minuti, e ogni volta sono stato male come un cane… e senza programma di disorientamento. Sono sicuro che non avremo difficoltà.” Crosse spense la sigaretta. “È molto efficace… una copia esatta dell’originale del KGB.”
Dopo un attimo, Sinders disse: “È un peccato che si debbano usare simili metodi. Molto spiacevole. Disgustosi, anzi. Preferivo quando… be’, anche allora, immagino che la nostra professione non sia mai stata molto pulita.”
“Vuol dire durante la guerra?”
“Sì. Devo dire che preferivo allora. Non c’erano ipocrisie da parte di alcuni nostri dirigenti… o dei mass media. Tutti capivano che eravamo in guerra. Ma oggi che è minacciata la nostra sopravvivenza, noi…” Sinders s’interruppe e indicò. “Guardi, Roger, quello non è Rosemont?” L’americano era fermo accanto all’uscita, insieme a un altro uomo.
“Sì. Sì, è lui. È con Langan, dell’FBI” disse Crosse. “Ieri sera mi sono accordato con lui per agire insieme nel caso di Banastasio, anche se preferirei che quelli della CIA ci lasciassero fare il nostro lavoro in pace.”
“Sì. Stanno diventando davvero molto seccanti.”
Crosse prese la radio portatile e uscì. “Stanley, lo abbiamo fatto pedinare. Ieri sera abbiamo deciso che noi ci occupiamo di questa parte dell’operazione, e voi vi occupate dell’albergo. Giusto?”
“Certo, certo, Rog. Buongiorno, signor Sinders.” Tetro in viso, Rosemont presentò Langan, che era altrettanto teso. “Non stiamo interferendo, Rog, anche se quel poco di buono è un nostro connazionale. Non è per questo che siamo qui. Sono venuto ad accompagnare Ed che parte.”
“Oh?”
“Sì” disse Langan. Era stanco e stravolto quanto Rosemont. “Per via di quelle fotocopie, Rog. I documenti di Thomas K.K. Lim. Devo consegnarli personalmente. All’FBI. Ne ho letto una parte al mio capo, ed è esploso.”
“Lo immagino.”
“Sulla sua scrivania c’è una richiesta. Vogliamo gli originali e…”
“Niente da fare” disse Sinders, anticipando Crosse.
Langan alzò le spalle. “La richiesta è sulla sua scrivania, Rog. Immagino che i suoi capi invieranno ordini dal cielo, se i nostri ne avranno veramente bisogno. Sarà meglio che salga a bordo. Senta, Rog, non la ringrazieremo mai abbastanza. Le dobbiamo… le devo un favore. Quei bastardi… già, le dobbiamo un favore.” Si strinsero la mano, e Langan si allontanò in fretta.
“Qual è l’informazione che ha fatto esplodere il capo del Bureau, signor Rosemont?”
“Sono tutte letali, signor Sinders. È un grosso colpo per noi e per l’FBI, soprattutto per l’FBI. Ed ha detto che i suoi sono diventati isterici. Le conseguenze politiche, per democratici e repubblicani, possono essere enormi. Aveva ragione. Se il senatore Tillman – l’aspirante alla candidatura presidenziale che in questo momento è qui – mettesse le mani su quei documenti, chissà cosa farebbe.” Rosemont aveva perduto tutto il suo buonumore. “I miei capi hanno avvertito per telex i nostri contatti sudamericani, perché scovino a ogni costo Thomas K.K. Lim, quindi lo interrogheremo molto presto… le farò avere una copia, non si preoccupi. Rog, c’è altro?”
“Prego?”
“Oltre a quei pezzi scelti, ce n’erano altri che potrebbero servirci?”
Crosse sorrise senza allegria. “Naturalmente. Le andrebbe un progetto per finanziare una rivoluzione privata in Indonesia?”
“Oh, Gesù…”
“Sì. E le copie fotostatiche degli accordi per il versamento di somme elevate su un conto di una banca francese, a nome di una importantissima signora e di un importantissimo gentiluomo vietnamiti… per specifici favori ottenuti.”
Rosemont era diventato cereo. “Che altro?”
“Non basta?”
“C’è altro?”
“Santo Dio, Stanley, certo che c’è altro, lo sa, e lo sappiamo anche noi. C’è sempre qualcosa d’altro.”
“Possiamo averlo subito?”
Sinders chiese: “E voi, cosa potete fare per noi?”
Rosemont li fissò. “A pranzo ne parl…”
La ricetrasmittente gracchiò. “Il sorvegliato ha ritirato i bagagli e sta uscendo dalla Dogana, diretto verso i tassì… No, è… Adesso… ah, qualcuno gli è andato incontro, un cinese, un bell’uomo, vestito con eleganza, non lo riconosco… Si avvicinano a una Rolls, targata Hong Kong… Ah, è la berlina dell’albergo. Salgono tutti e due.”
Crosse disse al microfono: “Restate su questa frequenza.” Cambiò la banda. Scariche, rumori smorzati del traffico.
Rosemont si rianimò. “Avete messo un microfono nella berlina?” Crosse annuì. “Splendido, Rog, io non ci avrei pensato!”
Ascoltarono. Si sentì, chiaramente: “… è stato molto gentile a venirmi a prendere, Vee Cee” stava dicendo Banastasio. “Diavolo, non avrebbe dovuto prendersi questo dis…”
“Oh, è un piacere” rispose una voce educata. “Possiamo parlare in macchina, forse così potrà fare a meno di venire in ufficio e poi in…”
“Certo… certo.” La voce dell’americano coprì quella dell’altro. “Senta, ho qualcosa per lei, Vee Cee…” Suoni confusi, poi all’improvviso un sibilo acutissimo che cancellò completamente le voci. Crosse cambiò subito frequenza, ma le altre funzionavano perfettamente.
“Merda, ha messo in funzione un rasoio elettrico per bloccarci” disse disgustato Rosemont. “Quel bastardo è un professionista! Scommetto 50 dollari contro un soldo bucato che bloccheranno anche tutti i microfoni che abbiamo installati, e 100 che quando torneranno su questo canale si scambieranno chiacchiere innocue. L’avevo detto, io, che Banastasio sa il fatto suo.”