Ore 18,15
Suslev stava rannicchiato scomodamente sul sedile anteriore della piccola automobile di Ernie Clinker, che arrancava su per la collina. I vetri erano appannati e la pioggia scrosciava. Il fango e le pietre che scivolavano dai fianchi ripidi della collina rendevano pericolosa la superficie della strada. Avevano già visto un paio di incidenti.
“Accidenti, forse faresti bene a passare la notte da me, vecchio mio” disse Clinker, che guidava con difficoltà.
“No, stanotte no” rispose irritato Suslev. “Te l’ho già detto, l’ho promesso a Ginny, e questa è la mia ultima notte.” Dopo la sorpresa a bordo dell’Ivanov, Suslev era in preda a una rabbia accecante, alimentata da un’inconsueta paura… la paura della convocazione alla centrale di polizia per la mattina dopo, paura delle ripercussioni catastrofiche del cablo intercettato, paura della probabile irritazione del Centro per la perdita di Voranskij, e l’ordine di lasciare Hong Kong, e la distruzione del loro impianto radio, e la faccenda di Metkin e adesso l’arrivo di Koronski e l’eventuale sequestro di Dunross. Sono andate storte troppe cose in questo viaggio, pensò, agghiacciato… sono nel gioco da troppo tempo per farmi illusioni. Neppure la conversazione telefonica con Crosse durante la quinta corsa lo aveva tranquillizzato.
“Non preoccuparti, è una normale convocazione, Gregor. Solo qualche domanda su Voranskij, Metkin e così via” aveva detto Crosse, con voce contraffatta.
“Kristos, e cosa sarebbe il ‘così via’?”
“Non lo so. L’ha ordinata Sinders, non io.”
“Sarà meglio che tu mi copra, Roger.”
“Sei coperto. Ascolta, a proposito dell’eventuale sequestro, è una pessima idea.”
“Loro lo vogliono, quindi aiuta Arthur a preparare tutto, eh, per favore? A meno che tu possa far rimandare la mia partenza, lo faremo quando verrà ordinato.”
“Lo sconsiglio. Questa è competenza mia e cr…”
“Il Centro approva, e lo faremo, se lo ordineranno!” Suslev avrebbe voluto gridare a Crosse di tacere, altrimenti… Ma doveva stare attento a non offendere l’agente più prezioso che avevano in Asia. “Possiamo incontrarci stasera?”
“No, ma ti telefonerò. Va bene al quattro? Alle dieci e mezzo?” Quattro era il loro codice attuale per il numero 32 delle Sinclair Towers, e dieci e mezzo significava le nove e mezzo di sera.
“È prudente?”
Suslev aveva sentito la risata secca, sicura. “Prudentissimo. Credi che quegli sciocchi torneranno? Certo che è prudente. Te lo garantisco io!”
“D’accordo. Ci sarà Arthur. Dobbiamo confermare il piano.”
Clinker sterzò per evitare un tassì che gli tagliava la strada e imprecò, cambiò marcia, scrutando attraverso il parabrezza, e ripartì. Al suo fianco, Suslev passò la mano sul vetro appannato. “Tempo stramaledetto” disse, pensando ad altro. E Travkin? Quello stupido stronzo senza madre, cadere così dopo aver passato il traguardo. Credevo che avesse vinto. Sciocco decadente! Un vero cosacco non sarebbe mai finito così. Quindi adesso lui è fuori, lui e la sua vecchia principessa storpia con le ossa rotte.
E adesso, come facciamo ad attirare Dunross nell’appartamento, domani anziché martedì come aveva segnalato Travkin? Dobbiamo farlo stasera o domani. Al più tardi domani sera. Deve combinare Arthur, oppure Roger. Sono loro, le chiavi del piano Dunross.
E devo avere quei fascicoli – o Dunross – prima di ripartire. Gli uni o l’altro. Sono la mia unica, vera protezione nei confronti del Centro.
Bartlett e Casey scesero dalla berlina della Struan davanti all’Hilton: il luccicante, inturbantato portiere sikh porgeva l’inutile ombrello… l’enorme pensilina li proteggeva già dall’acquazzone.
“Attenderò qui, signore. Quando sarà pronto…” disse Lim, lo chauffeur.
“Benissimo. Grazie” rispose Bartlett. Salirono la scalinata e presero l’ascensore per il vestibolo.
“Sei molto taciturna, Casey” disse poi. Lungo tutto il tragitto dall’ippodromo quasi non si erano scambiati una parola, chiusi ciascuno nei propri pensieri.
“Anche tu, Linc. Credevo che non avessi voglia di parlare. Sembravi distratto.” Lei sorrise, incerta. “Forse sono state tutte quelle emozioni.”
“È stato un gran giorno.”
“Pensi che il tai-pan ce la farà? Con l’acquisto della General Stores?”
“Lunedì si vedrà.” Bartlett andò al banco. “Il signor Banastasio, per favore.”
Il vicedirettore, un bell’uomo eurasiatico, disse: “Un momento, prego. Oh, sì, ha cambiato di nuovo stanza. Adesso è alla 832.” Gli porse la cornetta. Bartlett fece il numero.
“Sì?”
“Vincenzo? Linc, sono dabasso.”
“Ehi, Linc, che piacere sentire la tua voce. Casey è con te?”
“Sì.”
“Volete salire?”
“Subito.” Bartlett tornò da Casey.
“Sei sicuro di volere che venga anch’io?”
“Lui ha chiesto di te.” Bartlett si avviò verso l’ascensore, pensando a Orlanda e al loro appuntamento per più tardi, pensando a Biltzmann e a Gornt e a Taipei, l’indomani, e se doveva o no chiedere a Dunross il permesso di portare anche lei. Merda, la vita si è complicata all’improvviso. “Sarà questione di pochi minuti” disse. “Poi andremo al cocktail del tai-pan. Sarà un weekend interessante. E anche la settimana prossima.”
“Ceni fuori, questa sera?”
“Sì. Ma dovremmo fare colazione insieme. Seymour ha bisogno di chiarirsi le idee e siccome starò via un paio di giorni, sarà meglio che ci mettiamo d’accordo.”
Entrarono nell’ascensore, insieme a una folla. Casey evitò appena di venire travolta e piantò il tacco nel piede della sua assalitrice. “Oh, mi scusi” disse soavemente, poi borbottò il “Dew neh loh moh” che le aveva insegnato Peter Marlowe quel pomeriggio, abbastanza forte perché la donna la sentisse. La vide arrossire di colpo. La donna si affrettò a scendere al mezzanino, e Casey seppe di aver ottenuto una grande vittoria. Guardò divertita Bartlett, ma lui era perduto nei suoi pensieri e guardava nel vuoto, e lei si chiese quale era il vero problema. Orlanda?
Uscirono all’ottavo piano. Casey seguì Bartlett nel corridoio. “Tu sai di che si tratta, Linc? Che cosa vuole Banastasio?”
“Ha detto soltanto che voleva salutarci e passare un po’ di tempo con noi.” Bartlett premette il pulsante. La porta si aprì.
Banastasio era un bell’uomo dai capelli grigioferro e dagli occhi scurissimi. Li accolse cordialmente. “Ehi, Casey. sei dimagrita… hai un aspetto magnifico. Bevete qualcosa?” Indicò il bar. Era fornitissimo. Casey si preparò un martini dopo aver aperto una lattina di birra per Bartlett, assorta nei suoi pensieri. Peter Marlowe ha ragione. E anche il tai-pan. E Linc. Io devo soltanto decidere. Quando? Molto presto. Oggi, domani? Prima della cena di martedì sicuramente. Al cento per cento, e nel frattempo sarà bene che incominci qualche scorreria diversiva.
“Come va?” stava chiedendo Banastasio.
“Benone. E tu?”
“Magnificamente.” Banastasio sorseggiò una Coca, poi si chinò e accese un piccolo registratore: ne uscì una confusione di voci, il rumore di fondo che si sente in un cocktail party.
“È soltanto un’abitudine, quando voglio parlare in privato” disse sottovoce Banastasio.
Bartlett lo fissò. “Credi che ci siano microfoni nascosti?”
“Forse sì, forse no. Non si sa mai chi può ascoltare, eh?”
Bartlett lanciò un’occhiata a Casey, poi si rivolse di nuovo a Banastasio. “Che cos’hai in mente, Vincenzo?”
Banastasio sorrise. “Come va la Par-Con?” chiese.
“Come al solito… benone” disse Bartlett. “Il nostro tasso d’incremento supererà le previsioni.”
“Del 7 per cento” soggiunse Casey, con tutti i sensi tesi.
“Vi accorderete con la Struan o la Rothwell-Gornt?”
“Ci stiamo lavorando.” Bartlett mascherò lo stupore. “Non è una novità per te, Vincenzo? Chiedere degli accordi prima che vengano conclusi?”
“Vi accorderete con la Struan o la Rothwell-Gornt?”
Bartlett guardò quegli occhi freddi e quel sorriso stranamente minaccioso. Casey era altrettanto sconvolta. “Quando l’accordo sarà concluso, te lo dirò. Quando lo dirò agli altri azionisti.”
Il sorriso non cambiò. Gli occhi diventarono più freddi. “Io e i ragazzi vorremmo…”
“Quali ragazzi?”
Banastasio sospirò. “Abbiamo investito una bella somma nella Par-Con, Linc, e adesso ci piacerebbe partecipare a qualcuna delle decisioni importanti. Pensiamo che io dovrei avere un seggio nel consiglio di amministrazione. E nel comitato finanze, e in quello delle nuove acquisizioni.”
Bartlett e Casey lo fissarono. “Questo non fa parte dell’accordo” disse Bartlett. “Avevi detto che era soltanto un investimento.”
“Infatti” soggiunse Casey, con voce tesa. “Ci hai scritto che eri solo un investitore e…”
“I tempi cambiano, ragazza mia. Adesso vogliamo entrarci. Chiaro?” La voce di Banastasio era aspra. “Soltanto un seggio, Linc. Se avessi altrettante azioni della General Motors, di seggi ne avrei due.”
“Noi non siamo la General Motors.”
“Certo. Lo sappiamo. Ma quel che vogliamo non è irregolare. Vogliamo che la Par-Con cresca più in fretta. Forse ho…”
“Sta crescendo benissimo. Non credo che potrebbe andar me…” Ancora una volta, Banastasio girò lo sguardo freddo su di lei. Casey s’interruppe. Bartlett cominciò a stringere i pugni, ma si trattenne.
Banastasio disse: “È fatta.” Il sorriso ricomparve. “Da oggi faccio parte del consiglio d’amministrazione, giusto?”
“Sbagliato. I membri del consiglio vengono eletti dagli azionisti all’assemblea generale annuale” disse Bartlett, in tono secco. “Non prima. Non ci sono posti disponibili.”
Banastasio rise. “Forse ci saranno.”
“Vuoi ripeterlo?”
Banastasio s’indurì di colpo. “Ascolta, Linc, non è una minaccia, è solo una possibilità. Posso essere utile, nel consiglio d’amministrazione. Ho molte conoscenze. E voglio far pesare i miei quattro soldi, qua e là.”
“A proposito di che?”
“Degli accordi. Per esempio, la Par-Con si metterà con Gornt.”
“E se io non fossi della stessa idea?”
“Una spintarella da parte nostra, e Dunross finirà in mezzo alla strada. Gornt è il nostro uomo, Linc. Abbiamo controllato: è meglio lui.”
Bartlett si alzò. Casey lo imitò; le tremavano le ginocchia. Banastasio non si mosse. “Ci penserò” disse Bartlett. “Al momento non abbiamo ancora deciso con chi accordarci.”
Banastasio socchiuse gli occhi. “Cosa?”
“Non sono convinto che uno dei due vada bene per noi. Giusto, Casey?”
“Sì, Linc.”
“Il mio voto dice Gornt. Chiaro?”
“Vai a farti fottere.” Bartlett si voltò per andarsene.
“Un momento!” Banastasio si alzò, si avvicinò. “Nessuno vuole guai, né io, né i ragazzi, né…”
“Quali ragazzi?”
L’altro sospirò di nuovo. “Andiamo, Linc, sei maggiorenne. Finora ti è andata bene. Non vogliamo fare chiassate, vogliamo soltanto far denaro.”
“Questa è una cosa che abbiamo in comune. Ricompreremo le vostre azioni e vi daremo gli utili di…”
“Niente da fare. Non sono in vendita.” Un altro sospiro. “Abbiamo comprato quando tu avevi bisogno di liquidi. Abbiamo pagato un prezzo equo, e tu hai usato il nostro denaro per espanderti. Adesso vogliamo poter partecipare alle decisioni. Chiaro?”
“Lo esporrò agli azionisti all’ass…”
“Subito, maledizione!”
“Maledizione, no!” Bartlett era pronto, minaccioso. “Chiaro?”
Banastasio guardò Casey, con occhi freddi come quelli di un rettile. “È anche il suo voto, signorina vicepresidente esecutivo e tesoriere?”
“Sì” disse lei, stupita nell’udire il tono fermo della propria voce. “Nessun seggio nel consiglio d’amministrazione, signor Banastasio. Se si tratta di votare, il mio pacchetto è contro di lei e completamente contro Gornt.”
“Quando noi avremo il controllo, lei sarà silurata.”
“Quando voi avrete il controllo, io me ne sarò già andata.” Casey si avviò verso la porta, sorpresa che le sue gambe funzionassero.
Bartlett stava di fronte all’altro, in guardia. “Ci vediamo” disse.
“Farai meglio a cambiare idea!”
“E tu farai meglio a stare fuori dalla Par-Con.” Bartlett girò sui tacchi e seguì Casey fuori dalla stanza.
In ascensore, lui disse: “Gesù!”
“Sì” mormorò lei, altrettanto impotente.
“Faremmo… faremmo bene a parlarne.”
“Già. Credo di aver bisogno di bere qualcosa. Gesù, Linc, quell’uomo mi ha terrorizzata. Non ho mai avuto tanta paura in vita mia.” Casey scrollò la testa, come cercasse di schiarirsela. “È stato un maledetto incubo.”
Nel bar all’ultimo piano lei ordinò un martini, lui una birra, e quando ebbero finito di bere in silenzio, Bartlett chiese il bis. E intanto le loro menti avevano lavorato, districando e opponendo i fatti alle teorie, cambiando le teorie.
Bartlett si agitò sulla sedia. Casey lo guardò. “Pronto ad ascoltare quello che penso io?” domandò.
“Sicuro. Sicuro, Casey, parla pure.”
“C’è sempre stata la voce che lui fosse della mafia o avesse rapporti con la mafia; e dopo il nostro incontro, direi che è vero. La mafia ci porta alle droghe e a porcherie del genere. Teoria: è possibile che ci porti anche ai fucili?”
Le minuscole rughe intorno agli occhi di Bartlett si incresparono. “C’ero arrivato anch’io. Poi?”
“Se Banastasio ha paura dei microfoni nascosti, questo ci porta alla sorveglianza. E questo significa FBI.”
“Oppure CIA.”
“Oppure CIA. Ora, se lui è della mafia, e c’è di mezzo la CIA o l’FBI, siamo in un gioco in cui non abbiamo il diritto di immischiarci, è troppo pericoloso. Ora, per quanto riguarda quello che lui vuo…” Casey s’interruppe, senza fiato.
“Cosa?”
“Mi… mi è appena venuto in mente Rosemont. Lo ricorderai anche tu. Era alla festa. Stanley Rosemont, quell’uomo alto, bello, con i capelli grigi, del consolato? Ci siamo incontrati sul traghetto ieri, ieri pomeriggio. Per caso. Forse è una coincidenza e forse no, ma adesso che ci penso, lui ha parlato di Banastasio, ha detto che il suo amico Ed comesichiama, anche lui del consolato, lo conosceva… e quando io ho detto che arrivava oggi c’è rimasto di sasso.” Casey riassunse la conversazione che aveva avuto con Rosemont. “Al momento non ci ho fatto molto caso… ma il consolato e quello che ha detto lui danno un risultato: CIA.”
“Dev’essere così. Certo. E se…” Anche Bartlett s’interruppe. “Ora che ci penso, anche Ian ha parlato di Banastasio. Martedì, nell’atrio, mentre tu eri al telefono, poco prima che scendessimo nei depositi sotterranei dell’oro.”
Dopo una pausa, lei disse: “Forse siamo veramente nella merda! Senti: abbiamo un sequestro con omicidio, i fucili, Banastasio, la mafia, John Chen. Adesso che ci penso, John Chen e Tsu-yan erano molto amici di quel tipo.” Spalancò gli occhi. “Banastasio e l’uccisione di John Chen. C’è un legame? A quel che hanno detto i giornali, i Lupi Mannari non si sono comportati da cinesi… il particolare dell’orecchio. È… è brutale.”
Bartlett sorseggiava la birra, perduto nei suoi pensieri. “Gornt? E Gornt? Perché Banastasio vuole lui e non la Struan?”
“Non lo so.”
“Senti, Casey. Diciamo che il giro di Banastasio sia nelle armi o nella droga, oppure in entrambe. Le due compagnie gli andrebbero ugualmente bene. La Struan ha le navi e un enorme complesso all’aeroporto che domina il traffico delle merci in arrivo e in partenza, l’ideale per il contrabbando. Anche Gornt ha navi e magazzini. E in più, Gornt ha l’All Asia Airways. Un’apertura con la principale linea di rifornimento dell’Asia gli darebbe… darebbe loro quello di cui hanno bisogno. La linea aerea arriva a Bangkok, in India, nel Vietnam, in Cambogia, in Giappone… dovunque!”
“E qui ha collegamenti con la Pan-Am, la TWA, la JAL e tutte le località a est, ovest, nord e sud! E se noi aiutiamo Gornt ad annientare la Struan, le due compagnie, insieme, daranno loro tutto.”
“Quindi, eccoci daccapo alla domanda decisiva: che cosa facciamo?” chiese Bartlett.
“Non potremmo aspettare? La prova di forza Struan-Gornt si risolverà al massimo la settimana prossima.”
“Per questa scaramuccia, abbiamo bisogno d’informazioni… e degli appoggi giusti. Fucili diversi, molto più grossi, che noi non abbiamo.” Bartlett sorseggiò la birra, ancora più pensieroso. “Faremmo bene a chiedere consiglio ad alto livello. E aiuto. In fretta. Armstrong e la polizia inglese… oppure Rosemont e la CIA.”
“O gli uni e gli altri?”
“O gli uni e gli altri.”
Dunross scese dalla Daimler ed entrò a passo svelto nel comando della polizia. “Buonasera, signore” disse il giovane ispettore australiano di servizio. “Mi dispiace che abbia perso la quinta… ho sentito che Bluey White è stato squalificato per scorrettezze. Non ci si può fidare di un maledetto australiano, eh?”
Dunross sorrise. “Ha vinto, ispettore. I commissari di gara hanno concluso che la corsa è stata vinta onestamente. Ho un appuntamento con il signor Crosse.”
“Sì, signore, ma non troppo onestamente. Ultimo piano, terza porta a sinistra. Buona fortuna per il prossimo sabato, signore.”
Crosse lo ricevette all’ultimo piano. “Buonasera. Si accomodi. Beve qualcosa?”
“No, grazie. È stato gentile a ricevermi subito. Buonasera, signor Sinders.” Si strinsero la mano. Era la prima volta che Dunross entrava nell’ufficio di Crosse.
Le pareti apparivano scialbe quanto l’uomo, e quando la porta si chiuse su loro tre, l’atmosfera parve diventare ancora più soffocante.
“Si accomodi, la prego” disse Crosse. “Peccato per Noble Star… l’avevamo giocata tutti e due.”
“Varrà la pena di giocarla di nuovo sabato.”
“La monterà lei?”
“Lei non lo farebbe?”
Sorrisero entrambi.
“In che cosa possiamo esserle utili?” chiese Crosse.
Dunross si rivolse a Sinders. “Non posso darle nuovi rapporti… non posso fare l’impossibile. Ma posso darle qualcosa… non so ancora che cosa, ma ho appena ricevuto un pacchetto da Grant.”
I due trasalirono. Sinders chiese: “Recapitato a mano?”
Dunross esitò. “Recapitato a mano. Ora, la prego, non mi faccia altre domande finché non avrò finito.”
Sinders accese la pipa e ridacchiò. “Era tipico di Grant avere un nascondiglio, Roger. È sempre stato molto abile, accidenti a lui. Mi scusi, la prego di continuare.”
“Il messaggio di Grant diceva che le informazioni erano di particolare importanza, e che dovevano essere consegnate personalmente al primo ministro o all’attuale capo dell’MI-6, Edward Sinders, a mia scelta… e se lo ritenevo politicamente opportuno.” In un silenzio di tomba, Dunross trasse un profondo respiro. “Poiché lei ha capito che si tratta di un baratto, le consegnerò – a lei personalmente, in segreto e alla presenza del governatore – quel che diavolo è. In cambio, Brian Kwok verrà autorizzato a passare il confine, se vuole andarsene, in modo che noi possiamo trattare con Tiptop.”
Il silenzio si protrasse. Sinders lanciò uno sbuffo di fumo dalla pipa e diede un’occhiata a Crosse. “Roger?”
Roger Crosse stava pensando… e si domandava quali informazioni potevano essere così speciali da essere consegnate soltanto a Sinders o al primo ministro. “Credo che potrebbe considerare la proposta di Ian” disse impassibile. “Con calma.”
“Niente calma” disse bruscamente Dunross. “Quel denaro è urgente, e il rilascio viene considerato urgente. Non possiamo ritardare oltre le dieci del mattino di lunedì, quando le ban…”
“Forse Tiptop e il denaro non entrano affatto nell’equazione” l’interruppe Sinders, con voce volutamente tesa. “All’SI e all’MI-6 non importa assolutamente nulla se anche tutta Hong Kong sprofonda. Ha idea del valore che un sovrintendente dell’SI, soprattutto un uomo con le qualifiche e l’esperienza di Brian Kwok, potrebbe avere per il nemico, se effettivamente Brian Kwok è in arresto come lei pensa e come afferma questo Tiptop? Inoltre, ha considerato che le informazioni di questo traditore nemico, relative ai suoi contatti e a loro, potrebbero avere una grande importanza per tutto il regno? Eh?”
“È questa la sua risposta?”
“È stata la signora Gresserhoff a recapitarle a mano il pacchetto?”
“È disposto allo scambio?”
Crosse domandò, irritato: “Chi è questa Gresserhoff?”
“Non lo so” rispose Sinders. “So soltanto che è la destinataria scomparsa della seconda telefonata fatta dall’assistente di Grant, Kiernan. La stiamo cercando con l’aiuto della polizia svizzera.” Sorrise a Dunross, ma soltanto con le labbra. “È stata la signora Gresserhoff a recapitarle il pacchetto?”
“No” rispose Dunross. Non era una menzogna, si disse. È stata Riko Anjin.
“Chi è stato?”
“Sono pronto a dirglielo dopo che avremo concluso il nostro accordo.”
“Niente accordo” disse Crosse.
Dunross fece per alzarsi.
“Un momento, Roger” disse Sinders, e Dunross tornò a sedersi. Il capo dell’MI-6 si batté il cannello della pipa contro i denti ingialliti dal tabacco. Dunross restò impassibile; sapeva di essere nelle mani di esperti.
Finalmente Sinders disse: “Signor Dunross, è disposto a giurare formalmente, consapevole delle condizioni della Legge sui Segreti di Stato, che lei non è in possesso dei fascicoli originali di Grant?”
“Sì” rispose subito Dunross, dispostissimo ad alterare un po’ la verità… gli originali li aveva sempre tenuti Grant, e a lui aveva mandato la prima copia. Se e quando fosse venuto il momento di giurare ufficialmente, sarebbe stata tutta un’altra faccenda. “Poi?”
“Lunedì sarebbe impossibile.”
Dunross continuò a fissare Sinders. “Impossibile perché Brian viene interrogato?”
“Qualunque agente nemico catturato verrebbe interrogato immediatamente, è logico.”
“E deve essere molto difficile far crollare Brian.”
“Se lui è l’agente, lei dovrebbe saperlo meglio di noi. Siete amici da molto tempo.”
“Sì, e giuro davanti a Dio che lo ritengo impossibile. Brian non è mai stato altro che un onesto, leale funzionario della polizia britannica. Com’è possibile?”
“Com’erano possibili Philby, Klaus Fuchs, Sorge, Rudolf Abel, Blake e tutti gli altri?”
“Di quanto tempo avrebbe bisogno?”
Sinders alzò le spalle, scrutandolo.
Dunross ricambiò lo sguardo. Il silenzio divenne penoso.
“Ha distrutto gli originali?”
“No, e devo dirle che anch’io ho notato la differenza tra tutte le copie che le ho consegnato e quella che voi avete intercettato. Avevo intenzione di telefonare a Grant per chiedergli la causa della discrepanza.”
“Aveva spesso contatti con lui?”
“Un paio di volte l’anno.”
“Cosa sapeva sul suo conto? Chi gliel’aveva indicato?”
“Signor Sinders, sono dispostissimo a rispondere alle sue domande, mi rendo conto che è mio dovere, ma mi sembra che questa sera non sia il momento…”
“Forse sì, signor Dunross. Non abbiamo nessuna fretta.”
“Ah, certo. Ma purtroppo ho gli invitati che mi stanno aspettando e i miei rapporti con Grant non hanno nulla a che vedere con la mia proposta. La proposta richiede soltanto un sì o un no.”
“O un forse.”
Dunross lo studiò. “O un forse.”
“Prenderò in considerazione quanto mi ha detto.”
Dunross sorrise tra sé; gli piaceva il gioco gatto-e-topo del negoziato e si rendeva conto di aver a che fare con autentici campioni. Lasciò di nuovo aleggiare il silenzio fino al momento più adatto. “Sta bene. Grant ha detto a mia discrezione. Al momento, non so di che si tratti. Mi rendo conto di essere al di fuori del mio campo, e non dovrei essere coinvolto in faccende che riguardano l’SI o l’MI-6. Non l’ho scelto io. Siete stati voi a intercettare la mia corrispondenza privata. La mia intesa con Grant era chiarissima: ho avuto la sua assicurazione scritta che era autorizzato a lavorare per me e che si sarebbe consultato in anticipo con il governo. Le consegnerò le copie della nostra corrispondenza, se lo desidera, tramite i canali appropriati e con le dovute garanzie di segretezza. Il mio entusiasmo per la proposta che le ho fatto diminuisce di momento in momento.” La sua voce s’indurì. “Forse all’SI e all’MI-6 non importa se Hong Kong sprofonda, ma a me sì. Le faccio la mia proposta un’ultima volta.” Si alzò. “L’offerta è valida fino alle otto e mezzo di questa sera.”
Nessuno degli altri due si mosse. “Perché le otto e mezzo, signor Dunross? Perché non mezzanotte o domani a mezzogiorno?” chiese imperturbabile Sinders. Continuava a lanciare sbuffi di fumo dalla pipa, ma Dunross notò che il ritmo s’era spezzato nel momento in cui lui aveva posto l’ultimatum. Buon segno, pensò.
“A quell’ora devo chiamare Tiptop. Grazie di avermi ricevuto.” Dunross si voltò verso la porta.
Crosse, seduto dietro la scrivania, lanciò un’occhiata a Sinders, che annuì. Obbediente, Crosse premette l’interruttore. I catenacci rientrarono silenziosamente. Dunross si fermò di colpo, sbalordito, ma si riprese prontamente, aprì la porta e uscì senza fare commenti, la richiuse alle sue spalle.
“Che sangue freddo” disse Crosse in tono d’ammirazione.
“Troppo freddo.”
“Non troppo. È il tai-pan della Nobil Casa.”
“Ed è anche un bugiardo, ma è abile, e prontissimo a metterci nel sacco. Crede che distruggerebbe quello che ha da darci?”
“Sì. Ma non so se il termine scade davvero alle otto e mezzo di stasera.” Crosse accese una sigaretta. “Tendo a credere che sia davvero così. È logico che esercitino su di lui una pressione enorme… presumono che stiamo interrogando Kwok. Hanno avuto tutto il tempo di studiarsi le tecniche sovietiche, e in più hanno qualche trucco tutto loro. Devono immaginare che anche noi siamo abbastanza efficienti.”
“Io credo che lui non abbia altri fascicoli e che quel che ci ha offerto sia autentico. Se viene da Grant deve avere un valore speciale. Lei cosa consiglia?”
“Ripeto quel che ho detto al governatore: se avremo in mano nostra Kwok fino a lunedì a mezzogiorno, ci faremo dire da lui tutto quello che c’interessa.”
“Ma loro? Che cosa potrà dire a loro, su di noi, quando si sarà ripreso?”
“Ormai questo lo sappiamo, in gran parte. Per quanto riguarda Hong Kong, possiamo sicuramente tutelarci fin d’ora. È politica abituale dell’SI non permettere che qualcuno conosca i piani generali e…”
“Eccetto lei.”
Crosse sorrise. “Eccetto me. E lei nel Regno Unito, naturalmente. Kwok sa parecchio, ma non tutto. Qui possiamo provvedere a ogni cosa, cambiare i codici e così via. Non dimentichi, quasi tutto quello che Kwok ha passato al nemico era ordinaria amministrazione. La sua vera pericolosità è finita. È stato scoperto: in tempo, per fortuna. Sicuro come Dio ha creato il mondo, sarebbe diventato il primo commissario cinese, e probabilmente il capo del PSI. Sarebbe stata una catastrofe. Non possiamo recuperare i dossier privati, Fong-fong e gli altri, o i piani anti-insurrezione e anti-disordini. Un tumulto è un tumulto, e non ci sono più che tanti piani d’emergenza. In quanto al Sevrin, lui non sa più di quanto ne sapessimo noi prima che lo prendessimo. Forse il materiale che ci ha offerto Dunross potrebbe fornire chiavi utili per le domande che dovremmo rivolgergli.”
“Questo l’ho pensato subito anch’io. Come ho detto, il signor Dunross ha troppo sangue freddo.” Sinders accese un altro fiammifero, aspirò per un momento, poi premette il tabacco quasi consumato. “Lei gli crede?”
“Per quanto riguarda i dossier, non so. Credo certamente che abbia qualcosa e che Grant sia risorto. Mi dispiace di non averlo mai conosciuto. Sì. Il materiale potrebbe essere più importante di Kwok… dopo lunedì a mezzogiorno. Ormai è un sacco vuoto.”
Dopo che erano rientrati, l’interrogatorio di Brian era continuato: le risposte erano state quasi tutte deliranti e incoerenti, ma qua e là c’era qualche dettaglio prezioso. Altre informazioni sulle atomiche e nomi e indirizzi di contatti a Hong Kong e a Canton, i rischi per la sicurezza, e informazioni sulla Real Polizia a Cavallo, oltre a una ripetizione interessantissima circa l’immensa infiltrazione sovietica nel Canada.
“Perché il Canada, Brian?” aveva chiesto Armstrong.
“Il confine settentrionale, Robert… lo steccato più debole del mondo… non esiste. Ci sono grandi ricchezze in Canada… ah, vorrei… c’era quella ragazza che avrei voluto sposare, e loro mi hanno detto che il mio dovere… se i sovietici riescono a inguaiare i canadesi… sono così creduli e meravigliosi, lassù… Posso avere una sigaretta?… oh, grazie… Posso bere qualcosa…? E così abbiamo cellule di controspionaggio dovunque, per scoprire le cellule sovietiche… poi c’è il Messico… I sovietici stanno facendo un grosso sforzo di penetrazione anche là… Sì, hanno infiltrati dappertutto… sapevi che Philby…”
Un’ora era stata sufficiente.
“Strano che abbia ceduto così in fretta” disse Sinders.
Crosse si scandalizzò. “Le assicuro che non è controllato, che non mente, che sta dicendo esattamente tutto quello che sa, quello che è successo, e continuerà a dirlo fino a…”
“Sì, certo” l’interruppe Sinders, piuttosto irritato. “Volevo dire, è strano che un uomo come lui sia crollato tanto presto. Direi che ha esitato per anni, che la sua dedizione era inesistente o molto limitata, e che probabilmente era pronto a passare dalla nostra parte, ma non riusciva a districarsi. Peccato. Avrebbe potuto esserci molto utile.” Il capo dell’MI-6 sospirò e accese un altro fiammifero. “Dopo un certo tempo, succede sempre alle loro talpe, nella nostra società. C’è sempre qualcosa, una ragazza o un amico, o la libertà o la felicità, che sconvolge il loro mondo, poveracci. È per questo che vinceremo noi, alla fine. Persino in Russia le cose cambieranno e il KGB avrà il fatto suo – dai russi – e questo è il motivo della pressione attuale. Nessun sistema sovietico sulla Terra può sopravvivere senza la dittatura, la polizia segreta, l’ingiustizia e il terrore.” Sinders svuotò la pipa nel portacenere. Il grumo di tabacco era umido alla base. “Non è d’accordo, Roger?”
Crosse annuì, ricambiò lo sguardo degli intensi occhi celesti, chiedendosi che cosa nascondevano. “Telefonerà al ministro per chiedere istruzioni?”
“No, per questo caso posso prendermi la responsabilità. Decideremo alle otto e mezzo.” Sinders diede un’occhiata all’orologio. “Torniamo da Robert. È quasi ora di ricominciare. Un tipo in gamba, quello, molto in gamba. Ha saputo che oggi ha vinto parecchio alle corse?”