Ore 13,45
Un urlo salì da cinquantamila gole quando i sette cavalli della prima corsa, con i fantini in sella, salirono la rampa sotto le tribune e si avviarono scalpitando e sgroppando verso il paddock dove attendevano gli allenatori e i proprietari. I proprietari e le relative consorti erano vestiti in pompa magna, e molte delle mogli erano cariche di gioielli e impellicciate di visone, incluse Mai-ling Kwang e Dianne Chen, consapevoli delle occhiate d’invidia della folla che allungava il collo per vedere i cavalli… e loro.
Ai lati del paddock infradiciato dalla pioggia e del tondino del dissellaggio, le folle giungevano fino ai lucidi steccati bianchi e alla pista perfettamente curata. Il traguardo era dall’altra parte e accanto c’era l’enorme tabellone del totalizzatore che avrebbe mostrato i nomi dei cavalli e dei fantini e le quotazioni, corsa per corsa. Il totalizzatore era di proprietà del Turf Club, come l’ippodromo. Non c’erano allibratori autorizzati, né lì né all’esterno, né sale corse autorizzate. Quella era l’unica forma di scommessa lecita in tutta la colonia.
Il cielo era scuro e minaccioso. Prima c’era stata qualche spruzzata di pioggia, ma aveva smesso.
Dietro il paddock e il tondino, c’erano gli spogliatoi dei fantini e gli uffici dei dirigenti… i bar e i primi sportelli. Sopra c’erano le tribune, quattro grandi ripiani a gradinate, e ogni piano aveva i suoi sportelli per le scommesse. La prima tribuna era per i soci senza diritto di voto, la seconda per quelli con il diritto di voto. Le ultime due erano riservate ai palchi privati e alla sala radio. Ogni palco aveva una cucina. Ognuno dei dieci commissari di gara eletti annualmente aveva un palco; poi c’erano quelli permanenti, prima Sua Eccellenza il governatore, patrono del Club, quindi il comandante in capo, un palco per la Blacs e uno per la Victoria. E infine quello della Struan. Il palco della Struan aveva la posizione migliore, esattamente di fronte al traguardo.
“Perché, tai-pan?” domandò Casey.
“Perché fu Dirk Struan che fondò il Turf Club, stabilì i regolamenti, fece venire un famoso esperto di corse, Sir Roger Blore, come primo segretario del club. Mise a disposizione tutto il denaro per la prima riunione, il denaro per le tribune, il denaro per importare il primo contingente di cavalli dall’India, e convinse il primo plenipotenziario, Sir William Longstaff, a concedere in perpetuo il terreno al Turf Club.”
“Oh, andiamo, tai-pan” disse giovialmente Donald McBride, il commissario di gara per quella riunione. “Diciamo le cose come stanno, eh? Dirk ‘convinse’? Non ‘ordinò’ a Longstaff di concedere il terreno?”
“Dunross rise, ancora seduto a tavola insieme agli ospiti, Casey, Hiro Toda e McBride, che era appena venuto a fargli visita. Nel palco c’erano un bar e quattro tavoli rotondi, ognuno dei quali poteva accogliere comodamente dodici persone. “Preferisco la mia versione” disse. “Comunque, secondo la leggenda, a Dirk questa posizione fu accordata quando furono costruite le prime tribune.”
“Non è vero neppure questo, Casey” gridò Willie Tisk dal tavolo accanto. “Non fu il vecchio Tyler Brock a chiedere questa posizione come un diritto della Brock and Sons? Non sfidò Dirk a mettere in palio la posizione in una corsa durante la prima riunione?”
“No, è soltanto una leggenda.”
“Quei due gareggiarono veramente, tai-pan?” domandò Casey.
“Stavano per farlo. Ma il tifone venne troppo presto, si dice. Comunque, Culum rifiutò di muoversi, ed eccoci qui. Il palco è nostro, finché esisterà l’ippodromo.”
“Ed è anche giusto” disse McBride, con un sorriso soddisfatto. “La Nobil Casa merita il meglio. Fin da quando furono eletti i primi commissari di gara, signorina Casey, il tai-pan della Struan è sempre stato uno di loro. Sempre. Per plebiscito popolare. Be’, devo andare.” Diede un’occhiata all’orologio e sorrise a Dunross. In tono molto formale, chiese: “Ho il permesso di dare il via alla prima corsa, tai-pan?”
Dunross ricambiò il sorriso. “Permesso accordato.” McBride se ne andò in fretta.
Casey fissò Dunross. “Devono avere il suo permesso per cominciare?”
“È solo una consuetudine.” Dunross alzò le spalle. “Credo sia un modo come un altro per dire: ‘Sta bene, cominciamo’, no? Purtroppo, a differenza di Sir Geoffrey, in passato i governatori di Hong Kong non andavano famosi per la puntualità. E poi, la tradizione non è una brutta cosa… dà un senso di continuità, di appartenenza… di protezione.” Finì il caffè. “Se volete scusarmi un momento, ho alcune cose da sbrigare.”
“Buon divertimento!” Casey lo seguì con lo sguardo: lo trovava ancora più simpatico della sera precedente. In quel momento entrò Peter Marlowe e Dunross si fermò un momento. “Oh, salve, Peter, che piacere vederla. Come sta Fleur?”
“Migliora, grazie, tai-pan.”
“Venga, venga! Beva qualcosa… tornerò fra un momento. Punti sul numero cinque, Excellent Day, nella Prima! Ci vediamo dopo.”
“Grazie, tai-pan.”
Casey chiamò Peter Marlowe con un cenno, ma lui non la vide. Teneva gli occhi fissi su Grey che era sulla balconata insieme a Julian Broadhurst e stava arringando alcuni degli altri ospiti. Casey vide la faccia di Peter oscurarsi e il cuore le diede un tuffo, al ricordo della ostilità esistente fra i due. Chiamò: “Peter! Salve, venga a sedersi qui!”
Gli occhi di Marlowe si animarono. “Oh! Oh, salve.”
“Venga a sedersi. Credo che Fleur si riprenderà presto.”
“Le è molto grata della sua visita.”
“È stato un piacere. Le bambine stanno bene?”
“Oh, sì. E lei?”
“Magnificamente. Questo è l’unico modo per andare alle corse!” Il pranzo per i trentasei ospiti nel palco della Struan era stato un ricco buffet di piatti cinesi caldi oppure, a scelta, sformato caldo di carne e rognoni, verdure, piatti di salmone affumicato, hors d’oeuvres e arrosti freddi, formaggi e pasticceria di ogni genere e, a coronare il tutto, una riproduzione in pasta di meringa dello Struan Building… il tutto preparato nella cucina annessa. Champagne, i migliori vini rossi e bianchi, e liquori. “Dovrò stare a dieta per cinquant’anni.”
“Lei? No. Come va?”
Casey sentì lo sguardo indagatore. “Benone, perché?”
“Niente.” Marlowe lanciò ancora un’occhiata a Grey, poi dedicò la sua attenzione agli altri.
“Posso presentarle Peter Marlowe? Hiro Toda della Toda Shipping Industries di Yokohama. Peter è un romanziere-sceneggiatore di Hollywood.” Poi, all’improvviso, Casey ricordò il libro, e Changi, e i tre anni e mezzo che Marlowe aveva passato come prigioniero di guerra e attese l’esplosione. Tra i due uomini vi fu un momento di esitazione. Educatamente, Toda presentò il biglietto da visita, e Peter consegnò il proprio, con la stessa cortesia. Esitò un momento ancora, poi tese la mano. “Molto lieto.”
Il giapponese gliela strinse. “È un onore, signor Marlowe.”
“Oh?”
“Non capita spesso d’incontrare uno scrittore famoso.”
“Io non sono affatto famoso.”
“È troppo modesto. Il suo libro mi è piaciuto moltissimo. Sì.”
“Lo ha letto?” Peter Marlowe lo fissò. “Davvero?” Sedette e guardò Toda che era molto più piccolo di lui, snello e ben fatto, bello ed elegante nell’abito blu, con una macchina fotografica appesa alla sedia, gli occhi altrettanto fermi: due uomini di un’epoca. “Dove lo ha trovato?”
“A Tokyo. Abbiamo molte librerie inglesi. La prego di perdonarmi, ma ho letto il tascabile, non l’edizione rilegata. Non c’erano edizioni rilegate in vendita. Il suo romanzo era molto illuminante.”
“Oh?” Peter Marlowe estrasse le sigarette e le offrì. Toda ne prese una.
Casey disse: “Fumare non vi fa bene, e lo sapete tutti e due!”
Le sorrisero. “Ci rinunceremo per Quaresima” disse Peter Marlowe.
“Certo.”
Peter Marlowe si rivolse di nuovo a Toda. “Era nell’esercito?”
“No, signor Marlowe. In marina. Ho partecipato alla battaglia del Mar dei Coralli nel ’42, e poi a Midway, come sottotenente, e più tardi a Guadalcanal. La mia nave venne affondata due volte, ma ebbi fortuna. Sì, ebbi fortuna, evidentemente più di lei.”
“Siamo vivi entrambi, e tutti interi, più o meno.”
“Più o meno, signor Marlowe. Sono d’accordo. La guerra è uno strano modo di vivere.” Toda tirò una boccata dalla sigaretta. “Qualche volta, se non le dispiace e se non la fa soffrire, vorrei parlare con lei di Changi, delle sue lezioni e delle nostre guerre. La prego.”
“Certo.”
“Resterò qui pochi giorni” disse Toda. “Sono al Mandarin, e ripartirò la settimana prossima. Potremmo trovarci a pranzo, o magari a cena.”
“La ringrazio. Le telefonerò. Se non questa volta, magari la prossima. Un giorno o l’altro verrò a Tokyo.”
Dopo una pausa, il giapponese disse: “Non sarà necessario che parliamo di Changi, se lo desidera. Vorrei conoscerla meglio. L’Inghilterra e il Giappone hanno molto in comune. Ora, se vogliono scusarmi, credo che dovrei andare a fare la mia puntata.” S’inchinò cortesemente e uscì. Casey sorseggiò il caffè.
“È stato molto difficile? Essere gentile?”
“Oh, no, Casey. Niente affatto. Adesso siamo eguali, io o lui, o qualunque giapponese. I giapponesi – e i coreani – che odiavo erano quelli che avevano baionette e proiettili, quando io non ne avevo.” Lei lo vide asciugarsi il sudore e notò il sorriso forzato. “Mahlu. Non ero preparato a incontrarne uno qui.”
“Mahlu! Che cos’è? Cantonese?”
“Malese. Significa ‘vergognoso’.” Marlowe sorrise tra sé. Era una contrazione di puki mahlu: mahlu, vergognoso, puki. Fossa Dorata. I malesi attribuiscono sentimenti a quella parte della donna: fame, tristezza, bontà, rapacità, esitazione, vergogna, collera… qualunque cosa.
“Non c’è motivo di vergognarsi, Peter” disse Casey, che non aveva capito. “Mi sorprende che abbia parlato con uno di loro, dopo tutti gli orrori del campo di prigionia. Oh, a me il libro è piaciuto moltissimo. Non è magnifico che lo avesse letto anche lui?”
“Sì. Questo mi ha sbalordito.”
“Posso farle una domanda?”
“Quale?”
“Lei ha detto che Changi è stato una genesi. Che cosa intendeva?”
Marlowe sospirò. “Changi ha cambiato tutto, ha cambiato i valori in modo permanente. Ad esempio, dava una certa indifferenza di fronte alla morte… la vedevamo troppo spesso perché avesse lo stesso significato che ha per gli altri, per le persone normali. Siamo una generazione di dinosauri, noi… quei pochi che sono sopravvissuti. Immagino che chiunque vada in guerra, qualunque guerra, veda la vita con occhi diversi, se ne esce tutto d’un pezzo.”
“E lei come la vede?”
“Un cumulo di stupidaggini venerate come se fossero il massimo dell’esistenza. Non può neanche immaginare quanta parte della vita ‘normale e civile’ sia un mucchio di fesserie. Noi, gli ex prigionieri… noi siamo i fortunati, i purificati, sappiamo cos’è veramente la vita. Quel che fa paura a voi, non spaventa me; quel che spaventa me, vi farebbe ridere.”
“Per esempio?”
Marlowe le sorrise. “Abbiamo parlato abbastanza di me e del mio karma. Ho una soffiata preziosa per la…” S’interruppe e sgranò gli occhi. “Buon Dio del cielo, e quella chi è?”
Casey rise. “Riko Gresserhoff. È giapponese.”
“E qual è il signor Gresserhoff?”
“È vedova.”
“Alleluia!” La guardarono attraversare la sala e uscire sulla terrazza.
“Non si azzardi, Peter!”
La voce di Marlowe assunse un tono olimpico. “Io sono uno scrittore! È una ricerca!”
“Balle!”
“Ha ragione.”
“Peter, dicono che tutti i primi romanzi siano autobiografici. Nel libro, lei chi era?”
“Il protagonista, naturalmente.”
“King? Il trafficante americano?”
“Oh, no, non lui. E adesso basta, con il mio passato. Parliamo di lei. È sicura che vada tutto bene?” La guardò negli occhi, come per estorcerle la verità.
“Come?”
“Si dice che questa notte lei abbia pianto.”
“Sciocchezze.”
“Sicura?”
Casey ricambiò l’occhiata, sapendo che lui le leggeva dentro. “Certo. Va tutto bene.” Un’esitazione. “Una volta o l’altra, una volta o l’altra potrei aver bisogno di un favore.”
“Oh?” Lui aggrottò la fronte. “Sono nel palco di McBride, due porte più avanti. Può venire in visita, se lo desidera.” Lanciò un’occhiata a Riko, e la sua euforia svanì. Lei stava parlando con Robin Grey e Julian Broadhurst, i parlamentari laburisti. “Credo che non sia la mia giornata” borbottò. “Tornerò più tardi, devo andare a fare una puntata. Ci vediamo, Casey.”
“Qual è la sua soffiata preziosa?”
“Il numero sette, Winner’s Delight.”
Winner’s Delight, un outsider, vinse facilmente per mezza lunghezza sul favorito, Excellent Day. Soddisfattissima, Casey si mise in fila davanti allo sportello delle vincite, stringendo le sue giocate, consapevole delle occhiate invidiose degli altri che passavano per il corridoio. Gli scommettitori agitatissimi stavano già puntando agli altri sportelli per la seconda corsa, che era la prima della duplice accoppiata. Per vincere un’accoppiata bisognava azzeccare il primo e il secondo arrivato, in qualunque ordine. La duplice univa la seconda corsa alla quinta, che quel giorno era la più importante. Avrebbe pagato somme enormi, poiché era estremamente improbabile azzeccare tutti e quattro i cavalli. La puntata minima era di 5 dollari di Hong Kong. Non c’era un massimo. “Perché, Linc?” aveva chiesto poco prima della corsa, sporgendosi dal palco per osservare i cavalli nelle gabbie, mentre tutti gli yan di Hong Kong puntavano i binocoli.
“Guarda il totalizzatore.” I numeri elettronici lampeggiavano e cambiavano via via che le somme di denaro venivano puntate sui vari cavalli, riducendo le quote; e si erano fermati un attimo prima del via. “Guarda la somma totale investita in questa corsa, Casey! Più di 3 milioni e mezzo di dollari di Hong Kong. Quasi un dollaro per ogni abitante di Hong Kong, uomo, donna o bambino, ed è solo la prima corsa. Dev’essere l’ippodromo più ricco del mondo! Questa gente ha la mania del gioco d’azzardo!”
Un immenso urlo s’era levato mentre le gabbie si aprivano. Lei l’aveva guardato sorridendo. “Tutto bene?”
“Certo. E tu?”
“Oh, sì.”
Sì, va tutto bene, pensò di nuovo lei, mentre aspettava il turno per riscuotere. Ho vinto! Rise forte.
“Oh, salve, Casey! Ah, ha vinto anche lei?”
“Oh! Oh, salve Quillan, sì, ho vinto.” Tornò verso Gornt. Tutti gli altri, nella fila, le erano sconosciuti. “Avevo puntato soltanto 10 dollari, ma sì, ho vinto.”
“La somma non ha importanza; quel che conta è vincere.” Gornt sorrise. “Il suo cappellino mi piace molto.”
“Grazie.” Strano, pensò Casey. Quillan e Ian l’avevano notato subito. Accidenti a Linc!
“Porta fortuna azzeccare il primo vincente, la prima volta che si va alle corse.”
“Oh, non l’ho azzeccato. E stata una soffiata. Di Peter. Peter Marlowe.”
“Ah, sì. Marlowe.” Casey vide un lieve mutamento negli occhi di Gornt: “È ancora d’accordo per domani?”
“Oh, sì. Il tempo lo permetterà?”
“Anche se dovesse piovere. Almeno il pranzo.”
“Magnifico. Al molo, alle dieci in punto. Qual è il suo palco?” Casey notò un cambiamento immediato che lui cercava di nascondere.
“Non ce l’ho. Non sono commissario di gara. Per ora. Sono ospite permanente del palco della Blacs, e di tanto in tanto me lo faccio prestare per una festa. È in fondo al corridoio. Vuole venire? La Blacs è un’ottima banca e…”
“Ah, ma non quanto la Vic” esclamò bonariamente Johnjohn, mentre passava. “Non creda a una parola di quello che le dice, Casey. Congratulazioni! È buon segno azzeccare il primo vincente. Ci vediamo più tardi.”
Casey lo guardò, pensierosa. Poi disse: “Cos’è questa faccenda degli assalti agli sportelli delle banche, Quillan? Sembra che nessuno se la prenda… come se non esistessero, come se la Borsa non precipitasse, e non incombesse la rovina.”
Gornt rise, consapevole degli orecchi tesi per captare la loro conversazione. “Oggi è giorno di corse, una rarità, e domani sarà quel che dovrà essere. Il fato! La Borsa apre alle dieci di lunedì, e la settimana prossima deciderà molti destini. Nel frattempo, tutti i cinesi che hanno potuto ritirare il loro denaro ce l’hanno in mano, qui, oggi. Casey, tocca a lei.”
Casey incassò il denaro. 15 a 1. 150 dollari di Hong Kong. “Alleluia!” Gornt ritirò un grosso fascio di banconote rosse, 15.000. “Ehi, fantastico!”
“È la corsa peggiore che abbia mai vista” disse in tono acido una voce americana, “Diavolo, è stranissimo che non abbiano squalificato il fantino e il vincente.”
“Oh, salve, signor Biltzmann, signor Pugmire.” Casey li ricordava dalla notte dell’incendio. “Squalificare chi?”
Biltzmann si mise in coda. “Negli Stati Uniti ci sarebbe un reclamo lungo un miglio. Quando è entrato in dirittura dall’ultima curva, si vedeva benissimo che il fantino di Excellent Day ha mollato. Era una pastetta… non si è impegnato.”
Gli informatissimi, i pochi, sorrisero tra loro. Negli spogliatoi dei fantini e nelle salette degli allenatori era corsa insistente la voce che non doveva vincere Excellent Day ma Winner’s Delight.
“Suvvia, signor Biltzmann” disse Dunross. Aveva ascoltato inosservato quelle parole, mentre passava, e si era fermato. “Se il fantino non si fosse impegnato, o se ci fosse stata qualche irregolarità, i commissari di gara sarebbero intervenuti immediatamente.”
“Forse andrà benissimo per i dilettanti, Ian, e su questo piccolo ippodromo; ma su una pista per professionisti, al mio paese, il fantino di Excellent Day sarebbe stato squalificato a vita. Gli ho tenuto continuamente il binocolo addosso.” Con aria stizzita, Biltzmann incassò i suoi piazzati e se ne andò.
Dunross disse sottovoce: “Pug, hai visto se il fantino ha fatto qualcosa d’irregolare? Io non ho seguito la corsa.”
“No. Non ho visto niente.”
“Qualcun altro?” Quelli vicini scrollarono la testa.
“A me è parso tutto regolare” disse qualcuno. “Niente di straordinario.”
“Nessuno dei commissari di gara ha sollevato obiezioni.” Poi Dunross notò il grosso rotolo di biglietti di banca nella mano di Gornt. Alzò gli occhi verso di lui. “Quillan?”
“No, ma devo dirti sinceramente che i modi di quel cafone mi sembrano allucinanti. Non credo che sarebbe un socio adatto al Turf Club.” Proprio in quel momento vide Robin Grey che andava a fare una puntata e sorrise a un pensiero improvviso. “Scusatemi, prego.” Si allontanò, con un cenno cortese. Casey vide che Dunross osservava il rotolo di banconote intascato da Gornt, e notò con sgomento l’espressione del suo volto.
“Possibile che Biltzmann… possibile che avesse ragione?” domandò Casey, nervosamente.
“Certo.” Dunross le dedicò tutta la sua attenzione. “Le combines succedono dovunque. Non si tratta di questo. Non ci sono stati reclami da parte dei commissari di gara, dei fantini e degli allenatori.” I suoi occhi erano grigi come l’ardesia, e una venuzza gli pulsava sulla fronte. “Non si tratta di questo.” No, stava pensando. È una questione di buone maniere. Ma anche così, calmati. Devi essere molto freddo e molto calmo e molto composto, durante questo weekend.
Per tutto quel giorno non c’erano stati altro che guai. L’unico momento luminoso era stato l’incontro con Riko Anjin Gresserhoff. Ma poi l’ultima lettera di Grant l’aveva nuovamente riempito di malumore. L’aveva ancora in tasca: gli diceva che, se per caso non aveva distrutto i fascicoli originali, doveva scaldare una dozzina di pagine specificate, sparse qua e là, e le informazioni scritte in inchiostro invisibile in quelle pagine dovevano venire trasmesse privatamente al primo ministro o all’attuale capo dell’MI-6, Sinders, di persona… e una copia doveva venire consegnata a Riko Anjin in busta sigillata.
Se lo faccio, sono costretto ad ammettere che i fascicoli che gli ho consegnato erano falsi, pensò, stanco di Grant, dello spionaggio, delle istruzioni. Maledizione, Murtagh arriverà solo più tardi, Sir Geoffrey non può chiamare Londra prima delle quattro per parlare di Tiptop e di Brian Kwok e, Gesù Cristo, adesso un cafone maleducato ci dà dei dilettanti… e lo siamo. Scommetterei 100 dollari contro uno spillo rotto che Quillan lo sapeva prima della corsa.
Colpito da un pensiero improvviso chiese, distrattamente: “Come ha scelto il vincente, Casey? Con la proverbiale pinza?”
“Me l’ha suggerito Peter. Peter Marlowe.” Lei cambiò espressione. “Oh! Crede che sapesse che era tutto combinato?”
“Se l’avessi pensato per un solo istante, la corsa sarebbe stata sospesa. Ma ormai non posso far niente. Biltzmann…” All’improvviso, Dunross represse un’esclamazione, quando l’idea lo colpì in tutto il suo fulgore.
“Che cosa c’è?”
Dunross la prese per un braccio e la trasse in disparte. “È disposta a rischiare, per ottenere il denaro che le serve per dire ‘crepa’?” le chiese sottovoce.
“Certo, Ian, se è una cosa legale. Ma cosa devo rischiare?” domandò Casey. La sua innata prudenza era riaffiorata.
“Tutto quello che ha in banca, la sua casa in Laurel Canyon, le sue azioni della Par-Con, contro una somma dai 2 ai 4 milioni entro trenta giorni. Cosa ne dice?”
Il cuore le batteva forte, e l’evidente euforia di Dunross la travolgeva. “D’accordo” disse, e poi si pentì di averlo detto. Sentì lo stomaco torcersi. “Gesù!”
“Bene. Resti qui un secondo. Vado a cercare Bartlett.”
“Aspetti! C’entra anche lui? Di cosa si tratta, Ian?”
Lui sorrise, raggiante. “Una modesta occasione. Sì, Bartlett è essenziale. Questo le fa cambiare idea?”
“No” rispose lei, a disagio. “Ma avevo detto che volevo… volevo puntare al di fuori della Par-Con.”
“Non l’ho dimenticato. Mi aspetti qui.” Dunross ritornò in fretta nel suo palco, trovò Bartlett e lo portò con sé, precedette gli altri due lungo il corridoio affollato verso la cucina della Struan, salutando gente qua e là. La cucina era piccola, luccicante e piena di attività. Il personale non badò a loro. Una porta si apriva su un piccolissimo locale privato, meticolosamente insonorizzato. Quattro sedie, un tavolo e un telefono. “Lo fece costruire mio padre, quando era tai-pan… alle corse si concludono molti affari. Accomodatevi, prego. Dunque…” Dunross guardò Bartlett. “Ho una proposta d’affari per lei, per lei e Casey personalmente, al di fuori dell’accordo con la Par-Con: non ha nulla che fare con la proposta Par-Con-Struan. Vi interessa?”
“Certo. È un inghippo alla Hong Kong?”
“Le dispiace?” Dunross sorrise. “È un’onesta proposta d’affari alla Hong Kong.”
“Bene, sentiamo.”
“Prima che ne parli, ecco le regole: è il mio gioco, e voi due siete spettatori, ma avrete il 49 per cento dei profitti, da dividere tra voi in parti eguali. D’accordo?”
“Qual è il piano del gioco, tai-pan?” chiese guardingo Bartlett.
“Dunque: entro le nove del mattino di lunedì lei deposita 2 milioni di dollari USA presso una banca svizzera di mia scelta.”
Bartlett socchiuse gli occhi. “In cambio di che cosa?”
“In cambio del 49 per cento del profitto.”
“Quale profitto?”
“Lei si è esposto di 2 milioni per Gornt, senza un pezzo di carta, senza un sigillo, niente di niente, tranne il profitto potenziale.”
Bartlett sorrise. “Da quanto tempo lo sa?”
Dunross ricambiò il sorriso. “Gliel’ho già detto: qui non ci sono segreti. Ci sta?” Dunross vide Bartlett lanciare un’occhiata a Casey e trattenne il respiro.
“Casey, tu sai di cosa si tratta?”
“No, Linc.” Casey si rivolse a Dunross. “Qual è l’inghippo, Ian?”
“Prima voglio sapere se avrò i 2 milioni in anticipo, puliti e disponibili… se voi ci state.”
“Qual è il profitto potenziale?” domandò Casey.
“Dai 4 ai 14 milioni. Esentasse.”
Casey impallidì. “Esentasse?”
“Esenti da tutte le tasse di Hong Kong, e noi possiamo aiutarvi a evitare le tasse americane, se volete.”
“Entro… entro quanto tempo avverrebbe il pagamento?” chiese Bartlett.
“Il profitto risulterà entro trenta giorni. Il pagamento richiederà cinque o sei mesi.”
“I 4-12 milioni sono il totale, o solo la nostra parte?”
“La vostra parte.”
“È un utile molto elevato per una faccenda completamente legale.”
Vi fu un lungo silenzio. Dunross attendeva, come se cercasse di forzare la loro decisione con la sua volontà.
“2 milioni in contanti?” disse Bartlett. “Niente garanzie, niente di niente?”
“No. Ma dopo che le avrò esposto la situazione, potrà accettare o rifiutare.”
“E Gornt che cosa c’entra?”
“Assolutamente nulla. Questa faccenda non ha niente a che vedere con Gornt, la Rotwell-Gornt, la Par-Con, i vostri interessi per loro e per noi e l’accordo con la Par-Con. È una faccenda completamente al di fuori, qualunque cosa avvenga… avete la mia parola. E la mia parola, davanti a Dio, che non dirò mai a Quillan che lei ci ha messo questi 2 milioni, che voi due siete miei soci e interessati agli utili… e neppure, tra parentesi, gli dirò che so che voi tre mi state vendendo a breve.” Dunross sorrise. “Del resto, quella è stata una buona idea.”
“La faccenda verrebbe decisa dai miei 2 milioni?”
“No. Servirebbero a lubrificarla. Come sa, io non ho 2 milioni di dollari USA in contanti, altrimenti non l’avrei invitata a entrare nel gioco.”
“Perché proprio noi, Ian? Se è un affare tanto straordinario, potrebbe farsi dare facilmente 2 milioni da uno dei suoi amici di qui.”
“Sì. Ma ho deciso di addolcire l’esca per voi due. A proposito, siete impegnati fino alla mezzanotte di martedì” disse Dunross seccamente. Poi cambiò tono, e gli altri sentirono la sua soddisfazione. “Ma con questo… con questo affare, posso dimostrarvi chiaramente quanto siamo superiori alla Rothwell-Gornt, quanto sarebbe più interessante associarvi a noi che a lui. Lei è un giocatore d’azzardo, e lo sono anch’io. La chiamano Bartlett il Pirata, e io sono il tai-pan della Nobil Casa. Lei ha rischiato 2 milioni con Gornt, senza garanzie. Perché non farlo con me?”
Bartlett guardò di nuovo Casey. Lei non rispose né sì né no, sebbene lui sapesse che l’esca l’aveva affascinata.
“Dato che è lei a stabilire le regole, Ian, risponda a questa domanda: io ci metto i 2 milioni. Perché dovremmo dividere in parti eguali, Casey e io?”
“Ricordo quello che ha detto una volta, a pranzo, a proposito del denaro per poter dire ‘crepa’ al mondo. Lei il suo ce l’ha, Casey no. Potrebbe essere il sistema buono per farglielo avere.”
“Perché si preoccupa tanto per Casey? Sta cercando di dividere per dominare?”
“Se questo è possibile, allora non dovreste essere legati da un rapporto speciale e da rapporti di affari. Casey è il suo braccio destro, me l’ha detto lei stesso. Casey è evidentemente molto importante per lei e per la Par-Con, quindi ha diritto alla sua parte.”
“E che cosa rischia?”
“Casey ci metterà la sua casa, i suoi risparmi, le sue azioni della Par-Con… è tutto ciò che possiede. Impegnerà tutto per una metà del vostro profitto. Giusto?”
Casey annuì, stordita. “Sì.”
Bartlett la scrutò. “Mi sembrava che avessi detto di non saper niente di questa faccenda.”
Lei lo guardò a sua volta. “Un paio di minuti fa, Ian mi ha chiesto se ero disposta a rischiare tutto quello che avevo per procurarmi il denaro che mi serve per dire ‘crepa’ al mondo. Parecchio denaro.” Deglutì e soggiunse: “Ho detto che ero d’accordo, e adesso vorrei non averlo fatto.”
Bartlett rifletté un momento. “Casey, sii sincera: vuoi starci o no?”
“Voglio starci.”
“Sta bene.” Bartlett sorrise, raggiante. “Sta bene, tai-pan: e adesso, chi dobbiamo uccidere?”
Chu Nove Carati, che qualche volta trasportava l’oro per la Victoria Bank, e che era padre di due figli e di due figlie – Lily Su, l’amica occasionale di Havergill, e Wisteria, l’amante di John Chen, che era stata uccisa dalla folla davanti alla Ho-Pak, ad Aberdeen – attendeva il suo turno davanti allo sportello delle scommesse.
“Sì, vecchio?” disse lo spazientito cassiere.
Chu tirò fuori un rotolo di denaro. Era tutto quello che possedeva e tutto quello che era riuscito a farsi prestare, a parte quel che sarebbe bastato per tre inalazioni di Polvere Bianca, che gli sarebbero servite per tirare avanti per quel turno di notte. “La duplice accoppiata, per tutti gli dei! Otto e cinque nella seconda corsa, sette e uno nella quinta.”
Metodicamente, il cassiere contò le banconote gualcite. 728 dollari di Hong Kong. Premette i tasti dei numeri e controllò la prima giocata. Era esatta: cinque e otto… seconda corsa; sette e uno… quinta corsa. Contò meticolosamente 145 giocate, ognuna da 5 dollari, la puntata minima, e le consegnò con 3 dollari di resto. “Sbrigatevi, per tutti gli dei” gridò quello che veniva subito dopo nella fila. “Avete le dita nel Buco Nero?”
“Pazienza!” borbottò il vecchio, con un filo di voce. “È una cosa seria!” Controllò scrupolosamente le giocate. La prima, tre scelte a caso e l’ultima erano esatte, e il numero delle giocate era esatto; perciò lasciò libero il posto e si fece largo tra la ressa per ritornare all’aperto. Quando fu fuori si sentì un po’ meglio; era ancora nauseato, ma stava meglio. Era arrivato a piedi dal suo turno di notte al cantiere edile del nuovo palazzo, sopra Kotewall Road, ai Mid Levels, per risparmiare i soldi del biglietto.
Controllò di nuovo le giocate. Otto e cinque in quella corsa e sette e uno nella quinta, la grande corsa. Bene, pensò, riponendole accuratamente in tasca. Ho fatto quel che potevo. Adesso spetta agli dei.
Il petto gli doleva molto, e perciò si fece largo tra la folla per arrivare alla toelette; là accese un fiammifero e aspirò il fumo dell’effervescente Polvere Bianca. Dopo un po’ si sentì meglio e uscì. La seconda corsa era già cominciata. Fuori di sé per l’ansia, si fece largo a spintoni fino allo steccato, noncurante delle maledizioni che lo seguivano. I cavalli stavano girando la curva più lontana, galoppando verso di lui nell’ultima dirittura, verso il traguardo; e passarono oltre, in una confusione tonante, mentre lui aguzzava gli occhi lacrimosi per cercare i suoi numeri.
“Chi è in testa?” chiese, ansimando, ma nessuno gli badò. Tutti gridavano, incitando alla vittoria i loro favoriti, in un ruggito crescente che pervase ogni cosa e poi si smorzò quando il vincitore passò il traguardo.
“Chi ha vinto?” boccheggiò Chu Nove Carati. La testa gli scoppiava.
“Chi se ne frega?” disse qualcuno, prorompendo in un torrente di maledizioni. “Non era il mio! Che tutti gli dei orinino per sempre su quel fantino!”
“Non riesco a leggere il totalizzatore. Chi ha vinto?”
“E un fotofinish, vecchio sciocco, non vede? Sono arrivati tre cavalli insieme. Fottuti tutti i fotofinish! Dobbiamo aspettare.”
“Ma i numeri… quali sono i numeri?”
“Cinque, otto e quattro, Lucky Court, il mio cavallo! Avanti, figlio della tetta sinistra di una puttana! Quattro e otto per l’accoppiata, in nome di tutti gli dei!”
Attesero. E attesero. Il vecchio temeva di svenire, e perciò cercò di pensare a cose più piacevoli, per esempio la conversazione che aveva avuto quella mattina con Chen della Nobil Casa. Aveva chiamato tre volte, e ogni volta un servitore aveva risposto e riattaccato. Solo quando lui aveva detto ‘Lupo Mannaro’, era venuto personalmente al telefono Chen della Nobil Casa.
“La prego di scusarmi se ho nominato i criminali assassini di suo figlio” aveva detto Chu. “Non sono stato io, onorevole signore, oh, no. Sono soltanto il padre dell’amante del suo compianto onorevole figlio, Wisteria Su, alla quale lui aveva dichiarato amore imperituro nella lettera che è stata pubblicata su tutti i giornali.”
“Eh? Bugiardo! Tutte menzogne. Crede che io sia uno sciocco, pronto a lasciarmi spremere dal primo che chiama? Lei chi è?”
“Mi chiamo Hsi-men Su” aveva detto lui, mentendo con disinvoltura. “Ci sono altre due lettere, onorevole Chen. Pensavo che ci tenesse a riaverle, anche se sono tutto ciò che mi rimane della mia povera figlia morta e del suo povero figlio morto che ho considerato come un figlio durante tutti i mesi che…”
“Altre menzogne! Quella sgualdrina dalla bocca melliflua non ha mai ricevuto nessuna lettera da mio figlio! La nostra terribile polizia manda in galera i falsari, oh, sì! Sono forse uno scimmiotto dalla testa di contadino venuto dalle Province Esterne? Stia in guardia! Adesso immagino che tirerà fuori un bambino e dirà che è di mio figlio! Eh?
Per poco, Chu Nove Carati non aveva lasciato cadere il telefono. Aveva discusso e concordato quella mossa con sua moglie, i suoi figli e Lily. Era stato facile trovare un parente disposto a prestare un bambino piccolo, in cambio di un compenso.
“Eh!” aveva balbettato, sconvolto. “Sono un bugiardo? Io che onestamente, per una modesta somma, ho dato la mia unica figlia vergine perché diventasse la puttana e l’unico amore di suo figlio!” Aveva pronunciato meticolosamente le parole in inglese: sua figlia Lily gliele aveva fatte ripetere per ore, perché le dicesse bene. “Per tutti gli dei, abbiamo protetto il suo grande nome, e senza chiedere niente! Quando siamo andati a riconoscere il corpo della mia povera figlia, non abbiamo detto niente alla terribile polizia che ci tiene tanto, oh ko, ci tiene tanto a scoprire chi era l’autore della lettera per prendere in trappola i Lupi Mannari! Tutti gli dei maledicano quei malvagi figli di puttana! Forse che quattro giornali cinesi non hanno già offerto ricompense a chi dirà il nome dell’autore, heya? È giusto che offra le lettere a lei, prima di incassare la ricompensa dei giornali, heya?”
Aveva ascoltato con pazienza il torrente di invettive che aveva dato inizio al negoziato. Più volte, l’uno e l’altro avevano finto di essere decisi a riattaccare, ma nessuno dei due aveva interrotto le trattative. Alla fine era stato stabilito che se una fotocopia d’una delle altre lettere fosse stata inviata a Chen della Nobil Casa, per provare che quella e l’altra non erano false, allora “forse, onorevole Su, le altre lettere, e questa potrebbero valere una modestissima somma di Grasso Fragrante.”
Adesso, Chu Nove Carati ridacchiò tra sé. Oh, sì, pensò soddisfatto, Chen della Nobil Casa pagherà profumatamente, in particolare quando leggerà le parti che parlano di lui. Oh, se venissero pubblicate, sicuramente si renderebbe ridicolo agli occhi di tutta Hong Kong e perderebbe per sempre la faccia. Ora, di quanto dovrò accontentarmi…
Un urlo improvviso si levò intorno a lui, e per poco Chu non cadde. Il cuore cominciò a martellargli in petto, mozzandogli il respiro. Si aggrappò allo steccato e guardò il totalizzatore lontano. “Chi… che numeri sono?” chiese. Poi urlò, nel frastuono, e tirò per le maniche i vicini. “I numeri, ditemi i numeri!”
“Il vincente è l’otto, Buccaneer, il castrone della Nobil Casa. Ayeeyah, non vede il tai-pan che lo conduce nel tondino del dissellaggio? Buccaneer paga sette a uno.”
“Il secondo? Chi è arrivato secondo?”
“Il numero cinque, Winsome Lady, la piazza paga tre a uno… Cosa c’è, vecchio? Ha la paralisi?”
“No… no…” Debolissimo, Chu Nove Carati si allontanò barcollando. Trovò finalmente un piccolo tratto libero e spiegò il giornale delle corse sul cemento bagnato e sedette, appoggiando la testa sulle braccia e sulle ginocchia. Era sopraffatto dalla gioia estatica di avere azzeccato la prima accoppiata. Oh, oh, oh! E non devo far altro che attendere, e se l’attesa sarà troppo lunga userò un altro po’ di Polvere Bianca, sì, e mi resterà l’ultima per il lavoro di stanotte. E adesso, che tutti gli dei si concentrino! La prima accoppiata l’ho presa grazie al mio acume. Vi prego, concentratevi sulla quinta! Sette e uno! Tutti gli dei… concentratevi!
I commissari di gara, i proprietari e i funzionari si raccolsero presso il tondino. Dunross era andato incontro al suo cavallo e s’era congratulato con il fantino. Buccaneer aveva corso benissimo; e adesso, mentre conduceva il castrone nel tondino, fra gli applausi e i rallegramenti, volle pubblicamente mostrare la propria esuberanza. Voleva far vedere al mondo la sua gioia e la sua sicurezza, consapevole che la vittoria in quella corsa era un ottimo presagio, e conscio soprattutto della vittoria. Il presagio sarebbe stato raddoppiato e triplicato se avesse vinto anche con Noble Star. Due cavalli nella duplice accoppiata avrebbero assolutamente rimesso al loro posto Gornt e i suoi alleati. E se Murtagh opera la sua magia o se Tiptop mantiene la promessa di scambiare il denaro con Brian Kwok, o se Pugnostretto o Lando o Quattro Dita…
“Ehi, signor Dunross, congratulazioni!”
Dunross guardò la folla accalcata allo steccato. “Oh, salve, signor Choy” disse, riconoscendo il settimo figlio e presunto nipote di Wu Quattro Dita. Si avvicinò e gli strinse la mano. “Aveva puntato sul vincente?”
“Sì, signore, certo. Io tengo per la Nobil Casa. Mio zio e io abbiamo giocato la duplice accoppiata. Abbiamo appena azzeccato la prima, cinque e otto, e per la quinta abbiamo sette e otto. Lui ha puntato 10.000 dollari, e io lo stipendio della settimana.”
“Allora speriamo di vincere, signor Choy.”
“Può dirlo due volte, tai-pan” disse il giovane, con la sua disinvolta familiarità americana.
Dunross sorrise e si avvicinò a Travkin. “È sicuro che Johnny Moore non possa montare Noble Star? Non voglio Tom Wong.”
“Gliel’ho detto, tai-pan. Johnny sta peggio di un cosacco ubriaco.”
“Ho bisogno di quella vittoria. Noble Star deve vincere.”
Travkin vide che Dunross scrutava pensieroso Buccaneer. “No, tai-pan, la prego, non monti Noble Star. Il fondo è brutto, molto brutto e pericoloso, e continua a peggiorare a ogni corsa. Kristos! Immagino che questo le metta addosso ancora di più la voglia di montarla.”
“In quella corsa potrebbe decidersi il mio futuro… e la faccia della Nobil Casa.”
“Lo so.” Rabbiosamente, il vecchio russo nodoso batté l’inseparabile frustino contro i vecchi jodhpurs, lucidi per l’uso. “E so anche che lei è migliore di tutti gli altri fantini, ma il fondo è pericol…”
“Non mi fido di nessuno, Alexi. Non posso permettermi errori.” Dunross abbassò la voce. “La prima corsa era truccata?”
Travkin ricambiò lo sguardo con fermezza. “Non erano drogati, tai-pan. A quanto ne so io. Il medico della polizia ha messo una paura d’inferno a quelli che potevano averne la tentazione.”
“Bene. Ma era truccata?”
“Non era la mia corsa, tai-pan. A me interessano soltanto i miei cavalli e le mie corse. Quella non l’ho neppure seguita.”
“Molto comodo, Alexi. Sembra che non l’abbia seguita nessuno degli altri allenatori.”
“Ascolti, tai-pan. Ho un fantino per lei. Io. Monterò io Noble Star.”
Dunross socchiuse gli occhi. Lanciò uno sguardo al cielo. Si era fatto ancor più buio. Presto pioverà, e ci sono tante cose da fare, prima che piova. Io o Alexi? Alexi ha le gambe buone, mani sicure, un’esperienza enorme. Ma a lui sta più a cuore il cavallo della vittoria. “Ci penserò” disse. “Deciderò dopo la quarta corsa.”
“Io vincerò” disse il vecchio, cercando disperatamente la possibilità di districarsi dai suoi accordi con Suslev. “Vincerò, a costo di uccidere Noble Star.”
“Non è necessario, Alexi. Sono affezionato a quella puledra.”
“Tai-pan, mi ascolti. Forse un favore? Ho un problema. Posso vederla stasera o domenica, domenica o lunedì sera, diciamo alle Sinclair Towers?”
“Perché proprio là?”
“Abbiamo concluso là il nostro accordo, e vorrei parlare là. Ma se non le sta bene, allora il giorno dopo.”
“Ha intenzione di lasciarci?”
“Oh, no, non si tratta di questo. Se avrà tempo. La prego.”
“D’accordo, ma non potrà essere per stasera, né domenica né lunedì. Vado a Taipei. Potrei vederla martedì alle dieci di sera. Le sta bene?”
“Benissimo. Martedì andrà bene, grazie.”
“Scenderò dopo la prossima corsa.”
Alexi seguì con lo sguardo il tai-pan che si dirigeva verso gli ascensori. Stava per scoppiare in pianto, sopraffatto dall’affetto per Dunross.
Volse gli occhi verso Suslev che era nelle tribune del pubblico, molto vicino. Sforzandosi di assumere un’aria distratta, alzò le dita, il numero concordato: uno per quella sera, due per domenica, tre lunedì, quattro martedì. Aveva un’ottima vista, e vide Suslev accennare che aveva ricevuto il segnale. Matyeryebyets, pensò. Traditore della Madre Russia e di tutti noi russi, tu e tutti i tuoi confratelli del KGB! Ti maledico in nome di Dio, per me e per tutti i russi.
Non ci pensare! Monterò Noble Star in un modo o nell’altro, si disse.
Dunross entrò nell’ascensore, tra altre congratulazioni e molta invidia. All’ultimo piano lo stavano aspettando Gavallan e Jacques. “È tutto pronto?” chiese.
“Sì” rispose Gavallan. “C’è Gornt, e tutti gli altri che volevi. Cosa sta bollendo in pentola?”
“Venite e vedrete. A proposito, Andrew, farò lo scambio fra Jacques e David MacStruan. Jacques si occuperà del Canada per un anno. David…”
Il viso di Jacques si illuminò. “Oh, grazie, tai-pan. Sì, ti ringrazio moltissimo. Farò in modo che il Canada renda, te lo prometto.”
“Allora, per lo scambio?” chiese Gavallan. “Vuoi che prima vada là Jacques o che venga qui David?”
“David arriverà lunedì. Jacques, tu passerai le consegne a lui, e poi la settimana prossima potrete tornare in Canada insieme per una quindicina di giorni. Tu passerai dalla Francia, eh? Prenderai con te Susanne e Avril, ormai dovrebbe essersi ripresa abbastanza. Non c’è nulla di urgente in Canada al momento… è più urgente qui.”
“Oh, sì, ma foi! Sì, grazie, tai-pan.”
Gavallan disse, pensieroso: “Sarà un piacere rivedere il vecchio David.” Aveva molta simpatia per David MacStruan, ma si stava ancora chiedendo il perché dello scambio: e questo significava che Jacques non era più in lizza per ereditare il titolo di tai-pan, mentre entrava in corsa David, e la sua posizione era cambiata, o stava per cambiare, o era minacciata… ammesso che rimanesse qualcosa da ereditare, dopo lunedì. E Kathy?
Sarà quel che sarà, si disse. Oh, accidenti a tutto!
“Voi due andate avanti” disse Dunross. “Io vado a chiamare Phillip.” Entrò nel palco dei Chen. Secondo un’antica consuetudine, il compradore della Nobil Casa era automaticamente uno dei commissari di gara. Forse per l’ultimo anno, pensò cupo Dunross. Se Phillip non mi procura un aiuto tangibile da Wu Quattro Dita, Lando Mata, Pugnostretto o qualcun altro entro mezzanotte di domenica, verrà escluso.
“Ciao, Phillip” disse in tono amichevole, salutando con un cenno gli altri ospiti nel palco affollato. “Sei pronto?”
“Oh, sì, tai-pan.” Phillip Chen sembrava invecchiato. “Congratulazioni per la vittoria.”
“Sì, tai-pan, un auspicio meraviglioso… stiamo pregando tutti per la quinta!” esclamò Dianne Chen, che si sforzava con eguale impegno di nascondere l’apprensione. Kevin, che le stava al fianco, le fece eco.
“Grazie” rispose Dunross, sicuro che Phillip Chen le avesse parlato della riunione. Lei portava un cappello con piume di paradisea, e troppi gioielli.
“Champagne, tai-pan?”
“No, grazie, forse più tardi. Chiedo scusa, Dianne, devo portare via Phillip per qualche istante. Non lo tratterrò molto.”
Fuori, nel corridoio, si soffermò un momento. “Com’è andata, Phillip?”
“Ho… ho parlato con… con tutti. Si riuniranno domani mattina.”
“Dove? A Macao?”
“No, qui.” Phillip Chen abbassò ancora di più la voce. “Mi dispiace per… per tutti i disastri causati da mio figlio… sì, mi dispiace moltissimo” disse, sinceramente.
“Accetto le scuse. Se non fosse stato per la tua leggerezza e il tuo tradimento, non saremmo mai diventati tanto vulnerabili. Gesù Cristo, se Gornt è a conoscenza dei nostri bilanci degli ultimi due anni e della nostra struttura, siamo in alto mare senza remi.”
“Ho… ho avuto un’idea, tai-pan, sul modo di tirar fuori la nostra, di tirar fuori la Casa. Dopo le corse, potrei… potresti concedermi un po’ di tempo?”
“Vieni al cocktail questa sera? Con Dianne?”
“Sì, se… sì, grazie. Posso portare Kevin?”
Dunross sorrise tra sé, fuggevolmente. L’erede presuntivo, ufficialmente e immediatamente. Karma. “Sì. Adesso vieni.”
“Di che si tratta, tai-pan?”
“Vedrai. Per favore, non dire nulla, non fare nulla, accetta e basta, ostentando la massima sicurezza, il fatto che tu fai parte dell’accordo, e quando io uscirò, spargi la voce e l’ottimismo. Se falliremo, la Casa di Chen fallirà per prima, qualunque cosa succeda!” Dunross entrò nel palco di McBride. Vi furono subito altre congratulazioni, e molti affermarono che era un buon auspicio.
“Buon Dio, tai-pan” disse McBride. “Se Noble Star vincesse la quinta, sarebbe meraviglioso!”
“Pilot Fish batterà Noble Star” disse Gornt, in tono sicuro. Era al bar a bere, con Jason Plumm. “Scommetto 10.000 che arriverà prima della tua cavalla.”
“Accetto” disse pronto Dunross. Si levarono applausi e sibili di derisione da parte dei trenta e più invitati, e ancora una volta Bartlett e Casey, che secondo l’accordo con Dunross erano arrivati pochi minuti prima per fare visita a Peter Marlowe, furono colpiti dall’aria allegra e dall’immensa sicurezza di Dunross.
“Come va, Dunstan?” chiese Dunross. Non prestò attenzione a Casey e Bartlett, dedicandosi all’uomo grande e grosso, più florido del solito e con un doppio brandy in mano.
“Benissimo, grazie, Ian. Ho azzeccato il primo, e Buccaneer… ho vinto parecchio, con Buccaneer, ma ho mancato l’accoppiata. Mi ha inguaiato Lucky Court.”
La sala era grande quanto il palco della Struan, ma arredata con meno sfarzo, benché fosse egualmente piena di molti esponenti dell’élite di Hong Kong, alcuni invitati un momento prima da Gavallan e da McBride per conto di Dunross. Lando Mata, Holdbrook – l’agente di cambio della Struan –, Sir Luis Basilio – il presidente della Borsa –, Johnjohn, Havergill, Southerby – il presidente della Blacs –, Richard Kwang, Pugmire, Biltzmann, Sir Dunstan Barre, il giovane Martin Haply del China Guardian. E Gornt. Dunross lo guardò: “Anche tu hai azzeccato il vincente dell’ultima corsa?”
“No. Non mi piaceva nessun cavallo. Di cosa si tratta, Ian?” chiese Gornt, e tutti divennero più attenti. “Volevi fare un annuncio?”
“Sì, e per cortesia ho pensato che dovessi saperlo anche tu, come gli altri VIP.” Dunross si rivolse a Pugmire. “Pug, la Nobil Casa contesta ufficialmente la cessione della Hong Kong General Stores all’American Superfoods.”
Scese un grande silenzio. Tutti lo fissavano. Pugmire era sbiancato. “Che cosa?”
“Noi offriamo 5 dollari per azione in più della Superfoods, e condizioni migliori: il 30 per cento in contanti e il 70 per cento in azioni, e il tutto entro trenta giorni!”
“Sei ammattito” sbottò Pugmire. Non avevo sondato tutti, prima, avrebbe voluto gridare, te compreso? E tu e tutti gli altri non avete approvato? O almeno, non avete disapprovato! Non è così che si fanno le cose qui, per amor di Dio… chiacchiere private al Club, qui alle corse, in un pranzo o altrove? “Non puoi farlo” borbottò.
“L’ho già fatto” disse Dunross.
Gornt disse, in tono aspro: “Tutto quel che hai fatto, Ian, è un annuncio. Come pagherai? Fra trenta o trecento giorni.”
Dunross lo fissò. “La proposta è pubblica. Completeremo le condizioni entro trenta giorni. Pug, avrai i documenti ufficiali entro le nove e mezzo di lunedì mattina, con un anticipo in contanti per cementare l’accordo.”
Per un momento la sua voce fu sommersa, perché gli altri cominciarono a parlare, a fare domande; ognuno si chiedeva in che modo quello sviluppo sbalorditivo lo avrebbe toccato di persona. Nessuno aveva mai contestato una cessione concordata. Johnjohn e Havergill erano furiosi, perché tutto era stato fatto senza consultarli; e l’altro banchiere, Southerby della Blacs, che si occupava della cessione alla Superfoods, era altrettanto sconvolto perché era stato colto alla sprovvista. Ma tutti i banchieri, incluso Richard Kwang, stavano considerando le possibilità, perché se la Borsa fosse stata normale e le azioni della Sruan fossero state alle quotazioni abituali, l’offerta della Struan avrebbe potuto essere ottima per le due parti interessate. Sapevano tutti che la gestione della Struan poteva rivitalizzare quel ricco ma stagnante hong, e l’acquisto avrebbe rafforzato enormemente la Nobil Casa, avrebbe aumentato i suoi introiti lordi almeno del 20 per cento, e naturalmente avrebbe fatto salire i suoi dividendi. E soprattutto, quella cessione avrebbe tenuto a Hong Kong tutti gli utili… non sarebbero finiti nelle mani di uno straniero. Soprattutto uno straniero come Biltzmann.
Oh, mio Dio, stava pensando Barre con immensa ammirazione e non poca invidia, è stato geniale da parte di Ian fare la proposta qui, in pubblico, di sabato, senza che fosse mai trapelato niente sulle sue intenzioni, niente che ti desse un’indicazione e ti permettesse di comprare in segreto la settimana scorsa, con le azioni al minimo, per guadagnare un patrimonio con un colpo di telefono! Naturalmente, le azioni della General Stores di Pug andranno alle stelle, lunedì appena aprirà la Borsa. Ma come diavolo hanno fatto Ian e Havergill a tenere il segreto? Cristo, avrei potuto guadagnare un patrimonio se l’avessi saputo, e forse potrò ancora farlo! Evidentemente, le voci secondo le quali la Victoria non sostiene la Struan sono un mucchio di frottole…
Un momento, stava pensando Sir Luis Basilio, non abbiamo acquistato un grosso quantitativo di azioni della General Stores la scorsa settimana, per conto di un prestanome? Buon Dio, il tai-pan ci ha battuti tutti in astuzia? Ma, Madonna santa, un momento, e l’attacco alle sue azioni, e il crollo della Borsa, e i contanti che dovrà sborsare per concludere la cessione, e…
Persino Gornt stava facendo i conti, pervaso dal furore, al pensiero che quell’idea non era venuta prima a lui. Sapeva che l’offerta era buona, anzi ottima, e che lui non poteva farne una migliore, almeno al momento. Ma del resto, Ian non può concludere. Non ha il…
“Si può pubblicare la notizia, tai-pan?” L’incisivo accento canadese di Martin Haply si impose nel vocio eccitato.
“Certamente, signor Haply.”
“Posso fare qualche domanda?”
“Dipende” rispose disinvolto Dunross. Guardò i penetranti occhi castani, divertito. Potrebbe farci comodo in famiglia un giovane bastardo in gamba… se gli si può affidare Adryon. “Lei cosa aveva in mente?”
“È la prima volta che una cessione viene contestata. Posso domandarle perché lo fa proprio ora?”
“La Struan ha sempre avuto uno spirito innovativo. In quanto al momento, ci è parso ideale.”
“Pensa che questo sab…”
Biltzmann lo interruppe bruscamente. “Noi abbiamo concluso un accordo. È fatta. Dickie?” Si girò di scatto verso Pugmire. “Eh?”
“Era fatta, signor Biltzmann” disse in tono deciso Dunross. “Ma noi contestiamo l’accordo, esattamente come si fa negli Stati Uniti, secondo le regole americane. Presumo che non le dispiaccia. Certo, qui siamo dilettanti, ma cerchiamo di imparare dai nostri pari. Fino alla assemblea degli azionisti non c’è niente di definitivo: è la legge, no?”
“Sì, ma… ma era fatta!” L’uomo alto, dai capelli grigi si rivolse a Pugmire. Quasi non riusciva a parlare per la rabbia. “Avevi detto che era tutto concordato.”
“Ecco, i membri del consiglio d’amministrazione avevano accettato” rispose impacciato Pugmire, consapevole che tutti ascoltavano, in particolare Haply. Era per metà felice di quell’offerta più vantaggiosa, per metà furioso di non aver saputo nulla neppure lui, altrimenti avrebbe potuto comprare e comprare. “Ma, ehm, naturalmente, deve venire ratificato dagli azionisti nell’assemblea di venerdì. Non avevamo idea che ci sarebbe stato un… Ehm, Ian, ehm, Chuck, non pensate che questo non sia il posto più adatto per disc…”
“Sono d’accordo” disse il tai-pan. “Ma al momento c’è poco da discutere. L’offerta è stata fatta. A proposito, Pug, le condizioni che ti riguardano restano valide, ma vengono estese da cinque a sette anni, con un seggio nel consiglio d’amministrazione della Struan per l’intero periodo.”
Pugmire lo guardò a bocca aperta. “Fa parte dell’accordo?”
“Abbiamo bisogno della tua esperienza, ovviamente” disse in tono disinvolto Dunross, e tutti compresero che Pugmire era agganciato all’amo. “Il resto delle condizioni negoziate fra te e la Superfoods rimane in vigore. I documenti saranno sulla tua scrivania lunedì alle nove e mezzo. Forse sottoporrai l’accordo ai tuoi azionisti, venerdì.” Si avvicinò a Biltzmann e tese la mano. “Buona fortuna. Presumo che lei presenterà subito una controfferta.”
“Ecco, ehm, dovrò consultarmi con la sede centrale, signor, ehm, tai-pan.” Biltzmann era rabbioso, rosso in volto. “Noi… noi avevamo fatto la proposta migliore che potevamo e… La sua offerta è ottima. Sì. Ma con l’attacco alle sue azioni e l’assalto agli sportelli delle banche e la Borsa che precipita, sarà piuttosto difficile concludere, no?”
“No, affatto, signor Biltzmann” disse Dunross, puntando tutto sulla speranza che Bartlett non si rimangiasse la promessa dei contanti, che lui potesse concludere con la Par-Con, liberarsi dall’attacco di Gornt e riportare le sue azioni alle quotazioni normali entro il prossimo weekend. “Possiamo concludere senza nessuna difficoltà.”
Il tono di Biltzmann divenne più tagliente. “Dickie, credo che farai bene a considerare attentamente la nostra proposta. È valida fino a martedì” disse, sicuro che entro martedì la Struan sarebbe andata a pezzi. “Adesso devo andare a fare una puntata per la prossima corsa.” Uscì. Nel palco, la tensione salì di parecchi decibel.
Cominciarono a parlare tutti insieme, ma Haply gridò: “Tai-pan, posso fare una domanda?”
Di nuovo l’attenzione si concentrò. “Quale?”
“Mi risulta che nelle cessioni ci debba essere un anticipo in contanti, a dimostrazione della buona fede. Posso chiedere quando sborserà la Struan?”
Tutti attesero trattenendo il respiro e fissando Dunross. Lui prolungò la pausa, mentre i suoi occhi scrutavano le facce, godendosi la tensione, sapendo che tutti avrebbero voluto vederlo umiliato, o quasi tutti, tranne… tranne chi? Casey di certo, anche se lei sa tutto. Bartlett? Non so, non ne sono sicuro. Claudia? Oh, sì, Claudia lo fissava pallidissima. Donald McBride, Gavallan, persino Jacques.
Il suo sguardo si fermò su Martin Haply. “Forse il signor Pugmire preferirebbe conoscere questo dettaglio in privato” disse, continuando a manovrarli. “Eh, Pug?”
Gornt interruppe Pugmire e disse, in tono di sfida: “Ian, dato che sei deciso a comportarti in modo non ortodosso, perché non fai tutto in pubblico? Quello che anticiperai indicherà il valore del tuo accordo. Non è così?”
“No. Per la verità, no” disse Dunross. Sentì il rombo lontano e smorzato che accompagnava la partenza della terza corsa e, guardando quelle facce, fu sicuro che nessuno lo udiva, tranne lui. “Oh, sta bene” disse, sbrigativamente. “Pug, che ne diresti di 2 milioni di dollari USA insieme ai documenti, per le nove e mezzo di lunedì?”
Un coro di esclamazioni si levò nella sala. Havergill, Johnjohn, Southerby, Gornt erano sbigottiti. Phillip Chen era sul punto di svenire. Involontariamente, Havergill esordì: “Ian, non credi che noi, ehm, la…”
Dunross si voltò di scatto verso di lui. “Oh, non ritieni che sia abbastanza, Paul?”
“Oh, sì, sì, naturalmente, più che abbastanza, ma, ehm…” Le parole di Havergill si spensero sotto lo sguardo di Dunross.
“Oh, per un momento…” Dunross s’interruppe, fingendo di essere stato colpito da un pensiero improvviso. “Non devi preoccuparti, Paul. Non ti ho impegnato senza consultarti, naturalmente. Per questo accordo ho un finanziamento alternativo, un finanziamento esterno” continuò, con affascinante disinvoltura. “Come sai, le banche giapponesi e molte altre desiderano espandersi in Asia. Ho ritenuto più opportuno, per tenere tutto segreto e impedire le solite fughe di notizie, ottenere un finanziamento esterno fino a quando fossi stato pronto a dare l’annuncio. Per fortuna, la Nobil Casa ha amici in tutto il mondo! Ci vediamo dopo!”
Si voltò e uscì. Phillip Chen lo seguì. Martin Haply andò al telefono e poi tutti cominciarono a parlare esprimendo il loro scetticismo… Cristo, se Ian ha tanti fondi dall’esterno…
Nel subbuglio, Havergill chiese a Johnjohn: “Quale banca giapponese?”
“Vorrei proprio saperlo. Se Ian ha il finanziamento per questo… mio Dio, 2 milioni di dollari USA sono il doppio di quel che avrebbe avuto bisogno di offrire.”
Southerby, che era accanto a loro, si asciugò le mani. “Se Ian conduce in porto questo colpo, varrà almeno 10 milioni di dollari statunitensi il primo anno, come minimo.” Sorrise, sarcasticamente. “Ebbene, Paul, a quanto sembra, da questa torta siamo esclusi tutti e due.”
“Sì. Sì, sembra che sia così, ma non capisco come Ian abbia potuto… e tenendo tutto segreto, per giunta!”
Southerby si fece più vicino. “Nel frattempo” chiese sottovoce, “cosa più importante, cosa si sa di Tiptop?”
“Niente, ancora niente. Non ha risposto alle mie telefonate, né a quelle di Johnjohn.” Lo sguardo di Havergill si posò su Gornt che stava parlando in un angolo con Plumm. Gli voltò le spalle. “E adesso, cosa farà Quillan?”
“Comprerà, lunedì mattina, per prima cosa. Deve farlo. Adesso dovrà farlo, sarebbe troppo pericoloso tenersi indietro” disse Southerby.
“Sono d’accordo” aggiunse Sir Luis Basilio, accostandosi. “Se Ian può disporre di simili somme in contanti, quelli che hanno svenduto le sue azioni faranno meglio a stare attenti. Adesso che ci penso, questa settimana abbiamo acquistato un grosso quantitativo di General Stores per conto di prestanomi. Probabilmente Ian, eh? Deve averlo fatto per prendere posizione, fortunato lui!”
“Sì” mormorò Johnjohn. “Ma proprio non riesco a capire… Dio buono, e se adesso vince con Noble Star! Con una simile fortuna potrebbe cambiare completamente la sua situazione, sapete come sono i cinesi!”
“Sì” s’intromise Gornt, sorprendendoli. “Ma grazie a Dio noi non siamo cinesi. Dobbiamo ancora vedere quei contanti.”
“Deve averli… deve averli” disse Johnjohn. “Questione di faccia.”
“Ah, la faccia.” Gornt era sarcastico. “Alle nove e mezzo, eh? Se fosse stato veramente furbo avrebbe detto mezzogiorno, o le tre del pomeriggio, e allora non l’avremmo saputo per tutto il giorno e lui avrebbe avuto a disposizione quel tempo per manovrarci. Ma così…” Gornt alzò le spalle. “Io vinco in ogni caso: milioni, se non il controllo.” Lanciò un’occhiata dalla parte opposta del palco affollato, verso Bartlett e Casey, poi se ne andò.
Bartlett prese il braccio di Casey e la condusse sulla balconata.
“Cosa ne pensi?” le chiese sottovoce.
“Di Gornt?”
“Di Dunross.”
“Fantastico! È fantastico. ‘Banca giapponese’… è stato un colpo straordinario” disse lei, euforica. “Li ha sconcertati tutti, lo si vedeva benissimo: e se ha sconcertato quel gruppo, ha sconcertato tutta Hong Kong. Hai sentito quel che ha detto Southerby?”
“Sì. Sembra che ce l’abbiamo fatta tutti quanti… se lui riuscirà a tirarsi fuori dalla trappola di Gornt.”
“Speriamo.” Poi Casey notò il sorriso. “Che c’è?”
“Sai cos’abbiamo appena fatto, Casey? Abbiamo appena comprato la Nobil Casa con la promessa di 2 milioni di dollari.”
“Come?”
“Ian ha rischiato tutto sul fatto che io metterò i 2 milioni.”
“Non è stato un rischio. Linc. Era l’accordo.”
“Certo. Ma supponiamo che io non lo faccia. Il suo castello di carte crolla. Se non avrà quei 2 milioni, sarà finito. Ieri ho detto a Gornt che avrei potuto tirare il tappeto sotto i piedi a Ian lunedì mattina. Se io ritirassi la promessa dei 2 milioni prima che apra la Borsa, Ian sarebbe spacciato.”
Casey lo fissò, sgomenta. “Non vorrai mica fare una cosa simile?”
“Siamo venuti qui per fare un grosso colpo e diventare la Nobil Casa. Guarda quello che ha fatto Ian a Biltzmann, quello che gli hanno fatto tutti. Quel povero diavolo non ha neppure capito che cosa gli è successo. Pugmire aveva concluso un accordo, ma se l’è rimangiato per accettare l’offerta di Ian, che era migliore. Giusto?”
“Questo è diverso.” Lei lo scrutò, attenta. “Non avrai intenzione di rimangiarti l’impegno?”
Bartlett, con un sorriso strano, abbassò lo sguardo sulla folla e sul totalizzatore. “Può darsi. Dipende da chi farà qualcosa a qualcun altro durante il weekend. Gornt o Dunross, è la stessa cosa.”
“Non sono d’accordo.”
“Certo, Casey, lo so” rispose lui, calmissimo. “Ma si tratta di 2 milioni miei e del mio gioco.”
“Sì, e della tua parola e della tua faccia! Gli hai stretto la mano, per convalidare l’accordo.”
“Casey, costoro ci mangerebbero a colazione se ne avessero la possibilità. Credi che Dunross non ci venderebbe, se dovesse scegliere tra lui e noi?”
Dopo una pausa, Casey disse: “Stai dicendo che un accordo non è mai un accordo, comunque stiano le cose?”
“Tu vuoi 4 milioni di dollari esentasse?”
“Conosci già la risposta.”
“Diciamo che ci sarai dentro per il 49 per cento della nuova compagnia Par-Con-Gornt, esentasse e tutto pulito. Deve valerne la pena.”
“Certo” disse lei, spaventata da quel tipo di discorso; e per la prima volta in vita sua, non era sicura di Bartlett.
“Vuoi quel 49 per cento?”
“In cambio di cosa. Linc?”
“In cambio dell’appoggio al 100 per cento per la Gornt-Par-Con.”
Lei sentì un vuoto allo stomaco e lo guardò con aria interrogativa, cercando di leggergli nella mente. Di solito ci riusciva: ma non più, da quando era comparsa Orlanda. “È quello che mi offri?”
Lui scosse la testa, e il suo sorriso era lo stesso, la sua voce era la stessa. “No. Non ancora.”
Casey rabbrividì: aveva paura che avrebbe accettato, se l’offerta fosse stata valida. “Mi fa piacere, Pirata. Credo… sì, mi fa piacere.”
“È molto semplice, Casey: Dunross e Gornt giocano per vincere, ma per poste diverse. Perché questo palco, per loro, dovrebbe significare di più che 2 o 4 milioni di dollari? Noi siamo venuti qui, tu e io, per guadagnare e per vincere.”
Guardarono entrambi il cielo, mentre cadevano alcune gocce di pioggia. Ma scendevano dalla sporgenza del tetto, non era un nuovo acquazzone. Lei fece per dire qualcosa, e si trattenne.
“Che c’è, Casey?”
“Niente.”
“Adesso andrò un po’ in giro, per vedere le reazioni. Ci rivediamo nel nostro palco.”
“E la quinta?” chiese lei.
“Aspetta di vedere le quotazioni. Tornerò prima che incominci.”
“Divertiti!” Casey lo seguì con gli occhi mentre usciva, poi si voltò e si appoggiò alla ringhiera per nascondersi, a lui e a tutti. Era stata sul punto di chiedere, bruscamente: hai intenzione di tirare il tappeto e di rimangiarti tutto?
Gesù, prima di Orlanda, prima di Hong Kong, non avrei mai avuto bisogno di fare una domanda simile. Linc non si sarebbe mai rimangiato un accordo, prima. Ma adesso… adesso non sono sicura.
Rabbrividì di nuovo. E le mie lacrime? Non l’avevo mai fatto. E Murtagh? Dovrei dire a Linc di Murtagh, adesso – o più tardi – perché deve saperlo, certamente prima delle nove e mezzo di lunedì mattina. Oh, Dio, vorrei che non fossimo mai venuti qui.
Il fruscio della pioggia invase l’ippodromo e qualcuno disse: “Cristo, spero che non peggiori!” La pista era già fangosa, dissestata e sdrucciolevole. Davanti all’ingresso principale la strada era viscida, piena di pozzanghere, invasa dal traffico, e parecchi ritardatari stavano ancora sfilando attraverso i cancelletti girevoli.
Roger Crosse, Sinders e Robert Armstrong scesero dalla macchina della polizia e attraversarono le barriere e i controlli, dirigendosi verso l’ascensore dei soci. I cartellini azzurri che portavano appesi al bavero svolazzavano. Crosse era socio con diritto di voto da cinque anni, Armstrong da uno. Inoltre, quell’anno Crosse era commissario di gara. Ogni anno, il capo della polizia suggeriva ai commissari di gara che la polizia doveva avere un suo palco, e ogni anno i commissari di gara si dichiaravano entusiasticamente d’accordo, e poi non ne facevano nulla.
Nella tribuna dei soci, Armstrong accese una sigaretta. Aveva la faccia segnata, gli occhi stanchi. L’enorme sala affollata occupava metà della lunghezza delle tribune. Andarono al bar e ordinarono da bere, salutando altri soci. “Quella chi è?” chiese Sinders.
Armstrong seguì il suo sguardo. “Fa parte del colore locale, signor Sinders.” Aveva un tono sardonico. “Si chiama Venus Poon ed è la nostra principale divetta della TV.”
Venus Poon indossava una pelliccia di visone ed era circondata da un gruppo di ammiratori cinesi. “Il tipo alla sua sinistra è Charles Wang… produttore cinematografico, multimilionario, proprietario di cinema, sale da ballo, nightclub, bar, ragazze e un paio di banche in Thailandia. Il vecchietto che sembra una canna di bambù ed è altrettanto solido è Wu Quattro Dita, uno dei pirati locali… fa il contrabbandiere ed è abilissimo.”
“Sì” disse Crosse. “L’abbiamo quasi preso sul fatto, un paio di giorni fa. Pensiamo che adesso si sia messo nell’eroina… oltre che nell’oro, naturalmente.”
“Chi è quel tipo nervoso, vestito di grigio? Quello all’esterno?”
“È Richard Kwang, del disastro Ho-Pak” rispose Armstrong. “Il banchiere. È o era l’attuale… come si dice? Quello che la manteneva.”
“Interessante.” Sinders fissava Venus Poon. La ragazza indossava un abito scollatissimo, provocante. “Sì, molto. E quella? Laggiù… quella con l’europeo.”
“Dove? Oh. Quella è Orlanda Ramos, portoghese, il che di solito qui significa eurasiatica. Una volta era l’amante di Quillan Gornt. Adesso, non so. L’uomo è Linc Bartlett, il trafficante d’armi.”
“Ah! Lei è libera?”
“Può darsi.”
“Ha l’aria di costare parecchio.” Sinders centellinò il liquore e sospirò. “Deliziosa, ma deve costare parecchio.”
“Direi di sì” commentò disgustato Crosse. Orlanda Ramos era insieme a diverse donne di mezza età, tutte con abiti di grandi sartorie, intorno a Bartlett. “Piuttosto esagerata, per i miei gusti.”
Sinders lo guardò, sorpreso. “Erano anni che non vedevo tante belle donne… e tanti gioielli. Avete mai avuto una rapina, qui?”
Crosse levò gli occhi al cielo. “Al Turf Club? Buon Dio, sicuramente nessuno ne avrebbe il coraggio.”
Armstrong sorrise, un sorriso duro. “Tutti i poliziotti che fanno servizio qui, dal primo all’ultimo, passano gran parte del loro tempo cercando di ideare la rapina perfetta. L’incasso finale della giornata deve essere almeno di 15 milioni. Ma nessuno di noi ha trovato la soluzione. Il servizio di sicurezza è troppo rigoroso, troppo efficiente… lo ha organizzato il signor Crosse.”
“Ah!”
Crosse sorrise. “Le andrebbe uno spuntino, Edward? Magari un sandwich?”
“Buona idea. Grazie.”
“Robert?”
“No, grazie, signore. Se non le dispiace, vorrei studiare i pronostici. Ci vedremo più tardi.” Armstrong era dolorosamente consapevole del fatto che dopo la settima corsa sarebbero dovuti ritornare al comando, dov’era in programma un’altra seduta con Brian Kwok.
“Robert è uno scommettitore serio, Edward. Robert, mi faccia un favore, mostri tutto al signor Sinders, dove si fanno le scommesse, e gli ordini un sandwich. Io farò bene a vedere se il governatore è libero un momento… Tornerò fra pochi minuti.”
“Con piacere” disse Armstrong, infastidito. Gli bruciava in tasca la busta con i 40.000 dollari di h’eung yau che aveva preso d’impulso dalla sua scrivania. Cristo, devo farlo o non devo farlo? continuava a chiedersi, cercando rabbiosamente di decidere e continuando nel contempo a cercare di scacciare l’orrore del suo amico Brian e della prossima seduta… no, non era più suo amico, era un agente straniero perfettamente addestrato, una preda enormemente preziosa che avevano scoperto per un miracolo.
“Robert” disse Crosse, usando un tono studiatamente gentile, “oggi ha fatto un buon lavoro. Molto buono.”
“Sì” confermò Sinders. “Farò in modo che il ministro venga informato del suo contributo, e naturalmente anche il partito conservatore.”
Crosse si avviò verso l’ascensore. Dovunque andasse, i cinesi lo seguivano nervosamente con gli occhi. All’ultimo piano, passò davanti al palco del governatore ed entrò in quello di Plumm,
“Salve, Roger!” Plumm lo accolse affabilmente. “Bevi qualcosa?”
“Un caffè, grazie. Come va?”
“Finora ci ho rimesso anche la camicia, anche se siamo in molti ad avere azzeccato la prima accoppiata della duplice. E tu?”
“Sono appena arrivato.”
“Ah, allora ti sei perso la scena!” Plumm riferì a Crosse l’offerta di Dunross per la General Store. “Ian ha messo il bastone fra le ruote a Pug.”
“O gli ha proposto una grossa occasione” disse qualcun altro.
“Vero, vero.”
Il palco di Plumm era affollato come gli altri. Chiacchiere e risate, ottimi piatti e bevande. “Il tè sarà pronto fra mezz’ora. Sto andando nella sala di riunione dei commissari di gara, Roger. Vuoi venire con me?”
La sala dei commissari era in fondo al corridoio, e c’erano guardie alla porta. Era piccola, con un tavolo e dodici sedie, un telefono, grandi finestre affacciate sulla pista e una piccola balconata. Era vuota. Subito la facciata disinvolta di Plumm sparì. “Ho parlato con Suslev.”
“Oh?”
“È furibondo per la visita a sorpresa sull’Ivanov, ieri sera.”
“Lo immagino. L’ha ordinata Londra. A me l’hanno detto soltanto questa mattina. Quel maledetto Sinders!”
Plumm diventò ancora più tetro. “Non è possibile che siano sulle tue tracce, eh?”
“Oh, no. È ordinaria amministrazione. La Special Branch, l’MI-6 e Sinders hanno provato a volare da soli. Amano molto la segretezza, e non hanno niente a che fare con l’SI. Continua.”
“Suslev ha detto di riferirti, se fossi venuto, che lui sarà vicino a una cabina telefonica.” Plumm gli porse un foglietto. “Ecco il numero. Si troverà lì esattamente alle partenze delle prossime tre corse. Ti prega di chiamarlo… ha detto che è urgente. Che scopo aveva la sorpresa?”
“Semplicemente spaventare tutti gli agenti del KGB a bordo, spaventarli tanto da stanare il Sevrin. Pressione. Lo stesso vale per l’ordine per Suslev e il nuovo commissario di presentarsi domenica al comando. Solo per spaventarli.”
“Suslev è spaventato, infatti.” Un sorriso sarcastico passò sulla bella faccia di Plumm. “Avrà lo sfintere fuori posto almeno per dieci anni. Dovranno tutti dare spiegazioni. Quando Armstrong ha spalancato ‘per caso’ la porta della sala radio, è scattato il Rosso Uno, e quelli hanno diligentemente e inutilmente messo fuori uso tutte le loro apparecchiature di scrambling e di decifrazione, oltre ai radar segreti.”
Crosse alzò le spalle. “L’Ivanov sta per andarsene, e non gli manca certo il materiale di ricambio. Non è stata colpa di Suslev o nostra. Possiamo inviare un rapporto per riferire al Centro cos’è successo. Se vogliamo.”
Plumm socchiuse gli occhi. “Se?”
“Rosemont e i suoi uomini hanno prelevato un bicchiere, durante l’incursione alle Sinclair Towers. Ci sono le impronte di Suslev.”
Plumm impallidì. “Cristo! E adesso è schedato?”
“Deve esserlo. Come sai, è nei nostri schedari, non come KGB, e credo di avere io le uniche copie esistenti delle sue impronte digitali. Le avevo sottratte al suo dossier anni fa. Direi che è solo questione di tempo prima che la CIA gli sia addosso, quindi prima lascia Hong Kong, meglio è.”
“Pensi che dovremmo dirlo al Centro?” chiese impacciato Plumm. “Se la prenderanno con lui per la sua imprudenza.”
“Potremo deciderlo durante il weekend. Conoscevamo Voranskij da parecchi anni, sapevamo di poterci fidare. Ma quest’uomo?” Crosse lasciò in sospeso la domanda, continuando a fingere che i suoi contatti con Suslev fossero recenti, come quelli di Plumm. “Dopotutto, è soltanto un ufficiale subalterno del KGB, un corriere promosso sui due piedi. Non è neppure il sostituto ufficiale di Voranskij, e dobbiamo pensare a noi stessi.”
“È vero!” Plumm assunse un tono più duro. “Forse è un vero imbecille. So che nessuno mi ha seguito fino alle Sinclair Towers. In quanto al cablo decifrato… accidenti!”
“Cosa?”
“Il cablo decifrato… quello che lui ha lasciato cadere e che Armstrong ha raccolto sul ponte dell’Ivanov. Dobbiamo prendere una decisione.”
Crosse girò la testa per nascondere lo sgomento e si sforzò di dominarsi, preoccupato perché Armstrong e Sinders non gli avevano parlato del cablo. Finse di reprimere uno sbadiglio, per dissimulare. “Scusami, sono stato alzato quasi tutta la notte” disse, compiendo uno sforzo per mantenere un tono normale. “Ti ha detto cosa c’era scritto?”
“Certo. Ho insistito.”
Crosse vide che Plumm lo scrutava. “Che cosa ti ha detto, esattamente?”
“Oh? Vuoi dire che forse ha mentito?” Plumm lasciò trapelare l’ansia. “Diceva più o meno così: ‘Informi Arthur che, in seguito alla sua richiesta di un Priorità Uno per il traditore Metkin è stata ordinata un’intercettazione immediata a Bombay. Secondo, l’incontro con l’americano è anticipato a domenica. Terzo e ultimo: i fascicoli di Grant continuano a essere Priorità Uno. Il Sevrin deve compiere il massimo sforzo per ottenere il successo. Centro.’” Plumm si passò la lingua sulle labbra. “È esatto?”
“Sì” disse Crosse, mentendo e sudando di sollievo. Cominciò a pensare ad Armstrong e a Sinders. Perché questo non me l’hanno detto?
“Terribile, eh?” fece Plumm.
“Sì, ma non è grave.”
“Non sono d’accordo” ribatté irritato Plumm. “Lega il KGB al Sevrin, conferma l’esistenza di Arthur e l’esistenza del Sevrin.”
“Sì, ma il legame l’avevano già stabilito i fascicoli di Grant. Calmati, Jason, siamo al sicuro.”
“Ne sei convinto? Ci sono state troppe fughe di notizie per i miei gusti. Troppe. Forse dovremmo chiudere per un po’.”
“Abbiamo chiuso. Sono soltanto quei maledetti fascicoli di Grant a causarci guai.”
“Sì. Almeno quel Grant non è stato completamente preciso.”
“Ti riferisci a Banastasio?”
“Sì. Mi sto ancora domandando cosa diavolo c’entra.”
“Sì.” Nel fascicolo intercettato, Banastasio era erroneamente indicato come il contatto americano del Sevrin. Soltanto in seguito Crosse aveva saputo da Rosemont chi era veramente.
“Il tale che è andato a riceverlo era Vee Cee Ng” disse Crosse.
Plumm inarcò le sopracciglia. “Ng il Fotografo? E cosa c’entra?”
“Non lo so. Navi, spedizioni, contrabbando. Si occupa di svariate attività poco chiare.” Crosse alzò le spalle.
“È possibile che la teoria di quello scrittore sia esatta? Come si chiama? Marlowe. È possibile che il KGB stia compiendo un’operazione nel nostro territorio senza dirci niente?”
“È possibile. Oppure, potrebbe essere tutto un altro dipartimento, magari il GRU, istigato in America dal KGB o dal GRU locale. O soltanto una coincidenza.” Crosse aveva ritrovato l’autocontrollo: la paura causata dal cablo si stava attutendo. Ora pensava con maggiore chiarezza. “Cosa vuole Suslev di tanto urgente?”
“La nostra collaborazione. Koronski arriva con l’aereo questo pomeriggio.”
Crosse fece un fischio. “Il Centro?”
“Sì. C’è stato un messaggio questa mattina. Adesso che le apparecchiature dell’Ivanov sono fuori uso, il tramite sono io.”
“Bene. Qual è il suo nome di copertura?”
“Hans Meikker, Germania Ovest. Scenderà ai Seven Dragons.” L’ansia di Plumm crebbe. “Ascolta, Suslev ha detto che il Centro ci ha ordinato di prepararci a sequestrare Ian e…”
“Sono impazziti!” esplose Crosse.
“Hai ragione, ma Suslev dice che è l’unico modo per scoprire in fretta se i fascicoli sono falsificati o no e, se lo sono, dove sono nascosti quelli autentici. Dice che Koronski può riuscirci. Col pentothal la memoria di Ian può… ecco, può essere svuotata.”
“È una pazzia” disse Crosse. “Non siamo neppure certi che i fascicoli siano stati falsificati. È soltanto una supposizione, santo Dio!”
“Suslev sostiene che il Centro gli ha detto che potremo far ricadere la responsabilità sui Lupi Mannari… hanno sequestrato John Chen, quindi perché non dovrebbero andare a caccia di un grosso riscatto prendendo il tai-pan?”
“No. Troppo pericoloso.”
Plumm si asciugò le mani. “Sequestrare Ian adesso servirebbe a scatenare uno scalpore enorme fra i tai-pan, in tutta Hong Kong. Potrebbe essere il momento ideale, Roger.”
“Perché?”
“La Nobil Casa resterebbe completamente disorientata, e con gli assalti agli sportelli delle banche e il crollo della Borsa, Hong Kong finirebbe nella fogna, e per la Cina sarebbe un trauma enorme. Faremmo fare un passo avanti di dieci anni alla Causa, e daremmo un aiuto inestimabile al comunismo internazionale e ai lavoratori di tutto il mondo. Cristo, Roger, non ti sei stancato di stare semplicemente lì seduto a fare da messaggero? Ora possiamo compiere la missione del Sevrin, e quasi senza rischi. E poi chiuderemo tutto per un po’.”
Crosse accese una sigaretta. Aveva captato la tensione nella voce di Plumm. “Ci penserò” disse alla fine. “Lasciamo stare, per il momento. Ti chiamerò io questa sera. Suslev ti ha detto chi è l’americano indicato dal cablo?”
“No. Ha detto soltanto che non aveva niente a che fare con noi.”
La voce di Crosse s’indurì. “Qui tutto ha a che fare con noi.”
“Sono d’accordo.” Plumm lo fissò. “Potrebbe anche essere una parola in codice per indicare chiunque.”
“È possibile.”
“Ho un’ipotesi assurda per te. Banastasio.”
“Perché proprio lui?” chiese Crosse, che era pervenuto alla stessa conclusione.
“Non so perché, ma scommetterei che l’intero inghippo, se è un inghippo, deve essere ispirato o assistito dal KGB. È il classico precetto di Sun Tzu: usare contro il nemico la sua stessa forza… tutti e due i nemici, gli Stati Uniti e la Cina. Un Vietnam unificato e forte sarebbe sicuramente anticinese. Eh?”
“È possibile. Sì, tutto collima” riconobbe Crosse. Tranne una cosa, pensò: Vee Cee Ng. Fino al momento in cui Brian Kwok aveva balbettato ‘Vee Cee è uno dei nostri’, non aveva immaginato che quell’uomo fosse qualcosa di più di un fotografo eccentrico e di un capitalista. “Se l’americano è Banastasio, lo sapremo.” Finì la sigaretta. “C’è altro?”
“No. Roger, pensa a Dunross. Ti prego. I Lupi Mannari lo hanno reso possibile.”
“Ci ho pensato.”
“Questo weekend sarebbe l’ideale, Roger.”
“Lo so.”
Orlanda stava guardando i cavalli con il potente binocolo, quando eruppero dalle gabbie per la quarta corsa. Stava in un angolo della balconata dei soci, con Bartlett al fianco, e tutti guardavano i cavalli tranne lui. Bartlett guardava lei, la curva dei suoi seni sotto la seta, l’angolo del suo zigomo, l’intensità della sua eccitazione. “Forza, Crossfire” mormorò lei, “forza! È quinto, Linc, oh, corri, bello, corri…”
Bartlett ridacchiò, e Orlanda non badò a lui. S’erano accordati per incontrarsi lì fra la terza e la quarta corsa. “Sei socia con diritto di voto?” le aveva chiesto la sera prima.
“Oh, no, tesoro. Ci vado con alcuni amici. Vecchi amici della mia famiglia. Vuoi bere qualcosa?”
“No. No, grazie… sarà meglio che vada.”
Si erano baciati, e ancora una volta Bartlett aveva sentito la travolgente eccitazione di lei. Lo aveva lasciato sconvolto e innervosito durante la traversata del porto, e poi per quasi tutta la notte. Per quanto si sforzasse, gli era difficile frenare e mantenere in prospettiva il desiderio.
Sei preso all’amo, vecchio mio, si disse, mentre la guardava, e lei si toccava le labbra con la punta della lingua, e concentrava lo sguardo, dimentica di tutto, tranne dei 50 dollari che aveva puntato sul grosso grigio, il suo favorito.
“Forza… forza… oh, sta rimontando, Linc… oh, è secondo…”
Bartlett guardò i cavalli che galoppavano nell’ultima dirittura: Crossfire, il grigio, ben piazzato a fianco di Western Scot, un castrone baio che era in leggero vantaggio, e l’andatura era piuttosto lenta… nella terza corsa era caduto un cavallo. Adesso un terzo incomodo fece un tentativo: Winwell Stagg, un castrone che apparteneva a Havergill e che secondo Peter Marlowe avrebbe vinto. Stava rimontando fortissimo all’esterno, con Crossfire e Western Scot testa a testa, avanti di poco, con tutte le fruste in azione, ormai, tra il ruggito della folla.
“Oh, forza forza forza, Crossfire… oh, ha vinto, ha vinto!”
Bartlett rise nel pandemonio dell’esplosione di gioia di Orlanda. Lei l’abbracciò. “Oh, Linc, è meraviglioso!”
Dopo un momento vi fu un altro ruggito quando i numeri vennero issati sul tabellone del totalizzatore, confermando l’ordine di arrivo. Ora tutti attendevano le quote. Un altro grande applauso. Crossfire pagava 5 a 2.
“Non è molto” disse Bartlett.
“Oh, lo è, lo è, lo è!” Orlanda non gli era mai sembrata più carina, e il cappellino era graziosissimo, molto più di quello di Casey… l’aveva notato subito e le aveva fatto i complimenti. Lei si appoggiò alla ringhiera e guardò il tondino del dissellaggio. “Quello è il proprietario, Vee Cee Ng, è uno dei nostri milionari sciangaiesi. Mio padre lo conosceva molto bene.” Orlanda gli passò il binocolo.
Bartlett lo puntò. L’uomo che conduceva nel tondino il cavallo inghirlandato era un cinese raggiante e robusto, sulla cinquantina, vestito con eleganza. Poi Bartlett riconobbe Havergill che conduceva il suo Winwell Stag, arrivato secondo e battuto di mezzo muso. Nel paddock scorse Gornt, Plumm, Pugmire e molti commissari di gara. Dunross era vicino allo steccato e parlava con un uomo molto più basso di lui. Il governatore stava passando da un gruppo all’altro, con la moglie e il suo aiutante Bartlett li guardò, invidiandoli un poco, i proprietari che stavano lì, con i berretti e gli impermeabili e le donne e le amanti costosissime, a scambiarsi saluti, tutti membri di una consorteria ristretta, i potenti di Hong Kong… lì e nei palchi più in alto. Tutto molto britannico, pensò, tutto molto raffinato. Mi inserirò meglio di Biltzmann? Senza dubbio. A meno che ci tengano a buttarmi fuori quanto ci tenevano a buttar fuori lui. Diventerò facilmente un socio con diritto di voto. Ian lo ha detto. E Orlanda si inserirebbe? Certo. Moglie o amica, è la stessa cosa.
“Quello chi è?” chiese. “L’uomo che parla con Ian.”
“Oh, è Alexi Travkin, l’allenatore del tai-pan…” Orlanda s’interruppe, mentre Armstrong si avvicinava.
“Buon pomeriggio, signor Bartlett” disse lui, educatamente. “Anche lei aveva puntato sul vincitore?”
“No, questa volta ho perso. Posso presentarle la signorina Ramos? Orlanda Ramos, il sovrintendente Robert Armstrong del CID.”
“Piacere.” Lei sorrise ad Armstrong che la vide diventare di colpo guardinga. Perché hanno tutti paura di noi, gli innocenti come i colpevoli? si chiese. Noi cerchiamo soltanto di far rispettare le loro leggi, di difenderli dai delinquenti. Forse perché tutti violano qualche legge, magari poco importante, ogni giorno o quasi ogni giorno, perché molte leggi sono stupide… come le nostre leggi sulle scommesse. Dunque tutti sono colpevoli, persino tu, bella signora dal passo così sensuale e dal sorriso così promettente. Per Bartlett. Che reato hai commesso oggi, per intrappolare questo povero innocente? Sorrise tra sé, con sarcasmo. Non tanto innocente, in molte cose. Ma contro una addestrata da Quillan Gornt? Una bella, avida ragazza eurasiatica che non potrebbe far altro che scendere più in basso? Ayeeyah! Ma, oh, come mi piacerebbe essere al tuo posto! Sì, tu con i tuoi fucili, il denaro, e donne come Casey e questa e gli incontri con la feccia del mondo come Banastasio, oh, sì… darei dieci anni della mia vita e anche di più, perché oggi, lo giuro davanti a Dio, detesto quello che devo fare, quello che soltanto io posso fare per la cara, vecchia Inghilterra.
“Anche lei ha puntato sul favorito?” stava chiedendo Orlanda.
“No. No, purtroppo.”
“È il secondo vincente che azzecca” disse orgoglioso Bartlett.
“Ah, se è la sua giornata buona, chi prevede alla quinta?”
“Stavo cercando di decidere, sovrintendente. Non ho avuto soffiate… è una gara molto aperta. Qual è il suo favorito?”
“Ho sentito parlare di Winning Billy… neppure io so decidermi. Bene, buona fortuna.” Armstrong li lasciò, dirigendosi agli sportelli. Aveva puntato 500 dollari sul terzo arrivato, coprendo le altre scommesse. Faceva sempre una puntata principale e la rincalzava con altre, nella speranza di guadagnarci. Molte volte gli andava bene. Quel pomeriggio aveva perso qualcosa, ma non aveva ancora toccato i 40.000 dollari.
Nel corridoio esitò. Il Serpente, l’ispettore capo Donald C.C. Smyth, si stava staccando da una delle casse affollate, con un rotolo di denaro in mano. “Ciao, Robert. Come ti va?”
“Così-così. Stai facendo qualche altro colpo gobbo?”
“Ci provo.” Il Serpente si chinò verso di lui. “Come vanno le cose?”
“Procedono.” Ancora una volta Armstrong si sentì nauseato al pensiero della Camera Rossa… e poi starsene lì seduto, a lasciare che la mente di Brian Kwok sciorinasse i segreti più segreti, lottando contro il tempo che passava… e tutti loro sapevano che il governatore stava chiedendo a Londra l’autorizzazione per effettuare lo scambio.
“Non hai una gran bella cera, Robert.”
“Non mi sento molto bene. Chi vincerà la quinta?”
“Al Para ho fatto pressioni sul tuo amico lo Storpio. Secondo lui, è Pilot Fish. Mi aveva dato Buccaneer per la prima, ma con questo fondo può succedere di tutto.”
“Sì. Niente sui Lupi Mannari?”
“Niente. È un vicolo cieco. Sto facendo rastrellare la zona, ma con questa pioggia è un’impresa quasi disperata. Ho parlato con Dianne Chen questa mattina… e con la moglie di John Chen, Barbara. Mi hanno riempito di belle parole. Sarei pronto a scommettere che sanno più di quello che dicono. Ho fatto quattro chiacchiere con Phillip Chen, ma anche lui non ha collaborato. Quel povero diavolo è sconvolto.” Il Serpente alzò gli occhi verso Armstrong. “Per caso, Mary sapeva qualcosa di John?”
Armstrong ricambiò l’occhiata. “Non ho avuto la possibilità di chiederglielo. Questa sera… se mi lasceranno in pace.”
“Non lo faranno.” Il viso di Smyth si contrasse in un sorriso insinuante. “Punta i tuoi 40 su Pilot Fish.”
“Quali 40?”
“Un uccellino mi ha cinguettato che un certo uovo d’oro è volato nel tuo pollaio… anche se come metafora è un po’ pasticciata.” Smyth alzò le spalle. “Non preoccuparti, Robert, svegliati. Ce ne sono ancora in abbondanza. Buona fortuna.” Si allontanò. Armstrong lo seguì con lo sguardo, odiandolo.
Ma ha ragione, pensò con una fitta al cuore. Ce n’è in abbondanza, ma quando l’hai preso per la prima volta, cosa succederà la seconda? E anche se non dai niente, non ammetti niente, non garantisci niente, verrà pure un momento… sicuro come Dio ha creato il mondo, c’è sempre un pagamento.
Mary. Ha bisogno di quella vacanza, ne ha un gran bisogno, e c’è il conto dell’agente di cambio e tutti gli altri conti, oh, Cristo, con la Borsa impazzita io sono quasi al verde. Dio maledica il denaro… o la sua mancanza.
40.000 dollari su un’accoppiata vincente risolverebbero tutto. Oppure puntarli su Pilot Fish. Tutto, o metà, o niente. Se è tutto, allora c’è il tempo per piazzare puntate agli altri sportelli.
I piedi lo portarono a una delle file. Molti lo riconobbero e, con un’immediata paura interiore, si augurarono che i poliziotti avessero un loro palco e sportelli loro e non si mescolassero ai cittadini onesti. Tra gli altri c’era Wu Quattro Dita. Puntò frettolosamente 50.000 dollari sull’accoppiata Pilot Fish – Butterscotch Lass e tornò di corsa nella sala dei soci, a sorbire con sollievo il suo brandy e soda. Quegli sporchi poliziotti, carne di cane, che spaventavano gli onesti cittadini, pensò, mentre aspettava il ritorno di Venus Poon. Iiiiih, ridacchiò, la sua Fossa d’Oro vale ogni carato del diamante che le ho promesso questa notte. Due Nubi e Pioggia prima dell’alba, e la promessa di un altro incontro domenica, quando lo yang avrà recuperato il suo…
Un improvviso clamore, all’esterno, lo distrasse. Si affrettò a farsi largo tra la gente che affollava le balconate. I nomi dei cavalli della quinta e dei loro fantini stavano apparendo uno a uno sul tabellone. Pilot Fish, il numero uno, ebbe una grandiosa ovazione; poi Street Vendor, un outsider, il due; Golden Lady, il tre, accolta con un fremito di eccitazione dai numerosi sostenitori. Quando apparve il nome di Noble Star, il sette, ci fu un gran chiasso, e quando fu il turno di Butterscotch Lass, il numero otto, la favorita, il frastuono fu ancora più grande.
Lungo lo steccato, Dunross e Travkin stavano ispezionando la pista. Era dissestata e viscida. E vicino allo steccato era anche peggio. Il cielo era più nero e minaccioso. Cominciò a piovere, e un gemito di nervosismo salì da cinquantamila gole.
“È uno schifo, tai-pan” disse Travkin. “La pista è uno schifo.”
“È così per tutti.” Dunross ricalcolò un’ultima volta la possibilità. Se corro e vinco, sarà un auspicio immenso. Se corro e perdo, sarà un pessimo auspicio. Essere battuto da Pilot Fish sarebbe anche peggio. Potrei avere un incidente. Non posso permettermi… La Nobil Casa non può permettersi di restare senza capo oggi, domani o lunedì. Se Travkin corre e perde o finisce dietro Pilot Fish sarà un guaio, ma non altrettanto grave. Sarebbe il fato.
Ma non mi succederà nulla. Vincerò. Tengo a questa corsa più che a ogni altra cosa al mondo. Non fallirò. Non sono sicuro di Alexi. Io posso vincere… se gli dei sono con me. Sì, ma sei disposto a puntare tutto sugli dei?
“Iiih, giovane Ian” gli aveva detto tante volte il vecchio Chen-chen, “guardati dall’attendere aiuto dagli dei, per quanto li lusinghi con oro o promesse. Gli dei sono dei, e vanno fuori a pranzo e dormono e si annoiano e guardano dall’altra parte. Gli dei sono esattamente come noi: buoni e cattivi, pigri e forti, gentili e acidi, stupidi e saggi! Perché altrimenti sarebbero dei, heya?”
Dunross sentiva il cuore che gli batteva forte, aspirava l’odore dolce-acre e caldo del sudore dei cavalli, e gli pareva di vivere il movimento accecante, travolgente, la frusta stretta in mano, il gruppo all’angolo, ora nella dirittura di fronte, ora l’ultima curva, il dolorante, grande, dolce terrore della velocità, impugnare la frusta, spingere i talloni, il cavallo disteso, stringere Pilot Fish allo steccato, fargli rompere il ritmo, e adesso nella dirittura, irrompere nella dirittura con Pilot Fish dietro e il traguardo là davanti… forza, forza… e vincere…
“Dobbiamo decidere, tai-pan. È ora.”
Dunross si scosse lentamente, con la bile in bocca. “Sì. Corra lei” disse, anteponendo la Casa a se stesso.
E ora che l’aveva detto, accantonò il resto e batté calorosamente la mano sulla spalla di Travkin. “Vinca, Alexi. Vinca, per Dio.”
L’altro, nodoso e coriaceo, alzò la testa per fissarlo. Annuì, poi se ne andò per cambiarsi. Lungo il percorso notò Suslev, in tribuna, che lo osservava con il binocolo. Un tremito lo prese. Suslev aveva promesso che quel Natale Nestorova sarebbe venuta a Hong Kong, sarebbe stata autorizzata a raggiungerlo e a restare a Hong Kong… per Natale. Se lui avesse collaborato. Se avesse collaborato e avesse fatto quello che gli era stato chiesto.
Ci credi? No. No, affatto, quei matyeryebyets sono bugiardi e traditori ma questa volta, forse… Cristo Gesù, perché mi ha ordinato d’incontrarmi con Dunross alle Sinclair Towers di sera, sera inoltrata? Perché? Cristo Gesù, che cosa devo fare? Non pensare, vecchio. Sei vecchio, e potresti morire, ma il tuo primo dovere è vincere. Se vincerai, il tai-pan farà quello che gli chiedi. Se perdi? Se vinci o perdi, come potrai vivere con la vergogna di aver tradito un uomo che ti ha trattato da amico e si fida di te?
Entrò nello spogliatoio dei fantini.
Dietro di lui, Dunross si voltò a guardare il totalizzatore. Le quotazioni si erano ridotte, e le poste, già adesso, ammontavano a 2 milioni e mezzo. Butterscotch Lass era data 3 a 1, Noble Star 7 a 1, e ancora non era indicato il nome del fantino, Pilot Fish 5 a 1, Golden Lady 7 a 1. È ancora presto, pensò, e resta ancora molto tempo per scommettere. Travkin ridurrà la quotazione. Una fitta gelida lo scosse. Chissà se in questo momento si stanno accordando, fra allenatori e fantini? Cristo, faremo bene a seguire attentamente questa corsa, tutti quanti.
“Ah, Ian!”
“Oh, salve, signore.” Dunross sorrise a Sir Geoffrey che si stava avvicinando, poi guardò Havergill, che era con il governatore. “Peccato per Winwell Stag, Paul, mi è parso che abbia corso benissimo.”
“Una questione di fortuna” rispose educatamente Havergill. “Chi monta Noble Star?”
“Travkin.”
Il governatore s’illuminò. “Ah, ottima scelta. Sì, farà una buona corsa. Per un momento, Ian, ho temuto che si lasciasse tentare lei.”
“Infatti. E provo ancora la tentazione, signore.” Dunross sorrise lievemente. “Se Alexi verrà investito da un autobus prima che la corsa abbia inizio, correrò io.”
“Bene, nell’interesse di tutti noi e della Nobil Casa, mi auguro che non succeda. Non possiamo permetterci che le capiti un incidente. Il fondo è spaventoso.” Ci fu un altro scroscio di pioggia passeggero. “Finora abbiamo avuto fortuna. Nessun incidente grave. Se incomincia a piovere sul serio, sarebbe il caso di sospendere le gare.”
“Ne abbiamo già discusso, signore, Cominceremo con un po’ di ritardo. La corsa verrà rinviata di dieci minuti. Purché il tempo non peggiori per la quinta, la gente sarà soddisfatta.”
Sir Geoffrey lo scrutò. “Oh, a proposito, Ian. Ho provato a cercare il ministro qualche minuto fa, ma purtroppo era ancora in riunione. Ho lasciato un messaggio e richiamerà lui appena potrà. Sembra che le ramificazioni di questo maledetto scandalo Profumo scuotano ancora una volta le basi del partito conservatore.
La stampa strilla, con ragione, per timore che ci siano state falle nella sicurezza. Fino a quando la commissione d’inchiesta non arriverà alle sue conclusioni, il mese prossimo, risolvendo una volta per tutte gli aspetti della sicurezza e le voci secondo le quali sarebbero implicati altri membri del governo, non ci sarà pace.”
“Sì” disse Havergill. “Ma sicuramente il peggio è ormai passato, signore. In quanto alla relazione, non sarà certamente ostile.”
“Ostile o no, questo scandalo rovinerà i conservatori” disse serio Dunross, ricordando la previsione di Grant nell’ultimo rapporto.
“Buon Dio, spero di no.” Havergill era turbato. “Quei due cretini, Grey e Broadhurst, al potere con tutti gli altri socialisti? Se la loro conferenza stampa era un indizio, tanto varrebbe che ce ne andassimo tutti a casa.”
“Siamo a casa, e tutto finisce per tornare a casa. Prima o poi” disse mestamente Sir Geoffrey. “Comunque, Ian ha preso la decisione giusta: non correre.” Diede un’occhiata a Havergill e il suo sguardo s’indurì. “Come ho detto, Paul, è importante prendere le decisioni giuste. Sarebbe una gran brutta cosa se i correntisti della Ho-Pak finissero in rovina, forse soltanto a causa di un errore di giudizio da parte di Richard Kwang e della mancanza di una decisione benevola da parte di coloro che avrebbero potuto evitare il disastro, se avessero voluto… forse con loro grande profitto. Eh?”
“Sì, signore.”
Sir Geoffrey li salutò con un cenno e li lasciò.
Dunross chiese: “Perché ha detto così?”
“Il governatore pensa che dovremmo salvare la Ho-Pak” rispose disinvolto Havergill.
“Perché non lo fate?”
“Parliamo della cessione della General Stores.”
“Prima finiamo di parlare della Ho-Pak. Il governatore ha ragione, sarebbe nell’interesse di tutti noi, di Hong Kong… e della banca.”
“Tu saresti favorevole?”
“Sì, certo.”
“Approverai? E tu e il tuo blocco approverete l’acquisto?”
“Io non ho un blocco, ma certamente appoggerei un acquisto ragionevole.”
“Paul Havergill sorrise a denti stretti. “Stavo pensando a 20 centesimi al dollaro per le partecipazioni di Richard.”
Dunross emise un fischio. “Non è molto.”
“Entro lunedì sera sarà ridotto a zero. Probabilmente accetterà… le sue partecipazione darebbero il controllo alla banca. Potremmo facilmente garantire i suoi correntisti al 100 per cento.”
“Lui ha tante garanzie?”
“No, ma con la normalizzazione della Borsa e la nostra gestione giudiziosa, in un anno o due, è vero che l’acquisizione della Ho-Pak potrebbe arrecarci grossi benefici. Oh, sì. E c’è un bisogno disperato di ricreare la fiducia. L’acquisto sarebbe un grosso aiuto.”
“Questo pomeriggio sarebbe il momento ideale per dare l’annuncio.”
“Sono d’accordo. Nessuna notizia di Tiptop?”
Dunross lo studiò. “Perché questo cambiamento improvviso, Paul? E perché ne discuti con me?”
“Non c’è nessun cambiamento. Ho considerato molto attentamente il caso della Ho-Pak, l’acquisizione sarebbe buona politica bancaria.” Havergill lo squadrò. “Ci guadagnerà in prestigio e gli offriremo un posto nel nostro consiglio di amministrazione.”
“Dunque le voci sulla grossa banca erano vere?”
“No, che io sappia” rispose freddamente Havergill. “E perché ne discuto con te? Perché sei consigliere d’amministrazione della banca, il più importante, per il momento, con una notevole influenza sul consiglio. È una cosa sensata, no?”
“Sì, ma con riserva.”
Gli occhi di Havergill divennero ancora più freddi. “Gli interessi della banca non hanno nulla a che vedere con la mia antipatia per te e per i tuoi metodi. Ma avevi ragione, a proposito della Superfoods. Hai fatto una buona offerta al momento giusto, e hai ispirato fiducia a tutti i presenti. Inevitabilmente, si diffonderà in tutta Hong Kong. È stato un momento ben scelto, e adesso, se arriviamo noi e annunciamo che ci siamo assunti tutte le responsabilità della Ho-Pak verso i suoi correntisti, ci sarà un altro, immenso voto di fiducia. Ci basta far rinascere la fiducia. Se Tiptop verrà in nostro soccorso con i contanti, lunedì sarà il giorno del boom per Hong Kong. Quindi lunedì mattina, per prima cosa, Ian, noi facciamo acquisti massicci di Struan. Entro lunedì sera avremo assunto il controllo. Comunque, ti faccio una proposta adesso: metteremo noi i 2 milioni per la General Stores in cambio di metà delle tue azioni della banca.”
“No, grazie.”
“Le avremo tutte entro il prossimo weekend. Garantiremo comunque i 2 milioni per coprire l’acquisto e garantiremo l’offerta complessiva che hai fatto a Pug… se non riuscirai a evitare di perdere la Struan.”
“Non la perderò.”
“Certo. Ma non ti dispiace, se lo dico a lui e a quello stupido ficcanaso di Haply?”
“Sei una carogna, eh?”
Le labbra sottili di Havergill si torsero in un sorriso. “Gli affari sono affari… io voglio il tuo pacchetto di azioni della banca. I tuoi antenati lo comprarono per niente, in pratica lo rubarono ai Brock, dopo averli rovinati. Io voglio fare altrettanto. E voglio il controllo della Nobil Casa. Naturalmente. Come tanti altri. Probabilmente anche il tuo amico americano, Bartlett, se si sapesse la verità. Da dove arrivano i 2 milioni?”
“Manna caduta dal cielo.”
“Lo scopriremo, prima o poi. Siamo i tuoi banchieri, e tu ci devi parecchio, Tiptop ci tirerà fuori dai guai?”
“Non posso essere sicuro, ma ho parlato con lui questa notte. È stato incoraggiante. Ha promesso di venire qui dopopranzo, ma non si è ancora visto. E questo non promette nulla di buono.”
“Sì.” Havergill si scrollò dal naso qualche goccia di pioggia. “Abbiamo avuto una risposta molto positiva dalla Banca Commerciale di Mosca.”
“Mi rifiuto di pensare che tu sia tanto stupido!”
“È l’ultima risorsa, Ian. Una seria, ultima risorsa.”
“Convocherai una riunione immediata del consiglio di amministrazione per discutere l’acquisto della Ho-Pak?”
“Dio buono, no.” Havergill aveva un tono sarcastico. “Credi che sia tanto sciocco? Se lo facessi, tu potresti chiedere agli altri membri un’estensione del tuo prestito. No, Ian, intendo interpellarli individualmente, come ho fatto con te. Con il tuo consenso ho già la maggioranza, e gli altri, naturalmente, si accoderanno. Ho il tuo benestare?”
“A 20 centesimi per dollaro e il saldo completo per gli investitori, sì.”
“Forse potrei essere costretto a salire fino a 30 centesimi. D’accordo?”
“Sì.”
“La tua parola?”
“Oh, sì, hai la mia parola.”
“Grazie.”
“Ma indirai una riunione del consiglio prima dell’apertura di lunedì?”
“Ho accettato di pensarci. Nient’altro. Ci ho pensato, e la risposta è no. Hong Kong è una società libera, dove i deboli cadono e i forti si tengono il frutto delle loro fatiche. “Havergill sorrise e guardò il tabellone del totalizzatore. Le quotazioni erano cambiate: 2 a 1 per Butterscotch Lass, che notoriamente si trovava bene sul bagnato. Pilot Fish era dato 3 a 1. Mentre guardavano, il nome di Travkin apparve accanto a quello di Noble Star, e si levò un enorme clamore. “Il governatore aveva torto, Ian. Avresti dovuto correre. Allora avrei puntato su di te. Sì. Te ne saresti andato in un fulgore di gloria. Sì, avresti vinto. Di Travkin non sono sicuro. Buon pomeriggio.” Si toccò il cappello e si avviò verso Richard Kwang che stava in disparte, con la moglie e il suo allenatore. “Ah, Richard! Posso parlare con…” Le sue parole furono sommerse da un ruggito della folla, quando i primi degli otto cavalli della quinta corsa cominciarono a uscire alla spicciolata sotto le tribune. Pilot Fisch era in testa, e la pioggerella faceva brillare il suo mantello nero.
“Sì, Paul?” chiese Richard Kwang, seguendolo in un tratto libero. “Volevo parlare con lei, ma non l’ho disturbata perché era con il governatore e il tai-pan. Dunque” disse con forzata giovialità, “io ho un’idea. Mettiamo insieme tutti di valori della Ho-Pak, e se voi mi prestate 50 mil…”
“No, grazie, Richard” disse bruscamente Havergill. “Ma abbiamo una proposta valida fino alle cinque di oggi. Noi salviamo la Ho-Pak e garantiamo tutti i vostri correntisti. In cambio, acquisiremo le sue partecipazioni personali alla pari e…”
“Alla pari? È un cinquantesimo del loro valore!” gridò Richard Kwang. “Un cinquantesimo del…”
“Per l’esattezza, è 5 centesimi al dollaro, che equivale all’incirca al loro valore. D’accordo?”
“No, naturalmente no. Dew neh loh moh, sono un pazzo? Sono fatto di carne di cane?” Il cuore di Richard Kwang stava per scoppiare. Un attimo prima aveva sperato, assurdamente, che Havergill gli concedesse una tregua nel disastro che, ormai se ne era convinto, era assoluto, anche se fingeva altrimenti, anche se non era colpa sua, bensì l’opera dei diffusori di notizie false e dei maligni che lo avevano indotto a manovre bancarie sbagliate. Ma ormai era nella morsa. Oh ko! Ormai sarebbe stato strizzato a dovere, e qualunque cosa facessero, non avrebbe potuto sfuggire ai tai-pan. Oh, oh, oh! Disastro su disastro, e adesso quell’ingrata sgualdrina di Venus Poon mi fa perdere la faccia di fronte a zio Quattro Dita, a Charlie Wang e persino a Ng il Fotografo, dopo che le ho consegnato personalmente quella nuova pelliccia di visone trascinata nel fango con tanta noncuranza.
“Nuova?” aveva gridato lei quella mattina. “Sostieni che questa miserabile pelliccia di seconda mano è nuova?”
“Certo!” aveva ribattuto lui. “Credi che io sia uno scimmiotto? Certo che è nuova. È costata 50.000 in contanti, oh ko!” I 50.000 erano un’esagerazione, ma i contanti no, ed entrambi sapevano benissimo che sarebbe stato incivile non esagerare. La pelliccia gli era costata 14.000 dollari, tramite un intermediario, dopo molte contrattazioni, e l’aveva avuta da un quai loh in difficoltà; più altri 2000 dollari al pellicciaio che durante la notte l’aveva accorciata e modificata in modo che andasse bene e non fosse riconoscibile, con la garanzia che il pellicciaio avrebbe giurato per tutti gli dei che l’aveva venduta sottoprezzo a 42 mentre in realtà valeva 63.500 dollari.
“Paul” disse Richard Kwang, con aria d’importanza. “La Ho-Pak è in condizioni migliori di… ”
“Per favore, taccia e ascolti” disse Havergill, interrompendolo. “È venuto il momento di prendere una decisione seria… per lei, non per noi. Potrà andare a picco lunedì, senza niente… Ho saputo che cominceranno a svendere le sue azioni, per prima cosa.”
“Ma Sir Luis mi ha assicurato che…”
“Ho sentito che le venderanno, e quindi entro lunedì sera non avrà più la banca, né le azioni, né i cavalli, né il denaro per pagare pellicce di visone a Venus P…”
“Eh?” Richard Kwang sbiancò, consapevole che sua moglie stava a meno di venti passi e li osservava con aria lugubre. “Quale pelliccia di visone?”
Havergill sospirò. “D’accordo, se non le interessa.” Si voltò per andarsene, ma il banchiere lo prese per il braccio.
“5 centesimi è ridicolo. 80 si avvicina di più a quello che potrei ottenere sul mercato li…”
“Forse posso salire a 7.”
“7?” Richard Kwang cominciò a imprecare, più per prendersi il tempo per riflettere che per altro. “Accetterò una fusione. Un posto nel consiglio di amministrazione della banca per dieci anni a uno stipendio di…”
“Per cinque anni, purché mi consegni in anticipo le dimissioni autenticate dal notaio, con data in bianco, che voti sempre esattamente come voglio io, e a uno stipendio eguale a quello degli altri consiglieri d’amministrazione.”
“Niente dimissioni in bian…”
“E allora mi dispiace, non se ne fa niente.”
“Accetto quella clausola” disse grandiosamente Richard Kwang. “Ora veniamo al denaro. Io cr…”
“No. In quanto al denaro, mi dispiace, Richard, non intendo cominciare una lunga trattativa. Il governatore, il tai-pan e io siamo d’accordo nel ritenere che dobbiamo salvare la Ho-Pak. È deciso. Farò in modo che lei conservi la faccia. Garantiamo di mantenere segreto il prezzo dell’acquisizione, e siamo disposti a chiamarla fusione… oh, a proposito, voglio dare l’annuncio alle cinque, subito dopo la settima corsa. Oppure niente.” Havergill aveva un’espressione truce, ma era soddisfattissimo. Se non fosse stato per l’annuncio di Dunross e l’accoglienza che aveva ricevuto, non avrebbe mai pensato di fare altrettanto. Quello ha ragione! È ora di introdurre innovazioni, e chi può farlo meglio di noi? Lascerà di sasso Southerby e ci renderà finalmente eguali alla Blacs. Con la Struan in tasca la settimana prossima, entro l’anno prossimo…”
“57 centesimi, ed è un furto” disse Kwang.”
“Posso arrivare a 10.”
Richard Kwang insistette e mercanteggiò e per poco non pianse, ma era in estasi per la prospettiva del salvataggio. Dew neh loh moh, avrebbe voluto gridare, cinque minuti fa non sarei stato in grado di pagare il foraggio di Butterscotch Lass per la settimana prossima, e tanto meno l’anello con il diamante, e adesso valgo almeno 3 milioni e mezzo di dollari USA, e anche molto di più, con una manovra giudiziosa. “30, per tutti gli dei!”
“11.”
“Dovrò suicidarmi” gemette Richard Kwang. “Mia moglie si ucciderà. I miei figli si…”
“Chiedo scusa, signore” disse in cantonese il suo allenatore, avvicinandosi. “La corsa è stata rinviata di dieci minuti. C’è qualche disposizione che…”
“Non vedi che sono occupato, pancia di rospo? Vattene!” sibilò Richard Kwang in cantonese, aggiungendo altre oscenità; poi disse a Havergill, in un’ultima supplica: “30, signor Havergill, e avrà salvato un poveruomo e la sua fam…”
“18, ed è l’ultima offerta!”
“25, e accetto.”
“Mio caro amico, mi dispiace ma devo andare a fare una puntata. 18. Sì o no?”
Richard Kwang continuò a snocciolare frasi patetiche, ma stava valutando le possibilità. Aveva visto il lampo d’irritazione sulla faccia dell’avversario. Sporco pezzo di carne di cane! È venuto il momento di concludere? Fra questo momento e le cinque, questo escremento lebbroso potrebbe cambiare idea. Se il tai-pan ha tutti questi nuovi finanziamenti, forse io potrei… No, no, nessuna speranza. 18 centesimi sono tre volte di più dell’offerta d’apertura! È evidente che tu sei un uomo astuto e un abile negoziatore, ridacchiò tra sé. È venuto il momento di concludere?
Pensò a Venus Poon, che aveva insultato il suo dono munifico e strusciava apposta il suo seno squisito contro il braccio di Quattro Dita, e lacrime di rabbia gli sgorgarono dagli occhi.
“Oh, oh, oh” disse in un mormorio desolato, felice che lo stratagemma per piangere lacrime vere avesse funzionato così bene. “20, per tutti gli dei, e sarò il suo schiavo in eterno.”
“Bene” disse Havergill, felicissimo. “Venga nel mio palco alle cinque meno un quarto. Farò preparare una lettera provvisoria d’accordo per la firma… e le sue dimissioni senza data. Alle cinque annunceremo la fusione e… Richard, fino a quel momento, neppure una parola! Se la notizia circola, niente accordo.”
“Naturalmente.”
Havergill lo salutò con un cenno, e Richard Kwang ritornò dalla moglie.
“Cosa sta succedendo?”
“Zitta!” sibilò lui. “Ho accettato una fusione con la Victoria.”
“A che prezzo per le nostre partecipazioni?”
Lui abbassò ancor più la voce. “20 centesimi sul… ehm, sul valore ufficiale.”
Gli occhi di sua moglie si illuminarono. “Ayeeyah!” disse lei, e si affrettò ad abbassare le palpebre per maggior sicurezza. “Hai fatto benissimo.”
“Certo. E un posto nel consiglio d’amministrazione per cinque anni e…”
“Iiiih, acquisteremo in prestigio!”
“Sì. Adesso ascolta, abbiamo tempo fino alle cinque per concludere qualche accordo privato con le azioni della Ho-Pak. Dobbiamo ricomprare oggi… al prezzo di svendita, prima che qualche sporco speculatore ci rubi il profitto che ci spetta. Non possiamo farlo noi, o gli altri sospetteranno immediatamente. Di chi possiamo servirci?”
La moglie rifletté per un momento. Poi i suoi occhi s’illuminarono di nuovo. “Choy il Redditizio. Offrigli il 7 per cento di tutto quello che guadagnerà per noi.”
“Comincerò con l’offrirgli il 5, e forse potrò accordarmi per il 6,5 per cento! Magnifico! E mi servirò anche di Ching il Sorridente, ormai è in miseria. Ha perduto tutto. Tra tutti e due… Ci rivediamo nel palco.” Con aria tronfia, Richard Kwang raggiunse il suo allenatore e gli sferrò scrupolosamente un calcio nello stinco. “Oh, scusami” disse, per quelli vicini che potevano averlo visto, poi sibilò: “Non interrompermi quando sono occupato, truffatore d’un escremento di carne di cane! E se m’imbrogli come hai imbrogliato Tok Lingua Lunga, io ti…”
“Ma gliel’ho detto, signore” rispose acido l’uomo. “Lo sapeva anche lui! Non è stata un’idea sua? Non avete guadagnato tutti e due una fortuna?”
“Oh ko, se la mia cavalla non vince questa corsa, dirò a mio zio Quattro Dita di mandare i suoi scagnozzi a schiacciarti le Sfere Celesti!”
Una spruzzata di pioggia spazzò il paddock e tutti guardarono ansiosamente il cielo. Nelle tribune e sulle balconate, tutti erano egualmente preoccupati. L’acquazzone si trasformò in una pioggerella e, sulla balconata dei soci, Orlanda rabbrividì, tesa ed eccitata.
“Oh, Linc, adesso vado a scommettere.”
“Sei sicura?” chiese Bartlett con una risata, perché lei aveva continuato a tormentarsi tutto il pomeriggio, prima Pilot Fish e poi Noble Star, e poi una soffiata preziosa, l’outsider Winning Billy, e poi di nuovo Butterscotch Lass. Butterscotch Lass era data alla pari, Pilot Fish e Noble Star, entrambi a 3 a 1 – dal momento in cui era stato annunciato il nome di Travkin le puntate erano fioccate – 6 a 1 per Golden Lady, gli altri praticamente fuori causa. Il totale delle scommesse, fino a quel momento, ammontava a 4.700.000 dollari di Hong Kong. “Quanto scommetterai?”
Orlanda chiuse gli occhi e disse precipitosamente: “Tutte le mie vincite più… più 100! Torno subito, Linc!”
“Buona fortuna. Ci vediamo dopo la corsa.”
“Oh, sì, scusami, ero così agitata che l’avevo dimenticato. Divertiti!” Gli rivolse un sorriso splendente e corse via prima che Bartlett avesse il tempo di chiedere su chi avrebbe puntato. Lui aveva già scommesso. La corsa era un’accoppiata, oltre a essere la seconda parte della duplice. 10.000 su Pilot Fish e Butterscotch Lass, in qualunque combinazione. Dovrebbe andare, pensò, sempre più emozionato.
Lasciò la balconata e passò in mezzo ai tavoli, dirigendosi verso l’ascensore che l’avrebbe riportato di sopra. Molti lo guardavano, qualcuno lo salutava, fissando con invidia i cartellini che portava all’occhiello.
“Salve, Linc!”
“Oh, salve” disse Bartlett a Biltzmann che l’aveva intercettato. “Come va?”
“Ha saputo della porcheria che mi hanno combinato? Ma certo, c’era anche lei” disse Biltzmann. “Ehi, Linc, ha un momento?”
“Certo.” Bartlett lo seguì lungo il corridoio, consapevole delle occhiate curiose della gente che incrociavano.
“Senta” disse Biltzmann, quando ebbero raggiunto un angolo tranquillo, “è meglio che stia attento, con questi viscidi bastardi. Sicuro come l’oro, avevamo un accordo con la General Stores.”
“Ha intenzione di fare un’altra offerta?” chiese Bartlett.
“Spetta alla sede centrale decidere, ma per me, diavolo, lascerei affogare tutta la stramaledetta isola.”
Bartlett non rispose, notando gli sguardi rivolti verso di loro.
“Ehi, Linc!” Biltzmann abbassò la voce e gli si accostò, con un sorriso sarcastico. “Ha in piedi qualcosa di speciale con quella ragazza?”
“Di cosa sta parlando?”
“La ragazza. L’eurasiatica. Orlanda, quella con cui parlava prima.”
Bartlett sentì il sangue affluirgli alla faccia, ma Biltzmann proseguì: “Le dispiace se ci metto i miei due centesimi?” Strizzò l’occhio. “Se le chiedo un appuntamento?”
“Questo… questo è un paese libero” disse Bartlett, con improvvisa ripugnanza.
“Grazie. Ha un gran didietro.” Biltzmann sorrise raggiante e si avvicinò di più. “Quanto si fa pagare?”
Bartlett soffocò un’esclamazione, completamente impreparato. “Non è una passeggiatrice, santo Dio!”
“Non lo sapeva? Lo sanno tutti, in città. Ma Dickie ha detto che a letto è una frana. È vero?” Biltzmann interpretò erroneamente l’espressione di Bartlett. “Oh, non c’è ancora arrivato? Diavolo, Linc, basta sventolarle sotto gli occhi qualche bigliettone…”
“Stia a sentire, figlio di puttana” sibilò Bartlett, quasi accecato dalla rabbia, “non è una sgualdrina, e se le rivolge la parola o le si avvicina, le caccio tutti i denti in gola. Chiaro?”
“Su, non se la prenda” ansimò l’altro. “Non…”
“Capito?”
“Certo, non c’è bisogno di…” Biltzmann fece marcia indietro. “Calma. Ho solo domandato, no? Dickie…” S’interruppe, impaurito, quando Bartlett si accostò minaccioso. “Santo cielo, non è colpa mia… calma, eh?”
“Zitto!” Bartlett dominò la rabbia con uno sforzo; sapeva che non era il momento né il luogo per prendere a pugni Biltzmann. Si guardò intorno, ma Orlanda era già sparita. “Se ne vada, figlio di puttana” gracchiò. “E non si avvicini a lei, altrimenti…”
“Certo, certo, si calmi, okay?” Biltzmann indietreggiò di un altro passo, poi si voltò e fuggì a precipizio. Bartlett esitò, poi andò nella toeletta degli uomini e si spruzzò in faccia un po’ d’acqua per calmarsi. L’acqua del rubinetto, messa appositamente in funzione per le corse, era salmastra e sembrava sporca. Dopo un momento raggiunse l’ascensore e si avviò verso il palco di Dunross. Era l’ora del tè. Agli invitati venivano serviti piccoli sandwich, pasticcini, formaggio e tè indiano con latte e zucchero, ma lui non si accorse di nulla. Era troppo stordito.
Donald McBride, che stava passando indaffarato, si soffermò un momento mentre ritornava al suo palco. “Ah, signor Bartlett, devo dirle che siamo tutti lietissimi che lei e Casey si metteranno in affari qui. Peccato per il povero Biltzmann, ma in affari tutto è lecito. La sua Casey è una persona affascinante. Mi scusi, devo scappare.”
McBride corse via. Bartlett esitò, sulla soglia.
“Ehi, Linc” lo chiamò allegramente Casey dalla balconata. “Vuoi il tè?” Quando furono più vicini il sorriso di lei svanì. “Cos’è successo?”
“Niente, niente, Casey.” Bartlett fece un sorriso forzato. “Sono nelle gabbie di partenza?”
“Non ancora, ci entreranno da un momento all’altro. Sei sicuro di sentirti bene?”
“Certo. Su chi hai puntato?”
“Noble Star, che altro? Peter dice che l’outsider del dottor Tooley, Winning Billy, otterrà un piazzamento, così ho puntato 50 dollari su di lui. Hai l’aria di non star bene, Linc. Non è lo stomaco, eh?”
Bartlett scosse la testa, commosso da quella premura. “No, sto benone. E tu?”
“Benone. Mi sto divertendo moltissimo. Peter è in gran forma e il vecchio Tooley è uno spasso.” Casey esitò. “Sono contenta che non abbia male di stomaco. Il dottor Tooley dice che ormai dovremmo essere al sicuro dagli schifosi germi di Aberdeen, dato che non abbiamo ancora la diarrea. Naturalmente, non lo sapremo con certezza prima che siano passati venti giorni.”
“Gesù” mormorò Bartlett, cercando di distogliere la mente da quello che aveva detto Biltzmann. “Avevo quasi dimenticato Aberdeen e l’incendio e tutto quanto. Mi sembra che sia passato un milione di anni.”
“Anche a me. Dov’è finito il tempo?”
Gavallan era vicino a loro. “È Hong Kong” disse, distrattamente.
“E cioè?”
“È una caratteristica di Hong Kong. Se si vive qui, non c’è mai abbastanza tempo, qualunque lavoro si faccia. C’è sempre troppo da fare. C’è sempre gente che arriva e che parte, amici, soci d’affari. C’è sempre una crisi, un’inondazione, un incendio, uno smottamento, un boom, uno scandalo, un’occasione buona, un funerale, un banchetto o un cocktail per qualche VIP in visita… o qualche disastro.” Gavallan si scrollò di dosso le sue ansie. “È un posto molto piccolo, e ben presto si finisce per conoscere quasi tutti quelli che appartengono allo stesso ambiente. E poi siamo al crocevia dell’Asia, e anche se non siete nella Struan, siete sempre in movimento, a fare piani, guadagnare denaro, rischiare denaro per guadagnarne ancora di più, oppure siete via, a Formosa, Bangkok, Singapore, Sydney, Tokyo, Londra o chissà dove. È la magia dell’Asia. Pensate a quel che è accaduto a voi due da quando siete arrivati: il povero John Chen è stato rapito e assassinato, hanno trovato i fucili sul vostro aereo, poi c’è stato l’incendio, il crollo della Borsa, l’attacco alle nostre azioni, Gornt che vuole liquidarci e noi che vogliamo liquidare lui. E adesso può darsi che lunedì le banche chiudano, oppure se ha ragione Ian, lunedì incomincerà il boom. E siamo in affari insieme…” Sorrise stancamente. “Cosa ne pensate del nostro accordo?”
Casey trattenne un commento e guardò Bartlett.
“Magnifico” disse Bartlett, pensando a Orlanda. “Crede che Ian riuscirà a rovesciare la situazione?”
“Se c’è qualcuno che può farcela, è lui.” Gavallan sospirò. “Bene, speriamo: non possiamo fare altro. Avete già puntato sul vincitore?”
Bartlett sorrise, e Casey si sentì più tranquilla. “Lei su chi ha scommesso, Andrew?”
“Noble Star e Winning Billy per l’accoppiata. Ci vediamo dopo.” Gavallan li lasciò.
“Strano, quello che ha detto di Hong Kong. Ha ragione. Gli Stati Uniti sembrano lontano un milione di miglia.”
“Sì, ma non lo sono, in realtà.”
“Vuoi restare qui, Casey?”
Lei lo guardò, chiedendosi cosa c’era sotto quella domanda, che cosa voleva sapere veramente. “Sta a te, Linc.”
Lui annuì, lentamente. “Credo che prenderò un tè.”
“Ehi, ci penso io” disse Casey, e poi vide Murtagh fermo nervosamente sulla soglia, e il suo cuore saltò un battito. “Non hai ancora conosciuto il nostro banchiere, Linc. Te lo porto qui.”
Attraversò la folla. “Salve, Dave.”
“Salve, Casey. Hai visto il tai-pan?”
“Sarà occupatissimo fino alla fine della corsa. È un sì o un no?” bisbigliò lei, incalzante, voltando la schiena a Bartlett.
“È un forse.” Nervosissimo, Murtagh si asciugò la fronte e si sfilò l’impermeabile bagnato. Aveva gli occhi arrossati. “Non sono riuscito a trovare un maledetto tassì per un’ora! Gesù!”
“Forse, cosa?”
“Forse forse. Gli ho esposto il piano, e loro mi hanno detto di tornarmene a casa perché ero evidentemente ammattito. Poi, quando si sono calmati, mi hanno detto che mi avrebbero richiamato. Quegli idioti mi hanno telefonato alle quattro del mattino e hanno preteso che ripetessi tutto il piano, e poi è venuto all’apparecchio S.J. in persona.” Murtagh roteò gli occhi. “S.J. ha detto che ero pieno di m…, che ero matto, e ha riattaccato.”
“Ma tu hai detto ‘forse’. Cos’è successo, dopo?”
“Li ho richiamati, e sono rimasto al telefono cinque ore, durante le ultime dieci, cercando di spiegare la mia genialità, dato che il tuo piano assurdo mi ha fatto perdere la testa.” All’improvviso, Murtagh sorrise. “Ehi, ti faccio una confidenza, Casey. Adesso, sicuro come l’oro, S.J. sa chi è Dave Murtagh III!”
Lei rise. “Senti, non parlarne ancora con nessuno, qui. Nessuno. Tranne il tai-pan, d’accordo?”
Murtagh la guardò, avvilito. “Credi che abbia intenzione di raccontare a tutti quello che mi sono sentito dire?”
Vi fu un’acclamazione e qualcuno, dalla balconata, gridò: “Si avvicinano alle gabbie!”
“Presto” disse Casey, “vai a puntare sull’accoppiata. Uno e sette. Presto, finché ne hai il tempo.”
“Chi sono?”
“Lascia perdere. Non c’è tempo.” Casey gli diede una spintarella e Murtagh corse via. Lei si ricompose, prese una tazza di tè e raggiunse Bartlett e tutti gli altri che affollavano la balconata.
“Ecco il tuo tè, Linc.”
“Grazie. Su chi gli hai detto di puntare?”
“Uno e sette.”
“Io ho giocato uno e otto.”
Un altro clamore li distrasse. I cavalli stavano incominciando a mulinare intorno alle gabbie. Videro Pilot Fish che sgroppava, con il fantino ben raccolto in sella, le ginocchia alte, che lo teneva saldamente, guidandolo in posizione. Ma lo stallone non era ancora pronto, e scrollava la criniera e nitriva. Poi la giumenta e le due puledre, Golden Lady e Noble Star, rabbrividirono, dilatando le narici, e nitrirono a loro volta. Pilot Fish ragliò con voce stridula, s’impennò e raspò l’aria con le zampe anteriori, e tutti lanciarono esclamazioni. Il suo fantino, Bluey White, imprecò sottovoce, affondò le mani d’acciaio nella criniera e si aggrappò. “Su, da bravo” esclamò bestemmiando, per calmarlo. “Lascia che le ragazze diano un’occhiata al tuo pendaglio!”
Travkin, su Noble Star, era vicino. La puledra aveva sentito l’odore dello stallone ed era sconvolta. Prima che Travkin potesse impedirlo, si girò e indietreggiò, e spinse con il posteriore Pilot Fish che scartò, sorpreso, e urtò contro l’outsider Winning Billy, un castrone baio che si stava avviando verso la sua gabbia. Il castrone scartò a sua volta, scrollò rabbiosamente la testa e si allontanò volteggiando per qualche passo, minacciando di travolgere Lochinvar, un altro castrone baio.
“Tienila sotto controllo, Alexi, per amor di Dio!”
“Togliti di mezzo, ublyudok” borbottò Travkin, che sentiva attraverso le ginocchia i tremiti di Noble Star. Era seduto in alto sulla sella, come facesse parte dell’animale, con le staffe cortissime, e si domandava, imprecando, se l’allenatore di Pilot Fish avesse spalmato un po’ del muschio dello stallone sul petto e sui fianchi per agitare la giumenta e le puledre. È un vecchio trucco, pensò, molto vecchio.
“Avanti!” chiamò lo starter, con voce stentorea. “Signori, portate i cavalli nelle gabbie!”
Alcuni c’erano già. Butterscotch Lass, la giumenta baia che era ancora la grande favorita, raspava il suolo con le zampe e dilatava le nari, e l’eccitazione della corsa imminente e la vicinanza dello stallone la riempivano di brividi. Aveva l’ottava gabbia dallo steccato, e Pilot Fish, in quel momento, stava entrando nella prima. Winning Billy aveva la terza gabbia, fra Street Vendor e Golden Lady; e il loro odore e la sfida sfacciata dello stallone stravolse la mente del castrone. Prima che la gabbia si chiudesse dietro di lui ne uscì a ritroso e, appena libero, lottò contro il morso e le redini, squassando con violenza la testa, piroettando come un ballerino sull’erba sdrucciolevole, e quasi si scontrò con Noble Star che si scostò prontamente.
“Alexi, venga avanti!” gridò lo starter. “Si sbrighi!”
“Sì, certo” rispose Travkin. Ma non aveva fretta. Conosceva Noble Star; condusse al passo la puledra baia che tremava lontano dallo stallone, la lasciò zampettare, con il vento in coda. “Calma, tesoro” cantilenò in russo. Voleva indugiare, voleva tenere sbilanciati gli altri, e adesso era l’unico non ancora entrato nella gabbia. Un lampo illuminò il cielo a est, ma Travkin non se ne accorse, non sentì il rombo minaccioso del tuono. La pioggerella diventò più forte.
Era completamente concentrato. Subito dopo il peso, uno degli altri fantini l’aveva avvicinato. “Signor Travkin” aveva detto sottovoce, “lei non deve vincere.”
“Oh? Chi lo dice?” ‘
Il fantino aveva alzato le spalle di nuovo.
“Se gli allenatori e i fantini hanno un accordo, io non ci sto. Non ci sono mai stato, a Hong Kong.”
“Lei e il tai-pan hanno vinto con Buccaneer, questo dovrebbe soddisfarla.”
“Mi soddisfa, ma in questa corsa sono deciso a tentare.”
“Abbastanza giusto, amico. Lo dirò a loro.”
“Chi sono loro?”
Il fantino se ne era andato. Lo spogliatoio era affollato, rumoroso, saturo dell’odore di sudore. Travkin sapeva benissimo chi faceva parte della consorteria; ne conosceva alcuni che arrangiavano le corse di tanto in tanto, ma lui non vi aveva mai partecipato. Sapeva che non era perché lui fosse più onesto degli altri. O meno disonesto. Era solo che lui aveva poche esigenze, una cosa sicura non lo entusiasmava, e il contatto del denaro non gli dava piacere.
Lo starter stava perdendo la pazienza. “Avanti, Alexi! Si sbrighi!”
Obbediente, Travkin usò gli speroni e condusse al passo Noble Star nella sua gabbia. La gabbia si chiuse rumorosamente. Un momento di silenzio. Adesso i cavalli erano agli ordini dello starter.